Spazioamico

RASSEGNA STAMPA

PRESENTAZIONI

ATEI  e AGNOSTICI

MEMORIE

                                                                  RASSEGNA STAMPA    
 

Manifesto – 12.12.07

 

Sinistra Ehi! - Rossana Rossanda

Come siamo frettolosi e snob davanti al primo tentativo della galassia delle sinistre di mettersi assieme. Pare che i più scafati manco siano andati a vedere. Eppure non ci sono alternative, o si lascia la sfera politica a Veltroni, e noi ci contentiamo di essere, se va bene, frammenti interessanti e intelligenze o mozioni, o si ricomincia a parlarsi «per». Per fare assieme qualche cosa che freni la deriva alla centralizzazione sfrenata del dominio del denaro e delle merci che ci frantumano ciascuno nel singolo e nei pochi. Raramente in transitorie masse. Si dirà: ma in fondo da questa parte del mondo ce la caviamo, perlopiù abbiamo un tetto sopra la testa, un piatto da mangiare, un po' di compassione per gli esclusi. È vero, mettere un freno al meccanismo mondialmente in atto è impellente dove esso produce subito morte, e non è il nostro caso. Non per l'assoluta maggioranza di noi, e delle minoranze miserabiliste chi se ne frega? Così alla cancellazione della Cosa Rossa - espressione cretina - da parte delle maggiori testate (eccezione Rai1) si è aggiunta la freddezza nostra, coperta dai quattro morti della Thyssen, come se un incidente del lavoro di questa natura non fosse un evento messo in conto dal meccanismo oggi dominante. Non sono d'accordo. Per quel che so, la riunione di sabato e domenica non ha dato che una risposta, la decisione di lavorare assieme, obiettivo minimo non andare dispersi alle prossime elezioni, non molto ma meglio di niente, obiettivo massimo, ma poco interrogato, diventare un partito. Per dir la verità, oggi è lo stesso, e lo sarà fin che manca una elaborazione comune sul punto in cui siamo e un tentativo comune di interpretazione delle diverse soggettività presenti, di quel che ciascuna mette nelle diverse sigle o movimenti, per cui uno o una stanno in questo e non in quello. Ma una cosa è starci come un tassello di un mosaico complesso, sulla cui natura e destino si moltiplicano gli interrogativi, un'altra è starci in soddisfatta autosufficienza. Se questa sembra finita - anche per le insigni zuccate prese - un lavoro assieme può cominciare. Anche con le femministe, che vengono da molto lontano e in questo primo incontro hanno contrapposto a un rituale un altro loro rituale, facendosi rispondere da rituali parole, ma che per pesare davvero dovranno dimostrare come non ci sia cespuglio del paesaggio politico in cui siamo che non sia traversato dal conflitto fra i sessi, anch'esso in via di mutamento. Conflitto che - ha ragione Dominijanni - non va ridotto a preferenze sessuali, che appartengono e devono restare all'individuale libertà. Lasciamo l'elenco al Vaticano. Farne delle figure o tipologie sociali conduce dritti, credenti o non credenti, a qualche Malleus Maleficarum (alias caccia alle streghe). Per conto mio, la prima urgenza è garantire un'area, un perimetro, una disponibilità dentro alle quali parlarsi, rispondersi, cercar di costruire una piattaforma che conti sulla scena delle idee, su quella sociale e su quella istituzionale. Dei limiti di quest'ultima si può dire molto, ma senza di essa conta di meno, così come ridursi a essa significa tagliarsi radici e canali di alimentazione. Tema prioritario? Secondo me capire come i soggetti singoli e collettivi siano prodotti o intaccati o condizionati, o resi meno liberi, dal meccanismo economico-politico dei poteri oggi mondialmente dominanti. Meccanismo articolato, in mutazione, produttore di lacerazioni anche interne, ineludibile. Ma a sua volta condizionato dalle soggettività che innesta o con le quali si scontra. La vecchia storia, Marx sì Marx no, si misura su questo criterio. Non è riconducibile, come si usa, alla «questione del lavoro». Per contro, una soggettività non si misura su un'altra soggettività, ma tutte e due con, per così dire, la pesantezza del mondo. Non vedo difficoltà per chi sta oggi attorno a Rc o al Pdci, salvo finirla con la negazione o riaffermazione di un «da dove veniamo» (che sarebbe l'ora di guardare in faccia invece che celebrare o esecrare). Né vedrei difficoltà negli ecologisti: come O'Connor, ma anche senza di lui, sanno bene quanto delle razzie contro gli equilibri naturali o ambientali dipenda dal denaro e dalla mercificazione generale. La battaglia per l'ecosistema non ha avversari diversi da quelle per/contro il lavoro salariato e contro le guerre. Quanto ai movimenti, la loro filosofia rende più semplice aderire a tutto o a questo o a quello mantendo un'indipendenza. Lo stesso vale per la causa delle donne, che peraltro non si esaurirà mai neanche nella più complessa e raffinata delle politiche - il femminismo sa bene che non è «una delle» esperienze, è costitutiva della specie umana. Credo infine che anche i nostri giornali dovrebbero mettere a disposizione non la loro autonomia ma le loro teste. Dimenticavo la questione del leader. Beh, il leader viene ultimo. E dovrebbe lavorare come lo stato, alla propria estinzione ... è il peggio del famoso partito. Per ora non me ne occuperei.

 

«Avanti col dialogo, mi fido di Walter. E il Pd crescerà» - Micaela Bongi

L'amore e il potere versione rosa schocking: è arrivato il momento per Bruno Vespa di presentare il suo best seller insieme a Silvio Berlusconi e allora arriva la versione natalizia del libro, copertina rosa e tante fotografie. Sarà il Natale: all'happening romano nel tempio di Adriano partecipa anche Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole 24 ore che con il Cavaliere non ha avuto esattamente trascorsi amorosi. Del resto l'ex premier si trova in una situazione politico-sentimentale in evoluzione. Per quanto riguarda il potere, meglio lasciar perdere... Il leader del Popolo delle libertà leggendo il libro di Vespa è arrivato alla conclusione che di tutti i protagonisti l'unico ad aver avuto potere in Italia è stato Mussolini. Gli altri hanno avuto «solo guai» e dunque urge «riforma dell'architettura della repubblica altrimenti non avremo mai un premier in grado di decidere». Nel frattempo, Berlusconi si dedica all'amore, perché da cosa nasce cosa. Posto che con Veronica è tutto a posto a parte quando lei «scrive a Repubblica», il cuore del Cavaliere batte decisamente per Walter Veltroni. Nessun «rapporto privato», mai «a cena insieme», sia chiaro. Ma «quando ero presidente del consiglio e l'ho avuto come controparte nelle vesti di sindaco, ho lavorato benissimo». Dunque le «avances» (Berlusconi le chiama così) sulle riforme, sono più che ben accette: «Se si riuscisse a superare gli steccati con l'altra parte politica sarebbe il massimo». Con gli ex alleati della Cdl il Cavaliere è pronto a confrontarsi anche a Porta a Porta, «non ho mai detto 'bussate, vi sarà aperto', agli alleati ho detto scriviamo le regole insieme». Ma «non voglio tornare indietro, piuttosto mi tiro fuori»; per ora «io vado avanti da solo», perché «mi sono detto togliti dalla palude». Il leader di An Fini potrà essere «il miglior sindaco di Roma, se ha questa prospettiva», e «la Cosa bianca andrà in bianco». Con Bossi è diverso, «l'ho incontrato a cena, è per la federazione e sulla legge elettorale abbiamo le medesime opinioni». La gente poi non ne può più perché «gli ex dc di sinistra e gli ex comunisti sono costretti a accettare che non si decida niente per i diktat della sinistra estrema», e così anche «per dare modo alla sinistra meno estrema di svincolarsi dall'abbraccio mortale, abbiamo pensato che si dovesse cambiare». Dando vita al Pdl e dialogando sulla legge elettorale. Il «popolo» apprezza, la nuova creatura del Cavaliere nei sondaggi sta al 32,2%. E il Pd? Incalzato, il leader di Arcore è costretto a rivelare che il partito di Veltroni è fermo al 26,2, «perché sconta il fatto che se due partiti si mettono insieme non sommano il loro risultato, ma il Pd avrà modo di riprendersi, si può sicuramente prevedere una sua crescita». Se il leader di Forza Italia arriva praticamente a gridare «forza Pd», Vespa non può far altro che chiedergli ripetutamente se non pensi alle larghe intese. Ma no, troppa acqua è passata sotto i ponti, però certe decisioni «vanno prese insieme». E la riforma delle tv e il conflitto d'interessi? «La legge sul conflitto d'interessi c'è già». Sulla Gentiloni, Berlusconi non vuole inveire «altrimenti diventa il titolo dei giornali». In realtà improvvisamente sembra più tranquillo, «questo tema...no, non lo voglio dire». Tanto «non credo che in parlamento si possano trovare tante persone...». Fini voterà la riforma? «Non farà proprio niente». Il Cavaliere tira dritto: «Non rinuncio al dialogo con l'altra parte». Si fida di Veltroni? Risposta: «Certamente sì».

 

Rotta la trattativa, precettati i Tir - Francesco Piccioni

Roma - Rottura e precettazione. La prima è avvenuta ieri a palazzo Chigi, dove le associazioni che rappresentano i «padroncini» dell'autotrasporto (Fai, Fita-Cna, Confartigianato-Trasporti, Sna Casa Artigiani, Fiap e Unitai) hanno abbandonato il tavolo delle trattative col governo, dopo neppure un'ora di discussione. «Le organizzazioni che hanno indetto il fermo - si legge in un comunicato unitario - hanno preso atto delle comunicazioni del ministro giudicate ripetitive in quanto riferite all'intesa del febbraio scorso per altro ancora non rispettata. Constatata la mancanza di volontà di aprire un confronto sulla piattaforma presentata da tempo dalle associazioni, abbiamo deciso di lasciare l'incontro confermando la nostra piena disponibilità a riprendere il confronto in atto per definire le questioni contenute nella piattaforma. Il fermo continua». Con effetti che cominciano a farsi sentire in modo pesante. Al blocco della circolazione su molte autostrade, infatti, nel corso delle ore si sono aggiunte le file di auto ai distributori di benzina (oltre il 60% è rimasto a secco nel corso della giornata), il blocco della produzione in molte fabbriche (22.000 operai in cassa integrazione solo alla Fiat, tra Melfi, Mirafiori e Termini Imerese), la rarefazione dei rifornimenti di frutta e verdura in numerosi mercati e supermercati. La situazione potrebbe aggravarsi nei prossimi giorni, visto che il blocco dei tir è stato proclamato fino a tutto venerdì. Proprio per questo, ieri sera, Il ministro dei trasporti Alessandro Bianchi ha precettato gli autotrasportatori in sciopero limitando il fermo alla mezzanotte di oggi. Un comunicato del ministero annuncia l'adozione di una «apposita ordinanza per la limitazione del fermo dell'autotrasporto proclamato dalle associazioni Cna Fita e Confartigianato Trasporti dalle ore 00.00 del giorno 10 dicembre alle ore 24 del giorno 14 dicembre, limitandolo alle ore 23.59 del giorno 11 dicembre». Il ministero dell'interno ha di conseguenza attivato le prefetture per vigilare sull'attuazione del provvedimento e per assicurare un'«ordinata ripresa delle attività nel rispetto delle decisioni assunte dal governo». Gli autotrasportatori che non rispetteranno l'ordinanza saranno identificati dalle forze dell'ordine e potranno essere sospesi dall'albo. Già nel pomeriggio il presidente del consiglio, Romano Prodi, aveva giudicato «inammissibile» l'agitazione, sostenendo che «sono violate le libertà dei cittadini». Il confronto tra le parti si articola in ogni caso su quattro punti: le risorse stanziate nella legge finanziaria per il settore (gli autotrasportatori chiedono la conferma dei 575 milioni della finanziaria 2007, di contro ai 200 messi a disposizione per l'anno prossimo), la sterilizzazione delle accise sul gasolio in modo da bloccarne il prezzo per tutto il 2008, il modo di spendere le risorse 2007 (stanziate ma non tutte ancora impegnate) e la reintroduzione di una «tariffa minima del trasporto» (come quella che era in vigore fino al 2005). La partita è delicata anche politicamente, perché sulle difficoltà dei «padroncini» si innestano i tentativi del centrodestra di provare ancora una volta la «spallata». A capo della Fai, per esempio, c'è Paolo Uggé, ex sottosegretario ai trasporti nel governo Berlusconi. Che ora chiede di «mettere sul piatto le risorse mancanti, ma anche garantire tutti i passaggi che chiediamo da tempo per regolamentare il settore»; mentre da governante aveva abolito la «tariffa minima», lasciando campo libero alla «dinamiche di mercato» che stanno strangolando soprattutto le piccolissime imprese (non a caso, ieri, le uniche associazioni a non lasciare la trattativa sono state l'Anita, che fa capo a Confindustria, e Fedit, espressione degli spedizionieri privati). Ora bisognerà vedere, sulle strade, come evolveranno le cose. Le associazioni che avevano indetto il blocco dell'attività danno indicazione di andare avanti. «Il fermo è confermato - dice Giovanni Montali della Fita-Cna romagnola - anche perché non so come un ministro possa far lavorare le aziende per forza». Non ci sarebbero infatti «i presupposti giuridici. Non siamo un servizio pubblico». Vero è che il governo potrebbe comunque imporre la rimozione dei blocchi. «Sui presidi - concede Montali - discutiamo, ma la precettazione è un'altra cosa». Oggi la verifica.

 

 

 

 

 

 

Il doppio errore di Epifani e Prodi - Rossana Rossanda Il manifesto 29 Ottobre 2007
Deve essere stato forte il ricatto dei Dini e Mastella perché Romano Prodi mettesse con le spalle al muro il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: o sigli il protocollo su pensioni e welfare, o mi dimetto e cade il governo. E dev'essere stato ben incerto sugli umori della sua confederazione Epifani se non gli ha risposto: non posso, non ne ho il mandato. Ha siglato come Trentin nel 1993, ma diversamente da Trentin non si è dimesso. E lunedì ha rilanciato aprendo una caccia alle streghe di Corso d'Italia, innanzitutto i metalmeccanici. Prodi ed Epifani sbagliano sul presente e sulle prospettive. Prodi non mantiene gli impegni elettorali assunti con le sinistre e così facendo si consegna a un centro che lo scaricherà appena avrà i numeri al Senato. Ed è anche miope pensare che la sinistra lo seguirà dovunque vada perché non ha alternative. A forza di mollare essa rischia di sfarinarsi e quando non restasse in area che il Pd, per Prodi sarebbe finita. Dico Prodi ma la sua non è un'ambizione personale, è un'idea che ha mandato regolarmente in tilt tutte le sinistre democristiane. E così sbaglia Epifani. Se la Cgil diventa come il sindacato di Bonanni, ha cessato di esistere. Né ha senso che egli dica che sta rispettando il referendum dei lavoratori del 9-11 ottobre. Quel referendum, se tale era, andava fatto prima di negoziare con Prodi, e non è stato fatto perché si poteva dubitare che ne sarebbe venuto un mandato assoluto. Neppure una rapida consultazione con i vertici sindacali è stata fatta a luglio. Il cosiddetto referendum si è fatto dopo, quando i lavoratori si sono trovati a esprimersi non pro o contro il protocollo ma pro o contro il segretario della Cgil. Susanna Camusso s'è inquietata con la sottoscritta perché ho detto che i lavoratori non avevano un'idea chiara di quel dispositivo, ma sfido un deputato che non sia Damiano a spiegarlo con parole sue - è un inverecondo minestrone, tutti articoli che rimandano ad altri articoli, commi e virgole, indecifrabili per un cittadino normale. E poi ci si lamenta del distacco della gente dalla politica. Se ha un senso la rappresentanza, è che la discussione sia pubblica e chiara. Se ha un senso il sindacato, non fa accordi col governo nel corso del voto di una legge. Se usa la parola referendum deve darsi delle regole, sedi, controlli e tempi. Magari il sì avrebbe vinto lo stesso, ma non saremmo davanti a risultati sorprendenti che - dati Cgil - dicono, senza commento, che si è votato al nord molto meno dell'ultima volta e al sud, in Campania e in Sicilia hanno invece votato tutti, ma proprio tutti, fino a tre volte più della precedente. E con l'interdizione, non so se a termini di statuto (nel qual caso va cambiato d'urgenza), a un sindacato di mantenere il suo no davanti alla Confederazione. Si direbbe il Pci degli anni '50. Il più grave è che Prodi ed Epifani sembrano persuasi che sulle pensioni si possa anche non dire il vero, invece che portarle a un riequilibro - il quadro attuale è a dir poco bizzarro se quelle dei dirigenti d'azienda devono essere pagate dai dipendenti - vanno indirizzate verso le assicurazioni private, che non hanno neanche la misera sicurezza di quelle pubbliche. E quanto al precariato ritengono, come Pietro Ichino dichiaratamente liberale, che esso rappresenti inevitabilmente la forma di lavoro del futuro. Ma a questo punto non si capisce cosa diventi un sindacato, né che cosa distingua un governo di centrosinistra da uno di centrodestra, salvo l'onestà con la quale garantire gli interessi delle imprese. Nonché l'ordine pubblico, qualora i più sfavoriti dovessero cedere alla sfiducia o alla disperazione.

Il Manifesto 24/10/2007

Rossanda si rivolge alla grande "S"
cioè alla Sinistra fatta dai 4 partiti
Sei un ponte
sconnesso, ma
sei il solo ponte...

Rossana Rossanda
Caro Sansonetti, se la grande S si è impantanata su una legge elettorale darebbe ragione a chi ci ha creduto poco. Non è la prima volta che il tema "elezioni" manda in tilt qualsiasi progetto sui tempi medi. Ne ha fatto esperienza il manifesto nel 1972, poi nel 1976. E' per questo che Rifondazione ha mandato a picco la Camera di consultazione di Asor Rosa. E su questo adesso l'inciampo viene dal Pdci.
Nel caso di piccoli partiti non è misera voglia di poltrone: è il timore di diventare invisibili, cessare di esistere come i grandi partiti non nascondono di sperare. La stessa base militante esige una lista, dimostrando quanto sia ancora contraddittorio il bisogno, teorizzato al meglio da Tronti, di "andare oltre la democrazia", che è poi quella "rappresentativa". E sarà così, penso, finché non sarà chiaro come "andare oltre" senza riprodurre i "socialismi reali"; perché, oggi come oggi, altro non conosciamo. Intanto nessuno dei quattro partiti in campo si fida che l'altro ne garantisca le ragioni di esistenza. Soltanto Rc è ragionevolmente certa di passare lo sbarramento di una proporzionale; toccherebbe ad essa dunque di garantire le altre, facendo qualcosa di comprensibile dell'attuale slogan "unità plurale". Non è semplice e non è soltanto - come mi sembra tu scriva - una questione di metodo.
Certo è anche di metodo, se gli Stati Generali sono stati organizzati in modo da autorappresentare pubblicamente solo i quattro - Mussi, Giordano, Diliberto, Pecoraro Scanio. Neppure il lavoro dei workshop è stato portato all'assemblea generale. Le donne si sono sentite ancora una volta escluse. La verità è che gli attuali gruppi politici non conoscono che questo modo di esprimersi, specie se non sono già ferreamente uniti, pochi che parlano a molti o una specie di happening. Neanche le donne sanno come stare assieme quando la pensano diversamente. Tutti riflettiamo ancora quello che Gramsci chiama "spirito di scissione" con il quale nascono le posizioni innovative, e stentiamo a far esprimere e fare esprimere il bisogno che porta altri attorno a noi e noi a tentare di rompere i nostri confini. E anche a tollerarci: il Pdci si vuole fedele ad alcuni "socialismi reali" e all'ultimo (o penultimo) Pci. Io non lo credo utile. Ma non prenderei per pura fisima identitaria il suo timore che, sgomberati "i comunisti" e le relative falci e martelli, esca di scena la stessa idea di rivoluzione - anche non in armi, anche non violenta, anche la più soave - ma che non sia una resa all'assetto sociale esistente. Finora è andata così.
A proposito, la S quale trasformazione reale persegue? Diciamocelo. Non basta che tu scriva: oggi non è sufficiente il lavoro, ci sono altri bisogni, il movimento delle donne, l'ecologia, la pace, eccetera. Che intendete per "il lavoro"? I "lavoratori", i salariati più visibili e raggruppabili, gli operai insomma, forse qualche categoria impiegatizia o tecnica, da qualche tempo gli inafferrati "precari", gli autonomi - come se oggi gli uni non precipitassero sugli altri, andata e ritorno, figure sociologiche ogni tanto affogate e ripescate. Diciamoci la verità, c'è stato un decennio di cancellazione del salariato, salariati, identificati con la fabbrica e quando questa è fisicamente diradata o scomparsa, via anche loro. Non c'è più la fabbrica di "Tempi moderni", non si vedono più uscire assieme gli operai, non ci sarà più la contraddizione fra capitale e lavoro. Non è casuale che i ragazzi del 1968 di Torino non si siano visti ai funerali dei morti della Thyssen a Torino. Non è stata innocente neanche la variante "i lavori" al posto del "lavoro". Voi stessi, Rc, in uno degli ultimi congressi lo avevate rimosso, il famoso lavoro, come residuale fra altre e più sentite "soggettività". Più di una femminista mi ha detto "il lavoro non mi interessa". Più di un professore: "non interessa ai giovani". Più d'un compagno scuote la testa: "Gli operai non ci sono più". Sparita la primazia della fabbrica, è scomparso dalle menti il lavoro salariato, o dipendente, o eterodiretto. Rinaldini ghepardo, specie in estinzione. E invece il salariato non è mai stato così esteso, dal manovale alla famosa "mano d'opera" (o cervello d'opera) del capitale cognitivo. Com'è questa faccenda?
Direte: ma quella ha in testa sempre il sistema, il modo di produzione, il capitale, Marx. E' vero. E voi che cosa avete invece, quando parlate di globalizzazione? e ne parlate tutti?
Non si i tratta di allungare l'elenco dei bisogni, ma di capirne i nessi. Quasi nessun fenomeno oggi è del tutto dipendente ma nessuno del tutto indipendente dal modo di produzione. Salvo la questione dei sessi. Millenaria, ha attraversato civiltà precapitaliste, capitaliste e postcapitaliste. E non come differenza fra i sessi ma come gerarchia, di un sesso sull'altro, rassegnando al maschio il potere pubblico e fingendo di attribuire alla donna il governo del privato. L'ultimo femminismo ha messo in luce la frode. Come contate di metter il problema in agenda? Agli Stati Generali c'è stato un incidente. Che rispondi a Melandri, la quale ti scrive «non ci vedete e non ci rappresentate perché il vostro, dei politici, è un modo di conoscere razionale e maschile, che sottovaluta, nasconde a se stesso, il terreno e il linguaggio delle emozioni, del corpo, che è nostro?». Io, da parte mia, dubito che le due forme di conoscenza siano sessuate e divisibili, mi pare un'approssimazione costruita dalla storia, e perdipiù europea. Dubito che si farà un passo avanti finché noi, le donne, diremo ai maschi: Riconoscete che il potere, asse della politica, comincia da quello del maschio sulla femmina (Marx ed Engels lo avevano detto della proprietà, che nel caso è lo stesso). E finché voi, uomini, risponderete: a) ma io non c'entro, b) questa è un'altra storia. E' sicuramente un'altra storia, ma non una fra le altre, e non ne siete esenti.
Concludo. La famosa "unita plurale" si fa entrando nel merito. Il "metodo" è solo andare subito al massimo di unità d'azione, non rompere finché non ci si è arrivati (cosa per la quale non basta una maggioranza) e nel contempo avanzare subito una o più analisi, e quindi obbiettivi a medio e lungo termine, verificando se tengono e ci tengono assieme. Questo non siamo capaci di fare da quaranta anni in qua. Se lo ammettessimo e vi ci mettessimo subito - domani mattina? - avremmo più attenzione, anche più pietà, l'uno per l'altro, l'una per l'altra.
E anche meno pretese. Alla grande S direi: avanzate una trama, esponetevi, avendo chiaro in testa che c'è stata l'alluvione, che siete un ponte, e anche un po' sconnesso, ma il solo in vista. Non siete "la" soluzione. Prendetevi sul serio come passaggio, finitela di chiuderlo a ogni momento. Neanche assieme fate una maggioranza, ma isolati non siete niente.
O no?


18/12/2007