Voci per il Dizionario di mafia e di antimafia di
"Narcomafie"
Umberto Santino Antimafia civile e sociale
Se per "antimafia civile" intendiamo la mobilitazione contro la mafia che
vede come attori gruppi di cittadini, più o meno formalmente organizzati, anche
se si ha qualche esempio in tempi più lontani (potremmo ricordare le
mobilitazioni dopo il delitto Notarbartolo), essa è relativamente recente.
Si può più propriamente parlare di "antimafia sociale" per le forme di
mobilitazione e di lotta che si scontrano con la mafia nel contesto del
conflitto sociale, in particolare per le varie ondate del movimento contadino,
dai Fasci siciliani al primo e al secondo dopoguerra, ma non mancano anche negli
anni successivi esempi che legano insieme problemi sociali e attività antimafia.
La mobilitazione della società civile
Negli anni '50 e '60 particolarmente significativa è l'attività di Danilo
Dolci impegnato nella costruzione di un movimento popolare nonviolento, al cui
interno il tema della mafia ebbe notevole rilievo, anche con la raccolta di
documentazione sui legami con personaggi mafiosi di alcuni uomini politici
(Santino 2000, p. 225).
Si colloca negli anni '60 e '70 l'esperienza di Giuseppe Impastato,
protagonista di un'antimafia integrata, ricca di implicazioni sociali, politiche
e culturali. A un anno dal suo assassinio, avvenuto nel maggio del 1978, il
Centro siciliano di documentazione, sorto nel 1977 e successivamente intitolato
a Impastato, promosse una manifestazione nazionale contro la mafia, con la
partecipazione di circa 2000 persone provenienti da varie parti del paese. Negli
incontri e nei contatti preparatori più volte si coglieva lo stupore di quanti
pensavano che ormai la mafia fosse un pezzo da museo o che comunque si trattasse
soltanto di una specificità siciliana (ibidem, pp. 235-238).
Dopo l'assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982) il
funerale civile svoltosi in piazza Politeama fu una grande manifestazione
popolare, con la partecipazione di circa 100.000 persone. Confluiscono due
correnti: il movimento pacifista, impegnato contro l'installazione dei missili
Cruise a Comiso, contro i processi di militarizzazione che investivano
pesantemente l'isola e contro la corsa al riarmo delle due superpotenze, di cui
La Torre era stato uno dei protagonisti, e il nascente movimento antimafia
formato da associazioni, partiti, sindacati, singoli cittadini che comprendono
che con il delitto La Torre la mafia ha voluto lanciare un pesante messaggio
intimidatorio alla mobilitazione in atto.
Gli atti di nascita formali di questo movimento che ben presto assume
dimensioni nazionali verranno dopo il delitto Dalla Chiesa (3 settembre 1982): a
Palermo si svolgono un'assemblea nazionale degli studenti (9 ottobre),
un'assemblea e una manifestazione nazionale (15-16 ottobre) organizzate dai
sindacati confederali.
L'anno dopo, il 3 settembre, si svolge una fiaccolata a cui partecipano
30.000 persone. Nel frattempo la violenza mafiosa ha colpito ancora con le
stragi di via Scobar, in cui sono morti il capitano dei carabinieri di Monreale
Mario D'Aleo e due carabinieri (13 giugno 1983) e di via Pipitone Federico, in
cui sono stati uccisi il consigliere istruttore Rocco Chinnici, gli uomini della
scorta e il portiere dello stabile (29 luglio 1983). "Palermo come Beirut",
titolano i giornali e in città il clima è di guerra permanente. Non si fanno
solo fiaccolate. Si formano nuove associazioni: l'Associazione donne siciliane
per la lotta contro la mafia, centri studi intitolati ai magistrati uccisi
Terranova e Costa, la Lega contro la droga e in provincia, nel cosiddetto
triangolo della morte (Casteldaccia, Altavilla Milicia, Santa Flavia), si
formano dei comitati antimafia. Il movimento comincia a diffondesi anche a
livello nazionale, con iniziative in Campania, dove lo scontro tra i gruppi
camorristi produce un gran numero di morti, e in altre regioni, come la
Lombardia e il Veneto. I protagonisti sono soprattutto studenti e insegnanti,
che in Sicilia avevano cominciato a operare dopo l'approvazione di una legge
regionale successiva all'assassinio del presidente della regione Piersanti
Mattarella (6 gennaio 1980).
La mafia ora viene percepita sempre più come un fenomeno nazionale, per la
diffusione dei suoi traffici, per i suoi rapporti con "pezzi delle istituzioni",
per l'impossibilità di una vita democratica in una società assediata dalla
violenza. Il delitto Dalla Chiesa ha fatto della mafia una "questione
nazionale", come titolano i quotidiani "la Repubblica" e "Corriere della sera"
del 5 settembre 1982.
Nasce da questo clima di indignazione per lo straripare della violenza
mafiosa, interna (dal 1981 al 1983 è in atto una sanguinosa guerra di mafia) e
soprattutto esterna, e dalle esperienze di mobilitazione il progetto di un
lavoro comune. Su proposta del Centro Impastato nel 1984 si forma un
Coordinamento antimafia che opererà per qualche anno tra mille difficoltà per
l'eterogeneità dei soggetti che ne fanno parte: associazioni, comitati, centri
studi, riviste, sindacati, organizzazioni di partito ecc. Quasi quaranta
organizzazioni, almeno sulla carta, perché molte di esse non partecipano alle
riunioni. La vicenda di questo primo tentativo di lavoro comune non è
entusiasmante: il collante è dato dall'emozione suscitata dalle continue
manifestazioni della violenza mafiosa, le iniziative unitarie sono il frutto di
faticose mediazioni, la necessità di darsi un minimo di struttura organizzativa
cozza con la volontà delle organizzazioni più significative di esercitare un
loro ruolo gestendo l'informalità. Approssimandosi l'apertura del maxiprocesso,
il Coordinamento decide all'unanimità di costituirsi parte civile e per potere
presentare la richiesta occorre che ci sia uno statuto che ne formalizzi
l'esistenza. Nasce così un'associazione che invece di raccogliere i vari
soggetti ne vede la diaspora. Nel 1987 c'è un'aspra polemica con lo scrittore
Leonardo Sciascia a cui seguono altre prese di distanza. L'associazione prosegue
la sua attività, assieme ad altre associazioni di altre regioni svolge una
campagna nazionale "Per il diritto alla verità", con cui si chiede
l'eliminazione del segreto di stato sulle schede raccolte dalla Commissione
antimafia sui rapporti tra mafiosi e politici e sugli atti riguardanti i reati
di strage, organizza convegni e dibattiti, ma rappresenta solo se stessa. La
parabola del primo esperimento di antimafia unitaria si era chiusa già alla fine
del 1985 (ibidem, pp. 252-257).
Negli anni successivi non mancheranno tentativi di rimettere in piedi
un'ipotesi di lavoro unitario. Per alcuni anni opererà il Cocipa, Comitato
cittadino di informazione e partecipazione, per iniziativa soprattutto del
Centro sociale San Saverio, nato nel 1985 nel quartiere Albergheria nel centro
storico di Palermo, che affronterà in particolare il tema degli appalti e
analizzerà il bilancio comunale elaborando proposte che non riusciranno ad avere
seguito (Cocipa 1992). Con l'intensificarsi delle estorsioni e la loro
diffusione in tutta l'Italia comincia a muovere i primi passi il movimento
antiracket. La prima associazione nasce a Capo d'Orlando nel messinese, ma a
Palermo l'esperienza di Libero Grassi rimane isolata e l'imprenditore che ha
avuto il coraggio di denunciare gli estorsori verrà ucciso nell'agosto del 1991.
Si dovrà attendere la strage di Capaci (23 maggio 1992) perché prenda corpo una
nuova esperienza di lavoro comune e riparta la mobilitazione di massa. Un
cartello di associazioni promuove una convenzione nazionale per il 26 giugno e
il giorno successivo c'è lo sciopero generale indetto dai sindacati con una
manifestazione nazionale a Palermo. Ai balconi della città compaiono i primi
lenzuoli con cui si dice "basta alla mafia". Dopo Capaci via D'Amelio (19 luglio
1992) e la mobilitazione cresce anche con forme inedite. Dal 22 luglio al 23
agosto alcune donne presidiano la centralissima piazza Politeama, alternandosi
nel digiuno. Chiedono e ottengono la rimozione di alcuni personaggi che
rivestono cariche istituzionali, dal prefetto al questore, al procuratore capo.
Nel marzo del '93 il cartello di associazioni che ha già cominciato a lavorare
unitariamente si chiamerà "Palermo anno uno", come ad aprire una nuova pagina
che dovrebbe segnare il passaggio "dalla protesta alla proposta". Le
manifestazioni commemorative delle due stragi vedono una grande partecipazione.
Ma si vuole andare oltre le manifestazioni e porre mano a un progetto: si
discute lo Statuto comunale e si avvia l'esperimento di "Palermo apre le porte",
con l'adesione di moltissime scuole e la riapertura di centinaia di monumenti.
Fanno da ciceroni gli studenti. La città va alla scoperta del suo immenso
patrimonio artistico, spesso in condizioni di abbandono, ed è una forma di
riappropriazione del territorio, per sottrarlo al dominio di Cosa Nostra. Ma
anche per "Palermo anno uno" si ripete quanto accaduto con il Coordinamento
antimafia: lo sfilacciamento, con lo sbiadire dell'emozione suscitata dalle
stragi, il ripiegamento da cartello unitario a singola associazione formata
dalle persone più impegnate (ibidem, pp. 290-296).
Ci troviamo di fronte alla riproduzione di un ciclo: le manifestazioni di
massa dopo i grandi delitti, l'attivazione delle élites e la sperimentazione di
forme di lavoro unitario, successivamente c'è l'assottigliamento delle presenze
con la crisi e la fine dell'esperienza collaborativa.
La consapevolezza del limite dell'emotività e della precarietà e l'esigenza
del loro superamento attraverso la progettazione di un lavoro continuativo a
livello nazionale hanno portato nel marzo del 1995 alla costituzione di "Libera,
Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", che in pochi anni è arrivata a
raggruppare circa un migliaio di associazioni, tra nazionali e locali, e che
opera sulla base di progetti e campagne sui vari temi dell'impegno antimafia,
dall'educazione alla legalità alla confisca dei beni, dagli appalti alle droghe
e all'informazione.
L'antimafia sociale
Alcune fra le iniziative più significative condotte negli ultimi anni
portano più o meno esplicitamente il segno dell'antimafia sociale. Si pensi in
particolare alla formazione di cooperative per l'uso produttivo dei beni
confiscati. Nel 2001 è nata la cooperativa "Placido Rizzotto - Libera Terra" che
ha ottenuto in affidamento i terreni confiscati in alcuni comuni della provincia
di Palermo che aderiscono al Consorzio Sviluppo e Legalità. La scelta di dare
alla cooperativa il nome del sindacalista ucciso nel marzo del 1948 è un chiaro
segnale di continuità con le lotte contadine che sperimentarono le prime forme
di antimafia sociale. In Sicilia operano altre cooperative che lavorano sui
terreni confiscati. In provincia di Trapani, a Castelvetrano, opera la "Casa dei
giovani", che gestisce un'azienda agricola in cui sono impegnati ex
tossicodipendenti. I terreni erano dei capimafia Bernardo Provenzano e Matteo
Messina Denaro ed erano incolti da anni. In Campania, in provincia di Caserta,
sui terreni confiscati al boss della camorra Francesco Schiavone sono sorte
un'azienda agricola e varie infrastrutture per il tempo libero e l'accoglienza e
l'integrazione degli immigrati.
Ma anche le utilizzazioni di beni confiscati per installarvi scuole (il
caso più noto è la villa di Riina a Corleone), centri di formazione
(l'Università per la legalità e lo sviluppo ha trovato sede a Casal di Principe
in un immobile confiscato), servizi socio-assistenziali (come il centro per
l'infanzia nel comune di Trabia, in provincia di Palermo), centri d'accoglienza
(come a Bari in una villa ottocentesca o a Vigevano in un ex bar) hanno un
grosso impatto sociale e simbolico, come esempi concreti di riappropriazione da
parte della collettività di beni sottratti al patrimonio dei boss.
A Palermo, nel corso di manifestazioni di protesta dei senzacasa, è stata
avanzata la proposta di usare per abitazioni e servizi sociali gli immobili
confiscati, finora destinati a sedi di caserme o di associazioni. Con questa
iniziativa si mira a operare una svolta nell'utilizzo dei beni confiscati e a
sbloccare le procedure di assegnazione finora tanto lente da condannare al
degrado buona parte del patrimonio confiscato, attraverso la costituzione di
tavoli di lavoro a cui partecipino rappresentanti di comitati e di associazioni.
Esperienze di antimafia sociale possono considerarsi le attività svolte da
gruppi e associazioni operanti sul territorio, che vanno dal lavoro con i
bambini, gli anziani e le donne all'autogestione di spazi abbandonati e alle
lotte per l'occupazione e per il risanamento dei quartieri degradati. Su questi
terreni dovrebbe sperimentarsi una strategia di coinvolgimento degli strati
popolari, per sottrarli alla sudditanza nei confronti dei mafiosi e alle varie
forme di economia illegale.
Movimento antimafia e movimenti sociali
Le molteplici espressioni del movimento antimafia hanno dato vita a una
forma di mobilitazione che ha caratteri peculiari, non facilmente inquadrabili
all'interno degli schemi elaborati per analizzare i movimenti sociali. Questi
dovrebbero rispondere a due condizioni: essere espressione di un conflitto
sociale e l'azione collettiva deve provocare una rottura dei limiti di
compatibilità del sistema nel quale si situa (Melucci 1982, p. 15). In realtà il
movimento antimafia più che esprimere un conflitto sociale ha al centro
esclusivamente o prevalentemente dei valori (la richiesta di verità e giustizia,
la legalità democratica) e nei confronti del sistema ha un atteggiamento
bivalente. Non è contestazione globale, antisistemica, ma mirata, volta ad
espellere dal seno delle istituzioni i poteri criminali. Da ciò deriva la
peculiarità della mobilitazione antimafia, che finisce per essere al tempo
stesso pro-sistema e anti-sistema. "Pro-sistema perché non si propone di
ribaltare o di mutare sensibilmente i fondamenti costituzionali, i termini del
contratto sociale, ma semplicemente di farne rispettare i contenuti essenziali.
Anti-sistema perché contesta alla radice la qualità dell'ordine che si è andato
concretamente disegnando negli ultimi quattordici-quindici anni, ponendo di
fatto quella che è la prima, vera "questione istituzionale", ossia quella
dell'espulsione del potere criminale dallo Stato" (Dalla Chiesa 1983, p. 58). Il
problema è proprio questo: la natura antisistemica del movimento antimafia è
strettamente dipendente dal modo in cui si configura il rapporto
mafia-istituzioni nel periodo delle stragi e successivamente, con il controllo
della violenza, soprattutto di quella rivolta verso l'alto, e il ritorno alla
mediazione (la cosiddetta "mafia invisibile"). Segnale più che di resa di un
ritrovato equilibrio che dovrebbe stimolare un'analisi e una pratica adeguate.
Riferimenti bibliografici
Cocipa (Comitato cittadino di informazione e partecipazione), Le tasche
di Palermo. I bilanci del Comune dal 1986 al 1991, Centro Impastato,
Palermo 1992.
Dalla Chiesa Nando, Gli studenti contro la mafia. Note (di merito) per
un movimento, in "Quaderni piacentini", nuova serie, n. 11, dicembre 1983,
pp. 39-60; in Arlacchi Pino - Dalla Chiesa Nando, La palude e la città. Si
può sconfiggere la mafia, Mondadori, Milano 1987, pp. 110-140.
Melucci Alberto, L'invenzione del presente. Movimenti, identità,
bisogni collettivi, il Mulino, Bologna 1982.
Santino Umberto, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe
all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000.