Alcune riflessioni sulla transizione
socialista
di
Ernesto Guevara
Che cos'è il Socialismo
World Socialist Movement.mht
Nel corso degli anni, la parola Socialismo è venuta a definire gli
obiettivi e i principi di svariate organizzazioni, e il regime politico
di numerosi Stati. La stragrande maggioranza degli italiani associa oggi
l'idea del socialismo a partiti come i Ds, il PRC o altri dell'estrema
sinistra, oppure a paesi come la Cina, Cuba o la Russia nei giorni
dell'Unione Sovietica.
Il Movimento Socialista Mondiale, dal canto suo, si dissocia dalle
suddette forme di 'socialismo'. Ha sempre definito il socialismo come
una società democratica, senza denaro, estesa a tutto il mondo, fondata
sul libero accesso di tutti alle ricchezze secondo i bisogni
autodeterminati di ognuno. Ha sempre dichiarato che il socialismo può
essere realizzato soltanto con mezzi democratici: quando tutti voteranno
consapevolmente per abolire il sistema sociale esistente sostituendolo
con un altro, interamente nuovo, profondamente diverso.
Tuttavia, prima che questa definizione di socialismo, e del modo in
cui è possibile realizzarlo. possa essere compresa appieno, è opportuno
esporre il nostro punto di vista sull'attuale sistema sociale, e le
ragioni per cui riteniamo che tale sistema debba essere abolito.
La Società attuale
Noi chiamiamo l'attuale sistema sociale capitalismo. E per
capitalismo intendiamo una società fondata sulla proprietà privata o
statale dei mezzi di produzione e distribuzione, una società regolata
dalle leggi del mercato.
Malgrado le etichette, il capitalismo esiste dappertutto nel mondo -
in Italia, in America e nel resto dell'Occidente, in Russia e anche in
Cina e a Cuba. Non esiste da sempre, né esisterà per sempre. Non si
tratta di una malefica cospirazione ai danni dell'umanità ma di un
ordinamento sociale che è stato necessario all'evoluzione dell'umanità
stessa. Basti pensare agli eccezionali progressi compiuti nell'ambito
della scienza e della tecnica, allo sviluppo dei sistemi di
comunicazione, all'acculturamento di vastissime fasce di popolazione
fino a un livello molto elevato di conoscenze e di capacità di
adattamento.
Ma il capitalismo non ha saputo né potuto applicare tali progressi a
beneficio della maggioranza. Non ha saputo unire il mondo politicamente,
come si può vedere dal gran numero di guerre in corso e dalla costante
possibilità di una grande guerra che rischia di cancellare l'umanità
intera dalla faccia della terra. Non ha saputo usare scienza e
tecnologia per assicurare alla gente attività utili e dignitose che
appaghino e soddisfino. Anzi, è riuscito a rendere il lavoro maledetto,
giacché lavorare viene per molti a identificarsi con la parte più
sgradevole dell'esistenza.
In conclusione, il capitalismo ha saputo creare una potenziale
abbondanza di ricchezze capaci di soddisfare su vastissima scala i
bisogni dell'umanità, senza però riuscire a mettere in pratica tale
potenziale. Questo avviene poiché il sistema economico capitalista è
strutturato in modo tale da non permettere una libera distribuzione
delle ricchezze, che vengono invece razionate a seconda delle necessità
del mercato e del sistema salariale.
Inoltre, alla minaccia dell'abbondanza, reagisce in maniera
semplicemente assurda, come si può vedere dall'enorme problema creato da
milioni di tonnellate di surplus alimentare quando milioni di persone
stanno morendo di fame.
Sfruttamento
Anche in quei paesi economicamente avanzati dell'Occidente (quali
l'Italia, l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'America, ecc.) in
cui le forme più abiette di miseria sono state risolte, il capitalismo
opera, come ha sempre operato dovunque, sfruttando la maggioranza della
popolazione.
Questo non significa che i lavoratori guadagnino un salario da fame o
che vivano nelle stesse condizioni del diciannovesimo secolo, né che i
padroni riescono a fare un profitto troppo alto. Vuol dire semplicemente
che i lavoratori costituiscono una fonte di ricchezza che viene loro
sottratta, che essi producono più ricchezza di quella che ricevono sotto
forma di salario. Questo può sembrare ovvio, eppure moltissime persone,
condizionate dalla loro educazione e dai mass-media, credono che ci si
debba considerare estremamente fortunati quando imprenditori generosi o
governi ben intenzionati offrono possibilità di impiego.
La verità è che le ricchezze mondiali sono prodotte ma non possedute
da quella vasta maggioranza che per vivere è costretta a vendere la
propria forza lavoro a un padrone in cambio di uno stipendio o di un
salario. E, nonostante che le condizioni di vita siano migliorate in
maniera eclatante nel corso degli ultimi decenni, una piccola minoranza
della popolazione continua a possedere la grande maggioranza delle
ricchezze.
La Classe Lavoratrice
Chiamiamo classe lavoratrice questa grande maggioranza di persone che
produce le ricchezze ma ne possiede solo una parte minima. Con questo
termine molti intendono esclusivamente la classe operaia, cioè quel
gruppo definito da un tipo di occupazione particolare, da un certo grado
di istruzione e, persino da connotati specifici quali le maniere e il
modo di parlare. Per i socialisti, la classe lavoratrice include tutti
coloro che per necessità economica sono costretti a vendere le proprie
energie allo scopo di guadagnarsi da vivere.
La classe lavoratrice è perciò essenzialmente una classe di salariati
e stipendiati e, in quanto tale, oltre agli operai, include gli
impiegati, gli statali, gli insegnanti, e medici, e così via. Gli
interessi di questa classe sono diametralmente opposti a quelli
dell'altra classe in cui la società e divisa: la classe capitalista, che
comprende coloro che possiedono terre, fabbriche, industrie, uffici,
ecc. e che possono, se scelgono, permettersi di vivere senza bisogno di
vendere le loro capacità a un datore di lavoro.
Ciò che va a vantaggio dei capitalisti va a svantaggio dei lavoratori
e viceversa: più bassa la paga per i lavoratori, più alto il profitto
per i capitalisti; più alta la paga, più basso il profitto. Sarebbe
sciocco, però, avercela personalmente coi capitalisti. Qui si vuol solo
dire che, con tutta la buona volontà del mondo, non si può evitare che
fra gli interessi della classe lavoratrice e della classe capitalista
sussista un antagonismo irriducibile. La società in cui viviamo,
insomma, è una società divisa in due classi.
Lotta di Classe Sindacati
Finché la società sarà divisa in classi esisterà la lotta di classe
la cui espressione più caratteristica è lo sciopero. Un'azione simile è
spiacevole ma inevitabile se gli operai vogliono difendere il loro
tenore di vita ed eventualmente migliorarlo. I lavoratori non la
cercano, né i socialisti ne godono. Bisogna aggiungere, tuttavia, che,
sebbene lo sciopero sia una strategia necessaria per la difesa della
classe lavoratrice, costituisce un'arma assai limitata, in quanto gli
aumenti di paga possono essere negoziati soltanto entro stretti limiti.
Bisogna sottolineare inoltre che l'opera dei sindacati non
costituisce affatto una minaccia per l'esistenza del capitalismo. Al
contrario, in quanto organizzazioni create per mercanteggiare con i
padroni sulla paga e condizioni di lavoro i sindacati giocano una parte
essenziale nel funzionamento del sistema capitalista.
Le Riforme
Oltre alla continua lotta di classe fra padroni e lavoratori per
ottenere paghe più alte e migliori condizioni di lavoro, il sistema
capitalista genera ulteriori drammatici problemi. Minacce di guerra,
disoccupazione, inflazione, merci ed abitazioni scadenti, angoscia,
solitudine e noia, sono tutti problemi che contribuiscono a comporre il
quadro di una società afflitta da conflitti irrisolti in cui la qualità
della vita è insoddisfacente, perennemente angustiata da un senso di
frustrazione e insicurezza.
Spesso e volentieri i vari partiti della scena politica promuovono
riforme. Ma una volta entrate in vigore, queste molto spesso non sortono
l'effetto sperato e, ad un esame accurato, si rivelano esse stesse
prodotti del sistema. tese a far funzionare meglio il meccanismo di
sfruttamento e di profitto. Prendiamo ad esempio la Mutua: da un lato
serve per rimettere in salute i lavoratori malati e rispedirli il più
rapidamente possibile ai loro posti di lavoro in ufficio o in fabbrica;
dall'altro serve per mantenerli in buon ordine di marcia, affinché
possano esplicare efficacemente le loro mansioni e creare profitto a chi
li impiega.
Ci sono molti che, in buonafede, ritengono che, pur mantenendo come
obiettivo ultimo la realizzazione di una società socialista, bisogna
lottare nel frattempo per ottenere delle riforme. In realtà questa
strategia è un modo per ritardare ad infinitum quel momento e per
disperdere energie, che potrebbero essere utilmente impiegate per
attuare il socialismo in un imminente futuro, in attività dai risultati
incerti che, in ultima analisi, servono a rafforzare il sistema
esistente invece che ad abolirlo. Per cui la funzione dei socialisti non
è di propagandare riforme e cercare di conquistare in questo modo
l'appoggio dei lavoratori.
Finora è stato relativamente semplice incanalare l'insoddisfazione
dei lavoratori in una direzione riformista, anziché socialista; c'è
persino chi dice che nel complesso i lavoratori sono soddisfatti di come
stanno le cose. In realtà, più che soddisfatti, bisognerebbe dire
apatici. Quello che la maggior parte delle persone desiderano è una vita
tranquilla e sicura per se stessi e per le loro famiglie, ma il sistema
capitalista non lo permette. Questa aspirazione viene continuamente
frustrata da crisi economiche, riorganizzazione del lavoro, criminalità
e violenza, e dal perenne fermento di un sistema intrinsecamente
dinamico e competitivo quale è quello capitalista. A questo la gente
reagisce rifugiandosi nell'apatia e nel qualunquismo, perché è stata
abituata ad accettare che le decisioni vengano prese per loro,
arbitrariamente, dall'alto, e si sente impotente ad agire con la propria
testa. Ricorre allora a palliativi come ad esempio la televisione, la
droga, la febbrile corsa al successo, illudendo se stessa e gli altri di
essere 'felice' in questo modo.
Ma le cose non miglioreranno e in ultima analisi ci troveremo a dover
affrontare il problema alla radice: abolire il sistema capitalista e
instaurare, collettivamente, il socialismo.
Il Socialismo Nascerà dal Capitalismo
Chi ci garantisce che questo avverrà? Nessuno, certamente. Però
esistono delle tendenze, all'interno del sistema stesso, che rendono
tale svolta altamente probabile.
Il capitalismo ha già creato una classe lavoratrice ben organizzata e
ben qualificata che ha in mano l'intera attività produttiva,
amministrativa ed educativa del mondo avanzato e che, a causa della
posizione subordinata in cui è tenuta, è continuamente portata a mettere
in discussione lo status quo. Ha inoltre prodotto e continua a produrre
le condizioni materiali necessarie all'unificazione della società su
scala mondiale, cioè una sempre più efficace rete di comunicazioni e una
potenziale capacità di produrre beni in abbondanza. Molti degli stessi
problemi causati dal capitalismo, quali l'inquinamento, la minaccia di
una guerra nucleare, il terrorismo, la recessione, ecc. sono problemi
sentiti a livello mondiale e, per tale ragione, contribuiscono a
sensibilizzare l'opinione pubblica delle più svariate parti dei mondo
circa il bisogno di trovare soluzioni globali.
Nessuna di queste tendenze può garantire in se stessa l'imminente
avvento di una società socialista a livello mondiale, ma, come abbiamo
accennato, il capitalismo è un sistema dinamico, in continua evoluzione,
che non conosce niente di sacro e di stabile e che continuerà a generare
dal suo interno germi e tendenze che porteranno alla diffusione delle
idee socialiste.
Come Realizzare il Socialismo
Poiché per socialismo intendiamo una società interamente democratica
in cui la maggioranza prenderà le decisioni con pieno diritto di
dissenso per le minoranze, ne consegue che il socialismo può essere
realizzato soltanto democraticamente, cioè quando la maggioranza lo avrà
compreso e voluto.
Il socialismo non può esser donato al mondo da un'élite che pensa di
sapere quale sia il bene della maggioranza. La rivoluzione effettuata da
una minoranza può soltanto fallire e condurre a un ennesimo esempio di
governo minoritario di stampo capitalista, come accadde in Russia nel
1917 e più tardi in Cina. Tali paesi venivano chiamati socialisti ma era
più esatto chiamare il loro sistema capitalismo di stato.
Essendo una rivoluzione della maggioranza, per realizzare il
socialismo non c'è bisogno di usare la violenza. La romantica visione di
lotte per le strade e di barricate appartiene ormai ai tempi passati.
Oggi non ci sarebbe nessuna barricata abbastanza robusta per contrastare
la forza dello Stato moderno e, in ogni caso, non ci sarà bisogno di
ricorrere a mezzi violenti, giacché nei paesi avanzati, dove la classe
lavoratrice è più numerosa e organizzata, essa ha a disposizione certi
elementari diritti politici che il sistema stesso è stato costretto a
concedere, in particolare il voto. Per cui, quando la maggioranza avrà
deciso di volere il socialismo, non dovrà far altro che organizzarsi in
un partito democratico, senza leader (come è organizzato attualmente il
Movimento Socialista Mondiale) e usare le urne per mandare i suoi
rappresentanti in Parlamento con l'incarico non di formare un nuovo
governo ma di abolire il capitalismo e tutto il meccanismo dello Stato
che ne è l'espressione.
Gli scettici a questo punto si chiederanno: e la classe capitalista
lo permetterà? La nostra risposta è: che potrà fare per opporsi a una
maggioranza politicamente consapevole composta da ogni settore della
classe lavoratrice, polizia ed esercito inclusi?
Come sarà il Socialismo
Come sarà il socialismo una volta che verrà stabilito? Ovviamente non
siamo in grado di esporre in ogni dettaglio quale sarà il programma
democraticamente definito a cui si atterrà la maggioranza che avrà
realizzato e che vivrà nella nuova società socialista. Ma possiamo dare
un'idea globale della sua natura.
Possiamo dire prima di tutto che segnerà la fine del mercato e di
tutte quelle istituzioni finanziarie e commerciali quali denaro, prezzi,
salario, banche, pubblicità.
Possiamo dire poi che, quando fattori quali costo e competizione
saranno stati aboliti, il mondo potrà programmare la produzione su basi
democratiche secondo il bisogno, attingendo liberamente alle risorse
mondiali e ai mezzi messi a disposizione dalla moderna tecnologia.
Possiamo dire che segnerà l'inizio del lavoro inteso come
cooperazione, come piacere, e non come fatica.
Possiamo dire che segnerà l'uguaglianza sociale di uomini e donne.
Possiamo dire che segnerà l'avvento della vera democrazia in ogni
aspetto della società e dell'esistenza individuale, e della libertà di
scegliere le proprie attività senza essere condizionati da decisioni
prese da altri sopra le nostre teste.
Possiamo dire che il socialismo sarà a livello mondiale, poiché non
ci sarà posto per nient'altro essendo il mondo, per quanto riguarda le
comunicazioni e la rapida diffusione delle idee, così ravvicinato che
quando il popolo di un paese sarà pronto per il socialismo, il resto del
mondo non potrà essere molto lontano.
Di più non possiamo dire tranne che, a parer nostro, l'istituzione di
una società mondiale fondata sulla proprietà comune delle risorse e sul
controllo democratico è l'unica soluzione ai problemi della vita
moderna. Questo potrà forse apparire un obiettivo remoto, ma più saranno
quelli a pensarla come noi e ad aiutare a diffondere le idee socialiste,
più presto questo obiettivo sarà raggiunto.
E se vi iscriverete nel Movimento Socialista Mondiale, vi troverete
ad essere membri di un'organizzazione politica unica, la sola ad essere
veramente democratica, senza capi, né segreti, in cui tutti i membri
sono uguali.
Un'organizzazione politica, insomma, che prefigura il modo in cui
sarà organizzata la società socialista.
*****
Discorso del
Presidente Allende alla radio, 11 settembre 1973
7.55, Radio Corporaciòn
Parla il Presidente della Repubblica dal
palazzo della Moneda.
"Viene segnalato da informazioni certe che un
settore della marina avrebbe isolato Valparaiso e che la città sarebbe stata
occupata. Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo
legittimamente costituito, Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del
cittadino. In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i
vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la
serenità.
Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo
nessun movimento straordinario di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato
dal capo della Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe
normale.
In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del
Governo, e ci resterò per difendere il Governo che rappresento per volontà del
Popolo. Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti,
vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la
risposta, che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di
difendere il regime costituito, espressione della volontà cittadina, e che
terranno fede alla dottrina che diede prestigio al Cile, prestigio che continua
a dargli la professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, nutro la
certezza che i soldati sapranno tener fede ai loro obblighi."
Comunque, il popolo e i lavoratori,
fondamentalmente, devono rimanere pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti
di lavoro, ascoltando l’appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il
compagno Presidente della Repubblica.
8:15 A.M.
Lavoratori del Cile:
Vi parla il Presidente della Repubblica. Le
notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano l’esistenza di
un’insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso.
Ho dato ordine alle truppe dell’Esercito di
dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista.
Devono aspettare le istruzioni emanate dalla
Presidenza.
State sicuri che il Presidente rimarrà nel
Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori.
State certi che farò rispettare la volontà del
popolo che mi ha affidato il comando della nazione fino al 4 novembre 1976.
Dovete rimanere vigili nei vostri posti di
lavoro in attesa di mie informazioni.
Le forze leali rispettose del giuramento fatto
alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe
fascista che minaccia la Patria.
8:45 A.M.
Compagni in ascolto:
La situazione è critica, siamo in presenza di
un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate.
In questo momento infausto voglio ricordarvi
alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con
assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia.
Non mi sento un martire, sono un lottatore
sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato.
Ma stiano sicuri coloro che vogliono far
regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non
essendo un martire, non retrocederò di un passo.
Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo
mettano in testa: lascerò la Moneda nel momento in cui porterò a termine il
mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e
difenderò il Governo perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato.
Non ho alternative.
Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la
volontà volta a portare a termine il programma del popolo.
Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua
strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno
molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si
fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.
Io avevo messo in conto questa possibilità, non
la offro né la facilito.
Il processo sociale non scomparirà se scompare
un dirigente.
Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla
fine non potrà fermarsi.
Compagni, rimanete attenti alle informazioni
nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo
né il suo posto di lavoro.
Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della
mia propria vita.
9:30 A.M. RADIO MAGALLANES
In questi momenti passano gli aerei.
Potrebbero mitragliarci.
Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il
nostro esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro
obblighi.
Io lo farò su mandato del popolo e su mandato
cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo
in elezioni libere e democratiche.
In nome dei più sacri interessi del popolo, in
nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede.
La storia non si ferma né con la repressione né
con il crimine.
Questa è una tappa che sarà superata.
Questo è un momento duro e difficile: è
possibile che ci schiaccino.
Ma il domani sarà del popolo, sarà dei
lavoratori.
L’umanità avanza verso la conquista di una vita
migliore.
Pagherò con la vita la difesa dei principi cari
a questa Patria.
Coloro i quali non hanno rispettato i loro
impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data e ha
rotto la dottrina delle Forze Armate.
Il popolo deve stare in allerta e vigile.
Non deve lasciarsi provocare, né deve lasciarsi
massacrare, ma deve anche difendere le proprie conquiste.
Deve difendere il diritto a costruire con il
proprio sforzo una vita degna e migliore.
9:10 A.M.
Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in
cui posso rivolgermi a voi.
La Forza Aerea ha bombardato le antenne di
Radio Magallanes.
Le mie parole non contengono amarezza bensì
disinganno.
Che siano esse un castigo morale per coloro che
hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari,
l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al
signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al
Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.
Di fronte a questi fatti non mi resta che dire
ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia,
pagherò con la vita la lealtà al popolo.
E vi dico con certezza che il seme affidato
alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato
completamente.
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i
processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.
La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio
ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete
sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di
giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.
In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui
posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il
capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima
affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il
generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore
sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il
potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta
donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che
seppe della nostra preoccupazione per i bambini.
Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai
professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione
auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che
difesero anche i vantaggi di una società capitalista.
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che
cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta.
Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al
contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel
nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli
attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie,
distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano
l’obbligo di procedere.
Erano d’accordo.
La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il
metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più.
Non importa.
Continuerete a sentirla.
Starò sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo
degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi.
Il popolo non deve farsi annientare né
crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e
nel suo destino.
Altri uomini supereranno questo momento grigio
e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.
Sappiate che, più prima che poi, si apriranno
di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una
società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i
lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo
che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione
morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.
Alcune riflessioni sulla transizione socialista
di Ernesto
Guevara
.pubblicata da Stefano Zecchinelli il giorno lunedì 17 ottobre 2011 alle ore
1.43.
http://www.facebook.com/groups/161542447270131/?id=164150153676027#!/notes/stefano-zecchinelli/alcune-riflessioni-sulla-transizione-socialista-di-ernesto-guevara/10150497621793662?notif_t=close_friend_activity
[...] Marx
individuava due fasi per arrivare al comunismo, la fase di transizione, detta
anche socialismo o prima fase del comunismo, e il comunismo, o comunismo
pienamente sviluppato. Partiva dall’idea che il capitalismo nel suo complesso
sarebbe giunto alla completa rottura una volta raggiunto uno sviluppo in cui le
forze produttive si sarebbero scontrate con i rapporti di produzione, ecc. ed
intravide la cosiddetta prima fase socialista sulla quale non si è soffermato a
lungo, ma che nella Critica al Programma di Gotha descrive come un sistema in
cui sono soppresse alcune categorie mercantili, frutto del fatto che la società
completamente sviluppata è passata alla nuova fase. Poi viene Lenin, la sua
teoria dello sviluppo diseguale, la teoria dell’anello debole e la sua
realizzazione nell’Unione Sovietica, con cui si instaura una nuova fase non
prevista da Marx. Prima fase di transizione, o fase della costruzione della
società socialista, che si trasforma poi in società socialista per passare ad
essere definitivamente la società comunista. I sovietici e i cecoslovacchi
pretendono di aver superato questa prima fase; io credo che oggettivamente non
sia così, dal momento che ancora esistono una serie di proprietà private in
Unione Sovietica e, sicuramente, in Cecoslovacchia. Tuttavia, la cosa importante
non è questa, ma che non si è creata l’economia politica di tutta questa fase e
che quindi non è stata studiata. Dopo molti anni di sviluppo della sua economia
in una determinata direzione, hanno trasformato una serie di fatti palpabili
della realtà sovietica in presunte leggi che sorreggono la vita della società
socialista, e credo che stia qui uno degli errori principali. La cosa più
importante, secondo la mia concezione, si instaura però nel momento in cui
Lenin, sotto la pressione dell’immenso cumulo di pericoli e di difficoltà che si
addensavano sull’Unione Sovietica, dal fallimento di una politica economica che
era estremamente difficoltoso portare in un’altra direzione, ritorna sui propri
passi ed introduce la NEP, tornando a riaprire la porta a vecchi rapporti di
produzione capitalista. Lenin si basava sull’esistenza di cinque stadi nella
società zarista, ereditati dal nuovo Stato.
Ciò che è
indispensabile sottolineare è l’esistenza di due Lenin (forse tre),
completamente differenti: quello la cui storia finisce specificamente nel
momento in cui finisce di scrivere le ultime righe di Stato e Rivoluzione, in
cui dice che è molto più importante farla che parlarne, e quello successivo che
deve affrontare i problemi reali. Noi indicavamo che probabilmente c’era una
fase intermedia di Lenin, in cui non aveva ancora rivisto tutte le concezioni
teoriche che avevano guidato la sua azione fino al momento della rivoluzione. In
ogni caso, dal 1921 in avanti, e fino a poco prima della sua morte, Lenin inizia
il percorso che conduce alla creazione della NEP e che porta l’intero paese ai
rapporti di produzione che configurano quello che Lenin chiamava il capitalismo
di Stato ma che in realtà si può anche chiamare capitalismo premonopolistico
rispetto all’ordinamento dei rapporti economici. Nelle ultime fasi della vita di
Lenin, se si legge attentamente si nota una grande tensione; c’è una lettera
molto interessante al Presidente della Banca in cui Lenin ironizza su presunti
profitti di questa ed avanza la critica dei pagamenti tra imprese e dei guadagni
tra imprese (carte che passano da una parte all’altra). Questo Lenin, angosciato
tra l’altro dalle divisioni che scorge nel partito, non ha fiducia nel futuro.
Pur essendo una cosa del tutto soggettiva, ho l’impressione che se Lenin fosse
vissuto per dirigere il processo di cui era il protagonista principale e che
teneva completamente nelle sue mani, avrebbe via via modificato con notevole
rapidità i rapporti instaurati dalla Nuova Politica Economica. Molte volte,
nell’ultimo periodo, si parlava di copiare alcune cose dal capitalismo, ma in
quel momento nel capitalismo erano in auge certi aspetti dello sfruttamento, ad
esempio il taylorismo, che oggi non ci sono; in realtà, il taylorismo non è
diverso dallo stacanovismo, puro e semplice lavoro a cottimo o, per meglio dire,
lavoro a cottimo rivestito di una serie di orpelli, e quel tipo di remunerazione
fu scoperto nel primo piano dell’Unione Sovietica come un’invenzione della
società sovietica. Il fatto vero è che tutta l’impalcatura giuridico- economica
dell’attuale società sovietica parte dalla Nuova Politica Economica; in essa si
conservano i vecchi rapporti capitalistici, restano le vecchie categorie del
capitalismo, esiste cioè la merce, esiste, in certo modo, il profitto,
l’interesse riscosso dalle banche ed esiste, naturalmente, l’interesse materiale
diretto dei lavoratori. A mio modo di vedere, tutto questo impianto, tutto
questo appartiene a quello che potremmo chiamare, come ho già detto, un
capitalismo premonopolistico. Nella Russia zarista, le tecniche di direzione e
la concentrazione di capitali non erano ancora così grandi da consentire lo
sviluppo dei grandi trust. Erano ancora nell’epoca delle fabbriche isolate,
delle unità autonome, praticamente una cosa che è impossibile ritrovare, ad
esempio, nell’odierna industria nordamericana. Oggi cioè, negli Stati Uniti ci
sono solo tre società che producono automobili: la Ford, la General Motors e
l’insieme di tutte le piccole imprese – piccole rispetto a quello che sono gli
Stati Uniti – che si sono unite tra loro per cercare di sopravvivere. Niente di
simile accadeva nella Russia dell’epoca, ma quale è il difetto di fondo
dell’intero sistema? Il fatto che limita la possibilità dello sviluppo
attraverso la concorrenza capitalistica, ma non ne liquida le categorie né ne
introduce altre di carattere superiore. L’interesse materiale individuale era
l’arma capitalistica per eccellenza, che oggi si pretende di ergere a categoria
fondamentale di sviluppo, limitato però dall’esistenza di una società in cui non
si ammette lo sfruttamento. In queste condizioni, l’essere umano non sviluppa
tutte le sue fantastiche capacità produttive, né si sviluppa esso stesso come
costruttore cosciente della nuova società.
E, per essere
coerenti con l’interesse materiale, questo si instaura anche nella sfera
improduttiva e in quella dei servizi [...].
Probabilmente
è questa la spiegazione, quella dell’interesse materiale dei dirigenti,
principio della corruzione, ma che è in ogni caso coerente con l’intera linea di
sviluppo adottata, in cui l’incentivo individuale finisce per diventare l’asse
motore, perché è lì, nell’individuo, che con l’interesse materiale diretto si
cerca di aumentare la produzione o l’efficienza.
Il sistema,
per altro verso, conosce ostacoli seri per la sua automaticità; la legge del
valore non può giocare liberamente perché non ha un libero mercato in cui
competano produttori redditizi o meno, efficienti o inefficienti, e i secondi
spariscano per inanità. È indispensabile garantire una serie di prodotti, di
prezzi, alla popolazione, ecc. e se si decide che la redditività debba essere
generalizzata per tutte le unità, si cambia il sistema dei prezzi, si
stabiliscono nuovi rapporti e si perde completamente quello con il valore del
capitalismo che, indipendentemente dalla fase monopolistica, mantiene ancora la
sua caratteristica di fondo di farsi guidare dal mercato e di essere una specie
di circo romano in cui vincono i più forti (in questo caso i più forti sono
quelli che possiedono una tecnica più elevata). Tutto questo è andato producendo
lo sviluppo vertiginoso del capitalismo e una serie di nuove tecnologie
completamente distanti dalle vecchie tecniche di produzione. L’Unione Sovietica
confronta il proprio progresso con gli Stati Uniti e dice che si produce più
acciaio che in quel paese, ma negli Stati Uniti non c’è stata paralisi dello
sviluppo. Che cosa succede, allora? Semplicemente che l’acciaio non è ormai il
criterio fondamentale di misura dell’efficienza di un paese, perché c’è la
chimica, l’automatizzazione, ci sono i metalli non ferrosi e, a parte questo, va
anche vista la qualità degli acciai. Gli Stati Uniti producono meno, ma
producono grandi quantitativi di acciaio di qualità molto superiore. La
tecnologia è rimasta relativamente stagnante, nella stragrande maggioranza dei
settori economici sovietici. Come mai? Perché si è dovuto creare un meccanismo e
renderlo automatico, stabilire le regole del gioco, in cui il mercato non opera
più con la sua implacabilità capitalistica, ma i meccanismi che sono stati
concepiti in sostituzione sono fossilizzati e di lì parte il disordine
tecnologico. Manca l’ingrediente della concorrenza, che non è stato sostituito;
dopo i brillantissimi successi che ottengono le nuove società grazie allo
spirito rivoluzionario dei primi momenti, la tecnologia smette di essere il
fattore propulsivo della società. Questo non avviene nel settore della difesa.
Perché? Perché è un ramo in cui non esiste la redditività come norma di rapporto
e in cui tutto è strutturalmente messo al servizio della società per realizzare
le principali creazioni dell’uomo per la sua sopravvivenza e per quella della
società in formazione. Qui, però, il meccanismo torna a mostrare falle; i
capitalisti tengono l’apparato della difesa saldamente legato a quello
produttivo, visto che si tratta delle stesse società, di affari gemelli e tutti
i principali progressi realizzati nella scienza bellica si trasferiscono
immediatamente nella tecnologia della pace e i beni di consumo compiono salti di
qualità davvero giganteschi. In Unione Sovietica non avviene niente di tutto
questo, si tratta di due compartimenti stagni e il sistema di sviluppo
scientifico del settore militare serve molto limitatamente per quello civile.
Questi
errori, giustificabili nella società sovietica, la prima ad avviare
l’esperimento, si trapiantano in società ben più sviluppate, o semplicemente
diverse, e si arriva a un vicolo cieco provocando reazioni degli altri Stati. Il
primo paese a ribellarsi è stato la Jugoslavia, seguita poi dalla Polonia e in
questa direzione stanno andando la Germania e la Cecoslovacchia, lasciando da
parte per le sue particolari caratteristiche la Romania. Che cosa succede? Si
rivelano ostili al sistema, ma nessuno ha indagato dove stia la radice del male;
lo si attribuisce alla pesante tara burocratica, all’eccessivo accentramento
degli apparati, si lotta contro la loro centralizzazione e le imprese ottengono
una serie di vittorie e un’autonomia sempre crescente nella lotta per un libero
mercato.
Chi si batte
per questo? Lasciando da parte gli ideologi e i tecnici che, da un punto di
vista scientifico, analizzano il problema, le stesse unità produttive, le più
efficienti, rivendicano la loro indipendenza. La cosa somiglia
straordinariamente alla lotta che conducono i capitalisti contro gli Stati
borghesi che controllano determinate attività. I capitalisti concordano che lo
Stato debba avere qualcosa, e questo qualcosa sono i servizi nei quali non si
guadagna o che servono all’intero paese, ma tutto il resto deve stare in mani
private. Lo spirito è lo stesso; oggettivamente, lo Stato comincia a diventare
uno Stato che tutela i rapporti tra capitalisti. Naturalmente, per misurare
l’efficienza si sta utilizzando in misura crescente la legge del valore, che è
la legge fondamentale del capitalismo; è la legge che accompagna, che è
intimamente connessa alla merce, cellula economica del capitalismo. Acquisendo
la merce e la legge del valore le loro piene attribuzioni, si produce il
riassetto dell’economia in accordo con l’efficienza dei diversi settori e delle
diverse unità e quei settori e quelle unità che non sono abbastanza efficienti
spariscono.
Si chiudono
fabbriche ed emigrano lavoratori jugoslavi (ed ora polacchi) verso i paesi
dell’Europa occidentale in piena espansione economica. Sono schiavi che i paesi
socialisti inviano come offerta allo sviluppo economico del Mercato Comune
Europeo.
Noi
pretendiamo che il nostro sistema raccolga le due linee di fondo del pensiero da
seguire per arrivare al comunismo. Il comunismo è un fenomeno di coscienza, non
vi si arriva mediante un salto nel vuoto, una trasformazione della qualità
produttiva o il semplice scontro tra forze produttive e rapporti di produzione.
Il comunismo è un fatto di coscienza e occorre sviluppare tale coscienza
nell’essere umano, di cui l’educazione individuale e collettiva al comunismo è
una parte ad esso consustanziale. Non possiamo parlare in termini quantitativi
economicamente; forse potremmo essere nelle condizioni di pervenire al comunismo
entro alcuni anni, prima che gli Stati Uniti siano usciti dal capitalismo. Non
possiamo misurare in termini di risorse pro capite la possibilità di entrare
nella fase comunista; non esiste una totale coincidenza tra queste risorse e la
società comunista. La Cina ci metterà centinaia di anni per avere il reddito pro
capite degli Stati Uniti. Pur considerando che il reddito pro capite sia
un’astrazione, se si misura il salario medio degli operai nordamericani, anche
tenendo conto dei disoccupati, dei negri, quel tenore di vita è talmente elevato
che alla maggior parte dei nostri paesi costerà molto raggiungerlo. Eppure, ci
stiamo incamminando verso il comunismo.
L’altro
aspetto è quello della tecnica; coscienza più produzione di beni materiali è
comunismo. Bene, ma che cos’è la produzione se non lo sfruttamento sempre
maggiore della tecnica; e che cos’è lo sfruttamento sempre maggiore della
tecnica se non la concentrazione sempre più favolosa di capitali, cioè una
concentrazione crescente di capitale fisso o lavoro congelato rispetto al
capitale variabile o lavoro vivo. È il fenomeno che si sta manifestando nel
capitalismo sviluppato, nell’imperialismo. L’imperialismo non è crollato grazie
alla sua capacità di estrarre profitti, risorse, dai paesi dipendenti, e di
esportarvi conflitti, contraddizioni, grazie all’alleanza con la classe operaia
degli stessi paesi sviluppati contro l’insieme di quelli dipendenti. Nel
capitalismo sviluppato ci sono i germi tecnici del socialismo ben più che nel
vecchio sistema del cosiddetto calcolo economico, a propria volta erede di un
capitalismo ormai superato in sé e che è stato però preso a modello dello
sviluppo socialista. Dovremmo, in fondo, guardare nello specchio in cui si
stanno riflettendo una serie di tecniche produttive corrette che non sono ancora
entrate in urto con i relativi rapporti di produzione. Si potrebbe argomentare
che non lo hanno fatto per l’esistenza di questo sfogo che è l’imperialismo su
scala mondiale, ma in definitiva questo implicherebbe alcune correzioni nel
sistema e noi riprendiamo solo le linee generali. Per dare un’idea della
straordinaria differenza pratica che c’è oggi tra il capitalismo e il socialismo
si può citare il caso dell’automazione; mentre nei paesi capitalistici questa
avanza fino ad estremi veramente vertiginosi, nel socialismo sono molto più
arretrati. Si potrebbe parlare della serie di problemi che affronteranno i
capitalisti nell’immediato futuro a causa della lotta dei lavoratori contro la
disoccupazione, un fatto a quanto pare esatto, ma quel che è sicuro è che oggi
il capitalismo si sviluppa su questa via più rapidamente del socialismo.
La Standard
Oil, ad esempio, se ha bisogno di riammodernare una fabbrica, la ferma e dà ai
lavoratori una serie di compensazioni. La fabbrica sta ferma un anno, installa i
nuovi impianti e riprende con maggiore efficienza. Che cosa succede, finora, in
Unione Sovietica? All’Accademia delle Scienze di quel paese si sono accumulati
centinaia e forse migliaia di progetti di automatizzazione che non si possono
tradurre in pratica perché i dirigenti delle fabbriche non si possono permettere
il lusso che il loro piano stia fermo per un anno e trattandosi di un problema
di realizzazione del piano a una fabbrica automatizzata richiederebbero una
maggiore produzione, e allora in sostanza non le interessa l’aumento della
produttività. Chiaro che la cosa si potrebbe risolvere dal punto di vista
pratico concedendo maggiori incentivi alle fabbriche automatizzate; si tratta
del sistema Libermann e dei sistemi che si stanno cominciando a impiantare nella
Germania Democratica, ma tutto questo indica il livello di soggettivismo in cui
si può cadere e l’assenza di precisione tecnica nel manovrare l’economia.
Bisogna subire molti duri colpi della realtà per cominciare a cambiare; e
cambiare sempre l’aspetto esteriore, quello più vistosamente negativo, ma non la
sostanza reale delle difficoltà che ci sono oggi, e cioè una concezione
sbagliata dell’uomo comunista, basata su una lunga esperienza che tenderà e
tende a fare dell’uomo un fattore numerico di produzione economica tramite
l’asse portante dell’interesse materiale.
Nella parte
tecnica, il nostro sistema cerca di prendere quanto i capitalisti hanno di più
avanzato e deve perciò tendere alla centralizzazione. La centralizzazione non
equivale a un assoluto; per farla in maniera intelligente bisogna lavorare in
accordo con le possibilità. Si potrebbe dire, centralizzare per quanto lo
permettano le possibilità; questo guida la nostra azione. Questo consente un
risparmio amministrativo, di manodopera, consente una migliore utilizzazione
degli impianti avvalendoci di tecniche conosciute. Non si può fare una fabbrica
di scarpe che, installata all’Avana, distribuisce il prodotto all’intera
repubblica, perché in mezzo c’è un problema di trasporto. L’impiego della
fabbrica, la sua dimensione ottimale dipendono dagli elementi di analisi
tecnico-economici. Cerchiamo di arrivare ad eliminare, per quanto possibile, le
categorie capitalistiche, per cui non consideriamo un atto mercantile il
transito di un prodotto per fabbriche socialiste. Perché questo sia efficace
dobbiamo operare l’intera ristrutturazione dei prezzi. Queste cose le ho
pubblicate,[2] per cui non ho altro da aggiungere a quel poco che abbiamo
scritto, salvo che dobbiamo indagare parecchio su questi punti.
In sintesi,
eliminare le categorie capitalistiche: merci tra imprese, interesse bancario,
interesse materiale diretto come asse, ecc. e riprendere gli ultimi progressi
amministrativi e tecnologici del capitalismo, questa è la nostra aspirazione.
Ci si può
dire che tutte queste nostre presunzioni equivarrebbero anche a pretendere di
avere qui, perché ce l’hanno gli Stati Uniti, un Empire State ed è ovvio che non
possiamo avere un Empire State, ma possiamo certamente avere molti dei progressi
che presentano i grattacieli nordamericani e le loro tecniche di costruzione,
pur facendoli più piccoli. Non possiamo avere una General Motors che ha più
impiegati dell’intero Ministero dell’Industria nel suo insieme, ma possiamo
avere un’organizzazione, e di fatto la abbiamo, simile a quella della General
Motors. Sul problema della tecnica amministrativa sta influendo la tecnologia;
tecnologia e tecnica di amministrazione sono andate cambiando di continuo,
intimamente connesse nel corso del processo di sviluppo del capitalismo, laddove
nel socialismo si sono scisse come due diversi aspetti del problema ed uno di
essi è rimasto completamente statico. Quando si sono resi conto dei grossolani
errori tecnici nell’amministrazione, cercano nei dintorni e scoprono il
capitalismo.
Insistendo, i
due problemi di fondo che ci affliggono, nel nostro Sistema di Bilancio, sono la
creazione dell’uomo comunista e la creazione dell’ambiente materiale comunista,
due pilastri che stanno uniti attraverso l’edificio che debbono sorreggere.
C’è una
grossa lacuna nel nostro sistema; come integrare l’uomo al suo lavoro in maniera
che non sia necessario ricorrere a quello che chiamiamo il disincentivo
materiale, come far sì che ogni operaio senta l’esigenza vitale di sostenere la
sua rivoluzione e che il suo lavoro, al tempo stesso, sia un piacere; che senta
quello che noi tutti sentiamo qui in alto.
Se è un
problema di campo visivo e soltanto chi ha la missione, la capacità del grande
costruttore può interessarsi al lavoro che fa, saremmo condannati al fatto che
un tornitore o una segretaria non lavorerebbero mai con entusiasmo. Se la
soluzione stesse nella possibilità di sviluppo di questo stesso operaio in senso
materiale, staremmo molto male.
Quel che è
certo è che oggi non esiste una piena identificazione con il lavoro e credo che
parte delle critiche che ci fanno siano ragionevoli, anche se non lo è il loro
contenuto ideologico. E cioè: ci si rivolge la critica che i lavoratori non
partecipano alla confezione dei piani, all’amministrazione delle unità statali,
ecc., il che è vero, ma ne ricavano la conclusione che questo si debba al fatto
che non sono materialmente interessati ad esse, che sono ai margini della
produzione. Il rimedio che si ricerca per questo è che gli operai dirigano le
fabbriche e siano responsabili di queste dal punto di vista monetario. che
abbiano i loro incentivi e disincentivi d’accordo con la gestione. Credi stia
qui il nocciolo della questione; per noi è sbagliato pretendere che gli operai
dirigano le unità; nessun operaio deve dirigere le unità, uno tra tutti come
rappresentante degli altri, se si vuole, ma rappresentante di tutti rispetto
alla funzione che gli si assegna, alla responsabilità o all’onore che gli si
conferisce, non come rappresentante di tutta l’unità di fronte alla grande unità
dello Stato, in forma contrapposta. In una pianificazione centralizzata,
corretta, è molto importante l’impiego razionale di ciascuno dei distinti
elementi della produzione e la produzione che si farà non può dipendere da una
assemblea di operai o dal criterio di un operaio. Naturalmente, quanto minor
conoscenza vi sia nell’apparato centrale e nei vari livelli intermedi,
l’intervento degli operai dal punto di vista pratico è molto utile.
Questo è un
dato reale, ma la nostra pratica ci ha insegnato due cose secondo noi
assiomatiche; un quadro tecnico ben collocato può fare ben di più di tutti gli
operai di una fabbrica, e un quadro dirigente collocato in una fabbrica può
cambiare completamente le caratteristiche di questa, in un senso o nell’altro.
Gli esempio sono innumerevoli, e ormai li conosciamo nell’intera economia e non
solo in questo Ministero. Torna a riproporsi ancora una volta il problema:
perché un quadro dirigente può cambiare tutto? Perché fa lavorare tecnicamente,
vale a dire amministrativamente meglio l’intero complesso dei suoi impiegati, o
perché offre partecipazione a tutti gli impiegati in modo che questi sentano uno
spirito nuovo, provino un nuovo entusiasmo lavorativo, o per il combinarsi di
entrambe le cose? Noi non abbiamo ancora trovato risposta e credo che la cosa
vada ancora studiata un po’ di più. La risposta deve essere intimamente connessa
all’economia politica di questa fase e anche il modo in cui si affrontano queste
questioni deve essere organico e coerente con l’economia politica [...].
(Traduzione
di Titti Pierini)