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vedi anche:  Discorso del Presidente Allende alla radio, 11 settembre 1973

Alcune riflessioni sulla transizione socialista  di Ernesto Guevara

 

Che cos'è il Socialismo 

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Nel corso degli anni, la parola Socialismo è venuta a definire gli obiettivi e i principi di svariate organizzazioni, e il regime politico di numerosi Stati. La stragrande maggioranza degli italiani associa oggi l'idea del socialismo a partiti come i Ds, il PRC o altri dell'estrema sinistra, oppure a paesi come la Cina, Cuba o la Russia nei giorni dell'Unione Sovietica.

Il Movimento Socialista Mondiale, dal canto suo, si dissocia dalle suddette forme di 'socialismo'. Ha sempre definito il socialismo come una società democratica, senza denaro, estesa a tutto il mondo, fondata sul libero accesso di tutti alle ricchezze secondo i bisogni autodeterminati di ognuno. Ha sempre dichiarato che il socialismo può essere realizzato soltanto con mezzi democratici: quando tutti voteranno consapevolmente per abolire il sistema sociale esistente sostituendolo con un altro, interamente nuovo, profondamente diverso.

Tuttavia, prima che questa definizione di socialismo, e del modo in cui è possibile realizzarlo. possa essere compresa appieno, è opportuno esporre il nostro punto di vista sull'attuale sistema sociale, e le ragioni per cui riteniamo che tale sistema debba essere abolito.

La Società attuale

Noi chiamiamo l'attuale sistema sociale capitalismo. E per capitalismo intendiamo una società fondata sulla proprietà privata o statale dei mezzi di produzione e distribuzione, una società regolata dalle leggi del mercato.

Malgrado le etichette, il capitalismo esiste dappertutto nel mondo - in Italia, in America e nel resto dell'Occidente, in Russia e anche in Cina e a Cuba. Non esiste da sempre, né esisterà per sempre. Non si tratta di una malefica cospirazione ai danni dell'umanità ma di un ordinamento sociale che è stato necessario all'evoluzione dell'umanità stessa. Basti pensare agli eccezionali progressi compiuti nell'ambito della scienza e della tecnica, allo sviluppo dei sistemi di comunicazione, all'acculturamento di vastissime fasce di popolazione fino a un livello molto elevato di conoscenze e di capacità di adattamento.

Ma il capitalismo non ha saputo né potuto applicare tali progressi a beneficio della maggioranza. Non ha saputo unire il mondo politicamente, come si può vedere dal gran numero di guerre in corso e dalla costante possibilità di una grande guerra che rischia di cancellare l'umanità intera dalla faccia della terra. Non ha saputo usare scienza e tecnologia per assicurare alla gente attività utili e dignitose che appaghino e soddisfino. Anzi, è riuscito a rendere il lavoro maledetto, giacché lavorare viene per molti a identificarsi con la parte più sgradevole dell'esistenza.

In conclusione, il capitalismo ha saputo creare una potenziale abbondanza di ricchezze capaci di soddisfare su vastissima scala i bisogni dell'umanità, senza però riuscire a mettere in pratica tale potenziale. Questo avviene poiché il sistema economico capitalista è strutturato in modo tale da non permettere una libera distribuzione delle ricchezze, che vengono invece razionate a seconda delle necessità del mercato e del sistema salariale.

Inoltre, alla minaccia dell'abbondanza, reagisce in maniera semplicemente assurda, come si può vedere dall'enorme problema creato da milioni di tonnellate di surplus alimentare quando milioni di persone stanno morendo di fame.

Sfruttamento

Anche in quei paesi economicamente avanzati dell'Occidente (quali l'Italia, l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'America, ecc.) in cui le forme più abiette di miseria sono state risolte, il capitalismo opera, come ha sempre operato dovunque, sfruttando la maggioranza della popolazione.

Questo non significa che i lavoratori guadagnino un salario da fame o che vivano nelle stesse condizioni del diciannovesimo secolo, né che i padroni riescono a fare un profitto troppo alto. Vuol dire semplicemente che i lavoratori costituiscono una fonte di ricchezza che viene loro sottratta, che essi producono più ricchezza di quella che ricevono sotto forma di salario. Questo può sembrare ovvio, eppure moltissime persone, condizionate dalla loro educazione e dai mass-media, credono che ci si debba considerare estremamente fortunati quando imprenditori generosi o governi ben intenzionati offrono possibilità di impiego.

La verità è che le ricchezze mondiali sono prodotte ma non possedute da quella vasta maggioranza che per vivere è costretta a vendere la propria forza lavoro a un padrone in cambio di uno stipendio o di un salario. E, nonostante che le condizioni di vita siano migliorate in maniera eclatante nel corso degli ultimi decenni, una piccola minoranza della popolazione continua a possedere la grande maggioranza delle ricchezze.

La Classe Lavoratrice

Chiamiamo classe lavoratrice questa grande maggioranza di persone che produce le ricchezze ma ne possiede solo una parte minima. Con questo termine molti intendono esclusivamente la classe operaia, cioè quel gruppo definito da un tipo di occupazione particolare, da un certo grado di istruzione e, persino da connotati specifici quali le maniere e il modo di parlare. Per i socialisti, la classe lavoratrice include tutti coloro che per necessità economica sono costretti a vendere le proprie energie allo scopo di guadagnarsi da vivere.

La classe lavoratrice è perciò essenzialmente una classe di salariati e stipendiati e, in quanto tale, oltre agli operai, include gli impiegati, gli statali, gli insegnanti, e medici, e così via. Gli interessi di questa classe sono diametralmente opposti a quelli dell'altra classe in cui la società e divisa: la classe capitalista, che comprende coloro che possiedono terre, fabbriche, industrie, uffici, ecc. e che possono, se scelgono, permettersi di vivere senza bisogno di vendere le loro capacità a un datore di lavoro.

Ciò che va a vantaggio dei capitalisti va a svantaggio dei lavoratori e viceversa: più bassa la paga per i lavoratori, più alto il profitto per i capitalisti; più alta la paga, più basso il profitto. Sarebbe sciocco, però, avercela personalmente coi capitalisti. Qui si vuol solo dire che, con tutta la buona volontà del mondo, non si può evitare che fra gli interessi della classe lavoratrice e della classe capitalista sussista un antagonismo irriducibile. La società in cui viviamo, insomma, è una società divisa in due classi.

Lotta di Classe Sindacati

Finché la società sarà divisa in classi esisterà la lotta di classe la cui espressione più caratteristica è lo sciopero. Un'azione simile è spiacevole ma inevitabile se gli operai vogliono difendere il loro tenore di vita ed eventualmente migliorarlo. I lavoratori non la cercano, né i socialisti ne godono. Bisogna aggiungere, tuttavia, che, sebbene lo sciopero sia una strategia necessaria per la difesa della classe lavoratrice, costituisce un'arma assai limitata, in quanto gli aumenti di paga possono essere negoziati soltanto entro stretti limiti.

Bisogna sottolineare inoltre che l'opera dei sindacati non costituisce affatto una minaccia per l'esistenza del capitalismo. Al contrario, in quanto organizzazioni create per mercanteggiare con i padroni sulla paga e condizioni di lavoro i sindacati giocano una parte essenziale nel funzionamento del sistema capitalista.

Le Riforme

Oltre alla continua lotta di classe fra padroni e lavoratori per ottenere paghe più alte e migliori condizioni di lavoro, il sistema capitalista genera ulteriori drammatici problemi. Minacce di guerra, disoccupazione, inflazione, merci ed abitazioni scadenti, angoscia, solitudine e noia, sono tutti problemi che contribuiscono a comporre il quadro di una società afflitta da conflitti irrisolti in cui la qualità della vita è insoddisfacente, perennemente angustiata da un senso di frustrazione e insicurezza.

Spesso e volentieri i vari partiti della scena politica promuovono riforme. Ma una volta entrate in vigore, queste molto spesso non sortono l'effetto sperato e, ad un esame accurato, si rivelano esse stesse prodotti del sistema. tese a far funzionare meglio il meccanismo di sfruttamento e di profitto. Prendiamo ad esempio la Mutua: da un lato serve per rimettere in salute i lavoratori malati e rispedirli il più rapidamente possibile ai loro posti di lavoro in ufficio o in fabbrica; dall'altro serve per mantenerli in buon ordine di marcia, affinché possano esplicare efficacemente le loro mansioni e creare profitto a chi li impiega.

Ci sono molti che, in buonafede, ritengono che, pur mantenendo come obiettivo ultimo la realizzazione di una società socialista, bisogna lottare nel frattempo per ottenere delle riforme. In realtà questa strategia è un modo per ritardare ad infinitum quel momento e per disperdere energie, che potrebbero essere utilmente impiegate per attuare il socialismo in un imminente futuro, in attività dai risultati incerti che, in ultima analisi, servono a rafforzare il sistema esistente invece che ad abolirlo. Per cui la funzione dei socialisti non è di propagandare riforme e cercare di conquistare in questo modo l'appoggio dei lavoratori.

Finora è stato relativamente semplice incanalare l'insoddisfazione dei lavoratori in una direzione riformista, anziché socialista; c'è persino chi dice che nel complesso i lavoratori sono soddisfatti di come stanno le cose. In realtà, più che soddisfatti, bisognerebbe dire apatici. Quello che la maggior parte delle persone desiderano è una vita tranquilla e sicura per se stessi e per le loro famiglie, ma il sistema capitalista non lo permette. Questa aspirazione viene continuamente frustrata da crisi economiche, riorganizzazione del lavoro, criminalità e violenza, e dal perenne fermento di un sistema intrinsecamente dinamico e competitivo quale è quello capitalista. A questo la gente reagisce rifugiandosi nell'apatia e nel qualunquismo, perché è stata abituata ad accettare che le decisioni vengano prese per loro, arbitrariamente, dall'alto, e si sente impotente ad agire con la propria testa. Ricorre allora a palliativi come ad esempio la televisione, la droga, la febbrile corsa al successo, illudendo se stessa e gli altri di essere 'felice' in questo modo.

Ma le cose non miglioreranno e in ultima analisi ci troveremo a dover affrontare il problema alla radice: abolire il sistema capitalista e instaurare, collettivamente, il socialismo.

Il Socialismo Nascerà dal Capitalismo

Chi ci garantisce che questo avverrà? Nessuno, certamente. Però esistono delle tendenze, all'interno del sistema stesso, che rendono tale svolta altamente probabile.

Il capitalismo ha già creato una classe lavoratrice ben organizzata e ben qualificata che ha in mano l'intera attività produttiva, amministrativa ed educativa del mondo avanzato e che, a causa della posizione subordinata in cui è tenuta, è continuamente portata a mettere in discussione lo status quo. Ha inoltre prodotto e continua a produrre le condizioni materiali necessarie all'unificazione della società su scala mondiale, cioè una sempre più efficace rete di comunicazioni e una potenziale capacità di produrre beni in abbondanza. Molti degli stessi problemi causati dal capitalismo, quali l'inquinamento, la minaccia di una guerra nucleare, il terrorismo, la recessione, ecc. sono problemi sentiti a livello mondiale e, per tale ragione, contribuiscono a sensibilizzare l'opinione pubblica delle più svariate parti dei mondo circa il bisogno di trovare soluzioni globali.

Nessuna di queste tendenze può garantire in se stessa l'imminente avvento di una società socialista a livello mondiale, ma, come abbiamo accennato, il capitalismo è un sistema dinamico, in continua evoluzione, che non conosce niente di sacro e di stabile e che continuerà a generare dal suo interno germi e tendenze che porteranno alla diffusione delle idee socialiste.

Come Realizzare il Socialismo

Poiché per socialismo intendiamo una società interamente democratica in cui la maggioranza prenderà le decisioni con pieno diritto di dissenso per le minoranze, ne consegue che il socialismo può essere realizzato soltanto democraticamente, cioè quando la maggioranza lo avrà compreso e voluto.

Il socialismo non può esser donato al mondo da un'élite che pensa di sapere quale sia il bene della maggioranza. La rivoluzione effettuata da una minoranza può soltanto fallire e condurre a un ennesimo esempio di governo minoritario di stampo capitalista, come accadde in Russia nel 1917 e più tardi in Cina. Tali paesi venivano chiamati socialisti ma era più esatto chiamare il loro sistema capitalismo di stato.

Essendo una rivoluzione della maggioranza, per realizzare il socialismo non c'è bisogno di usare la violenza. La romantica visione di lotte per le strade e di barricate appartiene ormai ai tempi passati. Oggi non ci sarebbe nessuna barricata abbastanza robusta per contrastare la forza dello Stato moderno e, in ogni caso, non ci sarà bisogno di ricorrere a mezzi violenti, giacché nei paesi avanzati, dove la classe lavoratrice è più numerosa e organizzata, essa ha a disposizione certi elementari diritti politici che il sistema stesso è stato costretto a concedere, in particolare il voto. Per cui, quando la maggioranza avrà deciso di volere il socialismo, non dovrà far altro che organizzarsi in un partito democratico, senza leader (come è organizzato attualmente il Movimento Socialista Mondiale) e usare le urne per mandare i suoi rappresentanti in Parlamento con l'incarico non di formare un nuovo governo ma di abolire il capitalismo e tutto il meccanismo dello Stato che ne è l'espressione.

Gli scettici a questo punto si chiederanno: e la classe capitalista lo permetterà? La nostra risposta è: che potrà fare per opporsi a una maggioranza politicamente consapevole composta da ogni settore della classe lavoratrice, polizia ed esercito inclusi?

Come sarà il Socialismo

Come sarà il socialismo una volta che verrà stabilito? Ovviamente non siamo in grado di esporre in ogni dettaglio quale sarà il programma democraticamente definito a cui si atterrà la maggioranza che avrà realizzato e che vivrà nella nuova società socialista. Ma possiamo dare un'idea globale della sua natura.

Possiamo dire prima di tutto che segnerà la fine del mercato e di tutte quelle istituzioni finanziarie e commerciali quali denaro, prezzi, salario, banche, pubblicità.

Possiamo dire poi che, quando fattori quali costo e competizione saranno stati aboliti, il mondo potrà programmare la produzione su basi democratiche secondo il bisogno, attingendo liberamente alle risorse mondiali e ai mezzi messi a disposizione dalla moderna tecnologia.

Possiamo dire che segnerà l'inizio del lavoro inteso come cooperazione, come piacere, e non come fatica.

Possiamo dire che segnerà l'uguaglianza sociale di uomini e donne.

Possiamo dire che segnerà l'avvento della vera democrazia in ogni aspetto della società e dell'esistenza individuale, e della libertà di scegliere le proprie attività senza essere condizionati da decisioni prese da altri sopra le nostre teste.

Possiamo dire che il socialismo sarà a livello mondiale, poiché non ci sarà posto per nient'altro essendo il mondo, per quanto riguarda le comunicazioni e la rapida diffusione delle idee, così ravvicinato che quando il popolo di un paese sarà pronto per il socialismo, il resto del mondo non potrà essere molto lontano.

Di più non possiamo dire tranne che, a parer nostro, l'istituzione di una società mondiale fondata sulla proprietà comune delle risorse e sul controllo democratico è l'unica soluzione ai problemi della vita moderna. Questo potrà forse apparire un obiettivo remoto, ma più saranno quelli a pensarla come noi e ad aiutare a diffondere le idee socialiste, più presto questo obiettivo sarà raggiunto.

E se vi iscriverete nel Movimento Socialista Mondiale, vi troverete ad essere membri di un'organizzazione politica unica, la sola ad essere veramente democratica, senza capi, né segreti, in cui tutti i membri sono uguali.

Un'organizzazione politica, insomma, che prefigura il modo in cui sarà organizzata la società socialista.

                                                                 *****

 Discorso del Presidente Allende alla radio, 11 settembre 1973

7.55, Radio Corporaciòn

Parla il Presidente della Repubblica dal palazzo della Moneda.

"Viene segnalato da informazioni certe che un settore della marina avrebbe isolato Valparaiso e che la città sarebbe stata occupata. Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo legittimamente costituito, Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del cittadino. In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la serenità.

Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato dal capo della Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe normale.

In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del Governo, e ci resterò per difendere il Governo che rappresento per volontà del Popolo. Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la risposta, che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime costituito, espressione della volontà cittadina, e che terranno fede alla dottrina che diede prestigio al Cile, prestigio che continua a dargli la professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, nutro la certezza che i soldati sapranno tener fede ai loro obblighi."

Comunque, il popolo e i lavoratori, fondamentalmente, devono rimanere pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando l’appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il compagno Presidente della Repubblica.

8:15 A.M.

Lavoratori del Cile:

Vi parla il Presidente della Repubblica. Le notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano l’esistenza di un’insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso.

Ho dato ordine alle truppe dell’Esercito di dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista.

Devono aspettare le istruzioni emanate dalla Presidenza.

State sicuri che il Presidente rimarrà nel Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori.

State certi che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha affidato il comando della nazione fino al 4 novembre 1976.

Dovete rimanere vigili nei vostri posti di lavoro in attesa di mie informazioni.

Le forze leali rispettose del giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la Patria.

8:45 A.M.

Compagni in ascolto:

La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate.

In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia.

Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato.

Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo.

Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò la Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato.

Non ho alternative.

Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo.

Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.

Io avevo messo in conto questa possibilità, non la offro né la facilito.

Il processo sociale non scomparirà se scompare un dirigente.

Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà fermarsi.

Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo né il suo posto di lavoro.

Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della mia propria vita.

9:30 A.M. RADIO MAGALLANES

In questi momenti passano gli aerei.

Potrebbero mitragliarci.

Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi.

Io lo farò su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche.

In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede.

La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine.

Questa è una tappa che sarà superata.

Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino.

Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori.

L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.

Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria.

Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data e ha rotto la dottrina delle Forze Armate.

Il popolo deve stare in allerta e vigile.

Non deve lasciarsi provocare, né deve lasciarsi massacrare, ma deve anche difendere le proprie conquiste.

Deve difendere il diritto a costruire con il proprio sforzo una vita degna e migliore.

9:10 A.M.

Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi.

La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.

Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno.

Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.

Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!

Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo.

E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.

Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.

La storia è nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.

In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.

Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.

Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta.

Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.

Erano d’accordo.

La storia li giudicherà.

Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più.

Non importa.

Continuerete a sentirla.

Starò sempre insieme a voi.

Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.

Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi.

Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.

Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.

Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.

Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.

Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.

Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

 

Alcune riflessioni sulla transizione socialista  di Ernesto Guevara
.pubblicata da Stefano Zecchinelli il giorno lunedì 17 ottobre 2011 alle ore 1.43.

http://www.facebook.com/groups/161542447270131/?id=164150153676027#!/notes/stefano-zecchinelli/alcune-riflessioni-sulla-transizione-socialista-di-ernesto-guevara/10150497621793662?notif_t=close_friend_activity    

[...] Marx individuava due fasi per arrivare al comunismo, la fase di transizione, detta anche socialismo o prima fase del comunismo, e il comunismo, o comunismo pienamente sviluppato. Partiva dall’idea che il capitalismo nel suo complesso sarebbe giunto alla completa rottura una volta raggiunto uno sviluppo in cui le forze produttive si sarebbero scontrate con i rapporti di produzione, ecc. ed intravide la cosiddetta prima fase socialista sulla quale non si è soffermato a lungo, ma che nella Critica al Programma di Gotha descrive come un sistema in cui sono soppresse alcune categorie mercantili, frutto del fatto che la società completamente sviluppata è passata alla nuova fase. Poi viene Lenin, la sua teoria dello sviluppo diseguale, la teoria dell’anello debole e la sua realizzazione nell’Unione Sovietica, con cui si instaura una nuova fase non prevista da Marx. Prima fase di transizione, o fase della costruzione della società socialista, che si trasforma poi in società socialista per passare ad essere definitivamente la società comunista. I sovietici e i cecoslovacchi pretendono di aver superato questa prima fase; io credo che oggettivamente non sia così, dal momento che ancora esistono una serie di proprietà private in Unione Sovietica e, sicuramente, in Cecoslovacchia. Tuttavia, la cosa importante non è questa, ma che non si è creata l’economia politica di tutta questa fase e che quindi non è stata studiata. Dopo molti anni di sviluppo della sua economia in una determinata direzione, hanno trasformato una serie di fatti palpabili della realtà sovietica in presunte leggi che sorreggono la vita della società socialista, e credo che stia qui uno degli errori principali. La cosa più importante, secondo la mia concezione, si instaura però nel momento in cui Lenin, sotto la pressione dell’immenso cumulo di pericoli e di difficoltà che si addensavano sull’Unione Sovietica, dal fallimento di una politica economica che era estremamente difficoltoso portare in un’altra direzione, ritorna sui propri passi ed introduce la NEP, tornando a riaprire la porta a vecchi rapporti di produzione capitalista. Lenin si basava sull’esistenza di cinque stadi nella società zarista, ereditati dal nuovo Stato.

Ciò che è indispensabile sottolineare è l’esistenza di due Lenin (forse tre), completamente differenti: quello la cui storia finisce specificamente nel momento in cui finisce di scrivere le ultime righe di Stato e Rivoluzione, in cui dice che è molto più importante farla che parlarne, e quello successivo che deve affrontare i problemi reali. Noi indicavamo che probabilmente c’era una fase intermedia di Lenin, in cui non aveva ancora rivisto tutte le concezioni teoriche che avevano guidato la sua azione fino al momento della rivoluzione. In ogni caso, dal 1921 in avanti, e fino a poco prima della sua morte, Lenin inizia il percorso che conduce alla creazione della NEP e che porta l’intero paese ai rapporti di produzione che configurano quello che Lenin chiamava il capitalismo di Stato ma che in realtà si può anche chiamare capitalismo premonopolistico rispetto all’ordinamento dei rapporti economici. Nelle ultime fasi della vita di Lenin, se si legge attentamente si nota una grande tensione; c’è una lettera molto interessante al Presidente della Banca in cui Lenin ironizza su presunti profitti di questa ed avanza la critica dei pagamenti tra imprese e dei guadagni tra imprese (carte che passano da una parte all’altra). Questo Lenin, angosciato tra l’altro dalle divisioni che scorge nel partito, non ha fiducia nel futuro. Pur essendo una cosa del tutto soggettiva, ho l’impressione che se Lenin fosse vissuto per dirigere il processo di cui era il protagonista principale e che teneva completamente nelle sue mani, avrebbe via via modificato con notevole rapidità i rapporti instaurati dalla Nuova Politica Economica. Molte volte, nell’ultimo periodo, si parlava di copiare alcune cose dal capitalismo, ma in quel momento nel capitalismo erano in auge certi aspetti dello sfruttamento, ad esempio il taylorismo, che oggi non ci sono; in realtà, il taylorismo non è diverso dallo stacanovismo, puro e semplice lavoro a cottimo o, per meglio dire, lavoro a cottimo rivestito di una serie di orpelli, e quel tipo di remunerazione fu scoperto nel primo piano dell’Unione Sovietica come un’invenzione della società sovietica. Il fatto vero è che tutta l’impalcatura giuridico- economica dell’attuale società sovietica parte dalla Nuova Politica Economica; in essa si conservano i vecchi rapporti capitalistici, restano le vecchie categorie del capitalismo, esiste cioè la merce, esiste, in certo modo, il profitto, l’interesse riscosso dalle banche ed esiste, naturalmente, l’interesse materiale diretto dei lavoratori. A mio modo di vedere, tutto questo impianto, tutto questo appartiene a quello che potremmo chiamare, come ho già detto, un capitalismo premonopolistico. Nella Russia zarista, le tecniche di direzione e la concentrazione di capitali non erano ancora così grandi da consentire lo sviluppo dei grandi trust. Erano ancora nell’epoca delle fabbriche isolate, delle unità autonome, praticamente una cosa che è impossibile ritrovare, ad esempio, nell’odierna industria nordamericana. Oggi cioè, negli Stati Uniti ci sono solo tre società che producono automobili: la Ford, la General Motors e l’insieme di tutte le piccole imprese – piccole rispetto a quello che sono gli Stati Uniti – che si sono unite tra loro per cercare di sopravvivere. Niente di simile accadeva nella Russia dell’epoca, ma quale è il difetto di fondo dell’intero sistema? Il fatto che limita la possibilità dello sviluppo attraverso la concorrenza capitalistica, ma non ne liquida le categorie né ne introduce altre di carattere superiore. L’interesse materiale individuale era l’arma capitalistica per eccellenza, che oggi si pretende di ergere a categoria fondamentale di sviluppo, limitato però dall’esistenza di una società in cui non si ammette lo sfruttamento. In queste condizioni, l’essere umano non sviluppa tutte le sue fantastiche capacità produttive, né si sviluppa esso stesso come costruttore cosciente della nuova società.

E, per essere coerenti con l’interesse materiale, questo si instaura anche nella sfera improduttiva e in quella dei servizi [...].

Probabilmente è questa la spiegazione, quella dell’interesse materiale dei dirigenti, principio della corruzione, ma che è in ogni caso coerente con l’intera linea di sviluppo adottata, in cui l’incentivo individuale finisce per diventare l’asse motore, perché è lì, nell’individuo, che con l’interesse materiale diretto si cerca di aumentare la produzione o l’efficienza.

Il sistema, per altro verso, conosce ostacoli seri per la sua automaticità; la legge del valore non può giocare liberamente perché non ha un libero mercato in cui competano produttori redditizi o meno, efficienti o inefficienti, e i secondi spariscano per inanità. È indispensabile garantire una serie di prodotti, di prezzi, alla popolazione, ecc. e se si decide che la redditività debba essere generalizzata per tutte le unità, si cambia il sistema dei prezzi, si stabiliscono nuovi rapporti e si perde completamente quello con il valore del capitalismo che, indipendentemente dalla fase monopolistica, mantiene ancora la sua caratteristica di fondo di farsi guidare dal mercato e di essere una specie di circo romano in cui vincono i più forti (in questo caso i più forti sono quelli che possiedono una tecnica più elevata). Tutto questo è andato producendo lo sviluppo vertiginoso del capitalismo e una serie di nuove tecnologie completamente distanti dalle vecchie tecniche di produzione. L’Unione Sovietica confronta il proprio progresso con gli Stati Uniti e dice che si produce più acciaio che in quel paese, ma negli Stati Uniti non c’è stata paralisi dello sviluppo. Che cosa succede, allora? Semplicemente che l’acciaio non è ormai il criterio fondamentale di misura dell’efficienza di un paese, perché c’è la chimica, l’automatizzazione, ci sono i metalli non ferrosi e, a parte questo, va anche vista la qualità degli acciai. Gli Stati Uniti producono meno, ma producono grandi quantitativi di acciaio di qualità molto superiore. La tecnologia è rimasta relativamente stagnante, nella stragrande maggioranza dei settori economici sovietici. Come mai? Perché si è dovuto creare un meccanismo e renderlo automatico, stabilire le regole del gioco, in cui il mercato non opera più con la sua implacabilità capitalistica, ma i meccanismi che sono stati concepiti in sostituzione sono fossilizzati e di lì parte il disordine tecnologico. Manca l’ingrediente della concorrenza, che non è stato sostituito; dopo i brillantissimi successi che ottengono le nuove società grazie allo spirito rivoluzionario dei primi momenti, la tecnologia smette di essere il fattore propulsivo della società. Questo non avviene nel settore della difesa. Perché? Perché è un ramo in cui non esiste la redditività come norma di rapporto e in cui tutto è strutturalmente messo al servizio della società per realizzare le principali creazioni dell’uomo per la sua sopravvivenza e per quella della società in formazione. Qui, però, il meccanismo torna a mostrare falle; i capitalisti tengono l’apparato della difesa saldamente legato a quello produttivo, visto che si tratta delle stesse società, di affari gemelli e tutti i principali progressi realizzati nella scienza bellica si trasferiscono immediatamente nella tecnologia della pace e i beni di consumo compiono salti di qualità davvero giganteschi. In Unione Sovietica non avviene niente di tutto questo, si tratta di due compartimenti stagni e il sistema di sviluppo scientifico del settore militare serve molto limitatamente per quello civile.

Questi errori, giustificabili nella società sovietica, la prima ad avviare l’esperimento, si trapiantano in società ben più sviluppate, o semplicemente diverse, e si arriva a un vicolo cieco provocando reazioni degli altri Stati. Il primo paese a ribellarsi è stato la Jugoslavia, seguita poi dalla Polonia e in questa direzione stanno andando la Germania e la Cecoslovacchia, lasciando da parte per le sue particolari caratteristiche la Romania. Che cosa succede? Si rivelano ostili al sistema, ma nessuno ha indagato dove stia la radice del male; lo si attribuisce alla pesante tara burocratica, all’eccessivo accentramento degli apparati, si lotta contro la loro centralizzazione e le imprese ottengono una serie di vittorie e un’autonomia sempre crescente nella lotta per un libero mercato.

Chi si batte per questo? Lasciando da parte gli ideologi e i tecnici che, da un punto di vista scientifico, analizzano il problema, le stesse unità produttive, le più efficienti, rivendicano la loro indipendenza. La cosa somiglia straordinariamente alla lotta che conducono i capitalisti contro gli Stati borghesi che controllano determinate attività. I capitalisti concordano che lo Stato debba avere qualcosa, e questo qualcosa sono i servizi nei quali non si guadagna o che servono all’intero paese, ma tutto il resto deve stare in mani private. Lo spirito è lo stesso; oggettivamente, lo Stato comincia a diventare uno Stato che tutela i rapporti tra capitalisti. Naturalmente, per misurare l’efficienza si sta utilizzando in misura crescente la legge del valore, che è la legge fondamentale del capitalismo; è la legge che accompagna, che è intimamente connessa alla merce, cellula economica del capitalismo. Acquisendo la merce e la legge del valore le loro piene attribuzioni, si produce il riassetto dell’economia in accordo con l’efficienza dei diversi settori e delle diverse unità e quei settori e quelle unità che non sono abbastanza efficienti spariscono.

Si chiudono fabbriche ed emigrano lavoratori jugoslavi (ed ora polacchi) verso i paesi dell’Europa occidentale in piena espansione economica. Sono schiavi che i paesi socialisti inviano come offerta allo sviluppo economico del Mercato Comune Europeo.

Noi pretendiamo che il nostro sistema raccolga le due linee di fondo del pensiero da seguire per arrivare al comunismo. Il comunismo è un fenomeno di coscienza, non vi si arriva mediante un salto nel vuoto, una trasformazione della qualità produttiva o il semplice scontro tra forze produttive e rapporti di produzione. Il comunismo è un fatto di coscienza e occorre sviluppare tale coscienza nell’essere umano, di cui l’educazione individuale e collettiva al comunismo è una parte ad esso consustanziale. Non possiamo parlare in termini quantitativi economicamente; forse potremmo essere nelle condizioni di pervenire al comunismo entro alcuni anni, prima che gli Stati Uniti siano usciti dal capitalismo. Non possiamo misurare in termini di risorse pro capite la possibilità di entrare nella fase comunista; non esiste una totale coincidenza tra queste risorse e la società comunista. La Cina ci metterà centinaia di anni per avere il reddito pro capite degli Stati Uniti. Pur considerando che il reddito pro capite sia un’astrazione, se si misura il salario medio degli operai nordamericani, anche tenendo conto dei disoccupati, dei negri, quel tenore di vita è talmente elevato che alla maggior parte dei nostri paesi costerà molto raggiungerlo. Eppure, ci stiamo incamminando verso il comunismo.

L’altro aspetto è quello della tecnica; coscienza più produzione di beni materiali è comunismo. Bene, ma che cos’è la produzione se non lo sfruttamento sempre maggiore della tecnica; e che cos’è lo sfruttamento sempre maggiore della tecnica se non la concentrazione sempre più favolosa di capitali, cioè una concentrazione crescente di capitale fisso o lavoro congelato rispetto al capitale variabile o lavoro vivo. È il fenomeno che si sta manifestando nel capitalismo sviluppato, nell’imperialismo. L’imperialismo non è crollato grazie alla sua capacità di estrarre profitti, risorse, dai paesi dipendenti, e di esportarvi conflitti, contraddizioni, grazie all’alleanza con la classe operaia degli stessi paesi sviluppati contro l’insieme di quelli dipendenti. Nel capitalismo sviluppato ci sono i germi tecnici del socialismo ben più che nel vecchio sistema del cosiddetto calcolo economico, a propria volta erede di un capitalismo ormai superato in sé e che è stato però preso a modello dello sviluppo socialista. Dovremmo, in fondo, guardare nello specchio in cui si stanno riflettendo una serie di tecniche produttive corrette che non sono ancora entrate in urto con i relativi rapporti di produzione. Si potrebbe argomentare che non lo hanno fatto per l’esistenza di questo sfogo che è l’imperialismo su scala mondiale, ma in definitiva questo implicherebbe alcune correzioni nel sistema e noi riprendiamo solo le linee generali. Per dare un’idea della straordinaria differenza pratica che c’è oggi tra il capitalismo e il socialismo si può citare il caso dell’automazione; mentre nei paesi capitalistici questa avanza fino ad estremi veramente vertiginosi, nel socialismo sono molto più arretrati. Si potrebbe parlare della serie di problemi che affronteranno i capitalisti nell’immediato futuro a causa della lotta dei lavoratori contro la disoccupazione, un fatto a quanto pare esatto, ma quel che è sicuro è che oggi il capitalismo si sviluppa su questa via più rapidamente del socialismo.

La Standard Oil, ad esempio, se ha bisogno di riammodernare una fabbrica, la ferma e dà ai lavoratori una serie di compensazioni. La fabbrica sta ferma un anno, installa i nuovi impianti e riprende con maggiore efficienza. Che cosa succede, finora, in Unione Sovietica? All’Accademia delle Scienze di quel paese si sono accumulati centinaia e forse migliaia di progetti di automatizzazione che non si possono tradurre in pratica perché i dirigenti delle fabbriche non si possono permettere il lusso che il loro piano stia fermo per un anno e trattandosi di un problema di realizzazione del piano a una fabbrica automatizzata richiederebbero una maggiore produzione, e allora in sostanza non le interessa l’aumento della produttività. Chiaro che la cosa si potrebbe risolvere dal punto di vista pratico concedendo maggiori incentivi alle fabbriche automatizzate; si tratta del sistema Libermann e dei sistemi che si stanno cominciando a impiantare nella Germania Democratica, ma tutto questo indica il livello di soggettivismo in cui si può cadere e l’assenza di precisione tecnica nel manovrare l’economia. Bisogna subire molti duri colpi della realtà per cominciare a cambiare; e cambiare sempre l’aspetto esteriore, quello più vistosamente negativo, ma non la sostanza reale delle difficoltà che ci sono oggi, e cioè una concezione sbagliata dell’uomo comunista, basata su una lunga esperienza che tenderà e tende a fare dell’uomo un fattore numerico di produzione economica tramite l’asse portante dell’interesse materiale.

Nella parte tecnica, il nostro sistema cerca di prendere quanto i capitalisti hanno di più avanzato e deve perciò tendere alla centralizzazione. La centralizzazione non equivale a un assoluto; per farla in maniera intelligente bisogna lavorare in accordo con le possibilità. Si potrebbe dire, centralizzare per quanto lo permettano le possibilità; questo guida la nostra azione. Questo consente un risparmio amministrativo, di manodopera, consente una migliore utilizzazione degli impianti avvalendoci di tecniche conosciute. Non si può fare una fabbrica di scarpe che, installata all’Avana, distribuisce il prodotto all’intera repubblica, perché in mezzo c’è un problema di trasporto. L’impiego della fabbrica, la sua dimensione ottimale dipendono dagli elementi di analisi tecnico-economici. Cerchiamo di arrivare ad eliminare, per quanto possibile, le categorie capitalistiche, per cui non consideriamo un atto mercantile il transito di un prodotto per fabbriche socialiste. Perché questo sia efficace dobbiamo operare l’intera ristrutturazione dei prezzi. Queste cose le ho pubblicate,[2] per cui non ho altro da aggiungere a quel poco che abbiamo scritto, salvo che dobbiamo indagare parecchio su questi punti.

In sintesi, eliminare le categorie capitalistiche: merci tra imprese, interesse bancario, interesse materiale diretto come asse, ecc. e riprendere gli ultimi progressi amministrativi e tecnologici del capitalismo, questa è la nostra aspirazione.

Ci si può dire che tutte queste nostre presunzioni equivarrebbero anche a pretendere di avere qui, perché ce l’hanno gli Stati Uniti, un Empire State ed è ovvio che non possiamo avere un Empire State, ma possiamo certamente avere molti dei progressi che presentano i grattacieli nordamericani e le loro tecniche di costruzione, pur facendoli più piccoli. Non possiamo avere una General Motors che ha più impiegati dell’intero Ministero dell’Industria nel suo insieme, ma possiamo avere un’organizzazione, e di fatto la abbiamo, simile a quella della General Motors. Sul problema della tecnica amministrativa sta influendo la tecnologia; tecnologia e tecnica di amministrazione sono andate cambiando di continuo, intimamente connesse nel corso del processo di sviluppo del capitalismo, laddove nel socialismo si sono scisse come due diversi aspetti del problema ed uno di essi è rimasto completamente statico. Quando si sono resi conto dei grossolani errori tecnici nell’amministrazione, cercano nei dintorni e scoprono il capitalismo.

Insistendo, i due problemi di fondo che ci affliggono, nel nostro Sistema di Bilancio, sono la creazione dell’uomo comunista e la creazione dell’ambiente materiale comunista, due pilastri che stanno uniti attraverso l’edificio che debbono sorreggere.

C’è una grossa lacuna nel nostro sistema; come integrare l’uomo al suo lavoro in maniera che non sia necessario ricorrere a quello che chiamiamo il disincentivo materiale, come far sì che ogni operaio senta l’esigenza vitale di sostenere la sua rivoluzione e che il suo lavoro, al tempo stesso, sia un piacere; che senta quello che noi tutti sentiamo qui in alto.

Se è un problema di campo visivo e soltanto chi ha la missione, la capacità del grande costruttore può interessarsi al lavoro che fa, saremmo condannati al fatto che un tornitore o una segretaria non lavorerebbero mai con entusiasmo. Se la soluzione stesse nella possibilità di sviluppo di questo stesso operaio in senso materiale, staremmo molto male.

Quel che è certo è che oggi non esiste una piena identificazione con il lavoro e credo che parte delle critiche che ci fanno siano ragionevoli, anche se non lo è il loro contenuto ideologico. E cioè: ci si rivolge la critica che i lavoratori non partecipano alla confezione dei piani, all’amministrazione delle unità statali, ecc., il che è vero, ma ne ricavano la conclusione che questo si debba al fatto che non sono materialmente interessati ad esse, che sono ai margini della produzione. Il rimedio che si ricerca per questo è che gli operai dirigano le fabbriche e siano responsabili di queste dal punto di vista monetario. che abbiano i loro incentivi e disincentivi d’accordo con la gestione. Credi stia qui il nocciolo della questione; per noi è sbagliato pretendere che gli operai dirigano le unità; nessun operaio deve dirigere le unità, uno tra tutti come rappresentante degli altri, se si vuole, ma rappresentante di tutti rispetto alla funzione che gli si assegna, alla responsabilità o all’onore che gli si conferisce, non come rappresentante di tutta l’unità di fronte alla grande unità dello Stato, in forma contrapposta. In una pianificazione centralizzata, corretta, è molto importante l’impiego razionale di ciascuno dei distinti elementi della produzione e la produzione che si farà non può dipendere da una assemblea di operai o dal criterio di un operaio. Naturalmente, quanto minor conoscenza vi sia nell’apparato centrale e nei vari livelli intermedi, l’intervento degli operai dal punto di vista pratico è molto utile.

Questo è un dato reale, ma la nostra pratica ci ha insegnato due cose secondo noi assiomatiche; un quadro tecnico ben collocato può fare ben di più di tutti gli operai di una fabbrica, e un quadro dirigente collocato in una fabbrica può cambiare completamente le caratteristiche di questa, in un senso o nell’altro. Gli esempio sono innumerevoli, e ormai li conosciamo nell’intera economia e non solo in questo Ministero. Torna a riproporsi ancora una volta il problema: perché un quadro dirigente può cambiare tutto? Perché fa lavorare tecnicamente, vale a dire amministrativamente meglio l’intero complesso dei suoi impiegati, o perché offre partecipazione a tutti gli impiegati in modo che questi sentano uno spirito nuovo, provino un nuovo entusiasmo lavorativo, o per il combinarsi di entrambe le cose? Noi non abbiamo ancora trovato risposta e credo che la cosa vada ancora studiata un po’ di più. La risposta deve essere intimamente connessa all’economia politica di questa fase e anche il modo in cui si affrontano queste questioni deve essere organico e coerente con l’economia politica [...].

(Traduzione di Titti Pierini)