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La menzogna continua
Eppure non mancano i fatti che rivelano come anche questo scopo sia un inganno. Un inganno cui s’aggiunge il fallimento, perché oggi siamo alle prese con una recrudescenza del terrorismo locale e mondiale anziché con il suo contenimento. In Iraq c’era una dittatura totalitaria (in questi giorni al processo di Saddam viene evocato l’eccidio nell’88 di 50-80 mila curdi: un genocidio che non scandalizzò a quel tempo Washington) ma Al Qaeda non c’era. Il partito di Saddam lo avversava. E anche adesso che Al Qaeda ha messo radici in Iraq, i suoi rapporti con gli insorti sunniti del Baath sono tesi. Se l’invasione in Iraq è war on terror, ecco i risultati: contrariamente a quel che ripete Bush, la guerra precipita («Stiamo perdendo», esordiscono i due studiosi Daniel Benjamin e Steven Simon, nel libro The Next Attack, Times Book 2005). E questo proprio perché la menzogna ha varcato la misura, oscurando più che mai la natura del conflitto.

È stato lo stesso Powell a smentire per primo l’ottimismo governativo, nel giugno 2004: invece di diminuire, gli attacchi terroristi son passati da 2.013 nel 2002 a 3.646 nel 2003. Nel 2005, i calcoli non son più pubblici ma vengono lo stesso alla luce: gli incidenti terroristi nel mondo sono triplicati rispetto al 2003 (651 attacchi e 1.907 morti nel 2004). E anche il terrorismo più cruento (bombe umane) s’è dilatato. La Rand Corporation ha calcolato che ben tre quarti di tutti gli attentati suicidi dal ‘68 si sono svolti nei 4 anni successivi all’11 settembre 2001 (David Cole, New York Review of Books, 3-3-2006)

La trappola
Ma torniamo alle menzogne, al loro effetto distruttivo e autodistruttivo. La guerra in Afghanistan ha inferto colpi gravi a Al Qaeda, che s’è ancor più dispersa nel mondo e ha trovato in Iraq una base ideale. Non c’è dunque rapporto fra le due guerre, e se la prima fu un mezzo successo la seconda è franata. Un unico obiettivo per contesti che avrebbero richiesto strategie e tattiche diverse: questa la trappola in cui è caduta Washington. Quando alle armi di distruzione di massa, la menzogna può trasformarsi in gabbia: se vorrà essere coerente, Bush dovrà intervenire in Iran - che le armi le ha davvero - e ancora una volta volta senza alcuna preparazione.

Miscela letale
Secondo Benjamin e Simon non può esserci analogia tra i due avversari che sono Saddam e il terrorismo mondiale: perché le moderne lotte anti-terrore non sono conflitti classici con Stati, e richiedono metodi diversi dall’abbattimento di un regime. Richiedono metodi fondati sulla difensiva, su azioni politiche intese ad «evitare il passaggio del cerchio esterno di simpatizzanti al nucleo interno dei capi di Al Qaeda». Bush ha invece mescolato vecchi metodi e nuove dottrine, fondate sulla guerra preventiva e la rinuncia all’imperio della legge: una miscela letale. Non ha pensato le contraddittorie imprese militari in cui s’è gettato, ed è il motivo per cui nulla fu pianificato per il dopoguerra. Risultato: l’Iraq è diventato una base terrorista, Al Qaeda si nutre di questa guerra come si nutrì della guerra sovietico-afghana, e se in America non ci sono morti, in Iraq sono alte le perdite (più di 2000 americani, oltre 20.000 iracheni).

Non avendo deciso che guerra facevano, gli americani non hanno neppure capito quale fosse il nemico. Ora l’ambasciatore Usa a Baghdad, Khalilzad, lo ammette: «Abbiamo aperto il vaso di Pandora. Le potenzialità d’una guerra civile crescono», ha detto il 6 marzo. La conseguenza è che Washington ricomincia a negoziare con il partito del despota abbattuto: con il Baath e i suoi insorti, ritenuti baluardi contro l’estremismo sunnita e sciita-iraniano (Michael Ware, Time 15 marzo 2006). Alla vigilia del conflitto, circolava su internet un filmetto di cartoni animati che prevedeva proprio quest’itinerario, nella guerra per l’esportazione della democrazia: la caduta di Saddam, un totale caos, l’odio dell’Islam mondiale per l’occidente, un gran numero di morti, e alla fine il ritorno del Baath.
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