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vedi anche: scheda sul Kosovo

Strage Srebrenica, “Caschi blu complici del massacro”  Il Quotidiano Italiano 6.7.2011

 Il “Massacro di Srebrenica” inventato da Clinton e Izetbegovic

Il genocidio di Srebrenica. Un falso 6 novembre 2009 | Autore Lino Bottaro | 

Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=10082       

La NATO doveva ormai servire da arma di stabilizzazione della democrazia nel mondo. In altre parole, serviva a promuovere l’economia globale e dare al mondo la libertà di bere Coca-Cola. Quattro delle sei repubbliche costitutive della ex Jugoslavia hanno accettato questa transizione immediata verso la democrazia. La Serbia l’ha rifiutata e ha pagato il prezzo di questo rifiuto. Effettivamente, tutti nella ex Jugoslavia ne hanno pagato il prezzo, e Srebrenica ha fatto parte di questo prezzo. Philip Corwin

E’ notizia di questi giorni la ripresa, presso il Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, del processo che vede come imputato l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, sorprendentemente ancora in vita nonostante la reclusione nel carcere dell’Aia

Le accuse mosse al Presidente, riconducibili sostanzialmente al fatto di essere il mandante e l’ispiratore di tutti i crimini di guerra commessi nel suo Paese, naufragherebbero e sarebbero smontate in pochi giorni se ci si trovasse in presenza di una Corte improntata alla ricerca della giustizia e alla imparzialità, doti per cui non brilla il norimberghiano tribunale olandese. Non mancano certo infatti le prove a sua discolpa, così come non mancano le prove a discolpa della nazione serba, relegata dalla c.d. “comunità internazionale” al ruolo di paria d’Europa attraverso l’attribuzione esclusiva del ruolo di  aggressori nel corso delle guerre balcaniche di fine Novecento e attraverso l’imputazione di crimini la cui possibilità probatoria è quanto meno dubbia.

Sono passati ormai quasi tre anni dalla pubblicazione di un volume curato da Ivana Kerečki intitolato Il dossier nascosto del ‘genocidio’ di Srebrenica (ed. La Città del Sole, Napoli, pagg. 175, € 12) in cui quello che è stato definito il maggior eccidio di massa che ha avuto luogo sul suolo d’Europa a partire dal 1945 viene analiticamente e storicamente indagato e revisionato e in cui viene smontata pezzo per pezzo la tesi della pulizia etnica programmata e pianificata messa in atto dai serbi in tale frangente. Tale studio riveste una duplice importanza: non solo per il ripristino della verità storica su un evento in cui hanno oggettivamente perso la vita numerose persone (civili, tra l’altro) ma anche perché i fatti di Srebrenica sono assurti, nel corso degli anni, a una sorta di catarsi collettiva per tutti i popoli balcanici, serbi a parte, che hanno avuto modo così di giustificare moralmente ogni sorta di nefandezza commessa, spesso ai danni dei serbi stessi.

 Non solo: l’eccidio di Srebrenica è servito, fuori dai Balcani, alla propaganda delle potenze occidentali in generale e degli Stati Uniti in particolare, per costituire un valido retroterra emotivo all’aggressione che di lì a poco avrebbero sferrato contro Belgrado. Indicativo il fatto che sia spesso accostato all’olocausto, in risposta e conseguenza al quale tutto è lecito: anche uccidere, anche imprigionare un uomo perché ha pensato.

Il dossier si compone di quattro parti fondamentali: la prima analizza parte dell’operato del Srebrenica Research Group, un gruppo indipendente di personalità anglosassoni tra cui l’alto responsabile delle Nazioni Unite Philip Corwin, che si trovava in Bosnia-Erzegovina all’epoca dei fatti e che riuscì a sfuggire miracolosamente a un attentato orchestrato dalle Forze Armate del governo musulmano bosniaco proprio in ragione delle funzioni da lui svolte.

 

Corwin ripercorre l’operato delle Nazioni Unite in Bosnia Erzegovina durante quel periodo, ponendo in evidenza il sistematico boicottaggio che nei confronti dell’ONU stessa veniva messo in atto dalle autorità della NATO; il solo personale russo, infatti, aveva le idee sufficientemente chiare su ciò che stava per accadere, nel definire la presa di Srebrenica da parte dei serbi “la sola soluzione sensata”, mentre il resto del personale era continuamente alle prese coi “bombardieri da salotto” di Washington che continuavano a premere per le incursioni aeree. Egli evidenzia come il fantastico numero di ottomila uccisi a Srebrenica (che in realtà, come vedremo, sono stati almeno dieci volte meno)  fosse scaturito solo da un calcolo politico congiunto tra il governo di Sarajevo e le potenze occidentali per poter mettere in atto le ritorsioni contro la Serbia e la Republika Srpska (RS). 

 

Ciò che accadde nella cittadina bosniaca, secondo la lucida analisi dell’ex rappresentante ONU, fu solo il culmine di una serie di attacchi e contrattacchi che si protraevano ormai da tre anni, ma niente a che vedere con un genocidio; vengono altresì analizzate le incongruenze per cui la città, dichiarata “zona di sicurezza” disarmata, era costantemente – come altre enclavi – utilizzata dalle forze dell’esercito musulmano bosniaco e dalle bande di gangster di Naser Orić come retrovia per il lancio di attacchi contro le autorità e le forze armate serbo-bosniache circostanti: da qui la definizione, da parte del personale ONU russo, di unica “soluzione sensata”, soluzione che l’esercito serbo di Bosnia ha necessariamente messo in atto, attraverso una rapida vittoria militare che si risolse però in una drastica sconfitta politica.

 L’occidente aveva finalmente un casus belli. Il séguito dell’analisi è curato dal giornalista Edward Herman che pone in luce le politiche mistificatorie che hanno seguito i fatti di Srebrenica, mistificazioni poste in atto non solo da un universo giornalistico addomesticato in cui – tra l’altro – ha fatto la sua apparizione la lunga mano elargitrice del finanziere Soros. Herman ha indagato sull’origine della cifra degli ottomila giustiziati: tale inverosimile dato scaturì da un rapporto della Croce Rossa secondo cui i serbo-bosniaci avevano fatto tremila prigionieri e cinquemila persone risultavano irreperibili; non fu dato rilievo al fatto che diverse migliaia di persone si scoprì che ottennero rifugio nella Bosnia centrale e nella stessa Serbia: la Croce Rossa rispose candidamente che non poteva depennare i nomi delle persone rinvenute in vita dalla lista dei cinquemila scomparsi perché (sic!) “non ne avevano ricevuto i nomi”[1]. Herman evidenzia infine il sistematico ricorso, da parte della propaganda antiserba, alle collaudate tecniche subliminali consistenti nell’infarcire e nell’affiancare i resoconti – pur fallati – degli eventi  con ogni sorta di particolare macabro e raccapricciante[2].

Conclude il capitolo Michael Mandel, che si occupa della questione giuridica per cui l’operato dei serbi in Bosnia non possa in alcun caso qualificarsi nei termini di “genocidio” e che rileva, con amara ironia, che quando lo stesso tribunale dell’Aia ha dovuto recedere da tale accusa per carenza di prove ha poi fatto valere in sede processuale l’eresia giuridica secondo cui i serbi non avrebbero commesso determinati crimini solo per paura di essere scoperti, arrivando a sanzionare un crimine dichiaratamente non commesso solo a causa dei motivi che hanno spinto il non-reo a non commetterlo.

La seconda parte dell’opera è dedicata alle testimonianze dirette degli avvenimenti, tra cui quella del generale canadese Lewis Mac Kenzie, primo comandante delle forze ONU a Sarajevo. Questi, confermando con la sua narrazione la prassi precedentemente descritta secondo cui spesso le  forze armate del governo di Sarajevo hanno deliberatamente colpito i propri stessi cittadini al fine di favorire la reazione internazionale (leggasi: NATO) contro i serbi, racconta anche di come le richieste di incremento di truppe presentate dagli alti ufficiali ONU per la protezione di Srebrenica e delle altre enclavi furono costantemente disattese col preciso intento di assecondare i piani bosniacchi e delle bande di Orić che prevedevano la presa della città da parte serba, al fine di scatenare la rappresaglia.

Circostanziata teoria ripresa dall’alto funzionario ONU Carlos Martins Branco, il quale arricchisce il dossier con le particolarità relative al ritiro e alla mancata difesa della cittadina da parte delle truppe regolari e irregolari di Sarajevo. Chiudono il capitolo una intervista al Dr. Milan Bulajić, che ci svela di come le autorità bosniache abbiano omesso lo svolgimento di un censimento obbligatorio della popolazione sia nel 1996 che nel 2001 al fine di occultare il numero reale di persone decedute a Srebrenica, e due ritratti che mettono a luce la natura sanguinaria del comandante bosniaco Naser Orić, precedentemente citato.

La terza parte del dossier prende in considerazione il rapporto redatto sui fatti di Srebrenica da una commissione speciale del governo della Republika Srpska, il Centro di documentazione della RS per l’investigazione sui crimini di guerra. I curatori dell’opera hanno tuttavia dovuto basarsi solo sulla traduzione inglese, dato che l’alto rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia ha vietato la diffusione della versione originale redatta in lingua serba.

Tale dettagliato rapporto, arricchito con minuziosa documentazione, non solo fa chiarezza sulla situazione sul terreno in Bosnia-Erzegovina pre-1995, quindi precedentemente ai fatti di Srebrenica, ma smentisce categoricamente e contraddice le requisitorie del Tribunale penale internazionale dell’Aia. Il rapporto governativo, inoltre, pur ammettendo che sporadici episodi di giustizia privata e di vendetta sommaria possono aver avuto luogo ai danni della popolazione musulmana, evidenzia come fu proprio la presenza sul campo e la determinazione del generale Ratko Mladić a scongiurare il reiterarsi di tali circostanze. Indicativo il fatto che lo stesso alto rappresentante dell’ONU in Bosnia che ne ha vietato la diffusione del rapporto, Lord Paddy Ashdown, si è inoltre ‘premurato’ di farne redigere un secondo, da una nuova commissione alle sue dipendenze.

Quarta e ultima sezione del Dossier nascosto del “genocidio” di Srebrenica, è dedicata a un filmato, contenuto in una video cassetta opportunamente ‘rinvenuta’ in occasione del decimo anniversario dei fatti di Srebrenica. Tale film è stato presentato da tutti i mezzi di comunicazione del mondo come la prova incontrovertibile dell’eccidio di ottomila persone inermi perpetrato dai serbi nella cittadina bosniaca. Dietro questa sorta di nuovo diario di Anna Frank c’è una tale Nataša Kandić, avvocatessa serba dirigente di una delle famigerate ONG etero dirette e prezzolate dall’estero che hanno operato e operano in Serbia per piegare il Paese alla sudditanza atlantica con la trita e consumata scusante dei “diritti umani”.

Il filmato mostra l’esecuzione di 6 (sei) prigionieri non meglio identificati da parte di altrettanto non meglio identificati paramilitari serbi, i c.d. “Scorpioni”. Ma niente quadra, o meglio: l’unica cosa che quadra è che tale ‘prova’ è una micidiale buffonata. Non quadra l’identificazione delle vittime, né quelle dei carnefici; non quadra l’identificazione del luogo dell’esecuzione, non quadrano decine di altri dettagli per cui rimando alla circostanziata analisi del rapporto. Però è stato presentato così, tra le lacrime dei figuranti: la prova del massacro. Mica come le “mele marce” di Abu Ghraib”.

Grande pregio di questo dossier, inoltre, sta nell’aver spazzato via, attraverso una metodologia storiografica lucida e corretta, quella che si potrebbe definire l’ “ipocrisia delle cifre”. Dunque: premettiamo che prendere una sberla o prenderne quarantacinque non sia piacevole per nessuno; comunque, se interpellassimo un campione di individui mentalmente equilibrati, verosimilmente la grande maggioranza sceglierebbe la prima ipotesi. Quando la storiografia revisionista dell’olocausto ebraico fornisce la cifra di trecentomila deceduti nei campi di prigionia del Reich in luogo dei presunti sei milioni, pone comunque l’accento della questione non tanto sulla cifra in sé, quanto sull’assenza di un deliberato piano di sterminio; anche le cifre però reclamano la loro parte nella Storia: se fosse vero, come superficialmente molti dicono, che uccidere una persona o ucciderne mille è lo stesso abominevole crimine, perché alla fine del secondo conflitto mondiale la storiografia ufficiale non ha diffuso la cifra di tre o cinque persone uccise nelle camere a gas? Avrebbero potuto dimostrarlo facilmente, e noi tutti ci avremmo creduto.

Invece no, neanche diecimila o centomila: sei milioni. Analogo ragionamento è stato fatto per Srebrenica. Secondo quanto riferì il presidente bosniaco Izetbegović fu lo stesso Clinton a ‘richiedergli’ almeno cinquemila morti per scatenare la rappresaglia contro i serbi. Lo sostiene anche Philip Corwin, l’alto funzionario ONU firmatario del nostro dossier: «esiste un potere di sbalordire molto maggiore nella morte di 7000 che in quella di 700». Philip Corwin, mica Faurisson.

Concludendo, la questione è sempre la medesima. Da una parte l’estraneità ai fatti e dall’altra il “non poteva non sapere”; da una parte le deportazioni che dall’altra diventano sterminio; da una parte prove documentate e circostanziate e dall’altra storielle strappalacrime. Non è questa la sede per stabilire se la storia si ripeta; ma la metodologia della nostra addomesticata ricerca storica si, come in un estenuante, ineludibile eterno ritorno.

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[1] Le grossolane falsificazioni non si fermarono qui: non venne dato rilievo neanche al fatto che i cadaveri riesumati furono complessivamente 1883 (tra cui una sola donna, alle quali – insieme coi bambini -  fu data la possibilità di mettersi in salvo), quasi tutti caduti in combattimento e tra cui molti serbi. Trovò invece largo credito l’ipotesi per cui le autorità serbo-bosniache avrebbero caricato migliaia di cadaveri su decine di camion frigorifero per poi seppellirli in luoghi segreti, in barba alla cronica carenza di carburante e senza essere mai individuati né da alcun testimone né dai droni geostazionari e né dai satelliti statunitensi che compivano otto passaggi al giorno sulla zona delle operazioni.

 [2] Tecnica messa a punto nelle centrali CIA col nome “The Quartered Man”; vedi John Kleeves, Vecchi trucchi, Iniziative editoriali “Il Cerchio”, Rimini 1991.

Da http://www.stampalibera.com/?p=6818

vedi anche Ratko Mladic, Serbia di Fulvio Grimaldi http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

 

Il “Massacro di Srebrenica” inventato da Clinton e Izetbegovic

Un paio di vecchi ma interessanti articoli che reputo doveroso proporre nel giorno dell’arresto di un combattente serbo e ricordando che i veri criminali di guerra, tra cui il nostro D’Alema, sono ancora tutti liberi

Ricordate, con il pretesto della presunta strage di Sebrenica gli USA hanno messo le mani sul cuore indomito dell’Europa facendo scoppiare e poi disgregando la Yugoslavia. Il piano perverso si sarebbe poi concluso con il terrificante bombardamento con proiettili all’uranio impoverito di Belgrado. L’epilogo arriva con il distacco forzato del Kossowo e la sua annessione all’impero USA che ha provveduto ad installare qui la più grande base navale del Mediterraneo…

Link: http://sitoaurora.altervista.org/Eurasia/Balkanija54.htm

De-Construct 12 agosto 2009
Traduzione di Freebooter
“Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto.
Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.

- Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.

D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton?
R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina.
Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].

D: Cosa ci dice questo?
R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.

Le “vittime di Srebrenica” votano
D: Questo libro offre prove aggiuntive?
R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.

D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…?
R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.

D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…?
R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.

La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori
D: Perché hanno premuto sui serbi?
R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.

D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica?
R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.

D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro?
R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.

D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua?
R: L’editore del mio libro, Kai Homilius - di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.

fonte

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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”.

L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.

Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999:
“Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…)

Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…)

Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”.
La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico.
Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.

Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi.

Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità.

La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”.
E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota).

Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.

Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”.

 Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”.
Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.

Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje.

 Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni.
“Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni.

Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando.

 La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”.
C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice:
“Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”

La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium.

Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno.

 Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani.

Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio).

Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?

Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante).

Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).

Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci