| RASSEGNA STAMPA |
IL TIBET AI TEMPI DEL DALAI LAMA.
Di redazione (del 14/04/2008 @ 03:50:38, in Gli Speciali Della Redazione, linkato 74 volte)
Un approccio diverso per cercare di capire ciò che sta accadendo. Siamo certi che saprete apprezzare il nostro sforzo che ha come unico obiettivo quello di fornire un’informazione senza bavagli rassicuranti. A Voi il compito di valutare. Buona lettura.
Nel Tibet dominato dal Dalaï Lama, il potere politico ed il potere religioso erano riuniti in un’unica autorità governativa, diretta emanazione della Divinità.
A governare era una casta sacerdotale ed un sovrano (Dalaï Lama) considerato come il rappresentante di Dio sulla Terra o meglio, come l'incarnazione del Dio stesso.
Il Tibet si trovava in una sorta di medioevo feudale, dove il potere sacerdotale era completamente corrotto sul piano politico e assolutamente incapace su quello economico. Ciò implicava il totale ristagno dell'economia e un livello di povertà della popolazione difficilmente riscontrabile in altre parti del mondo. A tutto ciò si andava ad aggiungere una spaventosa arretratezza culturale.
I dignitari, i nobili, i signori e l'alto clero, meno del 5% di tutta la popolazione, erano proprietari di terre, pascoli e foreste e di quasi tutto il bestiame. Opprimevano ferocemente gli schiavi e i servi che rappresentavano il 95% della popolazione.
Il popolo era sottoposto a sofferenze intollerabili, viveva in condizioni di estrema povertà per le esorbitanti tasse e imposte, e come non bastasse i dignitari infliggevano a chi osava ribellarsi torture e atroci supplizi.
I diritti umani erano prerogativa esclusiva della casta privilegiata. I proprietari dei servi e degli schiavi avevano il diritto di affittarli, prestarli, venderli, regalarli o addirittura ipotecarli al gioco.
Le pagine della storia ci raccontano di quale natura orribile e odiosa fosse quel modello di società, feudale e schiavista, in cui i più elementari diritti dell'uomo erano calpestati da una ristretta casta di eletti che perseguiva soltanto l'arricchimento personale a scapito di tutta la popolazione.
Questa intollerabile vergogna ha termine nel 1951, con la liberazione del Tibet da parte dell'esercito cinese ed il ritorno di questa regione in seno alla grande Cina. Con il 1959, l'anno delle grandi riforme e dei primi investimenti in quella che è ormai diventata la regione autonoma del Tibet, inizia un periodo di grandi cambiamenti che vanno a toccare tutti gli aspetti della vita sociale.
L'industria, l'agricoltura e l'allevamento sono sviluppati attraverso piani finanziati dal governo di Pechino, ed è reso totalmente gratuito alla popolazione l'accesso a servizi fondamentali quali l'istruzione e la sanità. E' inutile sottolineare i sensibili miglioramenti del tenore di vita dei Tibetani, che si lasciano così alle spalle l'oscurantismo politico religioso di quella casta di dignitari guidata dal Dalai Lama.
Con l'inizio del nuovo secolo, lo sviluppo economico e sociale del Tibet ha conosciuto una crescita senza precedenti. Il prodotto interno lordo della regione autonoma ha superato i 30 miliardi di yuans, mentre il PIL pro capite è di 12.000 yuans. La crescita economica tibetana è superiore alla media nazionale cinese ed oggi il Tibet, con la sua produzione di cereali e l'allevamento di carni, è in grado di soddisfare la propria domanda interna.
Il grande cambiamento avvenuto in questa regione ricorda al mondo che l'abolizione del regime di sovranità del Dalaï Lama, che accentrava nella sua persona il potere politico e religioso in un sistema sociale di tipo feudale e schiavista, e la conseguente applicazione del sistema d'autonomia costituisce la condizione essenziale che permette al Tibet di vivere oggi un grande cambiamento ed un considerevole sviluppo sul piano economico e sociale.( Quotidiano del Popolo/ Pechino on line)
Redazione online – Gli Speciali Della Redazione
C
aro Vergili,È
giusto invitare le autorità cinesi alla moderazione di fronte alla
rivolta dei monaci tibetani, ma non si può pretendere che la Repubblica
popolare tolleri che una sua regione sia governata da una teocrazia. La
Cina, con l’introduzione del mercato, sta sviluppando a tappe forzate la
sua economia (e di conseguenza la società) e la modernizzazione del
Tibet è parte integrante del progetto.
Il boicottaggio delle Olimpiadi inasprirebbe i rapporti con quella che
fra pochi decenni sarà la maggiore potenza economica mondiale.
D’altronde non sono affatto convinto che il mancato boicottaggio
rappresenterebbe, come molti sostengono, un tradimento dei nostri
valori; trovo anzi singolare pretendere, in nome della cultura
occidentale, che società e civiltà arcaiche vengano trattate come
reperti archeologici da conservare a ogni costo per la delizia di
turisti e antropologi. Del resto, è proprio il rifiuto da parte di Stati
e culture di uscire dal medioevo per entrare nella modernità che spesso
costituisce l'ostacolo maggiore al dialogo e alla coesistenza.
Menzogne
americane sul Tibet e sul Dalai Lama. Michele
– Risiko
Media commerciali e ufficiali propongono
incessantemente la versione americana del tormento che il Tibet
avrebbe subito dall’aggressore e sterminatore cinese.
Personalmente ero affascinato anch’io dal buddismo tibetano e
dalla santità del Dalai Lama. Ero pure addolorato per
l’oppressione subita dai tibetani a causa dell’oppressione
cinese. Bhè, come diciamo nel nostro motto, ho cambiato
radicalmente idea per accordarla alla verità. Le mie conclusioni
sono una profonda avversione per la “causa tibetana” (così come
ce la propone Hollywood) e per il Dalai Lama.
Come di fronte ad ogni versione ufficiale, mi sono mosso alla
ricerca di una verità alternativa. Non ero sicuro di trovarne
una, ma volevo vedere se il “martirio” del Tibet è così univoco
come gli americani vorrebbero far credere. Volevo vedere se i
Cinesi possono essere considerati “aggressori” del Tibet come
ripetono incessantemente i media legati a Washington e Londra.
Questa ricerca è fatta in nome del solo principio che mi
caratterizza: la ricerca della verità. E ho trovato delle cose
sconcertanti…
Secoli di aggressioni, stermini, attentati, eccidi, guerre da
parte degli occidentali al popolo cinese non fanno parte di
questo articolo, ma vale la pena almeno accennarli per
puntualizzare che nessun “occidentale” può parlare di
aggressione cinese a chicchessia senza prima parlare di torture,
umiliazioni, spoliazioni, stermini da parte degli occidentali ai
danni dei “musi gialli”. Chiudiamo qui la parentesi su cui
magari scriveremo un articolo dedicato.
L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere
la secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra
in buona fede si fa portavoce (assieme agli organi di
informazione dell’Impero) di questa posizione per subalternità o
mancanza di conoscenza. E veniamo ai fatti.
La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di
storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa
non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in
discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori
dell’imperialismo britannico.
Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque),
i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la
conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della
Cina”.
Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet
parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica
nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto.
Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla
Prima Guerra Mondiale per poter recuperare alla Cina i territori
che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste
strapparci anche il Tibet!”.
Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet
era territorio cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato
Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una
mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque.
Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi
con l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa
antimperialista, Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli
inizi di questa manipolazione possono essere rintracciati in una
lettera del 13 gennaio 1947 al Presidente americano Truman da
parte di Gorge R. Merrel, incaricato d’affari USA a Nuova Dheli.
La lettera riguardava la “inestimabile importanza strategica”
del Tibet e recitava: “Il
Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro
l’espansione del comunismo in Asia o almeno come un’isola di
conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici”. E
aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra
missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta
l’Asia”.
Questi particolari sono tratti da un autore americano per
decenni funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il
contenuto di questa lettera sia quasi combaciante con la visione
imperialistica che aveva a suo tempo l’Inghilterra vittoriana
impegnata nel “grande gioco” dell’espansione in Asia.
Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo
americano o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA,
diviene uno strumento degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo
governo comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi
le condizioni per un “cambiamento di regime a Pechino”.
Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”,
vennero addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi
paracadutati in Tibet e riforniti per via aerea di armi,
munizioni, apparecchiature ricetrasmittenti, ecc. A tali
guerriglieri la CIA aggiunge la
“collaborazione dei banditi
Khampa di vecchio stile”.
In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959.
E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti:
la rivolta faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei
servizi segreti americani di provocare disordini in Cina a
partire dalle Filippine; come disse un esponente della CIA,
lo scatenamento della rivolta
aveva “poco a che fare con l’aiuto ai tibetani”,
perché lo scopo era quello di mettere in difficoltà i “comunisti
cinesi”. Era la stessa logica che i servizi segreti americani
usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di
rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo tollerante
verso i comunisti di quel paese. Come è noto il colpo di
Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col
massacro di centinaia di migliaia di comunisti o di elementi
tolleranti verso i comunisti. Sarebbero state meno feroci le
forze finanziate e addestrate dalla CIA in Tibet se avesse vinto
il separatismo?
Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA
a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente
visse più tardi nel Laos “in
una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle
teste di comunisti morti”, come ci informa un docente
americano su una rivista USA.
Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana,
i servizi segreti americani danno inizio ad una campagna
mediatica in occidente.
Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo
dei colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta
reazionaria anticomunista filo-occidentale, ora viene
santificato. Diventa il leader della non violenza. Lo stesso
buddismo tibetano diventa una dottrina e una tecnica spirituale
sublime. L’industria cinematografica americana si adopera per
proporre incessantemente questo falso mito.
Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento
gli inglesi e la Russia si contendevano il Tibet, regione della
Cina, correva voce che lo Zar in persona si fosse convertito al
buddismo.
Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al
buddismo. Una conversione che ha del miracoloso se si pensa che
l’Occidente ha sempre disprezzato il buddismo tibetano come
sinonimo di dispotismo orientale, con la sua figura di Dio-Re.
Basti ricordare il disprezzo dei padri della cultura occidentale
come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del 1900
i lama sono considerati una
“incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già
dei lama defunti”.
Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet
lo fece in nome della civiltà contro
“quest’ultima roccaforte
dell’oscurantismo”, per civilizzare “questo piccolo
popolo miserabile”.
Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della
teocrazia tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris,
quello che era in carica agli inizi del ‘900
“era uno dei pochi Dalai Lama ad
aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di
loro veniva eliminata durante la fanciullezza a seconda della
convenienza del Consiglio di Reggenza”.
Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo
tibetano è divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di
elevata spiritualità. Seguendo l’ideologia imperialistica
anticomunista occidentale, “i
tibetani sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”.
La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media
commerciali americani al servizio degli strateghi militari. La
struttura castale si manifesta anche dopo la morte: il corpo di
un aristocratico viene cremato o inumato, mentre i corpi della
massa vengono dati in pasto agli avvoltoi. Poco tempo fa era l’“International
Herald Tribune” che descriveva come durante i funerali di plebei
fosse il sacerdote che staccava pezzo per pezzo la carne dalle
ossa per facilitare il compito degli avvoltoi.
La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che
spiegava il tutto in chiave “ecologica”. Lo studioso non
chiariva però perché all’equilibrio ecologico doveva contribuire
solo il corpo dei plebei.
Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste
pratiche disumane perché potrei rimanere vittima della mia
cultura italiana; dovrei essere un tibetano per condannarle; ad
ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto che gli occidentali
imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi,
sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e
siano pronti ad inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno
disumana) su falsi crimini di Cuba, di Saddam, di Pechino e di
tutti gli avversari, salvo santificare la reazione più assoluta.
La Rivoluzione Culturale maoista si era scagliata contro la
pratica castale, discriminatrice e violenta. Nel Tibet
precedente alla Rivoluzione la teocrazia riduceva in schiavitù o
servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Come
scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista, le riforme
realizzate dal 1951 hanno
“abolito feudalesimo e servaggio”. La
Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che
pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu
attuata la separazione tra potere religioso e potere civile.
La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti
umani prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore
di vita e un sensibile prolungamento della vita media. E ciò è
malgrado i media universalmente riconosciuto da tutti gli
esperti analisti della regione.
La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana
libertà che non ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata
e recente. La regione tibetana, oltre ad avere il
bilinguismo con prima lingua il
tibetano, vede garantiti altri
diritti nazionali quali la
preferenza a favore dei tibetani e delle altre minoranze
nazionali per quanto riguarda l’ammissione all’università, la
carriera pubblica, ecc.
Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma
cosa chiede questo personaggio che si proclama Dio-Re?
“Esige la creazione di un Grande
Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha
costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree
tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal
Tibet già nel diciottesimo secolo”.
E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i loro
territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della
pretesta di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i
territori che erano abitati da maggioranza tedesca. Il principio
“nazionale” del Dalai Lama è quello di Hitler, con la sola
differenza che del nazional-socialismo il Dalai Lama non ha
neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro nazionalismo
esasperato ai massimi livelli.
Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia
profondamente gli uomini che hanno la pelle gialla e parlano il
cinese. Un odio viscerale, razzista, tanto che, quando l’India
procedette al riarmo nucleare, trovò il suo più fiero
sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama.
Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama
rappresenta il popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’
perfino il “Libro Nero del Comunismo” a riconoscere che
un’elementare analisi storica
“distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del
Dalai Lama”.
Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla
caduta del regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei
gruppi più reazionari e delle classi dei privilegiati, ma i
comunisti poterono contare sull’appoggio della stragrande
maggioranza della popolazione civile. Gli autori più
anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano
così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata
subito col regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti
che “non esitano ad augurarsi
che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono
il crimine di fraternizzare con i comunisti e l’esercito
Popolare di Liberazione.
Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia
disprezzato non solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da
ampi settori religiosi tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di
un suo viaggio a Londra il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più
grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa
di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà
religiosa”.
Oggi il Dalai Lama continua a sperare in una disintegrazione
della Cina come è avvenuto nella tragedia che ha caratterizzato
l’URSS.
Michele – Risiko
www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 25-05-03
Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!
di Massimiliano Ay*
su www.resistenze.org del 02/04/2008
* Membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del Lavoro / Partito Comunista del Ticino
Un treno veloce collegherà a breve
il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi
coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da
cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare
come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione
dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo
si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet?
Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere
politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono
verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla
solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti
d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione
dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali
facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione
pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano
i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a
dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo
seri problemi al dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso
accade, ormai del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che
è il marxismo, si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si
scaglia senza riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al
mondo unipolare. La storia della “repressione” è però un’altra e va
raccontata anche se è impopolare.
Riabilitare i nazi…
La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni
in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer,
un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia
tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in
competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un
nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle
scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!
Il santone
E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli
occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive
di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di
Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista.
Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la
Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro
l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la
schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si
facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e
teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli
ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti
appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti
per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950,
accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione
della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese
degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media
della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete
educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il
tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da
quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una
società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai
Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare
contro la schiavitù?
L’invasione fu davvero invasione?
Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a
gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però,
il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno
della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in
testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in
seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio
2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun
senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao
completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu
raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di
autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i
servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di
tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro:
nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro
contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente.
(…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo
per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente
tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio
centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver
finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina
popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti
sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha
concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la
loro cultura e la loro religione.
Una strategia imperialista
Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et
impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli
USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne
l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici
appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche
messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi
religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a
maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella
ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto
determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare.
Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è
diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel
caso concreto è orchestrato all’estero! Per dei comunisti vale il metodo
marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi
princìpi, nell’evoluzione della realtà, possano diventare strumenti
reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica
materialista-dialettica.
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22.03.2008 - Comunicato stampa
sulla crisi in Tibet del
Coordinamento Progetto Eurasia
http://www.cpeurasia.org/?read=7418 |
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Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza il comportamento del circo mediatico e politico del cosiddetto Occidente che in questi giorni si sta scagliando contro la Repubblica Popolare Cinese, seguendo un copione già applicato nel caso del Myanmar. Le ragioni nel comunicato stampa. |
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Comunicato Stampa CPE
sulla crisi in Tibet
Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza il comportamento del circo
mediatico e politico del cosiddetto Occidente che in questi giorni si sta
scagliando
contro la Repubblica Popolare Cinese, seguendo un copione già applicato nel
caso del Myanmar. Il CPE intende precisare che la questione
dell'indipendenza del Tibet non ha nulla a che fare coi motivi religiosi che
vengono addotti a pretesto e tanto meno con il diffondersi dell'emigrazione
e della produzione cinese in Europa.
Il circo politico e mediatico sta cercando di unire le varie questioni per
convalidare la dottrina statunitense dello "scontro di civiltà",
declinandola in chiave anticinese. Il CPE, che tra i suoi obiettivi
prioritari ha proprio quello della difesa e della salvaguardia delle
tradizioni dei popoli eurasiatici, ritiene gravemente contraddittorio
pensare che ciò possa avvenire con le armi ed i soldi degli Stati Uniti. La
preservazione delle culture tradizionali dei popoli dell'Eurasia può e deve
avvenire solo all'interno di una più vasta forma di aggregazione politica
del continente.
Si rileva, anche in questo caso, che i collaborazionisti atlantici delle
varie tendenze convergono nel sostenere la figura del Dalai Lama, un
personaggio stipendiato dalla CIA e reclamizzato dal circo mediatico
occidentale, che rappresenta solo se stesso. Il Dalai Lama è lo stesso che
ha benedetto i "bombardamenti umanitari" sulla Serbia, che ha approvato
l'ideologia sionista andando a pregare al muro del pianto ed infine che si è
più volte recato in visita negli Stati Uniti ricevuto dai presidenti
americani; l'ultimo
incontro, con Bush Jr, è stato da lui definito "una riunione di famiglia".
L'estrema destra e l'estrema sinistra, pur con motivazioni all'apparenza
opposte, anche in questo caso si ritrovano a svolgere la funzione di utili
idioti dell'Occidente, sostenendo la strategia americana di sovversione
della sovranità di Cina e Russia, gli ultimi Stati che resistono alla
pressione dell'unipolarismo dell'attuale potenza egemone nel mondo. I due
fronti sedicenti "anti-sistema" dimostrano per l'ennesima volta di non avere
alcuna concezione geopolitica, abboccando alle sirene dei "diritti umani" da
una parte e di un vacuo "tradizionalismo" in salsa new age da quell'altra.
E' bene ricordare che il Dalai Lama ha deciso di esiliarsi solo a seguito
dell'offerta degli USA di fornire all'India, in cambio dell'ospitalità al
Dalai Lama, la tecnologia per dotarsi di un arsenale nucleare. Anche se il
diritto internazionale è ormai carta straccia, la Repubblica Popolare Cinese
ha tutto il diritto di fare ricorso all'uso della forza per impedire la
secessione unilaterale di una parte del suo territorio fomentata da potenze
straniere, così come anche l'Italia avrebbe il diritto di fare nell'ipotesi
di una secessione unilaterale della cosiddetta "Padania" o della Sicilia.
Questa "crisi" tibetana non esplode a caso, ma rientra in una più ampia e
decennale strategia di "balcanizzazione" del Mondo, come chiaramente
spiegato da François Thual nel libro Il
mondo fatto a pezzi: il narcisismo identitario delle comunità
etniche e la loro aspirazione a un'indipendenza puramente formale producono
una polverizzazione geopolitica funzionale a una nuova strategia di dominio
dell'Occidente. Il
Myanmar come il Tibet rappresentano i punti avanzati di questa strategia,
che secondo alcune elaborazioni (ad es. Brzezinski) prevede lo smembramento
della Russia e della Cina e comunque mira all'accerchiamento militare di
questi due grandi paesi per indurli infine a capitolare ed aprirsi ancora di
più all'"occidentalizzazione".
Non è difficile immaginare, infatti, che il primo passo di un Tibet
finalmente indipendente sarebbe quello di entrare nella NATO o comunque di
concedere basi ai soldati americani che in questo modo si troverebbero a
ridosso dei confini cinesi, fomentando ulteriori separatismi come quello
della minoranza islamica dello Xinjiang. Per questi motivi il CPE esprime la
più ferma condanna della campagna anticinese scatenata in Italia e in
Europa.
Il Coordinamento Progetto Eurasia
www.cpeurasia.org
Tibet, civili cinesi vittime della ‘caccia al cinese’. Prime conferme
di Enrico Piovesana*
su Radio Città Aperta del 18/03/2008
*di Peacereporter
18/03/2008
Secondo le autorità cinesi, le tredici persone rimaste uccise negli scontri
a Lhasa erano cinesi, vittime di una violenta ‘caccia al cinese’ da parte
dei manifestanti tibetani.
Una versione che fa discutere, ma che trova le prime conferme.
Juan Carlos Alonso, un turista spagnolo in partenza dal Tibet, intervistato
dalla France Presse ha raccontato: "Quando si sentivano delle urla, potevate
stare sicuri che stavano inseguendo un cinese. Hanno preso una ragazza per
strada e l'hanno portata verso una porta, poi hanno cominciato a colpirla
con delle pietre. Chiedeva disperatamente aiuto e non so come possa esserne
uscita. Molti cinesi scappavano per salvarsi la pelle. I manifestanti
tibetani avevano coltelli, pietre, machete, utilizzavano tutto quello gli
capitava per le mani". Diversi video amatoriali comparsi in rete (come
questo) mostrano le violenze dei manifestanti tibetani contro civili cinesi
inermi.
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=17001
La "Sinistra" smarrita nell'Altopiano Tibetano
di Michele Franco
su Contropiano del 18/03/2008
Con una modalità ed una tempistica già ampiamente conosciuta il Circo Barnum della comunicazione deviante del capitale sta dispiegando, a scala globale, la solita dis/informazione a proposito degli avvenimenti tibetani.
Ancora una volta l’abusato refrain
di ipocrita esecrazione segna, inequivocabilmente, l’interessata opera di
opacizzazione mediatica di quanto sta accadendo nel Tibet. Come sempre le
grandi centrali della manipolazione mondializzata stanno compiendo il lavoro
sporco necessario alla totale mistificazione degli avvenimenti in corso ed
alla rimozione delle reali cause che sottendono i fatti odierni (e quelli
già verificatesi nel passato).
Da ogni parte, particolarmente tra gli epigoni di una “sinistra” - sempre
più subalterna ed integrata al credo universalistico dell’assoluta vigenza
del capitalismo - assistiamo alle lodi sperticate di colui il quale viene
definito il Buddha vivente e presunto campione ed incarnazione di
spiritualità, fratellanza ed armonia generale.
Eppure, non da oggi, i fautori della modernizzazione (quella del
turbo/capitalismo) applaudivano entusiasti al superamento ed alla
cancellazione di quelle che vengono definite “religioni antiche ed arcaiche”
per affermare, con la forza, la superiorità della “civiltà occidentale”.
Sono decenni, oramai, che molti viaggi in giro per il mondo dei Papa, specie
nei paesi di area musulmana, godono di sostanziose sovvenzioni da parte del
Fondo Monetario Internazionale a testimonianza di come gli organismi
sopranazionali del capitalismo hanno a cuore “l’evangelizzazione di questi
paesi”.
Quando, però, si affronta il tema del Tibet cinese e del Dalai Lama la
musica cambia repentinamente registro. In tale caso spuntano fuori gli
apologeti del “diritto e della democrazia internazionale” con allegato
l’intero armamentario propagandistico teso al rinfocolamento artificioso di
tutte quelle contraddizioni storiche e sociali, che pure esistono e che
potrebbero persino convivere assieme, per manometterle in una dichiarata
funzione anticinese.
Non è la prima volta che gli apprendisti stregoni del capitale si mettono al
lavoro in questa regione del mondo allo scopo di destabilizzarla
violentemente.
L’obiettivo è sempre lo stesso: si agitano i temi dell’indipendenza del
Tibet allo scopo di provocare e di mantenere alta la pressione sulla Cina.
Ciò che, sottotraccia, si imputa a Pechino è la resistenza alla penetrazione
selvaggia dei capitali internazionali e, nel contempo, la sua potente ascesa
politica, finanziaria e militare tra i vari soggetti della competizione
globale.
In definitiva non si perdona ai cinesi il loro porre vincoli e difficoltà al
rullo compressore imperialistico della rapina delle risorse, della
schiavizzazione della forza/lavoro e della devastazione ambientale.
Del resto – ed è questa una risaputa pagina del corso storico del
capitalismo in Asia – i cinesi, nonostante le tante ed oggettive
contraddizioni, hanno sempre fatto resistenza verso ogni tentativo di
assoggettamento occidentale del proprio immenso paese. Infatti l’ossessiva
ostinazione con cui, nelle diverse fasi, gli occidentali si accaniscono
contro questo paese/continente deriva dalla persistenza di questo dato
materiale incancellabile.
Eppure, discorrendo del Tibet, andrebbe ricordato agli interessati
sostenitori di questa “causa nazionale” quali erano, prima della vittoria
della rivoluzione nazionale ed antiperialistica di Mao e la proclamazione
della Repubblica Popolare Cinese, le condizioni di sopravvivenza in questa
regione cinese.
Citiamo, a questo proposito, un piccolo passo di un articolo di Sara
Flounders, pubblicato qualche anno fa sulla rivista statunitense Workers
World, in cui si faceva una disamina della situazione: (...) Il Tibet
pre-rivoluzionario era totalmente sottosviluppato... senza sistema viario...
una teocrazia feudale basata sull’agricoltura, con il 90% della popolazione
in servitù o schiavitù... non vi erano scuole, eccetto i monasteri riservati
a pochi... l’educazione delle donne era sconosciuta. Non vi era alcuna forma
di assistenza sanitaria e ospedali. (...) Un centinaio di famiglie nobili e
gli abati dei monasteri (di famiglie nobili anch’essi) possedevano tutto. Il
Dalai Lama viveva nel palazzo di 1.000 stanze di Potala... per il contadino
la vita era breve e misera. Il Tibet aveva il più alto tasso di tubercolosi
e mortalità infantile nel mondo.
Inoltre, sempre a proposito della continua azione di manomissione di
costruzione artificiosa di provocazioni anticinesi, la Flounders, sempre nel
suddetto articolo, cita alcuni dati interessanti: (...) Dal 1955 la CIA
iniziò a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet... Un articolo
su Newsweek del 16.8.99 descrive in dettaglio le operazioni della Cia in
Tibet dal 1957 al 1965... Il Chicago Tribune del 25.1.97 descriveva
l’addestramento di mercenari tibetani in Colorado... Secondo il Pentagono
migliaia di loro, con circa 700 voli, furono paracadutati in Tibet negli
anni ’50...Il fratello del Dalai Lama seguiva tutte queste operazioni e se
ne faceva vanto... La Cia diede una rendita annuale di 180.000 dollari al
Dalai Lama per tutti gli anni ’60 (...)
E’ evidente che le scomposta grida di questi giorni - a favore della “causa
del popolo tibetano” – sono fortemente strumentali, come lo sono state
quelle nei mesi scorsi a sostegno dei monaci della Birmania, ed alludono ad
una speranza mai sopita e che ancora alberga tra i desiderata dei poteri
forti a New York, a Londra, a Berlino, a Parigi ed a Roma.
Alla Cina di oggi e ai suoi attuali dirigenti non viene perdonato
l’autorevole profilo assunto nel gorgo della competizione internazionale. Le
teste d’uovo dell’imperialismo quando non possono colpire direttamente i
loro concorrenti - magari a base di “bombe intelligenti” o di “democratici
embarghi” – utilizzano tutte le leve possibili per detronizzare i paesi e
gli stati che non accettano supinamente di abbassare la testa.
Questa è la vera posta in gioco di questo ulteriore passaggio della “crisi
tibetane”. Tutte le altre interpretazioni sono cortine fumogene per non
affrontare i reali termini della questione.
Con buona pace degli accorsati opinion maker bipartizan o presuntamene
indipendenti (da un Federico Rampini ai convertiti al credo pannelliano come
Sergio D’Elia..) continuiamo a non farci sedurre dalle esoteriche sottane
del Dalai Lama e dalla sua antisociale dottrina.
Senza nulla cauzionare dell’operato dei dirigenti cinesi e senza alcuna
apologia nei confronti di una formazione statuale che riteniamo, comunque,
controparte del nuovo proletariato e delle sterminate masse di sfruttati che
popolano la Cina non riteniamo di accodarci acriticamente alla “santa
alleanza” contro Pechino.
Con questa premessa, di metodo e, soprattutto, di sostanza, vogliamo, al di
là di qualsivoglia atteggiamento eurocentrico e spocchioso, discutere e
confrontarci per far emergere un punto di vista, teorico e politico, fondato
sull’ autonomia e sull’indipendenza dalla linea di condotta - già decisa e
sapientemente pianificata – dalle grandi potenze occidentali.
da www.contropiano.org
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Pechino: "Sul Tibet tante bugie"
di FEDERICO RAMPINI
su la Repubblica del 19/03/2008
Il remier: "Prove contro il leader buddista". Testimoni: a Lhasa è caccia al cinese.
PECHINO—Pericolo scampato: la
leadership cinese si sta convincendo che per il suo status nel mondo il
danno della crisi tibetana sarà meno pesantedi quanto poteva temere.
Passando in rassegna le reazioni internazionali alla feroce repressione di
Lhasa, i dirigenti di Pechino osservano con compiacimento che dall'America
all'Europa al Giappone i toni sono molto moderati.
Quasi nessuno prende in considerazione il boicottaggio delle Olimpiadi. Il
regime di Hu Jintao considera come una vittoria d'immagine perfino l'offerta
di dimissioni del Dalai Lama, che interpreta come una sconfessione delle
frange più radicali della protesta tibetana.
È sempre contro il Dalai Lama, però, che il governo cinese sceglie di
lanciare le bordate più pesanti. Il leader spirituale in esilio resta il
bersaglio numero uno per il suo prestigio mondiale e l'influenza tra i suoi
connazionali. Ieri è sceso in campo Wenjiabao, primo ministro, la più alta
autorità cinese a esprimersi finora sulla rivolta in Tibet. Il premier ha
scelto un'occasione solenne, la conferenza stampa a chiusura della sessione
legislativa del Congresso Nazionale del Popolo a Pechino.
«Abbiamo prove in abbondanza —ha dichiarato Wen—che gli incidenti sono stati
organizzati, premeditati, orchestrati e istigati dalla cricca del Dalai
Lama. Questo dimostra che sono soltanto bugie le pretese del Dalai Lama
secondo cui perseguirebbe un dialogo pacifico con noi». Il premier ha fatto
un collegamento coi Giochi di agosto: «La regìa di questi incidenti era
diretta a sabotare le Olimpiadi, questa era l'agenda segreta dietro le
violenze». Wen Jiabao non ha avuto bisogno di controbattere le ipotesi di
boicottaggio dei Giochi. In effetti la campagna per il boicottaggio, per
quanto vivace nell'opinione pubblica internazionale, è stata lasciata cadere
dalla maggioranza dei governi stranieri. Dall'Unione europea agli Stati
Uniti, dall'Australia alla Russia, si sono moltiplicate invece le
dichiarazioni ufficiali che escludono il boicottaggio. Rarissime sono le
eccezioni. A Parigi il ministro degli Esteri Bernard Kouchner ha affermato
che se le violenze del regime «dovessero continuare» in Tibet, allora
l'Unione europea dovrebbe considerare un boicottaggio, ma limitato alla sola
cerimonia di apertura.
L'unico governo che sta pensando seriamente di disertare i Giochi è quello
di Taipei. L'opinione pubblica di Taiwan ha seguito con una partecipazione
molto intensa la tragedia del Tibet e si capisce il perché: i taiwanesi non
fanno fatica a immaginarsi in situazioni simili nello scenario di una
"riunificazione forzata", cioè un'invasione militare lanciata da Pechino. Il
tono complessivo delle reazioni straniere viene accolto con sollievo dai
leader della Repubblica popolare. Non è sfuggito per esempio il silenzio di
George Bush. Ieri gli Stati Uniti hanno affidato la loro reazione a un
sotto-vice-segretario di Stato, Thomas Christensen, che ha ribadito di
escludere il boicottaggio dei Giochi: «Quell'evento offre l'opportunità alla
Cina di mostrare al mondo i suoi progressi. Per avere successo devono
affrontare alcuni dei loro problemi in materia di diritti umani, perché il
mondo li sta guardando».
Nel frattempo il regime stringe nella morsa del terrore poliziesco il Tibet
e tutte le enclave etniche dei tibetani nelle regioni circostanti. Lunghe
colonne di camion della polizia militare continuano ad affluire da tutta la
Cina verso le zone della rivolta. La nuova linea ferroviaria diretta
Pechino-Lhasa è monopolizzata dal governo per inviare più rapidamente i
reparti speciali antisommossa. A Lhasa il capo della polizia si è rifiutato
di rivelare il numero degli arrestati dopo l'ultimatum, limitandosi a dire
che un centinaio di ribelli si sarebbero già arresi. L'assedio dell'apparato
repressivo non ha impedito nuove tensioni nelle provincie dello Sichuan e
del Gansu: queste sono zone che un tempo appartenevano al Tibet, ma dopo
l'invasione militare cinese del 1950 furono amputate e annesse a provincie
limitrofe. Le enclave etniche tibetane di queste regioni si sentono ancora
più discriminate e oppresse.
Le testimonianze dei turisti stranieri costretti a lasciare Lhasa danno
un'idea della esasperazione divampata la scorsa settimana. John Kenwood, un
turista canadese arrivato a Katmandu dal Tibet, ha parlato di una
«esplosione di rabbia, negozi incendiati, palazzi assaltati». E evidente che
la rivolta di Lhasa ha avuto due volti: da una parte le pacifiche
manifestazioni iniziali dei monaci buddisti, poi gli scontri in cui i
giovani tibetani non hanno sempre seguito la via della non violenza
predicata dal Dalai Lama. In questo senso il governo di Pechino "incassa"
l'offerta di dimissioni del Dalai Lama come una conferma della divisione tra
le due anime della resistenza tibetana, quella pacifista e le frange più
radicali. Di certo se il Dalai Lama dovesse davvero farsi da parte,
rinunciando al suo ruolo politico per riservarsi solo la funzione di guida
spirituale, non per questo il regime cinese adotterebbe un atteggiamento più
morbido.
Ne è la dimostrazione la sorte riservata a un'altra minoranza
etnico-religiosa, gli uiguri islamici dello Xinjiang. Gli uiguri non hanno
un leader religioso di fama mondiale come il Dalai Lama, e di fronte alle
loro ribellioni Pechino ha usato sempre il linguaggio della forza.
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(19 marzo 2008)
Il Tibet è diventato il fronte di una nuova lotta di liberazione
nazionale? Oppure lì sta accadendo qualcosa altro?
I media di notizie USA sono riempiti con storie su avvenimenti che si
svolgono in Tibet. Comunque, ogni rapporto di notizie, pare includere
una nota che molto di quanto riferiscono non possa essere confermato. Le
fonti dei rapporti sono vaghe e sconosciute. Se la procedura del passato
è un indicatore, è probabile che le loro fonti primarie siano il
Dipartimento di Stato USA e la CIA.
Una fonte spesso citata è John Ackerly. Chi è Ackerly? Come presidente
della Campagna Internazionale per il Tibet, lui ed il suo gruppo sembra
operino strettamente con il governo USA, entrambe il Dipartimento di
Stato ed il Congresso, come parte delle loro operazioni riguardanti il
Tibet. Durante la Guerra Fredda, il compito con base a Washington di
Ackerly era di lavorare con "dissidenti" in Europa orientale,
particolarmente della Romania nel 1978-80.
Una agenzia di sicurezza privata internazionale a Washington, la Harbor
Lane Associates, elenca come suoi clienti Ackerly e la Campagna
Internazionale per il Tibet, assieme all'ex Direttore della CIA e
Presidente USA George H.W. Bush ed all'ex capo del Pentagono William
Cohen.
La AP, la Reuters e le altre agenzie di news occidentali citano tutte
Ackerly come una fonte principale per rapporti esagerati sugli scontri
che sono appena avvenuti in Tibet. Per esempio, il 15 marzo la MSNBC
riferiva:
“John Ackerly, della Campagna Internazionale per il Tibet, un gruppo che
sostiene le richieste per l'autonomia tibetana, in una dichiarazione via
e-mail ha detto di temere che 'centinaia di tibetani siano stati
arrestati e vengano interrogati e torturati'".
Qiangba Puncog, un tibetano che è presidente del Governo Regionale
Autonomo del Tibet, ha descritto la situazione in modo piuttosto
differente ad un briefing per la stampa il 17 marzo a Pechino.
Secondo china.org.cn, il sito web di stato della Cina, il leader
tibetano ha detto che il 14 marzo gli alleati dell'esiliato Dalai Lama
"si sono impegnati in sconsiderate percosse, saccheggi, devastazioni ed
incendi e le loro attività si sono presto propagate in altre parti della
città. Queste persone si sono concentrate su negozi lungo la strada,
scuole elementari e medie, ospedali, banche, impianti dell'energia e
delle comunicazioni ed organizzazioni dei media. Hanno appiccato il
fuoco a veicoli di passaggio, inseguito e percosso passeggeri sulla
strada e hanno lanciato assalti a negozi, stazioni del servizio
telecomunicazioni ed uffici governativi. Il loro comportamento ha
causato gravi danni alla vita ed alla proprietà della gente locale ed
indebolito seriamente la legge e l'ordine a Lhasa.
"Tredici civili innocenti sono stati bruciati o pugnalati a morte il 14
marzo nel tumulto a Lhasa e 61 poliziotti feriti, sei dei quali
gravemente", ha detto Qiangba Puncog.
"Le statistiche dimostrano anche che i rivoltosi hanno dato fuoco ad
oltre 300 abitazioni, comprese case residenziali e 214 negozi e
fracassato e bruciato 56 veicoli. ...
“Qiangba Puncog ha anche affermato che il personale della sicurezza non
portava o utilizzava nessuna arma letale lo scorso venerdì
nell'occuparsi della sommossa. ...
"Secondo Qiangba Puncog, la violenza è stata il risultato di una
cospirazione tra gruppi interni ed esteri che sostengono la causa
dell''indipendenza del Tibet'. 'La cricca del Dalai Lama ha diretto,
pianificato ed attentamente organizzato la sommossa".
"Secondo Qiangba Puncog, il 10 marzo, 49 anni fa, i proprietari di
schiavi del vecchio Tibet lanciarono una ribellione mirata a spaccare il
paese. Quella ribellione fu rapidamente domata. Tutti gli anni dal 1959,
alcuni separatisti all'interno ed all'esterno della Cina hanno condotto
delle attività attorno al giorno della ribellione. ...
"Qualsiasi tentativo secessionista di sabotare la stabilità del Tibet
non otterrà l'appoggio del popolo ed è destinato a fallire, ha detto".
Incontro a New Delhi
Qualunque cosa stia accadendo in Tibet è in preparazione da lungo tempo.
Lo scorso giugno a New Delhi, India, è stata tenuta una conferenza degli
"Amici del Tibet". E' stata descritta come una conferenza per la
separazione del Tibet.
Il sito di notizie phayul.com allora riferì che alla conferenza si
raccontava di "come le Olimpiadi potessero fornire l'unica possibilità
dei tibetani per apparire e protestare". Fu emanato un appello per
proteste in tutto il mondo, una marcia di esiliati dall'India al Tibet e
proteste all'interno del Tibet—tutto collegato alle prossime Olimpiadi
di Pechino.
Questo fu seguito da un appello questo trascorso gennaio per una
"rivolta" in Tibet, emanato da organizzazioni basate in India. Il
rapporto di notizie del 25 gennaio diceva che il "Movimento di Rivolta
del Popolo Tibetano" era stato costituito il 4 gennaio per concentrarsi
sulle Olimpiadi del 2008 a Pechino. La data di inizio per la "rivolta"
doveva essere il 10 marzo.
Al momento al quale l'appello venne emanato, l'ambasciatore USA in India
David Mulford si incontrava con il Dalai Lama a Dharamsala, India. Il
Sottosegretario di Stato USA Paula Dobriansky fece una visita simile a
Dharamsala lo scorso novembre. La Dobriansky è anche membro del neocon
Project for a New American Century. E' stata coinvolta nelle cosiddette
rivoluzioni colorate in Europa orientale.
Phayul.com riferisce che la dichiarazione del gruppo della "Rivolta" del
Tibet dice che agisce "nello spirito della Rivolta del 1959".
La rivolta del 1959
Conoscere di più della "rivolta" del 1959 potrebbe aiutare nella
comprensione degli avvenimenti di oggi in Tibet.
Nel 2002 è stato pubblicato dalla University Press of Kansas un libro
intitolato "La guerra segreta della CIA in Tibet". I due autori—Kenneth
Conboy della Heritage Foundation e James Morrison, un veterano
dell'esercito istruttore alla CIA—espongono dettagliatamente con
orgoglio come la CIA avviò e diresse il cosiddetto movimento di
resistenza del Tibet. Lo stesso Dalai Lama era nel libro paga della CIA
ed approvò i piani della CIA per la rivolta armata.
La CIA mise a capo del sanguinoso attacco armato del 1959 il fratello
del Dalai Lama, Gyalo Thodup. Un esercito contra venne addestrato dalla
CIA in Colorado e poi paracadutato in Tibet con aerei dell'aeronautica
militare USA.
L'attacco del 1959 è stato un tentativo di colpo di stato progettato ed
organizzato dalla CIA, molto come la successiva invasione della Baia dei
Porci della Cuba socialista. Lo scopo era di rovesciare l'esistente
governo tibetano ed indebolire la Rivoluzione Cinese cercando allo
stesso tempo di legare il popolo del Tibet agli interessi imperialisti
degli USA. Cosa dice questo della rivolta di marzo di oggi, che viene
compiuta nello stesso spirito?
19 Marzo 2008
Gary Wilson
http://freebooter.da.ru/
Cosa ha a che fare la CIA con il
Dalai Lama?
di Sara Flounders
(da Workers World, Aug. 26, 1999
Web:
http://www.workers.org)
Il 14 agosto il Dalai Lama (DL) - figura di spicco del buddismo tibetano
- era a New York in Central Park. In questa citta' era gia' apparso in tre
incontri al Teatro Beacon (tutto esaurito) piu' altre occasioni in cui persone
benestanti hanno potuto pagare fino a 1000 dollari un biglietto per poterlo
ascoltare.
Il Dalai Lama, con il considerevole aiuto dei maggiori media, e' divenuto una
figura di culto. Lo si chieda a chiunque si sintonizza abitualmente sulle
radio-televisioni piu'importanti. Anche se non si interessa di politica, costui
dira' che il Dalai Lama e' una persona buona, santa ed una "forza spirituale".
Il suo nuovo libro "L'arte della felicita'", scritto assieme con Howard C.
Cutler, e'stato pubblicizzato fino a che non e' entrato nella lista dei
best-sellers per 29 settimane.
Ma il Dalai Lama e' veramente un uomo non-politico? Se cosi' fosse, perche'
questo "santo" che si ritiene non
ammazzerebbe un insetto, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia?
Le persone interessate alle
questioni di carattere sociale dovrebbero sapere che, come Papa Giovanni Paolo
II, il DL denuncia l'aborto, tutte
le forme di controllo delle nascite e l'omosessualita'. L'imperialismo USA ha
molta esperienza nell'uso dei
sentimenti religiosi di milioni di persone. La CIA formo' un blocco unico con il
Papa, che aveva l'appoggio di
milioni di cattolici, per abbattere il socialismo in Polonia. Non dovrebbe
stupire il fatto il DL sia utilizzato anche dalla CIA.
D'altro canto, le figure religiose che si oppongono agli USA sono demonizzate o
diventano obbiettivi degli assassini - dall'Arcivescovo Romero in Salvador ai
religiosi musulmani in Libano e Palestina/Israele.
Lo scorso anno Hollywood ha realizzato due importanti films sul Tibet. Gli
Studios amano il DL, che, come si e' detto, incorpora lo spirito e le
aspirazioni del popolo tibetano. I ricchi gruppi che ora controllano Hollywood -
Disney e la Tristar - entrambi appoggiano l'organizzazione Free Tibet. Hollywood
glorifica la classe religiosa tibetana ed il suo presunto passato idilliaco allo
stesso modo in cui "Via col vento " glorificava la classe dominate schiavista e
razzista del vecchio sud.
Uno di quest film, "Sette anni in Tibet", e' stato basato su di un libro
scritto da un nazista austriaco, Heinrich Harrer, coinvolto in alcuni dei
crimini piu' brutali dei nazi-fascisti austriaci. Harrer fini' in Tibet durante
la
seconda guerra mondiale in missione segreta per l'imperialismo tedesco, che
stava tentando di competere con
l'imperialismo britannico in Asia. Egli fu accettato nel circolo piu' ristretto,
fra la nobilta' tibetana.
L'imperialismo e le culture indigene
In tutto il mondo le societa' indigene dal Nord America, alla America Latina,
l'Africa e l'Oceania sono state
decimate. La ricca varieta' di culture e' stata scalzata, calpestata,
ridicolizzata. I nativi sono stati sterminati
in tutto il mondo da tutte le forze che adesso sembrano essere rispettosamente
in adorazione della cultura tibetana.
Il Tibet e il buddismo tibetano sarebbero stati di scarso interesse per
l'imperialismo britannico ed americano se non
fosse stato per la grande rivoluzione cinese, che ha spazzato via tutto il
vecchio mondo e la corrotta societa' feudale.
Questa e' stata una rivoluzione che ha coinvolto movimenti di massa di milioni
di contadini poveri organizzati per la distribuzione delle terre e per la
cacciata dei vecchi signori feudali. Tale grade sollevamento sociale ha liberato
le energie creative e la partecipazione di un quarto dell'umanita'. Tuttora
pero' i media occidentali glorificano il vecchio Tibet.
L'era della divisione della Cina e del suo dominio
Per oltre 100 anni, le potenze imperialiste dell'Europa occidentale ed il
Giappone hanno mantenuto la Cina nelle sfere di loro influenza, proprio come
l'Europa ha mantenuto l'Africa fra le sue colonie. Gli Stati Uniti allora si
opponevano a questo, ma solo in quanto esclusi dall'accesso in Cina per i loro
affari. Nell'ottocento la Gran Bretagna, potenza dominante, combatte' due guerre
contro la dinastia Manchu per il diritto al controllo sulla vendita dell'oppio
in Cina. Nel 1904 la GB lancio' una invasione su larga scala del Tibet. Col
trattato di Lhasa la Cina fu costretta a concedere due aree di commercio alla
GB, e a pagare un ingente somma per riparare alle spese militari della guerra.
Nel 1949 l'armata Rossa era vicina alla sconfitta definitiva dell'esercito del
Kuomintang del generale Chiang Kai-shek, aiutato dagli USA. Washington allora
stava operando per far aderire il Tibet all'ONU come paese
indipendente. Gli sforzi fallirono perche' il Tibet e' considerato da oltre 700
anni come provincia cinese, ed anche il Kuomintang asseriva che la Cina
includesse il Tibet e l'isola di Taiwan.
Oggi mentre l'imperialismo USA cresce e diventa sempre piu' aggressivo, esso si
sta muovendo su vari fronti per forzare la separazione dalla Cina del Tibet, di
Taiwan e della provincia occidentale del Xinjiang.
Proprio come nei Balcani e nella ex-Unione Sovietica, le grandi corporations
americane supportano ed incoraggiano i separatisti per rompere e controllare
completamente le aree del globo che precedentemente erano libere dal dominio
imperialista.
La vita nell'antico Tibet
Il Tibet pre-rivoluzionario era una regione totalmente sottosviluppata. Non
possedeva alcun sistema viario. Le sole piste erano quelle della preghiera. Era
una teocrazia feudale basata su agricoltura, servitu' e schiavitu'. Oltre il 90%
della popolazione era senza terra e ridotta in servitu'. Erano legati alla terra
ma senza alcuna proprieta'. I loro figli erano registrati fra le proprieta' del
loro Signore.
Non vi erano scuole, eccetto i monasteri in cui (pochi) giovani studiavano
canti. Il totale degli studenti presenti in scuole private era di 600 studenti.
L'educazione per le donne era totalmente sconosciuta. Non vi era alcuna forma di
assistenza sanitaria, non vi erano ospedali in tutto il Tibet.
Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri - anche essi membri di
famiglie nobili - possedevano tutto.
Il Dalai Lama viveva nelle 1000 stanze del palazzo di Potala. Tradizionalmente
era scelto nella sua infanzia fra i giovani delle famiglie potenti. Egli
rimaneva poi come un pupazzo sotto il controllo del notabilato che lo seguiva.
Per il contadino medio la vita era breve e misera, il Tibet aveva il piu' alto
tasso di tubercolosi e mortalita' infantile nel mondo. Oggi il Tibet ha 2380
scuole primarie, moltissime scuole professionali e l'istruzione si svolge in
lingua tibetana. Vi sono oltre 20000 dottori, 95 ospedali cittadini e 770
cliniche.
La lotta di classe in Cina
Nel 1949 la Rivoluzione Cinese stabili' primariamente che il Tibet fosse una
regione autonoma con molti piu' diritti
di quanti ne avesse mai avuti in precedenza. La politica del PC Cinese fu quella
di attendere che si sviluppassero
le condizioni fra le classi oppresse tibetane per il sollevamento e la cacciata
del regime feudale.
La schiavitu' fu dichiarata fuorilegge solo dal 1959, 10 anni dopo la
Rivoluzione. Cio' avvene dopo un grande
movimento di massa che isolo' il Dalai Lama. E' vero, comunque , che il PC
cinese abbia sfidato gli antichi costumi tibetani.
Prima di tutto il governo cinese pago' un adeguato salario a tutti coloro che
lavorassero alla costruzione delle strade. Cio' distrusse totalmente l'usanza
della servitu'.
Prima di cio' un servo poteva sopravvivere lavorando per il Signore: non per
guadagnare ma per il cibo.
Ancora piu' rivoluzionario fu pagare i ragazzi e gli ex-schiavi per frequentare
le scuole; essi furono anche dotati di libri, vitto e alloggio. Nelle famiglie
piu' disperate avevano dovuto lavorare anche i bambini per sopravvivere.
La nuova politica rivoluzionaria sollevo' per la prima volta il livello
economico delle classi piu' oppresse di questa societa' cosi' rigida.
La Cia mobilita le resistenza delle classi-dominanti
Dal 1955 la CIA inizio' a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet,
molto simile ai Contras in Nicaragua e, piu' recentemente, al finaziamento ed
addestramento dell'UCK in Kosovo.
Il 16 agosto 1999 su Newsweek e' apparso l'articolo "Una guerra segreta sul
tetto del mondo - i monaci e l'operazione segreta della Cia in Tibet", nel quale
si descrivono in dettaglio le operazioni CIA dal 1957 al 1965.
Analogamente, il principale articolo del Chicago Tribune del 25 gennaio 1997
descriveva lo speciale addestramento dei mercenari tibetani a Camp Hale nelle
Montagne Rocciose in Colorado, per tutti gli anni '50. Tali mercenari furono
paracadutati in Tibet. In accordo ai famigerati "articoli del Pentagono" ci sono
stati almeno
700 di questi voli negli anni 50. Furono usati C-130, come piu' tardi in
Viet-Nam, per portare munizioni ed armi. Vi erano anche basi speciali a Guam e
ad Okinawa, dove furono addestrati soldati tibetani. Gyalo Thumdup, fratello del
Dalai Lama, segui' le operazioni, e non era certo un mistero. Se ne faceva un
vanto.
Il Chicago Tribune aveva titolato "La guerra segreta della Cia in Tibet" ed
afferma in modo chiaro che "ben poco sulle operazioni Cia in Himalaya e'
veramente segreto, eccetto forse ai contribuenti USA che le hanno finanziate".
La CIA diede una rendita annuale speciale di 180000$ al Dalai Lama per tutti gli
anni 60; questa e' ora una piccola
fortuna in Nepal, ove aveva organizzato un esercito ed un governo virtuale in
esilio. Gli USA hanno anche organizzato delle radiostazioni per proiettare in
Tibet l'"immagine" del DL come quella di un dio-re.
Ralph McGhee, che ha scritto molti articoli sulle operazioni CIA, e mantiene
anche un sito web, ha descritto
in dettaglio come la "compagnia" abbia promosso il DL.
L'ufficio CIA NATIONAL EDOWDMENT for DEMOCRACY ha procurato denaro per un fondo
per il Tibet, per la Voce del Tibet, e per la campagna internazionale per il
Tibet.
La nuova rabbia di Lhasa - Angela Pascucci
Manifesto – 15.3.08
«Il Tibet come la Birmania». Un paragone da brivido sulla schiena dei leader di Pechino, che anche per la repressione di quella rivolta furono chiamati in causa e accusati di non fare abbastanza per ridurre a più miti consigli i brutali e impresentabili «amici» della Giunta militare birmana. Si accusò allora la Cina di non muovere un dito per Aung San Suu Kyi e tanto meno per i monaci buddisti birmani, per via di quell'enorme fantasma appollaiato al suo confine occidentale, appunto il Tibet. Il fantasma si è puntualmente materializzato, evocato dalle Olimpiadi, che anche in questo caso si confermano come un enorme catalizzatore di rivendicazioni per chiunque pensi di avere conti aperti con la Cina e usa questa grande occasione per condizionare una leadership che presta più di un fianco, nella sua ansia di perfezione, ormai vicina alla paranoia, in un circolo perverso che sta alzando oltre misura la pressione, nel momento in cui si dovrebbero invece mantenere sangue freddo e nervi saldi. Uscito da questo vaso di Pandora, il fantasma Tibet si è però presentato con una forza che forse neppure Pechino si aspettava. Anche se da qualche tempo aveva cominciato ad usare la sua strabiliante ferrovia di fresca costruzione, la «più alta del mondo», per spostare da Pechino a Lhasa truppe, oltre che nuove frotte di migranti cinesi han ed eserciti di turisti. Questi ultimi soprattutto, portatori di quattrini e modernità, dovrebbero, nella concezione cinese, strappare all'arretratezza quella immensa regione, da secoli così vicina e legata a tutti gli imperi del Cielo cinesi ma anche così inquietantemente diversa e altra. Le proteste e le rivolte di questi giorni vengono paragonate per forza e ampiezza a quelle che in Tibet deflagrarono nel 1989, dopo la morte del Panchen Lama e pochi mesi prima che anche la rabbia cinese esplodesse a Tian'Anmen. L'uso brutale della forza e l'imposizione della legge marziale misero a tacere tutti, tibetani e cinesi. I quasi vent'anni trascorsi da allora hanno ulteriormente mutato il volto della Cina, i cui governanti hanno puntato con ancor più decisione sullo sviluppo economico e la produzione di ricchezza materiale come antidoto a proteste e sommosse contro l'establishment dominante del Partito. In Cina l'obiettivo è stato raggiunto, ma solo in parte. Ogni anno centinaia di migliaia di cinesi si ribellano, divisi e sparsi, contro ingiustizie e sopraffazioni portato di un sistema politico dalle sembianze ambigue. Un'altra Tian'Anmen però, dicono tutti, non sarebbe più possibile. Certo non poteva andare diversamente in Tibet, dove lo sfrenato sviluppismo cinese ha portato miliardi di dollari di investimenti, ma non certo l'«armonia» sbandierata dalla leadership, e di sicuro non la pacificazione fra le due comunità, quella tibetana e quella han che, come appare evidente anche al più superficiale dei turisti, convivono a fatica e non riescono a trovare un comune terreno di intesa nella vita di tutti i giorni. Anche perché per un cinese arrivato da fuori, vivere in Tibet è difficilissimo, anche solo per le condizioni ambientali. Molti non reggono (neppure l'attuale presidente Hu Jintao, spedito a suo tempo a guidare il Partito in Tibet, riuscì ad adattarsi all'altitudine) e c'è dunque un grande turn over stagionale. Chi decide di fermarsi, attratto da migliori condizioni economiche, subisce una profonda mutazione fisica: il cuore si ingrossa e ciò gli impedirà poi di andare a vivere altrove. Se le notizie arrivate ieri saranno confermate, è significativo che i violenti disordini di ieri a Lhasa si siano originati, secondo le prime cronache, da un litigio fra commercianti tibetani e han in un grande mercato. Questo lo sfondo più materiale dello scontro. Poi ci sono la storia e le rivendicazioni di indipendenza. Il Dalai Lama stesso da tempo afferma di non sostenere più la causa della separazione dalla Cina ma di battersi per una più grande autonomia che dia ai tibetani il diritto di difendere la propria cultura e di praticare la loro religione seguendo i propri dettami, non quelli imposti da Pechino, che peraltro disconosce l'attuale Dalai Lama. Resta tuttavia il fatto che i disordini di questi giorni, come quelli dell'89, hanno preso l'avvio dalla celebrazione di una data particolare, quella della fallita rivolta del '59 contro l' «occupazione» cinese seguita dalla fuga del Dalai Lama in India. Rivolta che fu finanziata e sostenuta dalla Cia. Circostanza che molto compromise la capacità di negoziare alcunché nel prosieguo. Il Dalai Lama, ammettendo qualche anno fa il compromettente aiuto Usa, ha preso atto della necessità di cambiare strategia e della impraticabilità storica di una separazione. Pechino rifiuta di riconoscerne l'autorità e bandisce l'esposizione della sua immagine in Tibet. I cinesi hanno già imposto il «loro» Panchen Lama, facendo sparire il bambino prescelto dai tibetani in esilio. Con tutta evidenza attendono la morte di Tienzin Gyatso per imporre anche un proprio Dalai Lama, sicuri di risolvere così il problema alla radice. Un calcolo rischioso, basato su una chiusura assoluta, che potrebbe rivelarsi un errore tragico, per tutti. Dopo la secessione riconosciuta del Kosovo, chi può dire cosa riserva il futuro? Ma la grande Cina non è la debole Serbia.
L'obelisco di Lhasa
Il riconoscimento reciproco di Tibet e Cina fu suggellato
nell'821/822 dal trattato di pace inciso su un obelisco collocato di
fronte al tempio del Giokhàn, a Lhasa, che recita fra l'altro:
«...Sia il Tibet sia la Cina manterranno il territorio e le
frontiere di cui sono attualmente in possesso. Poiché l'intera
regione a oriente è il paese della grande Cina e l'intera regione a
occidente è sicuramente il paese del grande Tibet, da nessun lato di
questa frontiera ci saranno guerre, invasioni ostili, conquiste
territoriali...». A partire dall'XI sec. cominciarono a costituirsi
diversi ordini religiosi tibetani, spesso rivali fra loro, e nuovi
regni, nessuno dei quali ebbe però la capacità di riunificare il
paese. Monasteri e sovrani tibetani adottarono la strategia di farsi
appoggiare da tribù mongole rivali fra loro o dagli imperatori della
Cina contro i loro rivali tibetani, e nel XIII sec. si sottomisero
alla dinastia mongola che avrebbe governato la Cina con il nome di
Yuan. Nel XVII sec. l'ordine religioso capeggiato dai Dalai Lama
riuscì a imporre il suo dominio su tutto il Tibet grazie
all'appoggio mongolo e all'istituzione di un sistema ierocratico.
Dopo il crollo della dinastia mancese - che nel 1720 aveva ridotto
il Tibet a protettorato - l'aristocrazia tibetana cominciò a
dimostrare interesse per l'Occidente, ma il clero si oppose a ogni
apertura e nel 1923 fece chiudere la scuola inglese di Gyantsé,
accusata di insegnare dottrine - le scienze - non conformi alla
tradizione. Alla fine del 1949 l'Esercito popolare di liberazione
iniziò l'occupazione del paese; le operazioni militari si conclusero
nel marzo del 1959 con la repressione della rivolta di Lhasa,
seguita dalla fuga in India e Nepal di un centinaio di migliaio di
persone appartenenti a tutte le classi sociali. A quella
«liberazione» seguì la Grande rivoluzione culturale proletaria, con
la distruzione della quasi totalità dei monasteri e castelli, il
divieto di professare la religione e la collettivizzazione forzata.
Gli atti vandalici perpetrati dalle Guardie rosse nel Giokhàn di
Lhasa il 26 agosto 1966 segnano convenzionalmente l'inizio della
Rivoluzione culturale in Tibet, ma le testimonianze fornite dai
monaci indicano che le distruzioni erano iniziate in precedenza.
L'espressione occidentale «genocidio culturale» potrebbe applicarsi
bene a quel periodo, non a quello attuale. La resistenza tibetana
all'occupazione cinese iniziò nel Tibet orientale, ma nel 1958 vari
raggruppamenti di guerriglieri si riunirono sotto un solo comando
con sede nel Tibet meridionale. La Cia iniziò ad appoggiare la
guerriglia tibetana, che cessò nel 1974 con lo smantellamento delle
ultime basi nel Mustang, in territorio nepalese. Dopo la caduta
della Banda dei Quattro la resistenza fu condotta pacificamente
soprattutto da religiosi appartenenti all'ordine del Dalai Lama. La
liberalizzazione del Tibet iniziò nel maggio del 1980, dopo la
visita del segretario del Partito comunista cinese nella Regione
Autonoma del Tibet e la successiva rimozione del segretario del
Partito comunista tibetano. Da quel momento i tibetani poterono
nuovamente professare la loro religione e anche studiare la loro
lingua. Dall'inizio degli anni Ottanta sono stati pubblicati
numerosi testi tradizionali d'argomento religioso, storico, medico,
astrologico e grammaticale, ai quali si aggiungono dizionari,
riviste e anche un quotidiano, tutti in lingua tibetana. La
scrittura tibetana appare sulle banconote della Repubblica popolare,
mentre le scritte e i cartelli in Tibet sono generalmente bilingui.
Queste concessioni non hanno però significato piena libertà di
parola, di stampa e di associazione. La maggior parte della gente
evita di esprimere le proprie idee politiche e tace completamente su
certi temi. Le contestazioni sui luoghi di lavoro e le rivolte nei
monasteri vengono pacificate mediante l'invio di funzionari di
partito, che costringono i rivoltosi al dialogo e alla discussione.
In questo genere di incontri alcuni tibetani hanno trovato il
coraggio di accusare la Cina di «imperialismo», esponendosi tuttavia
a loro volta all'accusa di «separatismo», con cui viene tacciata
qualunque opposizione all'occupazione cinese: per la maggior parte
dei cinesi, del tutto indipendentemente dal loro credo politico, il
Tibet è inseparabile dalla Cina, anche se viene percepito come un
luogo esotico e spirituale, proprio come nell'immaginario
occidentale, che sul Paese delle Nevi continua a proiettare le
proprie fantasie, senza aiutare i tibetani a maturare culturalmente
e politicamente. Questa percezione è legata al fatto che due
dinastie, gli Yuan e i Qing, sottomisero effettivamente il Tibet; ma
ambedue erano straniere e conquistarono la stessa Cina. Tale unità
non viene comunque percepita dai tibetani, che occupano un
territorio con caratteristiche etno-linguistiche, culturali,
religiose, economiche e sociali del tutto particolari.
Nuova ricchezza, vecchi rancori
I tibetani contribuiscono oggi alla creazione di una nuova ricchezza
e beneficiano su larga scala di innovazioni inimmaginabili prima del
1959: scuole, ospedali (anche di medicina tradizionale), strade
carrozzabili, veicoli e macchinari a motore, energia elettrica,
telegrafo, telefono, radio, televisione e perfino gabinetti pubblici
si trovano ormai in tutte le città. Queste ultime sono state
tuttavia fortemente sinizzate in seguito all'arrivo di diecine di
migliaia di immigrati cinesi, percepiti dai tibetani come stranieri
anche perché incapaci di parlare tibetano: eccetto coloro che
beneficiano dell'attuale assetto politico, i tibetani non nutrono
simpatia per i cinesi. Le autorità cinesi hanno tentato di
coinvolgere i tibetani nell'amministrazione e nella trasformazione
dell'economia del paese, investendo in Tibet ingenti capitali.
Tuttavia i loro sforzi per conquistarsi il cuore dei tibetani non
hanno conseguito il risultato politico sperato. La popolazione
continua a considerare i cinesi come occupanti stranieri, e a loro
volta i cinesi non capiscono e giudicano ingrato l'atteggiamento dei
tibetani. La Cina riesce così a mantenere il controllo del Tibet
soltanto grazie all'apparato del partito e alla massiccia presenza
del suo esercito. L'invasione militare cinese - bollata da un
marxista quale Bordiga come manifestazione di «conformismo
nazionalcomunista» -, la distruzione della maggior parte del
patrimonio culturale tibetano ad opera delle Guardie rosse e la
colonizzazione cinese hanno rappresentato tre gravi errori politici
difficilmente rimediabili, che hanno provocato la nascita di un
moderno nazionalismo tibetano e non sono riusciti a cancellare la
fede buddhista con cui tibetani si identificano da un millennio.
Agli errori della classe dirigente cinese si aggiungono quelli della
classe dominante tibetana, che non si mise in discussione, ma fino
alla metà del secolo scorso gestì il paese come avrebbe potuto fare
nel XIII sec. e non preparò il paese ai grandi cambiamenti. Così i
tibetani si trovarono del tutto impreparati di fronte
all'occupazione cinese. Sino a oggi il governo di Pechino è riuscito
a fare amministrare il Tibet da tibetani iscritti al partito e
obbedienti a pochi alti funzionari cinesi, ma non rappresentativi
della maggioranza della popolazione tibetana. Dal 1959 esistono così
diverse realtà tibetane, sia in Tibet sia nella frammentata diaspora
tibetana, che fa capo a un governo democraticamente eletto, in
India. I tibetani della diaspora si sono occidentalizzati, anche se
la loro cultura è controllata dal clero, che prospera grazie anche a
un forte sostegno occidentale. L'incapacità della diaspora tibetana
di rinnovarsi culturalmente in senso davvero laico è dimostrata
dall'assenza di un'università che faccia da contrappeso
all'Università del Tibet, la quale da anni collabora con università
europee e statunitensi anche attraverso lo scambio di studenti. La
mancata formazione di una classe politica tibetana veramente
rappresentativa, buddhista ma laica, ha ridotto le possibilità di
dialogo con le autorità di Pechino, prive di interlocutori seri e
carismatici, fatta eccezione per il Dalai Lama, che fortunatamente è
un pacifista sincero: non chiede l'indipendenza del Tibet, ma ne
auspica una vera autonomia, condanna qualunque violenza, anche
quelle di parte tibetana, e non vuole che gli attuali scontri
diventino un pretesto per mettere in crisi i giochi olimpici, che
anche nelle intenzioni del loro ideatore non debbono diventare
un'arena politica. Al di là di questo, tibetani e cinesi sembrano
condannati a una difficile convivenza dai gravi errori politici
commessi dalle loro rispettive classi dirigenti.
----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: n.brough@interazione.it
Cc: lettere@corriere.it
Sent: Thursday, March 20, 2008 10:19 AM
Subject: genocidio culturale
per genocidio culturale si intende la perdita delle caratteristiche
feudali del particolare regime teocratico imposto dai monaci e dall
regime dei monasteri. La popolazione schiava costretta a prestazioni
corvee gratuite e al pagamento di pesanti pizzi: l'uccisione di tutti i
bambini coetanei del "prescelto" incarnato da Budda; il taglio di
entrambi le mani a chi ruba un pò di burro dalle lampade votive e tante
altre scelleratezze del genere come la pena di morte per gli omosessuali
e per pratiche sessuali diverse da quelle prescritte per la
procreazione.
Tutto questo è stata abolito da quando il Tibet è tornata alla madre
Cina.
Questo è il genocidio che l'Occidente piange nella campagna orchestrata
dalla Cia per destabilizzare la Cina che comincia a dare seri fastidi al
predominio commerciale e militare americano sul pianeta
Cordiali saluti.
Pietro Ancona
Dopo le esperienze di questi ultimi anni sulla esportazione della democrazia nei paesi islamici, ecco la contraddizione: la difesa della diversità culturale del Tibet dalla omologazione legata alla modernizzazione cinese. Ma come, l'Occidente ha lottato i talebani e la teocrazia iraniana in nome della superiorità e della universalità dei diritti ed ora sostiene il regime medioevale dei monaci?Diventa relativista? Non c'è buona fede. Si difende il potere dei monaci e si vorrebbe riportare sul trono il DalaiLama per fare il Tibet una base militare usa sovrastante la Cina, una base magari munita di ordigni nucleari. La rivolta di oggi dei monaci, la rivolta di ieri dei monaci birmani, la rivoluzione arancione, la guerra "umanitaria" del Kosovo, l'occupazione militare ed i continui bombardamenti dell'Irak e dell'Afghanistan, le minacce all'Iran, la Cecenia sono tutte azioni di guerra, una strategia rivolta a strangolare la Cina e la Russia, a preparare le migliori condizioni tattiche per prossime aggressioni militari Usa. Per questo non riesco ad essere solidale con i monaci che lottano in combutta con l'Occidente per il loro potere e per il potere degli Usa sul pianeta.
Pietro Ancona
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http://www.michaelparenti.org/Tibet.html
http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2005-08-24 11:39:05&log=invites
www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 21-11-05
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Da un capo all’altro dei secoli è prevalsa una
dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della
cristianità, del giudaismo, dell’induismo e dell’islamismo sono
pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni
e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa
hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e
massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.
Alcuni hanno obiettato che il buddismo è diverso, che occupa una
posizione antitetica rispetto alla violenza cronica delle altre
confessioni religiose. In verità, così com’è praticato da molti
negli Stati Uniti, il buddismo è più una disciplina “spirituale” e
psicologica che non una teologia nel senso consueto del termine.
Esso offre tecniche meditative e auto-terapie che si ritiene
favoriscano l’ “illuminazione” e l’armonia dell’interiorità. Ma,
come ogni altro sistema di valori, di convinzioni, il buddismo deve
essere valutato non soltanto dalle sue dottrine, ma dall’effettivo
comportamento dei suoi seguaci.
Eccezionalità del buddismo?
Un colpo d’occhio alla storia rivela che le organizzazioni buddiste
non fanno eccezione alle persecuzioni violente che hanno così
caratterizzato i gruppi religiosi nel corso delle epoche storiche.
In Tibet, dall’inizio del diciassettesimo secolo e sino al secolo
successivo inoltrato, sette buddiste in conflitto si impegnarono in
ostilità armate ed esecuzioni sommarie. (1) Nel ventesimo secolo,
dalla Thailandia alla Birmania alla Corea al Giappone, i buddisti si
sono scontrati fra loro e con i non buddisti. In Sri Lanka, enormi
battaglie in nome del buddismo sono parte integrante della storia
cingalese. (2)
Soltanto pochi anni fa, in Corea del Sud, migliaia di monaci
dell’ordine buddista Chogye – che, secondo l’opinione generale erano
dedicati ad una ricerca meditativa alla ricerca dell’illuminazione
spirituale – si combatterono con pugni, pietre, bombe incendiarie, e
randelli, in battaglie campali che continuavano per settimane.
Stavano rivaleggiando per il controllo dell’ordine monastico, il
maggiore della Corea del Sud, con il suo budget annuo di 9.2 milioni
di dollari, i suoi milioni di dollari aggiuntivi in proprietà, e il
privilegio di nominare 1700 monaci per mansioni varie. Le risse
distrussero in parte i principali santuari buddisti e lasciarono
dozzine di monaci feriti, alcuni dei quali in maniera seria.
Entrambe le fazioni che lottavano per la supremazia ricercavano il
sostegno della nazione. In effetti, i cittadini coreani sembravano
disdegnare entrambe le parti, essendo dell’opinione che non aveva
importanza quale consorteria avrebbe preso controllo di un ordine,
poiché avrebbe comunque impiegato le donazioni dei fedeli per
accumulare ricchezze, comprese case ed auto costose. Secondo un
notiziario di cronaca, la confusione all’interno dell’ordine
buddista Chogye (molta della quale portata sugli schermi televisivi
coreani): “ha mandato in frantumi l’immagine dell’Illuminismo
Buddista”. (3)
Ma molti buddisti odierni negli Stati Uniti farebbero obiezione,
affermando che nulla di ciò si applicherebbe al caso del Dalai Lama
e del Tibet da lui presieduto prima della spaccatura cinese del
1959. Il Tibet in cui credono, quello del Dalai Lama, era un mondo
orientato verso un orizzonte spirituale, scevro da stili di vita
egoistici, libero dal vuoto materialismo, da inutili ricerche e dai
vizi corrotti che assediano la società moderna industrializzata. I
media occidentali, insieme a uno stuolo di libri di viaggi, romanzi
e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come una
vera Shangri-La e il Dalai Lama come un santo saggio, “il più grande
essere umano vivente”, come lo ha descritto con grandissimo
entusiasmo l’attore Richard Gere. (4)
Lo stesso Dalai Lama ha dato adito a tali immagini idealizzate sul
Tibet, mediante affermazioni come: “La civiltà tibetana ha una ricca
e lunga storia. L’influenza persuasiva del buddismo e le asperità di
una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha
avuto come risultato una società dedicata alla pace e all’armonia.
Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell’essere
paghi.” (5)
Ma la storia del Tibet appare un po’ diversa. Nel tredicesimo
secolo, l’imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che
avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un
papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l’imperatore della
Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un’
ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai
(Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ecco un’ironia storica: il
primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito
cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana,
temporale, il primo Dalai Lama confiscò monasteri che non
appartenevano alla sua setta, e si crede anche che abbia distrutto
scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità.
Il Dalai Lama che gli successe ricercò una vita sibaritica (ndt:
termine che indica un eccesso di lusso e mollezza, “degno di un
sibarita”), da individuo raffinato e dedito ai piaceri, godendo
di molte concubine, organizzando feste, scrivendo poesie erotiche e
comportandosi in altri modi, che dovrebbero sembrare sconvenienti
per una incarnazione degli dei.
Per questo la sua figura, in seguito è stata "oscurata" dai suoi
monaci. In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei,
cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti
o da loro altri cortigiani non violenti buddistici. (7)
Shangri-La (per signori e Lama)
Le religioni hanno sempre avuto una stretta correlazione non
soltanto con la violenza, ma anche con lo sfruttamento economico. In
realtà, è spesso la strumentalizzazione economica che conduce
necessariamente alla violenza. Tale è stato il caso della teocrazia
tibetana. Fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette l’ultima
volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora
organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari
lavorate da servi della gleba. Addirittura uno scrittore come
Pradyumna Karan, solidale con il vecchio ordine, riconosce che “una
grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la
maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze… Inoltre, monaci e
Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze
tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e
nell’usura.” (8)
Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà terrestri
del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300
grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. La ricchezza dei
monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali rampolli
di famiglie aristocratiche, mentre invece la maggior parte del clero
più basso era povero come la classe contadina dalla quale
discendeva. Questa disuguaglianza economica classista all’interno
del clero tibetano, è strettamente paragonabile a quella del clero
cristiano dell’Europa medievale. Insieme al clero superiore, i
leaders secolari facevano la loro parte. Un esempio considerevole fu
il comandante in capo dell’esercito tibetano, che possedeva 4.000
chilometri quadrati di terra e 3.500 servi. Egli era anche un membro
del Consiglio terriero del Dalai Lama. (9)
L’Antico Tibet è stato rappresentato da alcuni dei suoi ammiratori
occidentali come “una nazione che non necessitava forze di polizia
perché il suo popolo osservava spontaneamente le leggi del karma.”
(10) In realtà era dotato di un esercito professionale, sebbene di
piccole dimensioni, che era al servizio dei proprietari terrieri
come gendarmeria, con l’incarico di mantenere l’ordine e catturare i
servi della gleba fuggitivi. (11)
I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro
famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci.
Una volta laggiù, erano vincolati per tutta la vita. Tashì-Tsering,
un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini
essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di
ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto
tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni.
(12)
Nell’Antico Tibet vi era un piccolo numero di agricoltori il cui
stato sociale era una sorta di contadino libero, e forse un numero
aggiuntivo di 10.000 persone, le quali costituivano la “classe
media”, famiglie di mercanti, bottegai e piccoli commercianti.
Migliaia di altri erano mendicanti. Una piccola minoranza erano poi
schiavi, di solito servi domestici, che non possedevano nulla. La
loro prole nasceva già in condizioni di schiavitù. (13)
Nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su
una popolazione totale stimata 1.250.000 – era composta da servi
della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto
una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al
sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano
in genere fare a meno dell’istruzione e dalle cure mediche.
Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i
monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un’aristocrazia
secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in
effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali
prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si
potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il
suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un
servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia.
I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a
tortura e morte. (14)
Se dobbiamo dar credito al racconto di una donna ventiduenne, ella
stessa serva fuggiasca, il signore tibetano era solito selezionare
fra il meglio della popolazione femminile di servitù della gleba:
“Tutte le ragazze graziose della servitù erano solitamente prese dal
proprietario come domestiche e trattate come lui desiderava.” Esse
“erano soltanto schiave senza alcun diritto.” (15) La servitù
necessitava di un permesso per recarsi ovunque. I proprietari
terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi
coercitivi, sino alla violenza, nei confronti di quelli che
tentavano di fuggire, obbligandoli a tornare indietro. Un servo di
ventiquattro anni, anch’egli fuggiasco, intervistato da Anna Louise
Strong, accoglieva con favore l’intervento cinese come una
“liberazione”. Nel corso del suo periodo di servitù sostiene di non
avere ricevuto un trattamento molto diverso da un animale da traino,
sottoposto a un incessante lavoro, fame e freddo, incapace di
leggere o scrivere, senza conoscere nulla, né sapere nulla. Egli
racconta il suo tentativo di fuga: la prima volta che [gli uomini
del padrone] mi agguantarono mentre stavo cercando di sfuggire, ero
molto piccolo, e mi diedero soltanto un buffetto imprecando contro
di me. La seconda volta mi picchiarono. La terza volta avevo già
quindici anni e mi diedero quindici frustate pesanti, violente, con
due uomini seduti sopra di me, uno sulla mia testa e uno sui miei
piedi. Il sangue mi uscì allora dal naso e dalla bocca. Il
sorvegliante disse: “Questo è soltanto sangue dal naso; forse
prenderai bastonate più forti, e perderai sangue dal cervello.” Mi
picchiarono poi con bastonate più intense, versando alcool e acqua
con soda caustica sulle ferite, per aumentare il dolore. Persi i
sensi per due ore…” (16)
Oltre a ritrovarsi in un vincolo lavorativo che li obbligava a
lavorare la terra del signore – oppure quella del monastero - per
tutta la durata della vita e senza salario, i servi della gleba
erano costretti a riparare le case del signore, trasportarne la
messe e raccoglierne la legna da ardere. Si esigeva anche che
provvedessero a trasportare gli animali e al trasporto su richiesta,
a seconda delle pretese del padrone. “Era un efficiente sistema di
sfruttamento economico, che assicurava alle élites laiche e
religiose del paese una forza lavoro sicura e permanente per
coltivare i loro appezzamenti di terreno, che li esonerava
dall’accollarsi qualsiasi responsabilità quotidiana diretta circa la
sussistenza del servo, e senza la necessità di competere per la
manodopera in un contesto di mercato.” (17)
La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée
(lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime
onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il
matrimonio, la nascita di ogni figlio, ogni morte in famiglia. Erano
soggetti a imposta per aver piantato un nuovo albero nel loro
cortile, per tenere animali domestici o dell’aia, per il possesso di
un vaso di fiori, o per l’aver messo un campanello ad un animale.
C’erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far
rullare il tamburo e suonare il campanello. La gente veniva tassata
per quando veniva mandata in prigione e quando la si rilasciava.
Addirittura i mendicanti erano soggetti alla pressione fiscale.
Quelli che non riuscivano a trovare lavoro erano tassati a causa
della loro disoccupazione, e se si spostavano in un altro villaggio
nella loro ricerca di un’occupazione, pagavano una tassa di
transito. Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano
loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20% e il 50%. Alcuni
debiti venivano tramandati di padre in figlio sino al nipote. I
debitori che non potevano evadere i loro debiti, rischiavano la
riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal
monastero, a volte per il resto delle loro vite. (18)
Le dottrine pedagogiche della teocrazia ne appoggiarono e
rafforzarono l’ordine sociale classista. Si insegnava ai poveri e
agli afflitti che i propri guai erano su di loro a causa del loro
comportamento sciocco e immorale nel corso delle loro vite
precedenti. Dovevano quindi accettare l a miseria della loro
esistenza presente come un’espiazione e in anticipo, solo così il
loro destino, la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati,
se si fossero reincarnati. I ricchi e potenti consideravano
naturalmente la loro buona fortuna come una ricompensa e una
dimostrazione tangibile di virtù nelle vite passate e presenti.
Torture e mutilazioni in Shangri-La
Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione – comprese
l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e
l’amputazione delle braccia e delle gambe – erano le punizioni
principali inflitte ai ladri, ai servi fuggiaschi, e ad altri
“criminali”. Viaggiando attraverso il Tibet negli anni ’60, Stuart e
Roma Gelder ebbero un colloquio con un antico servo, Tsereh Wang
Tuei, che aveva rubato due pecore che appartenevano ad un monastero.
Per questo ebbe entrambi gli occhi strappati e le mani mutilate.
Spiega che non è più un buddista: “Quando un sacro Lama disse loro
di accecarmi, pensai che non c’era alcun bene nella religione.” (19)
Alcuni visitatori occidentali nell’Antico Tibet hanno fatto notare
l’elevato numero di amputati. Dato che è contro la dottrina buddista
sottrarre la vita, alcuni delinquenti furono severamente frustati e
poi “abbandonati a Dio” nella gelida notte a morire. “I paralleli
fra il Tibet e l’Europa medievale sono impressionanti,” conclude Tom
Grunfeld nel suo libro sul Tibet. (20)
Alcuni monasteri avevano le proprie prigioni private, riporta Anna
Louise Strong. Nel 1959, visitò una mostra di apparecchiature da
tortura che erano state impiegate dai signori feudatari tibetani.
C’erano manette di tutte le taglie, comprese quelle di piccola
misura per bambini, e strumenti per mozzare nasi e orecchie, e
spezzare mani. Per strappare gli occhi, c’era uno speciale copricapo
di pietra, provvisto di due fori, che veniva premuto sul capo, così
che gli occhi potessero gonfiarsi e deformarsi fuoriuscendo dalle
orbite, facilitandone l’asportazione. C’erano congegni per tagliare
le rotule e i talloni, o per azzoppare. C’erano tizzoni ardenti,
scudisci e strumenti speciali per sventrare. (21)
L’esposizione presentava fotografie e testimonianze di vittime che
erano state accecate o storpiate o che avevano patito amputazioni
per furto. C’era il pastore il cui padrone vantava un debito nei
suoi confronti in denaro e grano, ma che si rifiutava di pagare.
Così il pastore si impossessò di una delle mucche del padrone; e per
questo gli furono troncate le mani. Ad un altro guardiano di gregge,
che si opponeva al dover concedere la moglie al suo signore, furono
staccate le mani. C’erano fotografie di attivisti comunisti dai nasi
e dalle labbra superiori troncati, e una donna che era stata
violentata e che poi ebbe il naso mozzato. (22)
Il dispotismo teocratico era stato per anni il principio
informatore. Nel 1895, un visitatore inglese in Tibet, il dr. A. L.
Waddell scrisse che i tibetani erano assoggettati all’
“intollerabile tirannia dei monaci” e alle superstizioni diaboliche
che essi avevano modellato al fine di terrorizzare le persone.
Perceval Landon descrisse nel 1904 la regola del Dalai Lama come una
“macchina da sopraffazione” e un “ostacolo ad ogni progresso umano.”
Più o meno a quel tempo, un altro viaggiatore inglese, il Capitano
W.F.T. O’Connor notava che “ i grandi proprietari terrieri e i
sacerdoti… esercitano ciascuno all’interno del proprio dominio un
potere dispotico dal quale non c’è appello,” mentre il popolo è
“oppresso dalla più mostruosa crescita di monachesimo e clericalismo
che il mondo abbia mai visto.” I governatori tibetani, come quelli
europei durante il medioevo, “forgiarono innumerevoli armi per
asservire il popolo, inventarono leggende umilianti e stimolarono
uno spirito di superstizione” fra la gente comune. (23)
Nel 1937, un altro visitatore, Spencer Chapman, scrisse: “…il
monaco buddista tibetano non trascorre il proprio tempo provvedendo
alle persone o ad istruirle, e nemmeno i laici prendono parte ai
servizi dei monasteri o li frequentano. Il mendicante sul ciglio
della strada non è nulla per il monaco. La conoscenza è una
prerogativa dei monasteri custodita gelosamente, ed è
strumentalizzata per aumentare la loro influenza e ricchezza...”
(24)
Occupazione e rivolta
I comunisti cinesi occuparono il Tibet nel 1951, rivendicando la
sovranità sul paese. Il trattato del 1951 stabiliva un apparente
autogoverno sotto l’autorità del Dalai Lama, ma conferiva di fatto
alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre
le relazioni estere. Si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto
nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali.”
Inizialmente, procedevano cautamente facendo affidamento per lo più
sulla persuasione, tentando di attuare processi di cambiamento. Tra
le prime riforme varate ci fu quella che riduceva i tassi
d’interesse da usuraio, e costruirono alcuni ospedali e strade.
Mao Tze Tung e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente
occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel
trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli
obiettivi socialisti. Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con
il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ammette che
“contrariamente all’opinione corrente in Occidente”, i cinesi
“perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare
rispetto per la cultura e la religione tibetane” e “permettevano ai
vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il
1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà
aristocratica o monastica,ma venne permesso ai signori feudali di
esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei
contadini a loro vincolati ereditariamente.” (25)
Non più tardi del 1957, Mao Tze Tung cercò ancora di rafforzare una
politica progressiva. Ridusse il numero di quadri cinesi e delle
truppe in Tibet, e promise al Dalai Lama che la Cina non avrebbe
portare a termine riforme terriere in Tibet per i sei anni
successivi e oltre, se le condizioni non fossero ancora maturate.
(26)
Nondimeno però, l’autorità cinese in Tibet arrecava grandi disagi ai
signori e ai Lama. Ciò che li infastidiva più di ogni altra cosa non
era che gli intrusi fossero cinesi. Nel corso dei secoli avevano
visto cinesi andare e venire, godendo di buone relazioni con il
Generalissimo e il regime reazionario del Kuomintang in Cina. (27)
Effettivamente, l’approvazione del governo reazionario del
Kuomintang era necessaria, per ratificare la scelta dell’attuale
Dalai Lama e del Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu
investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con un scorta armata
di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in
conformità con una tradizione secolare. (28) Quel che preoccupava i
signori tibetani e i Lama era che questi cinesi recenti erano
comunisti. Si sarebbe trattato soltanto di una questione di tempo,
ne erano certi, poi i comunisti avrebbero iniziato ad imporre le
loro soluzioni ugualitarie e collettiviste sulla loro teocrazia
altamente privilegiata.
Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata al convoglio
dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa
ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA, comprendente
armi, provviste e l'addestramento militare per le unità di commando
del Tibetan. È ormai di conoscenza pubblica che fu la CIA a
impiantare le basi di sostegno in Nepal, compiendo numerosi ponti
aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del
Tibet. (29)
Nel frattempo negli Stati Uniti, la Società Americana per un'Asia
Libera, un ramo della CIA, propagandava in modo dispiegato la causa
di resistenza del Tibetan. Il fratello maggiore del Dalai Lama,
Thubtan Norbu, ha giocato un notevole ruolo in questo gruppo. Molti
dei commando del Tibetan e gli agenti che la CIA aveva paracadutato
nel paese, erano dei capi di clan aristocratici o i figli dei capi.
Il novanta per cento di loro non li conosceva nessuno nel paese,
secondo una relazione della CIA. (30)
La ridotta guarnigione dell’EPL in Tibet non avrebbe mai potuto
catturare tutti loro, se non avesse ricevuto il sostegno dei
tibetani che non sostennero la rivolta. Questo dimostra che la
resistenza ha avuto una base piuttosto stretta dentro il Tibet.
"Molti Lama e molti membri laici dell'elite e molti dell'esercito
del Tibetan hanno sostenuto la rivolta, ma la maggioranza della
popolazione non l’ha fatto e questo ha sancito il suo fallimento,"
scrisse Hugh Deane. (31)
Nel loro libro sul Tibet, Ginsburg e Mathos raggiungono una
conclusione simile: "Gli insorti del Tibetan non sono mai riusciti a
raccogliere nei loro ranghi anche solo una consistente parte della
popolazione, per non dire niente della maggioranza di essa. Per
quanto può essere constatato, la gran parte della popolazione di
Lhasa e della campagna contigua, non aderirono nonostante il
tentativo di unirle nella lotta contro il cinese..." (32)
Alla fine la resistenza si sgretolò.
I Comunisti rovesciano il Feudalesimo
Qualunque presunta ingiustizia e qualunque presunta nuova
oppressione furono introdotte dai cinesi in Tibet dopo 1959, essi
di fatto hanno abolito la schiavitù ed il sistema di servi della
gleba e l’utilizzo di mano d'opera non pagata. Hanno eliminato il
sistema delle tasse, creato piani di nuovi lavoro, ridotto in gran
parte la disoccupazione e la miseria. Hanno costruito i soli
ospedali che esistono nel paese, e un nuovo sistema educativo,
rompendo perciò il monopolio educativo dei monasteri. Hanno
costruito i sistemi d’irrigazione per l'acqua e portato l’energia
elettrica in Lhasa.Abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche,
le mutilazioni e le amputazioni come criminali forme di punizione.
(33)
Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha
riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Heinrich Harrer
ha scritto un libro di successo delle sue esperienze in Tibet che è
diventato un film di Hollywood. (Solo dopo si è saputo che Harrer
era stato un sergente nazista sotto Hitler. (34)
Egli narra che i tibetani resisterono orgogliosamente contro i
cinesi e "che hanno difeso nobilmente la loro indipendenza... Erano
predominantemente i nobili, i proprietari ed i Lama; sono poi stati
puniti utilizzandoli per eseguire i lavori più bassi, come lavorare
alla costruzione di strade e ponti. Furono poi ulteriormente
umiliati, essendo usati per la pulizia delle città prima dell’arrivo
dei turisti..." Dovevano anche vivere in un accampamento
originalmente abitato da mendicanti e vagabondi. (35)
Dal 1961 centinaia di migliaia di acri precedentemente posseduti dai
signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuarii ed ai
contadini senza terra. Nelle zone pastorali, le greggi che erano
state possedute una volta dai nobili furono date alle comuni dei
poveri e dei pastori. Miglioramenti ed investimenti furono apportati
nell'allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure
e di frumento e orzo, che furono introdotti per la prima volta; fu
pianificato il sistema di irrigazione, che hanno portato ad un
notevole incremento della produzione contadina. (36)
Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine
al clero. Ma la gente non fu più costretta a omaggiare o fare
regali obbligati ai monasteri ed ai signori. I molti monaci che
erano stati costretti negli ordini religiosi da bambini senza poter
scegliere ora erano liberi di rinunciare alla vita monastica e così
migliaia di essi, particolarmente quelli più giovani, tornarono alla
vita civile. Il clero restante può vivere contando su minimi
stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato
officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. (37)
Le denunce fatte dal Dalai Lama circa le sterilizzazioni di massa e
la deportazione forzata dei tibetani, fatte dai cinesi non hanno mai
trovato conferme da alcuna prova.
Sia il Dalai Lama che il suo fratello più giovane e consigliere,
Tendzin Choegyal, hanno sostenuto che "più di 1.2 milione tibetani
sarebbero morti come conseguenza dell’”occupazione cinese”.(38)
Ad essi non importa come spesso nelle loro dichiarazioni, che i
numeri dati siano sconcertanti e lasciano completamente perplessi.
Il censimento ufficiale del 1953 sei anni prima dell’arrivo dei
cinesi, aveva registrato l'intera popolazione del Tibet, stabilendo
la cifra di 1.274.000 abitanti.
Altre valutazioni avevano conteggiato circa due milioni di tibetani
abitanti il paese. (39)
Se i cinesi avessero ucciso 1.2 milioni, città intere dell'inizio
degli anni 60 e parti enormi della campagna, effettivamente quasi
tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato, trasformato in un enorme
campo di concentramento, pieno di fosse comuni e cimiteri, di cui
però non abbiamo trovato prove. La forza militare cinese nel Tibet
non era abbastanza grande come numero, non avrebbe potuto sterminare
materialmente tutta quella gente anche se avesse speso tutto il
proprio tempo e attività, senza fare nient’altro.
Le autorità cinesi ammettono " errori" nel passato, specialmente
durante la rivoluzione culturale 1966-76 quando le persecuzioni
religiose raggiunsero un'alto livello sia in Cina che nel Tibet.
Dopo la rivolta verso la fine degli anni 50, furono migliaia i
tibetani incarcerati. Durante il “grande balzo in avanti”, la
collettivizzazione dell’agricoltura, la coltivazione forzata del
grano furono imposte ai contadini, a volte con effetti disastrosi.
Verso la fine degli anni 70, la Cina aveva ottenuto la completa
pacificazione della situazione nel Tibet "ed ha provato a modificare
e correggere alcuni errori commessi durante i due decenni
precedenti." (40)
Nel 1980 il governo cinese iniziava una serie di riforme destinate
ad assegnare al Tibet un grado sempre più grande di autonomia e del
auto amministrazione. Ai tibetani venne permesso coltivare propri
appezzamenti di terra, vendere le eccedenze della raccolta,
scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per
mantenere il bestiame e le pecore. Vennero ripristinate le
comunicazione con il mondo esterno ed i controlli di frontiera
furono facilitati per permettere ai tibetani di visitare i parenti
in India e Nepal. (41)
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