Spazioamico

RASSEGNA STAMPA

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MEMORIE

                                                                  RASSEGNA STAMPA     Tibet

 

Emanuela Irace 

Sergio Romano La protesta tibetana i monaci e la moderni

Menzogne americane sul Tibet e sul Dalai Lama. Michele – Risiko

Comunicato stampa sulla crisi in Tibet del Coordinamento Progetto Eurasia 22.03.2008

Tibet, civili cinesi vittime della “caccia al cinese” (Enrico Piovesana, di Peace Reporter)

Pechino: “Sul Tibet tante bugie” (di Federico Rampini, su Repubblica 18.3.2008)

La “Sinistra” smarrita nell’Altopiano Tibetano (di Michele Franco)
/03/2008

Feudalesimo bonario: il mito del Tibet  Michael Parenti
 

 Il Tibet ai tempi del Dalai Lama

La nuova rabbia di Lhasa - Angela Pascucci Manifesto – 15.3.08                 

Il ginepraio tibetano radice antica della rivolta  E. Lo Bue  Il manifesto 19.8.2008

genocidi culturali a cura di Paolo De Gregorio -19 marzo 2008  

   a proposito del genocidio culturale Pietro Ancona

 Il mito del Tibet  di Enrica Collotti Pischel (2000)" - ENRICA COLLOTTI PISCHEL  Manifesto" del 9 Gennaio 2000-

Il Manifesto 11 aprile pag.10
Il politologo Bricmont: Tibet e Kosovo, diritti umani o ingerenza camuffata?
Emanuela Irace

 
Kosovo. Afghanistan. Iraq. «Giustificare la guerra in nome dei diritti umani è la nuova ideologia imperialista». Lo dice il fisico belga Jean Bricmont, scienziato della politica e professore all'Università di Lovanio, autore del saggio pluritradotto Imperialismo umanitario, che abbiamo incontrato a Roma. E non fa sconti. Né all'Ue, né all'Italia, né agli Usa. Secondo Bricmont, allievo di Chomsky e Russell, «la sinistra sta diventando complice delle più grandi secessioni occidentaliste». Sotto l'unico controllo di chi esporta democrazia made in Usa.

Lei parla di Paternalismo neo-coloniale. Si giustifica la guerra in nome dei diritti umani?
È cambiata l'ideologia ma il colonialismo è radicato nella mentalità corrente. La guerra è impresentabile all'opinione pubblica. Alle lobbies. Da trent'anni la comunicazione è più sofisticata. Si fa scudo delle battaglie umanitarie. I movimenti femministi. Quelli per la liberazione dei popoli oppressi. Stabilendo così un diritto di ingerenza, che è solo il diritto del più forte. La fine del diritto.

Il modello è l'autonomia. Il diritto all'autodeterminazione dei popoli.
No. Il modello è smembrare. De-costruire i nuovi imperi attraverso la secessione: Cina, Russia, ma anche Serbia. Non si tratta di autonomia per il Tibet, Cecenia e Kosovo. La lotta di indipendenza Nazionale deve passare da una fase militare a una propriamente economica. Senza la quale l'indipendenza politica, statuale, è un contenitore vuoto. L'indipendenza di un paese non si misura solo con il gran o e la tecnologia da cui dipende. L'ideologia di diritti umani che possano scavalcare ogni confine di sovranità, è un' ingerenza camuffata.

Così la politica estera della sinistra diventa simile a quella della destra.
Esistono due versioni dell'imperialismo. La destra è per la lotta al terrorismo, per la difesa dei propri interessi sul campo. La sinistra per la violazione dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale. Ma così facendo la sinistra è diventata più imperialista della destra classica, ha sostenuto la Guerra in Afghanistan e la secessione del Kosovo. Nelle guerre recenti ha fatto poca opposizione e praticamente nessuna alla minaccia di Bush contro l'Iran. Con la fine del comunismo, l'ideologia dei diritti umani e della democrazia da esportare, ha rimpiazzato il marxismo, il socialismo e la lotta di classe.

Lei per quale versione propende.
Io sono per il negoziato. Non per aggredire uno stato. La guerra in Iraq è stata una catastrofe umanitaria peggio della Palestina e del Darfur. Cina e Russia hanno screditato la politica degli Stati Uniti. L'Europa no. La Commissione europea, Solana, tutto il mondo sa che il Kosovo è in mano a mafiosi, ma nessuno ha il potere per dirlo. È una catastrofe. Che all'Europa non interessa denunciare. Ma così il diritto internazionale è completamente stravolto.

Una catastrofe senza soluzioni
Finchè si ragiona imponendo la verità non si vuole discutere. Si entra nel campodell'opposizione tra bene e male. Occidente e Islam. Scontro di civiltà. Buoni e cattivi. Ma chi lo decide e perché? Non ci guadagna nessuno. I rapporti di forza sono a vantaggio dell'Occidente. Per mezzi e tecnologia. Se i difensori dei diritti umani fossero coerenti, dovrebbero condannare Usa e Israele. L'Italia ha un ruolo importante in funzione euro mediterranea. Insieme alla Spagna. Potrebbe giocare una funzione di pace e mediazione con il mondo arabo e nel conflitto isrelo-palestinese. Ma gli Stati Uniti osteggiano questa politica. Io sono per stabilire delle relazioni, non per diabolizzare. Ci vuole modestia. Non assolutismo. La Polis greca era democratica con i propri cittadini, ma faceva uso e commercio di schiavi.

IL TIBET AI TEMPI DEL DALAI LAMA.

Di redazione (del 14/04/2008 @ 03:50:38, in Gli Speciali Della Redazione, linkato 74 volte)

Un approccio diverso per cercare di capire ciò che sta accadendo. Siamo certi che saprete apprezzare il nostro sforzo che ha come unico obiettivo quello di fornire un’informazione senza bavagli rassicuranti. A Voi il compito di valutare. Buona lettura. 

Nel Tibet dominato dal Dalaï Lama, il potere politico ed il potere religioso erano riuniti in un’unica autorità governativa, diretta emanazione della Divinità.

 A governare era una casta sacerdotale ed un sovrano (Dalaï Lama) considerato come il rappresentante di Dio sulla Terra o meglio, come l'incarnazione del Dio stesso.

Il Tibet si trovava in una sorta di medioevo feudale, dove il potere sacerdotale era completamente corrotto sul piano politico e assolutamente incapace su quello economico. Ciò implicava il totale ristagno dell'economia e un livello di povertà della popolazione difficilmente riscontrabile in altre parti del mondo. A tutto ciò si andava ad aggiungere una spaventosa arretratezza culturale.

I dignitari, i nobili, i signori e l'alto clero, meno del 5% di tutta la popolazione, erano proprietari di terre, pascoli e foreste e di quasi tutto il bestiame. Opprimevano ferocemente gli schiavi e i servi che rappresentavano il 95% della popolazione.

Il popolo era sottoposto a sofferenze intollerabili, viveva in condizioni di estrema povertà per le esorbitanti tasse e imposte, e come non bastasse i dignitari infliggevano a chi osava ribellarsi torture e atroci supplizi.

 I diritti umani erano prerogativa esclusiva della casta privilegiata. I proprietari dei servi e degli schiavi avevano il diritto di affittarli, prestarli, venderli, regalarli o addirittura ipotecarli al gioco.

Le pagine della storia ci raccontano di quale natura orribile e odiosa fosse quel modello di società, feudale e schiavista, in cui i più elementari diritti dell'uomo erano calpestati da una ristretta casta di eletti che perseguiva soltanto l'arricchimento personale a scapito di tutta la popolazione.

Questa intollerabile vergogna ha termine nel 1951, con la liberazione del Tibet da parte dell'esercito cinese ed il ritorno di questa regione in seno alla grande Cina. Con il 1959, l'anno delle grandi riforme e dei primi investimenti in quella che è ormai diventata la regione autonoma del Tibet, inizia un periodo di grandi cambiamenti che vanno a toccare tutti gli aspetti della vita sociale.

 L'industria, l'agricoltura e l'allevamento sono sviluppati attraverso piani finanziati dal governo di Pechino, ed è reso totalmente gratuito alla popolazione l'accesso a servizi fondamentali quali l'istruzione e la sanità. E' inutile sottolineare i sensibili miglioramenti del tenore di vita dei Tibetani, che si lasciano così alle spalle l'oscurantismo politico religioso di quella casta di dignitari guidata dal Dalai Lama.

Con l'inizio del nuovo secolo, lo sviluppo economico e sociale del Tibet ha conosciuto una crescita senza precedenti. Il prodotto interno lordo della regione autonoma ha superato i 30 miliardi di yuans, mentre il PIL pro capite è di 12.000 yuans. La crescita economica tibetana è superiore alla media nazionale cinese ed oggi il Tibet, con la sua produzione di cereali e l'allevamento di carni, è in grado di soddisfare la propria domanda interna.

Il grande cambiamento avvenuto in questa regione ricorda al mondo che l'abolizione del regime di sovranità del Dalaï Lama, che accentrava nella sua persona il potere politico e religioso in un sistema sociale di tipo feudale e schiavista, e la conseguente applicazione del sistema d'autonomia costituisce la condizione essenziale che permette al Tibet di vivere oggi un grande cambiamento ed un considerevole sviluppo sul piano economico e sociale.( Quotidiano del Popolo/ Pechino on line)

Redazione online – Gli Speciali Della Redazione

sergio romano   Lettere al Corriere
La protesta tibetana i monaci e la modernità

Caro Vergili,
La sua lettera coglie un punto a cui l’opinione pubblica occidentale non ha prestato molta attenzione.
È possibile che gli esuli tibetani, cresciuti lontano dalla madrepatria, stiano facendo una battaglia democratica per i diritti umani e civili del loro Paese. Ed è evidente che il Dalai Lama si accontenterebbe di un Tibet autonomo, soggetto all’autorità politica di Pechino e tuttavia libero, al tempo stesso, di coltivare le proprie tradizioni culturali e religiose.
Ma la violenta rivolta dei monaci a Lhasa e in altre province cinesi dove abitano importanti comunità tibetane, è stata una insurrezione conservatrice.
Sappiamo che la Cina ha sempre considerato il Tibet una insopportabile anomalia e ha fatto del suo meglio per alterare la composizione demografica della regione favorendo l’insediamento nel territorio di una nuova popolazione han (così hanno fatto, incidentalmente, molti Paesi europei, fra cui l’Italia, quando si sono impadroniti di terre di confine abitate da minoranze che appartenevano a un diverso ceppo nazionale).
Ma fu subito evidente che la Repubblica popolare non avrebbe mai tollerato, all’interno dei propri confini, una Santa Sede del buddismo himalayano, un regime feudale e religioso come quello sorto molti secoli fa sull’altopiano tibetano.
La situazione si è ulteriormente complicata quando la grande modernizzazione cinese ha finalmente investito il Paese. Quando visitai il Tibet nel 1981, il rapporto fra i tibetani e l’amministrazione cinese era congelato dallo stato di arretratezza economica della provincia. Gli occupanti e i sudditi sembravano avere concluso una tregua che nessuno, in quel momento, aveva interesse a rompere. Ma lo sviluppo economico, da allora, ha creato turismo, commercio, iniziative industriali. Durante una visita organizzata dal governo di Pechino dopo le agitazioni dello scorso marzo, i corrispondenti stranieri hanno fatto due constatazioni interessanti.
In primo luogo si sono accorti che i monaci tibetani, contrariamente alla loro reputazione occidentale, non sono cultori della «non violenza» e ne hanno dato la prova con una furia devastatrice che ha colto di sorpresa le forze di polizia.
In secondo luogo hanno compreso che la loro rivolta non era diretta soltanto contro i cinesi, ma anche contro una classe emergente di tibetani che stanno sfruttando i vantaggi della modernizzazione.
Quello a cui abbiamo assistito, in altre parole, non è, se non in parte, uno scontro fra democrazia e dittatura.
È anche il segno di una frattura sociale che si è aperta all’interno della società tibetana.
Non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione.

È giusto invitare le autorità cinesi alla moderazione di fronte alla rivolta dei monaci tibetani, ma non si può pretendere che la Repubblica popolare tolleri che una sua regione sia governata da una teocrazia. La Cina, con l’introduzione del mercato, sta sviluppando a tappe forzate la sua economia (e di conseguenza la società) e la modernizzazione del Tibet è parte integrante del progetto.
Il boicottaggio delle Olimpiadi inasprirebbe i rapporti con quella che fra pochi decenni sarà la maggiore potenza economica mondiale. D’altronde non sono affatto convinto che il mancato boicottaggio rappresenterebbe, come molti sostengono, un tradimento dei nostri valori; trovo anzi singolare pretendere, in nome della cultura occidentale, che società e civiltà arcaiche vengano trattate come reperti archeologici da conservare a ogni costo per la delizia di turisti e antropologi. Del resto, è proprio il rifiuto da parte di Stati e culture di uscire dal medioevo per entrare nella modernità che spesso costituisce l'ostacolo maggiore al dialogo e alla coesistenza.

 

Menzogne americane sul Tibet e sul Dalai Lama. Michele – Risiko
 

Media commerciali e ufficiali propongono incessantemente la versione americana del tormento che il Tibet avrebbe subito dall’aggressore e sterminatore cinese. Personalmente ero affascinato anch’io dal buddismo tibetano e dalla santità del Dalai Lama. Ero pure addolorato per l’oppressione subita dai tibetani a causa dell’oppressione cinese. Bhè, come diciamo nel nostro motto, ho cambiato radicalmente idea per accordarla alla verità. Le mie conclusioni sono una profonda avversione per la “causa tibetana” (così come ce la propone Hollywood) e per il Dalai Lama.

Come di fronte ad ogni versione ufficiale, mi sono mosso alla ricerca di una verità alternativa. Non ero sicuro di trovarne una, ma volevo vedere se il “martirio” del Tibet è così univoco come gli americani vorrebbero far credere. Volevo vedere se i Cinesi possono essere considerati “aggressori” del Tibet come ripetono incessantemente i media legati a Washington e Londra. Questa ricerca è fatta in nome del solo principio che mi caratterizza: la ricerca della verità. E ho trovato delle cose sconcertanti…

Secoli di aggressioni, stermini, attentati, eccidi, guerre da parte degli occidentali al popolo cinese non fanno parte di questo articolo, ma vale la pena almeno accennarli per puntualizzare che nessun “occidentale” può parlare di aggressione cinese a chicchessia senza prima parlare di torture, umiliazioni, spoliazioni, stermini da parte degli occidentali ai danni dei “musi gialli”. Chiudiamo qui la parentesi su cui magari scriveremo un articolo dedicato.

L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere la secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra in buona fede si fa portavoce (assieme agli organi di informazione dell’Impero) di questa posizione per subalternità o mancanza di conoscenza. E veniamo ai fatti.

La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico. 
Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della Cina”.
Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste strapparci anche il Tibet!”. 
Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era territorio cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque.

Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi con l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa antimperialista, Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli inizi di questa manipolazione possono essere rintracciati in una lettera del 13 gennaio 1947 al Presidente americano Truman da parte di Gorge R. Merrel, incaricato d’affari USA a Nuova Dheli. La lettera riguardava la “inestimabile importanza strategica” del Tibet e recitava: “Il Tibet può pertanto essere considerato come un bastione contro l’espansione del comunismo in Asia o almeno come un’isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici”. E aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l’Asia”.
Questi particolari sono tratti da un autore americano per decenni funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il contenuto di questa lettera sia quasi combaciante con la visione imperialistica che aveva a suo tempo l’Inghilterra vittoriana impegnata nel “grande gioco” dell’espansione in Asia. 
Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo americano o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA, diviene uno strumento degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo governo comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi le condizioni per un “cambiamento di regime a Pechino”.

Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”, vennero addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi paracadutati in Tibet e riforniti per via aerea di armi, munizioni, apparecchiature ricetrasmittenti, ecc. A tali guerriglieri la CIA aggiunge la “collaborazione dei banditi Khampa di vecchio stile”
In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959.
E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti: la rivolta faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei servizi segreti americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine; come disse un esponente della CIA, lo scatenamento della rivolta aveva “poco a che fare con l’aiuto ai tibetani”, perché lo scopo era quello di mettere in difficoltà i “comunisti cinesi”. Era la stessa logica che i servizi segreti americani usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo tollerante verso i comunisti di quel paese.  Come è noto il colpo di Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col massacro di centinaia di migliaia di comunisti o di elementi tolleranti verso i comunisti. Sarebbero state meno feroci le forze finanziate e addestrate dalla CIA in Tibet se avesse vinto il separatismo? 

Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più tardi nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti”, come ci informa un docente americano su una rivista USA. 

Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana, i servizi segreti americani danno inizio ad una campagna mediatica in occidente.
Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo dei colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta reazionaria anticomunista filo-occidentale, ora viene santificato. Diventa il leader della non violenza. Lo stesso buddismo tibetano diventa una dottrina e una tecnica spirituale sublime. L’industria cinematografica americana si adopera per proporre incessantemente questo falso mito.

Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento gli inglesi e la Russia si contendevano il Tibet, regione della Cina, correva voce che lo Zar in persona si fosse convertito al buddismo. 

Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al buddismo. Una conversione che ha del miracoloso se si pensa che l’Occidente ha sempre disprezzato il buddismo tibetano come sinonimo di dispotismo orientale, con la sua figura di Dio-Re. Basti ricordare il disprezzo dei padri della cultura occidentale come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del 1900 i lama sono considerati una “incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già dei lama defunti”. 

Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet lo fece in nome della civiltà contro “quest’ultima roccaforte dell’oscurantismo”, per civilizzare “questo piccolo popolo miserabile”. 

Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della teocrazia tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris, quello che era in carica agli inizi del ‘900 “era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante la fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza”. 

Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di elevata spiritualità. Seguendo l’ideologia imperialistica anticomunista occidentale, “i tibetani sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”. 

La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media commerciali americani al servizio degli strateghi militari. La struttura castale si manifesta anche dopo la morte: il corpo di un aristocratico viene cremato o inumato, mentre i corpi della massa vengono dati in pasto agli avvoltoi. Poco tempo fa era l’“International Herald Tribune” che descriveva come durante i funerali di plebei fosse il sacerdote che staccava pezzo per pezzo la carne dalle ossa per facilitare il compito degli avvoltoi.
La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava il tutto in chiave “ecologica”.  Lo studioso non chiariva però perché all’equilibrio ecologico doveva contribuire solo il corpo dei plebei.

Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste pratiche disumane perché potrei rimanere vittima della mia cultura italiana; dovrei essere un tibetano per condannarle; ad ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto che gli occidentali imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi, sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e siano pronti ad inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno disumana) su falsi crimini di Cuba, di Saddam, di Pechino e di tutti gli avversari, salvo santificare la reazione più assoluta.

La Rivoluzione Culturale maoista si era scagliata contro la pratica castale, discriminatrice e violenta. Nel Tibet precedente alla Rivoluzione la teocrazia riduceva in schiavitù o servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Come scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista, le riforme realizzate dal 1951 hanno “abolito feudalesimo e servaggio”.  La Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu attuata la separazione tra potere religioso e potere civile.

La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore di vita e un sensibile prolungamento della vita media. E ciò è malgrado i media universalmente riconosciuto da tutti gli esperti analisti della regione.
La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana libertà che non ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata e recente. La regione tibetana, oltre ad avere il bilinguismo con prima lingua il tibetano, vede garantiti altri diritti nazionali quali la preferenza a favore dei tibetani e delle altre minoranze nazionali per quanto riguarda l’ammissione all’università, la carriera pubblica, ecc. 

Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma cosa chiede questo personaggio che si proclama Dio-Re? “Esige la creazione di un Grande Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo secolo”.   E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i loro territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della pretesta di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i territori che erano abitati da maggioranza tedesca. Il principio “nazionale” del Dalai Lama è quello di Hitler, con la sola differenza che del nazional-socialismo il Dalai Lama non ha neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro nazionalismo esasperato ai massimi livelli.

Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia profondamente gli uomini che hanno la pelle gialla e parlano il cinese. Un odio viscerale, razzista, tanto che, quando l’India procedette al riarmo nucleare, trovò il suo più fiero sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama.
Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama rappresenta il popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’ perfino il “Libro Nero del Comunismo” a riconoscere che un’elementare analisi storica “distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama”.
Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla caduta del regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei gruppi più reazionari e delle classi dei privilegiati, ma i comunisti poterono contare sull’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione civile. Gli autori più anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti che “non esitano ad augurarsi che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono il crimine di fraternizzare con i comunisti e l’esercito Popolare di Liberazione.

Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia disprezzato non solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da ampi settori religiosi tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di un suo viaggio a Londra il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà religiosa”.

Oggi il Dalai Lama continua a sperare in una disintegrazione della Cina come è avvenuto nella tragedia che ha caratterizzato l’URSS.

Michele – Risiko

www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 25-05-03

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=17108

Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

di Massimiliano Ay*

su www.resistenze.org del 02/04/2008

* Membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del Lavoro / Partito Comunista del Ticino

Un treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare l’opinione pubblica a vedere nella Cina il futuro nemico dell’Occidente: prima c’erano i sovietici, ora gli integralisti islamici, fra un po’ i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso accade, ormai del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che è il marxismo, si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si scaglia senza riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al mondo unipolare. La storia della “repressione” è però un’altra e va raccontata anche se è impopolare.

Riabilitare i nazi…
La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà!

Il santone
E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli occidentali in cerca di una identità “alternativa”: il Dalai Lama, che vive di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista. Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l’aborto e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i contadini tibetani hanno sostenuto l’Armata Rossa nel 1950, accogliendo con soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l’abolizione della società feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le riforme di Mao hanno portato all’innalzamento dell’età media della popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa primaria e professionale in cui la lingua d’insegamento è il tibetano. Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei democratici – ancorché non comunisti – si mettono a difendere una società autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la schiavitù?

L’invasione fu davvero invasione?
Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però, il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio 2000 sul quotidiano “Il Manifesto” Enrica Collotti Pischel: “Non ha alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet (…); nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani (…); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. (…) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. (…) Recentemente la CIA (…) ha ammesso di aver finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.” Ma allora, la Cina popolare cosa ha fatto di tanto “riprovevole”? Non solo ha portato diritti sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la loro cultura e la loro religione.

Una strategia imperialista
Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il “dividi et impera” è una strategia tipica dell’imperialismo, utilizzata spesso dagli USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l’unità della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a maggioranza turca): questa strategia l’abbiamo già vista applicata nella ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare. Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è diventato un dogma: il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” che nel caso concreto è orchestrato all’estero! Per dei comunisti vale il metodo marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi princìpi, nell’evoluzione della realtà, possano diventare strumenti reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica materialista-dialettica.

 

22.03.2008 - Comunicato stampa sulla crisi in Tibet del  Coordinamento Progetto Eurasia http://www.cpeurasia.org/?read=7418
 

 

Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza il comportamento del circo mediatico e politico del cosiddetto Occidente che in questi giorni si sta scagliando contro la Repubblica Popolare Cinese, seguendo un copione già applicato nel caso del Myanmar. Le ragioni nel comunicato stampa.

 

Comunicato Stampa CPE sulla crisi in Tibet


Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza il comportamento del circo mediatico e politico del cosiddetto Occidente che in questi giorni si sta
scagliando contro la Repubblica Popolare Cinese, seguendo un copione già applicato nel caso del Myanmar. Il CPE intende precisare che la questione dell'indipendenza del Tibet non ha nulla a che fare coi motivi religiosi che vengono addotti a pretesto e tanto meno con il diffondersi dell'emigrazione e della produzione cinese in Europa.

Il circo politico e mediatico sta cercando di unire le varie questioni per convalidare la dottrina statunitense dello "scontro di civiltà", declinandola in chiave anticinese. Il CPE, che tra i suoi obiettivi prioritari ha proprio quello della difesa e della salvaguardia delle tradizioni dei popoli eurasiatici, ritiene gravemente contraddittorio pensare che ciò possa avvenire con le armi ed i soldi degli Stati Uniti. La preservazione delle culture tradizionali dei popoli dell'Eurasia può e deve avvenire solo all'interno di una più vasta forma di aggregazione politica del continente.

Si rileva, anche in questo caso, che i collaborazionisti atlantici delle varie tendenze convergono nel sostenere la figura del Dalai Lama, un personaggio stipendiato dalla CIA e reclamizzato dal circo mediatico occidentale, che rappresenta solo se stesso. Il Dalai Lama è lo stesso che ha benedetto i "bombardamenti umanitari" sulla Serbia, che ha approvato l'ideologia sionista andando a pregare al muro del pianto ed infine che si è più volte recato in visita negli Stati Uniti ricevuto dai presidenti americani; l'ultimo incontro, con Bush Jr, è stato da lui definito "una riunione di famiglia". L'estrema destra e l'estrema sinistra, pur con motivazioni all'apparenza opposte, anche in questo caso si ritrovano a svolgere la funzione di utili idioti dell'Occidente, sostenendo la strategia americana di sovversione della sovranità di Cina e Russia, gli ultimi Stati che resistono alla pressione dell'unipolarismo dell'attuale potenza egemone nel mondo. I due fronti sedicenti "anti-sistema" dimostrano per l'ennesima volta di non avere alcuna concezione geopolitica, abboccando alle sirene dei "diritti umani" da una parte e di un vacuo "tradizionalismo" in salsa new age da quell'altra. E' bene ricordare che il Dalai Lama ha deciso di esiliarsi solo a seguito dell'offerta degli USA di fornire all'India, in cambio dell'ospitalità al Dalai Lama, la tecnologia per dotarsi di un arsenale nucleare. Anche se il diritto internazionale è ormai carta straccia, la Repubblica Popolare Cinese ha tutto il diritto di fare ricorso all'uso della forza per impedire la secessione unilaterale di una parte del suo territorio fomentata da potenze straniere, così come anche l'Italia avrebbe il diritto di fare nell'ipotesi di una secessione unilaterale della cosiddetta "Padania" o della Sicilia.

Questa "crisi" tibetana non esplode a caso, ma rientra in una più ampia e decennale strategia di "balcanizzazione" del Mondo, come chiaramente spiegato da François Thual nel libro Il mondo fatto a pezzi: il narcisismo identitario delle comunità etniche e la loro aspirazione a un'indipendenza puramente formale producono una polverizzazione geopolitica funzionale a una nuova strategia di dominio dell'Occidente. Il Myanmar come il Tibet rappresentano i punti avanzati di questa strategia, che secondo alcune elaborazioni (ad es. Brzezinski) prevede lo smembramento della Russia e della Cina e comunque mira all'accerchiamento militare di questi due grandi paesi per indurli infine a capitolare ed aprirsi ancora di più all'"occidentalizzazione".

Non è difficile immaginare, infatti, che il primo passo di un Tibet finalmente indipendente sarebbe quello di entrare nella NATO o comunque di concedere basi ai soldati americani che in questo modo si troverebbero a ridosso dei confini cinesi, fomentando ulteriori separatismi come quello della minoranza islamica dello Xinjiang. Per questi motivi il CPE esprime la più ferma condanna della campagna anticinese scatenata in Italia e in Europa.


Il Coordinamento Progetto Eurasia
www.cpeurasia.org

Tibet, civili cinesi vittime della ‘caccia al cinese’. Prime conferme

di Enrico Piovesana*

su Radio Città Aperta del 18/03/2008

*di Peacereporter

18/03/2008

Secondo le autorità cinesi, le tredici persone rimaste uccise negli scontri a Lhasa erano cinesi, vittime di una violenta ‘caccia al cinese’ da parte dei manifestanti tibetani.
Una versione che fa discutere, ma che trova le prime conferme.
Juan Carlos Alonso, un turista spagnolo in partenza dal Tibet, intervistato dalla France Presse ha raccontato: "Quando si sentivano delle urla, potevate stare sicuri che stavano inseguendo un cinese. Hanno preso una ragazza per strada e l'hanno portata verso una porta, poi hanno cominciato a colpirla con delle pietre. Chiedeva disperatamente aiuto e non so come possa esserne uscita. Molti cinesi scappavano per salvarsi la pelle. I manifestanti tibetani avevano coltelli, pietre, machete, utilizzavano tutto quello gli capitava per le mani". Diversi video amatoriali comparsi in rete (come questo) mostrano le violenze dei manifestanti tibetani contro civili cinesi inermi.  http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=17001

La "Sinistra" smarrita nell'Altopiano Tibetano

di Michele Franco

su Contropiano del 18/03/2008

Con una modalità ed una tempistica già ampiamente conosciuta il Circo Barnum della comunicazione deviante del capitale sta dispiegando, a scala globale, la solita dis/informazione a proposito degli avvenimenti tibetani.

Ancora una volta l’abusato refrain di ipocrita esecrazione segna, inequivocabilmente, l’interessata opera di opacizzazione mediatica di quanto sta accadendo nel Tibet. Come sempre le grandi centrali della manipolazione mondializzata stanno compiendo il lavoro sporco necessario alla totale mistificazione degli avvenimenti in corso ed alla rimozione delle reali cause che sottendono i fatti odierni (e quelli già verificatesi nel passato).


Da ogni parte, particolarmente tra gli epigoni di una “sinistra” - sempre più subalterna ed integrata al credo universalistico dell’assoluta vigenza del capitalismo - assistiamo alle lodi sperticate di colui il quale viene definito il Buddha vivente e presunto campione ed incarnazione di spiritualità, fratellanza ed armonia generale.


Eppure, non da oggi, i fautori della modernizzazione (quella del turbo/capitalismo) applaudivano entusiasti al superamento ed alla cancellazione di quelle che vengono definite “religioni antiche ed arcaiche” per affermare, con la forza, la superiorità della “civiltà occidentale”. Sono decenni, oramai, che molti viaggi in giro per il mondo dei Papa, specie nei paesi di area musulmana, godono di sostanziose sovvenzioni da parte del Fondo Monetario Internazionale a testimonianza di come gli organismi sopranazionali del capitalismo hanno a cuore “l’evangelizzazione di questi paesi”.


Quando, però, si affronta il tema del Tibet cinese e del Dalai Lama la musica cambia repentinamente registro. In tale caso spuntano fuori gli apologeti del “diritto e della democrazia internazionale” con allegato l’intero armamentario propagandistico teso al rinfocolamento artificioso di tutte quelle contraddizioni storiche e sociali, che pure esistono e che potrebbero persino convivere assieme, per manometterle in una dichiarata funzione anticinese.


Non è la prima volta che gli apprendisti stregoni del capitale si mettono al lavoro in questa regione del mondo allo scopo di destabilizzarla violentemente.

L’obiettivo è sempre lo stesso: si agitano i temi dell’indipendenza del Tibet allo scopo di provocare e di mantenere alta la pressione sulla Cina.


Ciò che, sottotraccia, si imputa a Pechino è la resistenza alla penetrazione selvaggia dei capitali internazionali e, nel contempo, la sua potente ascesa politica, finanziaria e militare tra i vari soggetti della competizione globale.

In definitiva non si perdona ai cinesi il loro porre vincoli e difficoltà al rullo compressore imperialistico della rapina delle risorse, della schiavizzazione della forza/lavoro e della devastazione ambientale.


Del resto – ed è questa una risaputa pagina del corso storico del capitalismo in Asia – i cinesi, nonostante le tante ed oggettive contraddizioni, hanno sempre fatto resistenza verso ogni tentativo di assoggettamento occidentale del proprio immenso paese. Infatti l’ossessiva ostinazione con cui, nelle diverse fasi, gli occidentali si accaniscono contro questo paese/continente deriva dalla persistenza di questo dato materiale incancellabile.


Eppure, discorrendo del Tibet, andrebbe ricordato agli interessati sostenitori di questa “causa nazionale” quali erano, prima della vittoria della rivoluzione nazionale ed antiperialistica di Mao e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, le condizioni di sopravvivenza in questa regione cinese.


Citiamo, a questo proposito, un piccolo passo di un articolo di Sara Flounders, pubblicato qualche anno fa sulla rivista statunitense Workers World, in cui si faceva una disamina della situazione: (...) Il Tibet pre-rivoluzionario era totalmente sottosviluppato... senza sistema viario... una teocrazia feudale basata sull’agricoltura, con il 90% della popolazione in servitù o schiavitù... non vi erano scuole, eccetto i monasteri riservati a pochi... l’educazione delle donne era sconosciuta. Non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria e ospedali. (...) Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri (di famiglie nobili anch’essi) possedevano tutto. Il Dalai Lama viveva nel palazzo di 1.000 stanze di Potala... per il contadino la vita era breve e misera. Il Tibet aveva il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile nel mondo.


Inoltre, sempre a proposito della continua azione di manomissione di costruzione artificiosa di provocazioni anticinesi, la Flounders, sempre nel suddetto articolo, cita alcuni dati interessanti: (...) Dal 1955 la CIA iniziò a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet... Un articolo su Newsweek del 16.8.99 descrive in dettaglio le operazioni della Cia in Tibet dal 1957 al 1965... Il Chicago Tribune del 25.1.97 descriveva l’addestramento di mercenari tibetani in Colorado... Secondo il Pentagono migliaia di loro, con circa 700 voli, furono paracadutati in Tibet negli anni ’50...Il fratello del Dalai Lama seguiva tutte queste operazioni e se ne faceva vanto... La Cia diede una rendita annuale di 180.000 dollari al Dalai Lama per tutti gli anni ’60 (...)


E’ evidente che le scomposta grida di questi giorni - a favore della “causa del popolo tibetano” – sono fortemente strumentali, come lo sono state quelle nei mesi scorsi a sostegno dei monaci della Birmania, ed alludono ad una speranza mai sopita e che ancora alberga tra i desiderata dei poteri forti a New York, a Londra, a Berlino, a Parigi ed a Roma.


Alla Cina di oggi e ai suoi attuali dirigenti non viene perdonato l’autorevole profilo assunto nel gorgo della competizione internazionale. Le teste d’uovo dell’imperialismo quando non possono colpire direttamente i loro concorrenti - magari a base di “bombe intelligenti” o di “democratici embarghi” – utilizzano tutte le leve possibili per detronizzare i paesi e gli stati che non accettano supinamente di abbassare la testa.


Questa è la vera posta in gioco di questo ulteriore passaggio della “crisi tibetane”. Tutte le altre interpretazioni sono cortine fumogene per non affrontare i reali termini della questione.


Con buona pace degli accorsati opinion maker bipartizan o presuntamene indipendenti (da un Federico Rampini ai convertiti al credo pannelliano come Sergio D’Elia..) continuiamo a non farci sedurre dalle esoteriche sottane del Dalai Lama e dalla sua antisociale dottrina.


Senza nulla cauzionare dell’operato dei dirigenti cinesi e senza alcuna apologia nei confronti di una formazione statuale che riteniamo, comunque, controparte del nuovo proletariato e delle sterminate masse di sfruttati che popolano la Cina non riteniamo di accodarci acriticamente alla “santa alleanza” contro Pechino.


Con questa premessa, di metodo e, soprattutto, di sostanza, vogliamo, al di là di qualsivoglia atteggiamento eurocentrico e spocchioso, discutere e confrontarci per far emergere un punto di vista, teorico e politico, fondato sull’ autonomia e sull’indipendenza dalla linea di condotta - già decisa e sapientemente pianificata – dalle grandi potenze occidentali.

da www.contropiano.org     http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=17001

 

 

Pechino: "Sul Tibet tante bugie"

di FEDERICO RAMPINI

su la Repubblica del 19/03/2008

Il remier: "Prove contro il leader buddista". Testimoni: a Lhasa è caccia al cinese.

PECHINO—Pericolo scampato: la leadership cinese si sta convincendo che per il suo status nel mondo il danno della crisi tibetana sarà meno pesantedi quanto poteva temere. Passando in rassegna le reazioni internazionali alla feroce repressione di Lhasa, i dirigenti di Pechino osservano con compiacimento che dall'America all'Europa al Giappone i toni sono molto moderati.
Quasi nessuno prende in considerazione il boicottaggio delle Olimpiadi. Il regime di Hu Jintao considera come una vittoria d'immagine perfino l'offerta di dimissioni del Dalai Lama, che interpreta come una sconfessione delle frange più radicali della protesta tibetana.
È sempre contro il Dalai Lama, però, che il governo cinese sceglie di lanciare le bordate più pesanti. Il leader spirituale in esilio resta il bersaglio numero uno per il suo prestigio mondiale e l'influenza tra i suoi connazionali. Ieri è sceso in campo Wenjiabao, primo ministro, la più alta autorità cinese a esprimersi finora sulla rivolta in Tibet. Il premier ha scelto un'occasione solenne, la conferenza stampa a chiusura della sessione legislativa del Congresso Nazionale del Popolo a Pechino.
«Abbiamo prove in abbondanza —ha dichiarato Wen—che gli incidenti sono stati organizzati, premeditati, orchestrati e istigati dalla cricca del Dalai Lama. Questo dimostra che sono soltanto bugie le pretese del Dalai Lama secondo cui perseguirebbe un dialogo pacifico con noi». Il premier ha fatto un collegamento coi Giochi di agosto: «La regìa di questi incidenti era diretta a sabotare le Olimpiadi, questa era l'agenda segreta dietro le violenze». Wen Jiabao non ha avuto bisogno di controbattere le ipotesi di boicottaggio dei Giochi. In effetti la campagna per il boicottaggio, per quanto vivace nell'opinione pubblica internazionale, è stata lasciata cadere dalla maggioranza dei governi stranieri. Dall'Unione europea agli Stati Uniti, dall'Australia alla Russia, si sono moltiplicate invece le dichiarazioni ufficiali che escludono il boicottaggio. Rarissime sono le eccezioni. A Parigi il ministro degli Esteri Bernard Kouchner ha affermato che se le violenze del regime «dovessero continuare» in Tibet, allora l'Unione europea dovrebbe considerare un boicottaggio, ma limitato alla sola cerimonia di apertura.
L'unico governo che sta pensando seriamente di disertare i Giochi è quello di Taipei. L'opinione pubblica di Taiwan ha seguito con una partecipazione molto intensa la tragedia del Tibet e si capisce il perché: i taiwanesi non fanno fatica a immaginarsi in situazioni simili nello scenario di una "riunificazione forzata", cioè un'invasione militare lanciata da Pechino. Il tono complessivo delle reazioni straniere viene accolto con sollievo dai leader della Repubblica popolare. Non è sfuggito per esempio il silenzio di George Bush. Ieri gli Stati Uniti hanno affidato la loro reazione a un sotto-vice-segretario di Stato, Thomas Christensen, che ha ribadito di escludere il boicottaggio dei Giochi: «Quell'evento offre l'opportunità alla Cina di mostrare al mondo i suoi progressi. Per avere successo devono affrontare alcuni dei loro problemi in materia di diritti umani, perché il mondo li sta guardando».
Nel frattempo il regime stringe nella morsa del terrore poliziesco il Tibet e tutte le enclave etniche dei tibetani nelle regioni circostanti. Lunghe colonne di camion della polizia militare continuano ad affluire da tutta la Cina verso le zone della rivolta. La nuova linea ferroviaria diretta Pechino-Lhasa è monopolizzata dal governo per inviare più rapidamente i reparti speciali antisommossa. A Lhasa il capo della polizia si è rifiutato di rivelare il numero degli arrestati dopo l'ultimatum, limitandosi a dire che un centinaio di ribelli si sarebbero già arresi. L'assedio dell'apparato repressivo non ha impedito nuove tensioni nelle provincie dello Sichuan e del Gansu: queste sono zone che un tempo appartenevano al Tibet, ma dopo l'invasione militare cinese del 1950 furono amputate e annesse a provincie limitrofe. Le enclave etniche tibetane di queste regioni si sentono ancora più discriminate e oppresse.
Le testimonianze dei turisti stranieri costretti a lasciare Lhasa danno un'idea della esasperazione divampata la scorsa settimana. John Kenwood, un turista canadese arrivato a Katmandu dal Tibet, ha parlato di una «esplosione di rabbia, negozi incendiati, palazzi assaltati». E evidente che la rivolta di Lhasa ha avuto due volti: da una parte le pacifiche manifestazioni iniziali dei monaci buddisti, poi gli scontri in cui i giovani tibetani non hanno sempre seguito la via della non violenza predicata dal Dalai Lama. In questo senso il governo di Pechino "incassa" l'offerta di dimissioni del Dalai Lama come una conferma della divisione tra le due anime della resistenza tibetana, quella pacifista e le frange più radicali. Di certo se il Dalai Lama dovesse davvero farsi da parte, rinunciando al suo ruolo politico per riservarsi solo la funzione di guida spirituale, non per questo il regime cinese adotterebbe un atteggiamento più morbido.
Ne è la dimostrazione la sorte riservata a un'altra minoranza etnico-religiosa, gli uiguri islamici dello Xinjiang. Gli uiguri non hanno un leader religioso di fama mondiale come il Dalai Lama, e di fronte alle loro ribellioni Pechino ha usato sempre il linguaggio della forza.    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=17001

 

 

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=4436
 
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o11427

Le notizie sul Tibet che i media non raccontano

(19 marzo 2008)

Il Tibet è diventato il fronte di una nuova lotta di liberazione nazionale? Oppure lì sta accadendo qualcosa altro?

I media di notizie USA sono riempiti con storie su avvenimenti che si svolgono in Tibet. Comunque, ogni rapporto di notizie, pare includere una nota che molto di quanto riferiscono non possa essere confermato. Le fonti dei rapporti sono vaghe e sconosciute. Se la procedura del passato è un indicatore, è probabile che le loro fonti primarie siano il Dipartimento di Stato USA e la CIA.

Una fonte spesso citata è John Ackerly. Chi è Ackerly? Come presidente della Campagna Internazionale per il Tibet, lui ed il suo gruppo sembra operino strettamente con il governo USA, entrambe il Dipartimento di Stato ed il Congresso, come parte delle loro operazioni riguardanti il Tibet. Durante la Guerra Fredda, il compito con base a Washington di Ackerly era di lavorare con "dissidenti" in Europa orientale, particolarmente della Romania nel 1978-80.

Una agenzia di sicurezza privata internazionale a Washington, la Harbor Lane Associates, elenca come suoi clienti Ackerly e la Campagna Internazionale per il Tibet, assieme all'ex Direttore della CIA e Presidente USA George H.W. Bush ed all'ex capo del Pentagono William Cohen.

La AP, la Reuters e le altre agenzie di news occidentali citano tutte Ackerly come una fonte principale per rapporti esagerati sugli scontri che sono appena avvenuti in Tibet. Per esempio, il 15 marzo la MSNBC riferiva:

“John Ackerly, della Campagna Internazionale per il Tibet, un gruppo che sostiene le richieste per l'autonomia tibetana, in una dichiarazione via e-mail ha detto di temere che 'centinaia di tibetani siano stati arrestati e vengano interrogati e torturati'".

Qiangba Puncog, un tibetano che è presidente del Governo Regionale Autonomo del Tibet, ha descritto la situazione in modo piuttosto differente ad un briefing per la stampa il 17 marzo a Pechino.

Secondo china.org.cn, il sito web di stato della Cina, il leader tibetano ha detto che il 14 marzo gli alleati dell'esiliato Dalai Lama "si sono impegnati in sconsiderate percosse, saccheggi, devastazioni ed incendi e le loro attività si sono presto propagate in altre parti della città. Queste persone si sono concentrate su negozi lungo la strada, scuole elementari e medie, ospedali, banche, impianti dell'energia e delle comunicazioni ed organizzazioni dei media. Hanno appiccato il fuoco a veicoli di passaggio, inseguito e percosso passeggeri sulla strada e hanno lanciato assalti a negozi, stazioni del servizio telecomunicazioni ed uffici governativi. Il loro comportamento ha causato gravi danni alla vita ed alla proprietà della gente locale ed indebolito seriamente la legge e l'ordine a Lhasa.

"Tredici civili innocenti sono stati bruciati o pugnalati a morte il 14 marzo nel tumulto a Lhasa e 61 poliziotti feriti, sei dei quali gravemente", ha detto Qiangba Puncog.

"Le statistiche dimostrano anche che i rivoltosi hanno dato fuoco ad oltre 300 abitazioni, comprese case residenziali e 214 negozi e fracassato e bruciato 56 veicoli. ...

“Qiangba Puncog ha anche affermato che il personale della sicurezza non portava o utilizzava nessuna arma letale lo scorso venerdì nell'occuparsi della sommossa. ...

"Secondo Qiangba Puncog, la violenza è stata il risultato di una cospirazione tra gruppi interni ed esteri che sostengono la causa dell''indipendenza del Tibet'. 'La cricca del Dalai Lama ha diretto, pianificato ed attentamente organizzato la sommossa".

"Secondo Qiangba Puncog, il 10 marzo, 49 anni fa, i proprietari di schiavi del vecchio Tibet lanciarono una ribellione mirata a spaccare il paese. Quella ribellione fu rapidamente domata. Tutti gli anni dal 1959, alcuni separatisti all'interno ed all'esterno della Cina hanno condotto delle attività attorno al giorno della ribellione. ...

"Qualsiasi tentativo secessionista di sabotare la stabilità del Tibet non otterrà l'appoggio del popolo ed è destinato a fallire, ha detto".

Incontro a New Delhi

Qualunque cosa stia accadendo in Tibet è in preparazione da lungo tempo. Lo scorso giugno a New Delhi, India, è stata tenuta una conferenza degli "Amici del Tibet". E' stata descritta come una conferenza per la separazione del Tibet.

Il sito di notizie phayul.com allora riferì che alla conferenza si raccontava di "come le Olimpiadi potessero fornire l'unica possibilità dei tibetani per apparire e protestare". Fu emanato un appello per proteste in tutto il mondo, una marcia di esiliati dall'India al Tibet e proteste all'interno del Tibet—tutto collegato alle prossime Olimpiadi di Pechino.

Questo fu seguito da un appello questo trascorso gennaio per una "rivolta" in Tibet, emanato da organizzazioni basate in India. Il rapporto di notizie del 25 gennaio diceva che il "Movimento di Rivolta del Popolo Tibetano" era stato costituito il 4 gennaio per concentrarsi sulle Olimpiadi del 2008 a Pechino. La data di inizio per la "rivolta" doveva essere il 10 marzo.

Al momento al quale l'appello venne emanato, l'ambasciatore USA in India David Mulford si incontrava con il Dalai Lama a Dharamsala, India. Il Sottosegretario di Stato USA Paula Dobriansky fece una visita simile a Dharamsala lo scorso novembre. La Dobriansky è anche membro del neocon Project for a New American Century. E' stata coinvolta nelle cosiddette rivoluzioni colorate in Europa orientale.

Phayul.com riferisce che la dichiarazione del gruppo della "Rivolta" del Tibet dice che agisce "nello spirito della Rivolta del 1959".

La rivolta del 1959

Conoscere di più della "rivolta" del 1959 potrebbe aiutare nella comprensione degli avvenimenti di oggi in Tibet.

Nel 2002 è stato pubblicato dalla University Press of Kansas un libro intitolato "La guerra segreta della CIA in Tibet". I due autori—Kenneth Conboy della Heritage Foundation e James Morrison, un veterano dell'esercito istruttore alla CIA—espongono dettagliatamente con orgoglio come la CIA avviò e diresse il cosiddetto movimento di resistenza del Tibet. Lo stesso Dalai Lama era nel libro paga della CIA ed approvò i piani della CIA per la rivolta armata.

La CIA mise a capo del sanguinoso attacco armato del 1959 il fratello del Dalai Lama, Gyalo Thodup. Un esercito contra venne addestrato dalla CIA in Colorado e poi paracadutato in Tibet con aerei dell'aeronautica militare USA.

L'attacco del 1959 è stato un tentativo di colpo di stato progettato ed organizzato dalla CIA, molto come la successiva invasione della Baia dei Porci della Cuba socialista. Lo scopo era di rovesciare l'esistente governo tibetano ed indebolire la Rivoluzione Cinese cercando allo stesso tempo di legare il popolo del Tibet agli interessi imperialisti degli USA. Cosa dice questo della rivolta di marzo di oggi, che viene compiuta nello stesso spirito?

19 Marzo 2008

Gary Wilson
http://freebooter.da.ru/

"Il Manifesto" del 9 Gennaio 2000

CINA: UNA CRISI ALLA FRONTIERA DI UNA NUOVA GUERRA FREDDA

Il mito del Tibet

Dall'Impero a Mao, un popolo in gioco tra "modernizzazioni" di Pechino
e interessi occidentali in Asia.
La fuga del "giovane Buddha" dalla storia all'immaginario

 

- ENRICA COLLOTTI PISCHEL -
 La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.<br><br>

Quest'interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l'intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama, si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest'ultimo episodio - cioè la mancata condanna di Pechino - possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell'indipendenza tibetana si sia buttata sull'episodio, non rende certo facile un'intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che "straniero" per l'intera Asia orientale nell'ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.

Il più povero

Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo "estremo", dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un'affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 "schiavi", nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.

Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato "conquistato dalla Cina comunista nel 1950": dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall'impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese "Stato del Centro") è stato ed è uno Stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante, che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di "pulizia etnica", bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
E' vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo "Stato del Centro", il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all'apice del loro potere sull'India all'inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel 1913, a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all'India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet, a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.

Il ruolo della Cia

Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet. I cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che, all'inizio del 1959, la rivolta si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l'appoggio del Dalai Lama. Ed è infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di avere finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana.

Pechino: autonomia no

Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e "liberò gli schiavi", iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.<br>
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell'altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che - politico asiatico molto scaltro - non chiede l'indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all'estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un'indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India - segnali "terroristici" in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l'attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei "diritti umani" in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?

Enrica Collotti Pischel
Fonte:
www.carmillaonline.com
Link:
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/03/002584.html#002584
25.03.2008

Cosa ha a che fare la CIA con il Dalai Lama?

di Sara Flounders

(da Workers World, Aug. 26, 1999
Web:
http://www.workers.org)


Il 14 agosto il Dalai Lama (DL) - figura di spicco del buddismo tibetano - era a New York in Central Park. In questa citta' era gia' apparso in tre incontri al Teatro Beacon (tutto esaurito) piu' altre occasioni in cui persone
benestanti hanno potuto pagare fino a 1000 dollari un biglietto per poterlo ascoltare.
Il Dalai Lama, con il considerevole aiuto dei maggiori media, e' divenuto una figura di culto. Lo si chieda a chiunque si sintonizza abitualmente sulle radio-televisioni piu'importanti. Anche se non si interessa di politica, costui dira' che il Dalai Lama e' una persona buona, santa ed una "forza spirituale".
Il suo nuovo libro "L'arte della felicita'", scritto assieme con Howard C. Cutler, e'stato pubblicizzato fino a che non e' entrato nella lista dei best-sellers per 29 settimane.

Ma il Dalai Lama e' veramente un uomo non-politico? Se cosi' fosse, perche' questo "santo" che si ritiene non
ammazzerebbe un insetto, ha appoggiato i bombardamenti  NATO sulla Jugoslavia? Le persone interessate alle
questioni di carattere sociale dovrebbero sapere che,  come Papa Giovanni Paolo II, il DL denuncia l'aborto, tutte
le forme di controllo delle nascite e l'omosessualita'. L'imperialismo USA ha molta esperienza nell'uso dei
sentimenti religiosi di milioni di persone. La CIA formo' un blocco unico con il Papa, che aveva l'appoggio di
milioni di cattolici, per abbattere il socialismo in Polonia. Non dovrebbe stupire il fatto il DL sia utilizzato anche dalla CIA.
D'altro canto, le figure religiose che si oppongono agli USA sono demonizzate o diventano obbiettivi degli assassini - dall'Arcivescovo Romero in Salvador ai religiosi musulmani in Libano e Palestina/Israele.
Lo scorso anno Hollywood ha realizzato due importanti films sul Tibet. Gli Studios amano il DL, che, come si e' detto, incorpora lo spirito e le aspirazioni del popolo tibetano. I ricchi gruppi che ora controllano Hollywood - Disney e la Tristar - entrambi appoggiano l'organizzazione Free Tibet. Hollywood glorifica la classe religiosa tibetana ed il suo presunto passato idilliaco allo stesso modo in cui "Via col vento " glorificava la classe dominate schiavista e razzista del vecchio sud.
Uno di quest film, "Sette anni in Tibet", e' stato basato su di un libro scritto da un nazista austriaco, Heinrich Harrer, coinvolto in alcuni dei crimini piu' brutali dei nazi-fascisti austriaci. Harrer fini' in Tibet durante la
seconda guerra mondiale in missione segreta per l'imperialismo tedesco, che stava tentando di competere con
l'imperialismo britannico in Asia. Egli fu accettato nel circolo piu' ristretto, fra la nobilta' tibetana.

L'imperialismo e le culture indigene

In tutto il mondo le societa' indigene dal Nord America, alla America Latina, l'Africa e l'Oceania sono state
decimate. La ricca varieta' di culture e' stata scalzata, calpestata, ridicolizzata. I nativi sono stati sterminati
in tutto il mondo da tutte le forze che adesso sembrano essere rispettosamente in adorazione della cultura tibetana.
Il Tibet e il buddismo tibetano sarebbero stati di scarso interesse per l'imperialismo britannico ed americano se non
fosse stato per la grande rivoluzione cinese, che ha spazzato via tutto il vecchio mondo e la corrotta societa' feudale.
Questa e' stata una rivoluzione che ha coinvolto movimenti di massa di milioni di contadini poveri organizzati per la distribuzione delle terre e per la cacciata dei vecchi signori feudali. Tale grade sollevamento sociale ha liberato le energie creative e la partecipazione di un quarto dell'umanita'. Tuttora pero' i media occidentali glorificano il vecchio Tibet.

L'era della divisione della Cina e del suo dominio

Per oltre 100 anni, le potenze imperialiste dell'Europa occidentale ed il Giappone hanno mantenuto la Cina nelle sfere di loro influenza, proprio come l'Europa ha mantenuto l'Africa fra le sue colonie. Gli Stati Uniti allora si opponevano a questo, ma solo in quanto esclusi dall'accesso in Cina per i loro affari. Nell'ottocento la Gran Bretagna, potenza dominante, combatte' due guerre contro la dinastia Manchu per il diritto al controllo sulla vendita dell'oppio in Cina. Nel 1904 la GB lancio' una invasione su larga scala del Tibet. Col trattato di Lhasa la Cina fu costretta a concedere due aree di commercio alla GB, e a pagare un ingente somma per riparare alle spese militari della guerra.
Nel 1949 l'armata Rossa era vicina alla sconfitta definitiva dell'esercito del Kuomintang del generale Chiang Kai-shek, aiutato dagli USA. Washington allora stava operando per far aderire il Tibet all'ONU come paese
indipendente. Gli sforzi fallirono perche' il Tibet e' considerato da oltre 700 anni come provincia cinese, ed anche il Kuomintang asseriva che la Cina includesse il Tibet e l'isola di Taiwan.
Oggi mentre l'imperialismo USA cresce e diventa sempre piu' aggressivo, esso si sta muovendo su vari fronti per forzare la separazione dalla Cina del Tibet, di Taiwan e della provincia occidentale del Xinjiang.
Proprio come nei Balcani e nella ex-Unione Sovietica, le grandi corporations americane supportano ed incoraggiano i separatisti per rompere e controllare completamente le aree del globo che precedentemente erano libere dal dominio imperialista.

La vita nell'antico Tibet

Il Tibet pre-rivoluzionario era una regione totalmente sottosviluppata. Non possedeva alcun sistema viario. Le sole piste erano quelle della preghiera. Era una teocrazia feudale basata su agricoltura, servitu' e schiavitu'. Oltre il 90% della popolazione era senza terra e ridotta in servitu'. Erano legati alla terra ma senza alcuna proprieta'. I loro figli erano registrati fra le proprieta' del loro Signore.
Non vi erano scuole, eccetto i monasteri in cui (pochi) giovani studiavano canti. Il totale degli studenti presenti in scuole private era di 600 studenti. L'educazione per le donne era totalmente sconosciuta. Non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria, non vi erano ospedali in tutto il Tibet.
Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri - anche essi membri di famiglie nobili - possedevano tutto.
Il Dalai Lama viveva nelle 1000 stanze del palazzo di Potala. Tradizionalmente era scelto nella sua infanzia fra i giovani delle famiglie potenti. Egli rimaneva poi come un pupazzo sotto il controllo del notabilato che lo seguiva.
Per il contadino medio la vita era breve e misera, il Tibet aveva il piu' alto tasso di tubercolosi e mortalita' infantile nel mondo. Oggi il Tibet ha 2380 scuole primarie, moltissime scuole professionali e l'istruzione si svolge in lingua tibetana. Vi sono oltre 20000 dottori, 95 ospedali cittadini e 770 cliniche.

La lotta di classe in Cina

Nel 1949 la Rivoluzione Cinese stabili' primariamente che il Tibet fosse una regione autonoma con molti piu' diritti
di quanti ne avesse mai avuti in precedenza. La politica del PC Cinese fu quella di attendere che si sviluppassero
le condizioni fra le classi oppresse tibetane per il sollevamento e la cacciata del regime feudale.
La schiavitu' fu dichiarata fuorilegge solo dal 1959, 10 anni dopo la Rivoluzione. Cio' avvene dopo un grande
movimento di massa che isolo' il Dalai Lama. E' vero, comunque , che il PC cinese abbia sfidato gli antichi costumi tibetani.
Prima di tutto il governo cinese pago' un adeguato salario a tutti coloro che lavorassero alla costruzione delle strade. Cio' distrusse totalmente l'usanza della servitu'.
Prima di cio' un servo poteva sopravvivere lavorando per il Signore: non per guadagnare ma per il cibo.
Ancora piu' rivoluzionario fu pagare i ragazzi e gli ex-schiavi per frequentare le scuole; essi furono anche dotati di libri, vitto e alloggio. Nelle famiglie piu' disperate avevano dovuto lavorare anche i bambini per sopravvivere.
La nuova politica rivoluzionaria sollevo' per la prima volta il livello economico delle classi piu' oppresse di questa societa' cosi' rigida.

La Cia mobilita le resistenza delle classi-dominanti

Dal 1955 la CIA inizio' a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet, molto simile ai Contras in Nicaragua e, piu' recentemente, al finaziamento ed addestramento dell'UCK in Kosovo.
Il 16 agosto 1999 su Newsweek e' apparso l'articolo "Una guerra segreta sul tetto del mondo - i monaci e l'operazione segreta della Cia in Tibet", nel quale si descrivono in dettaglio le operazioni CIA dal 1957 al 1965.
Analogamente, il principale articolo del Chicago Tribune del 25 gennaio 1997 descriveva lo speciale addestramento dei mercenari tibetani a Camp Hale nelle Montagne Rocciose in Colorado, per tutti gli anni '50. Tali mercenari furono paracadutati in Tibet. In accordo ai famigerati "articoli del Pentagono" ci sono stati almeno
700 di questi voli negli anni 50. Furono usati C-130, come piu' tardi in Viet-Nam, per portare munizioni ed armi. Vi erano anche basi speciali a Guam e ad Okinawa, dove furono addestrati soldati tibetani. Gyalo Thumdup, fratello del Dalai Lama, segui' le operazioni, e non era certo un mistero. Se ne faceva un vanto.
Il Chicago Tribune aveva titolato "La guerra segreta della Cia in Tibet" ed afferma in modo chiaro che "ben poco sulle operazioni Cia in Himalaya e' veramente segreto, eccetto forse ai contribuenti USA che le hanno finanziate".
La CIA diede una rendita annuale speciale di 180000$ al Dalai Lama per tutti gli anni 60; questa e' ora una piccola
fortuna in Nepal, ove aveva organizzato un esercito ed un governo virtuale in esilio. Gli USA hanno anche organizzato delle radiostazioni per proiettare in Tibet l'"immagine" del DL come quella di un dio-re.
Ralph McGhee, che ha scritto molti articoli sulle operazioni CIA, e mantiene anche un sito web, ha descritto
in dettaglio come la "compagnia" abbia promosso il DL.
L'ufficio CIA NATIONAL EDOWDMENT for DEMOCRACY ha procurato denaro per un fondo per il Tibet, per la Voce  del Tibet, e per la campagna internazionale per il Tibet.

 

La nuova rabbia di Lhasa - Angela Pascucci 

Manifesto – 15.3.08

«Il Tibet come la Birmania». Un paragone da brivido sulla schiena dei leader di Pechino, che anche per la repressione di quella rivolta furono chiamati in causa e accusati di non fare abbastanza per ridurre a più miti consigli i brutali e impresentabili «amici» della Giunta militare birmana. Si accusò allora la Cina di non muovere un dito per Aung San Suu Kyi e tanto meno per i monaci buddisti birmani, per via di quell'enorme fantasma appollaiato al suo confine occidentale, appunto il Tibet. Il fantasma si è puntualmente materializzato, evocato dalle Olimpiadi, che anche in questo caso si confermano come un enorme catalizzatore di rivendicazioni per chiunque pensi di avere conti aperti con la Cina e usa questa grande occasione per condizionare una leadership che presta più di un fianco, nella sua ansia di perfezione, ormai vicina alla paranoia, in un circolo perverso che sta alzando oltre misura la pressione, nel momento in cui si dovrebbero invece mantenere sangue freddo e nervi saldi. Uscito da questo vaso di Pandora, il fantasma Tibet si è però presentato con una forza che forse neppure Pechino si aspettava. Anche se da qualche tempo aveva cominciato ad usare la sua strabiliante ferrovia di fresca costruzione, la «più alta del mondo», per spostare da Pechino a Lhasa truppe, oltre che nuove frotte di migranti cinesi han ed eserciti di turisti. Questi ultimi soprattutto, portatori di quattrini e modernità, dovrebbero, nella concezione cinese, strappare all'arretratezza quella immensa regione, da secoli così vicina e legata a tutti gli imperi del Cielo cinesi ma anche così inquietantemente diversa e altra. Le proteste e le rivolte di questi giorni vengono paragonate per forza e ampiezza a quelle che in Tibet deflagrarono nel 1989, dopo la morte del Panchen Lama e pochi mesi prima che anche la rabbia cinese esplodesse a Tian'Anmen. L'uso brutale della forza e l'imposizione della legge marziale misero a tacere tutti, tibetani e cinesi. I quasi vent'anni trascorsi da allora hanno ulteriormente mutato il volto della Cina, i cui governanti hanno puntato con ancor più decisione sullo sviluppo economico e la produzione di ricchezza materiale come antidoto a proteste e sommosse contro l'establishment dominante del Partito. In Cina l'obiettivo è stato raggiunto, ma solo in parte. Ogni anno centinaia di migliaia di cinesi si ribellano, divisi e sparsi, contro ingiustizie e sopraffazioni portato di un sistema politico dalle sembianze ambigue. Un'altra Tian'Anmen però, dicono tutti, non sarebbe più possibile. Certo non poteva andare diversamente in Tibet, dove lo sfrenato sviluppismo cinese ha portato miliardi di dollari di investimenti, ma non certo l'«armonia» sbandierata dalla leadership, e di sicuro non la pacificazione fra le due comunità, quella tibetana e quella han che, come appare evidente anche al più superficiale dei turisti, convivono a fatica e non riescono a trovare un comune terreno di intesa nella vita di tutti i giorni. Anche perché per un cinese arrivato da fuori, vivere in Tibet è difficilissimo, anche solo per le condizioni ambientali. Molti non reggono (neppure l'attuale presidente Hu Jintao, spedito a suo tempo a guidare il Partito in Tibet, riuscì ad adattarsi all'altitudine) e c'è dunque un grande turn over stagionale. Chi decide di fermarsi, attratto da migliori condizioni economiche, subisce una profonda mutazione fisica: il cuore si ingrossa e ciò gli impedirà poi di andare a vivere altrove. Se le notizie arrivate ieri saranno confermate, è significativo che i violenti disordini di ieri a Lhasa si siano originati, secondo le prime cronache, da un litigio fra commercianti tibetani e han in un grande mercato. Questo lo sfondo più materiale dello scontro. Poi ci sono la storia e le rivendicazioni di indipendenza. Il Dalai Lama stesso da tempo afferma di non sostenere più la causa della separazione dalla Cina ma di battersi per una più grande autonomia che dia ai tibetani il diritto di difendere la propria cultura e di praticare la loro religione seguendo i propri dettami, non quelli imposti da Pechino, che peraltro disconosce l'attuale Dalai Lama. Resta tuttavia il fatto che i disordini di questi giorni, come quelli dell'89, hanno preso l'avvio dalla celebrazione di una data particolare, quella della fallita rivolta del '59 contro l' «occupazione» cinese seguita dalla fuga del Dalai Lama in India. Rivolta che fu finanziata e sostenuta dalla Cia. Circostanza che molto compromise la capacità di negoziare alcunché nel prosieguo. Il Dalai Lama, ammettendo qualche anno fa il compromettente aiuto Usa, ha preso atto della necessità di cambiare strategia e della impraticabilità storica di una separazione. Pechino rifiuta di riconoscerne l'autorità e bandisce l'esposizione della sua immagine in Tibet. I cinesi hanno già imposto il «loro» Panchen Lama, facendo sparire il bambino prescelto dai tibetani in esilio. Con tutta evidenza attendono la morte di Tienzin Gyatso per imporre anche un proprio Dalai Lama, sicuri di risolvere così il problema alla radice. Un calcolo rischioso, basato su una chiusura assoluta, che potrebbe rivelarsi un errore tragico, per tutti. Dopo la secessione riconosciuta del Kosovo, chi può dire cosa riserva il futuro? Ma la grande Cina non è la debole Serbia.

 

genocidi culturali
a cura di Paolo De Gregorio -19 marzo 2008-

“Genocidio culturale” questa è l’accusa dei buddisti sparsi nel mondo,
che in Occidente trovano serissimi adepti, soprattutto tra i
miliardari, meglio se americani, che di distraggono quando la loro
nazione pretende di imporre la demokrazia con le armi e con la
tortura, dimenticando che la cultura araba e mediorientale ha la sua
identità nel Califfato, e il genocidio culturale è lo stesso di quello
che i cinesi vogliono imporre ai tibetani.

Stesso cammino da secoli è percorso dalla religione cristiana, che con
la scusa di aiutare e civilizzare con le sue missioni, altro non fa
che sradicare culture animiste e sciamaniche distruggendo autonomia e
identità e preparando il terreno alla penetrazione colonialista e
neo-colonialista. Molte guerre sono nate e nasceranno proprio dalla
penetrazione missionaria, che ha scavato abissi profondi tra gli
africani dove si assiste a scontri armati sulla base di identità
religiose, in particolare islamici contro cristiani, e già si vede
una galoppante cristianizzazione, non solo in Africa, ma anche in Iraq.

I buddisti americani, così ferventi nel deplorare e voler boicottare la
Cina e i giochi olimpici, vivono in un paese in cui appena i loro
nonni hanno distrutto la più grande civiltà mai esistita, quella che
viveva in simbiosi con la natura, che non aveva galere né manicomi,
massacrando 10 milioni di legittimi proprietari dell’America, e 80
milioni di bisonti con cui gli indiani vivevano. Ancora oggi li
tengono rinchiusi in piccole riserve, dove si premurano di far
arrivare alcol e droga, e tutte le promesse ufficiali e i trattati
sono sempre stati carta straccia.

Questi signori perché non parlano del “genocidio culturale” che avviene
nel loro paese, e perché non si scandalizzano con la stessa enfasi
della politica estera USA?

Ma forse sono solo dei burattini mossi dai “servizi” che vogliono
fermare la crescita e la credibilità della Cina che è diventata troppo
ricca e potente, e magari far dimenticare che gli USA stanno
esportando in mezzo mondo la truffa dei loro mutui immobiliari, le
loro guerre, l’inquinamento, la recessione.
Vuoi vedere che adesso anche Taiwan proclamerà unilateralmente
l’indipendenza dalla Cina perché scandalizzata dal “genocidio”?
Io non faccio il tifo per la Cina capitalista,e dei giochi olimpici non
me ne può fregare di meno, ma l’operazione “genocidio” sembra pilotata
come tempistica e momento di crisi, e ancora non si capisce dove si
vuole arrivare.
Paolo De Gregorio
                                    ---------

Il ginepraio tibetano radice antica della rivolta Erberto Lo Bue  Il manifesto 19.8.2008
 
Dal VII secolo a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come antagonista o protettrice, ma la convivenza è sempre stata difficile, talvolta tragica, per gli errori delle classi dirigenti
Erberto Lo Bue

 
La rivolta tibetana in corso è un po' diversa da quella del 1989 e coinvolge ampi strati della popolazione laica. Non è interpretabile come un evento orchestrato dal governo del Dalai Lama e impone una riflessione storica. Dal VII sec. d.C. a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come paese antagonista o protettore. In epoca monarchica i tibetani si scontrarono con i cinesi per il controllo della Via della Seta e i trattati di pace fra i due paesi furono suggellati da matrimoni di sovrani tibetani con principesse cinesi, due delle quali svolsero un ruolo importante nella prima diffusione del buddhismo in Tibet. L'interesse tibetano per altri aspetti della cultura cinese - astrologia, geomanzia, medicina, abbigliamento e anche cucina, per citarne alcuni - risale a quel periodo. A partire dall'VIII sec., tuttavia, il principale punto di riferimento culturale dei tibetani divenne l'India, dalla quale avevano derivato la scrittura e in cui riconobbero l'origine della religione da essi adottata, e da cui ereditarono anche parte delle loro conoscenze mediche e astrologiche attraverso la traduzione di migliaia di testi buddhisti dal sanscrito in tibetano.

L'obelisco di Lhasa
Il riconoscimento reciproco di Tibet e Cina fu suggellato nell'821/822 dal trattato di pace inciso su un obelisco collocato di fronte al tempio del Giokhàn, a Lhasa, che recita fra l'altro: «...Sia il Tibet sia la Cina manterranno il territorio e le frontiere di cui sono attualmente in possesso. Poiché l'intera regione a oriente è il paese della grande Cina e l'intera regione a occidente è sicuramente il paese del grande Tibet, da nessun lato di questa frontiera ci saranno guerre, invasioni ostili, conquiste territoriali...». A partire dall'XI sec. cominciarono a costituirsi diversi ordini religiosi tibetani, spesso rivali fra loro, e nuovi regni, nessuno dei quali ebbe però la capacità di riunificare il paese. Monasteri e sovrani tibetani adottarono la strategia di farsi appoggiare da tribù mongole rivali fra loro o dagli imperatori della Cina contro i loro rivali tibetani, e nel XIII sec. si sottomisero alla dinastia mongola che avrebbe governato la Cina con il nome di Yuan. Nel XVII sec. l'ordine religioso capeggiato dai Dalai Lama riuscì a imporre il suo dominio su tutto il Tibet grazie all'appoggio mongolo e all'istituzione di un sistema ierocratico. Dopo il crollo della dinastia mancese - che nel 1720 aveva ridotto il Tibet a protettorato - l'aristocrazia tibetana cominciò a dimostrare interesse per l'Occidente, ma il clero si oppose a ogni apertura e nel 1923 fece chiudere la scuola inglese di Gyantsé, accusata di insegnare dottrine - le scienze - non conformi alla tradizione. Alla fine del 1949 l'Esercito popolare di liberazione iniziò l'occupazione del paese; le operazioni militari si conclusero nel marzo del 1959 con la repressione della rivolta di Lhasa, seguita dalla fuga in India e Nepal di un centinaio di migliaio di persone appartenenti a tutte le classi sociali. A quella «liberazione» seguì la Grande rivoluzione culturale proletaria, con la distruzione della quasi totalità dei monasteri e castelli, il divieto di professare la religione e la collettivizzazione forzata. Gli atti vandalici perpetrati dalle Guardie rosse nel Giokhàn di Lhasa il 26 agosto 1966 segnano convenzionalmente l'inizio della Rivoluzione culturale in Tibet, ma le testimonianze fornite dai monaci indicano che le distruzioni erano iniziate in precedenza. L'espressione occidentale «genocidio culturale» potrebbe applicarsi bene a quel periodo, non a quello attuale. La resistenza tibetana all'occupazione cinese iniziò nel Tibet orientale, ma nel 1958 vari raggruppamenti di guerriglieri si riunirono sotto un solo comando con sede nel Tibet meridionale. La Cia iniziò ad appoggiare la guerriglia tibetana, che cessò nel 1974 con lo smantellamento delle ultime basi nel Mustang, in territorio nepalese. Dopo la caduta della Banda dei Quattro la resistenza fu condotta pacificamente soprattutto da religiosi appartenenti all'ordine del Dalai Lama. La liberalizzazione del Tibet iniziò nel maggio del 1980, dopo la visita del segretario del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet e la successiva rimozione del segretario del Partito comunista tibetano. Da quel momento i tibetani poterono nuovamente professare la loro religione e anche studiare la loro lingua. Dall'inizio degli anni Ottanta sono stati pubblicati numerosi testi tradizionali d'argomento religioso, storico, medico, astrologico e grammaticale, ai quali si aggiungono dizionari, riviste e anche un quotidiano, tutti in lingua tibetana. La scrittura tibetana appare sulle banconote della Repubblica popolare, mentre le scritte e i cartelli in Tibet sono generalmente bilingui. Queste concessioni non hanno però significato piena libertà di parola, di stampa e di associazione. La maggior parte della gente evita di esprimere le proprie idee politiche e tace completamente su certi temi. Le contestazioni sui luoghi di lavoro e le rivolte nei monasteri vengono pacificate mediante l'invio di funzionari di partito, che costringono i rivoltosi al dialogo e alla discussione. In questo genere di incontri alcuni tibetani hanno trovato il coraggio di accusare la Cina di «imperialismo», esponendosi tuttavia a loro volta all'accusa di «separatismo», con cui viene tacciata qualunque opposizione all'occupazione cinese: per la maggior parte dei cinesi, del tutto indipendentemente dal loro credo politico, il Tibet è inseparabile dalla Cina, anche se viene percepito come un luogo esotico e spirituale, proprio come nell'immaginario occidentale, che sul Paese delle Nevi continua a proiettare le proprie fantasie, senza aiutare i tibetani a maturare culturalmente e politicamente. Questa percezione è legata al fatto che due dinastie, gli Yuan e i Qing, sottomisero effettivamente il Tibet; ma ambedue erano straniere e conquistarono la stessa Cina. Tale unità non viene comunque percepita dai tibetani, che occupano un territorio con caratteristiche etno-linguistiche, culturali, religiose, economiche e sociali del tutto particolari.

Nuova ricchezza, vecchi rancori
I tibetani contribuiscono oggi alla creazione di una nuova ricchezza e beneficiano su larga scala di innovazioni inimmaginabili prima del 1959: scuole, ospedali (anche di medicina tradizionale), strade carrozzabili, veicoli e macchinari a motore, energia elettrica, telegrafo, telefono, radio, televisione e perfino gabinetti pubblici si trovano ormai in tutte le città. Queste ultime sono state tuttavia fortemente sinizzate in seguito all'arrivo di diecine di migliaia di immigrati cinesi, percepiti dai tibetani come stranieri anche perché incapaci di parlare tibetano: eccetto coloro che beneficiano dell'attuale assetto politico, i tibetani non nutrono simpatia per i cinesi. Le autorità cinesi hanno tentato di coinvolgere i tibetani nell'amministrazione e nella trasformazione dell'economia del paese, investendo in Tibet ingenti capitali. Tuttavia i loro sforzi per conquistarsi il cuore dei tibetani non hanno conseguito il risultato politico sperato. La popolazione continua a considerare i cinesi come occupanti stranieri, e a loro volta i cinesi non capiscono e giudicano ingrato l'atteggiamento dei tibetani. La Cina riesce così a mantenere il controllo del Tibet soltanto grazie all'apparato del partito e alla massiccia presenza del suo esercito. L'invasione militare cinese - bollata da un marxista quale Bordiga come manifestazione di «conformismo nazionalcomunista» -, la distruzione della maggior parte del patrimonio culturale tibetano ad opera delle Guardie rosse e la colonizzazione cinese hanno rappresentato tre gravi errori politici difficilmente rimediabili, che hanno provocato la nascita di un moderno nazionalismo tibetano e non sono riusciti a cancellare la fede buddhista con cui tibetani si identificano da un millennio. Agli errori della classe dirigente cinese si aggiungono quelli della classe dominante tibetana, che non si mise in discussione, ma fino alla metà del secolo scorso gestì il paese come avrebbe potuto fare nel XIII sec. e non preparò il paese ai grandi cambiamenti. Così i tibetani si trovarono del tutto impreparati di fronte all'occupazione cinese. Sino a oggi il governo di Pechino è riuscito a fare amministrare il Tibet da tibetani iscritti al partito e obbedienti a pochi alti funzionari cinesi, ma non rappresentativi della maggioranza della popolazione tibetana. Dal 1959 esistono così diverse realtà tibetane, sia in Tibet sia nella frammentata diaspora tibetana, che fa capo a un governo democraticamente eletto, in India. I tibetani della diaspora si sono occidentalizzati, anche se la loro cultura è controllata dal clero, che prospera grazie anche a un forte sostegno occidentale. L'incapacità della diaspora tibetana di rinnovarsi culturalmente in senso davvero laico è dimostrata dall'assenza di un'università che faccia da contrappeso all'Università del Tibet, la quale da anni collabora con università europee e statunitensi anche attraverso lo scambio di studenti. La mancata formazione di una classe politica tibetana veramente rappresentativa, buddhista ma laica, ha ridotto le possibilità di dialogo con le autorità di Pechino, prive di interlocutori seri e carismatici, fatta eccezione per il Dalai Lama, che fortunatamente è un pacifista sincero: non chiede l'indipendenza del Tibet, ma ne auspica una vera autonomia, condanna qualunque violenza, anche quelle di parte tibetana, e non vuole che gli attuali scontri diventino un pretesto per mettere in crisi i giochi olimpici, che anche nelle intenzioni del loro ideatore non debbono diventare un'arena politica. Al di là di questo, tibetani e cinesi sembrano condannati a una difficile convivenza dai gravi errori politici commessi dalle loro rispettive classi dirigenti.

 

----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: n.brough@interazione.it
Cc: lettere@corriere.it
Sent: Thursday, March 20, 2008 10:19 AM
Subject: genocidio culturale


 per genocidio culturale si intende la perdita delle caratteristiche feudali del particolare regime teocratico imposto dai monaci e dall regime dei monasteri. La popolazione schiava costretta a prestazioni  corvee gratuite e al pagamento di pesanti pizzi: l'uccisione di tutti i bambini coetanei del "prescelto" incarnato da Budda; il taglio di entrambi le mani a chi ruba un pò di burro dalle lampade votive e tante altre scelleratezze del genere come la pena di morte per gli omosessuali e per pratiche sessuali diverse da quelle prescritte per la procreazione.
  Tutto questo è stata abolito da quando il Tibet è tornata alla madre Cina.
 Questo è il genocidio che l'Occidente piange nella campagna orchestrata dalla Cia per destabilizzare la Cina che comincia a dare seri fastidi al predominio commerciale e militare americano sul pianeta
 Cordiali saluti.
 Pietro Ancona

Subject: monaci e talebani. Un feroce regime medioevale in Tibet

 
I monaci e gli americani

Dopo le esperienze di questi ultimi anni sulla esportazione della democrazia nei paesi islamici, ecco la contraddizione: la difesa della diversità culturale del Tibet dalla omologazione legata alla modernizzazione cinese. Ma come, l'Occidente ha lottato i talebani e la teocrazia iraniana in nome della superiorità e della universalità dei diritti ed ora sostiene il regime medioevale dei monaci?Diventa relativista? Non c'è buona fede. Si difende il potere dei monaci e si vorrebbe riportare sul trono il DalaiLama per fare il Tibet una base militare usa sovrastante la Cina, una base magari munita di ordigni nucleari. La rivolta di oggi dei monaci, la rivolta di ieri dei monaci birmani, la rivoluzione arancione, la guerra "umanitaria" del Kosovo, l'occupazione militare ed i continui bombardamenti dell'Irak e dell'Afghanistan, le minacce all'Iran, la Cecenia sono tutte azioni di guerra, una strategia rivolta a strangolare la Cina e la Russia, a preparare le migliori condizioni tattiche per prossime aggressioni militari Usa. Per questo non riesco ad essere solidale con i monaci che lottano in combutta con l'Occidente per il loro potere e per il potere degli Usa sul pianeta.

Pietro Ancona
 

 

una feroce dittatura medioevale.   La Cina il Tibet e il Dalai Lama
 
di Domenico Losurdo

su L'ERNESTO 6/2003 del 01/11/2003

Chi è, in verità, il Dalai Lama? Perché tanta parte della sinistra italiana tende ad accettarne la “santificazione” e non vederne l’essenza reazionaria?

Celebrato e trasfigurato dalla cinematografia di Hollywood, il Dalai Lama continua indubbiamente a godere di una vasta popolarità: il suo ultimo viaggio in Italia si è concluso solennemente con una foto di gruppo coi dirigenti dei partiti di centro-sinistra, che hanno voluto così testimoniare la loro stima o la loro riverenza nei confronti del campione della lotta di “liberazione del popolo tibetano”.
Ma chi è realmente costui? Tanto per cominciare, egli non è nato nel Tibet storico, ma in territorio incontestabilmente cinese, per l’esattezza nella provincia di Amdo che, nel 1935, l’anno della nascita, era amministrata dal Kuomintang. In famiglia si parlava un dialetto regionale cinese, sicché il nostro eroe impara il tibetano come una lingua straniera, ed è costretto a impararla a partire dall’età di tre anni, e cioè dal momento in cui, riconosciuto come l’incarnazione del 13° Dalai Lama, viene sottratto alla sua famiglia e segregato in un convento per essere sottoposto all’influenza esclusiva dei monaci che gli insegnano a sentirsi, a pensare, a scrivere, a parlare e a comportarsi come il Dio-Re dei tibetani ovvero come Sua Santità.
Desumo queste notizie da un libro (Heinrich Harrer, Sette anni nel Tibet, Mondadori, Oscar bestsellers, 1999), che pure ha un carattere di semi-ufficialità (si conclude con il “Messaggio” in cui il Dalai Lama esprime la sua gratitudine all’autore) e che ha contribuito moltissimo alla costruzione del mito hollywoodiano. Si tratta di un testo a suo modo straordinario, che riesce a trasformare in capitoli di storia sacra anche i particolari più inquietanti.

1. Un “paradiso” raccapricciante

Nel 1946, Harrer incontra a Lhasa i genitori del Dalai Lama, dove si sono trasferiti ormai da molti anni, abbandonando la natia Amdo. E, tuttavia, essi non sono ancora divenuti tibetani: bevono il tè alla cinese, continuano a parlare un dialetto cinese e, per intendersi con Harrer, che si esprime in tibetano, hanno bisogno dell’aiuto di un “interprete”. Certo, la loro vita è cambiata radicalmente: “Era un grosso salto quello dalla loro piccola casa di contadini in una lontana provincia al palazzo che ora abitavano e ai vasti poderi che erano adesso di loro proprietà”. Avevano ceduto ai monaci un bambino di tenerissima età, che poi riconosce nella sua autobiografia di aver molto sofferto per questa separazione. In cambio, i genitori avevano potuto godere di una prodigiosa ascesa sociale. Siamo in presenza di un comportamento discutibile? Non sia mai detto. Harrer si affretta subito a sottolineare la “nobiltà innata” di questa coppia (p. 133): come potrebbe essere diversamente, dato che si tratta del padre e della madre del Dio-Re?
Ma che società è quella su cui il Dalai Lama è chiamato a governare? Sia pure a malincuore, l’autore del libro finisce col riconoscerlo: “La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (p. 76). Diamo ora uno sguardo ai rapporti sociali. Si direbbe che la merce più a buon mercato sia costituita dai servi (si tratta, in ultima analisi, di schiavi). Harrer descrive giulivo l’incontro con un alto funzionario: anche se non è un personaggio particolarmente importante, egli può comunque disporre di un “seguito di trenta servi e serve” (p. 56). Essi vengono sottoposti a fatiche non solo bestiali ma persino inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”; e, come sappiamo, contrastare o anche solo mettere in discussione il potere della casta dominante poteva essere assai pericoloso. Ma, secondo Harrer, non ha senso versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice” (pp. 159-160).
Incolmabile era l’abisso che separava i servi dai padroni. Per la gente comune, al Dio-Re non era lecito rivolgere né la parola né lo sguardo. Ecco cosa avviene nel corso di una processione: “Le porte della cattedrale si aprirono e lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento. Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”.
Finita la processione, il quadro cambia in modo radicale: “Come ridestata da un sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!” (pp. 157-8).
Vale la pena di notare che questo spettacolo viene seguito dal nostro autore in modo ammirato e devoto. Non a caso, il tutto è contenuto in un paragrafo dal titolo eloquente: “Un dio alza, benedicendo, la mano”. L’unico momento in cui Harrer, assume un atteggiamento critico si verifica allorché egli descrive la condizione igienica e sanitaria del Tibet del tempo. Infuria la mortalità infantile, la durata media della vita è incredibilmente bassa, le medicine sono sconosciute, in compenso circolano farmaci assai singolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (p. 194). Qui si ritrae perplesso anche il nostro autore devoto e bacchettone: se pure dal “Dio-Ragazzo” è stato “persuaso a credere nella reincarnazione” (p. 248), egli tuttavia non riesce a “giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, e cioè del Dalai Lama. Solleva il problema con quest’ultimo, ma con scarsi risultati: il Dio-Re “da solo non poteva combattere tali usi e costumi, e in fondo non se ne preoccupava troppo”. Ciò nonostante il nostro autore, che si accontenta di poco, messe da parte le sue riserve, conclude imperturbabile: “In India, del resto, era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre” (p. 294).
A questo punto, Harrer può procedere senza più impacci nella sua opera di trasfigurazione del Tibet pre-rivoluzionario. In realtà, esso è carico di violenza e non conosce neppure il principio della responsabilità individuale: le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (p. 79). Ma cosa avviene per i crimini considerati più gravi? “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (p. 75). Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (pp. 153-3). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet pre-rivoluzionario (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (pp. 224-5). E, tuttavia, il nostro zelante convertito al lamaismo non si limita a dichiarare che “le punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla mentalità della popolazione” (p. 75). No, il Tibet pre-rivoluzionario è ai suoi occhi un’oasi incantata di non violenza: “Dopo un po’ che si è nel paese, a nessuno è più possibile uccidere una mosca senza pensarci. Io stesso, in presenza di un tibetano, non avrei mai osato schiacciare un insetto soltanto perché mi infastidiva” (p. 183). In conclusione, siamo in presenza di un “paradiso” (p. 77). Oltre che di Harrer, questa è l’opinione anche del Dalai Lama, che nel suo “Messaggio” finale si abbandona ad una struggente nostalgia degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo assieme in un paese felice” (happy) ovvero, secondo la traduzione italiana, in “un paese libero”.

2. “Invasione” del Tibet e tentativo di smembramento della Cina

Questo paese “felice” e “libero”, questo “paradiso” viene trasformato in un inferno dall’”invasione” cinese. Le mistificazioni non hanno mai fine. Ha realmente senso parlare di “invasione”? Quale paese aveva riconosciuto l’”indipendenza” del Tibet e intratteneva con esso relazioni diplomatiche? In realtà, ancora nel 1949, nel pubblicare un libro sulle relazioni Usa-Cina, il dipartimento di Stato americano accludeva una mappa di per sé eloquente: con tutta chiarezza sia il Tibet che Taiwan vi figuravano quali parti integranti del grande paese asiatico, impegnato a porre fine una volta per sempre alle amputazioni territoriali imposte da un secolo di aggressioni colonialiste e imperialiste. Naturalmente, con l’avvento dei comunisti al potere, cambia tutto, comprese le carte geografiche: ogni falsificazione storica e geografica è lecita se essa consente di ridare slancio alla politica a suo tempo iniziata con la guerra dell’oppio e di avanzare cioè in direzione dello smembramento della Cina comunista.
È un obiettivo che sembra sul punto di realizzarsi nel 1959. Con un cambiamento radicale rispetto alla politica seguita sino a quel momento, che l’aveva visto collaborare col nuovo potere insediatosi a Pechino, il Dalai Lama sceglie la via dell’esilio e comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza del Tibet. Si tratta realmente di una rivendicazione nazionale? Abbiamo visto che il Dalai Lama stesso non è di origine tibetana ed è costretto ad imparare una lingua che non è la sua lingua materna. Ma concentriamo pure la nostra attenzione sulla casta dominante autoctona. Per un verso questa, nonostante la generale ed estrema miseria del popolo, può coltivare i suoi raffinati gusti cosmopoliti: ai suoi banchetti si scialacquano “squisitezze di tutte le parti del mondo” (pp. 174-5). A degustarle sono raffinati parassiti che, nell’ostentare il loro sfarzo, non danno certo prova di ristrettezza provinciale: “le volpi azzurre vengono da Amburgo, le perle coltivate dal Giappone, le turchesi via Bombay dalla Persia, i coralli dall’Italia e l’ambra da Berlino e Königsberg” (p. 166). Ma mentre si sente affine all’aristocrazia parassitaria di ogni angolo del mondo, la casta dominante tibetana guarda ai suoi servi come ad una razza diversa e inferiore; sì, “la nobiltà ha le sue leggi severe: è permesso sposare soltanto chi è dello stesso rango” (p. 191). Che senso ha allora parlare di lotta di indipendenza nazionale? Come possono esserci una nazione e una comunità nazionale se, per riconoscimento dello stesso candido cantore del Tibet pre-rivoluzionario, i “semidei” nobiliari, lungi dal considerare concittadini i loro servi, li bollano e li trattano quali “esseri inferiori” (pp. 170 e 168)?
D’altro canto, a quale Tibet pensa il Dalai Lama allorché comincia ad agitare la bandiera dell’indipendenza? È il Grande Tibet, che avrebbe dovuto abbracciare vaste aree al di fuori del Tibet propriamente detto, annettendo anche le popolazioni di origine tibetana residenti in regioni come lo Yunnan e il Sichuan, da secoli parte integrante del territorio della Cina e talvolta culla storica di questa civiltà multisecolare e multinazionale. Chiaramente, il Grande Tibet costituiva e costituisce un elemento essenziale del progetto di smembramento di un paese che, a partire dalla sua rinascita nel 1949, non cessa di turbare i sogni di dominio mondiale accarezzati a Washington.
Ma cosa sarebbe successo nel Tibet propriamente detto se le ambizioni del Dalai Lama si fossero realizzate? Lasciamo pure da parte i servi e gli “esseri inferiori” a cui chiaramente non prestano molta attenzione i seguaci e i devoti di Sua Santità. In ogni caso, il Tibet pre-rivoluzionario è una “teocrazia” (p. 169): “un europeo difficilmente è in grado di capire quale importanza si annetta al più piccolo capriccio del Dio-Re” (p. 270). Sì, “il potere della gerarchia era illimitato” (p. 148), ed esso si esercitava su qualunque aspetto dell’esistenza: “la vita delle persone è regolata dalla volontà divina, i cui unici interpreti sono i lama” (p. 182). Ovviamente, non c’è distinzione tra sfera religiosa e sfera politica: i monaci permettevano “alle tibetane le nozze con un mussulmano solo alla condizione di non abiurare” (p. 169); non era consentito convertirsi dal lamaismo all’Islam. Assieme ai rapporti matrimoniali anche la vita sessuale conosce una regolamentazione occhiuta: “per gli adulteri vigono pene molto drastiche, ad esempio il taglio del naso” (p. 191). È chiaro: pur di smembrare la Cina, Washington non esitava a montare in sella al cavallo fondamentalista del lamaismo integralista e del Dalai Lama.
Ora, anche Sua Santità è costretto a prenderne atto: il progetto secessionista è sostanzialmente fallito. Ed ecco allora le dichiarazioni per cui ci si accontenterebbe dell’”autonomia”. In realtà, il Tibet è da un pezzo una regione autonoma. E non si tratta di parole. Già nel 1998, pur formulando critiche, Foreign Affairs, la rivista americana vicina al Dipartimento di Stato, con un articolo di Melvyn C. Goldstein si è lasciata sfuggire riconoscimenti importanti: nella Regione Autonoma Tibetana il 60-70% dei funzionari sono di etnia tibetana e vige la pratica del bilinguismo. Naturalmente c’è sempre spazio per miglioramenti; resta il fatto che, in seguito alla diffusione dell’istruzione, la lingua tibetana è oggi parlata e scritta da un numero di persone ben più elevato che nel Tibet pre-rivoluzionario. È da aggiungere che solo la distruzione dell’ordinamento castale e delle barriere che separavano i “semidei” dagli “esseri inferiori” ha reso possibile l’emergere su larga base di un’identità culturale e nazionale tibetana. La propaganda corrente è il rovesciamento della verità.
Mentre gode di un’ampia autonomia, il Tibet, grazie anche agli sforzi massicci del governo centrale, conosce un periodo di straordinario sviluppo economico e sociale. Assieme al livello di istruzione, al tenore di vita, e alla durata media della vita cresce anche la coesione tra i diversi gruppi etnici, come è confermato fra l’altro dall’aumento dei matrimoni misti tra han (cinesi) e tibetani. Ma proprio ciò diventa il nuovo cavallo di battaglia della campagna anticinese. Ne è un esempio clamoroso l’articolo di Bernardo Valli su la Repubblica del 29 novembre. Mi limito qui a citare il sommario: “L’integrazione tra questi due popoli è l’ultima arma per annullare la cultura millenaria del paese sul tetto del mondo”. Chiaramente, il giornalista si è lasciato abbagliare dall’immagine di un Tibet all’insegna della purezza etnica e religiosa che è il sogno dei gruppi fondamentalisti e secessionisti. Per comprenderne il carattere regressivo, basta ridare la parola al cronista che ha ispirato Hollywood. Nel Tibet pre-rivoluzionario, oltre ai tibetani e ai cinesi “si possono incontrare anche lhadaki, bhutanesi, mongoli, sikkimesi, kazaki e via dicendo”. Sono ben presenti anche i nepalesi: “Le loro famiglie rimangono quasi sempre nel Nepal, dove anche loro ritornano di tanto in tanto. In questo differiscono dai cinesi, che sposano volentieri donne tibetane, conducendo una vita coniugale esemplare” (pp. 168-9). La maggiore “autonomia” che si rivendica, non si sa bene se per il Tibet propriamente detto ovvero per il Grande Tibet, dovrebbe comportare anche la possibilità per il governo regionale di vietare i matrimoni misti e di realizzare una purezza etnica e culturale che non esisteva neppure prima del 1949?

3. La cooptazione del Dalai Lama nell’Occidente e nella razza bianca e la denuncia del pericolo giallo

L’articolo di Repubblica è prezioso perché ci permette di cogliere la sottile vena razzista che attraversa la campagna anticinese in corso. Com’è noto, nel ricercare le origini della razza “ariana” o “nordica” o “bianca”, la mitologia razzista e il Terzo Reich hanno spesso guardato con interesse all’India e al Tibet: è di qui che avrebbe preso le mosse la marcia trionfale della razza superiore.
Nel 1939, al seguito di una spedizione delle SS, l’austriaco Harrer giunge nell’India del nord (oggi Pakistan) e di qui poi penetra nel Tibet. Allorché incontra il Dalai Lama, subito lo riconosce e lo celebra come membro della superiore razza bianca: “La sua carnagione era molto più chiara di quella del tibetano medio, e in qualche sfumatura anche più bianca di quella dell’aristocrazia tibetana” (p. 280). Del tutto estranei alla razza bianca sono invece i cinesi. Ecco perché è un evento straordinario la prima conversazione che Sua Santità ha con Harrer: egli si trovava “per la prima volta solo con un uomo bianco” (p. 277). In quanto sostanzialmente bianco, il Dalai Lama non era certo inferiore agli “europei” ed era comunque “aperto a tutte le idee occidentali” (pp. 292 e 294). Ben diversamente si atteggiano i cinesi, nemici mortali dell’Occidente. Lo conferma ad Harrer un “ministro-monaco” del Tibet sacro: “nelle antiche scritture, ci disse, si leggeva una profezia: una grande potenza del Nord muoverà guerra al Tibet, distruggerà la religione e imporrà la sua egemonia al mondo” (p. 141). Non c’è dubbio: la denuncia del pericolo giallo è il filo conduttore del libro che ha ispirato la leggenda hollywoodiana del Dalai Lama.
Torniamo alla foto di gruppo che ha concluso il suo recente viaggio: fisicamente assenti ma idealmente ben presenti si possono considerare Richard Gere e gli altri divi di Hollywood, inondati di dollari per celebrare la leggenda del Dio-Re venuto dall’Oriente misterioso.
È doloroso ammetterlo, ma bisogna prenderne atto: è ormai da qualche tempo che, volte le spalle alla storia e alla geografia, una certa sinistra si rivela in grado di alimentarsi solo di miti teosofici e cinematografici, senza prendere le distanze neppure dai miti cinematografici più torbidi.
http://www.circologramsciriposto.it/la_cina_il_tibet_e_il_dalai_lama.htm

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http://www.michaelparenti.org/Tibet.html

http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2005-08-24 11:39:05&log=invites

www.resistenze.org - popoli resistenti - cina - 21-11-05


Michael Parenti

Feudalesimo bonario: il mito del Tibet  / 

Da un capo all’altro dei secoli è prevalsa una dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della cristianità, del giudaismo, dell’induismo e dell’islamismo sono pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.
Alcuni hanno obiettato che il buddismo è diverso, che occupa una posizione  antitetica rispetto alla violenza cronica delle altre confessioni religiose. In verità, così com’è praticato da molti negli Stati Uniti, il buddismo è più una disciplina “spirituale” e psicologica che non una teologia nel senso consueto del termine. Esso offre tecniche meditative e auto-terapie che si ritiene favoriscano l’ “illuminazione” e l’armonia dell’interiorità. Ma, come ogni altro sistema di valori, di convinzioni, il buddismo deve essere valutato non soltanto dalle sue dottrine, ma dall’effettivo comportamento dei suoi seguaci.

Eccezionalità del buddismo?

Un colpo d’occhio alla storia rivela che le organizzazioni buddiste non fanno eccezione alle persecuzioni violente che hanno così caratterizzato i gruppi religiosi nel corso delle epoche storiche. In Tibet, dall’inizio del diciassettesimo secolo e sino al secolo successivo inoltrato, sette buddiste  in conflitto si impegnarono in ostilità armate ed esecuzioni sommarie. (1) Nel ventesimo secolo, dalla Thailandia alla Birmania alla Corea al Giappone, i buddisti si sono scontrati fra loro e con i non buddisti. In Sri Lanka, enormi battaglie in nome del buddismo sono parte integrante della storia cingalese. (2)

Soltanto pochi anni fa, in Corea del Sud, migliaia di monaci dell’ordine buddista Chogye – che, secondo l’opinione generale erano dedicati ad una ricerca meditativa alla ricerca dell’illuminazione spirituale – si combatterono con pugni, pietre, bombe incendiarie, e randelli, in battaglie campali che continuavano per settimane. Stavano rivaleggiando per il controllo dell’ordine monastico, il maggiore della Corea del Sud, con il suo budget annuo di 9.2 milioni di dollari, i suoi milioni di dollari aggiuntivi in proprietà, e il privilegio di nominare 1700 monaci per mansioni varie. Le risse distrussero in parte i principali santuari buddisti e lasciarono dozzine di monaci feriti, alcuni dei quali in maniera seria.

Entrambe le fazioni che lottavano per la supremazia ricercavano il sostegno della nazione. In effetti, i cittadini coreani sembravano disdegnare entrambe le parti, essendo dell’opinione che non aveva importanza quale consorteria avrebbe preso controllo di un ordine, poiché avrebbe comunque impiegato le donazioni dei fedeli per accumulare ricchezze, comprese case ed auto costose. Secondo un notiziario di cronaca, la confusione all’interno dell’ordine buddista Chogye (molta della quale portata sugli schermi televisivi coreani): “ha mandato in frantumi l’immagine dell’Illuminismo Buddista”. (3)

Ma molti buddisti odierni negli Stati Uniti farebbero obiezione, affermando che nulla di ciò si applicherebbe al caso del Dalai Lama e del Tibet da lui presieduto prima della spaccatura cinese del 1959.  Il Tibet in cui credono, quello del Dalai Lama, era un mondo orientato verso un orizzonte spirituale, scevro da stili di vita egoistici, libero dal vuoto materialismo, da inutili ricerche e dai vizi corrotti che assediano la società moderna industrializzata. I media occidentali, insieme a uno stuolo di libri di viaggi, romanzi e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come una vera Shangri-La e il Dalai Lama come un santo saggio, “il più grande essere umano vivente”, come lo ha descritto con grandissimo entusiasmo l’attore Richard Gere. (4)

Lo stesso Dalai Lama ha dato adito a tali immagini idealizzate sul Tibet, mediante affermazioni come: “La civiltà tibetana ha una ricca e lunga storia. L’influenza persuasiva del buddismo e le asperità di una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha avuto come risultato una società dedicata alla pace e all’armonia. Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell’essere paghi.” (5)

Ma la storia del Tibet appare un po’ diversa. Nel tredicesimo secolo, l’imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l’imperatore della Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un’ ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ecco un’ironia storica: il primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, il primo Dalai Lama confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede anche che abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità.

Il Dalai Lama che gli successe ricercò una vita sibaritica (ndt: termine che indica un eccesso di lusso e mollezza, “degno di un sibarita”), da individuo raffinato e dedito ai piaceri, godendo di molte concubine, organizzando feste, scrivendo poesie erotiche e comportandosi in altri modi, che dovrebbero sembrare sconvenienti per una incarnazione degli dei.

Per questo la sua figura, in seguito è stata "oscurata" dai suoi monaci. In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei, cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti o da loro altri cortigiani non violenti buddistici. (7)

Shangri-La (per signori e Lama)

Le religioni hanno sempre avuto una stretta correlazione non soltanto con la violenza, ma anche con lo sfruttamento economico. In realtà, è spesso la strumentalizzazione economica che conduce necessariamente alla violenza. Tale è stato il caso della teocrazia tibetana. Fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette l’ultima volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Addirittura uno scrittore come Pradyumna Karan, solidale con il vecchio ordine, riconosce che “una grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze… Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell’usura.” (8)

Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà terrestri del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali rampolli di famiglie aristocratiche, mentre invece la maggior parte del clero più basso era povero come la classe contadina dalla quale discendeva. Questa disuguaglianza economica classista all’interno del clero tibetano, è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell’Europa medievale. Insieme  al clero superiore, i leaders secolari facevano la loro parte. Un esempio considerevole fu il comandante in capo dell’esercito tibetano, che possedeva 4.000 chilometri quadrati di terra e 3.500 servi. Egli era anche un membro del Consiglio terriero del Dalai Lama. (9)
L’Antico Tibet è stato rappresentato da alcuni dei suoi ammiratori occidentali come “una nazione che non necessitava forze di polizia perché il suo popolo osservava spontaneamente le leggi del karma.” (10) In realtà era dotato di un esercito professionale, sebbene di piccole dimensioni, che era al servizio dei proprietari terrieri come gendarmeria, con l’incarico di mantenere l’ordine e catturare i servi della gleba fuggitivi. (11)

I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci. Una volta laggiù, erano vincolati per tutta la vita. Tashì-Tsering, un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni. (12)

 
Nell’Antico Tibet vi era un piccolo numero di agricoltori il cui stato sociale era una sorta di contadino libero, e forse un numero aggiuntivo di 10.000 persone, le quali costituivano la “classe media”, famiglie di mercanti, bottegai e piccoli commercianti. Migliaia di altri erano mendicanti. Una piccola minoranza erano poi schiavi, di solito servi domestici, che non possedevano nulla. La loro prole nasceva già in condizioni di schiavitù. (13)
Nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su una popolazione totale stimata 1.250.000 – era composta da servi della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano in genere fare a meno dell’istruzione e dalle cure mediche. Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un’aristocrazia secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia. I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a tortura e morte. (14)

Se dobbiamo dar credito al racconto di una donna ventiduenne, ella stessa serva fuggiasca, il signore tibetano era solito selezionare fra il meglio della popolazione femminile di servitù della gleba: “Tutte le ragazze graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come lui desiderava.” Esse “erano soltanto schiave senza alcun diritto.” (15) La servitù necessitava di un permesso per recarsi ovunque. I proprietari terrieri avevano l’autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, sino alla violenza, nei confronti di quelli che tentavano di fuggire, obbligandoli a tornare indietro. Un servo di ventiquattro anni, anch’egli fuggiasco, intervistato da Anna Louise Strong, accoglieva con favore l’intervento cinese come una “liberazione”. Nel corso del suo periodo di servitù sostiene di non avere ricevuto un trattamento molto diverso da un animale da traino, sottoposto a un incessante lavoro, fame e freddo, incapace di leggere o scrivere, senza conoscere nulla, né sapere nulla. Egli racconta il suo tentativo di fuga: la prima volta che [gli uomini del padrone] mi agguantarono mentre stavo cercando di sfuggire, ero molto piccolo, e mi diedero soltanto un buffetto imprecando contro di me. La seconda volta mi picchiarono. La terza volta avevo già quindici anni e mi diedero quindici frustate pesanti, violente, con due uomini seduti sopra di me, uno sulla mia testa e uno sui miei piedi. Il sangue mi uscì allora dal naso e dalla bocca. Il sorvegliante disse: “Questo è soltanto sangue dal naso; forse prenderai bastonate più forti, e perderai sangue dal cervello.” Mi picchiarono poi con bastonate più intense, versando alcool e acqua con soda caustica sulle ferite, per aumentare il dolore. Persi i sensi per due ore…” (16)

Oltre a ritrovarsi in un vincolo lavorativo che li obbligava a lavorare la terra del signore – oppure quella del monastero - per tutta la durata della vita e senza salario, i servi della gleba erano costretti a riparare le case del signore, trasportarne la messe e raccoglierne la legna da ardere. Si esigeva anche che provvedessero a trasportare gli animali e al trasporto su richiesta, a seconda delle pretese del padrone. “Era un efficiente sistema di sfruttamento economico, che assicurava alle élites laiche e religiose del paese una forza lavoro sicura e permanente per coltivare i loro appezzamenti di terreno, che li esonerava dall’accollarsi qualsiasi responsabilità quotidiana diretta circa la sussistenza del servo, e senza la necessità di competere per la manodopera in un contesto di mercato.” (17)
La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée (lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il matrimonio, la nascita di ogni figlio, ogni morte in famiglia. Erano soggetti a imposta per aver piantato un nuovo albero nel loro cortile, per tenere animali domestici o dell’aia, per il possesso di un vaso di fiori, o per l’aver messo un campanello ad un animale. C’erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello. La gente veniva tassata per quando veniva mandata in prigione e quando la si rilasciava. Addirittura i mendicanti erano soggetti alla pressione fiscale. Quelli che non riuscivano a trovare lavoro erano tassati a causa della loro disoccupazione, e se si spostavano in un altro villaggio nella loro ricerca di un’occupazione, pagavano una tassa di transito. Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20% e il 50%. Alcuni debiti venivano tramandati di padre in figlio sino al nipote. I debitori che non potevano evadere i loro debiti, rischiavano la riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal monastero, a volte per il resto delle loro vite. (18)
Le dottrine pedagogiche della teocrazia ne appoggiarono e rafforzarono l’ordine sociale classista. Si insegnava ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano su di loro a causa del loro comportamento sciocco e immorale nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare l a miseria della loro esistenza presente come un’espiazione e in anticipo, solo così  il loro destino, la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati, se si fossero reincarnati. I ricchi e potenti consideravano naturalmente la loro buona fortuna come una ricompensa e una dimostrazione tangibile di virtù nelle vite passate e presenti.

Torture e mutilazioni in Shangri-La

Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione – comprese l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe – erano le punizioni principali inflitte ai ladri, ai servi fuggiaschi, e ad altri “criminali”. Viaggiando attraverso il Tibet negli anni ’60, Stuart e Roma Gelder ebbero un colloquio con un antico servo, Tsereh Wang Tuei, che aveva rubato due pecore che appartenevano ad un monastero. Per questo ebbe entrambi gli occhi strappati e le mani mutilate. Spiega che non è più un buddista: “Quando un sacro Lama disse loro di accecarmi, pensai che non c’era alcun bene nella religione.” (19)
Alcuni visitatori occidentali nell’Antico Tibet hanno fatto notare l’elevato numero di amputati. Dato che è contro la dottrina buddista sottrarre la vita, alcuni delinquenti furono severamente frustati e poi “abbandonati a  Dio” nella gelida notte a morire. “I paralleli fra il Tibet e l’Europa medievale sono impressionanti,” conclude Tom Grunfeld nel suo libro sul Tibet. (20)

Alcuni monasteri avevano le proprie prigioni private, riporta Anna Louise Strong. Nel 1959, visitò una mostra di apparecchiature da tortura che erano state impiegate dai signori feudatari tibetani. C’erano manette di tutte le taglie, comprese quelle di piccola misura per bambini, e strumenti per mozzare nasi e orecchie, e spezzare mani. Per strappare gli occhi, c’era uno speciale copricapo di pietra, provvisto di due fori, che veniva premuto sul capo, così che gli occhi potessero gonfiarsi e deformarsi fuoriuscendo dalle orbite, facilitandone l’asportazione. C’erano congegni per tagliare le rotule e i talloni, o per azzoppare. C’erano tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. (21)

L’esposizione presentava fotografie e testimonianze di vittime che erano state accecate o storpiate o che avevano patito amputazioni per furto. C’era il pastore il cui padrone vantava un debito nei suoi confronti in denaro e grano, ma che si rifiutava di pagare. Così il pastore si impossessò di una delle mucche del padrone; e per questo gli furono troncate le mani. Ad un altro guardiano di gregge, che si opponeva al dover concedere la moglie al suo signore, furono staccate le mani. C’erano fotografie di attivisti comunisti dai nasi e dalle labbra superiori troncati, e una donna che era stata violentata e che poi ebbe il naso mozzato. (22)

Il dispotismo teocratico era stato per anni il principio informatore. Nel 1895, un visitatore inglese in Tibet, il dr. A. L. Waddell scrisse che i tibetani erano assoggettati all’ “intollerabile tirannia dei monaci” e alle superstizioni diaboliche che essi avevano modellato al fine di terrorizzare le persone. Perceval Landon descrisse nel 1904 la regola del Dalai Lama come una “macchina da sopraffazione” e un “ostacolo ad ogni progresso umano.” Più o meno a quel tempo, un altro viaggiatore inglese, il Capitano W.F.T. O’Connor notava che “ i grandi proprietari terrieri e i sacerdoti… esercitano ciascuno all’interno del proprio dominio un potere dispotico dal quale non c’è appello,” mentre il popolo è “oppresso dalla più mostruosa crescita di monachesimo e clericalismo che il mondo abbia mai visto.” I governatori tibetani, come quelli europei durante il medioevo, “forgiarono innumerevoli armi per asservire il popolo, inventarono leggende umilianti e stimolarono uno spirito di superstizione” fra la gente comune. (23)
Nel 1937, un altro visitatore, Spencer Chapman, scrisse:  “…il monaco buddista tibetano non trascorre il proprio tempo provvedendo alle persone o ad istruirle, e nemmeno i laici prendono parte ai servizi dei monasteri o li frequentano. Il mendicante sul ciglio della strada non è nulla per il monaco. La conoscenza è una prerogativa dei monasteri custodita gelosamente, ed è strumentalizzata per aumentare la loro influenza e ricchezza...” (24)

Occupazione e rivolta

I comunisti cinesi occuparono il Tibet nel 1951, rivendicando la sovranità sul paese. Il trattato del 1951 stabiliva un apparente autogoverno sotto l’autorità del Dalai Lama, ma conferiva di fatto alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere. Si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell’amministrazione interna “per promuovere le riforme sociali.” Inizialmente, procedevano cautamente facendo affidamento per lo più sulla persuasione, tentando di attuare processi di cambiamento. Tra le prime riforme varate ci fu quella che riduceva i tassi d’interesse da usuraio, e costruirono alcuni ospedali e strade.

Mao Tze Tung e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell’indipendenza tibetana, ammette che “contrariamente all’opinione corrente in Occidente”, i cinesi “perseguivano una politica moderata.    Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e la religione tibetane” e “permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica,ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente.” (25)
Non più tardi del 1957, Mao Tze Tung cercò ancora di rafforzare una politica progressiva. Ridusse il numero di quadri cinesi e delle truppe in Tibet, e promise al Dalai Lama che la Cina non avrebbe portare a termine riforme terriere in Tibet per i sei anni successivi e oltre, se le condizioni non fossero ancora maturate. (26)

Nondimeno però, l’autorità cinese in Tibet arrecava grandi disagi ai signori e ai Lama. Ciò che li infastidiva più di ogni altra cosa non era che gli intrusi fossero cinesi. Nel corso dei secoli avevano visto cinesi andare e venire, godendo di buone relazioni con il Generalissimo e il regime reazionario del Kuomintang in Cina. (27) Effettivamente, l’approvazione del governo reazionario del Kuomintang era necessaria, per ratificare la scelta dell’attuale Dalai Lama e del Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con un scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. (28) Quel che preoccupava i signori tibetani e i Lama era che questi cinesi recenti erano comunisti. Si sarebbe trattato soltanto di una questione di tempo, ne erano certi, poi i comunisti avrebbero iniziato ad imporre le loro soluzioni ugualitarie e collettiviste sulla loro teocrazia altamente privilegiata.

Nel 1956-57  bande armate tibetane tesero un’imboscata al convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa  ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA, comprendente armi,  provviste e l'addestramento militare per le unità di commando del Tibetan. È ormai di conoscenza pubblica che fu la CIA a impiantare le basi di sostegno in Nepal,  compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all’interno del Tibet. (29)
Nel frattempo negli Stati Uniti, la Società Americana per un'Asia Libera, un ramo della CIA, propagandava in modo dispiegato la causa di resistenza del Tibetan. Il fratello maggiore del Dalai Lama, Thubtan Norbu, ha giocato un notevole ruolo  in questo gruppo. Molti dei commando del Tibetan e gli agenti che la CIA aveva paracadutato nel paese, erano dei capi di clan aristocratici o i figli dei capi. Il novanta per cento di loro non li conosceva nessuno nel paese, secondo una relazione della CIA. (30)
La ridotta guarnigione dell’EPL in Tibet non avrebbe mai potuto catturare tutti loro, se non avesse ricevuto il sostegno dei tibetani che non sostennero la rivolta. Questo dimostra che la resistenza ha avuto una base piuttosto stretta dentro il Tibet.  "Molti Lama e molti membri laici dell'elite e molti dell'esercito del Tibetan hanno sostenuto la rivolta, ma la maggioranza della popolazione non l’ha fatto e questo ha sancito il suo fallimento," scrisse Hugh Deane. (31)

Nel loro libro sul Tibet, Ginsburg e Mathos raggiungono una conclusione simile: "Gli insorti del Tibetan non sono mai riusciti a raccogliere nei loro ranghi anche solo una consistente parte della popolazione, per  non dire niente della maggioranza di essa. Per quanto può essere constatato, la gran parte della popolazione di Lhasa e della campagna contigua, non aderirono nonostante il tentativo di unirle nella lotta contro il cinese..." (32)
Alla fine la resistenza si sgretolò.

I Comunisti rovesciano il Feudalesimo

Qualunque presunta ingiustizia e qualunque presunta nuova oppressione furono  introdotte dai cinesi in Tibet dopo 1959, essi di fatto  hanno abolito la schiavitù ed il sistema di servi della gleba e l’utilizzo di mano d'opera non pagata. Hanno eliminato il sistema delle tasse, creato piani di nuovi lavoro, ridotto in gran parte la disoccupazione  e la miseria. Hanno costruito i soli ospedali che esistono nel paese, e un nuovo sistema educativo, rompendo perciò il monopolio educativo dei monasteri. Hanno costruito i sistemi d’irrigazione per l'acqua e portato l’energia elettrica in Lhasa.Abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni come criminali forme di punizione. (33)
Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Heinrich Harrer  ha scritto un libro di successo delle sue esperienze in Tibet che è diventato un film di Hollywood. (Solo dopo si è saputo che Harrer era stato un sergente nazista sotto  Hitler. (34)
Egli narra che i tibetani  resisterono orgogliosamente contro i cinesi e "che hanno difeso nobilmente la loro indipendenza... Erano predominantemente i nobili, i proprietari ed i Lama; sono poi stati puniti utilizzandoli per eseguire i lavori più bassi, come lavorare alla costruzione di  strade e ponti. Furono  poi ulteriormente umiliati, essendo usati per la pulizia delle città prima dell’arrivo dei turisti..." Dovevano anche vivere in un accampamento originalmente abitato da mendicanti e vagabondi. (35)

Dal 1961 centinaia di migliaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai  Lama furono distribuiti agli affittuarii ed ai contadini senza terra. Nelle zone pastorali, le greggi che erano state possedute una volta dai nobili furono  date alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti ed investimenti furono apportati nell'allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure e di frumento e orzo, che furono introdotti per la prima volta; fu pianificato il sistema di irrigazione, che hanno portato ad un notevole incremento della produzione contadina. (36)

 
Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine al clero. Ma la gente non fu  più  costretta a omaggiare o fare regali obbligati ai monasteri ed ai signori. I molti monaci che erano stati costretti negli ordini religiosi da bambini senza poter scegliere ora erano liberi di rinunciare alla vita monastica e così migliaia di essi, particolarmente quelli più giovani, tornarono alla vita civile. Il clero restante può vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. (37)

Le denunce fatte dal Dalai Lama  circa le sterilizzazioni di massa e la deportazione forzata dei tibetani, fatte dai cinesi non hanno mai trovato conferme da alcuna prova.

Sia il Dalai Lama che il suo fratello più giovane e consigliere, Tendzin Choegyal, hanno sostenuto che "più di 1.2 milione tibetani sarebbero morti come conseguenza dell’”occupazione cinese”.(38)
Ad essi non importa come spesso nelle loro dichiarazioni, che i numeri dati siano sconcertanti e lasciano completamente perplessi.

Il censimento ufficiale del 1953 sei anni prima dell’arrivo dei cinesi, aveva registrato l'intera popolazione del Tibet, stabilendo la cifra di 1.274.000 abitanti.
Altre valutazioni avevano conteggiato circa  due milioni di tibetani abitanti il paese. (39)
Se i cinesi avessero ucciso 1.2 milioni, città intere dell'inizio degli anni 60  e parti enormi della campagna, effettivamente quasi tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato, trasformato in un enorme campo di concentramento, pieno di fosse comuni e cimiteri, di cui però non abbiamo trovato prove. La forza militare cinese nel Tibet non era abbastanza grande come numero, non avrebbe potuto sterminare materialmente tutta quella gente anche se avesse speso tutto il proprio tempo e attività, senza fare nient’altro.
Le autorità cinesi ammettono " errori" nel passato, specialmente durante la rivoluzione culturale 1966-76 quando le persecuzioni religiose  raggiunsero un'alto livello sia in Cina che nel Tibet. Dopo la rivolta verso la fine degli anni 50, furono migliaia i tibetani incarcerati. Durante il “grande balzo in avanti”, la collettivizzazione dell’agricoltura, la coltivazione forzata del grano furono imposte ai contadini, a volte con effetti disastrosi. Verso la fine degli anni 70, la Cina aveva  ottenuto la completa pacificazione della situazione nel Tibet "ed ha provato a modificare e correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti." (40)

Nel 1980 il governo cinese iniziava una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un  grado sempre più grande di autonomia e del auto amministrazione. Ai tibetani venne permesso coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze della raccolta, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per mantenere il bestiame e le pecore. Vennero ripristinate le comunicazione con il mondo esterno ed i controlli di frontiera furono facilitati per permettere ai tibetani di visitare i parenti in India e Nepal. (41) 

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