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 Tranfaglia Mafia il contagio dilaga                                                vedi anche il commento di Caselli

Venerdì 27 febbraio, in un'aula della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Palermo piena di studenti e di professori ma anche di persone interessate al problema, il procuratore aggiunto della repubblica Roberto Scarpinato, il senatore del PD Giuseppe Lumia, il professore di Diritto Penale Giovanni Fiandaca e il professore di Storia Contemporanea Carlo Giuseppe Marino hanno presentato l'ultimo libro di Nicola Tranfaglia Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia dall'Unità ad oggi  edito dalla Utet Libreria nel 2008 e ora alla seconda edizione.

Ne è seguita una vivace discussione sulla situazione attuale e sugli aspetti più rilevanti della situazione politica ed economica attuale. Amelia Crisantina ha pubblicato due giorni dopo sulla cronaca palermitana de La Repubblica l'intervista che segue a Nicola Tranfaglia.

Repubblica 01 marzo 2009   pagina 1   sezione: PALERMO

"Un titolo dell'ormai lontano 1991 - La mafia come metodo - è la premessa al libro di oggi: vi ritroviamo gli stessi interrogativi, sul filo di uno scoramento civile divenuto con gli anni sempre più allarmato. Le grandi questioni attorno a cui lo storico ha continuato a interrogarsi, nei quasi vent'anni che separano i due titoli, direttamente chiamano in causa i caratteri di fondo dello Stato nazionale. A partire dalle modalità della sua formazione. La conversazione con Tranfaglia prende il via dall'interrogativo su cui inciampa ogni ragazzo, non appena comincia a riflettere sui motivi dell'eterna emergenza italiana.

Perché la mafia si sviluppa in Italia, invece che negli altri Paesi europei?

Dipende dal modo in cui è avvenuta l'unificazione, soprattutto dalla storia del Mezzogiorno. Da come è stato governato il Mezzogiorno per secoli, generando delle componenti che dal Sud si sono poi diffuse in tutta la penisola.

Aveva ragione chi temeva lo "stile" meridionale?

Il Sud Ha conquistato il Nord, non c'è dubbio. Un certo modo di agire è stato trasferito al resto d'Italia

E lo Stato appena formato che ruolo aveva?

L'Italia unita ha governato il Sud come una colonia, considerandolo un paese inferiore. Si è dimostrato ai meridionali che lo Stato, come occasione di crescita civile, era assente. E che il dominio che veniva ad instaurarsi non era democratico.

Come si è presentato il mafioso per essere accettato?

Con un duplice volto, ha fatto da garante e da intermediario. La mafia militare è un aspetto eclatante del fenomeno, ma è un modo "visibile" di usare violenza. Ma i danni permanenti vengono creati dal radicarsi del metodo mafioso, adottato dai colletti bianchi per acquisire spazi di potere e che si diffonde al di fuori del suo habitat naturale.

La mafia come collante dello Stato italiano sin dal suo nascere. E' così?

La componente mafiosa è un aspetto centrale della nostra storia, anche se in genere gli storici italiani non hanno capito l'importanza di un fattore che avrebbe finito per condizionare molti altri elementi. E del resto si è studiato molto poco il carattere delle classi dirigenti italiane. Che sono state espressione di una società molto fragile, e non hanno avuto ostacoli nel comportarsi come si sono comportate.

I caratteri negativi le sembrano particolarmente presenti nella storia meridionale?

Escludo una ragione antropologica, le ragioni sono storiche. Derivano dal modo in cui si è sviluppato il potere, e dal rapporto tra classi dirigenti e popolazione. Alla fine ad affermarsi non è il modello che per comodità chiameremo europeo, legato all'osservanza delle regole. A vincere è un modello imperniato sul politico che chiede favori e, a sua volta, crea clientele.

Quindi la mafia come metodo di esercizio di potere?

Un metodo vincente, che si diffonde: la Sicilia è una regione importante nell'equilibrio del nuovo Stato unitario. Nel mio libro ho cercato di seguire le tracce di questo elemento fondamentale della storia politica italiana, a partire dall'Unità. E ho osservato il carattere di pervasività che il metodo mafioso assume nelle regioni in cui è dominante. Le tre mafie storiche dell'Italia nascono in Sicilia, Calabria e Campania: col tempo si è aggiunta la Puglia, in parte il Lazio. La Basilicata è l'ultima arrivata. Come cittadino mi chiedo se queste condizioni siano conciliabili con la nostra Costituzione, con l'idea che abbiamo della democrazia.

C'è stata l'avanzata di quella che nel 1876 Leopoldo Fianchetti chiamava "borghesia mafiosa" ?

Si, sullo sfondo della debolezza della tradizione democratica italiana. Non dimentichiamo che questa debolezza è stata una delle ragioni di fondo dell'affermazione del fascismo. Le classi dirigenti italiane hanno dimostrato una forte tendenza all'illegalità, Gramsci scriveva sul "sovversivismo" delle classi dirigenti. E una borghesia mafiosa che non ama la democrazia, né la competizione per merito.

Che cosa determina il puntuale fallimento dei movimenti antimafia?

La lotta contro le associazioni e i metodi mafiosi non è mai stata posta al centro della cultura democratica. Le lotte sono state delle reazioni, di fronte a episodi particolarmente gravi. Probabilmente non ci si è mai resi conto del potere inquinante del metodo mafioso, all'interno della vita sociale.

Un metodo che appare ben radicato. Siamo oltre il livello di guardia?

In Italia i metodi mafiosi si sono molto rafforzati negli ultimi quindici anni, penetrando le strutture dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Oggi viviamo un momento di particolare vulnerabilità, la maggioranza di governo è percorsa da idee poco democratiche. L'esempio, il cattivo esempio viene dall'alto. L'egemonia culturale del sistema mafioso è un dato di fatto. Il metodo mafioso è arrivato in molte istituzioni, a partire dall'Università.

La lotta alla mafia viene demandata alla magistratura: ma è un compito della magistratura?

La repressione è necessaria, però non è sufficiente. Il vero problema non è legato ai singoli, e la magistratura persegue singoli reati. La vera emergenza è l'egemonia del metodo mafioso, che è terribilmente diseducativo. Come si fa a dire ai giovani di avere fiducia nelle istituzioni?

Bisogna ripartire dalla formazione delle classi dirigenti? Dall'educazione civica?

Anche dall'educazione civica. In Norvegia i ragazzini studiano educazione civica in modo intensivo, in Italia no. I risultati si vedono. Solo una lotta culturale può arginare il dilagare di un metodo: una lotta per la democrazia, che metta l'uguaglianza dei cittadini al centro della battaglia.

Le battaglie culturali sono lunghe e incerte...

Assistiamo alla costruzione pubblica di un diritto della disuguaglianza, con la depenalizzazione dei comportamenti criminali delle classi dirigenti e la criminalizzazione delle classi marginali. Solo con la consapevolezza democratica della necessità di una battaglia culturale per formare le nuove generazioni c'è la possibilità di vincere.

 AMELIA CRISANTINO

 http://www.nicolatranfaglia.com:80/blog/2009/03/02/mafia-il-contagio-dilaga

Perchè la mafia ha vinto
 
di Gian Carlo Caselli
Più di un secolo fa, nel suo saggio “Che cosa è la mafia” Gaetano Mosca scriveva: “È strano notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia […] raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla mafia vogliono indicare». Un vecchio vizio, tutto italiano, che per fortuna contempla vistose ed importanti eccezioni. Tra queste – indubbiamente – le ricerche e gli studi di Nicola Tranfaglia, ormai patrimonio consolidato per tutti coloro che di mafia vogliano sapere qualcosa di più serio  rispetto alle…fiction televisive di moda. L’ultima fatica di Nicola Tranfaglia (preziosa come le precedenti)  si intitola Perchè la mafia ha vinto”.  In realtà si tratta di una storia della mafia che ci aiuta a capire meglio che cos’è la mafia oggi,  nel terzo millennio, a quindici anni dalle tremende stragi palermitane del ’92.

L’Autore sa bene che sempre più  si deve parlare di «mafie», anziché di «mafia», perché accanto alle mafie “tradizionali” ( Cosa nostra siciliana , ‘Ndrangheta calabrese , Camorra napoletana  e Sacra corona unita pugliese) il nostro Paese,  aduso ad «esportare» anche il crimine organizzato, si trova nell’inedita situazione di dover ospitare nuove mafie d’importazione (russa, albanese, cinese, nigeriana, ecc.), che in questi ultimi anni si sono insediate nel territorio e che talora interagiscono con le più antiche organizzazioni mafiose nazionali. Mentre il processo di globalizzazione finanziaria ha inevitabilmente influito sulle più recenti forme di manifestazione dell’economia criminale, imponendo una più spiccata interazione fra le varie organizzazioni mafiose del mondo, i cui interessi e capitali illeciti si incontrano nel mercato globale del grande riciclaggio internazionale, con evidenti intrecci fra la macrocriminalità del riciclaggio e parte consistente di quel potere finanziario – più o  meno “grigio” -  che ormai opera, spesso senza adeguati controlli, nell’intero ambito planetario. 

Oggi, pertanto, la base di partenza di qualunque ragionamento sulle mafie è che esse , pur nella radicale continuità con se stesse, pur mantenendo ( in molti casi) un evidente radicamento localistico, sono ormai in grado  di condurre attività illecite in una dimensione globale e reticolare.  Così da costituire una vera  e propria impresa multinazionale, che produce ricchezza attraverso mille traffici e affari illeciti, cui si affiancano imprese legali di copertura o riciclaggio.

Ma non volendo – né potendo -  scrivere un’enciclopedia sterminata, Tranfaglia ha giustamente scelto di limitarsi  a seguire un “filo centrale”, incentrandolo su “Cosa nostra” ed in particolare sui suoi rapporti con le classi dirigenti del Paese. Constatando innanzitutto come questa organizzazione criminale sia oggi capace  – forse più che nel passato– di mimetizzarsi e scomparire. La mafia siciliana, infatti, dopo avere attuato ed esibito con le stragi  del 1992 una violenta e spietata strategia d’attacco frontale allo Stato, ha dovuto subire un’efficace reazione (latitanti arrestati come mai in precedenza, per numero e caratura criminale, tra cui gli autori materiali di quelle stragi; beni mafiosi sequestrati per decine di miliardi; veri e propri arsenali di armi requisiti). E ha subìto anche la stagione dei processi, che per i suoi affiliati si sono conclusi con pesantissime condanne. Ed ecco che la mafia, duramente colpita, sceglie di attuare una sorta di «strategia della tregua» finalizzata, fra l’altro,  a far dimenticare la sua tremenda pericolosità. Niente più stragi, niente più omicidi eclatanti; regna lo spirito di mediazione anziché la logica dello scontro aperto. Bernardo Provenzano, regista di questa nuova stagione, adotta la tecnica del «cono d’ombra», con l’obiettivo, appunto, di rendere invisibile l’organizzazione, di inabissarla. Si fa ricorso alle armi soltanto come extrema ratio e si riduce, di conseguenza, il numero dei regolamenti di conti interni. Quando si elimina qualcuno, il suo cadavere viene fatto sparire (le cosiddette «lupare bianche»), così da rendere più difficile la percezione dell’entità della violenza omicida messa in atto. La mafia di Provenzano è sempre più una mafia degli affari: l’intromissione di Cosa Nostra in tutti gli appalti di un certo rilievo serve a presentarsi come volano di un’economia che altrimenti – si vuol far credere – resterebbe inerte e improduttiva. In questo modo Cosa Nostra cerca di dissimulare il suo volto più feroce, per recuperare e sviluppare spazi di intervento e per rafforzare i meccanismi di accumulazione di capitale illecito. Con una peculiarità che complica le cose perché, secondo tradizione, essa tende anche a proporsi come soggetto politico-sociale capace di controllare l’economia e di esercitare una funzione di (apparente) sviluppo, anche sostituendo o integrando le competenze pubbliche.

La strategia con la quale la mafia ha affrontato il nuovo millennio è quindi meno sanguinaria, ma più insidiosa, perché favorisce l’affievolirsi dell’attenzione sulla questione mafia in conseguenza del calo «statistico» dei fatti di sangue conosciuti. Ma è proprio nei periodi di pax mafiosa che Cosa Nostra dimostra maggiore forza, capacità di infiltrarsi nel tessuto economico-sociale e di intrecciare nuove relazioni anche sul versante dell’intermediazione fra popolazione meridionale e luoghi decisionali della cosa pubblica. E’ allora che essa amplia  la propria sfera di intervento, mirando ad influenzare anche gli orientamenti politici (a partire da quelli elettorali) nelle zone sottoposte al suo controllo.

 E’ a partire da questi dati che Tranfaglia arriva alla conclusione che “la mafia ha vinto”.  Mi sembra importante, però, elencare anche  i cambiamenti in positivo che l’antimafia ha registrato nel corso degli anni ( soprattutto gli ultimi 15), per verificare come la celebre riflessione di Giovanni Falcone  - con la quale lo stesso Tranfaglia apre il suo libro –  secondo cui  “la mafia è un fenomeno umano,  e come ha avuto un inizio così avrà una fine” non fosse una frase fatta, buona solo per esorcizzare il problema. Indicava un percorso possibile, lungo il quale ci sono compiuti passi anche significativi. La strada è  certo ancora lunga ed impervia. Il cammino compiuto fino ad oggi è insufficiente per molti profili. E tuttavia ci sono stati momenti positivi, dei quali innanzitutto vorrei   parlare.

Non dimentichiamo che c’era una volta in cui la mafia…. neppure esisteva. Anzi peggio: il Procuratore generale della Corte di cassazione Giuseppe Guido Lo schiavo, il più alto magistrato italiano, su una rivista giuridica (negli anni Cinquanta) scriveva testualmente: si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura, è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura e la giustizia e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione dei fuorilegge e dei banditi ha addirittura  affiancato le forze dell’ordine. Oggi  si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini, in seno della consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività”.  Se oggi qualcuno, Procuratore generale o no, si esprimesse in questi termini, l’invettiva che Grillo ha fatto diventare di moda sarebbe assolutamente  scontata. Oggi sono i mafiosi che devono scendere in piazza per far sapere che la mafia non esiste. Roberto Saviano torna in Campania a Casal di Principe e  Nicola Schiavone (padre del boss Francesco, il famigerato Sandokan) in piazza deve gridare - feroce, minaccioso, ma in una certa misura anche patetico - che la camorra non esiste e se l’è inventata Saviano per vendere più copie del suo libro…

Altri cambiamenti  si registrano sul piano degli strumenti di contrasto investigativo-giudiziario. Una volta c’era soltanto il 416 bis, l’associazione a delinquere semplice,  ed era – di nuovo parole di Falcone – “come dover combattere contro un carro armato, la mafia, con una cerbottana”. Si perdeva. Adesso invece ,  sia pure con grave ritardo e soltanto dopo la morte di  Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa, abbiamo il 416 bis: uno strumento mirato, calibrato  sulla realtà specifica delle associazioni mafiose. Abbiamo la Procura nazionale Antimafia con la sua banca dati, uno strumento davvero importantissimo, un patrimonio inestimabile di conoscenze formato acquisendo tutti i dati significativi ovunque disponibili. Abbiamo la DIA (direzione investigativa antimafia). Abbiamo un uso massiccio ormai della tecnologia: in particolare le intercettazioni telefoniche e ambientali,  che consentono il monitoraggio continuo  dei punti “sensibili”, anche per la ricerca dei latitanti: che conseguentemente non possono non vivere costantemente sotto tensione, braccati di continuo come sono, mentre una volta non venivano neppure cercati. E dopo le stragi del 1992,  abbiamo avuto  la legge sui “pentiti” e la legge sul trattamento carcerario di giusto rigore dei mafiosi detenuti: strumenti che sono stati decisivi per risalire la china quando il terrorismo stragista dei mafiosi sembrava incontenibile. Quando nel nostro Paese si  era verificato qualcosa di simile all’11 settembre di New York: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come le Torri Gemelle, simboli abbattuti da una violenza politica totalizzante, con obiettivi proiettati ben oltre le vittime immediatamente colpite. Quest’immagine ( che è di Andrea Camilleri) esprime bene il gravissimo pericolo che si abbatté sull’Italia: il pericolo di diventare uno stato-mafia, un narco-stato di tipo colombiano, dominato da un’organizzazione criminale stragista. Per fortuna, con il concorso di tutti (istituzioni, società civile, forze dell’ordine e magistratura), invece di precipitare in un abisso senza fondo, siamo riusciti a resistere.

Per certi profili, sul piano investigativo-giudiziario  facciamo  persino scuola. E non è un caso che la nuova convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità trans-nazionale firmata a Palermo, nel dicembre 2000, preveda tutta una serie di misure pensate con riferimento alla realtà specifica delle organizzazioni criminali, quale emersa dall’esperienza di contrasto maturata sul campo soprattutto  nel nostro Paese. Ecco allora,  in questa convenzione ONU, la previsione come reato della partecipazione ad un gruppo criminale organizzato, la confisca dei beni dell’associazione, la protezione dei testimoni, l’assistenza delle vittime, l’incentivazione dei “pentimenti”. Noi oggi, condizionati da una certa black propaganda, quando parliamo di “pentiti”  ci tappiamo il naso, o peggio. In questa convezione ONU c’è invece scritto che i “pentimenti” devono essere incentivati mediante sconti di pena, fino all’immunità per quegli ordinamenti che l’immunità prevedano. Piuttosto va detto  ( e lo vedremo meglio in seguito) che mentre facciamo da modello, esportando le nostre esperienze, poi tendiamo incredibilmente  ad arretrare per quanto riguarda noi stessi.

Altre novità positive si possono riscontrare  sul piano della lotta all’estorsione, un punto di forza delle mafie ( come si sa), sia per l’accumulazione di profitti illeciti, sia per il controllo del territorio. Ricordiamo tutti la vicenda di  Libero Grassi, che aveva denunciato il racket, aveva pubblicamente dichiarato che non avrebbe pagato. E però Grassi fu a sua volta  denunciato dal presidente degli industriali di Palermo, che gli intimò di smetterla perchè: “i panni sporchi si lavano in casa”. Così Grassi restò isolato e venne ucciso. Ancora recentemente, non più di due anni fa, una inchiesta del Censis  ha accertato che il 42,5 % degli imprenditori del sud  interpellati riteneva che senza mafia avrebbe potuto  fortemente  incrementare il proprio fatturato. Ma è con amarezza che il Censis rilevava come gli imprenditori siciliani detenessero un singolare primato con i colleghi calabresi: quello di avvertire di meno o addirittura di negare il problema della mafia. Evidentemente  pensavano che i padrini garantissero più sicurezza delle forze dell’ordine e che se c’era da pagare una tassa era (come dire) un costo di gestione da accettare senza fare troppe storie. 

Oggi dei cambiamenti (pochi, fragili e  precari fin che si vuole: ma  pur sempre  significativi) ci sono.  La positiva esperienza antiracket  di Tano Grasso  che va estendendosi dalla Sicilia in altre parti del Paese; la Confindustria siciliana che espelle chi paga il pizzo, con l’ appoggio della Confindustria nazionale; altri importanti segnali di recupero in Calabria. Finalmente, anche se con fatica, qualcosa si muove.

Poi ci sono novità sul piano dell’aggressione ai patrimoni dei mafiosi. Ieri (lo testimoniano i diari del Consigliere  Chinnici) la situazione era questa: quando nell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto appunto  da Chinnici,  si affaccia un giovanissimo magistrato a quei tempi assolutamente sconosciuto, di nome Giovanni Falcone, Chinnici (che ne intuisce subito le grandi capacità) gli  affida alcune inchieste di mafia. Ora, è scritto nei diari di Chinnici che  immediatamente un altissimo magistrato palermitano si precipita nel suo ufficio e  in sostanza gli dice: “Ma che combini? Perché affidi a questo Falcone  processi di mafia? Caricalo di processi bagatellari, di processi da niente, che non abbia il tempo di occuparsi di mafia: perché altrimenti rovina l’economia siciliana”. Chinnici chiaramente non ci sta, continua ad investire su Falcone e anche per questo suo coraggio la mafia lo uccide.  Ma se indagare sulla mafia equivaleva a …. rovinare l’economia, conseguentemente non c’era – non poteva esserci -  nessuna legge che aiutasse ad operare  sul versante dell’aggressione dei patrimoni mafiosi. Oggi invece abbiamo la legge La Torre, che ha escogitato questo grimaldello formidabile che è imporre ai mafiosi l’onere di provare la provenienza legittima dei loro beni, perché altrimenti si presumono di provenienza illecita e quindi vengono sequestrati e confiscati. Successivamente abbiamo avuto (grazie anche al milione di firme raccolto da  “Libera”,  l’efficacissima forma di organizzazione della società civile guidata da Luigi Ciotti e agli inizi anche da Rita Borsellino) la legge 199/1996 per l’impiego a fini socialmente utili dei beni confiscati. Importanti novità, oggi da affinare e potenziare e tuttavia ormai  in campo, concretamente operanti. Ettari ed ettari di terre confiscate ai mafiosi sono oggi lavorati da Cooperative di giovani  coordinate da “Libera”, che ha  saputo costruire un’imponente rete di collegamento sull’intero territorio nazionale, un ponte tra Sud e Nord formato da oltre 1500 gruppi, uniti dal  comune interesse  sui temi della legalità e della giustizia.  La pasta, l’olio, il vino prodotti sui terreni confiscati alla mafia in varie regioni italiane  sono la materializzazione della legalità come restituzione del “maltolto”,  cioè di parte delle ricchezze accumulate dalla mafia mediante un sistematico drenaggio delle risorse e la “vampirizzazione” del tessuto economico legale ( a forza di estorsioni, usure, truffe, appalti truccati, tangenti  etc.). I prodotti di “Libera”,  in altre parole, sono la dimostrazione che l’antimafia è recupero di legalità che “paga” anche in termini di nuove opportunità di lavoro e di nuove occasioni di iniziative imprenditoriali. Sono un baluardo della democrazia contro i ricatti e le umiliazioni dei  mafiosi, sintesi di dignità ed indipendenza  conquistate col lavoro: il modo più efficace per coinvolgere la società civile in un effettivo impegno antimafia, senza più deleghe esclusive alle forze dell’ordine e alla magistratura, inevitabilmente indebolite se lasciate sole. Per cui è proprio su questo versante – del coinvolgimento e dell’impegno della società civile, che si possono registrare i segnali più rilevanti, comprendendovi anche i ragazzi di Locri e i ragazzi “no pizzo” di Palermo. Segnali che si stagliano in un quadro ancora molto cupo,  e tuttavia importanti.

Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. E qui il pessimismo di Tranfaglia ( “Perché la mafia ha vinto”) può pescare a piene mani.

Va premesso che il contrasto di “Cosa nostra” per quanto concerne l’ala cosiddetta militare dell’organizzazione ormai registra una forte e rassicurante continuità: dall’arresto di Riina e soci fino agli arresti di Provenzano e dei Lo Piccolo e alla mega-inchiesta “Old bridge” del febbraio 2008 in cooperazione fra Italia e Usa, ecco tutta una serie di importanti interventi che dimostrano come l’apparato investigativo-giudiziario antimafia si sia stabilmente assestato su livelli di assoluta eccellenza. Non altrettanta continuità, però, è dato di registrare sul versante del contrasto alle cosiddette “relazioni esterne”, vale a dire le complicità, coperture e collusioni con pezzi del mondo legale (politica, affari, imprenditoria, istituzioni….) che rappresentano la spina dorsale, il nerbo del potere mafioso. Se tali coperture non sono aggredite con forza e  appunto continuità, senza sconti o scaltrezze, “Cosa nostra” non è certo onnipotente, ma continuerà a  trovare  sostegni preziosi se non decisivi anche nei momenti più difficili. Se  persiste  il malvezzo di applaudire quando si arrestano capimafia e gregari, per  gridare al teorema o al complotto  quando si cerca di far luce più in profondità, allora avrà ancora una volta ragione chi  sostiene che si possono anche arrestare boss su boss,  ma l’alt ad andare oltre, in forma anche esplicita e non solo  sottintesa, rimane: e pesa come un macigno.

Persino il pool di  Falcone e Borsellino dovette piegarsi a questa “regola”. Con il maxi-processo, il pool aveva posto fine ( nel rispetto rigoroso delle regole, delle prove, delle procedure) al mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra. La mafia poteva essere finalmente sconfitta, e invece si dovette registrare un fatto che rappresenta una colossale vergogna della nostra storia nazionale. Il pool, invece di essere sostenuto nella  sua azione, venne letteralmente spazzato via. Siamo 4-5 anni prima delle stragi, ed una tempesta di polemiche tanto violente quanto ingiuste si scatena sul pool: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti, uso della giustizia a fini politici di parte, pool trasformato in centro di potere. Per effetto di queste aggressioni, alla fine il pool di fatto scompare e il suo metodo di lavoro - vincente - viene cancellato.  E ciò proprio nel momento in cui  il pool comincia ad occuparsi non solo di mafiosi di “strada”, ma anche dei cugini Salvo, di Ciancimino, dei Cavalieri del lavoro di Catania(vale a dire dei rapporti della mafia con pezzi della politica, delle istituzioni, del mondo degli affari…). E’ allora che il pool non va più bene. Perché sta traducendo in cifra operativa quel che aveva sostenuto nella  ordinanza-sentenza conclusiva del primo maxi-processo del 1985, quando denunziava “una singolare convergenza fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina”. E’ nel momento in cui il pool comincia a “voltare pagina” che si moltiplicano -  furibondi -   gli attacchi che  ne causano la delegittimazione e poi la scomparsa, con azzeramento del suo metodo di lavoro.

La tecnica è semplice: ripetere ossessivamente (a forza di ripeterle, anche le menzogne diventano credibili)  che le indagini riguardanti i rapporti tra mafia e politica sono invenzioni di magistrati politicizzati,  asserviti a strategie eterodirette. Ovviamente è un’assurdità, comprensibile soltanto se a propagandarla è Cosa nostra, che difatti la sostenne contro il pool di Falcone, quando Antonino Salvo, uomo “d’onore” riservato della famiglia di Salemi, per difendersi dalle accuse del pool proclamava di essere “sotto il mirino dei politici e, in particolare, anzi, soltanto del Partito Comunista italiano”. Una falsità che sarà poi ripresa pari pari da Salvatore Riina, pronto ad  inveire pubblicamente (24 Maggio ’94, Corte di Assise di Reggio Calabria) contro i “comunisti” che complottano ai suoi danni anche nella Procura della Repubblica di Palermo. Ma quel che interessa sottolineare è che Salvo e Riina non parlavano e non parlano a caso, ma lanciano trasparenti messaggi, magari rivolgendosi a settori che immaginano, sperano, disposti a riceverli. 

Interessa sottolineare, inoltre, che la storia (almeno in parte)  si ripete, nel senso che anche dopo le stragi del ‘92 le cose vanno bene , per il pool dei magistrati inquirenti della Procura di Palermo, finchè ci si occupa soltanto di Riina e soci.  Ma quando -  non in base a teoremi politico-sociologici ma a fatti ed emergenze probatorie - si aprono e si sviluppano anche procedimenti a carico di imputati "eccellenti" appartenenti alla borghesia politica, imprenditoriale e professionale (cioè a settori che da sempre hanno un ruolo centrale nella storia della mafia), ecco che -  pur di scongiurare il salto qualitativo nell'azione di accertamento dei legami e delle collusioni con Cosa Nostra -   sono molti coloro che accettano di perdere una guerra che si sarebbe potuta vincere. Le tappe di questa strategia rinunciataria sono note e già sperimentate contro il pool di Falcone: la definizione della ricerca della verità come inaccettabile «cultura del sospetto»; l'insinuazione di uno scorretto rapporto tra “pentiti” e inquirenti; la conseguente delegittimazione pregiudiziale dei “pentiti”  (cosa – inutile dirlo – tutt'affatto diversa dalla doverosa prudenza nella valutazione delle dichiarazioni degli stessi); l'accusa a pubblici ministeri e giudici di costruire teoremi per ragioni politiche o, più brutalmente, di «essere comunisti o amici dei comunisti». Risultato? Proprio mentre l’incalzare dell’azione della Procura stava disgregando l’organizzazione criminale, proprio quando l’isolamento di Cosa nostra (grazie anche alle indagini sui collusi) andava profilandosi come ormai irreversibile, ecco inscenarsi un “processo” alla stagione giudiziaria che ha seguito le stragi del '92. E se le persone da mettere sotto accusa  sono i magistrati, ad avvantaggiarsene – obiettivamente – è la criminalità. Cosa nostra  fa meno fatica a risorgere, ha più tempo e più spazio per ricostruire le fortificazioni sbrecciate. Sembrava fatta, Cosa nostra ed i suoi complici stretti in un angolo, sotto una gragnola di colpi portati con rigoroso rispetto delle regole e delle garanzie, e invece….. Certo, l’azione degli inquirenti non viene bruscamente interrotta come ai tempi del pool di Falcone, ma la strada si fa più in salita. Continuano i “successi” sul versante militare dell’organizzazione, ma l’indispensabile lotta alle collusioni rallenta e si inceppa. Ed è proprio qui che si può registrare quanto sopra anticipato: molte cose sono cambiate in positivo nell’impegno antimafia; quel che invece non cambia mai – o cambia troppo poco – è la politica, perlomeno certa politica.

Vorrei  ancora fissare alcuni punti:

1.     Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l’orticaria. Non si identifica con l’Italia  delle regole quanto piuttosto con l’Italia dei furbi, degli affaristi  o degli impuniti.

2.     In democrazia, il primato della politica è un assioma. Spetta alla politica, soltanto alla politica,  operare le scelte  di  governo nell’interesse -  si spera -  di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storiella del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché non può esservi dubbio alcuno su questo primato, la politica deve viverlo ed  interpretarlo nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe  esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal ’90 ad oggi. Si avverte invece una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica, a farne la base per pretendere una sorta di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco  allora  che la giustizia nel nostro paese non funziona,  ma  invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che si incrociano determinati interessi. Ecco allora che alla  magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti  e le possibilità di intervento.

3.     Usa dire che l’antimafia e l’anticorruzione non portano voti. Chissà…. Sta di fatto che  antimafia e anticorruzione nell’agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni  non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale: nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, con  una forte tendenza a dimenticare presto  e rimettere la questione  mafia ai  margini dell’agenda.

Ma  se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione per il settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del ‘92 e del ‘93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale,  talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo,  che sono disposti a trescare,  a trattare con  mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a  tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell’indignazione o della giusta tensione ci sono passività e  rassegnazione. Ci si convince che così va il mondo, che c’è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici, favole per i gonzi. E la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.

L’impressione è che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi poco compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando strade sempre più diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce  verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte  di una certa  politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili  clamorose   responsabilità, se non  giudiziarie,  certamente politico-morali. La strada maestra ormai  è confondere  deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza  - magari una sentenza definitiva di cassazione come quella relativa al “caso” Andreotti  -  elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi;  incontri con boss per discutere di fatti criminali, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale), se  in quella sentenza si dice -  una prova dopo l’altra -   che tutto questo  è stato commesso fino a una certa data  e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E’ un’altra cosa. 

Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con la prescrizione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E’ anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se si dice che c’è stata assoluzione, a fronte di  fatti gravissimi accertati in una sentenza, questi fatti vengono cancellati, sbianchettati. Ma cancellando questi fatti (come se non fossero mai accaduti, come  se fossero invenzioni di giustizialisti, di magistrati politicizzati al servizio di una fazione….), si legittima di fatto un certo modo di fare politica che contempla anche  rapporti organici con la mafia. E questo modo  di fare politica si legittima per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita, perché significa cancellare il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale.  Ma se cade questo confine, non c’è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove.  E intanto la mafia non può non approfittarne, magari per superare momenti difficili e riemergere, fino a dare quella sensazione di vittoria che  esprime il titolo del libro di Tranfaglia.

In questo quadro, si capiscono tante cose, a partire dallo scarto ( di cui abbiamo già parlato) fra la continuità ormai acquisita sul versante del contrasto della mafia “militare” e la discontinuità dell’azione che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le relazioni esterne. Su questo versante si   riesce a rimanere  ad un certo livello  - quando lo si raggiunge -  per  non più di due, tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia – ripetiamolo -  sia quella del giorno dopo: se non succede  qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capiscono la drastica revisione della legislazione antimafia; la minore efficienza del circuito carcerario differenziato per i boss; la nuova disciplina legislativa della collaborazione con la giustizia che ha prodotto effetti tutt’altro che incentivanti; le profonde riforme del processo penale che, seppure introdotte per tutelare sacrosanti diritti di garanzia, hanno finito per inceppare ulteriormente il funzionamento e allungare ancora i tempi del processo penale. Si capisce – in sostanza – come  lo strumentario normativo antimafia risulti  oggi un’arma meno incisiva se confrontato con quello varato all’indomani delle terribili stragi del ’92.  Allora si capisce perché  quel punto nevralgico dell’antimafia  che è la gestione snella ed efficiente dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo –lentamente ma inesorabilmente -  vischiosità ed inceppamenti che rischiano di  svuotare e rendere sempre  meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi.  Allora si capiscono le amnesie: per esempio l’anagrafe dei conti bancari, una legge del ’93 che non è mai stata attuata. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi  le praticano.

E attenzione: è proprio questo contesto che favorisce scelte disastrose. Una recente ricerca Svimez,  e prima ancora una  ricerca del Censis,  dimostrano  lo zavorramento dell’economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti  ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; vale a dire che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non  basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in scatole vuote. Perché l’imprenditore mafioso – rispetto a quello onesto – gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo,  grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo,  di offrire  prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto ma la conquista di pezzi di mercato. E infine, se ci sono dei problemi l’imprenditore mafioso, rispetto all’imprenditore normale, ha il vantaggio di poterli risolvere -  questi problemi  - coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso:  la corruzione, la suggestione, l’intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.

Così, il libero mercato e la legale competizione economica  diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: “legalizzare la mafia sarà la regola del 2000”, non fosse  - mentre faceva della intelligente ironia -  un profeta.

Di fatto le mafie oggi sono ancora un’enorme questione nazionale, ancorché questo dato di fatto sia da molti  - anche a sinistra -  negato. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane, che spesso trovano difficoltà enormi nel costruire le loro sorti ed il loro futuro sul rispetto delle pratiche legali. Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Essa si presenta, purtroppo, spesso come vincente, a fronte di uno Stato che troppe volte dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere, con azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe – in politica come in economia – offrire il buon esempio.

Di qui la necessità ( che percorre come un filo rosso l’intiero libro di Tranfaglia) di superare qual limite culturale che da sempre inceppa l’azione antimafia: quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto quando mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze e quella straordinaria capacità di condizionamento che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale, oggi sempre più potere economico.

Tutto ciò presuppone decisi interventi soprattutto sul piano della politica, azioni positive e convincenti (sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto al crimine organizzato in particolare). Azioni condotte con energia e solerzia, mentre la storia della mafia registra, oltre a vere e proprie complicità,  il prevalere – salvo alcune fasi -  di  un atteggiamento di  sostanziale lassismo (che  Gaetano Mosca chiamava  «fiaccona»),  capace di contribuire non poco al rafforzarsi del potere mafioso.

La “fiaccona” e le complicità sono da sempre i migliori alleati della mafia. Questo in definitiva dimostra il libro di Tranfaglia. E se la “fiaccona”  e le complicità persistono, la mafia – appunto -  vince.  

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