Palermo e la
Sicilia hanno vissuto la lotta alla mafia come una
Resistenza permanente, che ancora non è finita e
che per alimentarsi ha bisogno di recuperare la memoria,
ricostruendone la trama in modo da renderla fruibile da tutti i
cittadini, come pure da visitatori non frettolosi, e di trovare
uno spazio comune di riflessione e di programmazione, per
avviare iniziative unitarie, nel rispetto della storia e dell'
identità di ciascuno.
Un museo laboratorio sulla lotta
alla mafia
Repubblica — 31 ottobre 2006 pagina 16 sezione: PALERMO
Qualche tempo fa il Centro Impastato aveva lanciato la proposta
della creazione a Palermo di un Memoriale-laboratorio della
lotta alla mafia. La proposta nasceva da una duplice esigenza:
offrire un percorso storico dell' evoluzione del fenomeno
mafioso, dalle origini ai nostri giorni, e soprattutto delle
lotte contro di esso, dal movimento contadino a oggi; creare una
casa delle associazioni che ospitasse le varie realtà operanti
nella città, che spesso non hanno una sede o hanno sedi precarie
e inadeguate. E per avviare la realizzazione del progetto il
Centro proponeva che si cominciasse con l' allestimento di una
mostra fotografico-documentaria, che riprendesse e integrasse le
mostre curate dallo stesso Centro nella sua trentennale
attività. La proposta mirava a una riprogettazione del
patrimonio museografico della città, mettendo finalmente in
cantiere la creazione di un Museo storico di Palermo e della
Sicilia. In altre città sono sorti negli ultimi anni luoghi
della memoria, come per esempio i Memoriali della Resistenza.
Palermo e la Sicilia hanno vissuto la lotta alla mafia come una
Resistenza permanente, che ancora non è finita e che per
alimentarsi ha bisogno di recuperare la memoria, ricostruendone
la trama in modo da renderla fruibile da tutti i cittadini, come
pure da visitatori non frettolosi, e di trovare uno spazio
comune di riflessione e di programmazione, per avviare
iniziative unitarie, nel rispetto della storia e dell' identità
di ciascuno. Non so che fine abbia fatto la mozione presentata
nel luglio del 2005 da alcuni consiglieri comunali, con la
proposta di utilizzare Palazzo Tarallo, in via delle Pergole,
come sede del Memoriale; come si ricorderà, la proposta di
utilizzare Villa Pantelleria, confiscata ai mafiosi, come
Biblioteca della legalità, non si è potuta realizzare per la
pretesa dell' amministrazione comunale che le associazioni
coinvolte in quel progetto (il Centro Impastato, il Centro
Terranova, la Fondazione Costa, il Centro Pio La Torre)
affrontassero le spese di restauro. Ma questo non vuol dire che
non si possano trovare altre strade, individuando un altro bene
confiscato alla mafia o coinvolgendo nell' iniziativa l'
Università, che in questi anni è riuscita ad avviare il restauro
di immobili prestigiosi, per lungo tempo condannati all' incuria
e all' abbandono, come dimostrano le recenti iniziative di
aprire i cantieri di restauro ai cittadini. Credo che le
associazioni più seriamente impegnate, le scuole che da anni
svolgono iniziative di educazione a una legalità non solo
formale, gli istituti universitari, l' Università nel suo
complesso possano essere disponibili per portare a compimento un
progetto che qualificherebbe il patrimonio culturale cittadino e
regionale e possano insieme contribuire a rinnovare le politiche
istituzionali, ben note per la disinvoltura con cui si sprecano
milioni di euro in iniziative che di culturale hanno soltanto il
nome. Qualche parola, infine, sui sindacati, in particolare
sulla Cgil. L' anno scorso, in seguito a una mia richiesta, i
dirigenti della Camera del lavoro avevano assicurato che
avrebbero posto quanto prima una lapide per ricordare Giovanni
Orcel, il segretario dei metalmeccanici ucciso dalla mafia il 14
ottobre 1920, sul luogo dell' assassinio, all' angolo tra corso
Vittorio Emanuele e via Collegio Giusino. La lapide ancora non
si è vista e nell' aprile scorso avevo proposto al segretario
regionale che la mostra di cui parlavo prima venisse inserita
tra le iniziative per il centenario della Cgil. La proposta
finora è stata lasciata cadere e nella mostra dal titolo "I
costruttori" ospitata all' Albergo delle povere la Sicilia era
quasi completamente assente. E dire che il ruolo del sindacato
nella lotta contro la mafia è stato fondamentale e il suo
tributo di sangue altissimo. Spiace che la memoria di quella
storia non trovi l' accoglienza che meriterebbe tra gli eredi
dei suoi protagonisti.
- UMBERTO SANTINO
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Nell' immaginario
collettivo Calabria e Sicilia sono regolarmente assimilate alla ' ndrangheta
e alla mafia, con effetti devastanti nella percezione di sé che si offre
alle giovani generazioni.
«Palermo e la Sicilia hanno bisogno
di recuperare la loro identità e la loro storia, che non è il risultato solo
di stragi e crimini ma anche delle lotte che le hanno contrastate».
Umberto Santino
il museo della mafia memoria delle lotte
Repubblica — 09 novembre 2008
pagina 18 sezione: PALERMO
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/11/09/il-museo-della-mafia-memoria-delle-lotte.html
l nome di Rosario La Duca ritorna più volte nelle
parole di Umberto Santino: «Vogliamo portare avanti la sua idea di un
museo della città, al cui interno collocare il Memoriale-laboratorio
della lotta alla mafia», dice il presidente del Centro di documentazione
Peppino Impastato. Oggi - anniversario della caduta del Muro - l'
appuntamento è alle 10,30 alla Biblioteca delle Balate, nel quartiere
Albergheria, per un incontro intitolato "Oltre i confini. Dalla caduta
del muro di Berlino alla violenza delle mafie", che vuole inaugurare
alcuni momenti di riflessione assieme agli studenti delle scuole di
Palermo e provincia. Sarà presente Monia Manganelli - referente per i
visitatori italiani del "Memoriale del Muro" - e fra gli altri
interverrà Fulvio Librandi, antropologo e responsabile scientifico del
progetto del Museo della ' ndrangheta: si tratta quindi di una occasione
di confronto fra realtà urbane segnate da una storia dolorosa, il cui
racconto offerto soprattutto ai più giovani serve a elaborare una
appartenenza critica che coincide con la voglia di riscatto. Il progetto
del Museo della ' ndrangheta punta a descriverne «la mentalità omissiva
e sopraffattiva»: diretto da Luigi Lombardi Satriani, vede la
collaborazione tra la Provincia di Reggio Calabria, la Facoltà di
Lettere dell' Università della Calabria e l' associazione Antigone. A
Palermo, l' idea di un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia,
mostra permanente e simbolico luogo di incontro delle associazioni, è
ancora sganciato dalle collaborazioni istituzionali. Da molti anni viene
riproposto dal Centro Impastato, e oggi che l' interesse mostrato da
alcune associazioni -da "Salvare Palermo" alle donne di "Mezzocielo" -
sembra renderne finalmente vicina la realizzazione, diventa naturale
pensarlo inserito in quel Museo della città lungamente ideato da La
Duca. Il museo della città è infatti la testimonianza viva della sua
storia, uno specchio in cui si riflette il volto cittadino nel suo
sedimentarsi e uno dei luoghi in cui viene pensato il futuro urbano:
offre a tutti un percorso di lettura ed è anche espressione di una
comunità, luogo simbolico in cui si coltiva la memoria. E poiché la
memoria di una comunità è sempre una ricostruzione a partire da eventi
sparsi, che sceglie cosa salvare del passato per nutrire il senso di
appartenenza dei singoli individui, diventa indispensabile raccontare il
ruolo che le organizzazioni criminali hanno avuto e continuano ad avere
nella storia del Meridione. Ma anche, come ricorda Santino che della
rivalutazione di personaggi ed episodi di resistenza alla logica mafiosa
ha fatto una costante della sua ricerca, ritrovare il ricordo di una
storia che non è solo rovine: «Palermo e la Sicilia hanno bisogno di
recuperare la loro identità e la loro storia, che non è il risultato
solo di stragi e crimini ma anche delle lotte che le hanno contrastate».
Santino cita le lotte contadine, quelle dei minatori e degli operai del
Cantiere navale che un secolo fa hanno suscitato grandi mobilitazioni di
massa; ricorda i sindacalisti uccisi nel secondo dopoguerra, ma anche le
reazioni alle stragi mafiose negli anni a noi più vicini. Ed è chiaro
come la necessità di elaborare un positivo senso di appartenenza al
nostro Meridione imponga la rivalutazione di una storia che spesso è
stata quasi dimenticata, che non viene raccontata nei libri di scuola.
Nell' immaginario collettivo Calabria e Sicilia sono regolarmente
assimilate alla ' ndrangheta e alla mafia, con effetti devastanti nella
percezione di sé che si offre alle giovani generazioni. Ad affermarsi è
il pessimistico stereotipo sull' impossibilità di cambiare, che porta
all' incapacità di immaginare un futuro diverso. In Sicilia, di fronte
alle denunce la risposta classica è sempre stata la negazione e la
difesa a oltranza. A cominciare da quando nel 1876 Franchetti e Sonnino
compirono la loro inchiesta e per primi tracciarono il profilo di una
classe media anomala, che con disinvoltura usava la violenza:
suscitarono un coro di reazioni indignate, ma non per questo le loro
analisi diventarono meno vere. Quando negli anni Cinquanta del secolo
scorso Danilo Dolci pubblicò le sue denunce, le reazioni non furono meno
virulente. In tanti dissero che la mafia era un' invenzione dei
comunisti e il cardinale di Palermo era fra loro: anche se negli stessi
anni continuavano a essere uccisi i tanti sindacalisti che chiedevano l'
applicazione di leggi dello Stato, e insegnavano al popolo un linguaggio
nuovo che partiva dal proprio diritto. Adesso, facendo tesoro di
esperienze come quella del Memoriale sul Muro di Berlino e dei Memoriali
sulla Resistenza realizzati in parecchie città, l' obiettivo è di
affrontare la storia difficile del Meridione per costruire un sentimento
di appartenenza che permetta alle giovani generazioni di riappropriarsi
del futuro. Da seguire come un percorso all' interno del Museo della
città, il Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia è un luogo in cui
interiorizzare la cultura del diritto ed emarginare la pervasività della
cultura mafiosa. Un luogo in cui sia possibile ritrovare e far crescere
una tradizione di fiducia nella propria capacità di determinare il
futuro, recuperando la memoria di esperienze che spesso si sono
tragicamente concluse. Tornare ad ascoltare quelle storie di diritti
scippati, di violenze subite e ribellioni soffocate è il solo modo per
radicare un' appartenenza culturalmente consapevole: perché i nostri
ragazzi possano sentirsi meridionali e siciliani, abbastanza forti da
poter fare i conti col lato oscuro della propria identità così come si è
storicamente determinata.
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La cultura mafiosa come transcultura
Cultura siciliana e cultura mafiosa
Per uscire dalle secche in cui finisce con l'approdare il concetto di
subcultura, ho proposto la sua sostituzione con il concetto di
"transcultura", intesa come "percorso trasversale che raccoglie elementi
di varie culture, per cui possono convivere ed alimentarsi
reciprocamente aspetti arcaici come la signoria territoriale e aspetti
modernissimi come le attività finanziarie, aspetti subculturali
derivanti da codici associazionistici ed altri aspetti
"postindustriali". Un concetto dinamico, aperto a nuovi apporti anche se
agganciato a vecchi "valori", contraddittorio eppure con una sua
capacità di equilibrio, complesso per quanto riguarda la collocazione
della mafia nel contesto, comprendendo un ampio ventaglio di
possibilità, che vanno dalla compenetrazione alla complicità, dalla
concorrenza al conflitto" (ivi, p. 378).
La definizione di un paradigma adeguato, fondato sul concetto di
transcultura, dovrebbe passare attraverso l'approfondimento di vari
aspetti: 1)
l'apprendimento, cioè la trasmissione dei modelli dell'agire mafioso,
dall'uso della violenza alle pratiche di interazione con il contesto
sociale; 2)
l'articolazione concreta della transcultura, frutto della combinazione
di molteplici componenti: la visione gerarchica della struttura
associativa e della società; l'accettazione dei fini sociali
(arricchimento, potere, successo) e non dei mezzi, accessibili a pochi;
la personalizzazione del conflitto e la sua risoluzione compromissoria o
violenta; il ruolo dell'aggressività all'esterno, con l'induzione alla
passività e all'omertà; l'omertà oggi, con la sua crisi in seguito al
coinvolgimento di esterni nelle attività mafiose e al fenomeno del
"pentitismo"; lo stato attuale delle ritualizzazioni, dalle cerimonie di
iniziazione al linguaggio; le distorsioni nella vita quotidiana prodotte
dalla presenza della mafia; il ruolo delle ideologie e delle prassi
politiche, in particolare del meridionalismo e del sicilianismo
patriottico, riverniciato anche recentemente, e il ruolo degli
intellettuali e dei mass media; 3)
gli effetti sul fenomeno mafioso delle attività repressive e delle
attività antimafia della società civile, produttive di reazioni
all'insegna della sommersione, con la sospensione della violenza
eclatante, o del camuffamento, con l'adozioni di slogan e di linguaggi
antimafiosi a copertura di pratiche collusive mai accantonate ("La mafia
fa schifo", si leggeva recentemente su dei manifesti fatti affiggere dal
Presidente della Regione siciliana, sotto processo per favoreggiamento
di mafiosi).
Cultura siciliana e cultura mafiosa
Il
riferimento al sicilianismo ci porta ad analizzare, anche se
schematicamente, il rapporto tra la cultura o transcultura mafiosa e la
"cultura siciliana" nelle sue varianti, antropologico-letteraria (sicilianità-sicilitudine)
e ideologico-politica (sicilianismo).
C'è un'immagine che si è tramandata per secoli, che poggia su una
fantomatica "natura dei siciliani", rappresentati come ineluttabilmente
vocati all'egoismo, all'asocialità, al familismo chiuso e diffidente, al
crimine, per cui la mafia è, e non può che essere, inscritta nel loro
Dna. Uno schema che ignora la storia reale, vede la Sicilia come isola
sequestrata dal mondo o come terra di colonizzazione e di conquista e i
siciliani perennemente calpestati dagli stranieri, inchiodati alla
passività e alla rassegnazione. Su questa base si fondano visioni come
sicilianità e sicilitudine, sinonimi di insularità e di irredimibilità.
Storicamente e culturalmente la Sicilia più che un'isola è stata un
crocevia, il succedersi delle colonizzazioni si spiega con il fatto che
essa era al centro del Mediterraneo, che per secoli ha rappresentato il
cuore della civiltà occidentale e i siciliani non sono gli eredi degli
abitanti primigeni ma il frutto di una mescolanza di etnie e di culture.
Tali visioni richiamano modelli esistenziali e comportamentali diffusi,
fondati sull'immodificabilità dello stato di cose esistenti. Si potrebbe
parlare di una sorta di sindrome depressiva di massa, all'insegna
dell'alterità e dell'inferiorità ("sicilianite"), facilmente
diagnosticabile; capita di sentire quotidianamente affermazioni come: "i
siciliani siamo fatti così", che sottintendono che tutto quello che
accade altrove è positivo, in ogni caso "normale", in Sicilia tutto è
negativo e "anormale".
Si appaia allo stereotipo sicilianità-sicilitudine, lo stereotipo
sicilianista, una vera e propria ideologia mafiosa o filomafiosa,
secondo cui la Sicilia deve tutti i suoi mali all'esterno, allo Stato
centrale e tutti i siciliani dovrebbero unirsi nella richiesta di aiuti,
a riparazione di torti storici e attuali, in varie forme, dai fondi
speciali alla concessione di poteri speciali. Sotto questa bandiera si è
sviluppato in Sicilia il separatismo, fortemente intriso di interessi
mafiosi, ispirato a un interclassismo che strumentalizzando disagi e
bisogni diffusi si è sempre risolto a vantaggio dei soggetti dominanti.
Storicamente questo schema, falsamente liberatorio, è stato incrinato e
accantonato dalle mobilitazioni popolari quando, per esempio con le
lotte contadine, hanno assunto programmi e moduli organizzativi fondati
sull'autonomia e non sulla dipendenza dagli interessi consolidati. Se si
vuole parlare di cultura siciliana, si deve necessariamente riscontrare
al suo interno la presenza dei codici comportamentali mafiosi ma pure
quella di idee e pratiche antimafiose, senza ricorrere nell'un caso e
nell'altro a mitizzazioni. Nella storia della Sicilia c'è stata e c'è la
mafia e c'è stata e c'è l'antimafia. La realizzazione di un'alternativa
concreta deve partire da questa consapevolezza, al di là di illazioni
generalizzanti e di pessimismi o ottimismi infondati.