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L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione diventa reato, fino a 12 anni per chi la pratica
di red

 La pratica dell'infibulazione diventerà reato e sarà introdotto nel Codice penale italiano. I genitori delle giovani donne, in genere africane, che le costringeranno a sottoporsi alla mutilazione genitale e i medici che la praticheranno rischiano dai 4 ai 12 anni di reclusione. Il disegno di legge è stato licenziato al Senato, dopo essere passato alla Camera lo scorso maggio. Ora dovrà affrontare un nuovo passaggio parlamentare prima della sua entrata in vigore: a Palazzo Madama sono state introdotte alcune modifiche che dovranno essere rivoltate dall'Assemblea di Montecitorio. La votazione è stata plebiscitaria ma si sono astenuti i senatori di Rifondazione Comunista e, a titolo personale, la parlamentare della Margherita Cinzia Dato. Maggioranza e opposizione, quindi, si sono ritrovate unite nel votare una legge che inserisce la mutilazione degli organi genitali femminili nel Codice penale italiano. Respinta invece la mozione dell'opposizione di centrosinistra che proponeva di concedere il diritto d'asilo alle donne che rifiutano di sottoporsi a questa pratica rituale e che quindi devono sottrarsi alla pressione della comunità di connazionali e della famiglia

Il disegno di legge prevede una pena massima di 12 anni, aumentata di un terzo se questa pratica viene compiuta su una minore e in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di lucro. I medici che la praticheranno oltre al carcere rischiano anche la cancellazione dall'ordine per un massimo di 10 anni. La legge italiana potrà perseguire i colpevoli anche nel caso in cui l'infibulazione viene eseguita in un paese straniero. Lo stato italiano si impegna ad avviare una serie di campagne di informazione rivolte ai cittadini stranieri che vivono nel nostro paese nel tentativo di sensibilizzare le comunità africane dove l'infibulazione è ancora una pratica radicata. Si faranno anche degli interventi nei paesi d'origine attraverso i consolati italiani: chi vuole raggiungere l’Italia, al momento della concessione del visto, sarà informato della nuova legge in vigore. Allo stesso modo agiranno gli operatori della cooperazione allo sviluppo, con un programma di informazione da svolgere direttamente nei villaggi coinvolti.

Dal 2000 l’Italia è diventata il primo paese europeo per numero di donne infibulate: se ne contavano dalle 20 alle 30mila, oggi sono diventate 45mila, mentre circa 4mila sono le bambine che rischiano di esservi sottoposte.

Sulla questione il dibattito è comunque aperto: molti sostengono che la pratica sia da combattere, in Italia come in Africa. Altri invece riconoscono nell’infibulazione una sorta di ritualità che è sbagliato vietare per legge. «Non dobbiamo avere paura - ha detto il diessino Elvio Fassone - di imporre valori occidentali. Il diritto all'integrità fisica è un diritto universale». D’accordo nella sostanza ma partendo da presupposti agli antipodi il leghista Francesco Tirelli, che ha definito la legge «un primo passo nella lotta contro pratiche che sono agli antipodi della nostra civiltà». Una voce fuori dal coro quella della senatrice della Margherita Cinzia Dato: «Prima di approvare una legge così repressiva - ha detto - dovremmo mettere fuori legge il ricorso alle pratiche di chirurgia estetica per le minorenni. Anche in questo caso si tratta di imposizioni violente provenienti da vincoli culturali. Dovremmo fare un esame di coscienza su aspetti non edificanti della nostra cultura».

http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=43504

 

 

L'Unità

Intervista a Dacia Maraini

18.01.2005
«Difendiamo il diritto di essere madri»


ROMA «Questa è una legge che fa indignare soprattutto le donne perché è sulla loro pelle che è stato deciso cosa fare e cosa non fare. Dunque, adesso è ancora più importante battersi per la riuscita del referendum. I diritti vanno difesi sempre, non sono acquisiti una volta per tutte». Dacia Maraini parla al telefono dalla sua casa di Pescasseroli, rifugio dal caos cittadino di Roma, per sei mesi l’anno: è qui che la scrittrice dice di riuscire a concentrarsi meglio che in qualunque altro posto. È convinta che i referendum parzialmente abrogativi della legge 40 abbiano ottime possibilità di raggiungere il quorum «perché gli italiani stanno sempre più avanti dei loro governanti e sanno cosa fare». Come fu con il divorzio e con l’aborto.
Il cardinal Ruini ha rotto gli indugi: ha dato indicazioni chiare ai cattolici e alle istituzioni. Lei cosa ne pensa?
«È un’ingerenza nelle cose dello Stato italiano che dovrebbe essere laico
. Almeno, noi pensavamo fosse laico e invece non lo è perché nei momenti cruciali ecco che la Chiesa si impone con la sua potenza mescolando ciò che è spirituale con ciò che è legge».

Per un cattolico adesso è ancora più difficile agire secondo la propria coscienza. La Chiesa non lascia margini...
«I cattolici sono lacerati, perché da una parte vorrebbero ascoltare le parole della Chiesa, ma dall’altra guardano i fatti, la vita. Molto spesso le autorità più in alto danno indicazioni che sono in contraddizione con quanto pensa larga parte dei credenti. Questo poi è un argomento complicato, la legge è difficile da comprendere. Se una persona non l’ha studiata attentamente fa fatica a capire. Tutte queste limitazioni, per esempio, sono difficili da spiegare. Perché tre embrioni e non quattro? Perché l’embrione è persona? Chi l’ha detto, a quanti giorni lo diventa? Nessuno ancora ha risposto chiaramente. Le uniche persone a sapere esattamente di cosa si tratta sono le donne che si sono sottoposte a programmi di fecondazione e sono tantissime. Il grande problema di cui ancora si parla poco è l’aumento della sterilità: ci sono tantissime coppie anche giovani che si rivolgono ai centri per la fecondazione assistita. La grande questione sta diventando questa, non l’aborto, che ormai non è più un problema italiano».
Eppure anche la legge sull’aborto sembra a rischio. O no?

«Certo, il prossimo passo per il centrodestra sarà proprio questo. Se si sostiene, come fa la legge sulla fecondazione, che l’embrione è una persona, l’aborto diventa un assassinio».
In Italia c’è un parlamento formato per la stragrande maggioranza da uomini. E sono loro i più convinti sostenitori di questa legge. Come se ne esce?
«La vera contrapposizione non è tra laici e cattolici nel centrodestra, ma tra uomini e donne, perché all’interno della loro coalizione ci sono tante donne che non sono d’accordo con questa legge, che hanno dubbi, come la ministra Prestigiacomo».
Alle donne cosa dice?
«Difendiamo i nostri diritti perché si fa presto a perdere quelli conquistati con tanti anni di battaglie
. Non sono lì per sempre, vanno ribaditi».
Il centrodestra dice no alla fecondazione eterologa. Su questo punto si muovono tutti i tentativi di mediazione. Li ritiene efficaci?

«Se un uomo, all’interno di una coppia, è sterile, come è possibile avere un bambino? Ecco questo è un esempio. Basta parlare con i ginecologi per rendersi conto che la sterilità è un fenomeno in forte aumento. Se una donna è sposata con un uomo sterile non può avere figli, almeno non in Italia. Questo problema se lo sono posto con più senso della realtà in Spagna e in Francia, paesi cattolici, dove oggi si recano le coppie italiane».
Questa sarà una campagna referendaria complicata. L’informazione che ruolo dovrebbe avere?
«Ci vuole chiarezza
. Sappiamo che su argomenti come questi non ci sono posizioni univoche neanche tra gli scienziati. Se chiedo quando un embrione diventa un feto ottengo risposte diverse. Per questo la chiarezza, laddove è possibile, diventa indispensabile. Ma credo che quello che si dovrebbe fare durante questi mesi che ci separano dal voto è di ascoltare le donne, perché si ascoltano davvero poco anche per leggi, e questa è una di quelle, che ricadono direttamente sulla loro pelle. Questi signori che hanno deciso i divieti e i limiti, dovrebbero sottoporsi ad un ciclo di cure per la stimolazione ormonale, poi potremmo riparlarne».

La linea di Prodi è quella della libertà di coscienza. La convince questa posizione?
«Anche io sono per la libertà di coscienza, ma dico a Prodi che voglio sapere come vota e per quali motivi. Credo che sia fondamentale per il leader del centrosinistra far sapere quali sono le loro scelte e le motivazioni su cui poggiano».

 

 

Le cifre di Amnesty sulla popolazione femminile dai 16 ai 44 anni. Alla vigilia della giornata mondiale promossa dall'Onu, i numeri indicano una piaga diffusa ovunque. Senza eccezioni

Donne, la prima causa
di morte è la violenza

 

 

Nonostante avesse appena sedici anni, Omaira Fernandez, colombiana, aspettava già un bambino. Un giorno fu assalita da un gruppo di paramilitari che la violentarono e poi le aprirono il ventre con un coltello. Quando Omaira era già morta dissanguata, gettarono il suo corpo e quello del bambino nel fiume. Succedeva nel 2003.

Qualche anno prima, in Spagna, Ana Orentes, di Cordova, venne incatenata al termosifone dal marito che poco dopo la cosparse di benzina e le diede fuoco.

I due casi illustrano, senza ulteriori commenti, come il corpo femminile venga continuamente violato in tutto il mondo e, nel caso di conflitto etnico o di guerre, come questo corpo diventi uno dei tanti campi di battaglia. Non c'è differenza tra nord e sud, tra ceti poveri e ceti ricchi, tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. Le ricerche condotte negli ultimi anni sulla violenza contro le donne chiariscono che si tratta di una piaga capillare e silente. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno una donna su cinque ha subito nel corso della sua vita abusi fisici e sessuali. La Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne, redatta nel 1993, fornisce la definizione di questo tipo di abuso: «qualunque atto di violenza sessista che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata».

L'aggravante è costituita dal fatto che nella stragrande maggioranza dei casi gli aggressori sono proprio gli uomini che ci vivono accanto: mariti, padri, amici, colleghi di studio e di lavoro.

Amnesty International fornisce dei dati agghiaccianti. Una ricerca della Harvard University ha stabilito che nel mondo per le donne dai 16 ai 44 anni la violenza è la prima causa di morte, un'incidenza maggiore degli incidenti stradali, del cancro e delle guerre. E come se fosse un cancro, la violenza contro le donne assume varie forme: violenza domestica, sfruttamento della prostituzione, stupri, mutilazione dei genitali, sfruttamento lavorativo e, nei casi più estremi, il genocidio: «mancano all'appello» più di 60 milioni di donne, eliminate con l'aborto e l'infanticidio selettivo, una pratica molto diffusa in Cina, dove lo Stato ha imposto alle famiglie il figlio unico. L'Onu ha calcolato che una donna su tre viene regolarmente picchiata da un famigliare, solitamente il marito. Sono 120 milioni le donne che hanno subito l'escissione dei genitali esterni. E il 70% delle donne vittime di omicidio sono state uccise dal loro partner. Più drammatici i dati provenienti dai Paesi poveri, dove la violenza contro le donne spesso rientra nei gesti quotidiani della vita comunitaria: in una provincia del Kenia, il 42% ammette di essere regolarmente picchiata dal marito, mentre in Sudafrica ogni 23 secondi una donna subisce violenza sessuale. Tra il 2002 e il 2003, nella Repubblica democratica del Congo 5mila donne vennero stuprate per motivi legati al conflitto etnico.

La guerra solitamente rende il corpo femminile più vulnerabile agli abusi: la Lega delle donne irachene ha denunciato che nel periodo aprile-agosto 2003, almeno 400 donne sono state rapite, stuprate e vendute. Anche la povertà incide di più sui destini delle donne che su quello degli uomini: in Nepal sono 10mila le ragazzine che ogni anno vengono vendute dalle famiglie per essere avviate al mercato della prostituzione. Accade così anche in Asia sudorientale, dove in periodi di carestia i villaggi più poveri cedono le loro figlie per qualche pugno di riso. La tratta delle donne raggiunge cifre da capogiro: solo in Europa ne sbarcano 500mila all'anno, costrette a vendersi per strada o all'accattonaggio. Non ultimi vengono i cosiddetti "crimini d'onore", i quali puniscono le donne che violino le norme della comunità: si va dallo sfregio con l'acido compiuto sui volti delle donne del Bangladesh alle lapidazioni delle adultere in alcuni Paesi arabi. In Pakistan nel 1999 1000 donne furono uccise per "mondarle dal peccato". Le case moderne e pulite delle occidentali non le riparano dalla violenza. In Belgio, ad esempio, più del 50% ha dichiarato di aver subito qualche forma di abuso da parte dei loro partner; in Gran Bretagna, i servizi di pronto soccorso ricevono mediamente una chiamata al minuto per violenze sulle donne in ambito domestico, mentre in Russia in 14mila vengono uccise dai loro famigliari. In Israele è più probabile che una donna venga uccisa da un conoscente che da un estraneo. Numeri tremendi. Che non migliorano se passiamo all'America: secondo il governo di Washington, ogni 15 secondi un uomo picchia una donna, il che fa 700mila in un anno. Incredibili le statistiche sulla violenza sessuale: sempre secondo l'Oms, tra il 14 e il 20 per cento delle donne statunitensi è vittima di uno stupro durante il corso della propria vita, una cifra che si avvicina molto a quelle del Canada e della Nuova Zelanda.

L'Italia non si discosta dalle statistiche occidentali.

In caso di omicidio, nel 64% dei casi la vittima è una donna. L'aggressore è solitamente il coniuge, il convivente o l'ex compagno (70%). Sono 714mila, ossia un 4%, le donne tra i 14 e i 59 che hanno dichiarato di aver subito uno stupro o un tentato stupro nel corso della loro vita. Il 6% degli abusi sessuali avviene all'interno della famiglia.

Nonostante il tema degli abusi sulle donne abbia ricevuto grande attenzione negli ultimi anni, specialmente a partire dalla Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), adottata nel 1979 dall'Assemblea generale dell'Onu, e dalla Quarta Conferenza sulle Donne di Pechino del 1995, gli abusi non diminuiscono: molti Paesi non riconoscono il problema oppure lo inseriscono nel codice penale come un reato contro la persona e non contro le donne.

Laura Eduati    

Liberazione 21.5.2005

Le "lavoratrici del sesso" tra berlusconismo, leggi del profitto e cinismo perbenista

La prostituzione? Se conviene...

Lidia Menapace
In un recente viaggio fatto a Cuba, ho incontrato al convegno del Tribunale delle Donne, una partecipante argentina che si definiva "lavoratice del sesso" e fa parte del sindacato delle prostitute, incluso nella Cgt, l'equivalente della nostra Cgil
. Simile soluzione da anni in Inghilterra. La caratteristica di queste soluzioni è che sono le stesse interessate ad organizzare la loro vita e a contrattare le condizioni di prestazione.

Tutte quelle che incontro, fino in America latina, conoscono Carla e Pia, che agiscono nel nostro paese in un contesto molto difficile (perchè anche gran parte del femminismo non vuole occuparsi del problema e rilutta a considerare la prestazione sessuale libera a pagamento "un lavoro come un altro") e che comunque sono da iscrivere nella storia della prostituzione in Italia perchè si collocano nel solco della benemerita legge Merlin, che sancì non essere la prostituzione un reato e abolì le case di tolleranza. Queste erano un vecchio residuo di ipocrisia anche cattolica (la prostituzione fu sempe regolata nei territori dello stato pontificio, con obbligo per le prostitute di essere riconoscibili dal vestito rosso e dal capo scoperto) e rappresentavano una forma di accettazione del "male" con stigma per chi è più debole: infatti riconoscibili e sottoposte a pubblico disprezzo la prostitute, ignoti e coperti dall'anonimato nei bordelli i clienti.

Lo stato italiano aveva aggiunto un ulteriore controllo - sanitario - contro le malattie dette "veneree", che ulteriormente colpivano le donne, naturalmente. Carla e Pia riprendono la lotta cercando di e riuscendo a liberare le prostitute italiane dal giogo dei magnaccia e inducendole a gestirsi autonomamente, senza poter andare oltre perchè qualsiasi accordo, organizzazione, forma di patto, cooperativa tra prostitute passerebbe come favoreggiamento e il favoreggiamennto è un reato. Nelle strette maglie della legge Merlin (che peraltro, se ritoccata sarebbe oggi solo peggiorata) fondarono anni fa il Comitato per i diritti civili delle prostitute e cominciarono a denunciare le discriminazioni come il foglio di via, il rifiuto di aprire negozi (non chiedevano sex shop) per vivere d'altro, la richiesta di prestazioni non pagate da parte di appartenenti a forze dell'ordine, o di militari delle basi americane ecc. ecc.

Oggi dato che la prostituzione ha preso altre forme (le prostitute italiane si sono per lo più autorganizzate e non hanno protettori) si dedicano prima a proteggere le straniere dalla richiesta di rapporti non protetti e pericolosissimi per la salute (Aids), da violenze e dall'assalto del perbenismo che vorrebbe che ci fossero (perchè pare che gli uomini italiani siano forti consumatori di sesso a pagamento) ma che non si vedessero (perchè le caste guance delle mogli madri e flglie non debbano arrossire nel vedere per strada ciò che vedono su qualsiasi schermo televisivo pubblico o privato).

Quindi contrattano che i "Puttantours" come li chiamano gentilmente i clienti attruppati e chiassosi, avvengano in luoghi poco frequentati di notte, che bus attrezzati possano essere chiamati in caso di violenza o richieste non accettabili e così via. Cito tutto questo perchè ne risulta che le prostitute non sono delle sceme, delle ignoranti, vittime designate e che non protestano, bensì persone che hanno risorse intellettuali e organizzative non da poco e che quindi dovrebbero sempre essere interpellate da chiunque cominci e pensare a come regolare la loro vita.

Qualche sera fa. promossa da Banca Etica e dalla Commissione Pari opportunità provinciale, si è tenuta a Treviso un'importante iniziativa sulla violenza contro le donne, relatrici una rappresentante di Amnesty international, una medica di Belluno che si occupa di violenza domestica, io e un giovane docente, che presiede una associazione (Mimosa), fatta per l'80% di donne, che lavora sul terreno della prostituzione ed è patrocinata e finanziata dalla Regione Veneto e collabora con la Caritas.

Non cito noi tre donne, potete immaginare ciò che abbiamo sostenuto, tuttavia con molte osservazioni significative e narrazione di pratiche importanti e innovative. Mi soffermo su ciò che ha detto il presidente di Mimosa. Lo ascoltavo e giudicavo una persona colta, informata, senza pregiudizi e tuttavia qualcosa mi irritava via via di più e lo stesso stato d'animo si diffondeva tra il pubblico, a stragrande maggioranza femminile: partiva da lì la richiesta che parlasse anche un po' della sessualità maschile, domanda rimasta senza risposta e sostituita dalle statistiche (sembra che un uomo italiano su tre, tra i 18 e gli 80 anni, frequenti con una certa regolarità prostitute) e cifre di mercato, il giro è enorme.

 


 

 

 

Liberazione 24.11.2004

La schiavitù radiosa

di Lea Melandri
La violenza sulle donne ha sempre interessato sia i loro corpi che i loro pensieri e, quel che più conta, è sempre stata indistricabilmente confusa con l'amore. Forse è per questo che, nel momento in cui viene quantitativizzata e ridotta a una sorta di archivio dell'orrore, come nel rapporto di Amnesty International, si provano sentimenti contraddittori: il sollievo di veder comparire sotto gli occhi di tutti una verità dolorosa che le donne ancora sopportano in silenzio e solitudine, ma anche l'imbarazzo di non potersi identificare del tutto con la figura della "vittima sacrificale", attraverso cui la civiltà dell'uomo ammette, e nel medesimo tempo estingue, la sua colpa.

Anche se siamo ormai tristemente assuefatti al riepilogo periodico di sciagure e crudeltà di ogni tipo, non può passare tuttavia inosservato il fatto che la maggiore consapevolezza che si ha oggi del rapporto tra i sessi, anziché mitigare le ferite di un dominio maschile millenario, sembra averle acuite e ed estese. Diminuisce la conflittualità, come confronto di idee e desideri, scompaiono dalla scena politica le manifestazioni di un femminismo combattivo, e, paradossalmente, si ha l'impressione di essere precipitati in uno scenario di guerra tra i sessi, non molto diverso da quello che ha oggi al centro le relazioni tra Stati e culture.

Il cambiamento che le donne hanno cominciato ad operare nelle loro vite è l'unica "rivoluzione" che non ha conosciuto soste né inabissamenti: avanza quasi impercettibile nel quotidiano, erode antichi privilegi, strappa piccoli spazi di libertà, fuoriesce dalle case e mina sotterraneamente la rigida divisione del lavoro su cui si sono costruite le istituzioni della vita pubblica, i suoi saperi, le sue leggi. Quella che invece sembra essersi perduta, rispetto alle "pratiche" e alle intuizioni originali del movimento delle donne degli anni '70, è la capacità di riflettere sul senso e sui modi di una trasformazione che non voleva essere solo uscita dalla marginalità e conquista di una cittadinanza piena, né solo denuncia di violenze manifeste. L'idea ambiziosa di una "liberazione" capace di sradicare al medesimo tempo modelli di obbedienza incorporati insieme agli affetti più intimi, e rapporti sociali di sfruttamento, ha lasciato il posto a un processo che "emancipa" la donna, la sessualità, il corpo, in quanto tali, senza intaccare le ragioni profonde che li hanno voluti sovrapposti e confusi. Una "schiavitù radiosa", una "alienazione attiva", che si vorrebbe forzatamente far passare per libertà, è l'immagine femminile che l'Occidente "esporta", insieme alle sue pretese di "civilizzazione", in un mondo "altro", concepito come il luogo di una inspiegabile inveterata "barbarie".

E' uno strano "scontro" di civiltà, quello che oggi contrappone Islam e Cristianesimo, culture, religioni, popoli che si vanno sempre più incrociando e che, proprio mentre esasperano la loro pretesa identitaria, attinta da lontane mitizzate "origini", si scoprono simili o speculari. La demonizzazione del "diverso", dello straniero visto come nemico, la missione "redentrice" innestata sulla volontà di dominio, la pretesa di avere un accesso esclusivo alle "risorse" naturali, sono i tratti distintivi di una guerra che oggi rischia di coinvolgere, nell'abbandono di ogni mediazione politica, governi e popoli, soldati e civili, caserme e case. Dietro lo spettro di un risorgente "stato di natura", che riabilita divinità guerriere su fronti apparentemente opposti, si fa più evidente, tuttavia, anche quella "preistoria" in cui si è voluto lasciare finora il rapporto tra i sessi, la guerra non combattuta ma che ha continuato a produrre morti e ferite, per quella prima e preziosa "risorsa" che è il corpo femminile, la sua capacità generativa piegata a fonte duratura di accudimento, conferma e piacere per l'uomo. L'improvvisa accensione di fervori religiosi, riportata quasi esclusivamente all'abile propaganda delle forze economiche e politiche più reazionarie, parla, se si ha il coraggio di ascoltare, di un "disordine" e di un sovvertimento che hanno a che fare, prima di tutto, con una "sfida" femminile agìta in modi contestualmente diversi, ma accomunati da una sostanziale similarità.

Contro il pericolo dell'omologazione a modelli dettati dalle leggi dello spettacolo e del consumo, sostenuti dai ritmi veloci di rete comunicative mondiali, sono oggi i rappresentanti delle "fedi" più diverse a dire che cosa deve essere una donna, a ricondurla con modi più o meno coercitivi dentro le funzioni e i simboli dove da sempre si è preteso di trovarla.

Se l'Islam più fanatico, con l'imposizione del burqa, si affanna a "velare" le attrattive del corpo femminile in modo palesemente "barbarico", nei paesi occidentali il richiamo all'ordine passa per vie più insidiose, più indirette, nascoste dietro la maschera dei "valori morali" e delle "leggi".

La Lettera del cardinal Ratzinger sulla "collaborazione tra l'uomo e la donna", la Legge 40 sulla fecondazione assistita, le dichiarazioni di Buttiglione al parlamento europeo, la campagna antiaborista dei "cristiani rinati" d'America, nella volontà di riportare la donna alla sua "naturale" vocazione domestica, di moglie e madre, non sono così lontani dalle oscure, anonime violenze, spinte talora fino all'omicidio, su donne "colpevoli" di aver chiesto la separazione da un marito, o di aver rifiutato un corteggiamento. Per non farsi trovare poco credibili nello "scontro" con altre culture, la "civiltà cristiana", con una invadenza religiosa e politica che sembrava eclissata per sempre, si affretta a "velare" le "sue" donne, troppo "nude", troppo inclini ad avvalersi delle offerte del mercato in cambio dei poteri oggi più ambìti: denaro, seduzione, notorietà. 
 

A Nairobi conferenza contro l'infibulazione

da l'Unità del 17 settembre 2004, pag. 4



 

 

NAIROBI. Una donna ogni tre minuti nel mondo subisce la mutilazione genitale. Su questa tragedia si sta svolgendo a Nairobi la conferenza internazionale organizzata dal governo del Kenya e dall'associazione radicale "Non c'è pace senza giustizia", con la collaborazione di altre organizzazioni non governative, Ue e Unicef. Relatrice Emma Bonino, deputata europea e fondatrice di "Non c'è pace senza giustizia". Scopo della conferenza che proseguirà fino al 18 settembre, è affrontare il dramma dell'infibulazione e accelerare la ratifica del Protocollo di Maputo da parte dei Parlamenti africani. All'articolo 5 il documento, varato nel luglio '93, prevede che le mutilazioni genitali femminili siano proibite e condannate. Ma perché entri in vigore occorre la ratifica da parte di 15 Stati. Fino ad oggi solo tre parlamenti lo hanno approvato (Ruanda, Libia ed Isole Comore), anche se altri Stati, tra cui il Kenya, si sono detti pronti a farlo. Ad aprire la conferenza è stata la drammatica testimonianza di Fouzia Hassan, una bimba somala di 12 anni. "Mi hanno presa, inchiodata al suolo, tre donne sedevano su di me e mi tenevano come crocifissa: strillavo, strillavo con quanto fiato avevo in gola. Il dolore che provai non potrò dimenticarlo.". Sono stati proprio i genitori di Fouzia, convintisi di aver commesso una barbarie, a dar vita a un'organizzazione contro questa pratica che si chiama "Global Child Hope".

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Quand’è che l’embrione diventa persona?

di Floriano Papi, Pisa   (membro dell'accademia dei Lincei)

Ci sono due avvenimenti recenti - sono sulla bocca di tutti - che, se per un verso ci rallegrano, per l’altro ci mostrano una volta di più quanto sia pesante l’influenza clericale in Italia. Certo siamo lieti che l’Europa abbia respinto il tentativo di parlare di radici cristiane nella Costituzione europea e siamo lieti che il Parlamento europeo abbia rispedito Buttiglione al mittente. Probabilmente i due insuccessi erano previsti. Il Vaticano sapeva bene che, nonostante gli sforzi integralisti di Ratzinger, non ce la farà mai a cattolicizzare l’Europa, e al presidente del consiglio non importava l’esito del suo tentativo, gli bastava aver fatto la mossa per i suoi giochi politici. Ma è la reazione ai due eventi che ci preoccupa, entrambi sfruttati in chiave vittimista. Si è parlato d’integralismo laicista e di religione della laicità, con il fucile puntato soprattutto sulla Francia, il paese che dovremmo prendere invece a modello. E il cardinale Martino è arrivato a dire che in Europa è in atto una persecuzione anticristiana. Per fortuna una voce non sospetta, quella di Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane lo ha zittito dicendo che queste pretese persecuzioni devono essere suffragate con dati di fatto. Ma finché recriminano i preti e i clericali, non sorprendiamoci: il fatto grave è che anche molti politici e intellettuali, che si dichiarano laici, sono scesi in campo con il solito slogan che non possiamo non dirci cristiani, con invocazioni alla libertà di coscienza, dichiarazioni di solidarietà con il povero Buttiglione, e via predicando. E questi laici militano in entrambi gli schieramenti politici.

Se questi episodi di clericalismo sono clamorosi e notissimi, altri rischiano di passare più inosservati. Su uno di essi, il caso della legge sulla fecondazione assistita, vorrei richiamare l’attenzione dei lettori, perché all’origine delle sue aberrazioni non ci sono pareri medici, bensì le idee della Chiesa o, come si dice aulicamente, il Magistero della Chiesa, puntualmente fatto proprio dalla maggioranza della Commissione nazionale di Bioetica e poi dalla maggioranza parlamentare. Qual è l’insegnamento della Chiesa in materia? Che l’embrione, fin dallo stadio d’uovo fecondato, è da considerare come una persona umana, un individuo-persona, e come tale ha innanzitutto il diritto inalienabile alla vita. Ce lo dice l’enciclica Donum vitae e ce lo ribadiscono tutti i pulpiti.

Ora è da notare che per fare questa affermazione, la Chiesa ha dovuto forzare la sua stessa dottrina pregressa e ricorrere a una finzione giuridica. Infatti, per “persona” i teologi e la Chiesa intendono l’insieme del corpo materiale e dello spirito, dove lo spirito è naturalmente l’anima direttamente insufflata da Dio nel nascituro. Ma in quale momento o in quale stadio? Subito alla fecondazione dell’uovo (ma la Chiesa parla più pudicamente di “concepimento”) nelle tube ovariche o nel corso dell’evoluzione del cosiddetto preembrione, come si chiama il germe tra la fusione dei gameti e il termine dell’annidamento nell’utero al 14° giorno? O magari allo stadio di morula di 16 cellule tre giorni dopo l’ovulazione, o molto più tardi, quando inizia lo sviluppo del sistema nervoso o addirittura quando l’embrione assume caratteri primatomorfici? In realtà la Chiesa non si era mai pronunciata in maniera definitiva sul momento dell’insufflazione dell’anima, anche perché il concetto di anima era sempre stato legato alla respirazione o almeno al movimento e a manifestazioni di vitalità ed era difficile dire a che momento queste comparissero.

Ed ecco allora la finzione giuridica. Il Magistero non dice che l’embrione, già nei primi stadi, è una persona, ma che deve essere rispettato come un persona. Ci sono due passi nella Donum vitae dove si usa proprio questa espressione: «come una persona». I logici chiamano questo artificio fictio juris, finzione giuridica1.

Naturalmente nemmeno i teologi o i filosofi2 sono tenuti ad attenersi a una posizione così estrema, e tanto meno i biologi e le persone di buon senso. Ma i cattolici osservanti e legiferanti sì. L’uovo umano fecondato è una cellula con un diametro di circa 1/4 di millimetro, una masserella di citoplasma e un nucleo diploide come gli altri miliardi di cellule che costituiscono il corpo umano e che ogni giorno vanno in parte distrutte e sostituite nel nostro organismo. Delle stesse uova fecondate, l’80% non si annida nell’utero e va perduto per cause naturali.

E cosa ci dice il biologo delle varie tappe dello sviluppo dell’uovo, del preembrione e poi dell’embrione? Ci dice quello che ci hanno insegnato Ernst Haeckel, lo zoologo tedesco grande diffusore delle idee di Darwin, e altri zoologi, soprattutto embriologi comparati, che fecero notare che lo sviluppo embrionale all’incirca ripercorre, riassumendole, le tappe dell’evoluzione, con l’uovo fecondato che rappresenta lo stadio di protozoo, la morula confrontabile a una colonia di unicellulari, cui seguono (nel caso dei mammiferi) gli stadi di metazoi sempre più complessi, di vertebrati acquatici e poi terrestri. Forse nemmeno lo zoologo (ammesso che sia suo compito) saprebbe dire il momento in cui, nello sviluppo dell’uomo, si può parlare di persona, ma non indicherebbe certo uno dei primi stadi di sviluppo. Come del resto, se fosse stata trovata - e siamo ben lontani - la serie completa dei fossili dalle Australopitecine all’Homo sapiens, non saprebbe dire quando si è affacciato alla ribalta l’attuale padrone della terra.

Vi è infine la contraddizione tra la posizione della Chiesa (e il contenuto della stessa legge sulla fecondazione assistita) e la legislazione italiana precedente. La nostra Repubblica ha approvato una legge, confermata da un referendum, per cui a richiesta della donna si può procedere all’aborto entro i primi tre mesi di gravidanza. Ne consegue che soltanto a partire dal quarto mese il nascituro può essere considerato un individuo-persona in possesso del diritto alla vita. Perché allora nella legge sulla fecondazione assistita si legifera come se lo stato di individuo-persona si acquisisse appena lo spermio è penetrato nell’uovo? Si noti anche che la legge italiana consente l’uso della cosiddetta pillola del giorno dopo che può impedire la gravidanza conseguente a una fecondazione avvenuta fino a 72 ore prima.

Le conseguenze della legge che si è ispirata ai principi oltranzisti della Chiesa cattolica sono stati più volte esposte dai media e non starò a ricordarli. Esse stanno anche alla base di una richiesta di referendum abrogativo e delle proposte d’emendamento della legge (volte purtroppo a evitare il referendum). La legge tra l’altro renderà praticamente impossibile in futuro la ricerca sulle cellule staminali embrionali, benché esse siano di grande importanza per la comprensione di fondamentali processi biologici e per la cura di alcune delle più importanti malattie umane.

Per alcuni anni questi impedimenti alla ricerca potrebbero essere aggirati ricorrendo alle cellule staminali delle migliaia di embrioni soprannumerari che giacciono nei frigoriferi, destinati alla distruzione entro poco tempo. Ma anche qui l’integralismo cattolico è entrato in azione creando difficoltà. Per esempio, chi usa questi embrioni è escluso dal finanziamento pubblico, e tanti saluti alle ricerche sul morbo di Parkinson, sulle malattie cardiache e altre malattie degenerative. La libertà della ricerca scientifica di base è coartata venendo meno uno dei principi basilari della ricerca, e cioè che essa è decisa e regolata dagli scienziati che sono addetti ai lavori.

La situazione è veramente preoccupante e indegna di un Paese civile. Io vi invito ad unirvi alle proteste degli addetti ai lavori in una battaglia per la libertà della ricerca che è anche battaglia per la libertà di pensiero.

Note

1.       Cfr. G. Boniolo. Il limite e il ribelle. Raffaello Cortina Editore, Milano 2003.

2.       Secondo certi filosofi che si richiamano ad Aristotele e al suo concetto di “potenza”, l’embrione sarebbe persona perché capace di diventare uomo, secondo altri non lo sarebbe. Chi voglia godersi il piacere di una disputa tanto divertente quanto inutile può cercare l’articolo di spalla sul Corriere della Sera del 1° dicembre 2004 (Emanuele Severino, L’embrione e il paradosso di Aristotele).
Dal sito www.uaar.it

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