| RASSEGNA STAMPA |
L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione diventa reato, fino a 12 anni per chi la
pratica
di red
La pratica dell'infibulazione diventerà reato e sarà
introdotto nel Codice penale italiano. I genitori delle giovani donne, in genere
africane, che le costringeranno a sottoporsi alla mutilazione genitale e i
medici che la praticheranno rischiano dai 4 ai 12 anni di reclusione. Il disegno
di legge è stato licenziato al Senato, dopo essere passato alla Camera lo scorso
maggio. Ora dovrà affrontare un nuovo passaggio parlamentare prima della sua
entrata in vigore: a Palazzo Madama sono state introdotte alcune modifiche che
dovranno essere rivoltate dall'Assemblea di Montecitorio. La votazione è stata
plebiscitaria ma si sono astenuti i senatori di Rifondazione Comunista e, a
titolo personale, la parlamentare della Margherita Cinzia Dato. Maggioranza e
opposizione, quindi, si sono ritrovate unite nel votare una legge che inserisce
la mutilazione degli organi genitali femminili nel Codice penale italiano.
Respinta invece la mozione dell'opposizione di centrosinistra che proponeva di
concedere il diritto d'asilo alle donne che rifiutano di sottoporsi a questa
pratica rituale e che quindi devono sottrarsi alla pressione della comunità di
connazionali e della famiglia
Il disegno di legge prevede una pena massima di 12 anni, aumentata di un terzo se questa pratica viene compiuta su una minore e in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di lucro. I medici che la praticheranno oltre al carcere rischiano anche la cancellazione dall'ordine per un massimo di 10 anni. La legge italiana potrà perseguire i colpevoli anche nel caso in cui l'infibulazione viene eseguita in un paese straniero. Lo stato italiano si impegna ad avviare una serie di campagne di informazione rivolte ai cittadini stranieri che vivono nel nostro paese nel tentativo di sensibilizzare le comunità africane dove l'infibulazione è ancora una pratica radicata. Si faranno anche degli interventi nei paesi d'origine attraverso i consolati italiani: chi vuole raggiungere l’Italia, al momento della concessione del visto, sarà informato della nuova legge in vigore. Allo stesso modo agiranno gli operatori della cooperazione allo sviluppo, con un programma di informazione da svolgere direttamente nei villaggi coinvolti.
Dal 2000 l’Italia è diventata il primo paese europeo per numero di donne infibulate: se ne contavano dalle 20 alle 30mila, oggi sono diventate 45mila, mentre circa 4mila sono le bambine che rischiano di esservi sottoposte.
Sulla questione il dibattito è comunque aperto: molti sostengono che la pratica sia da combattere, in Italia come in Africa. Altri invece riconoscono nell’infibulazione una sorta di ritualità che è sbagliato vietare per legge. «Non dobbiamo avere paura - ha detto il diessino Elvio Fassone - di imporre valori occidentali. Il diritto all'integrità fisica è un diritto universale». D’accordo nella sostanza ma partendo da presupposti agli antipodi il leghista Francesco Tirelli, che ha definito la legge «un primo passo nella lotta contro pratiche che sono agli antipodi della nostra civiltà». Una voce fuori dal coro quella della senatrice della Margherita Cinzia Dato: «Prima di approvare una legge così repressiva - ha detto - dovremmo mettere fuori legge il ricorso alle pratiche di chirurgia estetica per le minorenni. Anche in questo caso si tratta di imposizioni violente provenienti da vincoli culturali. Dovremmo fare un esame di coscienza su aspetti non edificanti della nostra cultura».
http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=43504
L'Unità
Intervista a Dacia Maraini
18.01.2005
«Difendiamo il diritto di essere
madri»
ROMA «Questa è una legge che fa indignare soprattutto
le donne perché è sulla loro pelle che è stato deciso cosa fare e cosa non fare. Dunque, adesso è ancora più
importante battersi per la riuscita del referendum. I diritti vanno difesi
sempre, non sono acquisiti una volta per tutte». Dacia
Maraini parla al telefono dalla sua casa di Pescasseroli, rifugio dal caos cittadino di Roma, per sei
mesi l’anno: è qui che la scrittrice dice di riuscire a concentrarsi meglio che
in qualunque altro posto. È convinta che i referendum parzialmente abrogativi
della legge 40 abbiano ottime possibilità di raggiungere il quorum «perché gli
italiani stanno sempre più avanti dei loro governanti e sanno cosa fare». Come
fu con il divorzio e con l’aborto.
Il cardinal Ruini ha rotto gli
indugi: ha dato indicazioni chiare ai cattolici e alle istituzioni. Lei cosa ne pensa?
«È un’ingerenza nelle cose dello Stato italiano che dovrebbe essere laico.
Almeno, noi pensavamo fosse laico e invece non lo è
perché nei momenti cruciali ecco che
Per un cattolico adesso è ancora più difficile agire
secondo la propria coscienza.
«I cattolici sono lacerati, perché da una parte vorrebbero
ascoltare le parole della Chiesa, ma dall’altra guardano i fatti, la vita.
Molto spesso le autorità più in alto danno indicazioni che sono
in contraddizione con quanto pensa larga parte dei credenti. Questo poi è un argomento complicato, la legge è difficile da
comprendere. Se una persona non l’ha studiata
attentamente fa fatica a capire. Tutte queste limitazioni, per esempio, sono
difficili da spiegare. Perché tre embrioni e non
quattro? Perché l’embrione è persona? Chi l’ha detto,
a quanti giorni lo diventa? Nessuno ancora ha risposto chiaramente. Le uniche
persone a sapere esattamente di cosa si tratta sono le donne che si sono
sottoposte a programmi di fecondazione e sono tantissime. Il grande
problema di cui ancora si parla poco è l’aumento della sterilità: ci sono
tantissime coppie anche giovani che si rivolgono ai centri per la fecondazione
assistita. La grande questione sta diventando questa,
non l’aborto, che ormai non è più un problema italiano».
Eppure anche la legge sull’aborto sembra a rischio. O no?
«Certo, il prossimo passo per il centrodestra sarà proprio
questo. Se si sostiene, come fa la legge sulla fecondazione,
che l’embrione è una persona, l’aborto diventa un assassinio».
In Italia c’è un parlamento formato per la stragrande
maggioranza da uomini. E sono loro i più convinti sostenitori di questa legge. Come se ne esce?
«La vera contrapposizione non è tra laici e cattolici nel
centrodestra, ma tra uomini e donne, perché all’interno della loro coalizione
ci sono tante donne che non sono d’accordo con questa legge, che hanno dubbi,
come la ministra Prestigiacomo».
Alle donne cosa dice?
«Difendiamo i nostri diritti perché si fa presto a perdere quelli conquistati
con tanti anni di battaglie. Non sono lì per sempre, vanno ribaditi».
Il centrodestra dice no alla fecondazione eterologa.
Su questo punto si muovono tutti i tentativi di mediazione. Li ritiene
efficaci?
«Se un uomo, all’interno di una coppia, è sterile, come è possibile avere un bambino? Ecco questo è un esempio.
Basta parlare con i ginecologi per rendersi conto che la sterilità è un
fenomeno in forte aumento. Se una donna è sposata con un uomo sterile non può avere figli, almeno non in Italia. Questo problema
se lo sono posto con più senso della realtà in Spagna e in Francia, paesi
cattolici, dove oggi si recano le coppie italiane».
Questa sarà una campagna referendaria complicata. L’informazione che ruolo dovrebbe avere?
«Ci vuole chiarezza. Sappiamo che su argomenti come questi
non ci sono posizioni univoche neanche tra gli scienziati. Se chiedo quando un embrione diventa un feto ottengo risposte
diverse. Per questo la chiarezza, laddove è possibile, diventa indispensabile. Ma credo che quello che si dovrebbe fare durante questi mesi
che ci separano dal voto è di ascoltare le donne, perché si ascoltano davvero
poco anche per leggi, e questa è una di quelle, che ricadono direttamente sulla
loro pelle. Questi signori che hanno deciso i divieti e i limiti, dovrebbero
sottoporsi ad un ciclo di cure per la stimolazione ormonale, poi potremmo
riparlarne».
La linea di Prodi è quella della libertà di coscienza. La convince questa posizione?
«Anche io sono per la libertà di coscienza, ma dico a Prodi
che voglio sapere come vota e per quali motivi. Credo che sia fondamentale per
il leader del centrosinistra far sapere quali sono le
loro scelte e le motivazioni su cui poggiano».
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Le cifre di Amnesty sulla popolazione femminile dai 16 ai 44 anni. Alla vigilia della giornata mondiale promossa dall'Onu, i numeri indicano una piaga diffusa ovunque. Senza eccezioni |
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Donne, la prima
causa |
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Nonostante avesse appena sedici anni, Omaira Fernandez, colombiana, aspettava già un bambino. Un giorno fu assalita da un gruppo di paramilitari che la violentarono e poi le aprirono il ventre con un coltello. Quando Omaira era già morta dissanguata, gettarono il suo corpo e quello del bambino nel fiume. Succedeva nel 2003. Qualche anno prima, in Spagna, Ana Orentes, di Cordova, venne incatenata al termosifone dal marito che poco dopo la cosparse di benzina e le diede fuoco. I due casi illustrano, senza ulteriori commenti,
come il corpo femminile venga continuamente violato in tutto il mondo e, nel
caso di conflitto etnico o di guerre, come questo corpo diventi uno dei tanti
campi di battaglia. Non c'è differenza tra nord e sud, tra ceti poveri e ceti ricchi, tra paesi avanzati e paesi in via di
sviluppo. Le ricerche condotte negli ultimi anni sulla violenza contro le
donne chiariscono che si tratta di una piaga capillare e silente. Secondo
l'Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno una donna su cinque ha subito
nel corso della sua vita abusi fisici e sessuali. L'aggravante è costituita dal fatto che nella stragrande maggioranza dei casi gli aggressori sono proprio gli uomini che ci vivono accanto: mariti, padri, amici, colleghi di studio e di lavoro. Amnesty International fornisce dei dati agghiaccianti. Una ricerca della Harvard University ha stabilito che nel mondo per le donne dai 16 ai 44 anni la violenza è la prima causa di morte, un'incidenza maggiore degli incidenti stradali, del cancro e delle guerre. E come se fosse un cancro, la violenza contro le donne assume varie forme: violenza domestica, sfruttamento della prostituzione, stupri, mutilazione dei genitali, sfruttamento lavorativo e, nei casi più estremi, il genocidio: «mancano all'appello» più di 60 milioni di donne, eliminate con l'aborto e l'infanticidio selettivo, una pratica molto diffusa in Cina, dove lo Stato ha imposto alle famiglie il figlio unico. L'Onu ha calcolato che una donna su tre viene regolarmente picchiata da un famigliare, solitamente il marito. Sono 120 milioni le donne che hanno subito l'escissione dei genitali esterni. E il 70% delle donne vittime di omicidio sono state uccise dal loro partner. Più drammatici i dati provenienti dai Paesi poveri, dove la violenza contro le donne spesso rientra nei gesti quotidiani della vita comunitaria: in una provincia del Kenia, il 42% ammette di essere regolarmente picchiata dal marito, mentre in Sudafrica ogni 23 secondi una donna subisce violenza sessuale. Tra il 2002 e il 2003, nella Repubblica democratica del Congo 5mila donne vennero stuprate per motivi legati al conflitto etnico. La guerra solitamente rende il corpo femminile più vulnerabile agli abusi:
L'Italia non si discosta dalle statistiche occidentali. In caso di omicidio, nel 64% dei casi la vittima è una donna. L'aggressore è solitamente il coniuge, il convivente o l'ex compagno (70%). Sono 714mila, ossia un 4%, le donne tra i 14 e i 59 che hanno dichiarato di aver subito uno stupro o un tentato stupro nel corso della loro vita. Il 6% degli abusi sessuali avviene all'interno della famiglia. Nonostante il tema degli abusi sulle donne abbia ricevuto grande attenzione negli ultimi anni, specialmente a partire dalla Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), adottata nel 1979 dall'Assemblea generale dell'Onu, e dalla Quarta Conferenza sulle Donne di Pechino del 1995, gli abusi non diminuiscono: molti Paesi non riconoscono il problema oppure lo inseriscono nel codice penale come un reato contro la persona e non contro le donne. Laura Eduati Liberazione 21.5.2005
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Liberazione 24.11.2004 |
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La schiavitù radiosa |
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di Lea Melandri Anche se siamo ormai tristemente assuefatti al riepilogo periodico di sciagure e crudeltà di ogni tipo, non può passare tuttavia inosservato il fatto che la maggiore consapevolezza che si ha oggi del rapporto tra i sessi, anziché mitigare le ferite di un dominio maschile millenario, sembra averle acuite e ed estese. Diminuisce la conflittualità, come confronto di idee e desideri, scompaiono dalla scena politica le manifestazioni di un femminismo combattivo, e, paradossalmente, si ha l'impressione di essere precipitati in uno scenario di guerra tra i sessi, non molto diverso da quello che ha oggi al centro le relazioni tra Stati e culture. Il cambiamento che le donne hanno cominciato ad operare nelle loro vite è l'unica "rivoluzione" che non ha conosciuto soste né inabissamenti: avanza quasi impercettibile nel quotidiano, erode antichi privilegi, strappa piccoli spazi di libertà, fuoriesce dalle case e mina sotterraneamente la rigida divisione del lavoro su cui si sono costruite le istituzioni della vita pubblica, i suoi saperi, le sue leggi. Quella che invece sembra essersi perduta, rispetto alle "pratiche" e alle intuizioni originali del movimento delle donne degli anni '70, è la capacità di riflettere sul senso e sui modi di una trasformazione che non voleva essere solo uscita dalla marginalità e conquista di una cittadinanza piena, né solo denuncia di violenze manifeste. L'idea ambiziosa di una "liberazione" capace di sradicare al medesimo tempo modelli di obbedienza incorporati insieme agli affetti più intimi, e rapporti sociali di sfruttamento, ha lasciato il posto a un processo che "emancipa" la donna, la sessualità, il corpo, in quanto tali, senza intaccare le ragioni profonde che li hanno voluti sovrapposti e confusi. Una "schiavitù radiosa", una "alienazione attiva", che si vorrebbe forzatamente far passare per libertà, è l'immagine femminile che l'Occidente "esporta", insieme alle sue pretese di "civilizzazione", in un mondo "altro", concepito come il luogo di una inspiegabile inveterata "barbarie". E' uno strano "scontro" di civiltà, quello che oggi contrappone Islam e Cristianesimo, culture, religioni, popoli che si vanno sempre più incrociando e che, proprio mentre esasperano la loro pretesa identitaria, attinta da lontane mitizzate "origini", si scoprono simili o speculari. La demonizzazione del "diverso", dello straniero visto come nemico, la missione "redentrice" innestata sulla volontà di dominio, la pretesa di avere un accesso esclusivo alle "risorse" naturali, sono i tratti distintivi di una guerra che oggi rischia di coinvolgere, nell'abbandono di ogni mediazione politica, governi e popoli, soldati e civili, caserme e case. Dietro lo spettro di un risorgente "stato di natura", che riabilita divinità guerriere su fronti apparentemente opposti, si fa più evidente, tuttavia, anche quella "preistoria" in cui si è voluto lasciare finora il rapporto tra i sessi, la guerra non combattuta ma che ha continuato a produrre morti e ferite, per quella prima e preziosa "risorsa" che è il corpo femminile, la sua capacità generativa piegata a fonte duratura di accudimento, conferma e piacere per l'uomo. L'improvvisa accensione di fervori religiosi, riportata quasi esclusivamente all'abile propaganda delle forze economiche e politiche più reazionarie, parla, se si ha il coraggio di ascoltare, di un "disordine" e di un sovvertimento che hanno a che fare, prima di tutto, con una "sfida" femminile agìta in modi contestualmente diversi, ma accomunati da una sostanziale similarità. Contro il pericolo dell'omologazione a modelli dettati dalle leggi dello spettacolo e del consumo, sostenuti dai ritmi veloci di rete comunicative mondiali, sono oggi i rappresentanti delle "fedi" più diverse a dire che cosa deve essere una donna, a ricondurla con modi più o meno coercitivi dentro le funzioni e i simboli dove da sempre si è preteso di trovarla. Se l'Islam più fanatico, con l'imposizione del burqa, si affanna a "velare" le attrattive del corpo femminile in modo palesemente "barbarico", nei paesi occidentali il richiamo all'ordine passa per vie più insidiose, più indirette, nascoste dietro la maschera dei "valori morali" e delle "leggi".
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A Nairobi conferenza contro l'infibulazione
da l'Unità del 17 settembre 2004, pag. 4
NAIROBI. Una donna ogni tre minuti nel mondo subisce la mutilazione genitale. Su questa tragedia si sta svolgendo a Nairobi la conferenza internazionale organizzata dal governo del Kenya e dall'associazione radicale "Non c'è pace senza giustizia", con la collaborazione di altre organizzazioni non governative, Ue e Unicef. Relatrice Emma Bonino, deputata europea e fondatrice di "Non c'è pace senza giustizia". Scopo della conferenza che proseguirà fino al 18 settembre, è affrontare il dramma dell'infibulazione e accelerare la ratifica del Protocollo di Maputo da parte dei Parlamenti africani. All'articolo 5 il documento, varato nel luglio '93, prevede che le mutilazioni genitali femminili siano proibite e condannate. Ma perché entri in vigore occorre la ratifica da parte di 15 Stati. Fino ad oggi solo tre parlamenti lo hanno approvato (Ruanda, Libia ed Isole Comore), anche se altri Stati, tra cui il Kenya, si sono detti pronti a farlo. Ad aprire la conferenza è stata la drammatica testimonianza di Fouzia Hassan, una bimba somala di 12 anni. "Mi hanno presa, inchiodata al suolo, tre donne sedevano su di me e mi tenevano come crocifissa: strillavo, strillavo con quanto fiato avevo in gola. Il dolore che provai non potrò dimenticarlo.". Sono stati proprio i genitori di Fouzia, convintisi di aver commesso una barbarie, a dar vita a un'organizzazione contro questa pratica che si chiama "Global Child Hope".
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Quand’è che l’embrione diventa persona?
di Floriano Papi, Pisa (membro dell'accademia dei Lincei)
Ci sono due avvenimenti recenti - sono sulla bocca di tutti - che, se per un verso ci rallegrano, per l’altro ci mostrano una volta di più quanto sia pesante l’influenza clericale in Italia. Certo siamo lieti che l’Europa abbia respinto il tentativo di parlare di radici cristiane nella Costituzione europea e siamo lieti che il Parlamento europeo abbia rispedito Buttiglione al mittente. Probabilmente i due insuccessi erano previsti. Il Vaticano sapeva bene che, nonostante gli sforzi integralisti di Ratzinger, non ce la farà mai a cattolicizzare l’Europa, e al presidente del consiglio non importava l’esito del suo tentativo, gli bastava aver fatto la mossa per i suoi giochi politici. Ma è la reazione ai due eventi che ci preoccupa, entrambi sfruttati in chiave vittimista. Si è parlato d’integralismo laicista e di religione della laicità, con il fucile puntato soprattutto sulla Francia, il paese che dovremmo prendere invece a modello. E il cardinale Martino è arrivato a dire che in Europa è in atto una persecuzione anticristiana. Per fortuna una voce non sospetta, quella di Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane lo ha zittito dicendo che queste pretese persecuzioni devono essere suffragate con dati di fatto. Ma finché recriminano i preti e i clericali, non sorprendiamoci: il fatto grave è che anche molti politici e intellettuali, che si dichiarano laici, sono scesi in campo con il solito slogan che non possiamo non dirci cristiani, con invocazioni alla libertà di coscienza, dichiarazioni di solidarietà con il povero Buttiglione, e via predicando. E questi laici militano in entrambi gli schieramenti politici.
Se questi episodi di clericalismo sono clamorosi e notissimi, altri rischiano di passare più inosservati. Su uno di essi, il caso della legge sulla fecondazione assistita, vorrei richiamare l’attenzione dei lettori, perché all’origine delle sue aberrazioni non ci sono pareri medici, bensì le idee della Chiesa o, come si dice aulicamente, il Magistero della Chiesa, puntualmente fatto proprio dalla maggioranza della Commissione nazionale di Bioetica e poi dalla maggioranza parlamentare. Qual è l’insegnamento della Chiesa in materia? Che l’embrione, fin dallo stadio d’uovo fecondato, è da considerare come una persona umana, un individuo-persona, e come tale ha innanzitutto il diritto inalienabile alla vita. Ce lo dice l’enciclica Donum vitae e ce lo ribadiscono tutti i pulpiti.
Ora
è da notare che per fare questa affermazione,
Ed ecco allora la finzione giuridica. Il Magistero non dice che l’embrione, già nei primi stadi, è una persona, ma che deve essere rispettato come un persona. Ci sono due passi nella Donum vitae dove si usa proprio questa espressione: «come una persona». I logici chiamano questo artificio fictio juris, finzione giuridica1.
Naturalmente nemmeno i teologi o i filosofi2 sono tenuti ad attenersi a una posizione così estrema, e tanto meno i biologi e le persone di buon senso. Ma i cattolici osservanti e legiferanti sì. L’uovo umano fecondato è una cellula con un diametro di circa 1/4 di millimetro, una masserella di citoplasma e un nucleo diploide come gli altri miliardi di cellule che costituiscono il corpo umano e che ogni giorno vanno in parte distrutte e sostituite nel nostro organismo. Delle stesse uova fecondate, l’80% non si annida nell’utero e va perduto per cause naturali.
E cosa ci dice il biologo delle varie tappe dello sviluppo dell’uovo, del preembrione e poi dell’embrione? Ci dice quello che ci hanno insegnato Ernst Haeckel, lo zoologo tedesco grande diffusore delle idee di Darwin, e altri zoologi, soprattutto embriologi comparati, che fecero notare che lo sviluppo embrionale all’incirca ripercorre, riassumendole, le tappe dell’evoluzione, con l’uovo fecondato che rappresenta lo stadio di protozoo, la morula confrontabile a una colonia di unicellulari, cui seguono (nel caso dei mammiferi) gli stadi di metazoi sempre più complessi, di vertebrati acquatici e poi terrestri. Forse nemmeno lo zoologo (ammesso che sia suo compito) saprebbe dire il momento in cui, nello sviluppo dell’uomo, si può parlare di persona, ma non indicherebbe certo uno dei primi stadi di sviluppo. Come del resto, se fosse stata trovata - e siamo ben lontani - la serie completa dei fossili dalle Australopitecine all’Homo sapiens, non saprebbe dire quando si è affacciato alla ribalta l’attuale padrone della terra.
Vi è infine la contraddizione tra la posizione della Chiesa (e il contenuto della stessa legge sulla fecondazione assistita) e la legislazione italiana precedente. La nostra Repubblica ha approvato una legge, confermata da un referendum, per cui a richiesta della donna si può procedere all’aborto entro i primi tre mesi di gravidanza. Ne consegue che soltanto a partire dal quarto mese il nascituro può essere considerato un individuo-persona in possesso del diritto alla vita. Perché allora nella legge sulla fecondazione assistita si legifera come se lo stato di individuo-persona si acquisisse appena lo spermio è penetrato nell’uovo? Si noti anche che la legge italiana consente l’uso della cosiddetta pillola del giorno dopo che può impedire la gravidanza conseguente a una fecondazione avvenuta fino a 72 ore prima.
Le conseguenze della legge che si è ispirata ai principi oltranzisti della Chiesa cattolica sono stati più volte esposte dai media e non starò a ricordarli. Esse stanno anche alla base di una richiesta di referendum abrogativo e delle proposte d’emendamento della legge (volte purtroppo a evitare il referendum). La legge tra l’altro renderà praticamente impossibile in futuro la ricerca sulle cellule staminali embrionali, benché esse siano di grande importanza per la comprensione di fondamentali processi biologici e per la cura di alcune delle più importanti malattie umane.
Per alcuni anni questi impedimenti alla ricerca potrebbero essere aggirati ricorrendo alle cellule staminali delle migliaia di embrioni soprannumerari che giacciono nei frigoriferi, destinati alla distruzione entro poco tempo. Ma anche qui l’integralismo cattolico è entrato in azione creando difficoltà. Per esempio, chi usa questi embrioni è escluso dal finanziamento pubblico, e tanti saluti alle ricerche sul morbo di Parkinson, sulle malattie cardiache e altre malattie degenerative. La libertà della ricerca scientifica di base è coartata venendo meno uno dei principi basilari della ricerca, e cioè che essa è decisa e regolata dagli scienziati che sono addetti ai lavori.
La situazione è veramente preoccupante e indegna di un Paese civile. Io vi invito ad unirvi alle proteste degli addetti ai lavori in una battaglia per la libertà della ricerca che è anche battaglia per la libertà di pensiero.
Note
1. Cfr. G. Boniolo. Il limite e il ribelle. Raffaello Cortina Editore, Milano 2003.
2.
Secondo certi
filosofi che si richiamano ad Aristotele e al suo concetto di “potenza”,
l’embrione sarebbe persona perché capace di diventare uomo, secondo altri non
lo sarebbe. Chi voglia godersi il piacere di una disputa tanto divertente
quanto inutile può cercare l’articolo di spalla sul Corriere della Sera
del 1° dicembre 2004 (Emanuele Severino, L’embrione e il paradosso di Aristotele).
Dal sito www.uaar.it
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