Vincenzo Consolo
Sciacalli ha chiamato il segretario dell'Udc, onorevole
Pierferdinando Casini, tutti quelli che a voce ferma hanno chiesto
le dimissioni del presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro,
dopo la sentenza di condanna a cinque anni emessa dalla magistratura
di Palermo per i suoi rapporti con celebri mafiosi, ma non con
l'organizzazione o sistema come i mafiosi stessi chiamano la mafia.
L'onorevole Casini forse non sa che gli sciacalli sono quegli
animali che si nutrono di carogne. Ora, l'onorevole governatore di
Sicilia Totò Cuffaro è tutto tranne che una carogna, è un uomo vivo,
vegeto e ben nutrito, non solo di cannoli, cassate o mammelle di
vergine, ma nutrito soprattutto di potere, di quel potere che un
milione e trecentomila elettori gli hanno conferito. Questo sommo
potere però non poteva dargli la libertà di contattare segretamente
e avvertire che erano dalla magistratura e dalle forze dell'ordine
controllati esimi mafiosi come Guttadauro (gutte d'or, si
tradurrebbe in francese, goccia d'oro) il re di Brancaccio, il
quartiere di Palermo dove è stato ucciso don Pino Puglisi. Uomo di
potere, Totò Cuffaro, erede di una lunga e sciagurata storia di
potere politico-mafioso in Sicilia, a partire da quel lontano 1947,
dalla strage di Portella della Ginestra, per cui, in Sicilia, dal
governo del Blocco del Popolo, di comunisti e socialisti si passò (e
non solo in Sicilia) al governo imperituro della Democrazia
Cristiana, il partito di Andreotti e confratelli.
Totò, uomo pio, devoto di Santa Rosalia, vergine e nobile, forse di
san Benedetto il Moro, figlio di uno schiavo negro, devoto della
Madonna delle Lacrime (eh, sì, c'è da piangere!) dimenticava nel
momento in cui contattava segretamente uomini di mafia, boss
potenti, che la Sicilia che lui governava non è composta solo di
clienti, dei suoi beneficiati elettori, ma anche di cittadini
liberi, dignitosi e onesti. E' composta anche la Sicilia, di
lavoratori, contadini, operai, impiegati, sindacalisti, studenti,
giornalisti, sacerdoti e magistrati che hanno sempre detto di no
alla mafia, che sempre alla mafia si sono opposti, che la mafia e il
potere politico-mafioso hanno combattuto pagando spesso con la vita
questa loro opposizione. Eredi, questi siciliani
non-clienti, questi siciliani dignitosi, civili, di quella Sicilia
di Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Pio La Torre, di Falcone e
Borsellino, per nominarne solo alcuni. Eredi di quel Nicola Barbato,
capo socialista dei Fasci Siciliani del 1893, intorno alla cui
pietra-ricordo là nella spianata di Portella, nel 1947 si consumava
la famosa strage dei contadini che festeggiavano il 1° Maggio. Quel
Nicola Barbato, psichiatra, che dal carcere scriveva a Cesare
Lombroso per contraddire la sua teoria razzistica della fisiognomica.
Eredi, questi siciliani non clienti, di Francesca Serio, la madre
del sindacalista ucciso dalla mafia Salvatore Carnevale, che Carlo
Levi incontra a Sciara e di cui dice: «Così questa donna si è fatta,
in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole
sono pietre». Conosce questa storia di un'altra Sicilia Totò Cuffaro
? Conosce la storia di tutti i siciliani costretti a fare le valigie
e a emigrare, ad andare altrove, non per vaghezza dell'ignoto, come
dice Verga, ma per non essere clienti, per cercare altrove lavoro e
dignità. Conoscono quest'altra storia di Sicilia gli elettori e
tutti gli amici di Totò Cuffaro? Che la studino, che sappiano. Che
temano questa altra Sicilia. Una Sicilia che, speriamo, dopo gli
arresti di Riina, di Provenzano e dei Lo Piccolo possa liberarsi
finalmente dalla stretta dei tentacoli della famosa piovra,
tentacoli che non sono solo quelli della mafia, ma anche di un certo
potere politico. Una Sicilia del dopo Cuffaro e del dopo cuffarismo
che possa dare speranza soprattutto ai giovani che non vogliono
ridursi a clienti, che nella loro isola e non altrove hanno diritto
ad avere un futuro di libertà e di dignità. vincenzo consolo