venerdì 22 aprile 2005
0.19 lettera di Luigi Ficarra a Cancrini
Egregio dr. Cancrini,
esprimo il mio profondo
dissenso dalla risposta data su
“L’Unità” del 18 aprile scorso al lettore Guerrino Bellinzani.
Non c’è dubbio che ogni giudizio è sempre relativo, ma, il più delle volte,
esistono, però, delle possibilità di verifica che consentono di
qualificarlo vero o falso. Ebbene, io ritengo che
quello da Lei espresso su Wojtyla non sia
propriamente vero. Nel rappresentarlo come il Papa del dialogo, quasi un
seguace del pensiero di Guido Calogero, afferma che egli “esprimeva
tolleranza … rispetto per il pensiero dell’altro che non ha precedenti nella
storia del pensiero religioso”; “ - “una dimensione il cui corrispettivo
etico sta nella necessità di basare le proprie scelte sulla convinzione
personale”. “Considerando …….. peccato
vero … quello di chi rinuncia a pensare con la sua testa”. –
Rispetto della ragione degli altri, consapevolezza profonda del fatto che
nessuno sulla terra ha la possibilità di credere … di possedere la verità …”. Non ritengo corretto fare queste affermazioni in relazione a chi
nel suo ultimo libro “Memoria e identità” (Rizzoli, 2005), sostenendo un’aperta sfida alla civiltà
contemporanea, ha messo in discussione il pensiero laico a partire dalle sue
radici. Col “cogito ergo sum” di Cartesio - ha
detto - l’uomo
ha scalzato il Dio creatore ed ha preteso di essere lui solo, arbitro del proprio
destino, a decidere <ciò che è buono e ciò che è cattivo>. Dio –
ha ancora detto Wojtyla - diventerebbe così un <contenuto
della coscienza umana>. Ed ha nello stesso libro sostenuto che,
approvando leggi abortiste, i parlamenti <si spingono oltre le
proprie competenze> ed <entrano in palese conflitto con le leggi
di Dio e le leggi della natura>, nelle quali le prime sono per Egli immanenti. L’attacco al pensiero laico non poteva
essere più radicale da parte del massimo rappresentante del cristianesimo, il
quale ha in sostanza negato la libertà di pensiero e di coscienza ed ha
apertamente affermato che la legge di Dio ed il conseguente dettato del clero,
che se ne fa interprete, debbono in determinate
materie prevalere sui liberi parlamenti. - Altro che – come Lei dice - rispetto
per il pensiero dell’altro e del principio che insegna a pensare con la propria
testa e vuole siano le proprie scelte basate sulla
convinzione personale! Non può certo poi
chiamarsi uomo del dialogo chi, proprio rifiutandolo, condannò, senza
discussione, i teologi della liberazione e tutte le correnti aperte al mondo
moderno: con la stessa identica determinazione di Joseph Ratzinger,
che volle accanto a sé, come custode della fede, ed il quale, poche ore prima
di succedergli, ha, con perfetta continuità, difeso il fondamentalismo
della Chiesa Cattolica, attaccando “il marxismo, il liberalismo,
l’individualismo, l’agnosticismo, il sincretismo, …il relativismo, che
non riconosce nulla come definitivo e che lascia – gravissimo errore da
condannare ed estirpare – come ultima misura solo il proprio io” .
Nelle premesse della rubrica de “L’Unità”
<diritti negati>, da Lei curata, si parla di “ricerca di un
mondo migliore”: ritengo la si possa e debba
perseguire sviluppando e difendendo il pensiero laico, avendo come maestri
uomini come Montaigne e
Un cordiale saluto
Luigi
ficarra
Due sofferenze, due agonie
di
Lea Melandri
Per quanti hanno avuto modo di vedere in questi giorni la folla dei
fedeli in lacrime sotto le finestre di un Papa visibilmente provato dalla
malattia e, dall'altra parte del mondo, in una città della Florida, i gruppi
dei credenti ora minacciosi ora imploranti in difesa della vita di Terri Schiavo, è innegabile che ci si ritrovi di fronte a
una ripresa religiosa. Ciò di cui si può invece dubitare è che questo
"risveglio" risponda alle aspettative
descritte da Giovanni
Paolo II nel suo libro, Memoria e identità (Rizzoli
2005), e dal cardinal Ruini
nell'intervista al quotidiano
La centralità che sta assumendo la "questione della vita", nei suoi
due estremi - la nascita e la morte -, l'imporsi di interrogativi antropologici
sul senso dell'esistenza umana, fatto oggi materia di sperimentazioni
scientifiche inarrestabili, porterebbero, secondo Ruini,
a un rapporto più stretto tra etica e politica e, di conseguenza, dato che
"le riserve etiche della nostra società vengono dal cristianesimo",
ne risulterebbe potenziato il compito pubblico della Chiesa, con tutto il peso
della sua Verità rivelata e di una storia che è stata il fondamento delle
culture nazionali europee, oltre che della "missione" evangelizzatrice
dell'Occidente nel mondo.
Nello scritto di Wojtyla, la "sfida" del
cattolicesimo alla civiltà contemporanea si annuncia con toni ancora più
aggressivi. Il pensiero laico è messo in discussione a
partire dalle sue radici e dai sui stessi progenitori. Con Cartesio -
"cogito ergo sum"-, l'uomo ha scalzato il
Dio Creatore e ha preteso di essere lui solo, arbitro
del proprio destino, a decidere "ciò che è buono e ciò che è
cattivo". Dio diventerebbe così un "contenuto della coscienza
umana" e la religione soltanto un fatto psicologico. L'attacco si fa poi
quasi grottesco quando, dalla condanna del nazismo e del comunismo, Wojtyla passa, per una libera o voluta associazione di idee, alle leggi degli attuali Stati democratici su temi
come la famiglia e la procreazione. Divorzi, amore libero, aborto,
manipolazione degli embrioni, matrimoni omosessuali, "ci si può
legittimamente chiedere", scrive il Papa, se non siano
un'altra forma di totalitarismo", l'insorgere di una nuova "ideologia
del male".
Approvando leggi abortiste, i parlamenti "si spingono oltre le proprie
competenze" ed "entrano in palese conflitto con le leggi di Dio e le
leggi della natura".
Da questo arroccamento istituzionale della Chiesa deriverebbero, secondo il
teologo Enzo Bianchi (Reset, aprile 2005), spinte contrastanti: da una parte,
verso il fondamentalismo, e, dall'altra, verso
soluzioni religiose di tipo intimistico, o fenomeni analoghi, come la
"sete di miracoli", la "ricerca del sensazionale", una
"bulimia di sacro" che va a occupare il vuoto di cultura religiosa.
Mi sembra che sia quest'ultimo l'aspetto più nuovo e
inquietante di una religiosità che nasce all'interno di una società atomizzata
e di massa, spinta a condividere emozioni, appartenenze, amori e odi,
attraverso lo spettacolo quotidiano dei media.
Nella settimana di Pasqua, i telegiornali hanno celebrato, con record di
ascolti e con l'effetto ambiguo di intrattenimento e sincera commozione, il
duplice calvario, del Papa e di Terri Schiavo, due
sofferenze, due agonie, prese nel cerchio della più solenne drammaturgia
cattolica,
Ad alimentare una deriva, che ha evidenti aspetti mistici, contribuiscono oggi
fattori diversi, non solo religiosi. Ci sono: l'invasività
sempre più estesa della politica, della scienza, della medicina, sulla vita dei
singoli, i cambiamenti che sul corpo e sulle vicende essenziali dell'uomo, la
nascita e la morte, produce il riduttivismo biologico
dell'ingegneria genetica; c'è lo spettro di una progressiva disumanizzazione,
nella resa della libertà e del controllo, che ogni persona vorrebbe avere sul
proprio corpo, alla potenza della macchina; c'è la mercantilizzazione
di tutto ciò che siamo e di cui siamo fatti: organi,
sentimenti, desideri, attitudini. E, infine, c'è un diffuso, generalizzato,
senso di insicurezza e fragilità. La difesa della
sopravvivenza a tutti i costi, al di là dell'accanimento
terapeutico, si può dire che faccia ormai parte dello scenario mondiale: dalle
guerre infinite che dovrebbero "prevenire" le insidie del terrorismo,
alla crisi di un modello di sviluppo che non riesce più a nascondere le spinte
distruttive che si porta dentro. La legge ad personam che Bush ha firmato, con
l'intento di costringere la magistratura a rivedere la sua decisione sul caso
di Terri Schiavo, se mirava, come molti hanno
scritto, a ringraziare le comunità religiose che l'hanno votato, può anche
essere vista come il simbolo di tutta la sua politica: la difesa della vita,
del singolo e della nazione, posta al di sopra della legittimità
costituzionale, delle libertà democratiche, ma, soprattutto, indifferente
rispetto a quelli che dovranno morire perché alcuni vivano. E questo vale per
la pena di morte come per la guerra.
In un contesto così segnato da paure e imprevisti, non
è difficile capire quanta forza di aggregazione ed esaltazione mistica possa
avere la figura di un Papa coraggioso, che lotta contro la sofferenza e la
morte, e che proprio nel mostrare le sue piaghe le purifica, le porta fuori
dall'insignificanza e dalla miseria del quotidiano, dalla vergogna che circonda
l'impotenza degli anziani malati, l'angoscia dell'avvicinamento alla morte. Lo
stesso si può dire di un corpo, privo di vita psichica e di coscienza, così
spersonalizzato da diventare terreno di scontro di poteri istituzionali e
religiosi, ma anche oggetto di un pensiero onnipotente che può attribuirgli
indifferentemente vita e morte.
La genesi psicologia della religione è oggi più scoperta che in passato, e
parlarne fa sicuramente meno scandalo di quando ne
scrisse Freud, nel 1924. Ma
sono cresciute anche le condizioni che rendono oggettivamente più minacciata
l'esistenza umana, e quindi necessaria l'"illusione" di una
Provvidenza e di un disegno divino depositario del bene e del male. Dovrebbe
preoccupare, soprattutto, il fatto che lo smarrimento dei singoli, anziché
cercare un rapporto diretto, intimo, con Dio, venga
incanalato dalla partecipazione mediatica ai grandi
eventi verso il corpo unico, emotivamente omogeneo, formato da milioni di
solitudini, rimando inquietante a quel "gregge addomesticato pronto ad
accogliere il suo volenteroso pastore", di cui aveva già avuto intuizione Tocqueville ragionando sullo sviluppo delle democrazie.
Liberazione 30 marzo 2005
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Sulla morte di Karol
Wojtila
«È morto un uomo. Noi
anarchici amiamo la vita e non possiamo che dispiacercene. Specie
per l'inenarrabile crudeltà di un'agonia esibita indecentemente al mondo dalle
gerarchie ecclesiastiche. Tuttavia in questo giorno che vede tutti i
politici, da Fausto Bertinotti ad Alessandra Mussolini, inginocchiati di fronte al trono di Pietro vogliamo ricordare chi era l'uomo a capo di una monarchia assoluta
distintasi nei secoli per la sua barbarie».
«La chiesa che ha
perpetrato e benedetto il massacro di milioni e milioni di uomini
e donne torturate, bruciate, uccise in nome della croce non è il ricordo di un
passato ormai rinnegato, ma ha trovato in Wojtila un
degno epigono.
Karol Wojtila
per 27 anni si è distinto per le sue scelte reazionarie. Karol
Wojtila è stato responsabile della diffusione
dell'AIDS in Africa, dove la pubblicizzazione e l'uso
dei preservativi avrebbero potuto salvare dalla malattia
milioni di persone, fra cui tantissimi bambini.
Karol Wojtila
ha dato copertura al dittatore, torturatore ed assassino cileno Augusto Pinochet, cui ha stretto la mano durante il viaggio nel
martoriato paese sudamericano, nelle cui carceri venivano
straziati migliaia di oppositori politici. Non una parola per
le vittime ma la benedizione per il carnefice e la sua famiglia.
Karol Wojtila
ha indossato le vesti della pecora e quelle del lupo a
seconda degli interessi dell'organizzazione di cui è stato il sovrano.
La sinistra
lo osanna per il suo pacifismo in Iraq, ma dimentica che egli sostenne e
giustificò le guerre che hanno insanguinato la ex Jugoslavia.
Con
Karol Wojtila
ha protetto e sostenuto il cardinale Pio Laghi, già nunzio apostolico in
Argentina ai tempi della dittatura che massacrò 30.000
persone. Laghi benedisse e coprì i torturatori e gli
assassini. Karol Wojtila è
stato il capo di una multinazionale con interessi ramificati in tutto il mondo
e redditi elevatissimi in un pianeta dove la maggioranza della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno.
Karol Wojtila,
un "paladino della vita" che ha mantenuto un atteggiamento ambiguo
nei confronti della pena capitale, è stato l'alfiere di una cultura di oppressione. Una cultura che vorrebbe la mortificazione
della vita delle donne, condannate a partorire a ogni
costo bambini malformati o destinati alla morte per fame. Una cultura che
preferisce una vita di dolore a una di gioia e salute,
una cultura che criminalizza i gay, che trasforma il desiderio e l'amore in
colpa, che difende chi non è nato e perseguita i vivi.
Karol Wojtila
ha santificato i preti spagnoli che si schierarono in
armi con le truppe del catto-fascista Francisco
Franco. Questi santi martiri volevano rinverdire i fasti della chiesa di Torquemada e dei quemaderos, i
"forni collettivi" dove gli eretici erano cotti a fuoco lento.
Come gli anarchici e
libertari del '36 che si battevano per la vita e la libertà contro il fascismo
e l'oppressione clericale, noi, anarchici e libertari di oggi,
pur nel rispetto della morte di un uomo, non ci inchiniamo, non ci uniamo al
coro dei tanti, che a destra come a sinistra si inginocchiano di fronte al
feretro del capo di una delle organizzazioni più feroci, sanguinarie e
liberticide che la storia ricordi.
La nostra lotta contro le
religioni e le chiese si alimenta della consapevolezza
che solo l'emancipazione dalla follia religiosa e dai preti che la alimentano
potrà consentire agli uomini ed alle donne una vita piena, gioiosa, vissuta in
libertà nel rispetto delle diversità, nella solidarietà tra eguali».
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Liberazione 6-04-2005
Quei funerali e il senso del limite
Lea Melandri
Quello che stiamo vedendo nelle piazze, nei servizi televisivi e giornalistici,
sarebbe il cattolicesimo che deve insegnare la moderazione all'Islam? O il
paese laico che fino a poche settimane fa alzava allarmato
la voce contro l'invadenza della Chiesa nella vita pubblica?
Non ho mai avuto dubbi che il confine tra credenti e non credenti fosse alquanto esile, visto che viviamo in una società dove sono ancora le parrocchie il luogo primo della formazione dell'infanzia e dell'adolescenza, e dove la morale religiosa è presa come una legge "naturale", regolatrice dei comportamenti e delle relazioni umane. Ma non potevo immaginare che la scomparsa di un Pontefice, sia pure di forte rilievo storico e con un riconosciuto carisma, si trasformasse in un precipitato di medioevo e di virtuosismi spettacolari, di sussulti intimistici e di esaltazione collettiva.
Il "vuoto", il "nulla", su cui si sono soffermati con un florilegio retorico da far invidia ai Secentisti quasi tutti i giornali nazionali, non è quello lasciato da Giovanni Paolo II, ma quello di gran lunga preesistente che la sua malattia e la sua morte, fatte oggetto di una venerazione quasi mistica, hanno riempito fino all'eccesso, al di là di ogni civile rispetto per la libertà di tutti i cittadini. Poter dire che si tratta di un artificio dei media, affamati di eventi eccezionali, o del ricorso strumentale alla fede da parte delle forze politiche che trovano nei credenti il loro maggior sostegno, sarebbe un sollievo, così come intravedere dietro le folle piangenti il cinismo di chi punta maliziosamente l'obiettivo sulla lacrima, sullo sguardo smarrito, sul gesto o sulla parola più adatta ad accendere la commozione. Viene il sospetto che non sia così, e che questa convergenza di milioni di sguardi, sentimenti e pensieri su un uomo solo, sfigurato idealmente fino a farne il Cristo crocefisso e risorto, il Padre e la guida spirituale del mondo intero, sia invece il frutto, peraltro prevedibile, della miseria di una civiltà che si vede passare davanti agli occhi ogni giorno morti, violenze, ingiustizie, atrocità di ogni genere, e che non sa più provare un sentimento adeguato né avere abbastanza fiducia in se stessa e nei propri simili da prospettarsi un cambiamento.
Quando una singola persona diventa depositaria di tutti i valori e di tutte le buone azioni che dovrebbero appartenere ad ognuno, vuol dire che si è perso il senso della realtà, la capacità critica e la conoscenza dei limiti, segnali preoccupanti e già noti alla storia del secolo che abbiamo alle spalle. La grandezza di un individuo non può mai estendersi fino ad occupare tutto l'umano pensabile, senza rischiare di rivestire, indifferentemente, tutto il male e tutto il bene possibile.
«Come sarà la nostra vita senza la sua testimonianza? Senza la sua parola? Senza il suo incoraggiamento? Senza la sua presenza?», si chiedeva qualcuno dei presenti in piazza San Pietro.
Se è vero, come ha scritto Wojtyla nel suo ultimo messaggio ai fedeli, che l'umanità sembra "smarrita" e "dominata dal potere del male, dell'egoismo e della paura", e se crediamo davvero che la parola di un capo religioso sia l'unico argine al decadimento totale, allora sappiamo di avere davanti a noi un mondo globalizzato, divenuto teatro di immensi poteri economici, militari e religiosi, di lotte apocalittiche tra Bene e Male, una prospettiva che ci permette di occultare le nostre responsabilità terrene con una delega incondizionata alla potenza redentrice di Dio.
Nell'analisi di tutti i "rischi" che corre la nostra società -impoverimento, guerre, disastri ambientali, individualismo, mercificazione dei corpi e dei sentimenti -, non sembra essere stato preso in considerazione l'unico che ha il potere di cancellarli tutti: il colpo di spugna di una contagiosa incontenibile commozione, ingigantita oggi da potenti mezzi di comunicazione, ma sostenuta soprattutto dal venir meno di una progettualità collettiva capace di dar voce e agire politico a tutti i problemi che si stanno addensando nella vita del singolo e nella vita di relazione, da quando sono saltati i confini tra privato e pubblico, tra interrogativi esistenziali e questioni sociali.
Anche se la liturgia religiosa e mediatica sta occupando tutto l'orizzonte, come quei nebbioni padani che fanno perdere l'orientamento, non si può dimenticare che solo pochi giorni fa il mondo si accaniva intorno alla sorte di Terri Schiavo, a quel suo stato indecidibile tra la vita e la morte che costringe a ripensare il senso dell'umano; allo stesso modo, non si può far finta che lo scontro tra laicità e religione non riguardi oggi cambiamenti profondi, come il rapporto tra i sessi, la padronanza del proprio corpo, la sessualità, la maternità, la famiglia, cioè vicende fondamentali dell'esistenza, su cui Wojtyla è stato particolarmente conservatore, ma su cui nessuno osa più esprimersi, per non turbare una beatificazione chiesta a furore di popolo.
Chi avrà più il coraggio di riprendere la discussione sulla Legge 40, sull'aborto, sui matrimoni gay, quando una folla immensa, estesa a tutto il globo, celebrerà la parola unica, indiscutibile, dell'uomo consacrato da Dio per la salvezza del mondo, la stessa parola che ha denunciato la rinascita dei totalitarismi e dell'ideologia del male nelle leggi dei parlamenti democratici ispirate ai valori della laicità e delle libertà individuali? L'intimidazione che viene da questa ondata di infervoramento religioso di massa, così estesa e carica emozionalmente da mettere in ombra le correnti più integraliste dell'Islam, può chiudere molte bocche, farne impazzire altre, e arrecare danni imprevedibili alla fiducia che uomini e donne di appartenenze e provenienze molteplici avevano trovato nel progettare nuove forme di convivenza tra diversi - per sesso, cultura, lingua -, ma anche tra credenti e non credenti, credenti di una religione o di un'altra.
Riprendersi parola e pensiero critico, anche mentre si stanno celebrando solenni cerimonie funebri, non è sicuramente più indiscreto del dubbio interesse, feticista e necrofilo, di quanti si sono messi a disquisire se le spoglie del Papa assomigliassero al Cristo del Mantegna o semplicemente a quelle di un "vecchio fragile", se le sue scarpe fossero da contadino, da montanaro o da missionario camminatore, se le tre suore polacche che l'hanno accudito nella sua ultima ora non si fossero poi immobilizzate accanto al suo feretro per il segreto desiderio di seguirne la sorte.
Per una società "senza padri", che stenta a riconoscersi nei rami divisi e oggi sempre più intersecati della famiglia umana, la tentazione di ergere al di sopra della babele delle lingue e delle convinzioni la figura solenne di uomo-dio, unità armoniosa di forza e dolcezza, gioia e sofferenza, umanità e trascendenza, è sicuramente una facile via d'uscita, ma per sentire la voce dell'unica Guida che conta si potrebbe finire tragicamente per voler zittire tutti.
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pubblicato questo articolo su El Mundo.
Giovanni Paolo II,
iI grande restauratore
Leonardo
Boff
Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato lungo e complesso. Quali sono state
le caratteristiche fondamentali di questo papato? La restaurazione e il ritorno
a una ferrea disciplina. Giovanni Paolo II non si è
caratterizzato per la riforma, bensì per la controriforma. Ha frenato il
processo di modernizzazione che negli anni Sessanta investì
La prima questione è legata alla nascita di altre chiese, come conseguenza della riforma protestante del XVI secolo che ruppe l'unità della Chiesa romano-cattolica obbligandola a tollerare altre confessioni considerate scismatiche ed eretiche. La seconda grande questione è costituita dalla tecnoscienza, dalle libertà civili e dalla democrazia. Questa nuova cultura non si concilia con l'organizzazione istituzionale della Chiesa: una monarchia assoluta in contraddizione con la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Quali sono state le strategie del Vaticvano dinnanzi a questi due grandi problemi? Sulla questione delle chiese evangeliche, l'idea del Vaticano era quella che mirava a restaurare l'antica unità ecclesiastica sotto la sola autorità del Papa. L'atteggiamento verso la società moderna è stato di critica e di condanna del progetto emancipatorio e di secolarizzazione con l'obiettivo di ricreare l'unità culturale sotto l'egida dei valori morali cristiani.
Entrambe le strategie
hanno fallito. Le altre chiese sono cresciute e hanno preso piede in tutti
continenti. La società moderna, con le sue libertà, la sua
scienza e la sua tecnica si è convertita in un paradigma per l'intero mondo.
La svolta animò molti cristiani e li spinse ad entrare nei movimenti sociali di liberazione e perfino in fronti armati. Numerosi vescovi e cardinali assunsero un ruolo di rilievo contro le dittature militari e nella difesa dei diritti umani, intesi principalmente come diritti dei poveri.
Giovanni Paolo II fu eletto Papa mentre questo processo era in corso. Il suo pontificato si è contraddistinto fin dal principio nel contrastare le tendenze innovatrici allora dominanti. Nella posizione assunta da Giovanni Paolo II furono sicuramente determinanti la sua origine polacca e i circoli della curia romana, messi ai margini ma non sconfitti dal Concilio Vaticano II. A Roma il nuovo Papa incontrò la burocrazia vaticana, conservatrice per sua natura, che la pensava come lui. Si costruì così un potente blocco Papa-curia con l'obiettivo di imporre la restaurazione dell'antica disciplina.
Le caratteristiche personali di Giovanni Paolo - la sua figura carismatica, il suo innegabile potere di fascinazione, la sua abilità di drammatizzazione mediatica - aiutarono a realizzare nella miglior maniera possibile questo progetto.
Per realizzare il suo
disegno di restaurazione Giovanni Paolo II si è dotato di strumenti adeguati. Ha riscritto il diritto canonico in modo da inquadrare l'intera
vita della Chiesa, ha fatto pubblicare il catechismo Universale della
Chiesa cattolica ufficializzando così l'esistenza di un pensiero unico dentro
Ha negato la piena cittadinanza nella Chiesa alle donne, relegate a funzioni secondarie sempre lontane dall'altare e dal pulpito.
Insieme al suo principale
consigliere, il cardinale Ratzinger, il Papa ha
professato una visione agostiniana della storia secondo la quale conta davvero
solo quello che passa attraverso la mediazione della Chiesa, portatrice di
salvezza soprannaturale. Questa posizione lo ha indotto ad una profonda
incomprensione della teologia latinoamericana della liberazione che predica la liberazione dei poveri attraverso l'azione dei
poveri. Per il cardinale Ratzinger questa liberazione
è meramente umana e carente di rilevanza
soprannaturale. E' necessario sottolineare che il Papa
ha avuto una visione semplicistica di questo tipo di teologia che ha sempre
interpretato con la logica dei suoi detrattori e, oggi lo sappiamo, a partire
dalle informazione che
In Giovanni Paolo II
prevaleva la missione religiosa della Chiesa e non la sua missione sociale. Se
avesse detto «appoggiamo i poveri e impegnamo
C'è stata una grande contraddizione tra l'immagine di questo Papa e i suoi
insegnamenti. All'esterno si presentava come un paladino del dialogo, delle
libertà, della tolleranza, della pace e dell'ecumenismo. Ha chiesto perdono in
varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato. Si è
incontrato con i leader di altre religioni per
pregare, uniti, per la pace mondiale. Dentro
I suoi limiti nello stile
di governo della Chiesa, non hanno impedito a Giovanni Paolo II di raggiungere
la santità personale. Così è stato, nel segno di una religione
"all'antica" con grande devozione verso i
santi e in maniera particolare verso
A chi spetta l'ultima parola? Alla storia e a Dio. La storia ci dirà qual è stato il suo reale significato per il cristianesimo e per il mondo in questa fase di cambiamento di paradigmi e di passaggio di millennio.
Teologo della
liberazione, nel 1985 fu punito con un anno di "silenzio" e deposto
dalle sue funzioni accademiche nel campo religioso dal Vaticano
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WOJTYLA. MANI SPORCHE DI
SANGUE
da The Guardian del 4/4/05
traduzione de “il manifesto” del
5-4-2005
di Terry Eagleton *
Giovanni
Paolo II è diventato Papa nel 1978, proprio mentre gli
anni `60, quelli dell'emancipazione, stavano declinando per lasciare il posto
alla lunga notte politica di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Mentre la recessione
economica dei primi anni `70 cominciava a farsi sentire, il mondo occidentale
operò un decisivo spostamento a destra, e la trasformazione di un oscuro
vescovo polacco da Karol Wojtyla
a Giovanni Paolo II fu parte di questa transizione più ampia. La chiesa
cattolica era sopravvissuta alla sua versione di «flower
power» degli anni `60, nota come Concilio vaticano
secondo; e i tempi erano ormai maturi per mettere un freno a monaci di
sinistra, suore plaudenti e marxisti cattolici latino-americani. Tutto questo
era stato messo in moto da un Papa - Giovanni XXIII - che i cattolici
conservatori consideravano, nella migliore delle ipotesi, eccentrico e, nella
peggiore, un agente sovietico. Per questo compito serviva una persona ben
addestrata nelle tecniche della guerra fredda. Quale sacerdote polacco, Wojtyla proveniva da quello che probabilmente era
l'avamposto nazionale più reazionario della chiesa cattolica,
pieno di lacrimevole culto mariano, fervore nazionalistico e feroce
anticomunismo. Aver trattato per anni con i comunisti polacchi aveva fatto di
lui e degli altri vescovi suoi connazionali dei politici consumati. Ciò fece
della chiesa polacca un'organizzazione che, a volte, non era facile distinguere
dalla burocrazia stalinista. Entrambe le istituzioni erano chiuse, dogmatiche,
censorie e gerarchiche, intrise del culto e del mito della personalità.
Semplicemente, come molti alter ego, anch'esse erano mortalmente nemiche,
prigioniere di una battaglia all'ultimo sangue per aggiudicarsi
l'anima del popolo polacco.
Consapevoli di quanto poco avevano ottenuto dal dialogo con il regime polacco,
i vescovi erano poco inclini a prestare un orecchio come quello di Rowan Williams (l'arcivescovo di Canterbury, ndt) a entrambi i lati del
conflitto teologico che stava imperversando dentro la chiesa universale. In una
visita al Vaticano prima di diventare Papa, l'autoritario Wojtyla
era inorridito alla vista di teologi che discutevano tra loro. Non era quello
il modo con cui facevano le cose a Varsavia. L'ala conservatrice del Vaticano,
che aveva detestato sin dall'inizio il Concilio vaticano secondo e aveva
tentato in tutti i modi di farlo fallire, guardava dunque ai polacchi come a un'ancora di salvezza. Quando il soglio di Pietro divenne
vacante, i conservatori riuscirono a superare la loro avversione per un
pontefice non italiano e, per la prima volta dal 1522, ne elessero
uno.
Una volta insediatosi, Giovanni Paolo II si dedicò a far arretrare le conquiste
liberali del Concilio vaticano secondo. Convocò prominenti teologi liberali per
sottoporli a una lavata di capo. Uno dei suoi primi
obiettivi fu quello di restituire al Papa il potere che era stato decentrato
nelle chiese locali. Nella chiesa delle origini, uomini e donne laici
eleggevano i loro vescovi. Il Concilio vaticano secondo non arrivava a tanto,
ma insisteva sulla dottrina della collegialità: il Papa non doveva essere visto
come capo di tutti i capi, ma come primus
inter pares. Comunque, Giovanni Paolo non riconosceva a nessuno pari
dignità rispetto a lui. Sin dai primi anni di sacerdozio, si era fatto notare
per la fiducia smisurata che nutriva nei propri poteri spirituali e
intellettuali. Grahan Greene
una volta sognò un titolo di giornale che recitava: «Giovanni Paolo canonizza Gesù Cristo». I vescovi venivano
convocati a Roma perché gli fosse comunicato quali erano i loro ordini, non per
essere fraternamente consultati. Fu reso omaggio a franchisti
e a bislacchi mistici di estrema destra, e i fautori
della teologia della liberazione dell'America latina furono richiamati
all'ordine. L'autorità del Papa era così indiscutibile che il direttore di un
seminario spagnolo riuscì a convincere i suoi studenti
di avere il permesso personale del Papa di masturbarli.
La concentrazione a Roma di tutto il potere finì per rendere le chiese locali
infantili. Con i sacerdoti incapaci di assumere iniziative senza guardare
nervosamente al Santo Uffizio. Fu a questo punto,
quando le chiese locali erano meno capaci di gestire
una crisi con maturità, che scoppiò lo scandalo sugli abusi sessuali sui
bambini. Giovanni Paolo ha reagito premiando un cardinale americano che aveva
assiduamente cercato di coprire lo scandalo con una nomina di prestigio a Roma.
Il crimine più grande del suo pontificato, comunque,
non è stato né la parte da lui svolta nel tentativo di coprire questo scandalo,
né il suo atteggiamento neanderthaliano verso le
donne. È stato la grottesca ironia con cui il Vaticano
ha condannato - in quanto «cultura di morte» - i profilattici, che nei paesi in
via di sviluppo avrebbero potuto salvare dall'agonia della morte per Aids
tantissimi cattolici. Il Papa va al suo premio eterno con le mani sporche di
quei morti. E' stato uno dei maggiori disastri per
* Terry Eagleton è
professore di Teoria culturale all'Università di Manchester
Traduzione Marina Impallomeni
(7-4-2005)
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"L'aborto è un pericolo
per la pace nel mondo"
ROMA
- "L'aborto è il principio che mette in
pericolo la pace del mondo". Giovanni Paolo II torna a far
sentire la sua voce contro l'interruzione di gravidanza. Lo fa utilizzando le
parole di madre Teresa di Calcutta e stabilendo un nesso indissolubile tra
"la pace autentica" e "il rispetto per la vita".
(n.d.r. Che ci azzecca l'aborto con la pace? Forse
il Papa si è preoccupato di essersi spinto troppo oltre su questo fronte?
O di essersi in qualche modo impegnato con i
"cattivi" pacifisti di sinistra?)