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segno – mensile

Palermo – Anno XXXIII – N. 285-286 - Maggio-Giugno 2007

ALESSANDRA  DINO

Dov'è sparita la mafia

4. Immagini pubbliche (o per il pubblico) della mafia

Che quello che stiamo vivendo sia un periodo di transizione e di riassetto — anche nelle strategie mafiose — un periodo di confusione e di oscillazione tra eccedenze mediatiche e vuoti conoscitivi, lo dimostra anche la profonda difformità degli approcci utilizzati per descrivere che cosa è oggi la mafia e cosa — ammesso che esista — è la cultura mafiosa.
E' quello che emerso da alcune interviste a studiosi ed esperti del tema, proprio sulla natura della mafia e sul significato dell’espressione cultura mafiosa.
8
Già in altre occasioni abbiamo avuto modo di soffermarci sul carattere dilagante della parola mafia e sull’indeterminatezza di un fenomeno cui è difficile fornire confini, proprio per la pervasività che lo caratterizza. Ma, in questo caso, le differenze riscontrate diventano ancor più ingombranti, per il fatto che ciascuno degli intervistati, per ragioni diverse, è un esperto conoscitore del fenomeno.
Si passa da definizioni specialistiche e settorializzate, che hanno il difetto di non cogliere la complessità del fenomeno e le sue differenti sfaccettature, a interpretazioni talmente estensive, nelle quali la mafia e la cultura mafiosa sono fatte coincidere con una presunta cultura siciliana.
Non mancano definizioni semplificanti o uniformanti, per le quali il fenomeno diventa una metafora universale del male, un’entità invincibile perché sempre eccedente rispetto a ogni tentativo di individuazione, O appare come elemento sfuggente, perché sempre altro rispetto a ciò che si pensa che sia. Si nota una continua oscillazione tra vecchio e nuovo, tra dimensione organizzativa e cultura, tra immagine, realtà e rappresentazione.
Per rendere tangibile la babele delle definizioni e degli approcci che guidano — anche in forma implicita — le riflessioni degli intervistati, ci soffermiamo velocemente ad analizzare i paradigmi emersi nel corso della ricerca. L’intento non è certo quello di esprimere un giudizio, né tanto meno una sorta di graduatoria della correttezza di tali approcci, ma solo di sottolineare la difficoltà nel rendere compatibili punti di vista così differenti.
Un primo paradigma è quello che vede nella cultura mafiosa una degenerazione della cultura siciliana e che amplifica i legami tra mafia e Sicilia, distinguendo però la “vera” cultura mafiosa — quella diffusa tra le classi meno abbienti e più marginali, dedite al crimine — dalla cultura “alta” delle classi più elevate, che solo in maniera marginale condividono tale bagaglio culturale. Il modello raggiunge le sue forme più estreme quando chi lo sostiene, identifica tout court la cultura mafiosa con la cultura delle classi marginali sicliane, guardando alla mafia come a un fenomeno nato sui territorio dell’Isola per difendere le fasce più deboli della popolazione in assenza dello Stato.
Un’ulteriore declinazione — in chiave, per così dire, più pedagogica e giustificazionista dello stesso paradigma — vede nella cultura mafiosa un destino, quasi ineluttabile, cui vanno incontro le fasce più marginali della popolazione siciliana, operando delle pericolose distinzioni tra una vecchia mafia dotata di valori e di una sua ‘morale’, e nuova mafia, spietata e priva di punti di riferimento valoriali.
Un secondo paradigma stabilisce precise e definite distinzioni temporali. La cultura mafiosa sarebbe il risultato in termini di prodotto subculturale — dove  il termine subcultura indica una cultura di serie b — della combinazione di una serie di fattori che hanno contraddistinto le vicende storiche maturate sul territorio siciliano. La profonda interconnessione tra mafia e territorio, tra cultura mafiosa e cultura siciliana caratterizzerebbe, però, il fenomeno solo alle sue origini. Nel corso del tempo la distinzione e lo iato tra cultura mafiosa e concezione mafiosa della realtà (comune anche ad altri territori estranei agli insediamenti tradizionali mafiosi) sarebbero via via aumentati. Anche la mafia si sarebbe trasformata, abbandonando la stretta connessione con il substrato culturale siciliano, divenendo soprattutto un “meccanismo organizzativo alternativo allo stato”. Il processo di globalizzazione e la conseguente azione di omologazione culturale, avrebbero ridimensionato il valore della componente culturale a favore di quella strumentale e criminale. Per dirla con una battuta, si assisterebbe oggi ad un processo di civilizzazione delle mafie e di mafiosizzazione della società.
C’è poi chi, più che riferirsi a un paradigma, richiama l'attenzione sulla complessità del fenomeno mafioso, evidenziando il carattere dialettico e il rapporto di continua osmosi tra ambienti mafiosi e contesto sociale più ampio. E chi si concentra quasi esclusivamente sulle azioni di contrasto, individuando quelle più efficaci nell’educazione alla legalità finalizzata a porre un vincolo all’efficienza mafiosa.
Un terzo paradigma — più strutturato e specifico — legge il fenomeno mafioso in chiave psicodinamica, identificando la cultura mafiosa con un campo mentale, un modo di concepire le relazioni interpersonali attraverso codici specifici, fondati sul familismo, sul dogmatismo e su matrici di pensiero “sature”. La cultura mafiosa e la stessa mafia, sarebbero un prodotto della cultura siciliana, di un certo tipo di sicilianità. Per quanto non secondo un rapporto di diretta derivazione del tipo causa/effetto, all’interno di tale paradigma ogni sicffiano sarebbe, allora, da considerarsi “portatore sano di cultura mafiosa”. Il sentire mafioso attraverserebbe la cultura siciliana, e si porrebbe alla base del fenomeno criminale. Sorta di patologia sociale per combattere la quale occorrerebbe partire da una alfabetizzazione emotiva della popolazione, senza la quale ogni — pur indispensabile — azione repressiva sarebbe destinata al fallimento.
Su un versante diametralmente opposto si pone il quarto paradigma, che possiamo definire di tipo storico organizzativo. Al suo interno, sarebbe sbagliato parlare di cultura mafiosa come presunta mentalità tipica di uno specifico popolo (nel nostro caso i siciliani). La cultura mafiosa sarebbe, invece, da intendersi come la cultura, l’ideologia tipica di un gruppo di potere, quello mafioso. La mafia utilizzerebbe una strumentale affinità con una certa cultura siciliana per ottenere il consenso di cui ha bisogno. L'approccio culturalista è giudicato erroneo, privo di basi scientifiche e controproducente sul piano del contrasto al fenomeno mafioso (come si fa a sconfiggere una cultura?). La mafia è vista come un’organizzazione criminale interclassista, storicamente radicata e delimitata nel tempo e nello spazio, con solidi agganci nel mondo dell’economia e della politica. Le attività di contrasto, in linea con quest’idea, sono in primo luogo di tipo repressivo.
Il quinto paradigma, infine, offrendo un ulteriore ribaltamento del punto di osservazione, propone provocatoriamente l’assimilazione della cultura mafiosa con la cultura delle classi dirigenti, che manipolando gli strumenti della socializzazione hanno costruito saperi consensuali al potere e al metodo mafiosi. La macchina culturale delle classi dirigenti avrebbe portato a una progressiva sottovalutazione della componente organizzativa e, attraverso un uso sapiente delle agenzie informative, avrebbe amplificato, nel passato, il peso della componente culturale. Oggi, invece, risulterebbe più funzionale presentare il fenomeno mafioso appiattito sulla sua struttura militare. Le due rappresentazioni costruite dalle classi dirigenti avrebbero in comune l’occultamento dei rapporti con la politica. In realtà, la mafia sarebbe una struttura interclassista che racchiude in sé sia soggetti della struttura militare, sia uomini della politica. I due livelli, però, procederebbero in parallelo, con modalità di azione e rituali profondamente diversi. L’attenzione, a questo punto, si sposta dalla cultura al metodo. E, infatti, attraverso il metodo mafioso che la cultura di una minoranza organizzata può mettere sotto controllo la maggioranza disorganizzata. Il metodo, una volta resosi autonomo dalla cultura, può essere importato in altri contesti: nascono, così, fenomeni come tangentopoli o calciopoli, che esportano verso ambiti territoriali differenti prassi e procedure tipiche del fenomeno mafioso. La prospettiva che si profila non è delle migliori: ci aspetterebbe una sorta di mafiosizzazione della società e della stessa cultura italiana, nella quale, il metodo mafioso — divenuto componente delle istituzioni, metodo politico generalizzato — verrebbe di fatto legittimato, dando realizzazione al noto adagio per cui “se tutto è mafia, allora niente è mafia”.

8 Le interviste firmate sono state realizzare — tra l’ottobre e il novembre del 2006—da Giovanni Lo Monaco, che ringraziamo per averci consentito di visionarle, nel corso dello svolgimento della sua tesi di laurea. Esse sono state condotte con magistrati, operatori del sociale, docenti universitari, sacerdoti, studiosi.
 

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In La struttura mafiosa.

(http://www.solidariaweb.org/documenti/La_struttura_mafiosa.pdf)

 

<<una ricerca effettuatala da A. Dino e coll. finalizzata a

comprendere il punto di vista sociale circa i rapporti mafia-politica che si sono

intrattenuti negli ultimi anni, (mediante soggetti selezionati nelle nove province

siciliane); gli intervistati sono stati complessivamente 350..

Essi si sono dimostrati molto critici nell’esprimere un giudizio nei confronti del

mondo della politica in generale e dei suoi esponenti: hanno espresso forti dubbi

sia sulla trasparenza che sulla coerenza delle azioni compiute degli uomini

politici, anche se tali ambiguità sono state “giustificate” dall’idea diffusa che

l’ambiguità, l’attitudine al compromesso e la scarsa moralità siano

caratteristiche peculiari della politica, non eliminabili completamente perché ne

garantiscono la stessa sopravvivenza.

Per quanto riguarda le opinioni degli intervistati a riguardo della relazione mafiapolitica

ed in particolare delle accuse mosse dai collaboratori di giustizia agli uomini

politici, hanno dimostrato che, per molti intervistati (41%) tali accuse rispondono al

vero. Il rapporto, invece, tra magistratura ed operato attuato si percepisce (dal 15%

degli intervistati) strumentalizzato da una parte del mondo politico, sia per difendere

interessi di parte sia per salvaguardare accordi stretti con l’organizzazione mafiosa.

Nel corso della stessa intervista, gli interlocutori, prendendo spunto da una foto che

ritraeva S. Riina, hanno espresso la loro perplessità ed i loro dubbi sull’operato della

magistratura e delle forze dell’ordine impegnate nell’azione antimafia: non sono

ancora note infatti le motivazioni della mancata perquisizione del covo nel quale

viveva il capo-mafia al momento della sua cattura.

Emergono sentimenti di sfiducia e disillusione riguardo alla possibilità di

sconfiggere realmente il fenomeno mafioso e viene messa in dubbio anche la

trasparenza del sistema giudiziario: i magistrati, dalla maggior parte degli

intervistati, vengono visti come intrappolati o vittime del loro ruolo istituzionale

e perciò ostacolati nel loro lavoro.

Quando si parla di politica, la maggior parte dei soggetti, dichiara di provare

scarsa fiducia nei confronti degli uomini politici e afferma di nutrire profondi

dubbi circa la linearità del loro operato, esprimendo la convinzione che essi

intrattengano rapporti con associazioni criminali di varia natura. Le valutazioni

espresse circa il comportamento attuato dalla magistratura si rivelano più

critiche rispetto a quelle riferite alla politica, da parte di molti dei soggetti

intervistati, probabilmente perché verso questo settore professionale si nutrono

delle speranze che non si vorrebbero mai deluse. Inoltre una consistente

porzione del campione ritiene che gli uomini politici del nostro paese sono

spesso intimoriti dalle dichiarazioni espresse dai collaboratori di giustizia, che

potrebbero svelare accordi taciti ed atti illeciti in cui loro sono coinvolti in prima

persona.

Ciò che spesso emerge dalle parole dei soggetti è una forte tensione emotiva e

anche una sorta di aggressività latente, magari frutto di esperienze individuali

difficili o drammatiche, che finisce con l’esprimere il loro disincanto e la loro

esasperata rassegnazione verso un fenomeno che appare inarrestabile. In questo

clima è proprio sulla magistratura e sui suoi membri che si scaricano le maggiori

16 Per un maggior approfondimento della ricerca in questione, si rimanda alla terza parte del testo di Di Maria F. e coll.,

2005.

14

responsabilità per i disordini e le lentezze del sistema giudiziario, secondo

parametri valutativi che però non corrispondono al reale in quanto non tengono

conto delle discrepanze tra chi promulga le leggi e chi le mette in pratica.

Si evince quindi una maggiore colpevolizzazione da parte dei cittadini nei

confronti dell’ istituzione giudiziaria, che pur trovandosi maggiormente esposta

alle sentenze emesse e ai provvedimenti emanati, in realtà non fa altro che

applicare leggi e normative che sono prodotte da uomini politici, i quali, anziché

chiarire (al grande pubblico dei “non addetti ai lavori”) la distinzione delle

mansioni che le due istituzioni prevedono, hanno mostrato come la mediazione

tra legalità e illegalità possa offrire occasioni di successo, prestigio e ricchezza.

Da qui deriva un’ azzeramento della fiducia e della credibilità dello Stato da

parte dei cittadini in modo particolare a seguito delle stragi del 1992, con le

quali venivano uccisi quei magistrati che maggiormente incarnavano la giustizia

e le istituzioni e che avevano avuto il coraggio di “dar voce” ad un bisogno

ormai pressante di verità e onestà.>>

 

la ricerca di cui sopra è stata pubblicata nel volume "Pentiti" a cura di Alessandra Dino uscito per i tipi della Donzelli nel 2006 (in particolare ne costituisce l'ultimo capitolo).
 

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   vedi anche S. Lupo Storia della mafia  culture dentro e fuori l'organizzazine

Giovanni Lo Monaco La percezione  del fenomeno mafioso in  Sicilia