| RASSEGNA STAMPA |
Liberazione – 15.1.12
La sentenza della Consulta scopre il trucco dei bipolaristi - Gianni Ferrara
È ineccepibile la declaratoria dell'inammissibilità dei referendum sulla legge elettorale vigente da parte della Corte costituzionale. Ineccepibile perché l'accoglimento avrebbe procurato un vuoto normativo incolmabile nell'ordinamento costituzionale. Avrebbe colpito al cuore il Parlamento privandolo della possibilità di rieleggerne i suoi componenti per un tempo indefinito, quello della approvazione di una nuova legge elettorale. La democrazia italiana sarebbe stata privata della certezza di disporre, in ogni momento, dello strumento che ne possa consentire la sopravvivenza. Se il porcellum la distorce, la soffoca, la comprime mutilandola, il referendum proposto per… abolirlo (?) la avrebbe ibernata. Lo si sapeva, lo avevamo detto, ripetuto. Mirare a resuscitare il mattarellum era come promettere di resuscitare i morti. Un'ambizione eccessiva, credo anche… blasfema, quella covata dai promotori. Più volte la Corte costituzionale aveva negato che si potesse ammettere un referendum che impedisse per un solo giorno la piena disponibilità del sistema elettorale, l'esercizio in qualsiasi momento del potere di scioglimento delle Assemblee parlamentari. Più volte la Corte aveva negato che si potesse produrre la reviviscenza delle norme giuridiche abrogate. Se ondeggiante era stata la sua giurisprudenza su altri requisiti delle richieste di referendum, sulla impossibilità di richiamare in vigore leggi, articoli, commi, singoli disposti legislativi su cui era caduta la falce dell'abrogazione, detta giurisprudenza era stata sicura, costante, inflessibile. Lo si sapeva. L'intento dei promotori era altro, duplice. Era quello di stroncare l'iniziativa, appena emersa nel giugno scorso, di richiedere un referendum sul porcellum che senza precludere in ogni momento la possibilità di azionare il procedimento elettorale, producesse l'effetto di determinare la configurazione di un sistema elettorale di tipo proporzionale e che consentisse agli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Il loro obiettivo reale era cioè la perpetuazione del bipolarismo coatto. Il mattarellum si prestava perfettamente a perpetuarlo ed a fingere che si volesse abolire il porcellum. Un doppio falso, un doppio inganno è stato usato per raccogliere le firme. Va detto. Va gridato. Sgombrato il campo dai disegni perversi dei pasdaran del bipolarismo (e della negazione del diritto alla rappresentanza in Parlamento degli elettori che non indovinano il vincitore della… gara podistica alla conquista del seggio parlamentare dei due, tre quattro, cinque o anche più candidati in ciascun collegio) il problema che si pone è quello della nuova legge elettorale. I diciassette anni di berlusconismo insegnano: mai più maggioritario, è tempo di ricostruire la democrazia in Italia.
Il vicolo cieco del monetarismo europeo – Bruno Steri
Su il manifesto dell'altro ieri Joseph Halevi invitava a prender atto dell'importanza della posizione tenuta da Mario Monti al cospetto della signora Merkel (in particolare delle dichiarazioni successivamente rilasciate al quotidiano tedesco Die Welt), in quanto tesa ad evidenziare le responsabilità tedesche (della destra tedesca) in ordine alla ricerca di una via d'uscita dalla cosiddetta crisi del debito. Va riconosciuto - faceva presente Halevi - che il Presidente del Consiglio italiano ha violato i dettami imposti dal «consenso di Berlino», affermando che le politiche di sacrifici di cui gli stati più esposti sono chiamati a farsi carico non arriveranno mai ad ottenere la riduzione del debito stesso ed anzi otterranno l'unico risultato di aggravare l'involuzione recessiva, colpendo al cuore la tenuta dell'Unione europea medesima e della sua moneta. Ciò veniva segnalato, senza nulla togliere alla ribadita e totale critica delle politiche recessive attuate da un governo che si configura come «governo diretto del capitale» (secondo l'efficace formulazione usata da Ida Dominijanni). Non vi è dubbio che il viaggio in Europa di Mario Monti avesse il mandato di alleggerire gli improbi compiti assegnati al suo governo in sede comunitaria, tutelando gli interessi del suo Paese (e del suo governo) e spingendo altresì l'Unione (la Germania, in particolare) a fare ciò che sinora non ha fatto per confermare un futuro al progetto europeo. In effetti, solo un aspirante suicida potrebbe avallare entità e tempistica del rientro dal debito, così come sono prescritte dai patti europei sin qui ufficializzati. Segnatamente, non è pensabile di uscire vivi sulla base del ruolino di marcia prefigurato dal cosiddetto Six Pack (la revisione rinforzata del patto di stabilità) e dal documento finale partorito dal Consiglio europeo del 9 dicembre scorso: che, com'è noto, prevedono per il nostro Paese una riduzione dell'ordine del 5% annuo dell'extra-debito per i prossimi venti anni (che, tradotto in manovre finanziarie, significa la bellezza di 45/50 miliardi di euro l'anno). E' comprensibile quindi che l'Italia chieda un addolcimento della pillola, nella fattispecie la considerazione dei «fattori rilevanti» per la valutazione dell'andamento del debito pubblico: e cioè l'inclusione di deroghe nel caso di «circostanze economiche eccezionali» o di periodi «di grave recessione» in cui un Paese può venirsi a trovare e, per altro verso, il mantenimento di «un margine per manovre di bilancio che tengano conto in particolare delle necessità di investimento pubblico». Sulla base di quanto ufficialmente dichiarato, non pare che l'incontro al vertice abbia prodotto i risultati sperati. Ma il punto non è neanche questo. Il punto è che, quand'anche si ottenesse un'attenuazione dell'infausta terapia, resta tuttavia in piedi una filosofia economica come tale drammaticamente sbagliata e inefficace. Nella sua relazione davanti al Parlamento nazionale, Monti ha confermato la sua sostanziale adesione agli obiettivi che hanno sin qui caratterizzato le devastanti politiche europee: su tutti, il "pareggio di bilancio" come stella polare delle politiche di bilancio statuali e il rientro dal debito a tappe forzate (più o meno scadenzate nel tempo). In questi anni, abbiamo assistito al fallimento dei propositi di chi voleva "temperare" le politiche neoliberiste, cercando un'impossibile mediazione tra un ragionieristico rispetto degli equilibri di bilancio (con il corredo di tagli alla spesa, ai redditi e ai diritti del lavoro che ciò comporta) e la promozione dello sviluppo economico-sociale. La verità è che, se il contesto generale è quello prospettato da questa Europa, non c'è spazio per nessuna "crescita". Quand'anche si riducesse di qualche punto percentuale l'obiettivo di rientro, ciò non servirebbe a riavviare la macchina di uno sviluppo capitalistico drammaticamente inceppato (di uno sviluppo che, beninteso, sia socialmente e ambientalmente equilibrato). E, con buona pace del professor Monti, mettere in soffitta Keynes non aiuta di certo.
Quella zona grigia tra camorra, politica ed economie locali - Tonino Bucci
La vicenda di Nicola Cosentino continua a tenere in scacco la politica. Tre giorni sono passati dal voto alla Camera che, a maggioranza, ha negato alla magistratura l'autorizzazione all'arresto (custodia cautelare, per la precisione) per il deputato del Pdl, accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Eppure le polemiche non si placano. La prima vittima potrebbe essere la Lega, a rischio di implosione per le conseguenze del caso. I microfoni di Radio Padania continuano a essere presi letteralmente d'assalto da militanti imbufaliti dalla posizione assunta dal Carroccio in aula, che ha lasciato libertà di voto anziché dare parere favorevole all'arresto di Cosentino. E non si tratta solo di un dissidio tra vertice e base. Il contrasto è trasversale anche al gruppo dirigente, all'interno del quale la cerchia dei maroniani (favorevole all'arresto) rischia di essere epurata per dissenso dalla linea ufficiale. Ma gli effetti della vicenda non si fermano qui, alle perturbazioni create all'interno dei partiti e neppure agli equilibri del governo Monti. Se la Camera avesse votato diversamente, il Pdl avrebbe continuato a sostenere l'esecutivo dei "tecnici"? Probabile che no. Il voto di giovedì della Camera sta facendo discutere anche su temi molto più grandi, vale a dire sulla reale presenza di una "zona grigia" tra politica, economia e mafie. Il nome di Nicola Cosentino, come noto, è legato a una inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla camorra, nella quale compare come «referente nazionale» dei clan casalesi (parole del gip Egle Pilla). Prima ancora, nel settembre 2008, il deputato (nonché coordinatore di Forza Italia per la provincia di Caserta) è stato accusato di coinvolgimento nel riciclaggio abusivo di rifiuti tossici attraverso la società per lo smaltimento Eco4. L'accusa è fondata sulle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, imprenditore reo confesso di aver smaltito per vie abusive rifiuti di natura tossica. «Confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 gestita dai fratelli Orsi. Ai fratelli Orsi era stata fissata una tangente mensile di 50 mila euro [...] Posso dire che la società Eco4 era controllata dall'onorevole Nicola Cosentino [...] Presenziai personalmente alla consegna di 50 mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino, incontro avvenuto a casa di quest'ultimo a Casal di Principe». Bisognerebbe, per capire meglio questa storia, accennare alla specifico del contesto criminale casertano, dove opera fin dagli anni settanta e ottanta una «camorra d'impresa» che non limita la propria attività ai traffici illeciti e alle estorsioni. Sono gli stessi affiliati ai clan, spesso negli alti livelli della gerarchia, a investire nell'economia legale il denaro sporco, con una partecipazione pressoché diretta nei consigli d'amministrazione delle società miste, a capitale pubblico e privato. La camorra imprenditoriale si afferma con le famiglie Schiavone e Zagaria che negli anni ottanta prendono il controllo delle imprese di calcestruzzo per diversificare, poi, i propri investimenti in altri rami, dalla mozzarella di bufala Dop ai trasporti in gomma. Ma è con il passaggio dall'industria del cemento all'affare della spazzatura che si compie il salto di qualità. «La penetrazione nei mercati legali risulta, per i mafiosi, paradossalmente meno rischiosa e maggiormente in grado di assicurare continuità nei rendimenti, opportunità, spazi operativi», scrivono Pier Francesco Asso e Carlo Trigilia nell'introduzione del volume collettivo Alleanze nell'ombra (Donzelli, 2011, pp. 540, euro 29,50). In questa zona grigia a cavallo tra mafie ed economie locali si forma un sistema di intrecci tra clan, imprenditori, funzionari della pubblica amministrazione, esponenti politici locali e, non di rado, nazionali. La camorra imprenditoriale prospera soprattutto nei luoghi della governance locale, laddove «i comuni possono procedere alla privatizzazione» di settori come quello dello smaltimento di rifiuti, «delegando alcune funzioni ai privati o costituendo con essi aziende a capitale misto». Questo sistema - lo stesso che consente vicende analoghe a quella di Nicola Cosentino - «asseconda la penetrazione criminale nella governance locale dal momento in cui imprese di diretta derivazione mafiosa entrano in società con gli enti locali». Su di un versante, la camorra assicura il controllo militare del territorio e delle imprese, sull'altro, gli enti locali garantiscono appalti pubblici in condizione pressoché monopolistiche. Last but not least, i partiti politici ottengono voti nei territori in cambio di posti di lavoro nel ramo dello smaltimento dei rifiuti.
Cerchio magico contro Maroni ma fallisce. La Lega ha due capi - Frida Nacinovich
Il cerchio magico ha provato a far fuori Roberto Maroni. Non c'è riuscito. Dopo il voto che ha lasciato in libertà l'ex sottosegretario Nicola Cosentino, i fedelissimi di Umberto Bossi hanno sferrato il colpo. Pensavano di passarla liscia, di consegnare su un vassoio di argento la testa del reprobo Maroni al caro leader di Arcore. Ma i tempi non sono più quelli di una volta. E se l'ex ministro dell'Interno Maroni può dire "no" a Silvio Berlusconi, prima di lui c'era comunque stata la fuga in avanti di Roberto Formigoni, che aveva chiesto espressamente le primarie, autocandidandosi alla guida del Popolo delle libertà.Morale, i vecchi leader hanno imboccato il viale del tramonto, i nuovi aspiranti leader stanno già sgomitando per emergere. Tenenedo comunque ferma la barra del timone. L'asse del nord Pdl-Lega deve continuare ad esistere perché solo così è possibile vincere le elezioni in comuni e regioni. E continuare a governare. Gli uomini passano, le poltrone restano. Pronto? A un telefono c'è Maroni, all'altro Bossi. Tutto chiarito, almeno formalmente. In realtà la cronaca della giornata racconta un'altra verità. Contro la decisione dei "bossiani" di tappare la bocca a Maroni, impedendogli di partecipare alle iniziative politiche della Lega, c'è stata un'autentica sollevazione del popolo padano. La base si è talmente arrabbiata che alla fine Bossi è stato costretto al dietro-front, arrivato sotto la consueta forma della smentita: «Mai stati divieti per Maroni». Sarà. Si dà il caso, però, che il diretto interessato avesse pubblicamente denunciato una censura nei suoi confronti. «Non so perchè, nessuno me lo ha spiegato, sono stupefatto, mi viene da vomitare: qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega ma io non mollo». E centinaia di circoli si erano schierati con l'ex ministro. Che la Lega non fosse più un corpo monolitico pronto a seguire Bossi come un sol uomo, lo si era capito già dall'ultimo raduno di Pontida dove molti leghisti avevano innalzato uno striscione con la scritta "Roberto Maroni presidente del Consiglio". I congressi avevano certificato la divisione tra maroniani e cerchio magico ma è stato il "caso Cosentino" a decretare e rendere pubblica la spaccatura e il caos nel Carroccio. Se passare da partito di governo a partito di lotta è stato facile, non è stato altrettanto facile votare l'arresto di Nick o'mericano. Un conto è fare l'opposizione al governo Monti, ben altro farla a Silvio Berlusconi. Il più importante amico della Lega, che piaccia o no a Maroni. A una settimana dalla manifestazione di Milano contro il governo Monti, il timore nella Lega è che la protesta della base "maroniana" si materializzi in piazza. In altre parole, la kermesse padana potrebbe finire in rissa. Proprio questo timore avrebbe portato il direttivo nazionale della Lega lombarda a vietare l'organizzazione di incontri pubblici a cui partecipi da solo Maroni. Ne nasce un caos. Marco Reguzzoni è l'unico a negare che ci sia una divisione all'interno della Lega: «Nessuno, compreso Maroni, ha contestato la linea di Bossi della libertà di coscienza», dice. Ma sulla sua bacheca facebook - è così che comunicano i politici del XXI secolo - i maroniani si fanno sentire: «Reguzzoni fuori dai maroni». Il capogruppo dei deputati - che secondo alcune indiscrezioni raccolte tra i parlamentari del Carroccio avrebbe provveduto a cancellare molti messaggi poco gentili - è poi stato smentito dal sindaco di Varese Attilio Fontana: «È stato un grande dolore vedere che non si sia riusciti ad avere un atteggiamento unitario: un segnale brutto, che spero possa essere superato al più presto». Anche ieri a "Radio Padania" è andata in scena la protesta che si è allargata dal "caso Cosentino" agli investimenti in Tanzania e al fallimento della banca della Lega con i mancati rimborsi a chi aveva investito. Il conduttore ha replicato ai contestatori o togliendo la linea o spiegando perentorio: «Bossi propone un pacchetto con alcune soluzioni. Se le condividete bene altrimenti votate altri partiti che ce ne sono tanti. Bossi è il segretario federale, punto e basta». Insomma Bossi non è in discussione. Ma nemmeno Maroni a giudicare dalla reazione della base in sua difesa. Conclusioni: la Lega non è più un monolite ma ha ormai due leader, Bossi e Maroni. Vicino quest'ultimo a Roberto Formigoni, altro potente candidato alla successione di Silvio Berlusconi. La confusione è grande sotto il cielo dell'asse del nord Pdl-Lega.
“Regolamento e fondi”, il governo ascolti il Colle – Vittorio Bonanni
Parlamentare, già alla testa del sindacato dei giornalisti Usigrai, membro della Commissione cultura della Camera e tra i fondatori di Articolo 21, Giuseppe Giulietti non ha certo bisogno di presentazioni per chi legge Liberazione. Da sempre punto di riferimento per chi difende la sopravvivenza di testate come la nostra, l'ex parlamentare dei Ds e dell'Idv ha fatto il punto con noi della situazione dei fondi pubblici, resa da alcuni giorni più grave dalle dimissioni del sottosegretario con delega all'editoria Malinconico. «Non c'è più tempo da perdere - sottolinea il giornalista - e quindi bisogna afferrare il primo provvedimento utile». Stiamo parlando del milleproroghe.... Sì, e questo perché già in altre stagioni gli emendamenti relativi all'editoria e all'emittenza sono stati messi anche nel milleproroghe. E ci sono tutte le ragioni politiche per farlo anche ora impedendo la morte di voci libere. Ma persino tutte le ragioni di merito perché questo è il provvedimento che anche tecnicamente si presta a questo emendamento. Anche perché, come è noto, qui siamo parlando proprio di un fondo che è stato svuotato e che va "riempito" e "prorogato". E' dunque il provvedimento più coerente con la materia che stiamo trattando. Quindi non possono sollevarci né eccezioni politiche né tecniche. Se lo faranno sarà solo un pretesto per mandare a morte centinaia di testate. Qual è l'iter previsto a questo punto? La settimana prossima è un momento chiave perché la Commissione cultura, che è quella titolare del tema del pluralismo, vota già mercoledì i pareri sul milleproroghe. E quindi il primo passaggio è l'acquisizione, che per la verità la riterrei scontata, dei temi che sono stati già preparati e prodotti dalle associazioni sindacali e professionali. Io sono sempre iperprudente ma le forze politiche che ho sentito in questi giorni hanno dato una sostanziale adesione, dalla Lega al Pdl per finire al Pd e alla Udc. Poi però la sostanziale adesione si deve trasformare in un voto. Io credo che la Commissione cultura della Camera dovrebbe recepire a larghissima maggioranza questa indicazione. La partita vera si gioca però nella Commissione bilancio e nel rapporto con il governo che dovrà dare parere favorevole o contrario. Insomma una corsa ad ostacoli... Che per essere vinta dobbiamo rivolgere un appello diretto al Presidente del Consiglio affinché sia lui il garante delle intese che erano già intercorse tra i precedenti sottosegretari con delega all'editoria e i rappresentanti di tutte le associazioni ufficiali, la Fnsi, Mediacoop, Cgil e via dicendo. Bisogna chiedere a Monti di essere garante delle prime parzialissime e a mio giudizio ancora insufficienti intese che erano state raggiunte con il sottosegretario Malinconico. Che previsioni si possono fare? Se si mantiene alta la tensione, se si mantiene lo spirito unitario di queste ore raggiunto da tutte le forze sindacali e professionali c'è ragione di credere che si possa cogliere qualche risultato. Naturalmente mantengo, dopo quello che ho visto durante tutti questi anni, un sano pessimismo. Prudenza insomma.... Sì, anche perché non parlo di cose che mi riguardano direttamente. Qualora non si riuscisse a trasformare in atti, in norme, in fondi, in delibere le buone intenzioni e, voglio ricordarlo, le parole del Presidente della Repubblica, noi ci troveremmo in presenza di decine e decine di situazioni di crisi. E proprio rispetto a Napolitano, voglio dire che questo non può essere ascoltato a giorni alterni. Su questo tema dell'articolo 21 della Costituzione ha detto delle cose che molti di noi condividono. Ora, questo governo che ogni giorno ripete di avere grande stima e grande fiducia nei confronti del Capo dello Stato, cominciasse a recepire integralmente quelle che sono state le sue indicazioni in materia di editoria. Le quali tra l'altro contenevano una frase chiave che diceva no ai tagli lineari in un settore dove ci si preoccupa di garantire la più ampia pluralità delle opinioni. Qualora le cose andassero bene resta da fare la tanto auspicata e mai realizzata riforma del settore…. E a questo proposito il governo sa perfettamente che tutte le principali associazioni, le organizzazioni sindacali e non pochi parlamentari sono prontissimi a votare contestualmente il reintegro dei fondi e i nuovi criteri per l'assegnazione delle risorse, anche con l'introduzione, come avete detto voi, di un premio all'innovazione e alla multimedialità e non solo alle testate on line. Si deve insomma uscire da questo equivoco secondo il quale i governi sarebbero paralizzati dalle lobby, dalle logge, dai conservatori che vogliono impedire qualsiasi riforma. Quello che deve essere chiaro è che le due cose sono contestuali. In primo luogo bisogna, perché è doveroso, garantire i fondi sufficienti a consentire alle testate di poter prosegure la loro attività e anche a recarsi in banca per poter avere i crediti. Se poi il governo contestualmente a questa votazione vuole introdurre i primi criteri che sono quelli già concordati e proposti dalle stesse associazioni, ben venga, ma lo faccia. Insomma in queste settimane, in questi mesi è successo qualcosa di nuovo: questo movimento di lotta oltre a dire, vogliamo quello che ci è dovuto, ha detto con grande chiarezza, vogliamo un cambiamento dei criteri per eliminare situazioni di privilegio, di parassitismo, legate a giornali inesistenti o ad editori inesistenti, che causano uno spreco di denaro pubblico. Più di questo che cosa si deve fare?
Salviamo insieme Liberazione, la battaglia per un bene comune
Compagne e compagni carissimi, vi scriviamo dalla redazione del vostro giornale, occupata dal 28 dicembre dai suoi redattori e dai suoi poligrafici. L’abbiamo chiamata #occupyliberazione, mutuando la suggestione dai movimenti che stanno sfidando ovunque la _overnante liberista della crisi del capitalismo. La redazione è la nostra fabbrica, l’occupazione il nostro tetto, il luogo nel quale riconquistare visibilità assieme ad altre vertenze rese drammatiche dall’incalzare delle manovre economiche. Ma è anche uno spazio pubblico dentro il quale trovano accoglienza e visibilità altri soggetti in crisi e soggetti che quella crisi vogliono sfidare partecipando alla costruzione di una vasta opposizione politica e sociale. Noi siamo sia l’uno che l’altro: siamo l’effetto dei tagli e un pezzettino dell’opposizione a Monti e alla Bce. E continuiamo a fare il giornale sebbene solo in versione telematica ma crediamo sia urgente tornare presto in edicola e nelle piazze. Negli ultimi due giorni non ci avete trovato on line perché ci siamo presi il tempo per una lunghissima, indispensabile, assemblea cui ha presto parte anche il direttore. Quello che facciamo è il giornale della lotta e della responsabilità delle lavoratrici e dei lavoratori di Liberazione divenuti una vertenza pilota, cui guardano altri colleghi e altre testate, contro gli sciagurati tagli al finanziamento pubblico all’editoria e in difesa del pluralismo dell’informazione. Sappiamo quanto Liberazione abbia fatto in questi anni la differenza per tutte e tutti voi. Oggi tutto questo è a rischio. Ma per noi e voi è anche un’opportunità. Il rischio è quello di una scelta, quella della sospensione “cautelativa” delle pubblicazioni cartacee, per le nostre e vostre battaglie, per la loro visibilità, per l’inchiesta sui conflitti, per l’elaborazione di uno sguardo autonomo dei movimenti sociali e del nostro partito. Vogliamo comunicarvi l’angoscia di cinquanta famiglie di fronte alla prospettiva di un lungo periodo di cassa integrazione e la difficoltà di intavolare una trattativa sindacale con un editore che ha deciso l’esito unilateralmente. Ora sembra aprirsi uno spiraglio per il confronto con l’editore. Ma perché questo possa partire da una una base costruttiva auspichiamo che l’azienda decida di ritirare quella decisione unilaterale. Questo non solo per riportare il confronto su un piano paritario, ma anche perché ci viene offerta l’opportunità di dimostrare che lavoratori ed azienda possono lavorare insieme per una soluzione equa, giusta, a dispetto delle condizioni economiche che ci vengono dettate. Sappiamo chi è il nostro editore e sappiamo delle sue difficoltà economiche e degli sforzi che ha fatto per mantenere in vita questa testata. Ma questo non può stravolgere i diritti che come lavoratori ci spettano. E non può farci smarrire il senso di una crisi che può essere ri-costituente. Perché noi, nel frattempo rimaniamo in occupazione, dormiamo ogni notte tra scrivanie e computer, accanto ai nostri strumenti di lavoro, per continuare a fare quel bene comune chiamato Liberazione. Dunque continuiamo a chiedervi di condividere la titolarità politica della battaglia per mantenere in vita Liberazione, come già fate ogni giorno sottoscrivendo per il giornale e moltiplicando ovunque le iniziative di sostegno. Vi chiediamo di esprimervi con tutta la creatività possibile per costruire strumenti che facciano vivere il nostro e il vostro lavoro politico. Vi chiediamo che la mobilitazione straordinaria abbia il senso della battaglia più generale per la ricostruzione della sinistra. La lotta per Liberazione, per salvarla e riscriverla insieme, deve diventare un’opportunità per l’azione politica di chi ha l’ambizione di giocare un ruolo cruciale nell’opposizione al governo cosiddetto tecnico. E deve essere il terreno in cui dimostrare a se stessi di essere in grado di immaginare un’uscita a sinistra dalla crisi. Anche da questo spicchio di crisi che ci riguarda. In questi giorni, in queste ore si decide il nostro futuro. Vi aspettiamo, buon lavoro a tutti noi
Le lavoratrici e i lavoratori che occupano “Liberazione”, 14 gennaio 2012.
Lettera alle compagne e ai compagni del Comitato politico nazionale
Manifesto – 15.1.12
L'austerity declassata – Joseph Halevi
Passate le vacanze, il valzer ricomincia. Questa volta però la motivazione del declassamento di una serie di paesi, tra cui la Francia, della zona dell'euro da parte di Standard and Poor's contiene un'analisi giusta. Citiamo la parte essenziale che si riferisce all'accordo del vertice europeo del 9 dicembre scorso. «Crediamo - recita la nota di S&P - che l'accordo si fondi solo su un riconoscimento parziale circa la radice della crisi, cioè che l'attuale turbolenza finanziaria origini principalmente dalla stravaganza fiscale dei paesi alla perferia dell'eurozona. Tuttavia, a nostro avviso, i problemi finanziari che incombono sull'eurozona sono egualmente dovuti alla crescita degli squilibri esterni (nei conti esteri, ndr) e alla divaricazione nella competitività tra il centro dell'eurozona e la cosiddetta periferia. Pertanto crediamo che un processo di riforma basato unicamente sul pilastro dell'austerità fiscale rischia di sconfiggersi da solo nella misura in cui la domanda interna si adegua alle crescenti preoccupazioni dei consumatori riguardo la sicurezza dell'occupazione e del reddito disponibile, erodendo in tal modo il gettito fiscale del paese in questione». Chiarissimo. È quanto vado scrivendo sul manifesto dalla manovra di Tremonti in poi: le politiche di riduzione del debito aumentano la crisi fiscale. In Germania, Monti ha dovuto accettare questa realtà riconoscendo che la sua politica non può riuscire rilanciando, con autorità e dignità, la palla nel campo tedesco. Il re è dunque nudissimo e bisogna agire di conseguenza riformulando i criteri di valutazione della spesa pubblica, in modo da mettere in cantiere simultaneamente sia politiche di espansione occupazionale e del salario che di risanamento ambientale e idrogeologico. Bisogna inoltre mettere sul piatto europeo la questione degli squilibri esterni nel modo in cui li aveva pensati Keynes nei negoziati di Bretton Woods, venendo poi sconfitto dal governo di Washington. Si deve cioè creare un meccanismo di compensazione tale da evitare che l'aggiustamento dello squilibrio ricada sui paesi più esposti, con maggiori deficit esteri, come la Spagna, la Grecia, la Francia e l'Italia, altrimenti non si arresta la corsa alla recessione. È necessario rimettere radicalmente in discussione l'impianto istituzionale finanziario europeo e riprendere una vecchia idea di Angela Merkel: la creazione di un'agenzia di notazione europea pubblica, proposta lanciata nel giugno 2008 solo per far colpo perché da Bruxelles alla European Banking Authority tutto è stato fatto per subordinare le politiche economiche europee alle esigenze instabili e incoerenti dei mercati finanziari. Queste sono le condizioni minime, in effetti liberali, per non continuare a cadere sempre più in basso.
In vista dell'iceberg – Bruno Amoroso*
Il Titanic Euro è ormai a vista d'occhio dalla collisione con l'iceberg della speculazione finanziaria internazionale. A bordo il capitano, Mario Draghi, con l'ausilio del personale precario e dei mozzi - Merkel, Sarkozy e Monti - mantiene la calma e si accinge a pulire i vetri della nave con i pannicelli caldi chiamati «liberalizzazioni» e «disciplina di bilancio», e del «mercato del lavoro». Qualche telefonata arriva dalla terra ferma dagli attoniti osservatori (Wolf, Galbraith, Krugman ecc.), che raccomandano di mettere in mare le scialuppe di salvataggio per salvare quanti più paesi è possibile e tentare di fermare l'iceberg prima dello scontro. Mario Draghi e i suoi mozzi hanno già pronti gli elicotteri per il loro salvataggio. Le misure estreme da prendere - estreme perché ormai è già tardi - sono quelle di inviare dei missili ben mirati che frantumino l'iceberg della finanza e del gruppo di potere che ha pilotato l'Europa dalla zona dell'Ue alla zona della Grande Germania. Il primo missile, che potrebbe partire dall'Italia, è quello di nazionalizzare le grandi banche nazionali togliendogli ogni ruolo nel campo del credito e del controllo finanziario, mettendole in liquidazione mediante il trasferimento delle loro funzioni al sistema del credito cooperativo e popolare nelle sue varie forme assunte dal credito locale. Questa è la vera liberalizzazione da fare smettendola con il fumo dei fuochi d'artificio dei taxisti e delle farmacie. Il secondo missile va diretto alla Banca d'Italia e Banca centrale europea, uffici regionali della Goldman Sachs, restituendo il controllo e la sovranità monetaria ai governi dei paesi e ai rispettivi «Ministeri del tesoro pubblico». Il terzo missile - lasciamolo ai francesi che di omicidi mirati se ne intendono come hanno dimostrato da ultimo in Libia - deve colpire le società di rating, accecando così il sistema di rilevazione e di pilotaggio della speculazione, e i paradisi fiscali che sono i centri di benessere della speculazione. Queste società vanno bandite dall'Europa (la guardia di finanza e l'antimafia potrebbero prendersi carico del compito unificando così la lotta all'evasione con quella alla mafia), e le Borse che ne seguono gli indirizzi vanno immediatamente «sospese» come si fa normalmente quando interviene una disturbativa d'asta a scopo speculativo. Il quarto missile non deve contenere una bomba, ma un annuncio ai cittadini europei che il debito sovrano va riportato dentro i confini dei vari paesi con l'annullamento di tutti gli impegni su titoli ceduti a tassi che superano il corretto interesse bancario (2,5-3 % max), e collocandoli tra i propri cittadini con un prestito nazionale solidale così come fu fatto in Italia con il «prestito per la ricostruzione» del dopoguerra. Cessioni di titoli al prestito internazionale devono essere contrattati a livello dei governi dei vari paesi, dentro norme e costi concordati in modo trasparente e con la garanzia solidale dell'Ue. Le ricchezze così recuperate devono costituire la base di un nuovo patto sociale tra i paesi europei che preveda, insieme alla ricostituzione di un «serpente monetario flessibile», quella di una «divisione europea del lavoro» che metta al bando le mire di competizione e rivalità neocoloniali della vecchia Europa, sia dentro che fuori dei suoi confini, e ne fissi invece le scelte produttive dentro un programma di cooperazione internazionale che parta dal riconoscimento delle priorità di crescita e organizzazione sociale, concordate in modo sinergico con le grandi aree mondiali (Asia, America latina, Africa, ecc.). Questa può essere la base per una riorganizzazione delle istituzioni europee che avvii un reale processo d'istituzione dell'Europa federale. Un programma minimo, senza il quale i cittadini europei, colori che si salveranno dall'inabissamento della nave Euro saranno ridotti al ruolo di lavavetri di una nave sul fondo del Mediterraneo.
*Centro studi Federico Caffè
La Francia va in ebollizione – Anna Maria Merlo
Parigi - L'Eliseo trema, dopo la perdita di una delle 3 A venerdì sera, in attesa della prova del nove di lunedì: la Francia ha previsto di collocare 8,7 miliardi di buoni del tesoro e scongiura che i tassi non siano troppo al rialzo. Il giorno dopo, il mondo politico è stato in ebollizione, con accuse incrociate tra maggioranza e opposizione. Il downgrading, difatti, è arrivato proprio a 100 giorni dal primo turno delle presidenziali e rischia di scombinare i piani della campagna elettorale in primo luogo del candidato in pectore Nicolas Sarkozy, ma anche quelli del suo principale sfidante, il socialista François Hollande. Il primo ministro, François Fillon, ha cercato ieri di rassicurare, parlando di una decisione che è certo «un'allerta», ma «che non va né drammatizzata né sottovalutata». Per Fillon, il governo «non ha aspettato il giudizio di un'agenzia di rating per sapere qual è il suo dovere: ridurre il deficit, migliorare la competitività, dare alla zona euro la governance che le manca». Per mercoledì 18, l'Eliseo ha convocato da tempo un "vertice sociale" con sindacati e padronato. C'è da scommettere che ai sindacati verrà ribadito che non c'è nessun margine di manovra, che Standard&Poor's ha sottolineato che tra i problemi principali della Francia c'è la competitività e la scarsa flessibilità del lavoro, come sostiene il padronato. S&P, che ha degradato il rating di nove paesi sui 17 della zona euro, ha inoltre piazzato i due paesi che perdono l'AAA, Francia e Austria, sotto «sorveglianza negativa». Questo significa che, a breve, questi due paesi potrebbero perdere ancora un punto. Il governo, a tre mesi dalle presidenziali, esclude un «terzo piano di rigore» dopo i due varati negli ultimi mesi, ma certo non sarà aperto alle richieste sindacali. L'opposizione punta il dito contro la politica del quinquennato di Nicolas Sarkozy. «Il presidente uscente aveva posto come un obiettivo e persino un obbligo la conservazione della tripla A. Una volta di più, la promessa non è stata mantenuta», afferma Hollande. Il candidato socialista ricorda come «l'ingiusta riforma delle pensioni» era stata imposta con la scusa della tripla A. Hollande spera, se vincerà, di poter «ritrovare dei margini di manovra», dopo i primi mesi di presidenza, che saranno «consacrati al riassetto economico, al risanamento dei conti pubblici e alla politica industriale». Il governo ha trovato una scusa al downgrading nel rifiuto dell'opposizione di votare il pareggio di bilancio nella Costituzione, come impone l'accordo europeo. Da Berlino, Angela Merkel ieri ha insistito sulla «necessità di rafforzare rapidamente le regole di bilancio in Europa, senza cercare di addolcire l'accordo». Ma il ribasso della Francia a AA+, assieme al downgrading di altri 8 paesi della zona euro, non è una buona notizia per la Germania. S&P ha messo un cuneo nel motore franco-tedesco e la Germania si trova da sola alla testa di un'Europa che ormai viaggia a varie velocità. Alla testa c'è il nocciolo duro dei virtuosi (Germania, Lussemburgo, Olanda e Finlandia, ma in questo gruppo AAA solo Berlino non è sotto «sorveglianza negativa»). Seguono Francia, Austria, Belgio e Estonia, con AA (corredate di + o -). In terza posizione arrivano i paesi a rischio, dove domina il caso Italia, ormai BBB+ (con Slovenia A+, Spagna A, Irlanda BBB+, Malta A-). Segue la "spazzatura": Portogallo, Cipro e Grecia (che tocca il fondo, con il voto C). Berlino ha già preso le distanze dal modello «Merkozy». Giovedì 19 la cancelliera Angela Merkel inaugura una serie di cene a base di "scambi informali" sull'Europa con altri partner. I primi invitati sono il Portogallo, la Svezia e l'Austria. S&P ha sottolineato che la ragione del mega-downgrading risiede nella crescente divergenza di competività nell'Unione europea. Ma l'agenzia di rating fa anche un'altra riflessione, che nessuno sembra voler ascoltare: le decisioni europee sono inadeguate perché, scrivono, «noi crediamo che un pacchetto di riforme che si basa soltanto sul solo pilastro dell'austerità di bilancio rischia di diventare autodistruttivo». Anche S&P dice che ci vuole rilancio dell'economia, crescita e occupazione. Ma Merkel non sembra voler ascoltare questo suggerimento. Sarkozy neppure.
Negozi sempre aperti, l'ultima frontiera del capitale – Piero Bevilacqua*
«Scriveva Marx che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi. Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg , come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare , si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico - che nell'ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura - lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro , come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l'orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all'opera nelle "società più avanzate". Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. È sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo. Negli Usa, che sono oggi il punto più avanzato dello sviluppo, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una bolla consumistica che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all'iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell'orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell'industria e nei servizi Usa non sono stati utilizzati, come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all'esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c'è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d'ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l'ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno? Negli Usa la deregolamentazione degli orari dei negozi ha accompagnato in parallelo l'aumento della giornata lavorativa e la cosa non stupisce. Questo è il modello che il capitale va imponendo: una giornata completamente occupata dal lavoro, che impone l'utilizzo di tempo supplementare, oltre l'orario diurno, per svolgere il proprio compito di consumatore. I supermercati e i negozi aperti anche di notte, di domenica, nei giorni festivi devono offrire la possibilità di consumare anche a chi non possiede più tempo per se stesso. Certo, il tempo speso nelle compere serali o festive è sottratto alle relazioni sociali, alla famiglia, al dialogo fra persone, alla partecipazione alla vita civile. Ma un pover'uomo o una povera donna, che lavora dalla mattina alla sera, ha bisogno di un risarcimento, ha una necessità vitale di dare sfogo al proprio desidero di acquisto, di soddisfare il proprio ethos infantile - come lo chiama Benjamin Barber nel suo Consumati - vagando tra le meraviglie merceologiche di un centro commerciale e portarsi a casa qualcosa. Ecco il grande successo conseguito dal capitalismo, quello a cui aspira di trascinarci la grande maggioranza degli economisti, sempre dietro qualche riforma da proporci. In questo modo si è completato il circuito di assoggettamento totalitario dell'individuo al processo di valorizzazione del capitale, che chiede sempre più tempo per la produzione e per i servizi, e ora sempre più tempo per i consumi. L'uomo a una dimensione è bello e fatto. Nel punto più alto dello sviluppo, al culmine della modernità, gli uomini sono ridotti alla loro funzione primordiale: produrre e consumare, consumare e produrre. In tale ottica, la notte, naturalmente, costituisce una fase parassitaria nella vita delle società avanzate, durante la quale il Pil scende rovinosamente. Ce ne rendiamo conto. Per fortuna i turni lavorativi riescono a mantenere attiva la produzione in tanti settori e il commercio notturno può educare ad avere una idea meno pigra di questa fase della giornata in cui il sole conserva la cattiva abitudine di illuminare l'altra faccia della Terra. Questa cultura della deregolamentazione, che ha scatenato le furie dei poteri finanziari, frantumato il potere sindacale e precarizzato il lavoro, demonizzato tutto ciò che era pubblico e fatto trionfare anche l'abiezione, purché fosse privata, freme tuttora come un animale ferito per azzannare qualcosa che ancora resiste indenne. Ora tocca al commercio, anche in Italia. E mi chiedo e chiedo che cosa pensa al riguardo la Chiesa, che cosa ne pensano i cattolici, anche quei tanti che stanno nell'attuale governo. Negozi aperti anche di domenica, il giorno del Signore? Perché la proposta recente rientra in quella tendenza del capitale che già abbiamo visto all'opera, e che non vuole fermarsi. In Italia si manifesta, ad esempio, nella sorda pressione, più volte espressa da Confindustria, di ridurre le feste comandate, che frenano l'ascesa altrimenti trionfante del nostro Pil. Se fosse per tanti imprenditori, ma anche per tanti economisti che scrivono sui giornali, l'intero calendario gregoriano dovrebbe essere reso più "flessibile", occorrerebbe togliere ogni residua solennità ai santi ancora festeggiati, rendere laicamente lavorativi tutti i giorni dell'anno, perché siano trascinati nella macchina insonne della crescita. Per nostra fortuna i sindacati, anche quelli di categoria, hanno alzato gli scudi contro la proposta e meritoriamente molti cittadini hanno manifestato la loro contrarietà. Esempio di civismo, maturità, spirito di una civiltà che ancora resiste e dovrebbe fare arrossire tanti zelanti riformatori che ci assordano quotidianamente. È tutta da verificare, infatti, l'economicità anche per i grandi supemercati e per i centri commerciali, a tenere le luci accese sino a mezzanotte o oltre. Ma, ricordiamo, se tale vantaggio dovesse verificarsi, non è evidente che una simile novità metterebbe in grave difficoltà i piccoli negozi di zona, accentuerebbe la crisi in cui versano, ne costringerebbe molti a chiudere favorendo il processo di desertificazione dei quartieri? E nessuno pensa a quanta economia è nascosta, quanto benessere collettivo, in un quartiere vitale, ben servito da piccoli esercenti, che limita gli spostamenti dei cittadini su lunga distanza, favorisce le mutue relazioni quotidiane, accresce la sicurezza senza bisogno di costose vigilanze e repressioni sicuritarie? Questa è una dinamica sociale ormai ben nota, ma tanti economisti, e soprattutto gli uomini che si trovano di volta in volta a governare, se ne dimenticano facilmente, pur di lanciare i prodotti del loro marketing politico. Degli esiti sociali di lungo periodo delle cosiddette riforme nessuno si cura, pur di vendere al pubblico un qualche kit , un dispositivo economico che promette di imprimere dinamismo al sistema. È l'analfabetismo politico della nostra epoca, lo conosciamo da tempo, e non possiamo far altro che additarlo nel suo quotidiano squallore. Ma la proposta di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali ha un valore paradigmatico molto più ampio e generale di quanto fin qui detto. Perché essa, sotto l'aria di voler rilanciare i consumi in una fase di crisi in cui effettivamente la ripresa della domanda svolgerebbe un ruolo equilibratore, instilla nell'immaginario pubblico il veleno del consumismo illimitato, ci mostra l'avvenire di una crescita continua e senza confine dell'acquisto di merci e servizi. Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, centinaia di milioni di nuovi ricchi approdono ogni anno ai nostri stessi standard di consumo, i cicli di rigenerazione delle risorse della Terra si vanno arrestando per eccesso di sfruttamento, nella piccola Italia, facciamo la nostra parte simbolica. Mostriamo che si può comprare senza limiti di tempo, giorno e notte. Chiedersi quel che succede alle limitate risorse del nostro pianeta è naturalmente una preoccupazione stonata e fuori posto. I problemi son ben altri e del resto, in questo momento, siamo in emergenza. Come è noto da decenni.
*www.amigi.org
Il referendum non si tocca. In Puglia tagliamo le tariffe – Nichi Vendola
Sono davvero indignato dal tentativo in atto di sabotare l'esito del referendum sull'acqua. I grandi potentati economici, una parte rilevante e trasversale del ceto politico, un pezzo non marginale del sistema mediatico, sono tutti all'opera per esorcizzare quella inedita e bellissima pagina di democrazia scritta dal popolo nel nome della salvaguardia della vita e del vivente, contro il primato distruttivo del profitto speculativo e della mercificazione, a tutela dell'acqua come "bene comune" e come diritto universale, rivendicando la proprietà e la gestione pubblica non solo dell'acqua ma anche delle reti acquedottistiche, delle infrastrutture idriche, di tutte le opere dell'ingegno e dell'ingegneria che consentono la captazione, l'adduzione, la sanificazione, la depurazione e la distribuzione dell'acqua. Il popolo ha parlato ma quelle parole, che hanno oggi la forza di un granitico vincolo giuridico, non sembrano valere. Si fa finta di niente. Si stigmatizza l'avventura referendaria come un fenomeno di irrazionalità plebea. Si teorizza il non tener conto di un verdetto firmato da milioni di italiani. Forse ci stiamo abituando davvero a tutto, in questa opaca transizione verso il nuovo (o verso il peggio). I maestri del pensiero dominante ci hanno istruito sulla incompatibilità, nell'epoca attuale, dei diritti sociali con le dure leggi dell'economia. E se quelle surreali e feroci leggi che regolano i mercati mettono in crisi la democrazia, allora che vada al diavolo la democrazia. La cultura liberale dei liberisti, nel suo sconfinato realismo, contempla anche qualche necessaria ancorché spiacevole parentesi autoritaria. Oggi cosa sia in Italia la democrazia io non so dire, la vedo pericolosamente irretita e sorvegliata da una tecnocrazia che prova a governare la crisi come se fosse un problema idraulico, che pratica la politica della tecnica come una peculiare tecnica politica di occultamento della realtà. La crisi è tutta politica, riguarda le disuguaglianze e le forme di accumulazione, riguarda quel capitalismo finanziario che ha sconvolto il vecchio capitalismo industriale, riguarda quel violento prevalere dei valori di scambio sui valori d'uso che ha inciso nella carne viva della bio-sfera inaugurando l'epoca della catastrofe ambientale: ahimè, la nostra epoca. L'acqua bagna tutto questo, di questo potere nichilista è metafora la sua privatizzazione, in questa crescita senza modernità si disperde. L'acqua perde il suo rapporto fondativo con la vita stessa, smette di essere fonte, foce, battesimo di vita: è business privato, maleficio pubblico. Guadagnando un prezzo, perde il suo valore. Lo decidono i consigli di amministrazione che, per ovvie ragioni di profitto, peggiorano i servizi e innalzano le tariffe. Che fare? Noi in Puglia, dopo una lunga fase di risanamento di un'azienda assai vicina al fallimento e collocata nell'immaginario della grande opinione pubblica nazionale al vertice delle aziende di spreco («l'acquedotto che dà più da mangiare che da bere»), abbiamo deciso di operare la ripubblicizzazione del nostro ciclope idrico. Ricordo che Acquedotto Pugliese è il più grande d'Europa, uno dei più grandi al mondo. Oggi quella decisione, sancita dal Consiglio regionale all'indomani del referendum, pende, per volontà del governo Berlusconi, dinanzi alla Corte Costituzionale. Attualmente Acquedotto è una Spa interamente posseduta dalla Regione. Con le entrate legate alla tariffa non remuneriamo il capitale privato (che nel nostro caso non esiste), bensì finanziamo gli investimenti legati alla manutenzione e alla modernizzazione di una rete acquedottistica e fognante di decine di migliaia di chilometri e un parco di centinaia di depuratori. Tuttavia il tema della tariffa, per la fruizione di un servizio universale come quello idrico, non può essere ridotto a mera compatibilità giuridica o economica. In questi mesi abbiamo studiato la possibilità di indicare all'autorità di prezzo (che non è la Regione né lo stesso Acquedotto, ma l'Ente idrico governato dai sindaci) un significativo abbattimento delle tariffe, sia come misura anti-crisi sia come scelta politica in linea con l'esito referendario. Insomma l'obiettivo è abbattere le tariffe senza ridurre i cantieri e le opere. La Regione oggi è in grado di garantire il completamento di tutti gli investimenti previsti nel Piano d'Ambito, anche coprendo le minori entrate da tariffa. La raccomandazione che mi sento di rivolgere è quella di dare un più marcato segno di giustizia sociale nella contabilità fiscale, per cui la tariffa possa essere molto più temperata nelle bollette di chi è socialmente più svantaggiato. Insomma, ognuno dovrebbe far qualcosa per non consegnare agli archivi una grande battaglia di civiltà. E tanti, insieme, dovremmo tornare a difendere i "beni comuni" con l'accortezza di non traformare questi temi e queste lotte in bandiere per controversie minoritarie. L'acqua, la terra, l'aria, il cielo, la natura, la cultura, la qualità della vita, il lavoro, la dignità umana: tutto questo è aggredito dal cannibalismo del potere. Oggi si vede cosa significhi l'espressione «follia del Capitale». Siamo in campo non per testimoniare la fatalità della sconfitta, ma la possibilità continua di irrompere nel recinto del comando per cercare di cambiare storia.
«Le rotte vanno cambiate» - Eleonora Martini
«Lo scoglio non era segnalato sulle carte nautiche? Ma non diciamo sciocchezze, per favore. La verità è che quella nave era almeno a tre miglia fuori rotta, troppo vicino alla costa. E non è nemmeno possibile che non abbiano visto le luci dei fari del porto». Il geologo Mario Tozzi, fino a quindici giorni fa presidente dell'Ente Parco nazionale Arcipelago toscano, è ovviamente preoccupato e arrabbiato. Da anni si batte per spostare la rotta delle grandi navi e delle petroliere da quell'area marina. Dopo l'allarme ambientale dovuto alla dispersione al largo della costa livornese di 224 fusti contenenti rifiuti altamente tossici trasportati da un cargo, ora anche il naufragio della nave ammiraglia della Costa crociere rischia di creare un altro serio danno ecologico all'isola del Giglio e a tutto il parco. Al momento non si è verificato alcuno sversamento delle 2380 tonnellate di gasolio contenute nei serbatoi della Concordia, almeno così assicurano le autorità locali. Ma ci cono altri rischi di inquinamento? Lo scafo in sé ha prodotto già un bel danno: immaginiamo 300 metri di ferro che arano un tratto di mare e asportano un pezzo di scoglio. Gli ecosistemi sono fragili, ci vorrà un po' per sanare il danno. Poi ci sono tutti gli altri inquinanti contenuti in una nave con 1100 uomini di equipaggio: detergenti, saponi, olii combustibili. I tecnici specializzati nella bonifica ambientale inviati dal ministero dell'Ambiente e provenienti anche dall'Olanda dicono che l'operazione di svuotamento dei serbatoio potrebbe essere pericolosa per la stabilità della nave. Cosa ne pensa? La nave va messa in sicurezza e bisognerebbe riportarla in orizzontale per svuotare i serbatoi. Ma ha una falla sotto la linea di galleggiamento, quindi l'operazione diventa complicata. Però, anche se lungo e costoso, è un intervento da fare assolutamente. Quel carburante va rimosso, altrimenti l'isola è condannata. L'uso di agenti chimici non basta. La nave era fuori rotta, ma anche quattro miglia da una costa di tale pregio non sono tante. Lei da anni si batte per allontanare le rotte delle grandi navi e delle petroliere dalla zona... Teoricamente, nel piano del Parco le abbiamo bandite dal cosiddetto "Santuario dei cetacei", quel fazzoletto di mare compreso tra Genova, la Corsica e il Giglio. Eppure quel parco è il posto di maggior traffico di petroliere internazionali al mondo. Poi se in mare si sversano 2300 tonnellate di carburante o 20 mila, sempre disastro è. Almeno, dalle navi che solcano questi mari si dovrebbe pretendere la doppia protezione: doppio scafo per le petroliere e doppio serbatoio per i grandi natanti come la Concordia. E sistemi di svuotamento rapido - a pressione o ad aspirazione -per portare velocemente il carburante su una nave cisterna. Sono imbarcazioni che non possono approdare in porto e quindi non portano alcun beneficio economico. E invece addirittura a Venezia una nave così può perfino solcare il canale della Giudecca, spingersi fin dentro la città.
Turismo di massa e pensionati. Un'epoca alla fine – Francesco Piccioni
Il naufragio è una figura retorica solida. Se ci passate il termine, addirittura inaffondabile. Non c'è disastro che non possa esser descritto ricorrendo alla metafora dell'affondamento. Non c'è evento che abbia altrettanta forza evocativa. Nulla che evidenzi la deviazione improvvisa dalla normalità persino festante verso la crisi e la tragedia. Mai come stavolta, però, la crisi generale e la sua immagine-simbolo sono stati così compresenti. Persino il Titanic era andato fuori tempo, anticipando di due anni la prima guerra mondiale e la nozione moderna di catastrofe totale. Un'allusione o una profezia, insomma, non una «dimostrazione». Stavolta c'è persino un eccesso di rinvii a una crisi generale. Sul piano produttivo, la Concordia era un esempio dell'abilità, del l'immenso patrimonio di conoscenza in mano agli operai Fincantieri di Sestri Ponente. Gli stessi che occupano strade, ferrovia, aeroporto da settimane, nel genovese, contro un piano industriale che li vuole sostanzialmente eliminare a conclusione di scelte industriali sciagurate. Fincantieri, da anni, si è concentrata soltanto sulle commesse militari e sulle grandi navi da crociere. Un business suicida - armi a parte - perché la crocieristica da grandi numeri è un settore votato alla morte. Un po' come tutto il turismo di massa, perlomeno qui in Occidente. La ragione di questo destino sta in un altro grande pilastro in via di smantellamento: le pensioni. Il turismo di massa occidentale, quello serializzato e irregimentato su aerei, pullman e soprattutto navi, è fondamentalmente un via vai di pensionati. Il grosso degli sfaccendati col naso all'insù che affollano le nostre strade nelle città d'arte sono quasi tutti ultra-sessantenni. Mi rispecchio... Ma la torsione che sta subendo il nostro modello sociale europeo - con l'allungamento dell'età pensionabile e la riduzione degli assegni pensionistici futuri - prefigura un futuro di vacche magre per chi conta su queste mandrie di consumatori con un grado minimo di autonomia motoria. I giovani abbastanza benestanti da poter viaggiare con tutti gli agi sono molto pochi. E quelli appena audaci da girare il mondo con pochi soldi sono davvero in contraddizione culturale-esistenziale con lo «spirito del crocierista«. Gli aerei low cost hanno sostituito da tempo l'autostop, con costi più o meno simili. Ma proprio le sorti declinanti del turismo di massa evidenziano le rughe di uno stile di vita inchiodato ad aspettative crescenti che non ha più senso aspettare. Se il lavoro (tutti noi, sotto un padrone) deve «adeguarsi» ai bassi costi pretesi dal «consumatore» (tutti noi, finalmente «liberi» davanti agli scaffali del supermercato), una volta soddisfatta la semplice sopravvivenza non ha più un prezzo da cui si possa stornare una crociera. E quindi cala anche il pubblico per i cine-panettoni, che di quell'immaginario erano il fondamento. Infine, che seguendo la stessa rotta ogni settimana - come faceva la Concordia - si possa comunque impattare lo scoglio imprevisto che ti stronca la vita... anche questa è una perfetta metafora del tempo presente. E un monito a tutti gli ideologi che, davanti alla crisi, invitano ad aspettare fideisticamente la ripresa e a far sacrifici perché «è sempre stato così, poi il capitalismo riparte». O si adagia su un fianco...
Tunisia, tutto è in movimento. Ma verso dove e cosa? - Stefania Sinigaglia
Tunisi - «È tutto in movimento»: come un ritornello questa è la frase che torna più spesso sulle labbra delle persone che incontro. Tunisi, fine dicembre: si sta riunendo al palazzo del Bardo per la prima volta l'Assemblea costituente eletta ad ottobre, si sta formando il nuovo governo dopo lunghe trattative e tira-e-molla, vecchi organismi creati sotto Ben Ali stanno cercando di cambiare pelle e soprattutto funzionare in modo più trasparente. I tre partiti che fanno la parte del leone nei seggi alla costituente e nei posti da ministro (soltanto due donne elette, di cui una al Ministère de la femme ) sono Ennahda , di forte ispirazione islamica, il CPR ( Conseil pour la République ) et Ettakatol ( Forum des libertés ), di ispirazione laica e liberaleggianti. Fuori del palazzo del Bardo ci sono delle tende: mi fermo a parlare con due operai del gruppo che sta protestando da vari giorni con quella che ormai sembra la modalità più diffusa in questo fine 2011: accamparsi. Uno di loro, Ibrahim, parla un po' di italiano. Vengono dal bacino minerario di Gafsa, città del sud-ovest, dove ci sono ben quattro stabilimenti della Compagnia generale dei fosfati (Cgp) che sta ristrutturando e licenziando. Lui è stato in Italia, a Padova, ma era un sans papiers ed è dovuto rientrare dopo due anni. Ma questa è solo una delle lotte che percorrono tutta la Tunisia: dopo un anno di grandi trasformazioni, di tante attese e speranze, moltissimi sono i giovani ancora disoccupati, la povertà è immutata e anzi la diminuzione delle entrate del turismo e il ritiro di molte imprese e investimenti stranieri stanno causando una crisi economica di grandi proporzioni. Oltre alla lotta dei minatori di Gafsa ci sono scioperi al porto di Gabes, il più grande del sud, che causano penuria di bombole a gas in tutto il paese, scioperi alla Tunis Air, proprio durante le feste di Natale, sit-in dappertutto. Il 15 e il 16 dicembre protestano gli operai (2200 addetti) dello stabilimento giapponese Yazaki di Om Larayes, sempre a sud, e per rappresaglia lo stabilimento viene subito chiuso. Il padronato denuncia perdite ingenti e impossibilità di soddisfare le commesse. Sulla stampa si leggono resoconti contraddittori: all'inizio di gennaio sembra che una parte delle maestranze saranno trasferite ad un altro impianto Yazaki a Gafsa. Vado al Ministère de la femme per incontrare la direttrice della Cooperazione internazionale: impossibile vederla. Domenica 19 dicembre esce un articolo su La Presse che denuncia una situazione di rivolta di tutto il personale del ministero contro la ministra uscente: pare che parecchi dei progetti in corso siano stati chiusi d'autorità. È da notare che la quasi totalità degli scioperi sono selvaggi, non annunciati, e spesso non appoggiati, a quanto leggo, dalla centrale sindacale principale, l'UGTT ( Union Générale du Travail de Tunisie ), il cui congresso era fissato per il 25-28 dicembre a Tabarka. L'UGTT , dopo una prima fase di incertezza, ha partecipato alla rivoluzione, soprattutto con i suoi quadri di base e con alcune delle sue federazioni (sanità, insegnanti...), ma al vertice sembra che sia stata abbastanza compromessa con il vecchio regime. Anche qui avviene ciò che succede in tutte le rivoluzioni, mi dice una militante che è stata per anni in prima fila nell'opposizione al regime di Ben Ali: ora sembra che tutti abbiano fatto la rivoluzione, tutti rivoluzionari. Il 17 dicembre mi aggrego alla carovana organizzata da una delle formazioni storiche dell'opposizione al vecchio regime, l'ATFD ( Association Tunisienne des Femmes Démocrates ) diretta a Sidi Bouzid, dove si celebra l'anniversario del tragico gesto di Mohammed Bouazizi, il venditore ambulante che si è dato fuoco innescando la rivoluzione del 14 gennaio 2011. Purtroppo partiamo tardi ed arriviamo quando gli ospiti più illustri, tra cui il neoeletto presidente della repubblica Marzouki e il rappresentante dell'Unione europea se ne sono già andati. Le strade sono molto affollate da giovani e bandiere, alcuni sono arrampicati sui palazzi, dappertutto campeggiano le immagini di Bouazizi, che è stato anche dichiarato «personaggio dell'anno» dalla rivista Time : un suo enorme ritratto copre l' intera parete di un palazzo. I ragazzi che organizzano il pranzo e ci servono un ottimo couscous hanno magliette nere con l'immagine di Bouazizi, ma l'atmosfera festosa si guasta nel pomeriggio, quando il banchetto con il materiale informativo dell'ATFD viene contestato da un gruppo di ragazzi tra cui alcuni barbuti (particolare che distingue i fondamentalisti islamici), e dobbiamo raccogliere tutto in fretta e dirigerci al pullman, dove ci raggiunge una accorata signora che cerca di calmare gli animi. Ma ciò che mi colpisce di più sono le testimonianze dei giovani che la sera, alla Maison de la Culture, denunciano delusione e rabbia. Dopo tanti sacrifici, le lotte pagate con la morte di tanti loro compagni, nulla è cambiato nelle loro vite, non sentono aprirsi nuove prospettive, sono sempre poveri e disoccupati: uno di loro racconta ancora di come è stato picchiato dalla polizia. La frustrazione si taglia col coltello. Poi si fa musica e si balla, ma amarezza e pericolo di nuove esplosioni sono palesi. Le statistiche dicono che nell'area di Sidi Bouzid il 48% dei «diplomés » è disoccupato. Nelle zone rurali, le donne che lavorano nei campi sono pagate 5 dinari al giorno, la metà degli uomini, e a volte partoriscono «sotto un albero e tornano subito a lavorare», mi dice Souhad Mahmoud, attivista dell'UGTT e dell'ATFD. Il governo installato a fine dicembre promette l'assunzione di 25.000 persone nella funzione pubblica, le organizzazioni internazionali hanno lanciato bandi per la presentazione di proposte di progetti di cooperazione, un'iniziativa di grosso respiro finanziata dalla Ue è appena stata varata con l'apporto tecnico dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Ci sono almeno due progetti di cui ho notizia, già approvati , centrati sui «diritti», tra cui anche i diritti socio-economici, di cui si fa un gran parlare. Ma occorre far presto: il 6 gennaio un operaio in sciopero da settimane a Gafsa e accampato insieme a molti altri davanti alla sede del governorato si è dato fuoco ed è ricoverato in gravissime condizioni. La Tunisia di tutte le opportunità, in piena effervescenza post-rivoluzionaria, si può trasformare in una polveriera. Un altro aspetto di cui si parla molto è la presenza crescente, nella vita pubblica e per le strade, dei salafiti: un loro manipolo ha occupato l'ufficio del rettore alla Manouba, che dista circa 20 km dal centro di Tunisi, per varie settimane, finché è stato fatto sgomberare all'inizio di gennaio. La richiesta di una sala di preghiera era stata la scusa per la protesta iniziata a fine novembre, poi si voleva imporre il permesso, per tre studentesse, di indossare il velo nero integrale, il niqab, agli esami, proibito per legge. Mi è sembrata preoccupante l'assenza delle forze dell'ordine e la tolleranza verso gli intolleranti. Ma da dove spuntano questi barbuti , queste donne con i loro mantelli neri, quasi tutti giovanissimi? Una giurista, Salsabil Klibi, mi spiega: «È vero che il codice dello statuto personale vigente in Tunisia sin dal 1956 é molto avanzato ed è vero che le donne, sia con Bourghiba che con Ben Ali, godevano di molti diritti negati in altri paesi arabi. Ma i diritti erano "octroyés ", concessi: ora, i diritti concessi si possono anche ritirare, non sono qualcosa di conquistato e di garantito nella vita delle persone. E sotto la dittatura non ci si poteva esprimere: quindi questa apparente fioritura di islamisti non viene dal nulla, covava sotto la cenere. E certamente ci sono le influenze wahabite che vengono dal Golfo, ormai da più di dieci anni. Da come vedi orientate le padelle delle antenne satellitari puoi capire chi ascolta la predicazione via tv». Infine, un dossier aperto che ci interroga come italiani in modo angoscioso è quello dei migranti dispersi di cui non si ha più notizia da mesi. Un articolo La Presse del 20 dicembre parlava di quasi 15.000 tunisini partiti e di altre migliaia spariti nel nulla. Si sa soltanto che 12 sono morti tra le fiamme dei Cie incendiati per protesta. Le associazioni dei famigliari chiedono che il ministero degli interni italiano, finalmente libero da Maroni e soci, se ne occupi seriamente. Le carte d'identità tunisine contengono le impronte digitali, che anche all'arrivo a Lampedusa venivano richieste. Non dovrebbe quindi essere così difficile, volendolo, rintracciare chi a Lampedusa è arrivato sano e salvo. Possiamo almeno riscattare parzialmente la disumanità mostrata nei mesi passati, quando poche decine di migliaia di profughi ci chiedevano aiuto e non abbiamo saputo e voluto rispondere, mentre le centinaia di migliaia di rifugiati via terra provenienti dalla Libia hanno trovato accoglienza nel sud della Tunisia. Anche così si può appoggiare la Tunisia della rivoluzione.
Libia e ora Siria: Qatar all'attacco – Michele Giorgio
Dopo la Libia è la volta della Siria? L'emiro del Qatar, sceicco Hamad bin Khalifa al Thani (nella foto), è il primo leader arabo a dirsi esplicitamente favorevole all'intervento di soldati stranieri in Siria. La scorsa primavera al Thani spinse (con i sauditi) ed ottenne il via libera della Lega araba all'attacco dei «volenterosi» e della Nato alla Libia di Muammar Gheddafi. A distanza di nove mesi lo sceicco del Qatar - che ha la responsabilità della missione in Siria degli osservatori della Lega araba - vuole lo schieramento di truppe arabe in Siria «per fermare lo spargimento di sangue. «A mio avviso i militari dovrebbero essere inviati in Siria», ha detto al Thani intervistato l'altra sera dal network americano Cbs in anticipo sulla conclusione, il 19 gennaio, della missione della Lega araba e della presentazione del rapporto finale dei «monitors» che potrebbe aprire la strada ad un intervento internazionale. «Corridoio umanitario» Per ora l'imposizione di una zona «no fly» e l'attacco militare alla Siria, come avvenuto in Libia, appaiono ancora una ipotesi lontana di fronte alla netta opposizione della Russia alleata del presidente Bashar Assad (e della Cina). Ma i giochi non sono fatti. Si parla con insistenza, ad esempio, dell'apertura di un «corridoio umanitario» per aiutare la popolazione civile ma che, in realtà, servirebbe a dare una mano ai disertori del cosiddetto «Esercito libero siriano» (Els) a prendere il controllo di aree e città della Siria. In ambito arabo si oppongono Iraq e Algeria, tuttavia le pressioni di Qatar, Arabia saudita e altre petro-monarchie potrebbero avere il sopravvento. Gli interessi regionali e internazionali pianificano il futuro della Siria e non tengono in alcun conto il dibattito in atto nell'opposizione siriana riguardo un intervento straniero. Haytham al Manna, leader del Comitato di coordinamento nazionale (Ccn, movimenti e gruppi nazionalisti e di sinistra) due giorni fa ha reagito con stizza all'annuncio fatto dal Burhan Ghalioun del Consiglio nazionale siriano (Cns, formazioni conservatrici, Fratelli musulmani e altri gruppi islamisti) di un accordo raggiunto in Turchia con i militari siriani disertori. Un annuncio che Haytham al Manna, contrario ad interferenze esterne in Siria, legge come un passo deciso verso la guerra civile, contrario, peraltro, al programma del Cns diffuso lo scorso novembre proprio da Ghalioun. Con ogni probabilità hanno pesato le pressioni della Turchia, dove hanno il loro comando sia il Cns che l'Els. «E' inaccettabile questo accordo, sappiamo bene che il governo turco ha un peso importante nelle decisioni dell'Els», ha protestato al Manna. «La militarizzazione rappresenta la fine della rivoluzione siriana», ha spiegato il leader del Ccn mettendo in dubbio la fedeltà dei militari disertori agli interessi della Siria visto che dell'Els farebbero parte anche miliziani e salafiti armati provenienti da altri paesi. L'accordo tra Csn e Els mette fine all'intesa raggiunta il mese scorso al Cairo tra Ghalioun e al Manna contro un intervento straniero in Siria.
La Stampa – 15.1.12
"Con uno squarcio così grande non c’è tecnologia che tenga" – Raphaël Zanotti
Torino - Timoni automatici, ecoscandagli, paratie stagne, elettronica di bordo, compartimenti allagabili: i colossi del mare come la Concordia sono gioielli della tecnologia dotati di sofisticatissimi strumenti di navigazione. Eppure, come 10 anni fa, basta una falla nello scafo per affondarli. Milioni di euro in tecnologia sembrano di colpo superflui. Dispositivi studiati per offrire il massimo della sicurezza per le migliaia di passeggeri a bordo, inutili. Come è possibile? Come può uno scoglio, nel tranquillo mare Mediterraneo, provocare una tragedia come quella del Giglio?
«Purtroppo contro uno squarcio come quello che si è aperto nella Concordia non c’è sistema di sicurezza che tenga» dice Alfredo Lonoce, uno dei massimi esperti italiani di ingegneria navale, membro dell’Associazione Ingegneri Periti delle Avarie Marittime con studio a Genova. «Queste navi da crociera - spiega Lonoce - devono rispondere a precisi standard di sicurezza. Per esempio devono garantire la galleggiabilità anche con due compartimenti allagati, ma quando si apre una falla di 50-60 metri come quella che si vede nelle immagini di queste ore si è molto oltre i parametri di sicurezza studiati». È dalla tragedia del Titanic, avvenuta esattamente 100 anni fa, che le navi vengono costruite con compartimenti trasversali stagni. Quando una nave imbarca acqua, vengono chiusi, si limita il danno e si permette alla nave di «sopravvivere» fino al porto più vicino. Ma ci sono dei limiti. Lo squarcio nella nave della Costa Crociere potrebbe aver allagato più di due compartimenti. Oppure non ha funzionato qualcosa nel meccanismo di chiusura delle paratie stagne. In ogni caso, a quel punto, la nave era persa. Prima che ciò accada, tuttavia, altri sistemi di sicurezza scattano perché la nave non entri in collisione. «Il timone automatico consente di impostare rotte prestabilite - spiega ancora l’ingegnere - È un ottimo sistema che permette a queste navi di percorrere rotte conosciutissime e sicure. Sotto costa, tuttavia, il sistema viene disattivato e si passa al manuale». Un tipo di navigazione che, però, avviene sempre seguendo precisi protocolli di sicurezza. «Su queste navi c’è la doppia guardia - continua Lonoce - In plancia devono esserci due ufficiali, due timonieri, non è come sulle navi mercantili». Così doveva essere anche sulla Concordia. Uomini attenti, su più fronti. Anche la strumentazione di bordo doveva essere in ordine. La Concordia aveva tutte le certificazioni in regola: l’ultima visita di classe da parte del Rina, il Registro italiano navale, risale al 3 giugno scorso e sarebbe scaduta nel giugno 2016. L’ultima visita per i requisiti di sicurezza della navigazione era addirittura avvenuta il 13 novembre. Un guasto può sempre capitare, ma solo le indagini successive sapranno dirci qualcosa. Alcuni ufficiali a bordo hanno dichiarato che la rotta della Concordia era troppo vicina alla costa. Un errore che l’ecoscandaglio, il sistema che rileva la profondità dei fondali, avrebbe potuto segnalare. Ma forse troppo tardi. «Bisogna considerare che navi di questa stazza hanno un’enorme forza d’inerzia spiega Lonoce - Non si possono effettuare manovre repentine, bisogna pensarle dieci minuti prima». La dinamica dell’incidente verrà chiarita dagli inquirenti. Utilissime saranno le informazioni registrate nel Vdr, una sorta di scatola nera delle navi in cui vengono raccolti dati come posizione della nave, velocità, direzione della prua, audio nel ponte di comando, audio delle comunicazioni, dati radar, ecoscandaglio, stato delle aperture nello scafo. Certo la tragedia della Concordia potrebbe cambiare le regole di sicurezza della navigazione. «È già successo in passato - racconta l’ingegner Lonoce - Dopo l’affondamento dell’Erika sono cambiate le regole internazionali. Da anni non si producono più petroliere monoscafo e a partire dal 2014 tutti questi tipi di nave saranno banditi. La sicurezza migliora di continuo, ma con l’idea che non esiste la nave inaffondabile».
Tutto il mondo con il fiato sospeso per la Concordia: "Caos e terrore" – M.Molinari
NEW YORK - Il naufragio della Costa Concordia arriva sui grandi network americani con immagini e testimonianze che evocano la tragedia del Titanic. Per un giorno gli Stati Uniti dimenticano le cronache della campagna presidenziale e l’attesa per il supermatch di football Packers-Giants, gettandosi in una sorta di reality show sulla versione contemporanea del disastro avvenuto quasi 100 anni fa. «Caos come sul Titanic» titola la tv Abc, trasmettendo il video della nave inclinata su un fianco mentre il conduttore si sofferma sull’«incubo notturno di migliaia di passeggeri» per sottolineare il paragone con quanto avvenne nell’Atlantico il 15 aprile del 1912. La Cbs sceglie il personaggio di Melissa Goduti, 28 anni del Connecticut, per denunciare «un’evacuazione disordinata» e «il ritardo delle esercitazioni di salvataggio» che erano state posticipate «facendo interrogare molti di noi su come avremmo fatto se fosse successo qualcosa prima». Mentre sui teleschermi scorrono le foto dello scafo rovesciato, il conduttore riporta la testimonianza di Valerie Ananias, 31 anni di Los Angeles: «Avete visto il film Titanic? È esattamente quanto avvenuto a noi, piatti che cadevano ovunque, la gente sbatteva contro le porte e avevo solo una piccola torcia per correre nel buio dei corridoi». La madre di Valerie, Georgia di 61 anni, racconta fra i singhiozzi di «una coppia argentina disperata che mi ha consegnato la figlia di 3 anni chiedendomi di salvarla, ma io gliel’ho ridata perché volevo rimanesse con i genitori e poi non li ho più visti, non so che fine abbiano fatto». La Cnn si sofferma sulla «responsabilità del capitano italiano che non ha trasmesso il segnale di aiuto subito dopo l’impatto sullo scoglio» dimostrando una carenza di professionalità e di attenzione per i passeggeri, destinata ad avere delle conseguenze sulle migliaia di americani che ogni anno scelgono le navi italiane per le vacanze nel Mediterraneo. Per l’immagine del Belpaese si tratta di un altro duro colpo perché, dopo gli scandali sessuali di Silvio Berlusconi e i timori di default finanziario, ora i protagonisti negativi sono i componenti di un equipaggio italiano che sembra sommare i peggiori difetti umani. Fra i 130 americani che erano a bordo, secondo Fox, «le proteste riguardano soprattutto l’equipaggio, che non ha dato le istruzioni per evacuare e una volta che l’emergenza è diventata evidente ha ritardato la messa in acqua delle scialuppe», senza contare che «anche lo sbarco a terra è avvenuto nel caos perché nessuno contava i sopravvissuti». Immagini nitide della nave rovesciata e testimonianze drammatiche dei sopravvissuti si trasformano in una sorta un reality show, dando l’impressione a milioni di telespettatori di rivivere la tragedia del Titanic perché le similitudini sono numerose: la falla nello scafo causata da un impatto improvviso, il terrore all’ora di cena, il black out in una città illuminata galleggiante, la temperatura gelida, gli errori del comandante, l’incuria dell’equipaggio e anche il comportamento fra passeggeri, da alcuni definito come «quasi bestiale». Tv e siti Internet dei Paesi europei da cui provengono altre centinaia di passeggeri descrivono situazioni analoghe. Lo spagnolo Juan Josì Quevedo racconta al «Mundo» che «i camerieri prima ci hanno rassicurato e poi sono fuggiti, gli altoparlanti non davano istruzioni, sulle scale ci si accalcava con disperazione e in una nelle poche scialuppe messe in mare eravamo in 70 per appena 30 posti». Il francese «Le Figaro» racconta della giovane ragazza ucraina che affida a Twitter la promessa di «non salire più su una nave da crociera» mentre la Bbc descrive gli attimi del terrore sul Titanic italiano attraverso il racconto della ballerina britannica Rose Metcalf, 22 anni, che era sul palcoscenico al momento dell’impatto con lo scoglio «quando improvvisamente tutto è diventato scuro e freddo senza che nessuno mi venisse in aiuto».
Quel che Monti dovrebbe dire – Bill Emmott
L’indisciplina degli Stati membri che ha portato alla crisi dell’euro, ha scritto nel giugno scorso un saggio, è nata da «una malsana cortesia reciproca e dall’eccessiva deferenza verso gli Stati membri di grandi dimensioni». Questo saggio è il professor Mario Monti, autore di un blog per il «Financial Times». Ora che è il presidente Monti, e ora che la crisi dell’euro si sta di nuovo intensificando, è tempo che segua il suo stesso eccellente consiglio. Dobbiamo sperare che, nei suoi incontri con il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, abbia già parlato in modo chiaro e diretto. Se così non fosse, questo è ciò che dovrebbe dire. «Cari colleghi, come ben sapete mi piace dire che io sono il più tedesco tra tutti gli economisti italiani. Bene, ora sarò anche americano e senza peli sulla lingua. Sotto la vostra guida, la zona euro non riesce ancora ad affrontare la realtà. Sì, noi italiani siamo stati molto, molto lenti ad affrontarla, ma ora stiamo lavorando sodo. Adesso tocca a voi. «In un attimo tornerò alla realtà italiana perché il nostro lavoro, lo so, è appena iniziato. Ma se la zona euro prosegue così com’è allo stato attuale, il nostro lavoro sarà distrutto in ogni caso, perché le nostre banche e la valuta crolleranno. Ci sono due realtà che finora avete rifiutato di accettare e affrontare. «La prima è che la Grecia getta ancora un’ombra fosca su tutti gli altri membri dell’eurozona. Perché? Perché chiunque sia in possesso di una calcolatrice tascabile, per non dire di un computer, può capire che non sarà in grado di rimborsare i debiti, anche se i creditori privati accetteranno un’enorme riduzione del valore dei loro prestiti. Le voci sulla riduzione per ora sono cessate, ma anche se alla fine si farà, la Grecia, secondo previsioni piuttosto ottimistiche, ridurrà semplicemente il suo debito pubblico al 120% del Pil entro la fine del decennio. «Le finanze pubbliche italiane sono state sull’orlo di una crisi con gli oneri finanziari saliti a oltre il 7%. Siamo molto più deboli, in termini economici, di quanto ci siamo raccontati nel decennio passato, ma siamo ancora molto più forti della Grecia, quindi se siamo vicini a una crisi con il nostro debito al 120% del Pil, come sopravviverà la Grecia con oneri finanziari sempre maggiori e con un’economia molto più debole? Questo significa solo che ci sarà una nuova crisi greca ogni pochi mesi, che per contagio ci danneggerà tutti. «Sappiamo tutti che, in primo luogo la Grecia non avrebbe dovuto essere autorizzata a partecipare all’euro, e la verità è che anche all’Italia non avrebbe dovuto essere consentito farlo, perché i nostri debiti erano troppo alti. Ma questa è storia. La realtà attuale è che ora la Grecia deve lasciare l’euro, perché altrimenti la sua insolvenza continuerà ad avvelenarci tutti. Dovrebbe farlo con tutto l’aiuto finanziario possibile che noi e il Fondo monetario internazionale possiamo offrire, ma il punto importante è che dovrebbe farlo presto. «Quando ciò accadrà, gli altri Paesi altamente indebitati, prima fra tutti l’Italia, saranno duramente colpiti dalla speculazione dei mercati sul nostro prossimo default e successiva uscita di scena. Il lavoro principale per dimostrare che ciò non è vero sta a noi: in Italia occorre fare di più per dimostrare che abbiamo un piano credibile a lungo termine per ridurre il nostro debito pubblico al livello del Trattato di Maastricht, il 60% del Pil, probabilmente entro 10 - 15 anni, introducendo allo stesso tempo misure per far crescere di nuovo la nostra economia con un tasso medio annuo di almeno il 2%. «Stiamo lavorando a questo, come sapete, e il mio governo si accinge a presentare la prossima fase del programma di riforme. Ma la seconda realtà è che abbiamo bisogno del vostro aiuto, sia per sopravvivere abbastanza a lungo perché le riforme producano il loro effetto, e ancora di più per sopravvivere all’inevitabile e auspicabile uscita greca dall’euro. «Pubblicamente, avete dichiarato che il fiscal compact, il patto fiscale che tutti noi (tranne la Gran Bretagna) abbiamo accettato di 9 dicembre, è la soluzione che l’euro richiede. Ma cerchiamo di affrontare la realtà, non dobbiamo essere troppo educati e deferenti: sappiamo tutti che questo non è vero. Non è vero perché anche con un trattato non c’è motivo perché i mercati credano alle nostre promesse di contenere il disavanzo pubblico e (nel caso dell’Italia) dimezzare il debito pubblico in rapporto al Pil. Queste promesse sono necessarie e importanti, ma non sono sufficienti e non sono credibili. «Non sono credibili a causa della Grecia, come ho già detto, ma anche perché il passaggio dal peccato alla virtù sta andando troppo per le lunghe. La politica e gli imprevisti sono destinati a intervenire, mettendo in forse le nostre promesse. E come ha sottolineato la Banca centrale europea, i mercati possono già vedere come tutti stiamo cercando di indebolire le disposizioni del trattato, per renderci più accettabile l’idea di mancare gli obiettivi del deficit e del debito. I mercati sanno che la Germania e la Francia nel 2003 hanno distrutto il patto di stabilità e crescita, quindi ci sta che diffidino ancora una volta di noi e delle nostre promesse. «No, miei cari colleghi, questo fiscal compact non è sufficiente, né i miei piani nazionali di austerità e liberalizzazione dei piani basteranno per distinguere in modo sicuro l’Italia dalla Grecia quando quel Paese andrà in default. L’unico modo per risolvere questo problema, l’unico modo per far sì che l’inevitabile uscita della Grecia non sia un disastro, è che voi due, il che significa soprattutto la Germania, accettiate la responsabilità collettiva per i debiti della zona euro, emettendo eurobond garantiti congiuntamente. «Questi eurobond possono avere una durata limitata nel tempo e devono essere subordinati sia al fiscal compact sia ai nostri piani di liberalizzazione interna. Ma senza di essi, l’euro semplicemente non sopravviverà. So che questo significherà che il credito di ognuno verrà declassato, proprio come lo è stata la Francia e che ci sarà un grande scontro nella politica tedesca. Mi dispiace di essere maleducato, ma come direbbero gli americani: Guardate in faccia la realtà. Svegliatevi e sentite l’odore del caffè. E voi sapete che il miglior caffè lo facciamo noi italiani».
L'etica delle tasse – Enzo Bianchi
Sono duemila anni che le parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma risuonano con forza per tutti i discepoli di Gesù Cristo. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto». Parole che, accostate a quelle che gli evangelisti mettono in bocca a Gesù stesso - «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» - dovrebbero orientare il comportamento dei cristiani verso le autorità civili, in particolare per quanto riguarda il contributo economico da versare per la gestione della cosa pubblica e per i beni comuni che lo Stato garantisce, non affidabili alla sfera privata dell’economia per il semplice fatto che i «profitti» che se ne traggono sono forzatamente dilazionati nel tempo. Ma se la risposta di Gesù a un quesito legato specificatamente a un «tributo da pagare a Cesare» è sovente ricordata ogni qualvolta si discute di laicità dello Stato o di atteggiamento da assumere da quanti sono al contempo cristiani e cittadini, non altrettanto si può dire dell’ammonimento di Paolo che viene troppo sbrigativamente relegato tra le indicazioni «datate», connesse a una situazione storica e sociale ormai scomparsa quale quella dell’impero romano. Eppure credo che possa essere prezioso, non solo per i cristiani, arricchire l’attuale riflessione sulle tasse, con questo concetto anche neotestamentario di «rendere» il dovuto a chi gli spetta, con questo invito al discernimento degli ambiti, al rispetto delle prerogative e dei limiti di ogni «signoria», sia essa politica o religiosa. Tale discernimento infatti mi pare strettamente legato alla consapevolezza o meno della propria appartenenza a una «comunità», del sapersi membra di un determinato corpo, ecclesiale o sociale. Quando, pochi anni fa, uno dei più seri, lucidi e preparati ministri dell’economia che il nostro Paese abbia mai avuto definì «bellissimo» il fatto di pagare le tasse, venne deriso: ormai smarrita ogni etica civile collettiva, chi aveva osato ricordare la bontà di un gesto solidale come il pagare le imposte finalizzate al bene comune non poteva che essere messo alla berlina. Ma il problema oggi come allora è proprio qui, nella mancanza di coscienza collettiva: non si può chiedere un gesto di condivisione a chi non sa più di essere parte di un organismo vivente, come non si può chiedere alle braccia o alle gambe di faticare per un corpo che esse considerano estraneo. Nel nostro Paese non si rispetta il principio anglosassone del «nessuna tassa senza rappresentanza» (infatti gli immigrati pagano le tasse ma non partecipano alle elezioni), ma nemmeno quello speculare del «nessuna rappresentanza senza tassa» (molti italiani all’estero non sono tenuti a pagare le tasse in Italia ma eleggono rappresentanti in Parlamento) e mi chiedo se uno dei motivi della progressiva disaffezione verso l’Europa non abbia anche a che fare con il fatto che non paghiamo direttamente alcuna tassa per il fatto di essere cittadini europei: cosa ho a che fare con quest’entità superiore che non ha una cassa comune alla quale io contribuisco? Si è infatti disposti a pagare di tasca propria solo per una realtà che ci supera ma che sentiamo nostra: dalle storiche società di mutuo soccorso, all’autotassazione spontanea in vista di un progetto condiviso, alle collette di solidarietà tra colleghi, alla decurtazione del salario conseguente allo sciopero, sempre siamo capaci di uscire dal nostro interesse particolare quando lo riconosciamo presente in un interesse più ampio, capace di includere non solo il nostro presente ma anche una comunità più ampia e il futuro, che speriamo migliore per noi e per le generazioni che verranno. Questo smarrimento del senso di appartenenza - il Comune non è più «comune» a nessuno, lo Stato non siamo noi, l’Europa è un mostro estraneo, l’umanità è un’entità vaga cui non appartengo - porta a una regressione verso la tribù, il clan, il legame di sangue (non a caso ancora oggi unico criterio per la cittadinanza in Italia), dove l’essere insieme è conseguenza di un dato biologico o di un condizionamento sociale e non di una libera scelta di persone libere che condividono fatiche e speranze, ideali e difficoltà, cultura e visioni del mondo, senso della giustizia e dell’equità, panorami e patrimoni artistici. È una tentazione presente anche tra i cristiani: ritenere che il corpo ecclesiale sia formato solo da chi ha gusti spirituali e orientamenti teologici simili ai nostri, non ci contraddice mai né ci disturba con i suoi bisogni; perdere la memoria di quanti hanno versato non solo qualche moneta nella cassa comune ma il loro stesso sangue per la vita degli altri; escludere dal nostro orizzonte nuovi compagni di cammino per non dover spartire con loro i nostri beni; sfruttare le risorse di tutti per il profitto di pochi; negare il futuro alle nuove generazioni per soddisfare ogni nostro capriccio... sono mali che attraversano le nostre comunità, civili e religiose. Le tasse sono un antidoto a questa deriva, sono la possibilità che mi è offerta di donare puntualmente ed equamente qualcosa della mia ricchezza perché possa crescere il bene comune, attraverso servizi, infrastrutture, strumenti educativi, opportunità sanitarie, condivisione allargata ad altri Paesi e popoli. Ormai vent’anni fa un prezioso documento della Cei - «Educare alla legalità», troppo velocemente dimenticato - analizzava con acutezza questa problematica e così concludeva: «Nel costruire una società sempre più autenticamente umana e più vicina al regno di Dio... i cristiani siano esemplari proprio come “cittadini”, sempre ricordando il monito del Concilio: "sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell’uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali"». Anche pagando le tasse.
"E' la sconfitta di Sarkò, bocciata la sua politica" – Alberto Mattioli
Parigi - Alla fine, tutto lo psicodramma francese per il downgrade della nota nazionale da AAA a AA+ da parte di Standard & Poor’s mostra per l’ennesima volta quanto l’economia sia più avanti della politica. La retrocessione della Francia i mercati l’avevano già prevista e scontata da tempo e infatti venerdì, mentre filtravano dall’America le prime voci, la Borsa di Parigi ha mantenuto il sangue freddo, chiudendo a meno 0,11%. Bazzecole. La notizia è tutta politica. Soprattutto perché è arrivata, guarda caso, a cento giorni dal primo turno delle Presidenziali (e, riguarda caso, un venerdì 13: ma nel Paese di Cartesio nessuno l’ha notato). Per Nicolas Sarkozy, che della salvezza della tripla A aveva fatto una bandiera, il colpo è duro. Se le opposizioni gongolano, non possono farlo troppo vedere. La disgrazia presidenziale è anche quella del Paese, quindi esultare sarebbe sconveniente. L’esercizio di equilibrismo è riuscito piuttosto bene allo sfidante socialista François Hollande, che ieri ha convocato i giornalisti per far sapere che «Sarkozy ha perduto la sua battaglia», ma «è stata retrocessa una politica, non la Francia». Poi ha elegantemente eluso le domande sulla possibilità che, una volta diventato Presidente lui, la AAA sì bella perduta si possa recuperare. E soprattutto su come farlo. La morale, dice Hollande, è che «non siamo più in prima divisione»: e finire in serie B, per la psiche dei francesi, è molto più grave di tre Waterloo. Quelli di «Libération», che detestano Sarkò, si sono divertiti con il titolone di prima pagina: «S RKOZY», così, senza la «A». Già, Sarkozy. Il Presidente tace. Grazie al cielo ieri era sabato, senza impegni ufficiali in agenda. Le solite gole profonde dell’Eliseo raccontano che sia nero e che chiedergli lumi sulla tripla A sia rischioso come andare da Napoleone a domandargli se davvero in Russia in inverno fa così freddo. Ma l’uomo è un combattente ed è certo che contrattaccherà. Intanto, conformemente alla regola-base della Quinta Repubblica che le buone notizie le dà il Presidente e quelle cattive le commenta il primo ministro, è toccata a François Fillon la conferenza stampa funebre. L’arringa difensiva è quella prevista: il governo non ha colpe, la retrocessione è principalmente legata «alla situazione della zona euro», di una nuova stangata non c’è bisogno, il deficit sarà ridotto al 3% nel ‘13, eccetera. Però sulla manovra si faranno aggiustamenti, «se necessari». Poi Fillon ha ripetuto il solito mantra, il dogma, in generale molto francese e in particolare molto gollista, della superiorità della politica sull’economia: «La Francia non si farà dettare l’agenda dalle agenzie». In teoria. In pratica, gli ultimi tre mesi di presidenza saranno quelli di un Sarkò più debole, «fragilisé». A cominciare dal summit con le parti sociali sul lavoro (con la disoccupazione che si sta per sfondare il muro psicologico del 10%) di mercoledì prossimo, dal quale, è chiaro, adesso sarà più difficile far saltar fuori qualche proposta costruttiva, perché di soldi per stimolare la crescita proprio non ce ne sono. Poi c’è il guaio tedesco. La retrocessione è resa molto più amara in Francia dal fatto che non sia toccata anche alla Germania. Tutti sapevano che quello fra Parigi e Berlino non è un matrimonio fra uguali, se non altro perché la disoccupazione è al 9,8% da questa parte del Reno e al 7,1 dall’altra e qui si esporta per 390 miliardi di euro e là per 976. Ma adesso il divario è ufficiale, assodato, certificato. Formalmente, non cambia nulla. Psicologicamente, ancor più di prima Frau Merkel ha diritto all’ultima parola. Sarà interessante seguire la coppia di fatto dei Merkozy nelle prossime uscite internazionali, la prima delle quali, guarda un po’, è fissata per venerdì a Roma. Che la retrocessione sia arrivata insieme a quelle di Italia, Spagna e Portogallo, a Parigi non è considerata un’attenuante. Semmai, un’aggravante. Fra i Paesi già sprezzantemente definiti «del Club Med», stavolta, c’è anche la Francia.
Repubblica – 15.1.12
Declassamento – Carlo Galli
(da 'de-', con significato di allontanamento e 'classe’ [latino classis], in quanto raggruppamento di oggetti che hanno caratteri comuni). Abbassamento di livello, degradazione.
Il termine indica comunemente un processo di declino sociale, cioè la discesa di una persona, o di una famiglia, nelle gerarchie della società, e nella considerazione pubblica. Ne sono conseguenze l'impoverimento e l'avvilimento. Ma con declassamento si intende anche la inferiore valutazione del debito di un Paese sovrano, a opera di agenzie internazionali deputate a stabilirne il grado di appetibilità per gli investitori finanziari. Il declassamento del debito segnala che è più rischioso prestare denaro al Paese debitore, con la conseguente maggiore difficoltà, per questo, di trovare finanziatori, e con la susseguente necessità di offrire tassi d'interesse più alti per invogliare gli acquirenti. Anche i titoli di debito pregresso e la moneta del Paese declassato subiscono una proporzionale perdita di valore. Sul significato politico del declassamento si possono fare riflessioni di ordine differente. In primo luogo, vi si può vedere una delle più notevoli manifestazioni della crisi dello Stato che, nell'età globale, si trova a dipendere da entità economiche straniere, e per di più private. Se sulla scena del mondo gli Stati, benché formalmente uguali, sono sempre stati in realtà diversi fra loro, quanto a sviluppo economico, potenza militare, influenza politica, produzione culturale, ai motivi di diversità oggi si aggiunge - e rischia di diventare prevalente - anche il giudizio sul debito, che distingue i Paesi in rispettabili e inaffidabili, e costringe questi ultimi a dolorose politiche di austerità per ritrovare credito (cioè per risalire la china). Di fatto, un Paese declassato è un Paese meno libero, più esposto a pressioni e più sottoposto all'imposizione (dall'interno o dall'esterno) di politiche economiche di severo risanamento. L'alternativa è rifiutare queste politiche, e fallire: ossia non essere più in grado di far fronte ai debiti, di pagare gli stipendi ai pubblici dipendenti, di approvvigionarsi di valuta pregiata per pagare le importazioni. Le conseguenze politiche di tutto ciò sono ben intuibili, in termini di destabilizzazione del sistema. Un altro ordine di riflessioni è invece sulle cause del declassamento. Che sono politiche come le conseguenze. La causa principale è, evidentemente, economica, cioè l'avere accumulato nel tempo un debito imponente, i cui interessi sono molto onerosi e possono esser pagati solo con l'emissione di nuovo debito. E questo è indirettamente un problema politico di gestione dello Stato sociale. Un'altra causa, però, è direttamente l'assenza di credibilità politica di un Paese. Ovvero l'idea internazionalmente diffusa che le promesse di risanamento economico che un Paese ha fatto siano non sincere, o impossibili da mantenere per la specifica conformazione politica del Paese stesso (e questo può essere il caso dell'Italia, in cui il governo Monti, pur stimato, potrebbe non essere accreditato come capace di vincere le resistenze delle corporazioni). Oppure, come nel caso dell'intera zona euro, l'idea che la governance della moneta, fondata (per volontà della Germania, che però dal declassamento non è stata interessata) sul solo rigore di bilancio e non su una politica economica espansiva - che implichi, a breve, un ulteriore indebitamento dello Stato ma che consenta la crescita dell'occupazione e del Pil - , sia depressiva e distruttiva. Infine, il declassamento può anche essere parte di un complessivo attacco geoeconomico al Paese, o ai Paesi, che ne sono colpiti. In fondo, quindi, il declassamento è un giudizio sul debito che non tiene conto solo del debito, ma di molti e complessi fattori politici. E' una sorta di contemporaneo Tribunale della Storia, che avrebbe bisogno di essere fronteggiato da grandi idee e da grandi personalità politiche. Che sono, purtroppo, il bene del quale i Paesi declassati sono più deficitari.
Vertice d'emergenza per chiedere aiuto alla Bce – Eugenio Occorsio
ROMA - È stato un vero consiglio di guerra. O meglio di guerra preventiva: il nemico sono gli speculatori che si scateneranno domani alla riapertura dei mercati contro l'Italia. Mario Monti, il ministro Corrado Passera, il viceministro Vittorio Grilli, il governatore Ignazio Visco: chiusi nell'ufficio del premier per due ore ieri pomeriggio a valutare le contromosse dopo la mattanza di S&P, nove downgrading in un colpo solo e la mortificante retrocessione dell'Italia. La parola d'ordine è: sangue freddo. E non drammatizzare una misura che in fondo i mercati potrebbero aver già scontato. In ogni caso si è deciso di procedere senza esitazioni su più fronti per dar vita a una rete di protezione intorno al nostro Paese e quindi allo stesso euro. Intanto coinvolgendo il più possibile la Bce perché allarghi sia il finanziamento alle banche sia gli acquisti di Btp sul secondario. Poi accelerando ulteriormente la nascita dell'Esm, il fondo monetario europeo, in modo che gli speculatori sappiano che per quanto possano picchiare contro un Paese troveranno un baluardo di difesa inespugnabile, non come il fragile e inefficace Efsf attuale. Ma soprattutto - e l'occasione perfetta è il vertice in programma mercoledì con Sarkozy e Merkel - scuotendo il partner tedesco perché ridimensioni la sua ossessione sul debito. Qui un imprevisto assist l'ha offerto a Monti, paradossalmente, proprio S&P: nel comunicato dell'altra notte, neanche tanto fra le righe, si faceva riferimento alle manovre draconiane e foriere di recessione che Berlino sta imponendo all'Europa pur di ridurre il debito. Allentare la morsa potrebbe creare insperati spazi per crescita. Proprio la mancanza di essa è alla base delle decisioni dell'agenzia, il cui direttore generale Moritz Kraemer ieri in teleconferenza ha confermato: "C'è il 40% di probabilità che l'area euro finisca in recessione con una perdita media di Pil dell'1,5% quest'anno. La risposta politica per ora, a partire dal deludente vertice dell'8 dicembre in cui ci si è limitati a delle raccomandazioni senza forza, è insufficiente. È mancata una svolta nella gestione della crisi, e ci sono esitazioni perfino nel riconoscerne le origini. Perciò le vulnerabilità a stress sistemici restano alte specie in Paesi quali Italia e Spagna". Insomma, persino S&P insiste sulla necessità di azioni forti e soprattutto comuni, echeggiando quanto ha dichiarato sempre ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: "E' urgente che l'Europa metta in campo la più forte volontà comune nel procedere sulla via dell'unità politica e dell'effettiva unione economica". Anche per S&P il tempo stringe. "Con il governo Monti la situazione in Italia è profondamente cambiata", ammette l'agenzia. "I venti contrari però sono forti. Basta un inciampo parlamentare con l'incrinarsi della fiducia dei partiti, la fine prematura dell'esecutivo, una resistenza strenua alle riforme da parte di interessi particolari o monopolisti tenaci, oppure infine una recessione più dura del previsto con una marcata riduzione del Pil pro capite, perché la situazione torni a precipitare". E a conferma che c'è poco da star tranquilli arriva la stoccata: "L'outlook sul lungo termine resta negativo e c'è almeno il 30% di possibilità che l'Italia subisca un nuovo downgrading quest'anno o il prossimo". A preoccupare S&P sono le prossime scadenze: "Solo fra febbraio e aprile l'Italia dovrà rifinanziare 130 miliardi, e può incontrare serie difficoltà, che quantomeno porterebbero ad un accorciamento delle scadenze del debito altrettanto dannoso".
Corsera – 15.1.12
Turno in fabbrica dalle 5 del mattino. Alla Luxottica i lavoratori dicono sì
Dario Di Vico
Un accordo che prevede l'ingresso in fabbrica alle 5 del mattino, realizzato non solo senza un minuto di sciopero ma con una stretta cooperazione tra azienda e lavoratori per scegliere insieme la soluzione più giusta. E' successo a Sedico in una fabbrica del gruppo Luxottica ed è la dimostrazione che dovremo abituarci a guardare sempre di più a Belluno per capire l'evoluzione delle relazioni industriali. Dal gruppo che fa capo a Leonardo Del Vecchio - una multinazionale da 62 mila dipendenti e 6 miliardi di euro di ricavi - continuano ad arrivare esperienze-pilota destinate a cambiare merito e metodo della negoziazione sindacale. Dopo il lancio del welfare aziendale la novità di questi giorni viene dall'intesa sugli orari che è stata raggiunta per 600 lavoratori del Centro distributivo di Sedico dove arrivano tutti gli occhiali prodotti nei 6 stabilimenti italiani. Lì vengono confezionati e ripartono per essere distribuiti in tutto il mondo, tranne la Cina servita dalle fabbriche in loco. La Luxottica aveva la necessità di aumentare la produttivitàdi Sedico facendo girare gli impianti non più solo dalle 8 alle 17 ma dalle 5 del mattino alle 20. Con l'ok dei sindacati confederali si è deciso di iniziare una consultazione tra i lavoratori. Sono state così avviate due sessioni di workshop (anche il lessico sindacale cambia!) per coinvolgerli e raccogliere indicazioni sugli orari e le esigenze personali. Al termine della prima i lavoratori hanno ricevuto un questionario con il menù degli orari formulati in base alle prime indicazioni e condivisi con Cgil-Cisl-Uil. Il secondo workshop è servito per esaminare i risultati del questionario e andare avanti nel confronto. Circa cento lavoratori addetti alla logistica hanno scelto l'orario dalle 5 alle 13, altrettanti hanno preferito la fascia dalle 12 alle 20. Il risultato per l'azienda è stato che la distribuzione è attiva dalle 5 del mattino alle 20, come da programma. Per quanto riguarda gli addetti al confezionamento degli occhiali i lavoratori hanno scelto di dividersi su due turni, il primo dalle 8 alle 17 e il secondo dalle 12 alle 20,30. L'esito di tutta la consultazione si è poi tradotto in un accordo formale sottoscritto con i sindacati. In virtù di questa intesa l'azienda di Del Vecchio potrà far arrivare 5 milioni di occhiali sul mercato un giorno prima rispetto al passato. I sindacati di categoria accettando il percorso proposto loro dalla Luxottica hanno dimostrato pragmatismo e maturità. Hanno scelto un metodo che porta alla consultazione preventiva dei lavoratori, alla costruzione di una soluzione condivisa dentro uno schema di collaborazione tra azienda e sindacato che può far invidia all'osannato modello tedesco. E' vero che alla fine è stato stipulato un accordo tradizionale ma il percorso è stato innovativo e costituisce un precedente di grande valore. Il sindacato avrebbe potuto rivendicare i suoi diritti di primogenitura organizzativa, negoziare «da solo» e invece ha capito che la consultazione preventiva avrebbe comunque rafforzato il suo radicamento e il clima di fabbrica. «L'intesa - commenta Nicola Pelà, direttore risorse umane del gruppo Luxottica - riflette un senso di adesione e vicinanza all'azienda non comuni, anche quanto, come in questo caso, si chiede di entrare in fabbrica alle 5 di mattina».
Liberalizzazioni, spunta il pacchetto frequenze. Tasse, rate variabili
Roberto Bagnoli e Mario Sensini
ROMA - Il governo procede sul decreto per le liberalizzazioni, nonostante le proteste delle categorie, tassisti in prima fila. I tecnici del sottosegretario Antonio Catricalà e del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, stanno ancora limando gli ultimi ritocchi al testo per la concorrenza che dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri del 19 gennaio, alla vigilia della trilaterale romana tra il premier Mario Monti, la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Ieri il professore ha ricevuto a Palazzo Chigi i segretari della maggioranza che sostengono il governo: Angelino Alfano (Pdl), Pierluigi Bersani (Pd) e Pier Ferdinando Casini (Udc), ognuno con alcune richieste per modulare la mappa degli interventi per far riprendere l'economia del Paese. Secondo le ultime indiscrezioni già dal prossimo consiglio dei ministri potrebbero arrivare novità per le frequenze televisive. Così l'assegnazione gratuita di sei canali agli operatori tv nazionali, secondo il meccanismo del beauty contest introdotto dall'ex ministro Paolo Romani, potrebbe essere rivista. Già lo stesso ministro Passera aveva definito «intollerabile», la concessione gratuita «di un bene di Stato, raro e prezioso». E la strada potrebbe essere quella indicata dallo stesso ministro: una riorganizzazione del perimetro delle frequenze con un'apertura secondo logiche di mercato non solo alle tv ma anche agli operatori di telecomunicazioni. Accanto a questo anche misure per l'innovazione digitale secondo la strada indicata dal garante per le comunicazioni Agcom. Intanto sale la protesta con le categorie pronte a dare battaglia. I tassisti, che sciopereranno il 23, hanno chiesto al governo di essere convocati minacciando blocchi e dando vita a scioperi selvaggi tanto da indurre il Garante a paventare la possibilità di una precettazione. I liberi professionisti annunciano manifestazioni unitarie il 21 a Milano e il 23 a Napoli. Evasione. Contenziosi a rate Stop ai vincoli sulla casa. Niente più ipoteca sulla casa se il debito con il fisco viene rateizzato. Nascosta nelle pieghe del decreto sulle liberalizzazioni, ancora in bozza, arriva una gran bella notizia per migliaia di contribuenti alle prese con i debiti tributari. In caso di dilazione del pagamento, infatti, si stabilisce che gli agenti della riscossione non possano procedere all’iscrizione ipotecaria sugli immobili. Molto spesso, infatti, l’istanza cautelativa del fisco, «impedisce al soggetto, nonostante il pagamento delle rate e quindi in regola con i pagamenti, di poter accedere al credito bancario», come sottolinea la relazione illustrativa di quello che dovrebbe essere l’articolo 4 del futuro decreto. I danni dell’ipoteca fiscale sono certi, mentre i vantaggi «irrisori», come riconosce il governo: in caso di vendita dell’immobile il fisco avrebbe la possibilità di una revocatoria nei confronti del debitore nell’arco dei successivi cinque anni, mentre la rateizzazione ha al massimo una durata di sei anni. Lo stesso articolo introduce anche la possibilità di dilazionare il debito con il fisco con rate variabili anziché costanti: più basse all’inizio e progressivamente crescenti fino a divenire stabili a partire dal terzo anno. Secondo l’esecutivo la misura aiuterebbe i contribuenti anche a stabilire un «rapporto positivo» con le strutture della riscossione. Rc Auto. Contrassegni con chip contro le truffe. Addio ai furbetti della Rc Auto. Il governo sembra aver trovato il sistema per risolvere il problema della falsificazione dei contrassegni assicurativi, un fenomeno che anche grazie all’incessante aumento delle tariffe, sta assumendo proporzioni gigantesche, tanto che secondo l’Aci in Italia circolano ben 3 milioni di automobili senza assicurazione. Come ovviare? Semplicissimo: facendo sparire i pezzettini di carta ed affidandosi all’informatica. I certificati assicurativi per la Rc Auto, secondo la bozza del decreto sulle liberalizzazioni, verrebbero «dematerializzati», e dunque sostituiti o integrati da sistemi «elettronici e telematici». Un chip che sarà "leggibile" anche dagli autovelox, dalle apparecchiature per gli accessi nelle Ztl urbane, dai rilevatori nella rete delle autostrade. Impossibile scappare: una macchinetta fotograferà l’automobile senza il chip assicurativo e la multa (con il preavviso di sequestro del veicolo) arriverà direttamente a casa. E magari a recapitarla non sarà il solito postino, perché con il decreto il governo ha liberalizzato anche il servizio di notifica delle multe e degli atti giudiziari, finora affidato in esclusiva a Poste Italiane. Taxi. Più licenze in cambio di tariffe e orari flessibili. Sarà la nuova Autorithy per i trasporti a stabilire i criteri per la liberalizzazione del servizio taxi. Anche se il governo, nella bozza del decreto sulle liberalizzazioni, indica una via molto chiara: più licenze, più flessibilità negli orari, le tariffe e la zona di lavoro. L’aumento delle licenze (a Roma sono 8 mila a Napoli 11 mila) dovrebbe essere accompagnato delle compensazioni "una tantum" per gli attuali titolari, cui potrebbe essere assegnato l’introito di un’eventuale asta, oppure attribuita una nuova licenza gratuita, con la possibilità di venderla o di affittarla. A fronte di questo il governo ipotizza maggior flessibilità «nella determinazione degli orari di lavoro», la possibilità di farsi sostituire alla guida da chiunque ne abbia i requisiti, di fare servizi fuori dall’area per la quale è stata rilasciata la licenza, ma anche «maggior libertà nella fissazione delle tariffe e nella loro pubblicizzazione in forma corretta e trasparente». Spiagge. Concessioni in gara per 4 anni (più 4?). Arrivano le gare europee, dunque aperte a tutti, per le concessioni del demanio marittimo, come spiagge e stabilimenti balneari. E la concessione, che oggi è praticamente eterna, non potrà avere una durata complessiva superiore ai quattro anni. I gestori degli stabilimenti balneari sono sul piede di guerra, e molti assessori regionali e comunali al turismo con le mani tra i capelli. La ragione è chiara: rispetto al sistema attuale, con le concessioni pluridecennali in eterna proroga, le nuove regole rappresentano una rivoluzione. Indispensabile, perché sulla modalità di affidamento delle concessioni demaniali la Ue ha già aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia. Il governo potrebbe aprire all’ipotesi di una concessione un po’ più lunga, quattro anni più quattro, ma non oltre. Riservando agli attuali gestori il diritto di prelazione, da esercitare pareggiando l’offerta del vincitore della futura gara pubblica. Banche. Le commissioni vietate su bancomat e carte. Sarà un decreto del ministero dell’Economia, e non più una convenzione tra le banche, a stabilire le caratteristiche dei nuovi «conti correnti di base» introdotti dall’esecutivo insieme alla limitazione all’uso del contante. E sarà sempre il Tesoro a stabilire, con lo stesso decreto, anche l’ammontare delle commissioni da applicare sui prelievi effettuati con una carta bancomat collegata al conto di base presso gli sportelli di altre banche. Il decreto sulle liberalizzazioni, inoltre, interviene con una norma generale sulle spese legate all’uso dei vari mezzi di pagamento. Restano vietate, salvo quelle che saranno indicate da Bankitalia. Buone notizie in arrivo anche per gli automobilisti. Chi accetterà l’installazione di una «scatola nera» sulla propria automobile, a spese della compagnia assicurativa, potrà beneficiare di uno sconto sulle tariffe della Rc Auto, così come chi accetterà di sottoporre l’auto ad un’ispezione prima della stipula del contratto.
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia e la Siria vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm