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Rassegna
stampa di Lorenzo
Manifesto – 15.5.12
Nakba. Mezzo secolo di catastrofi – Michele Giorgio
GAZA - Il 15 maggio non sarà mai una data come le altre per i palestinesi. E le iniziative ad essa collegate non saranno mai rituali. Il 15 maggio 1948, giorno della fondazione di Israele, per i palestinesi è la Nakba, la «catastrofe», la perdita della terra e l'esilio di centinaia di migliaia di profughi (oggi oltre 5 milioni) che a distanza di 64 anni chiedono di poter tornare nella loro terra d'origine. È la memoria collettiva di un intero popolo. E lo sciopero della fame nelle carceri israeliane di 1600 prigionieri politici (su circa 5mila) - contro la detenzione amministrativa - quest'anno si aggiunge al bagaglio di prove che i palestinesi affrontano da sempre. Poco importa se ieri sera è stata annunciata la fine della protesta nelle carceri, dopo la decisione delle autorità israeliane di accogliere, su insistenza dei mediatori egiziani, parte delle richieste dei detenuti in lotta. Ovunque oggi, dalla Galilea dove vive gran parte dei palestinesi d'Israele ai campi profughi libanesi che accolgono i più sfortunati tra i profughi, dalla Cisgiordania fino a Gaza, saranno i detenuti il punto di riferimento di ogni manifestazione e corteo. In particolare Bilal Diab e Thaer Halahla, che per oltre 70 giorni hanno rifiutato il cibo a rischio della vita. Secondo l'Associazione dei prigionieri palestinesi, i mediatori egiziani avrebbero strappato agli israeliani la fine della pratica dell'isolamento e la concessione alle famiglie di Gaza di visitare i propri parenti rinchiusi in carcere. Israele non ha accettato invece di rinunciare alla detenzione amministrativa, misura extra-giudiziaria illegale (una eredità del Mandato britannico sulla Palestina) per il diritto internazionale, che consente di incarcerare i palestinesi senza processo e solo sulla base di indizi e sospetti per un periodo di alcuni mesi. Una misura «cautelare» che in teoria può essere rinnovata all'infinito. Ne sa qualcosa Thaer Halahla, in detenzione amministrativa da due anni, che dal carcere militare di Ramle qualche giorno fa ha inviato, grazie al suo avvocato, una lettera alla figlioletta Lamar mai conosciuta. «Nonostante sia stato privato dal tenerti in braccio e dal sentire la tua voce - ha scritto Halahla - dal vederti crescere e muoverti in casa e nel tuo letto, e sia stato privato del mio ruolo di essere umano e di padre con mia figlia, la tua esistenza mi ha dato tutto il potere e la speranza... quando sarai grande capirai che la battaglia per la libertà è una battaglia per tornare da te, per non essere più portato via o privato del tuo sorriso e vederti di nuovo, perché l'occupante non mi porti via nuovamente da te». Una settimana fa la Corte Suprema israeliana aveva rifiutato l'appello presentato da Thaer Halahla e Bilal Diab che richiedeva il rilascio immediato per mancanza di accuse. L'accordo per la fine dello sciopero della fame è stato salutato con entusiasmo in Cisgiordania e Gaza ma risolve solo in parte la questione aperta delle detenzioni amministrative. Israele è disposto solo a rendere «meno pesante» il carico di questa misura che al momento colpisce 308 palestinesi. Un successo metà che è stato addolcito dalla denuncia (tardiva) dei ministri degli esteri dell'Ue della colonizzazione israeliana in Cisgiordania e Gerusalemme Est, considerata «incompatibile» con la soluzione dei due Stati per due popoli. Il documento europeo deplora l'accelerazione dell'ampliamento delle colonie israeliane negli ultimi anni, la moltiplicazione degli atti «violenza ed estremismo» da parte dei coloni e sottolinea «l'aggravamento» delle condizioni di vita dei palestinesi nella zona C (il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele). I ministri degli esteri ammoniscono infine che l'Ue «non riconoscerà alcuna modifica» delle linee antecedenti la guerra del 1967 (inclusa l'occupazione israeliana di Gerusalemme est) se non di fronte a un'intesa su scambi di territori concordata con i palestinesi. Per Israele il documento giunto da Bruxelles è una «lunga lista di richieste e critiche basate su un quadro parziale, prevenuto e unilaterale della realtà sul terreno».
Fine di Mondo o solo dell’euro – Marco d’Eramo
Ma se l'euro si disintegra è proprio Fine di Mondo? Fino a ieri fare questa domanda era appannaggio solo di qualche pericoloso estremista. Ai mitici «mercati» sembrava possibile distinguere fra salvati e sommersi dell'euro. Certo, con un regime di rigore estremo avrebbero sofferto a lungo - e forse sarebbero naufragati - tutti gli esseri umani che non dispongono di fondi, ma almeno i capitali si sarebbero salvati. Oggi invece rischiano di liquefarsi anche i preziosi capitali. Così il dubbio sulla moneta unica viene pure ai portavoce più ortodossi della finanza mondiale: The Economist ammette che salvare l'euro è auspicabile, «ma non a qualunque prezzo». Persino il presidente della Consob, l'organo di supervisione del capitalismo italiano, ieri si è lanciato contro «la dittatura dello spread»: Giuseppe Vargas ha detto infatti che «lo spread attribuisce ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, nei fatti vanificando il principio del suffragio universale» e compromettendo le stesse fondamenta delle democrazie europee: neanche Nichi Vendola o Mélenchon usano accenti così duri. Se anche i finanzieri si ribellano contro il rigore, se pure a loro i conti non tornano, siamo alla frutta. E che i conti non tornassero lo hanno già affermato con forza gli elettori greci, francesi, italiani, e domenica anche tedeschi che in modi diversi hanno tutti votato contro l'austerità e il rigore imposto dalla Germania e hanno detto che per la moneta unica hanno già dato abbastanza, forse troppo. Il dilemma è inaggirabile: senza il rigore l'euro va a picco; con il rigore soffocano tutti gli europei. In questa morsa sono presi tutti, a cominciare dal neo presidente francese. Nel vertice di domani con la cancelliera tedesca, e comunque entro 20 giorni, François Hollande deve strappare ad Angela Merkel almeno qualche concessione di sostanza per avere un risultato presentabile da mostrare ai francesi il 10 giugno, se vuole disporre di una maggioranza nel nuovo parlamento che uscirà allora dalle urne. Nella stessa morsa si trovano gli elettori greci che con ogni probabilità dovranno tornare a votare anch'essi il mese prossimo. E così gli spagnoli che hanno sono sull'orlo di un disastro bancario senza precedenti, solo rimandato dalla nazionalizzazione di Bankia. Gli stessi finanzieri tedeschi, dietro l'oltranzismo rigoristico, in realtà tremano: l'uscita della Grecia dall'euro trascinerebbe con sé in prima istanza Irlanda e Portogallo, e in seconda battuta farebbe affondare le banche spagnole e italiane, di rimbalzo colpendo al cuore il sistema produttivo tedesco: cioè nelle sue esportazioni. Detto in soldoni: la dissoluzione dell'euro a breve termine è già all'ordine del giorno nelle cancellerie, e nelle stanze del potere, anche se nessuno lo ammette apertamente. E non è detto che sia una tragedia. Certo, il primo anno sarà terribile, ma forse non peggiore di quel che ci aspetta se continuiamo a stringere la cinghia fino a deperire d'inedia.
O così o Acropoli addio! – Anna Maria Merlo
PARIGI - Forse non saranno i dieci giorni che cambiano l'Europa, ma una nuova pagina si apre. Oggi ci sarà il primo incontro tra François Hollande e Angela Merkel, che aspetta a Berlino, dopo la cerimonia di investitura a Parigi, il nuovo presidente francese «a braccia aperte» dopo la severa sconfitta in Nord Renania-Westfalia proprio sulla questione del dilemma austerità/crescita. L'arrivo di Hollande, che si è fatto eleggere promettendo di rinegoziare l'austerità europea, «accelera la riflessione e crea una nuova dinamica», ha affermato Elio Di Rupo, primo ministro socialista belga e «amico da vent'anni» di Hollande. Non è ancora certo che oggi Hollande presenti a Merkel il suo «memorandum», che sarà comunque pronto per l'esordio del neo-presidente a Bruxelles, il 23 maggio, al vertice informale. Sul tavolo, ci sarà quel giorno anche il programma per la crescita «senza spesa» in sei punti della Germania. Una decisione non è attesa prima del Consiglio europeo di fine giugno. Le grandi linee del memorandum di Hollande sono note: sblocco dei crediti europei inutilizzati, creazione dei project bonds per finanziare grandi progetti europei nell'energia e nelle infrastrutture, tassa sulle transazioni finanziarie e nuovo ruolo della Bce. In discussione c'è anche la proposta, analizzata ieri dal parlamento europeo, del Fondo di redenzione del debito (su proposta di Guy Verhofstadt, Daniel Cohn-Bendit e Roberto Gualtieri), per dare una garanzia collegiale ai debiti pubblici nazionali che superano il 60%. Ieri c'è stata a Bruxelles una riunione dell'Eurogruppo, dove la Francia, che conoscerà solo oggi il nome del primo ministro e domani la composizione del governo di transizione (fino ai risultati delle legislative il 17 giugno), era rappresentata da un ambasciatore. Sul tavolo dei ministri delle finanze della zona euro: la crisi greca, la Spagna e le nomine (successione di Jean-Claude Juncker alla presidenza dell'Eurogruppo, presidenza del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità e un posto alla direzione della Bce). Di fronte alle notizie confuse che arrivano da Atene, la posizione della Commissione e dei partner Ue è di fermezza: mercoledì scorso già non è stata versata alla Grecia l'integralità della tranche di aiuti prevista e ora c'è la minaccia di sospendere ogni intervento. In queste ore si sono moltiplicate le pressioni sui partiti greci perché trovino una soluzione politica in fretta (entro giovedì, in caso contrario in Grecia si rivota il 17 giugno). José Manuel Barroso ha ripetuto la posizione dei duri tedeschi: «Se gli accordi non vengono rispettati - ha minacciato il presidente della Commissione - non ci sono più le condizioni per continuare con un paese che non rispetta gli impegni». Come ha riassunto Der Spiegel, gli europei potrebbero essere tentati di dire «Acropoli addio!» e di spingere Atene a uscire dall'euro (e dalla Ue, i trattati non prevedono altro), visto che, come ripete da giorni Wolfgang Schaüble, ministro delle finanze tedesco che aspira alla presidenza dell'Eurogruppo, «la zona euro ha le spalle abbastanza larghe per sopportare l'uscita della Grecia». Redini invece più lunghe per la Spagna: ormai è certo che Madrid non riuscirà a rispettare gli impegni del 3% di deficit entro il 2013 (le previsioni parlano di 6,3%) e potrebbe essere dato più tempo. La decisione, comunque, non verrà presa prima di fine mese, dopo il rapporto della Commissione sulle politiche e le riforme strutturali, previsto il 30 maggio. Venerdì ci sarà il primo incontro bilaterale tra Hollande e Mario Monti, a margine del vertice di Camp David.
Partita a tre, Hollande, Merkel e la Spd – Guido Ambrosino
Martedì sera, subito dopo l'investitura come presidente della repubblica francese, il socialista François Hollande verrà a Berlino per un primo incontro con la cancelliera democristiana Angela Merkel, indebolita dalla batosta per il suo partito alle regionali in Nordreno-Vestfalia. Con questa visita si apre un braccio di ferro, che non sarà di breve durata, tra Parigi, nuova metropoli del centrosinistra europeo, e Berlino, ancora - ma per quanto? - capitale del centrodestra. Oggetto del contendere: il dosaggio tra rigore finanziario - finora unilateralmente imposto da Merkel - e sostegno alla domanda e alla crescita. Hollande dovrà vedersela non solo con Angela Merkel che, pur ammaccata dalla perdita di 8,2 punti per la Cdu al Landtag di Düsseldorf, rimarrà alla cancelleria fino alle elezioni politiche del settembre 2013. E, a giudicare dagli attuali rapporti di forza, potrebbe restarci pure nella legislatura seguente, alla guida di una Große Koalition con i socialdemocratici. Il presidente francese dovrà convincere anche i «compagni» della Spd, che già cogestiscono di fatto la Repubblica federale tedesca, grazie al loro peso nel Bundesrat, la camera dei Länder. La ratifica del patto fiscale europeo, che in Germania richiederà una maggioranza costituzionale di due terzi sia al Bundestag, sia al Bundesrat, non si potrà fare senza un accordo con la Spd. Questa Spd è un Giano bifronte. Si è congratulata per la vittoria di François Hollande, ma sottobanco lo considera un avventurista. La sua idea di tassare al 75% i patrimoni milionari appare ai socialdemocratici tedeschi «puro populismo», anche se non lo scrivono nei comunicati ufficiali. Nonostante i sinceri sforzi del presidente Sigmar Gabriel per smarcare la Spd dal lascito neoliberista dell'era Schröder, la Spd resta compromessa con l'ideologia del pareggio di bilancio. La madre di tutti i rigori eurofiscali, la norma frenadebito introdotta nell'agosto 2009 nella costituzione tedesca dalla grande coalizione Cdu-Spd (al governo dal 2005 al settembre 2009), porta la firma di Peer Steinbrück, all'epoca ministro delle finanze. E ancora in pista, accanto a Gabriel e al capogruppo parlamentare Steinmeier (altro schröderiano, architetto dei tagli al welfare di Schröder, poi ministro degli esteri nella grande coalizione), in una terna di possibili candidati alla cancelleria nel 2013. L'emendamento frenadebito di Steinbrück - che a regime imporrà al deficit del Bund un tetto dello 0,35 per cento del Pil nel 2016, e il divieto assoluto di deficit per i Länder nel 2020 - è il modello delle norme costituzionali sul pareggio di bilancio che Merkel pretende per i paesi dell'euro. Modello rifiutato da Hollande, ma subìto in Italia dal Pd, che a aprile ha sciaguratamente acconsentito a introdurlo nella nostra costituzione. L'affermazione rosso-verde alle regionali di Düsseldorf è un buon auspicio. Ma a poco servirà se la sinistra europea non si ricorderà di essere sinistra, non solo a Parigi, anche a Berlino e a Roma.
Governo di soli tecnici? - Argiris Panagopoulos
ATENE - La Grecia dovrebbe andare a nuove elezioni a giugno, visto che la coalizione della sinistra radicale Syriza ha resistito alle sirene della Commissione Europea, della troika e dei banchieri e industriali greci, tenendosi lontana da ogni compromesso governativo o politico con Nuova Democrazia e Pasok. Anche se oggi i partiti del memorandum ci riproveranno, un po' all'italiana: «Adesso puntiamo a fare un governo di tecnocrati», ha detto ieri sera il leader del Pasok, Evangelos Venizelos. Oggi a mezzogiorno il capo dello Stato, Karolos Papoulias, presiederà infatti una riunione con i leader di tutti i partiti eletti in parlamento - con l'esclusione di Alba Dorata (estrema destra) - per prendere in esame l'ipotesi di formare un governo di personalità non politiche. Il presidente della repubblica Papoulias aveva convocato ieri sera il leader della Nuova Democrazia Samaras, del Pasok Venizelos e della moderata Sinistra Democratica Kouvelis per provare l'ultimo tentativo per la formazione di un governo di coalizione che rispettasse gli accordi firmati con gli strozzini dei mercati. Il leader di Syriza Tsipras ha rifiutato l'invito «selettivo» di Papoulias e ha dato la sua disponibilità per un incontro diretto solo con il presidente della repubblica. Come dovrebbe avvenire oggi. Negli ultimi giorni, Tsipras e i dirigenti di Syriza si sono trovati in affollatissime assemblee e riunioni circondati da tantissima gente che chiede loro di continuare le lotte e le proteste nei luoghi di lavoro e nelle piazze per cacciare i conservatori e i socialisti dal goverrno. Molta gente crede che le nuove elezioni saranno inevitabili e spera in un governo della sinistra. La sconfitta di domenica della cancelliera tedesca Angela Merkel ha riacceso la speranza dei greci che la lotta comune contro le politiche neoliberali possa cambiare la politica dell'Europa. Il «tecnico» premier uscente Papadimos da parte sua ha avvertito che la liquidità del governo diminuisce, riccattando indirettamente la sinistra affinché accetti la formazione di un governo per garantire i crediti e il pagamento delle pensioni e degli stipendi dei funzionari pubblici. Mentre il ministro delle Finanze in carica Saxinidis è andato con perplessità a Bruxelles per partecipare alle riunioni dell'eurogruppo e dell'Ecofin. Il governatore della Banca Centrale di Grecia Probopoulos dovrà chiedere giovedì ai suoi colleghi del consiglio direttivo della Banca centrale europea una nuova montagna di soldi per salvare le banche greche. Da parte sua il partito comunista di Papariga aveva chiamato ieri ad una manifestazione a Pedio Areos, lontano dal parlamento, denunciando senza distinzioni i leader dei conservatori Samaras e il socialista Venizelos insieme ai leader della sinistra Tsipras e Koubelis di «una campagna di ipocrisia, disorientamento, ricatti e creazione di nuovi dilemmi falsi da utilizzare per la sottommissione del radicalismo popolare». Secondo Kke e Papariga, Syriza e Sinistra Democratica sono pronti a creare un nucleo di centrosinistra per governare il paese e non portarlo fuori dall'Unione Europea e dell'eurozona. I sindacati greci del settore privato sono da oggi sul piede di guerra perché entra in vigore l'abolizione dei contratti collettivi nazionali imposti dalla troika, che porteranno tra le altre cose alla diminuzione degli stipendi. Il ministero del Lavoro ha cercato di tranquillizzare invano i lavoratori, sostenendo che l'applicazione delle nuove misure non significa l'automatica cancellazione di tutti i contratti nazionali e l'immediata diminuzione dei salari. Intanto continua lo scontro del neonazi Mixaloliakos con i giornalisti greci, che hanno fatta una vera gara tra di loro per accomodarsi nelle poche sedie a disposizione appena lo hanno visto entrare in parlamento. I meno fortunati si sono seduti per terra pur di disobbedire alla pretesa del nuovo Cesare ateniese di vederli in piedi quando entra in una sala. Poco dopo il sito dei neonazi ha sfornato un nuovo duro attacco contro i giornalisti.
Madrid si arrende: «L'austerità non basta» - Jacopo Rosatelli
MADRID - In una giornata ad altissima tensione sui mercati, con lo spread ai suoi massimi storici (490 punti base) e la borsa di Madrid che perde il 2,66%, il governo spagnolo riconosce l'inutilità delle politiche di austerità messe in pratica sino ad ora. Senza dirlo esplicitamente, come ovvio: ma la sostanza non cambia. Il ministro dell'economia Luis De Guindos ha dichiarato ieri a Bruxelles che «la Spagna ha preso tutte le misure adeguate per stabilizzare l'economia e tornare a crescere» e che, d'ora in avanti, il suo destino è nelle mani delle istituzioni europee: un'implicita ammissione che tutte le «riforme» fatte in quattro mesi di governo non solo non sono servite a «uscire dalla crisi», ma neppure a calmare un po' le acque della tempesta finanziaria. Diminuire le tutele dei lavoratori di fronte ai licenziamenti, ridurre il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali o aumentare le tasse universitarie e introdurre i ticket sanitari, insomma, non fanno sì che lo spread scenda a livelli sostenibili. Ci vuole altro. Ad esempio, smontare pezzo a pezzo la «mega-macchina del finanzcapitalismo», secondo la definizione di Luciano Gallino, e abbandonare l'ortodossia neoliberale. Ma nessuno può aspettarsi che l'esecutivo conservatore di Mariano Rajoy, scolaretto obbediente ai dettami di Angela Merkel e della Bce, si spinga a tanto. Eppure basterebbe trascorrere una mezza giornata nella madrilena Puerta del Sol, di nuovo popolata di indignados in questo anniversario del movimento 15-M, ed unirsi alla sempre partecipata assemblea dedicata alle questioni economiche: i ministri del Partido popular potrebbero cominciare a farsi un'idea delle possibili alternative alle fallimentari ricette della cosiddetta «austerità». E anche delle ragioni per la quali il Paese iberico sia precipitato, in pochi anni, da una fase di «sviluppo» che pareva inarrestabile all'attuale stato di recessione e di disoccupazione di massa. Una per tutte: l'esplosione della bolla della speculazione immobiliare, nata negli anni di José María Aznar e molto amabilmente «tollerata», mentre continuava a crescere, in quelli del socialista José Luis Rodríguez Zapatero. Ieri mattina, a Madrid, un'azione di protesta di fronte alla sede di Bankia, l'istituto di credito recentemente nazionalizzato dal governo, ha voluto ancora una volta ricordare le responsabilità del settore bancario nella concessione di mutui facili e nel conseguente dramma di migliaia di famiglie iper-indebitate e sotto sfratto, perché impossibilitate a pagare. Le attività del movimento 15-M stanno continuando senza interruzione dalla giornata di sabato, quando grandi manifestazioni hanno attraversato le principali città spagnole. Gli epicentri sono, come sempre, Madrid e Barcellona. Nella capitale catalana tutto si sta svolgendo con maggiore tranquillità, dal momento che il governo locale (della federazione nazionalista Convergència i Unió) ha deciso di permettere ad alcune centinaia di indignados di accamparsi con le tende, fino ad oggi, nella centrale Plaça Catalunya. Una scelta che stupisce positivamente, viste le precedenti performance del Conseller d'interior (ministro regionale degli interni), Felip Puig: in precedenti occasioni si era sempre distinto per la politica di «tolleranza zero» verso «il disordine urbano». Diversa, invece, l'attuazione della polizia a Madrid. Per ordine della Delegada del Gobierno (l'equivalente di un nostro prefetto), Cristina Cifuentes, sono state sgomberate nella notte di sabato e in quella di domenica le acampadas nella simbolica Puerta del Sol. Gli attivisti accusano le forze dell'ordine di avere agito con violenza, colpendo a manganellate alcune persone «colpevoli» solo di chiedere ai poliziotti di esibire il numero di riconoscimento che, per legge, dovrebbero portare sulla divisa. Diciotto gli arrestati, da ieri tutti nuovamente liberi. Critiche per gli sgomberi sono giunte dal leader di Izquierda Unida, Cayo Lara, mentre il Partito socialista ha denunciato come «non sia stato rispettato appieno il diritto di riunione e manifestazione». Una posizione condivisa dal portavoce di Jueces para la Democracia (la Md spagnola), Ximo Bosch, che ritiene che gli sgomberi siano stati «azioni lesive dei diritti fondamentali».
In Nordreno-Vestfalia torna la normalità Spd – Guido Ambrosino
BERLINO - Col trionfo rosso-verde di domenica scorsa, per certi versi il Nordreno-Vestfalia torna alla «normalità». Dal 1956 al 2005 la regione alla confluenza della Ruhr nel Reno era sempre stata governata da socialdemocratici. C'erano voluti due schröderiani, Wolfgang Clement tra il 1998 e il 2002 e Peer Steinbrück, tra il 2002 e il 2005, per rompere il patto politico col sindacato Dgb, per mandare in malora i legami tra Spd e classe operaia in uno dei più antichi distretti industriali (che ancora contribuisce quasi per il 22 per cento al prodotto nazionale), e essere ricacciati all'opposizione. La successiva gestione di centrodestra tra il 2005 e il 2010, col democristiano Jürgen Ruttgers, si è rivelata un intermezzo. Già nel maggio del 2010 il Nordreno-Vestfalia, Land più popoloso della Germania con i 18 milioni di abitanti, era tornato alla Spd, nella persona di Hannelore Kraft, alleata ai verdi guidati anche loro da una donna, Sylvia Löhrmann. Questo tandem femminile avrebbe potuto allargare la coalizione alla Linke, entrata allora al Landtag di Düsseldorf col 5,6%. Ma la signora Kraft, sebbene le mancasse un seggio per la maggioranza assoluta, non ne volle sapere. Ripiegò su un governo di minoranza, contando sull'astensione dei socialisti nei passaggi cruciali, a cominciare dalla sua elezione a ministra-presidente. Il governo di minoranza rosso-verde è naufragato nel marzo scorso, quando gli è venuto a mancare il sostegno del Landtag sul bilancio. Di qui le elezioni anticipate. Il voto del 13 maggio garantisce ora al tandem Kraft-Löhrmann una solida maggioranza di 128 seggi su 237. La Spd avrà al parlamento regionale 99 deputati, i Grüne 29. In percentuale i socialdemocratici sono di nuovo il primo partito col 39,1% (+ 4,7). I verdi, con l'11,3 (-0,8), flettono lievemente, ma non crollano. A fare un tonfo clamoroso è l'Unione cristiano-democratica, guidata dal ministro federale all'ambiente Norbert Röttgen. Già nel 2010 la Cdu era scivolata in Nordreno-Vestfalia al 34,6%, il più basso quoziente del dopoguerra. Ma al peggio non c'è mai fine. Röttgen è riuscito a perdere altri 8,2 punti, precipitando al 26,3%. Il capolista democristiano, che pure aveva cercato di presentare il voto regionale come un referendum sulla politica europea del rigore - «La cancelliera non può essere credibile sul piano internazionale, se il maggiore Land tedesco continuerà a avere bilanci in deficit» - si è preso interamente la colpa. «Ero il capolista, questa sconfitta è innanzitutto la mia sconfitta. Rassegnerò le mie dimissioni dall'incarico di presidente regionale della Cdu», ha dichiarato Röttgen, dieci minuti dopo la chiusura dei seggi e la diffusione delle prime previsioni alle 18 di domenica. Onore alla sua velocità nella ritirata. Errore principale di Röttgen è di aver dato l'impressione di essere molto più interessato alla propria carriera politica a Berlino che alla politica della sua regione. Aveva lasciato a capire che, in caso di sconfitta, non avrebbe rinunciato alla sua poltrona di ministro federale dell'ambiente per sedere sul duro banco dell'opposizione nel Landtag. Con la perdita del controllo sull'organizzazione regionale democristiana in Nordreno-Vestfalia, può ora dire addio alle sue ambizioni di delfino di Angela Merkel, potenziale suo successore alla cancelleria. Dicevamo che il Land di Düsseldorf torna alla sua «normalità» socialdemocratica. Ma il passato non si può replicare in una Germania non più bipolare, anzi sempre più politicamente frastagliata. La Spd torna a essere il primo partito nel Nordreno-Vestfalia col 39,1%, non col 52,1% che aveva nel 1985. La torta della rappresentanza, a sinistra della Cdu, va divisa con altri commensali. Con i verdi. Con i Pirati, il partito anticasta tedesco, entrato alla grande col 7,8% nel Landtag di Düsseldorf (dopo i successi a Berlino, nella Saar, nello Schleswig-Holstein). Anche con i socialisti della Linke, che in Nordreno-Vestfalia sono retrocessi al 2,5% (-3,1), sotto la soglia di sbarramento. La Linke è in difficoltà nelle regioni dell'ovest, ma, forte del radicamento all'est, resterà nel parlamento federale anche dopo le politiche del 2013. A Düsseldorf la periclitante Fdp, guidata da un giovane di belle speranze, Christian Lindner, è miracolosamente risalita all'8,6%. Ma ciò nonostante, il campo di centrodestra è appena al 34,9. Se allarghiamo lo sguardo ai sondaggi sull'intera Repubblica federale, democristiani e liberali totalizzano adesso il 38% (34% per Cdu-Csu, e 4% per la Fdp, sotto la soglia di sbarramento). Pure il fronte rosso-verde è lontano da una maggioranza, quotato al 40% (27% alla Spd, 13% per i verdi). Se questi orientamenti saranno confermati alle politiche del 2013, si riproporrebbe una grande coalizione Cdu-Spd.
Troppi incapaci per non fallire - Francesco Paternò
Meglio credere agli incapaci o agli indignati? Sopra la banca c'è sempre un uomo, mai una donna. Questa volta si chiama Jamie Dimon, guadagna 23 milioni di dollari l'anno e ne fa perdere 200 al giorno scommettendo in modo sbagliato. Sotto la banca, la JP Morgan, una bancona d'affari americana, ci sono migliaia di persone che perderanno tutto. Hanno scommesso sul trader sbagliato. Sul nostro conto, la Grecia sta annegando nonostante un uomo della Bce sia stato messo a governarla e la Spagna ha preferito nazionalizzare la quarta banca del paese piuttosto che lasciarla nelle mani del presidente, un ex direttore del Fondo monetario internazionale. Non è un problema di ideologia. Sono troppo incapaci per non fallire. Eppure non è il 2008 e non è nemmeno la Lehman Brothers che ormai vive solo nei film (Too big to fail, Margin Call). E' una domenica di maggio del 2012, quando Dimon, presidente amministratore delegato (ceo) della JP Morgan, va in tv e dice: c'è stato un «errore madornale». La sua banca ha perduto almeno 2 miliardi di dollari in due settimane, ma quasi certamente il conto potrebbe salire a 3, o a chissà quanto. Il giorno dopo il portavoce della Casa Bianca va anche lui in tv e dice «è pazzesco che dopo il 2008 ci sia ancora qualcuno che sostenga che dovremmo lasciare Wall Street a scriversi le regole dal sola». Già: sono quattro anni che tutto continua come prima, come se lo tsunami finanziario provocato dalla speculazione finita fuori il controllo dei nostri, avesse travolto milioni di vite inutilmente. JP Morgan è una forte scossa, ma se diventasse un terremoto potrebbe far tremare Barack Obama, che ha salvato altre banche americane, ma non è riuscito a imporre una riforma alla finanza. Secondo un copione scritto meglio a Hollywood, Dimon sta per offrire agli azionisti alcune teste dei responsabili del buco, per salvare se stesso. La numero due, un alto dirigente di origine latina, il capo delle operazioni europee, il suo braccio armato sui mercati, un francese noto alla City come The Whale (gli squali lasciamoli al cinema). Dimon punta a cadere in piedi: in fondo non ha fatto casini nel 2008, nel 2011 ha guadagnato più o meno come nel 2010 (nessun aumento, ma era stato il più pagato di tutti), ha chiuso il primo trimestre di quest'anno con utili in calo rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso ma pur sempre con 5,4 miliardi di dollari, promesso un aumento del dividendo agli azionisti del 20% (oggi sa d'assicurazione sulla vita, tanto più che sapeva già di perdere soldi quando l'ha fatta alla fine di aprile). Uno così se lo mangia a colazione il Michael Douglas di Wall Street: domenica in tv ha sottolineato come questa clamorosa perdita sia successa non per sua incapacità, ma in un «momento davvero molto sbagliato» per le battaglie che sta conducendo insieme agli altri banchieri contro il governo e la riforma delle regole della finanza. Che infatti slitta di stagione in stagione, scivolata alla fine dell'anno. Sempre che Obama venga rieletto e riesca lì dove finora ha fallito o che la Jp Morgan non riveli perdite ancora più stellari, che impongano un'accelerazione alla legge. L'ambiente è tossico, lo ha detto anche Greg Smith, il più famoso di tutti loro, il capo operazioni derivati della Goldman Sachs andato via qualche mese fa sbattendo la porta. Anche se dalla finestra gli è poi arrivato un assegno da 1,5 milioni di dollari per scrivere tutto in un libro. Per capire come la JP Morgan (la più solida, nessuna ironia) abbia scoperto di avere meno terra sotto i piedi, basta leggere le targhette degli uffici di New York. Il dipartimento dove si gestiscono i rischi - scommettendo sui derivati - si chiama Chief Investement Office, guidato dal 2005 da Ina Drew, donna e dunque la prima a saltare. Investement? Per pararsi dalle esposizioni dei debiti sovrani europei e dal prossimo default greco, l'ordine dell'ufficio era di alzare l'asticella del rischio di ogni operazione per guadagnare di più. Ceduta l'asticella, il buco è diventato una voragine non più occultabile. Alla JP Morgan, il sacrificio umano di Drew dovrebbe essere seguito da quello di Achilles Macris, strappato alla concorrenza nel 2007 e messo a Londra a dirigere le operazioni europee. Sì, è un greco. Questo nemmeno i migliori writers di Hollywood lo avrebbero immaginato.
Lo spread, il nuovo «dittatore» - Francesco Piccioni
Che scherzi fa la crisi... Ricordate Giuseppe Vegas, berlusconiano della prima ora e viceministro dell'economia con Giulio Tremonti? Ora è presidente della Consob, autorità di controllo sulla borsa italiana. Ieri ha parlato all'interno di Piazza Affari seminando una serie di considerazioni decisamente eccentriche rispetto al suo ruolo e all'area politico-culturale di provenienza. Un esempio per tutti: dal suo punto di osservazione ha notato che cresce «l'insofferenza nei confronti della 'dittatura dello spread'», perché «affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri». I quali discendono «da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all'assunzione delle decisioni che ci riguardano». Impossibile non concordare. Ma suona strano in bocca a chi - da governante - trovava normalissimo che (sotto Marchionne, in Fiat) i lavoratori non potessero decidere sul loro contratto di lavoro tramite referendum, né scegliersi il delegato o il sindacato cui iscriversi. Ma le elezioni in Grecia, Francia, Italia e persino in Germania dicono che non è salutare continuare su quella strada. «La gente» non ci sta. E quindi diventa obbligatorio far capire di aver capito, suggerendo che «è giunto il momento di affiancare alle manovre di risanamento scelte che possano garantire una crescita stabile». Certo, può suonare ancora più strano che un ex frequentatore della «finanza creativa» tremontiana si lasci scappare giudizi come «l'innovazione finanziaria può essere positiva, ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformi in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie». O che contesti un'eccessiva «uguaglianza» nelle sanzioni verso chi ha messo in atto comportamenti di mercato poco o molto pericolosi per il loro funzionamento; fino a decidere che l'attività di vigilanza del suo istituto deve essere indirizzata «verso i comportamenti maggiormente dannosi per l'intregrità dei mercati», concentrando perciò «l'azione repressiva» sulle condotte illecite «più rilevanti». In termini di soldi spostati, vien da pensare. La giornata era anche giusta. Il disastro in Jp Morgan rivela infatti che il mercato dei «derivati» - completamente privo di regolamentazione, con scambi sempre over-the-counter - funziona come moltiplicatore dei rischi invece che come loro «gestione competente». E, in generale, che le politiche di contrasto della crisi fin qui messe in atto l'hanno semplicemente aggravata. Eppure i mercati non riescono a cambiare logica, visto che la loro unica molla è il profitto a breve termine. Ieri il crollo delle piazze finanziarie è stato consistente e globale. Molti commentatori l'hanno attribuito all'impossibilità di formare un governo in Grecia, e quindi alla sempre più probabile uscita di Atene dall'euro. Ma i più accorti guardavano in realtà all'esito delle elezioni in Nord Reno Westfalia (oltre che a Jp Morgan), le quali - decretando una batosta di proporzioni inattese per la coalizione della Merkel - mette in seria discussione la governance europea per come si era fin qui definita. Sarkozy è andato, e Hollande parte con l'obiettivo di rivedere molte scelte, a partire dal fiscal compact e dall'obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Ora la Merkel - lo vedono proprio tutti - è molto più debole; e non si può pensare di governare 17 paesi con i diktat della Bundesbank o quelli della Bce. È saltata insomma la «linea Maginot» del rigore a tutti i costi, di cui fin qui aveva beneficiato la sola Germania, messa in condizione di potere rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero e guadagnando su quello altrui tramite le proprie banche. È questa la notizia davvero pessima per gli «investitori istituzionali» (quelli dai grandi numeri), che hanno bisogno di «certezze» per potersi lanciare in scommesse folli. I numeri sono impietosi. Le borse europee sono andate tutte molto male, con ovviamente i poveri greci all'ultimo posto (4,27%) e una lista di perdite che sembra un cimitero (Piazza Affari a -2,74, addirittura «in risalita» dopo aver ceduto oltre il 3,5% durante la seduta; e poi Madrid -2,66, Londra -1,97, Parigi -2,29 e Francoforte -1,94). Ma nemmeno Wall Street poteva sorridere (la «squadra» licenziata da Jp Morgan era non a caso composta dagli speculatori contro l'Europa): a due ore dalla chiusura perdeva lo 0,7%, ma era partita anche peggio. In crisi netta l'euro, sceso al di sotto dell'1,29 contro il dollaro Usa. Ma la misura sull'andamento dell'economia è come sempre dato dal prezzo del petrolio. In discesa (a 94,5 dollari al barile per il Wti, -1,6%). Perché se l'economia reale va male, si consuma meno energia.
Gli operai assediano le banche – Marina Dalla Croce
PALERMO - Dopo tre giorni di occupazione dell'Agenzia delle Entrate, ieri mattina gli obiettivi della protesta degli ex operai della Fiat di Termini Imerese sono state due banche, le filiali di Unicredit e Banca Intesa San Paolo, entrambe nel centro cittadino, occupate simbolicamente fino al tardo pomeriggio «per sensibilizzare le istituzioni a trovare una soluzione immediata per 2.200 operai e il sistema bancario a non irrigidirsi», dice Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom. Le ex tute blu, che dal mese di dicembre sono tutte in cassa integrazione a zero ore, chiedono infatti al ministero dello sviluppo economico di attivarsi per l'avvio del piano di riconversione industriale dell'ex stabilimento del Lingotto, piano che non decolla a causa delle difficoltà economiche dell'imprenditore Massimo Di Risio, a cui il governo, attraverso Invitalia, la regione Sicilia e la stessa Fiat hanno affidato le sorti di oltre duemila persone. A quanto sembra Di Risio, che avrebbe dovuto rilevare lo stabilimento della casa automobilistica torinese già da qualche mese, al momento non sarebbe ancora riuscito ad ottenere dalle banche a cui si è rivolto, quindi Unicredit, Banca Intesa e Monte dei Paschi, i circa cento milioni di euro necessari per l'adeguamento degli impianti in cui dovrebbe cominciare a produrre vetture low cost con il marchio Dr Motors. L'imprenditore molisano è sparito e il ministero dell'economia, garante dell'accordo - siglato il primo dicembre scorso tra lo stesso Di Riso, Invitalia e la Regione Sicilia - tace ancora. «La settimana scorsa - riferisce Vincenzo Comella, della Uilm - il prefetto di Palermo ci ha garantito che avrebbe sollecitato Palazzo Chigi per un incontro. Ma sono passati già diversi giorni e da Roma non è arrivata nessuna notizia. Evidentemente il ministero dello sviluppo economico non sa cosa dirci. E questo per noi è un ulteriore motivo di preoccupazione». La protesta degli ex operai Fiat e dell'indotto è sostenuta attivamente anche dalle loro mogli, che ieri, dopo la lettera inviata la settimana scorsa al presidente della repubblica Giorgio Napolitano, hanno rivolto un appello anche al papa. Altre due lettere le hanno poi inviate al presidente del senato Renato Schifani e al governatore della Sicilia Raffaele Lombardo. Quest'ultimo, in serata, ha ribadito a distanza la posizione della Regione (che per la riconversione industriale dell'area industriale di Termini ha impegnato circa 350 milioni) e sollecitato anche lui Palazzo Chigi a fare pressioni sulle banche affinché aprano la linea di credito a Di Risio: «Noi abbiamo fatto fino in fondo la nostra parte. Se il governo spendesse una parola in più perché si assicurasse un po' di credito alla Dr Motor, magari rivedendo il piano occupazionale e giocando con i meccanismi di tutela, il quadro reggerebbe di più. Si potrebbe anche partire», ha detto Lombardo «comunque fiducioso che l'esecutivo nazionale farà la propria parte. D'altro canto noi non avevamo da scegliere questa o quella proposta». La disperata protesta operaia intanto prosegue. Oggi si sposta di nuovo a Palermo e si annuncia piuttosto rumorosa. Da Temini Imerese è infatti prevista la partenza di centinaia di operai alla volta della lussuosa Villa Amalfitano dove è prevista la cerimonia ufficiale della festa dell'autonomia della Regione Siciliana. Gli operai di Termini stanno insomma battendo tutte le strade possibili per farsi sentire e vedere. È il minimo che possano fare: se il piano di insediamento della Dr Motors non parte, tra qualche mese non avranno più gli ammortizzatori sociali, garantiti fino a dicembre per cessazione dell'attività da parte della Fiat. L'accordo con Dr Motors prevede la riassunzione entro l'anno di circa 1300 operai, gran parte dei quali dovrebbero poi tornare in cassa integrazione per ristrutturazione aziendale, quindi essere riassorbiti in produzione gradualmente, entro il 2016. L'accordo sindacale di dicembre stabilisce inoltre la mobilità per circa seicento ex operai più anziani, gli esodati, che dovrebbero essere accompagnati alla pensione con le regole precedenti la riforma Fornero. Ma vista l'aria che tira temono una doppia beffa.
Il 20 maggio a Firenze con la Fiom – Loris Campetti
«Tu ti lamenti/ ma che ti lamenti/ pigghia lu bastoni e tira fora li denti». «Malarazza» di Domenico Modugno potrebbe racchiudere il senso della manifestazione indetta dalla Fiom per domenica prossima a Firenze. Non è una rituale commemorazione di un anniversario importante - lo Statuto ha visto la luce il 20 maggio del 1970 - ma la dichiarazione di ostilità contro chi vuole liberarsi della più importante conquista legislativa in difesa dei diritti dei lavoratori. «Non basta essere contrari alla riforma del mercato del lavoro e alla cancellazione dell'art. 18» e limitarsi a «raccontare le condizioni individuali e collettive di precarietà derivanti dalle decine di contratti atipici», si legge nel testo che convoca delegati operai, studenti, movimenti in difesa dei diritti di cittadinanza, dei beni comuni, dell'ambientalismo, centri sociali a Firenze, domenica 20, all'auditorium del palazzo dei congressi. Sarà un'assemblea e un evento insieme, un mix a cui la Fiom non è nuova e ai delegati e ai giuslavoristi, ai costituzionalisti e alle mille anime dei movimenti cresciuti in questi ultimi anni si alterneranno artisti, storici, video, precari, studenti, rappresentanti dei centri sociali. Perché non è in gioco - dicono i metalmeccanici - solo il diritto sindacale ma «il diritto ad avere dei diritti per tutte e tutti». «È ormai da tempo che iniziative e manifestazioni di denuncia della condizione di invisibilità non sortiscono effetti se non una pacca sulla spalla. Abbiamo la consapevolezza - scrivono i promotori dell'appuntamento - che non sono bastate quelle iniziative e che alla precarietà strutturale del mercato del lavoro si sono sommate la crisi finanziaria ed economica e le politiche di austerity che stanno cancellando i diritti del lavoro, privatizzando il welfare e la formazione e, con il fiscal compact, svuotando la democrazia in tutta Europa». Se l'attacco è ai diritti a trecento sessanta gradi, la risposta non può non coinvolgere tutti i soggetti colpiti dalla crisi e dalle risposte neoliberiste che in Italia sono state delegate dalla politica al governo Monti, sponsorizzato da troike e colli e forte di una maggioranza parlamentare mai così ampia. A Firenze si potrà anche sorridere con l'aiuto di artisti come Sabina Guzzanti, ma soprattutto si potranno rafforzare quei legami sociali che da due anni si sono intessuti intorno alle battaglie della Fiom. Legami che hanno cercato di smentire i falsi luoghi comuni finalizzati a dividere: occupati, disoccupati, precari, pensionati, ricercatori e studenti, operai indigeni e operai immigrati. È finita l'epoca delle contrapposizioni tra garantiti presunti e non garantiti certificati, dicono i promotori dell'incontro fiorentino. Le tutele sono sotto attacco per tutti, la stessa democrazia che viene meno nei posti di lavoro è a rischio, sospesa, per l'intera società italiana. La decisione di costruire un momento di confronto unitario con i movimenti era stata presa a grande maggioranza dall'Assemblea nazionale della Fiom che si è tenuta la scorsa settimana a Montesilvano, dove non sono mancate critiche alla Cgil per l'insufficiente mobilitazione a difesa dell'art. 18 e contro le politiche del governo. Alla Fiom non basta, e non convince, la trasformazione dell'atteso sciopero generale in una dimostrazione in piazza insieme a Cisl e Uil il 2 giugno, giorno della festa della repubblica. È come se il gruppo dirigente della più forte confederazione avesse rimosso il fatto che alla Fiom è impedito dai padroni insieme a Fim e Uilm di svolgere attività sindacale in una parte crescente di imprese e di aprire una contrattazione per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro.
Il Viminale se la prende con la Tav – C.L.
ROMA - Prima l'attacco, poi la repentina retromarcia, quando il danno ormai è fatto. Nel momento in cui l'attenzione per il pericolo di una possibile rinascita del terrorismo è al massimo, la ministra degli interni Anna Maria Cancellieri mette nel mirino il movimento No Tav e le lotte della Val di Susa contro l'alta velocità sulla linea Torino-Lione. «Tav madre di tutte le preoccupazioni, lavoreremo anche per il Piemonte» dice la titolare del Viminale da Alessandria, dove si trova in visita. Parole che non lasciano dubbi su cosa intenda quando, del tutto arbitrariamente, crea il binomio No Tav-terrorismo. Nulla di strano, dunque, se l'equazione della ministra dell'interno provoca l'immediata reazione del movimento, sui social network e non solo. «Certo che il Tav per loro lo è una preoccupazione, perché è la loro cassaforte», dice Alberto Perino, uno degli esponenti del movimento più in vista. «Ma il Tav è anche la madre di tutte le nostre preoccupazioni perché noi non vogliamo che si faccia. In questi ultimi giorni si fanno pericolosi parallelismi tra il movimento No Tav e la lotta armata. Noi rimandiamo tutto al mittente perché queste cose non ci toccano e, anzi, ci fa pensare che dietro tutto questo ci sia la mano dei servizi. Noi di questo Stato non ci fidiamo». Interviene anche Paolo Ferrero: «Le parole del ministro sono vergognose», dice il segretario di Rifondazione comunista. «La Val di Susa non è un problema di ordine pubblico e nulla ha a che fare con il terrorismo». Passa qualche ora e al Viminale capiscono l'errore e corrono ai ripari. È la stessa Cancellieri a correggere il tiro precisando meglio le sue parole: «La Tav è la madre di tutte le preoccupazioni per i problemi legati alle opere da realizzare, alla necessità dei comuni e alle rivendicazioni delle comunità locali», spiega il ministero in una nota aggiungendo che si tratta di una preoccupazione che non è legata in alcun modo al terrorismo. Per quanto riguarda la lotta al terrorismo, quello vero, per giovedì è fissata la riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza nella quale, tra le altre cose, si dovrebbe dare il via libera all'uso dell'esercito per le operazioni di sorveglianza dei cosiddetti obiettivi sensibili. Nei giorni scorsi le prefetture sono state allertate perché segnalino i possibili bersagli, in modo particolare economici, sociali e legati al mondo del lavoro. In tutto i luoghi considerati a rischio, sono qualche centinaio, la protezione potrebbe esser affidata ai soldati. «L'esercito è prontissimo a supportare le forze di polizia nei termini che il Paese chiederà», ha assicurato domenica il capo di Stato maggiore dell'esercito Claudio Graziano. Non dovrebbe esserci però un aumento del numero di soldati, circa 4mila, già impiegati nell'operazione «Strade sicure», piuttosto una loro dislocazione diversa sul territorio. «A meno che - ha precisato Cancellieri - non dovessero succedere fatti particolari come quelli che abbiamo visto». Sempre alle prefetture, infine, è affidato anche il compito di stilare un elenco dei soggetti a rischio per i quali sarà necessario prevedere una scorta. Ma il comitato convocato per giovedì al Viminale dovrà lavorare soprattutto sull'azione di intelligence. In questi giorni gli 007 stanno controllando i filoni di finanziamento delle organizzazioni eversive alla ricerca anche di possibili collegamenti internazionali con formazioni analoghe in Europa ma non solo. Lo scopo è di verificare se chi ha sparato al manager dell'Ansaldo Nucleare il 7 maggio a Genova abbia agito da solo o faccia parte di un piano più generale. Il tutto all'insegna della cautela, sotto tutti i punti di vista. La rivendicazione fatta dalla Fai dell'agguato a Roberto Adinolfi - per quanto ritenuta credibile da Cancellieri - non basta però per parlare di una riedizione degli anni di piombo. «Quella del terrorismo è una stagione chiusa e sarei molto cauto ad affermare il contrario. Il terrorismo è finito con le Brigate rosse, ora c'è un rigurgito che avevamo ampiamente previsto», ha detto ieri il capo della polizia Antonio Manganelli, convinto che la fase attraversata dal Paese sia piuttosto di «tensione sociale, come quelle che ciclicamente capitano a causa di crisi occupazionali, precariato, e che creano malcontento ed effervescenza». A Manganelli risponde Susanna Camusso: «Le tensioni sociali sono figlie della difficoltà economica, ma il terrorismo non è figlio del disagio sociale e credo che su questo non ci possano essere equivoci».
Il movimento insorge e respinge le accuse al mittente – Mauro Ravarino
TORINO - Anche se, in un secondo tempo rettificate, le frasi della ministra dell'interno Cancellieri non sono assolutamente piaciute in Val di Susa. «Tav, madre di ogni preoccupazione. Lavoreremo anche per il Piemonte» ha detto la titolare del Viminale nella non lontana, ma più pianeggiante, Alessandria. Un accostamento spericolato quello tra Tav e terrorismo, che la valle resistente rispedisce al mittente. Non è certo la prima volta che si cerca di lanciare ombre scure e responsabilità pesanti sul movimento, nei mesi scorsi i No Tav l'hanno presa con ironia e su facebook è nata la cliccatissima pagina: «È tutta colpa dei No Tav». Ma il leitmotiv indigna, questa volta ancor di più. «Sappia il ministro - ha detto Alberto Perino, leader storico del movimento valsusino - che il Tav è la madre anche di tutte le nostre preoccupazioni. Noi lottiamo quotidianamente perché un mostro simile non venga realizzato. Il Tav è per loro preoccupazione perché è una cassaforte e i loro timori sono grandi poiché non hanno soldi per farla e non sanno dove prenderli. Noi siamo, invece, preoccupati perché Giovanni De Gennaro è diventato sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio. Noi, Genova non la scordiamo. E non possiamo fidarci di uno Stato che non ha mai trovato i colpevoli delle bombe sui treni e di piazza Fontana». Sulle dichiarazioni della ministra interviene anche il presidente della comunità montana Sandro Plano: «Mi sembrano inopportune e non rispondenti alla realtà. Il movimento No Tav si è sempre contraddistinto per il fatto che i suoi capi e i suoi leader agiscano a volto scoperto. Ci sono stati atti di violenza, ma non rientrano assolutamente nella logica del terrorismo e dell'agguato. Mai sono stati contro singoli. Mi sento di escludere ogni deriva terroristica. Registro, però, una tensione che in vari strati della società può assumere forme incontrollabili, dai suicidi agli attentati. Le forze politiche, invece di cercare capri espiatori, dovrebbero interrogarsi». Il sito notav.info denuncia «un gioco alla criminalizzazione» pericoloso e invita Cancellieri e i colleghi del governo a mettersi il cuore in pace: «Questa lotta è una lotta di popolo massificata e radicata e, purtroppo per voi, non è possibile ridurla all'iniziativa di qualche esagitato o di qualche gruppuscolo armato». Sull'ipotesi di un ricorso all'esercito contro il terrorismo: «L'esercito è da mesi che lo vediamo e ci sembra che stia lì a Chiomonte a difendere i vostri interessi che, come per tante altre cose, non sono quelli dei cittadini e delle cittadine di questo Paese». Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, considera le parole del ministro «vergognose»: «I No Tav dicono da sempre no ad ogni forma di violenza: il problema è la militarizzazione della valle. Serve una forte lotta dello Stato contro il terrorismo ma nessuna strumentalizzazione delle lotte sociali». Nel weekend sono in programma iniziative: da Saluzzo (fuori dal carcere dov'è ancora recluso Giorgio Rossetto) a Chiomonte per costruire un nuovo presidio.
Non toccate la Costituzione – Gaetano Azzariti
In attesa della tempesta che si abbatterà su di loro alle prossime elezioni e incapaci di autoriformarsi, i partiti politici pensano di poter nel frattempo cambiare la Costituzione. I tre partiti maggiori si sono fatti predisporre un testo da alcuni esperti e ora vogliono farlo approvare senza una reale discussione, confidando su una stampa distratta e un'opinione pubblica anestetizzata dalla crisi economica.Una rocambolesca corsa contro il tempo per giungere con lo scalpo della Costituzione alle prossime elezioni e dimostrare così di essere ancora vitali: se si è in grado di cambiare la Costituzione si potrà ben governare, pensano i nuovi apprendisti stregoni. Ispirati dalla riforma bulgara del pareggio di bilancio, ora si vuole alzare la posta e l'ambizione diventa quella di modificare l'intero assetto dei poteri. Siamo al paradosso. Come può, infatti, immaginarsi che un ceto politico agonizzante, commissariato da tecnici ai quali ha delegato il potere di governo, possa mettere le mani sulla Costituzione? Denunciamolo apertamente: i partiti politici che sostengono l'attuale governo Monti non sono legittimati a cambiare la Costituzione. Non sarà lo specchietto per le allodole della riduzione del numero dei parlamentari a giustificare un'operazione delirante ("delirante" nel senso etimologicamente proprio di superamento di un confine invalicabile). Quali prospettive costituzionali possono garantire delle formazioni politiche in preda al panico, disorientate dalla perdita di consenso, palesemente inadeguate a svolgere l'ordinaria attività d'indirizzo politico. Le costituzioni definiscono meccanismi di "governo degli altri" complessi e delicati che non possono essere poste nelle mani di chi in questo momento - per dirla con Michel Foucault - non ha il «governo di sé». Non si dovrebbe neppure cominciare a discutere. Ma se - con uno sforza di volontà - si va poi a vedere il contenuto della riforma ai dubbi espressi si collega anche il timore di un'operazione che ha tutto il sapore di voler garantire la continuità del peggio. Ancora si vuole rafforzare il governo (con corsie preferenziali e voti bloccati per l'approvazione dei suoi provvedimenti), ridurre il ruolo del Parlamento (il quale rischia lo scioglimento se vota contro l'esecutivo). Come se nulla fosse successo, si prosegue una strategia di umiliazione della rappresentanza politica sostituita dalla retorica della governabilità. Un suicidio per tutte quelle forze politiche che vogliono conservare la loro natura di strumento di partecipazione dei cittadini. È proprio questo il compito che la costituzione assegna ai partiti, ma questi sembra l'abbiano scordato. Così come sembra proprio non si voglia ricordare quel che è la regola aurea che dovrebbe presiedere ogni sforzo di razionalizzazione della nostra forma di governo. Eppure lo sanno anche gli studenti di giurisprudenza che è l'equilibrio tra poteri quel che vale a distinguere una forma di governo democratica da una dispotica. Quante volte s'è denunciato il pericolo di uno sbilanciamento a favore dell'esecutivo, uno squilibrio che ha contrassegnato il premierato assoluto dei governi degli ultimi anni. Quando in passato si sono tentate di imporre revisioni della costituzione che fissassero nella nostra legge fondamentale simili preoccupanti alterazioni, i costituzionalisti e la cultura democratica hanno riempito le piazze e alzato le barricate. Oggi è assordante il silenzio dei tanti esclusi, traumatizzante il consenso dei pochi prescelti. Nessuno dovrebbe approfittare del sonno della ragione cui siamo caduti per generare il mostro. D'altronde, i nostri parlamentari e i partiti sino a ieri maggiormente rappresentativi avrebbero ben altro cui pensare. Dovrebbero riuscire a ritrovare la parola smarrita della politica, salvare un sistema della rappresentanza che rischia di trascinare nel baratro - con loro - tutti noi, riallacciare un dialogo con i soggetti e le formazioni sociali che operano all'esterno dei partiti e fuori dai palazzi. Questioni di fondo, cui è legata la sopravvivenza della democrazia, che non investono il piano costituzionale, bensì quello delle culture politiche e istituzionali. È questo oggi il vero terreno dello scontro politico, ma proprio su questo si registra il massimo di confusione, come dimostrano le oscillazioni e i piccoli opportunismi che dominando le discussioni sull'unica riforma effettivamente necessaria: quella del sistema elettorale. Prima di poter cambiare la Costituzione è essenziale che si modifichi la legge elettorale. È su questo che si dovrebbero confrontare i partiti in questo squarcio di legislatura per cercare di recuperare l'onore perduto. Poi, fatte le elezioni, si vedrà. Se emergerà un ceto e formazioni politiche rappresentative degli interessi sociali reali, questi potranno riprendere il discorso sulle modifiche istituzionali e costituzionali. Ma sino ad allora, per favore, giù le mani dalla Costituzione.
La Stampa – 15.5.12
Bruxelles, nove giorni per salvare l'Europa – Marco Zatterin
BRUXELLES - Cercate l’uomo con gli occhiali postmoderni, il socialista sorridente, il volto nuovo, quello parecchio dimagrito che da oggi alle dieci abita all’Eliseo. Se l’Europa cambierà marcia come deve se non vuole affondare fra debito e disoccupati, la svolta passerà per le sue mani, sarà lui a far scattare gli scambi per correggere la corsa della locomotiva troppo rigorista che la Germania ha costruito per i partner continentali. L’Unione ferita dalla crisi provocata dalle banche e dalla finanza allegra di alcuni governi ha nove giorni per disegnare il nuovo piano anticrisi. Seguite François Hollande. Servirà a capire dove si può arrivare davvero. E in quanto tempo. C’è lavoro per i politici, i loro sherpa e le agenzie di viaggio per gestire un calendario che non lascia tempo per respirare. Il presidente francese entra in carica a metà mattinata e, come prima cosa, vola a Berlino per una cena tête-àtête con Angela Merkel fresca di batosta elettorale. I due si affronteranno dopo la notte di discussioni tese che i ministri dell’Eurogruppo hanno passato ieri a Bruxelles, sulla Grecia che traballa ai margini di Eurolandia, sulla Spagna senza ossigeno, sulla cura antirecessione. Hollande vuol parlare di crescita, chiede fatti concreti senza rinnegare il rigore. La cancelliera valuterà concessioni, ma non c’è da aspettarsi un gran che. Giovedì Hollande e tutti i grandi dell’Europa partono per l’America, destinazione summit G8 di Camp David. Il presidente francese farà prima tappa a Washington per presentarsi a Barack Obama, col quale dovrebbe intendersi meglio rispetto al predecessore, anche se le relazioni francoamericane in genere cambiano poco col mutare del colore politico. Venerdì e sabato consultazione fra i re del mondo, scambio di preoccupazioni, forse di consigli interessati, e confronto su soluzioni per forza di cosa contraddittorie. La Casa Bianca teme che l’instabilità dell’Eurozona possa rendere più difficile la riconferma del presidente Usa, Washington ha bisogno di domanda e mercati stabili per tenere alta la congiuntura. Gli ospiti europei hanno paura per la deriva del deficit a stelle e strisce, oggi più che doppio rispetto alla media Ue. Tornati a casa, il 23 maggio, i leader Ue potranno tirare le somme nella cena bruxellese offerta da Herman Van Rompuy per «iniettare del contenuto nella strategia di rilancio». Vertice informale, sottolineano tutti, in vista di quello che si vorrebbe decisivo del 28-29 giugno, ultimo appuntamento per convincere gli europei che l’Unione è a bordo e non li lascerà affogare. Vuol scolpire un progetto per la crescita con la forza con la quale in marzo si è scritto il Fiscal Compact, patto intergovernativo che ha assorbito la stretta sul rigore di bilancio. Vuol dire generare speranza, anche per farla finita coi suicidi. Seguire Hollande, dunque. Presserà la Merkel, la potrebbe portare alla ragione sui project bond con cui si può movimentare una decina di miliardi di investimenti già in estate, poi magari anche sull’aumento del capitale della Bei, 10 miliardi che ne valgono 200 nel medio periodo. Gli farà sponda l’Italia. Il premier Monti tenta di porsi a metà fra Berlino e Parigi difendendo il rigore del Fiscal Compact e la convinzione della ragionevolezza di un «Growth Compact» che inverta il ciclo. Vorrebbe anche di ripristinare la regola aurea che consente di scomputare parte degli investimenti «genuini» dal deficit. Difficile che passi in tempi brevi. Il filosofo Edmund Burke, riflettendo sulla rivoluzione francese, scrisse nel 1790: «lo Stato che non ha i mezzi per introdurre cambiamenti, non ha i mezzi per assicurare la propria conservazione». La sfida che l’Europa deve affrontare nelle prossime settimane è la stessa: c’è una crisi ai piani alti del potere, uno scollamento dei cittadini e un’insurrezione euroscettica (democratica, comunque) che si manifesta nelle urne. Hollande ha vinto le elezioni proponendo una nuova rotta, la Merkel le ha perse con la vecchia. Serve un piano per conservare l’Europa. Nei prossimi nove giorni vedremo se la paura del tracollo sortirà il miracolo. Il tempo sarà davvero tiranno.
Il calendario Atene, l'ultima carta è il governo tecnico. Altrimenti si va al voto
Tonia Mastrobuoni
Dopo l’ennesimo tentativo fallito di dare vita a un esecutivo di unità nazionale con i partiti massacrati da un verdetto elettorale che li ha confinati tutti sotto la soglia del 20%, l’ultimo giro di valzer della politica greca prevede un remake. Il presidente della Repubblica, Karolos Papoulis, cercherà di convincere i capi dei partiti convocati per le 14 a formare un nuovo governo tecnico. Ma è una speranza appesa a un filo. Al termine della riunione di ieri sera, conclusasi con un nulla di fatto, tra Papoulias e i tre leader Antonis Samaras (Nuova democrazia), Evangelos Venizelos (Pasok) e Fotis Kouvelis (Dimar), è stata resa nota l’intenzione del presidente di rivedere tutti i partiti ad eccezione dei neonazisti di Alba dorata per fare un ultimo, disperato tentativo di evitare nuove elezioni a giugno. Ma sul governo tecnico Kouvelis ha già storto il naso: «Sarebbe una sconfitta della politica», ha commentato, purtroppo senza proporre alternative. Mentre alla riunione di ieri non ha voluto partecipare il capo di Syriza, Alexis Tsipras, che mantiene ad oggi la linea dura e che continua a chiedere ostinatamente la cancellazione degli accordi con la Ue per partecipare a qualsiasi governo, alla riunione di oggi, per qualche misterioso motivo, ha dichiarato che parteciperà. Invece, uno dei partiti esclusi ai colloqui di ieri, si è sentito offeso. Il capo dei Greci indipendenti, Panos Kammenos, si è risentito per i colloqui a tre che lo hanno escluso, ma il problema è che, nell’ultima settimana, a fronte di qualche timida apertura, ha talmente massacrato i suoi interlocutori con richieste inaccettabili, che non sembrava realistico interpellarlo per costruire credibilmente una prospettiva di governo. In ogni caso oggi alle 14 Kammenos ci sarà. E ieri ha ribadito che se per il suo paese si prospettassero «pericoli di carattere nazionale», come la sempre più probabile uscita dall’eurozona o tensioni di politica estera, lui sarebbe pronto a immolarsi. A sinistra, nel frattempo, continuano a volare stracci. Se Kouvelis ribadisce a ogni piè sospinto che non vuole partecipare a un esecutivo senza Tsipras, allo stesso tempo ha detto candidamente in un’intervista a un’emittente ateniese che non lo appoggerà, se si tornerà a votare. Una notizia che sembra secondaria ma che in realtà è fondamentale. A giudicare da un sondaggio Rass di ieri per Eleftheros Typos , Syriza sarebbe il primo partito, è dato al 20,5%. Vuol dire che beneficerebbe del premio di maggioranza di 50 deputati, ma che sarebbe ben lungi dal poter formare un governo monocolore, a superare la soglia dei 150 deputati su 300. I comunisti del Kke rifiutano da sempre qualsiasi alleanza con chiunque, La possibilità di fare un governo di sinistra con Kouvelis sembra essersi eclissata ieri, dunque con chi governerebbe il 37enne capofila del rifiuto radicale dell’austerità? Anzi, se anche Kouvelis lo appoggiasse, con il 6,2% del sondaggio reso noto ieri da Rass, Tsipras non avrebbe mai i numeri per un governo. Certo, potrebbe sempre, come si vocifera, allearsi con i Greci indipendenti, un partito nato da una costola dei conservatori di Nd e radicalmente anti-austerity come l’estrema sinistra, ma anche con il 7,8% di Kammenos non cambierebbe molto. La Grecia, nel caso di elezioni, non sarebbe più dinanzi a un bivio, ma dinanzi a un baratro.
La minaccia e i bluff della Grecia – Stefano Lepri
La cura di sola austerità nell’area euro è sconfitta, ad opera degli elettori di diversi Paesi e regioni. Su come integrarla, si apre ora una stagione di faticosi negoziati, forse di maldestri compromessi. Ma per la Grecia è urgente essere pronti a tutto. E occorre distinguere le realtà dalle minacce e dai ricatti che si incrociano in queste ore. Punto primo. La Grecia non è in grado di sopravvivere da sola; non più di quanto potrebbe ad esempio - per avere un’idea delle dimensioni - una Calabria separata dall’Italia. Senza aiuti dall’Europa e dal Fondo monetario, presto non avrebbe soldi né per pagare gli stipendi degli statali né per comprare all’estero ciò che serve ad andare avanti, tra cui alimenti e petrolio. Punto secondo. Dopo la ristrutturazione a carico dei privati, oggi circa la metà del debito greco è in mano all’Europa o al Fondo monetario. Quindi se la Grecia non paga, ci vanno di mezzo soprattutto i contribuenti dei Paesi euro, cioè noi tutti (in una stima sommaria, circa un migliaio di euro a testa). Punto terzo. Il ritorno alla dracma sarebbe vantaggioso solo nella fantasia di economisti poco informati, per lo più americani. Trapela ora che il governo Papandreou aveva commissionato uno studio dal quale risultava che perfino i due settori da cui la Grecia ricava più abbondanti introiti, turismo e marina mercantile, non sarebbero molto avvantaggiati da una moneta svalutata. Punto quarto. L’incognita vera è quali danni aggiuntivi, oltre al debito non pagato, una eventuale bancarotta della Grecia causerebbe agli altri Paesi dell’area euro (in primo luogo crescerebbero gli spread ). Di certo le conseguenze sarebbero asimmetricamente distribuite: più gravi per i Paesi deboli, in prima fila il Portogallo poi anche Spagna e Italia; meno gravi per la Germania. Non c’è risposta certa alla domanda presente nelle teste di tutti i ministri dell’Eurogruppo riuniti ieri sera a Bruxelles - se convenga di più sostenere la Grecia o lasciarla andare a fondo. A prima vista, almeno per l’Italia la solidarietà sembra meno costosa del diniego; eppure, guardando nel futuro, una Grecia non risanata diventerebbe una palla al piede. Fa bene perciò ragionare sulle alternative; e occorre farlo in modo politico, dato che due crisi politiche qui si intrecciano, una dei meccanismi decisionali europei, un’altra dei partiti greci. Ad Atene, un sistema politico crolla, come nell’Italia di 20 anni fa, ma le scelte minacciano di polarizzarsi in modo più pericoloso. Occorre chiedersi se la sconfitta dei due ex partiti dominanti, Nuova Democrazia e socialisti, sia dovuta ai tempi troppo stretti del risanamento chiesto dall’Europa, o non soprattutto al modo iniquo e inefficiente con cui i sacrifici sono stati distribuiti tra i cittadini, proteggendo clientele e centri di potere. L’Europa aveva preteso tempi più stretti di quelli ritenuti opportuni dal Fmi proprio perché non si fidava dei politici greci in carica. Ora non se ne fidano più nemmeno gli elettori. I loro voti si sono spostati verso politici emergenti i quali però raccontano una bugia: che la Grecia può ricattare gli altri Paesi in modo più efficace, minacciando di trascinarli nel baratro se non apriranno di nuovo il portafoglio. Dal lato opposto, sta alla Germania e agli altri Paesi rigoristi dimostrare che il ricatto è vano perché nel baratro non ci cadremo. Ovvero, occorre che mettano le carte in tavola, specificando quali gesti di solidarietà compirebbero verso gli altri Paesi deboli nel caso ad Atene si formasse un governo deciso al braccio di ferro. Altrimenti dire ai greci «o mangiate questa minestra, o saltate dalla finestra» si rivelerebbe un bluff , come già tendono a ritenere i mercati.
La Corte dei Conti: "Troppi tagli penalizzano i servizi della PA"
ROMA - Allarme sui «reiterati tagli lineari agli organici» che rischiano di avere «inevitabili, negativi riflessi sulla quantità e qualità dei servizi». Dubbi sull’intesa sottoscritta fra Governo, enti locali e sindacati a maggio e sulla capacità dell’attuale sistema di collegare premialità individuale e aumento di produttività del settore pubblico. La Corte dei Conti interviene con la sua relazione annuale sul fronte perennemente caldo del costo del lavoro pubblico e sull’ efficienza della burocrazia italiana sottoposta negli ultimi anni a una cura dimagrante e a un ridimensionamento degli stipendi. «Le perplessità espresse dalla Corte dei Conti sull’incapacità dell’attuale sistema di collegare premialità individuale e aumento di produttività del settore pubblico sono le stesse che ci inducono a intervenire per far sì che questo meccanismo possa realizzarsi nella pratica» commenta subito il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi assicurando che: «premiare i migliori e aumentare la produttività sono le nostre priorità». Nel mirino della Corte di Conti anche i permessi sindacali. Fra aspettative e permessi sindacali nel 2010 - stigmatizzano i magistrati contabili - è come se 4.569 lavoratori pubblici non avessero lavorato per un anno: un dipendente ogni 550 in servizio. Il costo per l’erario è stato stimato in 151 milioni. Al termine del 2010, si legge ancora nella relazione, i dipendenti in servizio preso tutte le pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo indeterminato sono diminuiti dell’1,9%, calo che fa seguito a quello di analogo valore del 2009. Per la prima volta dalla privatizzazione del pubblico impiego - rileva la magistratura contabile - il conto annuale rileva una significativa diminuzione del costo del personale, che si attesta su un valore di 152,2 miliardi (1,5% in meno rispetto al 2009). Il rapporto tra Pil e spesa per i redditi dei dipendenti pubblici è in continuo calo e raggiungerà, nel 2014, un valore pari al 10%. Nel periodo 2005-2011 il divario tra retribuzioni del settore pubblico e quelle del privato ha subito un drastico ridimensionamento, passando da un valore dell’8% al 2,6%, forbice - stima la Corte - destinata ad ulteriormente restringersi per effetto del blocco della contrattazione collettiva per i soli dipendenti pubblici fino a tutto il 2014. La spesa dell’Italia per i redditi dei dipendenti pubblici è quindi «in linea con i principali paesi dell’Unione Europea». Non solo ma oggi in Italia il peso della burocrazia sul mercato del lavoro è pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito. Nella sua relazione la Corte dei Conti ha anche fatto riferimento al boom di assunzioni alla Presidenza del Consiglio nel 2010. «L’aumento del numero dei dipendenti di qualifica non dirigenziale (+9%) - si legge nella relazione - va ricondotto alla stabilizzazione, nel 2010, di 142 unità di personale precario. L’incremento della spesa per retribuzioni, al netto degli arretrati (+14% per il personale dirigente e +16% per il restante personale)» e questo «deriva, oltre che dalla dinamica quantitativa citata, dall’andamento della contrattazione collettiva».
Repubblica – 15.5.12
Il doppio turno è la soluzione – Massimo Giannini
FALSITA', malafede, opportunismo. C'è il peggio del peggio, nella psicopatologia italiana delle riforme quotidiane. La classe politica le evoca, le auspica, le moltiplica. Servono tutte: quella istituzionale, quella costituzionale, quella elettorale. Ma non se ne fa nessuna. Giorgio Napolitano, per l'ennesima volta, è costretto a lanciare il suo appello: fatele, sono ineludibili. I partiti plaudono, condividono. Ma, ancora una volta, eludono. Eppure, con un po' di buon senso e buon gusto, non sarebbe difficile fare l'unica cosa che serve al Paese: "macellare" finalmente il Porcellum, e varare una legge elettorale maggioritaria a doppio turno. Lo è a tutti gli effetti. Un mostro giuridico, che produce caos e svilisce la democrazia rappresentativa. Mescola proporzionale e super-premio di maggioranza, presidente del Consiglio praticamente eletto dai cittadini e parlamentari "nominati" dalle segreterie di partito. Il Porcellum si doveva fermare. Forse avrebbe potuto farlo l'allora capo dello Stato Ciampi, negando la firma a una legge "irrazionale", e dunque incostituzionale. Forse avrebbe potuto farlo anche la Consulta, dando via libera a un referendum popolare che aveva il suggello di oltre 1 milione e 200 mila firme di altrettanti italiani ansiosi di abrogare quella legge "ad coalitionem", e dunque immorale. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente. Sono passati quattro mesi da quel 12 gennaio, quando la Corte costituzionale bocciò i due quesiti. Da allora tutti i partiti hanno promesso solennemente che, senza più la "pistola" referendaria alla tempia, avrebbero varato una riforma elettorale finalmente seria, coerente e condivisa. Parole al vento. Come quelle sulla riforma del finanziamento pubblico e sul dimezzamento del numero dei parlamentari. Con un'aggravante in più: mentre la riduzione delle Camere esige una riscrittura costituzionale, con la procedura "rafforzata" e molto più articolata dell'articolo 138, la revisione del sistema elettorale si può fare con legge ordinaria, che volendo può essere molto più semplice e rapida. Purtroppo non è quello che le "nomenklature" hanno in testa. Di riforma elettorale, forse, si ridiscuterà dopo i ballottaggi. Nel frattempo, circolano bozze se possibile anche peggiori della "porcata" calderoliana. Altri "saggi", dopo i molti che in questi anni si sono rovinosamente cimentati, sfornano ipotesi. Le più disparate, e anche disperate. Ritorno al proporzionale, ma con una quota di collegi uninominali. Modesto premio di maggioranza per chi vince, ma con bassa soglia di sbarramento per chi perde. Indicazione del premier sulla scheda, ma nessun vincolo di coalizione prima del voto. Ora si sente ragionare di un ritorno al maggioritario, naturalmente ricucinato in salsa italiana: cioè con il mantenimento di una quota proporzionale, e con l'introduzione di micro-collegi sul territorio. Pasticci ingestibili, in cui si saltabecca dal sistema tedesco allo spagnolo, recuperando un po' di francese ma conservando un briciolo di israeliano (unico Paese al mondo in cui si è sperimentata l'elezione diretta del premier) e un pizzico di paraguayano (unico Paese al mondo in cui si sono attribuiti due terzi dei seggi al partito con più voti e il rimanente terzo si è distribuito proporzionalmente tra le altre liste). Pasticci ingiustificabili, in cui l'unica esigenza manifesta, anche se ovviamente non confessata, è quella di cucire il nuovo sistema sul profilo dei partiti attuali, che cercano di sopravvivere a se stessi, e sulle poltrone degli eletti di oggi, che cercano riconferme per la prossima legislatura. In questo scempio democratico, in cui tutto conta fuorché il diritto dei cittadini di scegliere alla luce del sole gli eletti, le coalizioni e i governi, basterebbe alzare lo sguardo, e vedere quanto è appena accaduto in Francia con la vittoria di Hollande. Un primo turno in cui ognuno fa la sua corsa, comprese le ali estreme della destra lepenista. Un secondo turno dove ci si coalizza, e si sceglie uno dei due schieramenti. Va così: uno vince, l'altro perde. Tutto si semplifica, tutto funziona. Si chiama maggioritario a doppio turno, i francesi ci eleggono sia l'inquilino dell'Eliseo sia il Parlamento. Ha garantito e garantisce governabilità e alternanza alla Quinta Repubblica, fin dal 1958. Cosa impedisce a questo sciagurato Paese di mutuare banalmente quel sistema, magari aggiungendovi la sfiducia costruttiva e il potere del premier di revocare i ministri? Perché il Pd, che pure nel luglio 2011 l'ha inserito nel suo programma dopo il via libera unanime dei suoi gruppi parlamentari, non cavalca con forza il maggioritario a doppio turno? Perché la sinistra non la smette di avventurarsi su un'impervia "via tedesca", nella malsana convinzione che questo serva a incastrare il centro in uno schema non proprio innovativo, mirato al ripristino del vecchio "trattino" di cossighiana memoria? È il tempo della generosità e della responsabilità. Merce rara, in un establishment incapace di capire che la tigre dell'anti-politica si doma solo con la buona politica. Ma se da qualche parte esistono ancora, i riformisti hanno a portata di mano la più facile e utile delle riforme. La rilancino, per il bene della democrazia. La sostengano, in nome del bipolarismo. Gli italiani gliene saranno grati.
Welfare, giro di vite per i redditi più alti – Roberto Petrini
ROMA - Il governo è pronto a rivoluzionare il Welfare assistenziale italiano. La bozza del provvedimento è stata esaminata ieri in una riunione tra esponenti del ministero dell'Economia, del Welfare e dei sindacati, Cgil-Cisl-Uil. La riforma, che va a toccare uno dei punti più delicati del sistema di assistenza del nostro Paese, verrà attuata sulla base di una delega contenuta nel decreto Salva-Italia. La delega spiega che le finalità sono quelle di "razionalizzare" la spesa socio-assistenziale con lo scopo di ottenere risparmi da redistribuire alle fasce più deboli. In sostanza lo spirito è quello di ridurre le prestazioni a coloro che hanno maggiori redditi e patrimoni e aumentarle a coloro che si trovano in situazioni economicamente peggiori. Continua intanto il lavoro sullo spending review: oggi il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda incontra i commissario straordinario Enrico Bondi. La bozza di decreto ministeriale per la riforma del Welfare assistenziale opera su due fronti. Il primo è quello di rivedere le modalità di calcolo dell'Isee, cioè l'Indicatore della situazione economica, che esiste dal 1998 e viene richiesto attualmente per accedere ad una serie di prestazioni di Welfare: asili nido, assistenza domiciliare, diritto allo studio universitario, libri di testo gratuiti, assegni di maternità, assegni per i nuclei familiari con almeno tre figli. Con tutta probabilità il calcolo dell'Isee, che oggi comprende oltre all'imponibile Irpef anche il patrimonio mobiliare e immobiliare, sarà rivisto pesando maggiormente alcuni componenti: conteranno di più le rendite finanziarie, la casa sarà calcolata in base alle nuove pesanti rivalutazioni delle rendite catastali dell'Imu, inoltre all'interno del computo del nuovo Isee confluiranno anche altre entrate del nucleo familiare come le pensioni sociali e gli assegni familiari. La seconda operazione, forse la più delicata, sarà quella di sottoporre ad una soglia di reddito Isee prestazioni che oggi sono di carattere universale e totalmente indipendenti dal reddito come gli assegni di accompagnamento per gli invalidi. In questo caso sarebbe emersa anche una cifra: sotto i 15 mila euro di reddito Isee gli assegni di invalidità resteranno intatti, sopra ci saranno delle riduzioni proporzionali al reddito. Naturalmente la questione è aperta, la discussione con i sindacati è aperta e non si aspettano forzature. Tuttavia questa sembra l'intenzione del governo. Anche le prestazioni tradizionali alle quali si accede con l'Isee, come l'assegno per i nuclei familiari con almeno tre minori, gli assegni di maternità per madri prive di copertura assicurativa, l'erogazione delle borse di studio, la tariffa sociale dell'energia elettrica, cambieranno regime. Secondo le indiscrezioni emerse ieri ciascuna prestazione dovrebbe essere sottoposta ad una nuova soglia Isee che permetterà ad alcuni di continuare ad accedere gratuitamente al servizio ed altri invece a pagare una sorta di ticket. La riforma, sulla quale dovranno pronunciarsi sindacati e presumibilmente anche le forze politiche, sembrerebbe in sintonia con la linea annunciata dal ministro per la Salute, Renato Balduzzi, che sta studiando la revisione dell'intero sistema dei ticket sanitari (medicinali, specialistica, pronto soccorso) ricorrendo ad un sistema di franchigie e conti individuali. L'obiettivo è comunque lo stesso, cioè di far pagare di più le prestazioni in relazione al reddito.
Torre Galfa, scattato lo sgombero. Intervento all'alba, sale la tensione
Le forze dell'ordine hanno sgomberato, stamani, la Torre Galfa, il grattacielo abbandonato nel centro di Milano che era stato occupato una decina di giorni fa da un collettivo di lavoratori dello spettacolo per attirare l'attenzione sulla mancanza di spazi sociali. Lo sgombero è avvenuto senza incidenti. Carabinieri e polizia sono giunti alla Torre Galfa in forze, intorno alle 6,30 del mattino, proprio come deterrente per eventuali azioni successive di protesta. Una parte degli occupanti sono usciti senza opporre resistenza, ma un altro gruppo è rimasto per qualche ora all'interno dell'edifico. Ora il gruppo di sgomberati si trova di fronte all'ingresso dello stabile in attesa di altri esponenti dei centri sociali ed è per questo motivo che le forze dell'ordine non smobilitano, ma si sono disposte in vari punti lungo il perimetro della struttura. A favore degli occupanti del collettivo Macao si sono schierati in questi giorni numerosi personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, da Dario Fo a Lella Costa, ed era stata organizzata una raccolta di firme (oltre tremila) per chiedere di non procedere con lo sgombero. Il caso della Torre Galfa è stato al centro di un confronto che ha spaccato la città e la politica. Da una parte chi chiedeva il rispetto della legge e l'allontanamento degli occupanti, dall'altra chi sosteneva l'iniziativa come espressione della volontà di creare nuovi spazi per l'aggregazione e la creatività. Il sindaco Pisapia aveva sottolineato che, essendo il grattacielo un edificio privato, il Comune non aveva nessuna responsabilità nella decisione di eventuali interventi delle forze dell'ordine e che questa spettava ad altre istituzioni a partire dalla prefettura e dalla questura.
Nascosto per venti ore nel vano motore. L'odissea di un profugo afgano
Nascosto nel vano motore di una monovolume. E' l'ultimo escamotage ideato dai trafficanti di esseri umani per far arrivare in Italia i profughi. La scoperta è stata fatta dalla polizia di frontiera al porto di Bari. Gli agenti hanno controllato una monovolume Nissan con a bordo una coppia di giovani bulgari Kaloyanov Ivaylo, 24 anni, e Georgieva Stanislava, 39 anni, appena sbarcati dalla motonave proveniente dalla Grecia. Alla richiesta di esibizione dei documenti, il conducente mostrava segni di turbamento tanto da insospettire gli operatori che si determinavano ad approfondire il controllo dell'autoveicolo. Dopo un'accurata ispezione effettuata nell'abitacolo e nel baule posteriore, gli agenti effettuavano una sommaria ispezione esterna del veicolo. In questa circostanza notavano delle anomalie, consistenti in una inusuale fuoriuscita di alcune parti meccaniche del veicolo, in corrispondenza della zona centrale del pianale, proprio al di sotto della macchina. Decidevano quindi di ispezionare anche il vano motore. All'interno, veniva trovato, parzialmente cosciente, un uomo rannicchiato su se stesso, in condizioni disumane in un vano ricavato tra il motore ed il frontalino del mezzo, separato unicamente da un cuscino che lo proteggeva dall'elevata temperatura prodotta dal propulsore. Il profugo, 18 anni, di origine afgana, immediatamente soccorso e rifocillato, veniva così condotto negli Uffici della Polizia di Stato dove ha raccontato di essere rimasto in quella posizione per oltre 20 ore, sin dalle prime ore del giorno precedente e di aver versato all'organizzazione criminale oltre 6mila euro, liquidando in anticipo l'intero importo, mediante accredito diretto effettuato dai suoi parenti. La coppia di conducenti è stata arrestata. Dai controlli fatti dalla polizia sulla donna è emerso che nei mesi scorsi il marito fu arrestato a Brindisi sempre per traffico di esseri umani.
Corsera – 15.5.12
Ogni cittadino spende 2.849 euro per i dipendenti pubblici - Sergio Rizzo
ROMA - Se si misura il costo degli stipendi pubblici in rapporto ai cittadini, noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Ovvio. Meno ovvio, forse, che la nostra spesa procapite sia superiore anche a quella di Grecia (2.436) e Spagna (2.708). Va detto che ci sono Paesi anche più generosi dell'Italia. Per esempio il Regno Unito (3.118) e l'Olanda (3.557). Per non parlare della Francia (4.001), dove peraltro dovrebbe salire quest'anno ancora di 4 miliardi. Il vero problema non è però il livello della spesa, peraltro perfettamente allineato alla media europea dell'11,1% del Prodotto interno lordo (anche se di ben 3,2 punti superiore alla Germania dove in dieci anni è calato dello 0,3% mentre da noi è salito dello 0,6%). Piuttosto, la sua efficienza, e qui sta il vero problema della pubblica amministrazione made in Italy. Lo dice senza mezzi termini un rapporto della Corte dei conti: «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività del sistema Italia preoccupanti segnali riguardano la produttività del settore pubblico». In quella relazione appena sfornata dalla magistratura presieduta da Luigi Giampaolino c'è un grafico che mostra come proprio la produttività, cresciuta nel 2010 di oltre il 2%, sia tornata lo scorso anno a zero, ricominciando nel 2012 perfino a scendere «in linea con le stime dell'andamento del Pil». Dunque, il costo del lavoro per unità di prodotto riprende a salire. Di chi la colpa? L'assenza della meritocrazia. La relazione spiega che il blocco della contrattazione deciso nel 2010 per tamponare le spese ha «comportato il rinvio delle norme più significative in materia di valutazione del merito individuale e dell'impegno dei dipendenti contenute nel decreto legislativo n. 150 del 2009». Ma ha pure «impedito l'avvio del nuovo modello di relazioni sindacali delineato nell'intesa del 30 aprile 2009 maggiormente orientato a una effettiva correlazione tra l'erogazione di trattamenti accessori e il recupero di efficienza delle amministrazioni». Musica per le orecchie dell'ex ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, artefice di quella operazione. Mentre il successore Filippo Patroni Griffi, che era stato anche capo di gabinetto dello stesso Brunetta, non ha resistito: «Premiare i migliori e aumentare la produttività sono le nostre priorità. Bisogna metterle in pratica». Anche se i magistrati non ne sembrano proprio convinti, a giudicare dalle «perplessità» sul «contenuto della recente intesa fra Governo, Regioni, Province, Comuni e sindacati» manifestate nel rapporto. La Corte dei conti dice che quell'accordo, «azzerando il percorso» della riforma Brunetta, rischia di lasciare tutto com'è: consentendo cioè che nel pubblico impiego si privilegi la «distribuzione indifferenziata dei trattamenti accessori al di fuori di criteri realmente selettivi e premiali». Intanto però gli effetti del giro di vite deciso un paio d'anni fa si sono fatti sentire, eccome. Basta dire che per la prima volta, da quando è stata introdotta una specie di «privatizzazione» del rapporto di lavoro, il costo del personale pubblico nel 2010 è diminuito. Esattamente dell'1,5%, per un esborso complessivo di 152,2 miliardi. Niente di eclatante, ma per un Paese come l'Italia è un fatto storico. I dipendenti pubblici a fine 2010 erano 3 milioni 458.857. Ovvero, 67.174 in meno rispetto a un anno prima. Si è sforbiciato dappertutto, con un paio di eccezioni. Come le solite Regioni e Province a statuto speciale, che neppure nel 2010 hanno voluto rinunciare ad accrescere gli organici: anche in un comparto come la scuola. Mentre nel resto d'Italia il personale scolastico diminuiva di circa 32 mila dipendenti, negli istituti di Trento e Bolzano si gonfiava di 441 unità. E poi c'è Palazzo Chigi. Nell' annus horribilis del pubblico impiego, mentre scattava quel giro di vite senza precedenti, era l'unico posto dove paghe e dipendenti continuavano ad aumentare a ritmi forsennati. Alla presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2010, si spendevano per gli stipendi al personale 198 milioni e 700 mila euro: l'11,2% in più in un solo anno. Depurando la cifra degli arretrati, si arriva addirittura al 15,5%. Semplicemente pazzesco l'aumento dell'esborso per le retribuzioni dirigenziali, cresciuto del 20%. Con punte astronomiche del 35,5% e del 57% rispettivamente per i dirigenti di prima e seconda fascia a tempo determinato. Il tutto mentre anche il numero dei cedolini saliva senza sosta. Alla fine dell'anno raggiungeva le 2.543 unità con un aumento del 7%, che toccava l'8,9% considerando il solo personale non dirigente. Motivo, la stabilizzazione di ben 142 precari. Com'è possibile che questo sia accaduto nonostante il blocco delle buste paga di tutti i dipendenti pubblici? Elementare: «Incrementando gli addetti della Protezione civile ed estendendo l'applicazione dei contratti collettivi del comparto al personale trasferito alla presidenza del Consiglio», fra cui «gli addetti alla segreteria tecnica del Cipe» e quelli «in servizio presso il dipartimento del Turismo e dello sport», spiega la relazione della Corte dei conti. Nella quale si sottolinea come nel 2010 siano state finalmente considerate in quella voce di spesa anche le retribuzioni dei collaboratori dei politici, estranei alla pubblica amministrazione. Il dato di quanti fossero nel penultimo anno del governo di Silvio Berlusconi non è conosciuto: né il rapporto rivela il numero dei dipendenti presi «in prestito» da altri uffici pubblici. Specificando però che questi, "pur in flessione», continuano «a rappresentare oltre il 40% del personale in servizio». Se questo è vero, nella miriade di uffici della presidenza del Consiglio disseminati per Roma lavorano non meno di 4.500 persone. Più o meno quante ne mancano nella pubblica amministrazione a causa dei permessi e dei distacchi sindacali. Rielaborando i dati della Funzione pubblica, la Corte dei conti giunge a questa conclusione: «la fruizione di aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi relativamente al 2010 può essere stimata come l'equivalente all'assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità, pari a un dipendente ogni 550 in servizio». Con un costo «a carico dell'erario» pari a 151 milioni. E «al netto degli oneri riflessi».
L'uomo senza casa: il giorno a fare la chemio in ospedale, la notte in macchina a lottare con il dolore - Ruben H. Oliva
MILANO - È un sabato qualsiasi nella periferia milanese di via Mac Mahon. Persone impegnate a fare la spesa e passanti frettolosi che girano la testa nell’altro lato quando si avvicinano a quella macchina ferma dove Gaspare Tumminello vive da circa due anni. Non è un barbone, ma un uomo di cinquantaquattro anni che da qualche anno ha perso il lavoro, la dignità ed infine la casa. È un caso estremo ma non raro. Tumminello gestiva un bar, pagava le tasse ma un giorno i debiti l’hanno sommerso e scaraventato nella terra di nessuno. Da poco gli hanno scoperto un tumore maligno allo stomaco: lui è stato operato ed ora va in ospedale di giorno a fare la chemioterapia per poi tornarsene nella sua macchina la notte a lottare con la nausea e il dolore. Loredana Esposito ha trentatre anni, una storia familiare complessa ed un figlio di 11 anni a carico. Attende angosciata lo sfratto per morosità. Era una dei tantissimi milanesi che pagava l’affitto in nero; due anni fa il proprietario della piccola ex casa popolare di 30 metri quadri ha deciso di sfrattarla e per riuscirci ha registrato un contratto senza dirle niente. Il lavoro come cassiera di un supermercato e i 600 euro che guadagna non le permettono di vedere un futuro né per lei nè per suo figlio. Non si rassegna, ma l'orizzonte è grigio se si pensa che di case popolari a Milano non ce ne sono più molte: gran parte è stata venduta negli ultimi vent’anni, e le rimanenti - quasi 90.000 - sono occupate. A disposizione dell’enorme richiesta ne rimangono solo poche centinaia. Marco Pitzen, sindacalista del Sicet, - il sindacato degli inquilini della Cisl considerato il più attivo sul territorio - ha delle cifre in mano che fanno paura. «Ogni anno il Comune di Milano assegna un migliaio di alloggi popolari ma più di venticinquemila famiglie hanno fatto domanda e attendono un alloggio». Facendo i conti si capisce che le possibilità sono bassissime: solo pochissime famiglie avranno un posto in cui vivere dignitosamente quest’anno. Un vero e proprio «macello» sociale che si consuma di fronte all’indifferenza generale. Ma questo fenomeno, con la crisi, innesca un altro fattore di emergenza abitativa: i pignoramenti. Secondo Pitzen «su 3.500.000 mutui in Italia le banche ci dicono che oltre 500mila sono in sofferenza e che 200mila sono in fase di pignoramento». Ma il dato drammatico è che negli ultimi tre anni sono stati pignorati 100mila alloggi. Ma allora il decantato miracolo italiano dove circa l’ottanta per cento della popolazione è proprietaria di un alloggio ci rende davvero così diversi da altri paesi europei? Pitzen non ha dubbi: «Quasi un quarto della popolazione italiana vive in case in affitto o vive mal-alloggiata, specie nelle aree metropolitane. La maggior parte di questi sono nuclei familiari con redditi bassi. Non c’è dubbio che i tagli alla spesa sociale porteranno ad un peggioramento delle già precarie condizioni economiche di molti». Una crisi, quella abitativa , che ha una lunga storia di sprechi e malaffare. Negli ultimi venti anni, a livello nazionale, gran parte del patrimonio abitativo statale è stato venduto, in molti casi a prezzi irrisori, con un prezzo medio di 23mila euro ad abitazione. Mentre le domande di alloggi popolari crescevano esponenzialmente fino ad arrivare alle oltre 700.000 attuali (con indici di soddisfacimento bassissimi), si è messo in atto un massiccio processo di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, riducendolo di un quarto. In più è stata tolta l’unica tassa di scopo (ex–Gescal) che permetteva il mantenimento e lo sviluppo di questo patrimonio. Nel 1998 è stata varata la legge di liberazione del mercato dei fitti ( L.431/98) che provoca - in concomitanza del passaggio della lira all’euro - l’impennata dei canoni di locazione e di conseguenza l’inesorabile dramma degli sfratti per morosità. Parole dure e chiare quelle di Marco Pitzen, in attesa che l’attenzione della politica si posi per un momento su una problematica che se non verrà risolta in fretta diventerà una catastrofe sociale di dimensioni inimmaginabili.
JPMorgan, lascia la manager super-pagata. Obama: «Riformare Wall Street»
Marco Letizia
MILANO - È uno dei buchi più clamorosi della storia della finanza. Non capita tutti i giorni infatti di perdere almeno due miliardi di dollari (ma indiscrezioni sulle ultime stime parlano di quasi 3 miliardi) con un'attività legata a investimenti sui derivati. Ed è anche una perdita che ha segnato la fine della luminosa carriera di una delle donne più note e meglio pagate dell'alta finanza mondiale, Ina Drew, chief investment officer di JPMorgan Chase e braccio destro del capo della banca d'affari, Jamie Dimon. La Drew si è infatti dimessa a seguito dello scandalo. La banca americana ha confermato le voci che la davano già da qualche giorno fuori dell'azienda. Oltre alla Drew lasciano anche Achilles Macris, responsabile del desk londinese e Javier Martin-Artajo, direttore generale della squadra di Macris. DIMISSIONI - La Drew era uno dei più importanti top manager di JPMorgan, sicuramente uno dei meglio pagati. È stato però proprio l'ufficio della Drew a causare la maxi-perdita. Nelle scorse settimane la dirigente aveva ripetutamente offerto le sue dimissioni, che il gruppo ha poi formalmente accettato. A sostituirla, fa sapere JPMorgan, sarà Matt Zames, codirettore della divisione global fixed income. «LORD VOLDEMORT» - Con la Drew ha lasciato anche Bruno Iksil soprannominato «Lord Voldemort», l'operatore responsabile del clamoroso buco. La Drew conclude così in maniera ingloriosa una carriera straordinaria che l'aveva portata ad amministrare fondi per 360 miliardi di dollari. Per questa sua importante compito Ina Drew l'anno scorso ha ricevuto emolumenti per 15,5 milioni di dollari, mentre nel 2010 aveva guadagnato quasi 16 milioni, diventando una delle dirigenti in assoluto più pagate alla JPMorgan e della finanza mondiale, l'ottava donna meglio pagata nel 2011 secondo la rivista Fortune. CASA BIANCA - Il caso JPMorgan potrebbe portare a cambiamenti nel mondo finanziario che andranno oltre la stretta cronaca della vicenda. I fatti di JPMorgan, «non fanno altro che sottolineare la ragione per la quale è stato importante far adottare la riforma di Wall Street, e perchè è fondamentale che questa riforma sia attuata in maniera completa», ha affermato infatti il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. Ora il mondo della finanza americana teme un ulteriore giro di vite della Volcker Rule, la norma che prende il nome dall'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker che l'ha proposta e che regolamenta il trading bancario.
Europa – 15.5.12
Angela non vola più - Guido Moltedo
Solo Angela Merkel era rimasta intatta e inattaccabile sul piedistallo, uscendo sempre illesa anche dai passaggi più tempestosi vissuti dal suo partito. Abbattuto Brown, poi via via rovesciati dagli elettori o dalla piazza Sócrates, Zapatero, Papandreou, Berlusconi, Sarkozy, la Kanzlerin è restata saldamente al comando, pur raccogliendo risultati sempre più amari nelle elezioni locali degli ultimi tempi. A ogni batosta, lei era risparmiata, come se le sconfitte della Cdu non la riguardassero. E in effetti i sondaggi regolarmente distinguevano tra la sua figura, di gran lunga la più popolare tra i politici tedeschi, e i cristiano-democratici, un partito diviso, e condizionato dall’alleanza con i liberali, a loro volta senza bussola e sull’orlo della scomparsa. Ma ora, dopo il voto nel Nord Reno Vestfalia, non è forse iniziato anche per Angela Merkel il conto alla rovescia? Per l’importanza del Land, il primo della Repubblica federale in quanto a numero di abitanti e a prodotto interno lordo, le elezioni nel Nord Reno Vestfalia sono anche dette «le piccole elezioni federali». Perdere qui è una mazzata per il partito di governo a Berlino ed è di cattivo auspicio per il cancelliere in carica. Fu dopo la sconfitta in questo Land, nel 2005, che l’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder volle andare al voto anticipato e perse malamente, cedendo il potere, appunto, a Angela Merkel. Schröder era all’epoca al potere da sette anni. Come Merkel oggi. Certo, le prossime elezioni regionali sono lontane, l’anno prossimo in Bassa Sassonia e in Baviera, e quelle federali alla fine del 2013. C’è tutto il tempo per riprendere quota. Eppure, anche se è presto per saltare a conclusioni fatali per Merkel, la cancelliera che riceve stasera il neopresidente francese non ha più la stessa forza politica per dettare la linea al resto dell’Europa. Ma se Merkel non è il suo partito, ancora meno lo è la Germania, il sistema tedesco. Lo si è capito bene proprio alla vigilia dell’arrivo di François Hollande in Germania, quando il governatore della Bundesbank ha voluto far sapere con toni e modi quasi brutali chi comanda davvero a Berlino. «Qualsiasi ipotesi di modifica dello statuto della Bce sarebbe molto pericoloso», ha scandito Jens Weidmann in un’intervista sabato scorso alla Süddeutsche Zeitung, mettendo in discussione la proposta lanciata da Hollande per consentire alla Bce di adottare misure a sostegno dell’economia o di pagare direttamente gli stati membri. E ha aggiunto: «Per quanto riguarda l’inflazione, bisogna aspettare il programma definitivo del governo di François Hollande previsto per martedì a Berlino, ma è chiaro che dobbiamo respingere la sua richiesta di campagna volta a modificare il patto fiscale europeo. La nuova parola chiave è crescita - ha ribadito Weidmann - ma tutti capiscono altro. Tutti gli esperimenti dimostrano che un debito troppo grande frena la crescita, la lotta ai debiti con i debiti non funzionerà». Se sia un gioco delle parti tra la cancelliera e il capo della Buba, è quasi secondario. In tempi di politica forte, sarebbe stata comunque impensabile una sortita del genere. Il punto è qui. Angela Merkel, amata o detestata, era comunque (è ancora?) temuta e rispettata. Era l’ultimo leader totus politicus rimasto sulla scena, sia pure in un panorama europeo dove da tempo è evidente il protagonismo crescente dei dirigenti della Bce e delle banche centrali. Si dice che la crisi non consente il lusso di leader carismatici. La scena, adesso, è occupata da leader “normali”, una figura di cui Hollande è il perfetto emblema. In Spagna, lo stesso: dopo Zapatero c’è Rajoy che definire grigio è conferirgli un colore brillante. In Italia, dopo lo scoppiettante Silvio, c’è il professor Monti. In Olanda, dove si è aperta una crisi politica che non si sa come chiudere, s’invoca un Monti arancione. A Londra l’opposizione laburista stravince le elezioni locali guidate dal più opaco dei fratelli Miliband, il noioso Ed. E in Germania la riscossa socialdemocratica è guidata da un leader che, sia pure per una nobilissima ragione (tre mesi di congedo di paternità), si farà da parte per tre mesi. E a Bruxelles? José Manuel Barroso è sempre più un personaggio in cerca d’autore, mentre Herman Van Rompuy non fa che confermare l’irrilevanza della carica di presidente della Ue che pure ricopre dignitosamente. É questa l’Europa che deve fronteggiare la sua crisi più grave. >Con dirigenti che sono visi pallidi, ognuno dei quali preoccupato di sopravvivere di fronte a un elettorato sempre più arrabbiato e sempre più sfiduciato nei confronti della politica. Se adesso si aprono le scommesse non più solo sull’uscita della Grecia dall’euro, ma anche su quella della Spagna, la cosa non va presa come una stravaganza, visto che i mercati “ragionano” più o meno con la stessa attitudine dei bookmaker. Per questo, un voto che segna il possibile tramonto dell’ultimo politico forte, Angela Merkel, può far giustamente gioire la sinistra, ma non è un paradosso: non è una buona notizia.
Scusa Grillo, e i diritti? - Federico Orlando
Se un magistrato come Ingroia si fa travolgere dalla passione politica fino a diventare o apparire uomo di partito; e se un magistrato come il capo della direzione investigativa antimafia invita il collega a lasciare la toga e a sua volta fa lodi inattese all’antimafiosità del governo Berlusconi; c’è anche qualche magistrato meno noto ma più legato ai codici, il procuratore di Nocera Inferiore, che si ricorda del reato di offesa all’onore e al prestigio del capo dello stato e apre un fascicolo sulle scelleratezze verbali di alcuni grillisti. Costoro sarebbero i “barbari che urlano”, inquadrati domenica scorsa da Eugenio Scalfari assieme ai “barbari che sparano”, contro i quali la ministra Cancellieri annuncia l’intervento dell’esercito. Preferirei tener separate le due tribù, grillisti e terroristi, perché fatta eccezione per il capocomico, che già si scopre debole intimando ai “suoi” di non mostrarsi in tv, chi lo ascolta e lo vota è gente normale. Come normali erano i pacifisti. Qualcuno ricorda l’Arcobaleno e i papa-boys della guerra in Iraq? E i girotondini di piazza Navona e San Giovanni del 2002 con le istituzioni assediate? E i referendari con il loro 82 per cento del 1991-93 contro la partitocrazia proporzionalista e sgovernante? E i secessionisti padani che si facevano battezzare nel Po da un Battista ridottosi a Bossi? E i sessantottini delle università con “l’immaginazione al potere” (una mancata laurea per troppi e il ritorno di rettori con familiari al seguito?). E le femministe, se a ridestarne il ricordo non fossero ogni anno le medievali manifestazioni antiabortiste di fascisti e clericali, nostalgici di aborti clandestini, come i fondamentalisti americani lo sono della Lettera scarlatta (A come adultera) marchiata sulla camicia della reietta? Oggi il grillismo coglie il suo attimo in questa lunga serie di contestazioni positive negative o sterili, attimo di cui si sentono gli scricchiolii in questa vigilia di ballottaggi nei comuni: dove le liste grilline rimaste fuori dal secondo turno hanno dovuto risolvere entro domenica sera il problema dell’apparentamento con l’uno o l’altro protagonista del ballottaggio , secondo la maggiore o minore possibilità di questo o quello di trascinare un grillista in comune col premio di maggioranza. Siamo già al “come” entrare in comune, quasi senza programma, secondo l’eterno modulo opportunista, nobilitato con la motivazione che occorre entrare nelle istituzioni per modificarle. Qualcuno ricorda la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, che i movimentisti senza P38 contrapponevano al “Vietcong vince perché spara” dei terroristi? Noi lo ricordiamo bene, ed è per questo che non facciamo d’ogni tribù barbara un fascio. Ci sono i terroristi e ci sono gli urlatori, l’unica cosa che li accomuna è la loro inutilità fino a quando non avranno capito che la democrazia si può (e si deve) migliorare ma non si può abbattere. Perché gli altri che non urlano e non sparano non lo consentono. Perciò, ai terroristi si risponde con l’esercito, ai grillini col ragionamento. E non c’è da sforzarsi, basta ricordare quel che scriveva De Rita sui “grandi raduni di corto respiro” per la seconda guerra dell’Iraq. «Non si può continuare a dire pace-pace e non esprimere un’idea pur rudimentale di come ottenerla e poi gestirla; non si può richiamare il primato della persona e non aver alcuna idea di come gestire quella grande dose di individualismo e soggettivismo etico da cui quel primato discende ». Insomma, mai volare più in alto del proprio angelo custode. Forse è anche per questo, e non solo per il grumo delle difficoltà che ci stringono, che la lettera di giovani a Monti e Fornero, pubblicata in febbraio dal Corriere della Sera, non ha avuto seguiti eclatanti. Forse perché sbagliato era il punto culturale di partenza, che i padri abbiano costruito il loro welfare socialdemocratico per vivere “nella bambagia delle tutele”, grazie a un “dispetto generazionale”. L’ignoranza non è una buona base di partenza. Il welfare socialdemocratico, peraltro in via di smantellamento dappertutto, è solo il punto di arrivo degli anni ribollenti di fino Ottocento e primo Novecento, a cui l’infaticabile Lucio Villari ha dedicato il suo ultimo saggio Notturno italiano: opera sull’intreccio e scontro di realtà conservatrici e aspirazioni nuove, che si chiamarono per un verso marinettismo, dannunzianesimo, nazionalismo, per altro nascita del partito socialista, rinascita del liberalismo giolittiano, Rerum Novarum, cultura rivoluzionaria di classe contro cultura moderata del riformismo. Tutte finite nell’altoforno della guerra e di quel che venne subito dopo in Europa: bolscevismo, fascismo, nazismo, franchismo. Aggiungere il grillismo allo scontro fra culture significherebbe meritare le pernacchie, e non di Grillo: in quello scontro c’era, centrale nella storia, la lotta di classe, frontale e sostanziale, che il malessere di oggi non è in grado neanche di evocare. Da quel malessere nacquero le assicurazioni sociali di Bismarck e di Giolitti, la carta del lavoro e le mutue del fascismo, il welfare socialdemocratico “dalla culla alla bara”, il sistema di sicurezza sociale promesso ai combattenti da Beveridge. E non solo in Inghilterra. La lotta per il lavoro e il futuro della Generazione Zero, oggi al primo posto, è problema di aggiustamento doveroso e necessario del sistema di sicurezza sociale, che le esclusioni trasformano in insicurezza sociale per molti e alla fine per tutti. Aggiungerei una cosa, non propriamente marginale: la nuova equità sociale non si consegue senza un nuovo sviluppo dell’economia e dei diritti civili, due cose che nell’Italia del passaggio dall’Otto al Novecento si misero in moto insieme, grazie anche allo sviluppo della scienza e dell’industria. A proposito: che idee ha Grillo, e non solo lui, sui diritti civili che i sanfedisti vorrebbero ritoglierci? Capisco l’imbarazzo, ma non può durare.
VEDI: MOVIMENTO DEI FORCONI
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia e la Siria vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm