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Rassegna stampa di Lorenzo     http://conques.ilcannocchiale.it/       

 

Manifesto – 10.5.12

 

Le contraddizioni di Hollande - Joseph Halevi

Usciamo dall'effetto ipnotico che la sinistra francese esercita usualmente su quella italiana e cerchiamo di capire se Hollande abbia un programma attuabile. I punti principali del programma del neopresidente socialista sono il raggiungimento dell'equilibrio del bilancio pubblico nel 2017 e e la riduzione del deficit al 3% del Pil per l'anno prossimo. All'interno di questi obiettivi Hollande si propone di creare 150 mila «posti di lavoro del futuro», evidentemente in settori ed occupazioni di punta, nonché riportare l'età pensionabile a sessant'anni, il livello cui era fino al 2010 quando Sarkozy la portò a 62. Il supporto finanziario dovrebbe venire da un' imposizione del 45% sui redditi superiori ai 450 mila euro l'anno e del 75% su quelli oltre il milione di euro. L'imposta sui redditi verrà incrementata dello 0,1% all'anno per finanziare le spese pensionistiche mentre l'imposizione sulle plusvalenze bancarie verrà aumentata del 15%. In tale contesto il programma di Hollande non è compatibile col Fiscal compact perché prevede il pareggio di bilancio su un arco di tempo assai più lungo rispetto alla rapidità imposta dell'accordo siglato dai 25 paesi dell'Unione europea all'inizio di quest'anno. Tuttavia l'obiettivo del pareggio assoluto nel 2017 Sarkozy se l'era posto per il 2016, accetta il principio di deficit zero portato avanti, nei confronti degli altri paesi, dalla Germania. Come si pone il programma del neopresidente rispetto alla fiscalità francese? Forse pochi sanno che il gettito fiscale proveniente dall'imposta sui redditi rappresenta meno del 20% degli introiti netti complessivi a parte dello Stato, mentre le tasse percepite dalle società non arrivano al 14%. Ne consegue che il grosso del gettito fiscale della Francia, pari al 49% del totale, origina dall'Iva, una tassa altamente regressiva. Questa caratteristica del gettito fiscale è strutturale, essendo stata voluta e perseguita da molti decenni sia dai governi di destra che da quelli socialisti. Ciò significa che la tassazione dei ricchi propagandata durante la campagna presidenziale non potrà cambiare di molto la composizione del gettito, che invece si impernia sull'Iva. A corroborare il sospetto che la tassazione dei ricchi sia un fuoco pirotecnico contribuisce il fatto, anche questo poco noto, che ben il 45% dei foyers fiscaux (le famiglie) francesi è esente dall'imposta sul reddito, di cui l'80% non supera i 12000 euro l'anno. La mia conclusione è che l'effettiva base impositiva della Francia non permetta politiche di ripresa mantenendo l'obiettivo del bilancio in pareggio per il 2017 e la riduzione del deficit al 3% del Pil per l'anno prossimo. Pertanto rinegoziare il Fiscal compact non basta, soprattutto quando l'economia francese sta entrando in recessione. Hollande dovrebbe rivedere i suoi obiettivi, cioè quello del pareggio per il 2017 e la riduzione al 3% per il 2013. Qui la Germania non c'entra.

 

La Germania spinge Atene: «Non vogliamo trattenervi» - Francesco Piccioni

La parola definitiva l'ha detta probabilmente Wolfgang Schaeuble, il ministro delle finanze tedesco: «se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla. Saranno loro a decidere se restare o no» nell'euro. L'ipotesi smette di essere un caso di scuola e diventa un evento molto probabile, cui tutti - i paesi europei, gli «investitori internazionali» e gli stessi greci in primo luogo - devono prepararsi. Al punto che si può dire che la questione non è più vista come un «se», ma come un «quando» e soprattutto «come». Giuridicamente, non esiste nessun meccanismo per cui i paesi dell'eurozona possano «buttar fuori» i reprobi, quelli che «non rispettano le regole». Ma l'articolo 50 del Trattato stabilisce che l'unico soggetto che può decidere è il singolo paese membro; senza però prevedere nessuna procedura particolare. Come se gli estensori del Trattato ritenessero un gesto del genere impossibile. Il voto ellenico ha ovviamente fatto precipitare le incertezze, trasformandole in «fuga dal rischio». Persino l'erogazione delle prossima tranche di aiuti concessi dalla Ue - 5,2 miliardi, da consegnare oggi - è stata ieri messa in discussione da parte di alcuni paesi. Tra cui la Germania. Poi, in serata, è arrivato lo «sblocco». Ma molti osservatori hanno considerato questa voce solo un modo di aumentare la pressione sulle forze politiche greche affinché formino subito un «governo di unità nazionale per restare nell'euro», magari guidato da Venizelos (il nuovo segretario del Pasok, dopo l'abbandono di Papandreou). Che guarda caso ieri è stato l'unico ad avanzare una proposta simile. Ma sembra ormai impossibile evitare una seconda tornata elettorale a metà giugno, vista l'estrema frammentazione politica che impedisce la formazione di qualsiasi esecutivo. L'intenzione tedesca è chiarissima. Ieri Joerg Asmussen, membro del direttorio della Bce, ha rispiegato che «non ci sono alternative al programma di risparmio; il governo greco ha perso fin troppo tempo nell'applicazione del programma di riforme». Accusa che, vista da qui, sembra abbastanza assurda. In due anni il paese si è impoverito a dismisura, i salari sono diminuiti del 25% solo nel 2011; e altrettanto si prevede accadrà quest'anno. Non c'è rimasto quasi nulla di «pubblico» da mettere sul mercato. Molti analisti riconoscono a questo punto che «un'economia in difficoltà non può convivere con una valuta forte». O si svaluta l'euro fino a poter essere sopportato anche dai greci, oppure deve essere Atene ad andarsene. Di propria volontà. La domanda che perseguita tutti è: cosa accade, se Atene esce? Il caos a breve sembra garantito sia per i greci, ovviamente, che si ritroverebbero immediatamente ancora più poveri (tra il 40 e il 60%). Ma anche per l'Europa. I paesi «deboli» della periferia - Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda - diventerebbe immediatamente i prossimi bersagli della speculazione al ribasso (già ieri lo spread tra Btp e Bund tedesco è tornato sopra i 400 punti; quello dei Bonos spagnoli a 450), con effetti a catena sulla tenuta dell'intera costruzione europea. Del resto il voto di domenica ha punito ovunque - anche in Italia, e pesantemente - i partiti che sostengono «il rigore». Un segno inequivocabile dell'impossibilità di «mantenere la coesione sociale» con politiche di spremitura a senso unico delle popolazioni. Ma nelle difficoltà sistemiche vengono fuori improvvisamente anche brandelli verità fin qui tenuti gelosamente nascosti. Come evidenziato ieri sul nostro giornale da Gabriele Pastrello, la Germania è l'unica a beneficiare della situazione attuale. Come? «Ai tassi attuali, e con lo spread vertiginosamente salito, Berlino sta ristrutturando il proprio debito pubblico gratuitamente, anzi, guadagnandoci qualcosa». In altri termini «il rigore» imposto agli altri permette alla Germania di abbassare il debito, aumentare le esportazioni e persino di concedere aumenti salariali interni. Una bestemmia, per chiunque altro. Nel frattempo Alexis Tsipras, leader di Syriza, formazione di sinistra radicale piazzatasi al secondo posto nel voto greco, ha giudicato impossibile formare un governo sotto la propria guida. Ora toccherà al socialista Venizelos, molto benvoluto dai mercati. Ma nessuno spera che sia lui, arrivato solo terzo domenica, a riuscire dove già il conservatore Samars aveva fallito. Comunque vada, i greci sono destinati a pagare la propria scelta. Devono solo scegliere tra pagare e soffrire senza possibilità di risorgere, o farlo per ripartire davvero.

 

Investimenti fuori dal Patto – S.F.

Esentare una parte del debito per investimenti dai vincoli di bilancio per tornare a crescere. È la proposta lanciata dal premier italiano Mario Monti alla «Conferenza sullo stato dell'Unione» in corso, ieri e oggi, a Firenze. Monti parla espressamente di broad band e agenda digitale. Nessuna sovversione dei rigidi principi della disciplina di bilancio - «la Cancelliera Merkel non deve temere proposte italiane contro questi principi» assicura il premier - ma i primi commenti tedeschi non sono incoraggianti. «È sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi», risponde a caldo il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. Una risposta, quella di Schaeuble, che guarda all'esito della tornata elettorale francese. La due giorni fiorentina è infatti il primo vertice europeo dopo la sconfitta, in Francia, di Nicolas Sarkozy e, in Grecia, dei maggioritari partiti pro austerity. Il neopresidente francese Hollande è pronto a lanciare la sua «sfida all'austerità». Ieri ha incontrato il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, oggi il faccia a faccia con il presidente dell'Eurogruppo Jean Claude Juncker, e soprattutto il 16 maggio, all'indomani della sua investitura, volerà a Berlino per incontrare la Cancelliera Merkel. Non ci sarà più nessun direttorio franco-tedesco, ha ribadito Hollande. E non a caso proprio ieri, secondo quanto riportava Bloomberg, il tedesco Schaeuble ha escluso qualunque rinegoziazione del patto di bilancio europeo. Lo Stato dell'Unione, a voler riprendere il titolo della due giorni di Firenze, non è dei migliori. Il nuovo dogma si chiama Fiscal compact, il patto di bilancio firmato il 2 marzo scorso che ha decretato la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio per i paesi della zona euro. Per l'Italia significherebbe una manovra da 45 miliardi all'anno, per vent'anni. La strada per la crescita, in una Unione stremata dalle politiche del rigore, è stretta. L'esempio greco è sotto gli occhi di tutti. Di qui la proposta di Mario Monti che, nell'assestarsi dei nuovi equilibri europei, punta a giocare un ruolo di mediazione mettendo sul piatto della discussione, oltre agli eurobond, anche gli investimenti pubblici. Distinguere tra spesa corrente e spesa da investimento nel calcolo del deficit ma con regole strette: «Certo è delicato - dice Monti - non possiamo balzare a una posizione avventurosa in cui diciamo che ogni spesa classificata come investimento sia esentata o guardata con occhio di favore sotto le regole dell'Europa perchè è stato fin troppo frequente che paesi abbiano coperto perdite di compagnie a partecipazione pubblica e le abbiano poi contabilizzate in investimenti. Ci vogliono quindi criteri molto stretti - conclude Monti - che distinguano investimenti ammissibili da investimenti inammissibili». La premessa di Monti d'altro canto non lascia adito a dubbi: «Tra i capi di governo io sono il più sensibile ai principi della disciplina di bilancio e certamente non ho nessuna intenzione di sovvertirli. Spero che gli sforzi che il governo italiano sta facendo in questo momento possano giovare all'Europa e all'Italia per avvicinare la crescita». «Sarebbe paradossale - ha concluso Monti - che per rispettare i vincoli di bilancio gli Stati si rifacessero sulle imprese penalizzandole e distruggendone la capacità produttiva». «Una crescita solida non può essere basata sul debito», ha ribadito da lontano Angela Merkel, definendo, secondo quanto riportato da Bloomberg, «molto strano il dibattito che vorrebbe la crescita in contrapposizione al rigore dei conti pubblici». Una difesa a spada tratta delle politiche del rigore che trova la sua ragione principale nel fatto che che, come ha spiegato bene ieri su questo giornale Gabriele Patrello, le banche centrali dei paesi «Piigs» risultano pesantemente indebitate con la banca centrale tedesca per un ammontare che è superiore a quello del fondo di salvataggio europeo che si sta approntando. Un dogma ormai, quello tedesco, incontrovertibile. «La crisi ha chiarito che più disciplina fiscale e maggiore convergenza sono prerequisiti per avere una crescita economica duratura e sostenibile», ha detto a Firenze il presidente della Commissione Ue Barroso. La crisi greca sembra invece dimostrare esattamente il contrario.

 

Una rabbia senza Termini – Massimo Giannetti

TERMINI IMERESE - «Da qui ai prossimi giorni a Termini Imerese se ne vedranno delle belle, la nostra protesta sarà un crescendo...». Sono le quattro del pomeriggio e davanti alla sede dell'Agenzia delle entrate, sul lungomare Cristoforo Colombo, ci sono un sacco di poliziotti. Dentro c'è trambusto, ma non è una protesta di routine, perché la sede locale del fisco è stata clamorosamente occupata da centinaia di ex operai Fiat dopo un'infuocata assemblea mattutina davanti ai cancelli dello stabilimento, chiuso ormai da più di cinque mesi. «Vogliamo essere ascoltati - dice un battagliero Vincenzo Comella, della Uilm, mentre occupa anche lui l'Agenzia delle entrate - abbiamo scelto questo obiettivo sensibile perché rappresenta lo stato che riscuote le tasse nel territorio, e noi dallo stato vogliamo risposte sul futuro di oltre duemila lavoratori rimasti di fatto con un pugno di mosche in mano». Dal governo, in particolare dal ministro dello sviluppo economico Corrado Passera e da quello del lavoro Elsa Fornero vogliono sapere che fine abbia fatto il piano di riconversione industriale dello stabilimento Fiat da parte della Dr Motors: se cioè è un piano che ha ancora gambe per camminare o se invece, come sembra, è da considerare un peso morto. L'imprenditore molisano Massimo Di Risio - a cui il governo (attraverso Invitalia) e la regione Sicilia avevano affidato le sorti degli operai finiti in mezzo alla strada in seguito alla fuga di Sergio Marchionne da Termini Imerese, è un uccel di bosco, sparito alla ricerca affannosa di un centinaio di milioni di euro che le banche a cui si è rivolto - Unicredit, Intesa San Paolo e Monte dei Paschi - non intendono però concedergli a causa della sua precaria condizione economica. In base all'accordo di dicembre, Di Risio sarebbe dovuto entrare in possesso dello stabilimento (per produrre auto low cost) all'inizio di questo anno, ma sono passati già cinque mesi e la promessa riassunzione degli operai è rimasta tale: carta straccia. E l'esasperazione delle ex tute blu - tutte in cassintegrazione a zero ore - è comprensibilmente alle stelle. Se non parte il piano Di Risio tra sei mesi, rischiano di non avere più neanche la proroga della cig e salterebbe anche la mobilità per gli ex operai più anziani (gli esodati) che sempre in base all'accordo siglato con i sindacati dovrebbero essere accompagnati gradualmente alla pensione. «Il governo - dice Roberto Mastrosimone, della Fiom - non sta rispettando niente di quello che era stato stabilito dall'accordo: ha stralciato le tutele promesse per i 640 esodati, che adesso rischiano di rimanere cinque anni senza un lavoro e senza pensione, e sta fallendo la sua funzione di garante del piano di riconversione della fabbrica. In più - aggiunge il sindacalista - non va dimenticato che ci sono 100 lavoratori dei servizi di pulizia e mensa che da dicembre non hanno uno stipendio, perché non è stata ancora autorizzata la cassa integrazione». Ma perché il governo tace? «Perché evidentemente non ha nulla da dirci - riprende Comella - Invitalia latita da due mesi. Con l'advisor del governo e con il ministero dello sviluppo economico avremmo dovuto riunirci il 3 maggio a Roma, ma l'incontro non è stato mai fissato. A questo punto temiamo che la situazione sia peggiore del previsto e non possono darci rassicurazioni. Il rischio è che salti tutto, non solo il diritto al secondo anno di cassa integrazione per il 2013, vincolato all'assunzione del 30 per cento del personale da parte della Dr entro il 2012, ma l'intero piano di riconversione». L'occupazione dell'Agenzia delle entrate dovrebbe proseguire a oltranza. Ma la protesta degli operai di Termini, riesplosa dieci giorni fa con uno sciopero cittadino, «sarà articolata anche in altre forme e in altre sedi», assicurano i sindacati metalmeccanici, che per domani annunciano una manifestazione a Palermo davanti alla prefettura e poi alla Regione. «Il destino degli ex operai Fiat è una questiona nazionale. La tensione sociale cresce a causa degli assordanti silenzi delle istituzioni», dicono Maurizio Bernava e Mimmo Milazzo, segretari della Cisl Sicilia e di Palermo lanciando un appello alle forze politiche affinché intervengano sul governo.

 

Esodati, soluzione per pochi Fornero: «Sarò impopolare»

ROMA - Il decreto sui lavoratori esodati è pronto, riguarda una platea di 65 mila persone e sarà emanato entro maggio. La dichiarazione è arrivata ieri dalla ministra del Lavoro, Elsa Fornero, che ha comunicato la notizia ai sindacati nel corso dell'incontro al ministero. Il decreto interministeriale, secondo quanto riferiscono Cgil, Cisl e Uil, conferma che saranno salvaguardati i lavoratori esodati che hanno fatto un accordo con l'azienda e che raggiungeranno i requisiti per accedere alla pensione con le vecchie regole entro il 2013. Ma non sono garantiti, purtroppo, gli esodati dei prossimi anni, quelli che vanno oltre i 65 mila (e che secondo stime sindacali sarebbero circa 300 mila). La conferma di questa incertezza è venuta da un'altra affermazione di Fornero, che ha detto: «Il vincolo delle risorse non può essere messo in discussione, per quegli esodati che restano fuori dal decreto si vedrà. Mi prendo tutta l'impopolarità di un provvedimento impopolare». I 65 mila lavoratori che potranno accedere alla pensione secondo le vecchie regole sono divisi, nel decreto annunciato ieri dalla ministra, in: 25.590 lavoratori in mobilità; 3.460 lavoratori in mobilità lunga; 17.710 assistiti dal fondo solidarietà; 10.250 prosecutori volontari, 950 lavoratori esonerati; 150 genitori di figli disabili, 6.890 lavoratori del vecchio esodo. Ma ieri è stato anche il giorno di una dichiarazione «di peso» di Fornero, seguita (e forse anche causata, probabilmente) alle polemiche del giorno prima sulla frase sulle «conseguenze umane della crisi» (leggi suicidi) pronunciata da Monti (che aveva sostanzialmente scaricato le responsabilità sui politici che lo avevano preceduto): la ministra ha spiegato che «sull'attenzione ai segmenti più deboli, forse siamo in ritardo». Successivamente, Fornero ha pronunciato un'altra frase che ha suscitato polemiche: «Con la riforma del mercato del lavoro - ha detto all'assemblea di Confcooperative - corriamo anche il rischio di risospingere verso il nero alcune occupazioni, pensiamo che questo rischio debba essere colto». Poi ha aggiunto che «è esattamente nei momenti di crisi che si possono reimpostare soluzioni. Il rischio c'è ma è piccolo, e il Paese deve affrontarlo con fiducia per uscire dalla crisi». La frase sul nero, così come l'ammissione sul ritardo, hanno provocato i partiti, anche quelli della maggioranza, già in fibrillazione per i risultati delle amministrative e in una fase non certo di idillio con il governo: per Manuela Repetti, del Pdl è «assurdo che il ministro Fornero affermi che la proposta di riforma del lavoro potrebbe sospingere in parte verso un ritorno del lavoro in nero. Fornero dovrebbe comprendere che è la conseguenza di una proposta sbagliata e non di scelte coraggiose: la verità è che questo ddl introduce ulteriori freni che inceppano sempre più il mercato del lavoro, ricreando spazio al lavoro nero». Per l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd), «l'ammissione di colpa a proposito della disattenzione del governo nei confronti dei più deboli è importante. Se si vuole per il futuro predicare bene e razzolare bene, l'occasione c'è: concordare con le parti sociali misure per gli esodati. Non basta risolvere il problema delle prime 65 mila persone perché tutti coloro che sono coinvolti hanno diritto di poter andare in pensione in tempi rapidi con le vecchie regole. Dopo questo primo passo ci aspettiamo il varo di una riforma che garantisca ai giovani adeguate tutele in caso di licenziamento, anche quando sono precari». «Meglio tardi che mai, ma i mea culpa servono a poco se non si cambia orientamento», ha commentato invece la leader Cgil Susanna Camusso.

 

«Un voto anti-governo. E ora mandiamolo via» - Daniela Preziosi

Segretario Ferrero, molti leggono nel voto nei comuni un voto contro Monti. Se così fosse la manifestazione di sabato 12, indetta dalla Federazione della sinistra contro il governo, dovrebbe essere sterminata. Magari fosse così semplice. Certo è che il voto boccia nettamente la politica di Monti. In altri paesi d'Europa la protesta ha preso la strada della sinistra. In Italia il senso comune è stato spostato dai mass media dalla speculazione al debito, e dal debito ai costi della politica. E quindi il grosso del voto di protesta è finito sulle liste di Grillo. Ma senza dubbio ha perso Monti e le forze che lo sostengono. Il Pd sostiene di aver vinto tra le 'macerie' degli altri. Rispetto alle regionali, il Pdl e la Lega hanno perso due voti su tre, il Pd uno su tre, l'Udc un po' meno. Noi e Sel restiamo fermi, Grillo va avanti. Per questo la scomunica di Grillo è assurda. Ripeto, nei fatti è il canale in cui si è espressa la giusta protesta. Per noi però la critica alla politica è sacrosanta, ma ci vuole anche quella alla politica economica: quindi difendere l'art. 18, nazionalizzare le banche, colpire la speculazione. Il successo di Grillo è tutto merito dei media? Il tema dei privilegi è vero, ed è stato un errore anche nostro non fare la lotta ai privilegi con durezza. Ma sostenere che il problema dell'Italia sono gli stipendi dei parlamentari è una mistificazione, rispetto agli 80 miliardi di interessi sul debito ovvero alla tangente che paghiamo alle banche per colpa del fatto che ci finanziano gli speculatori anziché la Banca centrale. È una mistificazione parlare dei costi della politica e non del fatto che Italo Ntv (il nuovo treno veloce di Montezemolo, ndr) si trova a gestire una baracca da milioni grazie ai privilegi concessi, in pieno conflitto di interesse, dallo stato. Anziché indire un corteo da soli non poteva cercare di allargare il fronte? Siamo mesi che ci sgoliamo in appelli all'unità che cadono nel vuoto. Alla manifestazione contro il debito, a Milano, ci siamo resi conto che o partivamo o non si faceva nulla. Abbiamo lanciato la mobilitazione con due connotazioni: la presenza delle soggettività sociali e le rappresentanze dei partiti europei, dal Front de gauche alla Linke. Sarà con noi Alexis Tsipras, il candidato della sinistra greca che era con noi a Genova nel 2001. Ma la consideriamo un punto di partenza. Speriamo che scaturisca un'iniziativa unitaria contro Monti, contro le politiche europee e contro il fiscal compact. Non crede che sul fiscal compact Monti stia cambiando linea, dopo la vittoria di Hollande in Francia? Monti è politicamente il cameriere di Merkel e un estremista della linea opposta ad Hollande: un liberista della Goldman Sachs, tra i protagonisti delle politiche che hanno creato la crisi. Era persino consulente del ministro Pomicino nella stagione in cui in Italia si scavava il fosso del debito. Non crede che Hollande riuscirà a cambiare il segno delle politiche economiche europee? I popolari e i socialisti troveranno una mediazione, e sarà appiccicare al fiscal compact un po' di eurobond. La chiameranno 'crescita'. Monti sarà d'accordo e per l'Italia significherà 45 miliardi di tagli in più ogni anno, oltre al pareggio di bilancio e a tutte le stangate in corso. Gli effetti recessivi del fiscal compact sono infinitamente più pesanti delle quisquilie sulla crescita. Chiederà ai suoi compagni del Front de gauche di rompere con Hollande? So che noi ci batteremo contro, e dico 'noi' perché il gruppo della Sinistra europea ormai si incontra almeno ogni due mesi per discutere insieme, ora abbiamo in programma una manifestazione comune contro la Bce. Giustamente il Front ha appoggiato Hollande, meglio lui che Sarkozy. Anche per voi varrà la regola meglio Bersani che uno di centrodestra? Per ora non siamo al voto, siamo all'urgenza di fermare Monti. Ha perso le elezioni e noi ora vogliamo farlo cadere. La sua permanenza non è indifferente: se l'Italia non approverà il fiscal compact e il pacchetto Fornero sarà meglio per tutti. Stiamo raccogliendo le firme contro la cancellazione dell'art. 18, e se sarà legge faremo di tutto per cancellarlo con un referendum. Ci pensi bene chi lo vuole approvare. Facciamo un appello per l'unità di tutte le forze della sinistra che si oppongono a Monti, Sel, Idv - con la quale abbiamo fatto una splendida esperienza in Sicilia alle amministrative - ai movimenti, a 'Alba', alla sinistra diffusa. E il Movimento 5 stelle? Se volesse, nulla in contrario. Tutti insieme per un'opposizione efficace. Serve anche un sindacato più netto: bene la manifestazione, ma mi sarei aspettato uno sciopero generale. In Grecia, in Francia e in Spagna l'opposizione dei sindacati al neoliberismo è durissima. Napoli e Milano prima, Genova e soprattutto Palermo oggi, dimostrano che dobbiamo abbandonare lo spirito minoritario, quello che spinge ad andare dal Pd con il cappello in mano. Il voto dice che fra noi, Idv e Sel c'è una forbice più stretta di come dicono i sondaggi: insieme saremmo forti. Poi, eventualmente, sarà diverso anche discutere di alleanze. Lei faceva lo stesso appello prima del voto. Non le sembra che oggi il Pd sia più interessato a un'alleanza a sinistra? È un'ipotesi. Un'altra è che il crollo del centro accentui la tendenza a 'tirarli' dalla loro parte. Dico ai compagni di Sel, all'Idv, ai movimenti: smettiamo di aspettare il Pd, iniziamo noi la partita. Uniamoci per far cadere Monti. Sel e Idv invocano l'alleanza con il Pd. In questo caso la Fds che farà? In politica le subordinate servono solo a finirci dentro. Quindi mi batto per un processo unitario, in una forma federata o confederata o di alleanza. Nessun piano B.

 

La crisi e la sinistra – Alberto Burgio

Si ha più che mai, di questi tempi, l'impressione che avesse ragione Antonio Gramsci nell'indicare nella «concezione fatalistica e meccanica della storia» un preciso sintomo di scarsa autonomia intellettuale. Oggi, di fronte alla drammaticità della crisi e alle preoccupazioni che essa genera, la «pigrizia fatalistica» (sempre Gramsci) domina. Prevale la tendenza a credere che quanto accade sia effetto di forze superiori e incoercibili, il verdetto di un destino avverso. E che, per contro, solo un destino benigno (o «un dio») possa salvarci. Contro questo atteggiamento rinunciatario, figlio di una propensione al pensiero magico dura a morire, il pensiero critico può (deve) giocare una partita cruciale. Non è difficile mostrare come le sorti della sinistra, non solo in Italia, dipendano in larga misura dalla capacità di compiere e diffondere una corretta lettura delle cause della crisi in tutte le sue dimensioni (economica e sociale, politica, «intellettuale e morale»). Se sarà in grado di sradicare il diffuso fatalismo e la rassegnazione che ne consegue, la sinistra svolgerà un ruolo nella prossima fase del conflitto, che si annuncia, già dal prossimo autunno, di estrema asprezza. Altrimenti, contribuirà validamente alla propria sostanziale estinzione. Questa crisi ha una specificità, che tende a passare inosservata. Come tutte le crisi sistemiche del capitalismo (effetto dell'interazione tra crisi da sproporzione, da tesaurizzazione e di realizzazione), essa si verifica, e semina disoccupazione e miseria, senza che sia avvenuta alcuna catastrofe. Al contrario: il mondo - a cominciare dalle metropoli capitalistiche - è in crisi nel momento in cui è sommerso dalle merci che produce «in eccesso». La povertà dilaga mentre la ricchezza sovrabbonda, grazie a un impetuoso sviluppo tecnologico e alla conseguente forte crescita della produttività del capitale (se mai la si potesse misurare). Senonché - come Giovanni Mazzetti non si stanca da anni di segnalare - nessuno o quasi sembra accorgersi e chieder conto di questa lampante contraddizione: la crisi appare, appunto, come una maledizione, una punizione divina, o come lo scherzo di un destino «cinico e baro». Marx aveva ragione. Come stiano le cose in realtà, chi ha letto Marx e non lo abbia gettato alle ortiche lo sa, e questa contraddizione è in grado di spiegarla senza troppe difficoltà rovesciando la premessa, con un apparente paradosso. La crisi c'è non già nonostante la ricchezza, bensì per causa sua, data la forma sociale in cui essa oggi è prodotta. Adottando questa prospettiva emerge con chiarezza la radice strutturale (economica) della crisi e la sua dinamica politica. Gli Stati e i governi presidiano il modo di produzione capitalistico (e il sistema di rapporti sociali che su di esso si basa) proteggendone la funzione essenziale: la produzione di profitti e rendite. Questa difesa (attuata oggi principalmente per mezzo dello strumento finanziario) ha luogo, come sempre, tramite la regolazione dell'impiego delle forze produttive sociali (capitale, saperi e lavoro vivo), che non deve eccedere la capacità del capitale di valorizzarsi. Qui emerge il carattere irriducibilmente anti-sociale della funzione oggi svolta dal capitale privato. Il fatto che esso si valorizzi in funzione inversa alla propria composizione organica (cioè tanto più, quanto meno il capitale costante contribuisce ad ogni unità di prodotto) fa sì che l'aumento della produttività (che per la società è un valore, poiché riduce il lavoro necessario) sia invece per il capitale un costo improduttivo e una minaccia (in quanto determina la riduzione del saggio di profitto). Da qui (a conferma della fondatezza della teoria marxiana del valore) la risposta distruttiva al forte aumento della produttività verificatosi nell'ultimo trentennio, messa in atto attraverso la delocalizzazione produttiva e la finanziarizzazione dell'economia (l'evasione del capitale dal circuito della produzione), nelle quali, com'è ormai a tutti evidente, risiede la radice immediata della crisi esplosa nel 2007-08, e la base macroeconomica della disoccupazione strutturale di massa. Se le cose stanno così, non c'è proprio alcuna possibilità che le «cure risanatrici» dispensate dai governi a suon di deflazione salariale e ulteriore riduzione della base occupata sortiscano l'effetto sperato, per il semplice fatto che, in questa situazione (a meno di grandi sconvolgimenti), il capitalismo non è in grado di conciliare profitto e sviluppo, né può - evidentemente - sacrificare il primo al secondo. A meno che non avvenga «qualcosa di nuovo», la crisi è destinata ad approfondirsi nel prossimo futuro, sortendo esiti ancor più devastanti. Ma che cosa potrebbe accadere perché questa previsione non si avveri e la crisi si arresti? Se a decidere saranno le classi dirigenti, non c'è di che stare molto allegri. Di novità, in casi simili, il capitale ne contempla una soltanto: la guerra. Se ripensiamo ai centocinquant'anni alle nostre spalle (più o meno l'intera storia del capitalismo industriale avanzato), le grandi crisi verificatesi tra gli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento e a seguito del crollo di Wall Street nel 1929 furono di fatto superate con il nazifascismo e i conflitti mondiali, con l'enorme spesa per gli armamenti e la ricostruzione che le guerre richiesero. Ma - a meno di non cedere al fatalismo - non sta scritto da nessuna parte che a decidere delle sorti del mondo debbano essere ancora una volta i funzionari del capitale privato. Le cose possono andare diversamente; un'altra uscita dalla crisi è possibile. Purché - questo è il punto - finalmente torni in campo la sinistra, la cui assenza (in tutto il mondo capitalistico) è uno dei fattori costitutivi della crisi (nella misura in cui ha consentito e tuttora favorisce il pieno dispiegarsi della distruttività del capitalismo). Una corretta analisi. Che cosa deve intendersi con «sinistra» in questo discorso? E che cosa si richiede perché essa torni finalmente a giocare un ruolo nel conflitto sociale e politico? Rispondere a queste domande non è difficile: la risposta, anzi, è in qualche modo contenuta in quanto sin qui considerato. Possiamo definire la sinistra come il campo delle soggettività che nell'essenziale condividono questa analisi della crisi, o si generano a partire da essa: come l'insieme delle forze sociali, politiche e intellettuali che convergono nella consapevolezza di un dato epocale (l'operare del capitale privato, oggi, come potenza organicamente anti-sociale) e ne traggono le conseguenze sul piano della propria iniziativa (prefiggendosi l'obiettivo di liberare la società dalla sua azione distruttiva e oppressiva). Ma questo che cos'altro significa, se non che il terreno qui e ora decisivo per la ricomposizione delle forze e la costruzione di un soggetto unitario in grado di stare efficacemente nel conflitto è di ordine culturale o, come direbbe Gramsci, ideologico? Qualche giorno fa Michele Santoro ha rivolto ai gruppi dirigenti della sinistra, Pd in testa, una proposta interessante: aprano un confronto con l'intellettualità critica (con i «rompiscatole»), promuovano una discussione sui fondamentali che hanno orientato le loro scelte in questi vent'anni. In effetti, la sinistra può rinascere oggi soltanto sulla base di una corretta analisi delle cause della crisi, che a sua volta implica una seria rilettura critica dell'ultima fase storica, l'età del neoliberismo trionfante. Seria e - questa sì - difficile, in quanto tale da fare inevitabilmente emergere e mettere in discussione aspetti cruciali delle diverse culture politiche che attraversano il campo, quanto mai articolato, della sinistra sociale e politica. Basti un esempio soltanto: quale valutazione dare della funzione sociale e politica del «libero mercato»? In questi ultimi vent'anni nel nostro paese la battaglia ideologica a sinistra si è combattuta in buona misura lungo il discrimine tra le forze (prevalenti) che vedevano nel mercato una garanzia di allocazione razionale (efficiente e giusta) di risorse e funzioni (e spingevano quindi affinché l'Italia divenisse un paese «normale» nel contesto occidentale), e le forze (soccombenti) che continuavano a ritenere indispensabile la direzione pubblica dello sviluppo, in un quadro di politica economica vincolato alla tutela delle classi subalterne. Oggi, a più di trent'anni dalla «rivoluzione» reaganiano-thatcheriana, non sarebbe il caso di fare un bilancio di questa disputa, misurando torti e ragioni al di là dei rapporti tra le forze in campo? Gli ultimi vent'anni. Ma non si tratta solo di questioni economiche. Una seria analisi delle cause della crisi impone anche una riflessione su quanto è avvenuto, in sede nazionale e comunitaria, sul terreno politico-istituzionale, se è vero, come sembra, che a partire dai primi anni Novanta si sono susseguite (con l'apporto decisivo delle forze prevalenti a sinistra) iniziative o omissioni funzionali agli interessi dell'impresa e della finanza: riforme elettorali volte a ridurre lo spettro degli interessi sociali rappresentati; riforme istituzionali tese a ridurre l'incidenza delle assemblee elettive; privatizzazioni; vincoli imposti alla spesa pubblica sociale sino all'ultimo clamoroso strappo della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio; mancati vincoli alla libertà di movimento dei capitali, ecc. Anche qui: non è forse giunto il momento per un bilancio di questa stagione di riforme, se non altro per stabilire in che misura l'attuale crisi sia o meno riconducibile ai loro effetti? Un'ultima considerazione, per concludere. È necessario chiarire che l'eventuale consenso su un quadro analitico generale, come quello qui delineato riguardo alle cause della crisi, non implica di per sé alcuna conseguenza sul piano politico immediato: comporta, certo, un'opzione critica nei confronti del modo di produzione dominante (in particolare riguardo al regime neoliberista); ma non contiene indicazioni in merito al «che fare» sul terreno della battaglia politica contingente. Tenerlo presente (considerare cioè la relativa autonomia del piano «tattico» da quello «strategico») dovrebbe favorire una discussione franca e al tempo stesso pacata tra tutte le componenti della sinistra, all'insegna del rispetto reciproco e di una reale disponibilità all'ascolto. Non sono in gioco infatti intenti recriminatori né si tratta - tanto meno - di auspicare «rese di conti», benché una riflessione sull'ultimo ventennio, se condotta in spirito di verità, comporterebbe indubbiamente il riconoscimento di una grave sconfitta della sinistra. Il tema oggi è, come si diceva, l'efficacia dell'iniziativa in difesa del lavoro e delle classi subalterne, un obiettivo che chiede soprattutto unità e autonomia della sinistra sociale e politica, l'esatto contrario dell'attuale frammentazione. Di questo si tratta. E della capacità - vitale per una classe dirigente - di «voltare pagina» quando il tempo lo richieda, superando divisioni divenute anacronistiche.

 

Pre-repressione a Barcellona

BARCELLONA - È iniziata la repressione preventiva alla vigilia delle manifestazioni che da sabato vedranno in piazza migliaia di indignados e indignadas a Barcellona e nel resto della Spagna. I mossos d'esquadra (la polizia catalana) ha sgomberato ieri mattina all'alba un centro sociale molto popolare in una zona centrale della città. La Rimaia, in ronda de Sant Pau, era stata occupata nell'agosto 2010. Un palazzo che da quindici anni era rimasto vuoto e che da due era diventato un luogo di scambio, incontro e iniziativa nel centro città è stato il primo obiettivo delle retate preventive. Quattordici occupanti sono stati fermati e identificati, accusati di resistenza a pubblico ufficiale e di aver lanciato oggetti contro i mossos. Lo sgombero è stato piuttosto violento: portone sfondato, scale per raggiungere i piani alti e irrompere dalle finestre. Appena girata la voce dello sgombero, decine di persone si sono riversate davanti all'edificio per aiutare gli occupanti. Il blocco occupato ospita case di un certo prestigio, opera del costruttore edile Camat, che in realtà dopo averle ultimate aveva avuto problemi con la municipalità. Di fatto erano vuote da almeno quindici anni, quando un gruppo di giovani le ha occupate, nell'agosto 2010. Alle finestre c'erano ancora i cartelli «si vendono appartamenti di lusso». Evidentemente la crisi già cominciava a farsi sentire. Gli okupas hanno rimpiazzato il cartello «vendesi» con striscioni contro la speculazione edilizia di cui è stata vittima Barcellona soprattutto negli anni '90. La Rimaia in questi anni ha funzionato come centro di attività molto diverse, a partire dall'Universitat Lliure, l'università libera. Il progetto è nato tre anni fa, dopo la repressione degli studenti che si opponevano al Processo di Bologna, progetto di riforma delle università europee. L'università ha attraversato varie sedi, da un'occupazione all'altra fino ad arrivare alla Rimaia, sgomberata ieri.

 

L'insurrezione degli ex-insorti - Tommaso Di Francesco

Dal Consiglio di transizione libico (Cnt) avevano fatto appena in tempo a felicitarsi con Hollande e a lodare «il ruolo della Francia di Nicolas Sarkozy nella rivoluzione libica», che in tanti martedì scorso hanno dovuto fuggire o asserragliarsi nella sede del governo provvisorio a Tripoli. Centinaia di ex-insorti in assetto di guerra hanno infatti assaltato la sede del Cnt in pieno centro ingaggiando con le guardie governative una battaglia durata un'ora. I miliziani, arrivati dalla zona montagnosa del Nefusa, cento chilometri a sud-ovest della capitale libica, erano a bordo di più di 50 veicoli, le "tecniche", armati anche con mortai e cannoni antiaerei. Circondata la sede del governo, hanno bloccato le strade sparando raffiche di intimidazione e avviando una "trattativa", respinta dall'interno, scatenandosi poi con ogni arma contro l'edificio. L'obiettivo ufficiale dell'assalto era il pagamento dei compensi pattuiti per aver combattuto per otto mesi contro Gheddafi. Secondo fonti di Tripoli alcuni assalitori sono penetrati nell'edificio e nel conflitto a fuoco con le guardie del ministero dell'Interno vi sarebbero stati almeno quattro morti e decine di feriti, mentre le forze di sicurezza, comandate dall'uomo forte di Tripoli, l'islamista Abdul Hakim Belhadji isolavano la zona permettendo l'arrivo delle ambulanze. Una sola domanda: che ruolo ha Belhadji che, nonostante la sua forza militare, sembra incapace di prevenire questi attacchi pure se sono "telefonati" come quello di martedì e visto che i miliziani che hanno attaccato la sede del governo sono gli stessi che nelle scorse settimane hanno riconsegnato proprio a lui l'aeroporto civile di Tripoli? Ora nessuno sa se le richieste degli assalitori siano state esaudite o meno, l'unica certezza è che ci sono stati decine di arresti. E in occasione dei funerali delle guardie uccise nell'assalto si annuncia a Tripoli una manifestazione di protesta «contro lo strapotere delle milizie». Non è la prima volta che ex ribelli assaltano le sedi governative. Già a febbraio era stato attaccato il quartier generale del Cnt a Bengasi, poi a marzo miliziani armati avevano fatto irruzione a Tripoli nella sede del governo. In entrambi i casi la richiesta era «pagamenti e lavoro, come promesso». Ieri il "premier" libico ad interim Abdurrahim al-Kiib - nominato dal Cnt ma da questi non più sostenuto - ha dichiarato alla tv di stato che «il governo rispetterà le promesse, ma non cederà al ricatto di questi fuorilegge e non negozierà sotto la minaccia delle armi». Vista l'incapacità del delegittimato Cnt a pagare, chissà, potrebbe toccare a Hollande ora versare la paga del miliziani. Comunque sia la Libia è allo sbando e la situazione peggiorerà. Si aspettano infatti nuovi assalti armati. E non è da escludere che in questo caos siano rimandate le previste per giugno «elezioni per l'Assemblea costituente» - in realtà solo per il comitato che la prepara - sulla cui conferma insistono i governi della Nato. Il ministro degli esteri Giulio Terzi su questo riceverà sabato a Roma l'omologo libico Saad Ben Khaial. Sullo sfondo il disastro della giustizia e delle carceri. Ieri si è aperto al tribunale di Zawiah il primo processo civile contro cinque ex combattenti pro-Gheddafi per «atti di sabotaggio». Gia il tribunale militare di Bengasi aveva processato quaranta persone per «complotto contro la rivoluzione», ma poi si era dichiarato «incompetente» perchè tutti gli accusati erano civili. Il fatto è che, mentre il Cnt dichiara che sta prendendo il controllo delle carceri, gran parte delle galere sono ancora nelle mani degli ex insorti. E nelle centinaia di prigioni della «nuova» Libia, denuncia un rapporto di Amnesty International e un altro durissimo dell'Onu, avvengono violazioni gravi dei diritti umani ed è diffusa la pratica della tortura, con dodici casi dimostrati di detenuti torturati a morte. La questione delle carceri è nascosta dall'agenda della Comunità internazionale. Tanto che ieri anche due senatori radicali, Marco Perduca e Donatella Poretti, hanno presentato un'interrogazione al ministro Terzi sulla sorte e sullo status legale del figlio di Gheddafi Seif Al Islam, ancora nelle carceri di Zintan e che Tripoli non consegnerà più alla Corte penale internazionale, anche perché il governo libico non la riconosce, come non la riconoscono gli stessi Stati uniti, che pure hanno chiesto all'Aja di spiccare i mandati d'arresto internazionali contro Seif, lo stesso Gheddafi e l'ex capo dei servizi segreti El Senussi.

 

Il dopo-Mubarak è una corsa a due - Michele Giorgio

I primi a votare, già domani, saranno gli egiziani residenti all'estero. Il 23 e 24 maggio toccherà a decine di milioni di egiziani in patria ad andare alle urne per eleggere il capo dello stato. «Tutto procede bene» dicono i generali che compongono la giunta militare al potere dall'11 febbraio 2011, giorno dell'uscita di scena del rais Hosni Mubarak sull'onda della protesta incontenibile in Piazza Tahrir al Cairo e nelle altre grandi città del paese. E per mettere in chiaro che gli ultimi giorni di sangue ad Abbasiye, davanti al ministero della difesa, non modificheranno le scadenze politiche, ieri i militari hanno diffuso un nuovo comunicato nel quale oltre a confermare la data delle presidenziali (primo turno a maggio, ballottaggio a giugno) respingono «tutte le forme di attacco» alla commissione elettorale e le voci su frodi elettorali. Due giorni fa i responsabili del processo elettorale avevano annunciato la sospensione di tutte le attività per protestare contro le critiche giunte dal Parlamento, dominato dagli islamisti (Fratelli musulmani e Salafiti) vincitori nei mesi scorsi, con ampio margine, delle elezioni legislative. La giunta militare ha poi ribadito che il potere sarà trasferito al presidente eletto secondo il calendario stabilito. Diritto di "ultima parola". È difficile valutare l'impatto tra la gente delle rassicurazioni arrivate da generali che hanno perduto tutta o gran parte della loro credibilità in questi ultimi mesi fatti di promesse mancate, repressione durissima, arresti indiscriminati e dall'incapacità di proteggere la minoranza cristiana. A ciò si aggiunge la fine del flirt tra militari e islamisti che ha ulteriormente appesantito il clima. Pochi lo hanno scritto e detto ma si è temuto persino un colpo di stato da parte delle Forze Armate decise a tenersi stretto il diritto di "ultima parola" in un paese che dominano da quando c'è la repubblica. In questo quadro di fragilità e instabilità stenta a decollare la campagna per le presidenziali. Dopo la clamorosa esclusione, il mese scorso, dei tre pezzi da novanta - Khairat al Shater (Fratelli musulmani), Omar Suleiman (ex capo dell'intelligence di Mubarak) e il popolare sceicco salafita Hazem Abu Ismail - la corsa verso la più importante carica dello stato appare circoscritta all'ex segretario della Lega araba Amr Musa, all'islamista progressista Abdel Monem Abul Futouh e al candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsy, chiamato in tutta fretta a sostituire al Shater. Morsy non riesce a convincere, appare sfavorito rispetto ai due principali rivali che sentendosi impegnati in un testa a testa hanno cominciato a beccarsi. Musa ha dato dello "sheikh" (sceicco), per il suo lungo passato nella Fratellanza Musulmana, ad Abul Futouh. Quest'ultimo ha replicato sottolineando l'appartenenza di Musa alla «vecchia guardia», non tanto per l'età ma per essere stato per lungo tempo un esponente del passato regime e ministro degli esteri (10 anni) di Mubarak. «La corsa per ora è tra Musa e Abul Futouh, ma non darei per spacciato Morsy», dice al manifesto Ayman Hamed, giornalista del quotidiano Tahrir ed esperto di movimenti islamici egiziani. «Il candidato dei Fratelli musulmani - spiega Hamed - sta pagando la mancanza di carisma e la parziale perdita di credibilità della sua organizzazione che, dopo aver vinto le elezioni, si è seduta limitandosi a mettere le mani sul potere e tenendosi lontano dalle piazze dove tanti egiziani contestano il potere dei militari». Molti - aggiunge Hamed - «non dimenticano che i Fm non hanno saputo mantenere la loro parola. Avevano escluso la loro partecipazione alle presidenziali ma poi si sono lanciati nella corsa alla poltrona più importante». «In politica l'ambiguità è ammessa entro certi limiti - afferma il giornalista - ma i Fratelli sono una organizzazione che si ispira all'Islam e non possono giocare con la parola data». Tuttavia, aggiunge Hamed - «Morsy ha alle spalle la potente macchina elettorale dei Fratelli musulmani che nei prossimi giorni comincerà a lavorare a tutto vapore tra i milioni di poveri che affollano le periferie del Cairo, delle altre grandi città e nei centri rurali. Molti egiziani non hanno ancora deciso, si tratta di persone che guardano alla tradizione, alla religione e all'ultimo potrebbero scegliere Morsy». Più in palla appare l'altro candidato islamista, Abul Fotouh, che dopo un passato prima nella (radicale) Gamaa al Islamiyya e poi nei Fratelli musulmani, ha percorso la via dell'indipendenza (anche perché espulso dai Fm). Medico, aperto al dialogo con ogni segmento della società, sostenitore di un Egitto pluralista, Abul Futouh è un islamista sui generis che può attirare i voti degli egiziani conservatori - i salafiti dicono che voteranno per lui - ma anche dei laici desiderosi di avere alla presidenza un volto nuovo e un personaggio non legato al passato regime. Non sorprende perciò che una parte della sinistra egiziana si sia dichiarata più a suo favore che di Amr Musa. Non pochi però nutrono dubbi sulla capacità di Abul Futouh di tenere insieme il consenso di due elettorati troppo diversi tra di loro. Il candidato islamista rischia di perdere per strada i simpatizzanti laici che hanno accolto con disappunto l'endorsement che ha ricevuto dai salafiti. Le possibilità di Musa. «Alla fine credo che i voti laici si concentreranno soprattutto su Amr Musa, anche perchè i candidati riconducibili alla sinistra non hanno alcuna speranza e molti elettori opteranno per un voto utile», spiega Ayman Hamed. «Musa ha fatto parte del passato regime - prosegue il giornalista di Tahrir - ma gli egiziani gli riconoscono di aver preso le distanze da Mubarak già diversi anni fa e di aver svolto un buon lavoro come ministro degli esteri e segretario della Lega araba condannando le politiche di Israele verso i palestinesi e criticando gli Stati Uniti». «Le possibilità di vittoria di Musa sono elevate, specie al secondo turno, perché lo voteranno anche i cristiani che temono un presidente islamista sebbene con il volto mite di Abul Fotouh».

 

La Stampa – 10.5.12

 

Chi suicida chi – Massimo Gramellini

Ci mancava il dibattito sui suicidi: di chi è la colpa se le persone in crisi si ammazzano, di Monti o di Berlusconi? La responsabilità di quei gesti non è di nessuno. La scelta di togliersi la vita attiene a una zona insondabile del cuore umano che ha a che fare con la fragilità, il dolore, la paura: mondi troppo profondi per farne oggetto di gargarismi politici. La responsabilità della situazione sociale che fa da sfondo agli atti disperati è invece piuttosto chiara. Negli ultimi vent’anni l’Italia è stata governata - bene o male non so, ma governata - soltanto dal primo governo Prodi. Il resto è stato un susseguirsi di agguati, proclami, scandali e cialtronate. Gli altri governi di sinistra hanno pensato unicamente a farsi del male. Berlusconi ai fatti propri. La riforma liberale dello Stato, vagheggiata in centinaia di comizi, si è rivelata la più tragica delle sue bufale. Non poteva essere altrimenti, dato che gli alleati del Nord non volevano il risanamento ma la dissoluzione del Paese e quelli del Sud prendevano i voti dalla massa di mantenuti che qualsiasi riforma seria avrebbe spazzato via. Monti si è presentato al capezzale di un paziente curato per vent’anni con flebo d’acqua fresca, facendosi largo fra mediconzoli corrotti e infermiere in tanga. Ha riportato serietà nel reparto e messo gli antibiotici nella flebo. Se avesse avuto l’umanità di un Ciampi, si sarebbe anche seduto a far due chiacchiere col malato per tirarlo su di morale. D’accordo, Monti non è Ciampi. Però non ha ucciso nessuno. L’Italia l’hanno suicidata i partiti.

 

Un'uscita di sicurezza per l'Europa - Enzo Bettizza

Non saprei cosa potrebbe scrivere oggi dell’Europa, se fosse ancora vivo, Oswald Spengler, il discusso filosofo tedesco della storia che fin dal 1917 prevedeva come inevitabile «il tramonto dell’Occidente». Nella sua visione biologica e quasi zoologica delle grandi civiltà, vedeva già allora l’Europa, matrice nativa dell’Occidente, dilaniata dalla prima guerra, avviarsi fatalmente all’ultimo tratto della sua discesa crepuscolare verso la fine. In quest’ultimo tratto, durato fra altre guerre e rivoluzioni circa un secolo, Spengler, col suo sguardo impietoso, avrebbe forse intravisto la sagoma di un pachiderma che caracolla solo e vetusto verso un cimitero ignoto. Il futuro dopo la superdomenica elettorale del 6 maggio ci appare, in effetti, allarmante o fosco persino nel liturgico «embrassons-nous» messo in scena dai contendenti sulla ribalta parigina. Le ipocrisie trionfalistiche celebrate dopo il duello sotto l’Arco di Trionfo dal modesto Hollande e dallo smarrito Sarkozy, epigoni di un passato segnato dalla cerea maschera di Mitterrand e dal gesto di De Gaulle, non possono ingannare nessuno. Non è stato un confronto all’altezza della grandeur francese, grandeur che né l’uno né l’altro ha saputo reinterpretare al secondo turno; non c’è stato né un candidato davvero vittorioso, né uno davvero sconfitto; c’è stato soltanto un timido socialista vincente affiancato a uno pseudoconservatore perdente. Pirro ha dato l’impressione di attraversare con la sua ombra in lungo e in largo, da sinistra a destra, i gloriosi Campi Elisi. Nella Francia metà divisa e metà riunita dal confronto tra due candidati indulgenti, che hanno rincorso l’ultimo voto quasi con le stesse parole, non abbiamo più ritrovato la Francia europea di Schuman ed europeista di Delors. Sull’antieuropeismo finale, sia di Sarkozy sia di Hollande, hanno pesato allo scocco del ballottaggio i voti in libera uscita dei nazionalisti di destra e degli estremisti di sinistra: lepenisti o trockisti, fervidamente congiunti in un comune risentimento contro le regole di Bruxelles e la frusta di Berlino. Il candidato conservatore ha caricato a fondo contro gli immigrati, quello socialista ha attaccato con più tatto, di lato, l’euro punitivo e i ricatti di bilancio sostenuti dalla cancelliera Merkel. Meno Francia carolingia da una parte, più Francia giacobina dall’altra. In altre parole: poca o scarsa Europa da ambedue. Ma è nel sempre più grave dissesto greco che la maggioranza degli europei, tranne la ricca e severa Germania merkeliana, sembra vedere prefigurarsi la triste fine che potrebbe abbattersi poco a poco, o da un giorno all’altro, sull’insieme dell’Unione. Ad Atene sembra infatti riflettersi, come in un microcosmo a specchi deformanti, una specie di violenta svolta antieuropea che lì, fra i greci impoveriti e infuriati, si manifesta en plein air , mentre in Italia, in Spagna, in Portogallo il disagio per ora striscia e serpeggia in mezzo a tracolli periferici e vuoti dibattiti televisivi. I governi corrono ai ripari, puntano il dito sulla democrazia invalida e lo scandaloso deficit di Atene, annunciando una sequela di vertici «sanitari» a Bruxelles; ma in Grecia è già crepuscolo e metastasi avanzata. Cinque anni di recessione, disoccupazione alle stelle, code di risparmiatori disperati davanti alle banche, con il defenestrato socialista Papandreou che accusa: «L’Europa ci ha usato come cavia da laboratorio». I due partiti tradizionali, Nuova Democrazia e Pasók, che da quarant’anni condividevano il potere, sono di fatto crollati il 6 maggio. I loro due ultimi esponenti, il conservatore Samaras e il socialista Venizelos, non contano più nulla e non riescono a rimettere in piedi né un esecutivo di coalizione né un blocco d’emergenza anticrisi, di unità nazionale, capaci di salvare dalla bancarotta il Paese indebitato. Arranca sulla scena delle consultazioni il giovane Alexis Tsipras, scaltro, ambizioso, neppure quarantenne, che ha piazzato la coalizione di sinistra, Syriza, al secondo posto dell’arco un tempo occupato dai navigati socialisti del Pasók. Tsipras ha ancora 24 ore da consumare, credo vanamente, per indurre altri partiti antieuropei a seguirlo in un gabinetto che non ci sarà. Con ogni probabilità i greci, che a Salonicco già usano monete alternative al posto dell’euro, dovranno tornare a nuove elezioni nel mese di giugno. Intanto, il leader di Syriza ha già fatto sapere che un suo governo cancellerà i memorandum firmati, per risanare il bilancio, dai governi precedenti con la troika Ue, Bce, Fondo monetario, da lui definita «usuraia e famigerata». Non oso addentrarmi nelle lunghe, reiterate, spesso incomprensibili locuzioni algebriche e speranze utopiche attribuite al rigore contro la crescita, alla disciplina di bilancio contro lo sviluppo degli investimenti, all’oscillazione degli spread e al continuo rilancio dei vari bond, che quasi nessuno sa spiegare con adamantina chiarezza al pubblico. Ma una cosa andrebbe sottolineata. E cioè che i conti, i libri mastri di Bruxelles, il dare e l’avere fra i membri della Comunità, non sono riusciti a impedire che l’euro, dopo dieci anni di vita, degenerasse in una moneta d’impaccio e d’immiserimento per tanti europei: solo per i tedeschi, che duramente lo gestiscono a detrimento degli altri soci, la moneta unica è diventata una specie di supplente intoccabile del marco d’una volta. Se vogliamo che il 6 maggio non venga ricordato, dalla Francia alla Grecia, come la data di un rovinoso plebiscito contro le istituzioni europee, dobbiamo o dovremmo fare in modo che l’Ue si trasformi alfine in un’autentica Unione sovrannazionale. L’economia da sola, mitizzata nel bene e nel male, senza un’uscita di sicurezza politica, ovvero federalistica, non può portarci che ad una speciale forma di eutanasia: l’eutanasia passiva e oscura degli elefanti spengleriani, avviati, con tutta la loro mole ormai cadente, ad una morte solitaria e quasi vergognosa.

 

Voto, gaffe e partiti indeboliscono il governo – Marcello Sorgi

Con quel che sta succedendo in Europa dopo la domenica elettorale del 6 maggio, tra la Grecia che, nell’impossibilità di dar vita a un nuovo governo, si prepara a tornare alle urne entro un mese in condizioni drammatiche, la Spagna in cui s’è subito avvertito il contraccolpo della possibile uscita di Atene dall’euro, e la stessa Italia, dove lo spread è risalito molto sopra quota 400, le conseguenze del voto amministrativo nostrano sembrano davvero sproporzionate, ai limiti del fuori dalla realtà. Fino alla scorsa settimana il governo poteva dire, se non proprio di essere sostenuto da tre pilastri, almeno di poter contare su tre punti d’appoggio. Due di questi tre, nel breve volgere di qualche giorno, sono entrati in dissoluzione, e il lavorìo interno di ristrutturazione non si può dire che metta al primo posto il futuro dell’esecutivo. Uscito sconfitto dalle urne, il Pdl, a causa di una frase infelice pronunciata da Monti martedì sera a proposito delle responsabilità dei governi precedenti (subito, ma inutilmente, corretta con un plateale riconoscimento a Berlusconi), ha intrecciato una polemica infinita con il premier. Una lettera di oltre quaranta parlamentari, tra cui molti ex-ministri del Cavaliere, compresi quelli che finora erano considerati «montiani», ha portato ufficialmente all’esterno il malessere del partito. Monti è avvertito. Nello stesso giorno, tra la sorpresa dei suoi partners Fini e Rutelli, Casini ha dichiarato morto il Terzo polo, uscito stabile, ma deluso, dalla tornata elettorale in cui puntava - e non c’è riuscito - a intercettare gli elettori berlusconiani in libera uscita. In realtà il leader centrista tentava da tempo di sciogliere un’alleanza che non ha funzionato, le urne avare sono diventate per lui il pretesto per liberarsi. Ovviamente tutti, compreso il Pd, che pure guarda preoccupato alle vicende degli altri membri della maggioranza, continuano a dire che una crisi sarebbe un disastro e occorre far di tutto per consentire al governo di arrivare alla conclusione naturale della legislatura. Ma in queste condizioni, come possa durare un altr’anno Monti non lo sa nessuno. Ieri intanto gli stessi partiti della larga coalizione hanno rimesso le mani per l’ennesima volta alla controversa riforma del finanziamento pubblico: dal 33 per cento di taglio annunciato il giorno dei risultati sono tornati al 50 per cento. Ma anche stavolta non è detto che la scelta sia definitiva: sicuro è invece che la polemica tra chi prende i soldi dallo Stato e chi li rifiuta (Lega, Di Pietro, Grillo) sarà il cavallo di battaglia dei prossimi dieci giorni di campagna per i ballottaggi.

 

Bernabè: "Adesso ci sono le condizioni per la vendita di La7" – Gianluca Paolucci

MILANO - «Nel 2008 avevamo un debito che in rapporto al fatturato era più o meno pari al rapporto deficit pil del paese, e avevamo un grave problema di competitività.  Due caratteristiche emblematiche della struttura economica italiana che guarda caso avevamo anche noi. Se vogliamo trarre un auspicio per il futuro dell’Italia, direi che cosi come abbiamo migliorato le nostre condizioni cosi si possono migliorare quelle del nostro paese. Oggi abbiamo riportato il debito al livello del fatturato, abbiamo recuperato competitività e e abbiamo fatto la nostra spending review tagliando costi per oltre 4 miliardi. Siamo tra le società di tlc quelle che possono guardare al futuro con maggiore serenità». Franco Bernabè guarda ai conti di Telecom Italia senza nascondere la sua soddisfazione. «La cosa più importante è quanto è accaduto sul mercato italiano, dove nonostante il contesto stiamo recuperando posizioni di mercato e competitività». A proposito di problemi dell’Italia, cosa pensa dell’operato del governo Monti? «E’ stato fatto in poco tempo un lavoro eccezionale . La percezione dell’Italia nel contesto internazionale è radicalmente cambiata. Oggi abbiamo recuperato una credibilità che a livello internazionale avevamo perso. Certo resta tanto da fare. Se utilizziamo ancora la metafora di Telecom Italia: io ho avuto 4 anni, il governo Monti sono 6 mesi che lavora. Il paese ha bisogno di stabilità e Monti deve garantire questa stabilità. Credo d’altra parte che le velleità elettorali dopo le ultime amministrative siano tramontate». Siete preoccupati per la politica della presidente argentina Kirchner? «In Argentina abbiamo avuto un periodo di estrema difficoltà e tensione. Devo dire che da quel periodo siamo usciti in modo molto positivo da tutti i punti di vista. Non credo che quanto successo nel caso YpfRepsol possa accadere anche nel nostro caso». In Brasile invece siete reduci da una vicenda poco bella, l’uscita del numero uno di Tim Brasil Luca Luciani, indagato a Milano per le sim false. «Abbiamo preso atto delle conclusioni delle indagini e abbiamo deciso che Luciani non era più compatibile con noi. Una grande società deve essere come la moglie di Cesare: non deve essere solo virtuosa ma anche apparire virtuosa. In Italia ce ne preoccupiamo poco e anche per questo probabilmente forse tolleriamo comportamenti che altrove non sarebbero accettati. Per noi la reputazione è importante. Anche se questo comporta di prendere decisioni difficili, com’è il caso del Brasile». Contestazioni sull’operato di Luciani in Brasile non ce ne sono? «No, assolutamente no». Tornate ad investire in Italia? «La cosa che segna il passaggio del 2012 è il rilancio degli investimenti. Già l’anno scorso per la prima volta abbiamo ricominciato a comprare, investendo 1 mld di dollari in Brasile e in Italia abbiamo acquistato le frequenze Lte. Quest’anno ci sarà un rilancio degli investimenti. Nella banda ultralarga fissa, stiamo posando fibra a spron battuto in tutte le principali città italiane, nel mobile abbiamo messo la rete a 42 mb nelle grandi città e stiamo già iniziando lo sviluppo delle reti di questa generazione a banda ultralarga». Quanto contate d’investire? «In tre anni 9 miliardi euro, solo in Italia». E questo è compatibile con la riduzione del debito? «Deve esserlo. E’ il nostro obiettivo primario e manterremo le promesse. Nel cda di oggi (ieri, ndr) abbiamo annunciato i piani di dismissione per la nostra attività nei media, in futuro valutemo la cessione di altri asset non strategici, tenendo presente l’obiettivo della riduzione del debito». Ecco, La7. Telecom non sarà più un editore dunque? «Non mi considero un editore. Telecom è una società che ha anche una televisione e che ha permesso a questa televisione di esprimersi con la massima libertà». E adesso l’obiettivo di Telecom è quello di dismettere questo asset, non solo la parte broadcasting ma anche le reti? «Sì, però salvaguardando il ruolo e la funzione de La7. La dismissione di asset nei media come i nostri richiede due condizioni: la massima trasparenza e la salvaguardia dei valori che La7 ha creato in questi anni. Fino ad oggi non c’erano le condizioni, oggi ci sono. Poi io personalmente non ho mai svenduto nessun asset. All’Eni ho venduto 300 società e non ho avuto una polemica». In questo Paese ci sono due temi difficile da toccare: Telecom e le Tv. Entrambe fanno parte della storia politica e finanziaria degli ultimi 20 anni. E qui si intrecciano tutte e due le storie.

«Bene. Vedremo, sono molto tranquillo. La cosa importante è fare le cose con serietà». Si è parlato di un interesse di De Benedetti, le risulta? «Ma sa, gli interessi non sono chiacchiere sui giornali, sono cose concrete. Non essendoci una procedura in corso non ho elementi per dire se c’è un interesse o meno». Avete un tempistica per l’operazione? «Contiamo di chiudere in tempi ragionevoli». Puntate a vendere le due parti insieme o cercate due acquirenti diversi? «Ci lasciamo aperta qualsiasi opzione». La parte broadcasting è un bel boccone. «A livello mondiale i soldi ci sono». Ma è attrattivo adesso per un investitore estero comprare asset in Italia? «L’interesse c’è e inoltre in questo momento gli asset italiani costano relativamente poco. Un investitore serio, di lungo periodo, trova qui un governo serio che sta facendo delle riforme importanti e asset che possono crescere di valore».

 

Obama dice sì ai matrimoni gay – Paolo Mastrolilli

NEW YORK - Svolta storica del presidente Obama, che ha deciso di appoggiare i matrimoni gay. Lo ha fatto ieri durante un’intervista con la tv «Abc», cambiando la posizione che aveva tenuto durante tutta la sua carriera politica. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt Romney ha subito risposto di essere contrario, impegnandosi a favorire un emendamento costituzionale che vieti le unioni tra gli omosessuali. Così si apre un fronte che potrebbe diventare decisivo nelle elezioni di novembre, soprattutto negli stati più in bilico come la North Carolina, che proprio martedì ha votato a favore di un referendum per impedire le nozze tra i gay. Parlando con la giornalista Robin Roberts, Obama ha annunciato così la sua decisione: «Ad un certo punto ho concluso che per me personalmente è importante andare avanti, e affermare che penso che le coppie dello stesso sesso dovrebbero avere la possibilità di sposarsi». Il presidente ha spiegato che è passato attraverso una lunga evoluzione, parlandone con la moglie Michelle, le figlie Malia e Sasha, amici e consiglieri. All’inizio della carriera era contrario ai matrimoni omosessuali, ma col tempo è passato ad approvare le unioni civili, la fine delle discriminazioni verso i gay nelle forze armate, e ora le nozze. La ragione principale è la trasformazione che ha visto nella società. Le sue figlie hanno parecchi amici con genitori dello stesso sesso, e per loro non aveva senso trattarli in maniera diversa. Obama ha parlato anche del peso che la sua fede cristiana ha avuto nella decisione, perché da una parte molti credenti si oppongono ai matrimoni gay, ma dall’altra c’è la «regola aurea che ci chiede di trattare il prossimo come vorremmo essere trattati noi». Il presidente però non ha annunciato iniziative per favorire la legalizzazione delle nozze tra gli omosessuali a livello federale, limitandosi a dire che la questione normativa deve essere decisa dai singoli Stati. Oltre agli aspetti personali, infatti, questa decisione ha un grande peso politico. Nel 2008 i gay avevano appoggiato in maniera massiccia Obama, ma ora erano delusi e rischiava di perdere il loro consenso per le elezioni di novembre. Domenica il vice presidente Biden ha dichiarato di essere favorevole ai matrimoni gay accelerando così la scelta di Barack. I suoi consiglieri erano divisi, perché da una parte la mossa di ieri recupera il sostegno di gay, giovani e liberal, ma dall’altra mette a rischio quello di molti elettori moderati, cattolici ed evangelici, che saranno decisivi in diversi stati determinanti come North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Colorado, Virginia. A livello nazionale, secondo la Gallup, il 50% degli americani è favorevole e il 48% contrario, ma il 65% dei democratici e il 57% degli indipendenti appoggia la scelta di Obama, contro il 22% dei repubblicani. Il presidente ha deciso che per lui era fondamentale mobilitare il sostegno della sua base, sperando di mantenere anche il consenso della maggioranza degli indipendenti, e quindi ha scelto di correre il rischio di cambiare posizione sui matrimoni gay.

 

Repubblica – 10.5.12

 

Giustizia, raffica di emendamenti Pdl per bloccare la legge anticorruzione

Liana Milella

ROMA - Il Pdl fa melina e si mette di traverso sul ddl anti-corruzione, su cui il Guardasigilli Paola Severino ha messo la faccia, e cerca di sbarrare la strada pure alla legge Palomba, il ripristino del vecchio falso in bilancio, punito d'ufficio fino a cinque anni, rilanciato dall'Idv e ben visto da Severino, Pd, Fli, Udc, e perfino dalla Lega. A colpi di emendamenti e di richieste di chiarimenti e di rinvii, il Pdl cerca di terremotare l'arrivo in aula dei due provvedimenti, in calendario per il 28 maggio. Oggi, nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio, si potrebbe approvare il ddl anti-corruzione, tant'è che il presidente della Giustizia Giulia Bongiorno ha insistito per convocare la seduta alle 10 e proseguire fino al momento del voto. Ma il Pdl, in più di un conciliabolo ben visibile durante i lavori d'aula, si prepara a frenare fino allo stop. Piano ben studiato perché oggi Severino potrà solo dare il parere sui sub-emendamenti, poi deve partire per gli Usa, e a quel punto non resta che una manciata di giorni. I berlusconiani hanno un obiettivo, azzerare il piano anti-corruzione del ministro della Giustizia e mandare il ddl in aula con il vecchio testo uscito dagli uffici dell'ex Guardasigilli Angelino Alfano, e recisamente bocciato dalle toghe. Nessun aumento di pena per i delitti di corruzione, quindi prescrizione invariata rispetto a oggi, né nuovi reati come traffico di influenze e corruzione tra privati. Il verbo "sopprimere" è il protagonista del Pdl barricadiero. Quello di deputati come Francesco Paolo Sisto e Manlio Contento, entrambi avvocati, che hanno firmato nell'ultima settimana, e ancora ieri, gli emendamenti che cancellano quello di Severino e il falso in bilancio proposta dall'Idv. Ufficialmente il Pdl non si butta nella mischia, l'avvocato Niccolò Ghedini privilegia la strategia dello "stare a guardare", la mette in pratica il capogruppo alla Giustizia Enrico Costa. Ma ad agire sono Sisto e Contento. Venerdì scorso, allo scadere del termine per le modifiche al ddl anti-corruzione, ecco la proposta di Sisto di punire la concussione solo qualora vi sia un passaggio di denaro e di un'altra "utilità patrimoniale". In fumo il processo Ruby e la concussione di Berlusconi. Ieri lo stesso Sisto è tornato ad agire. Suoi, e di Contento, i 20 emendamenti sul falso in bilancio che snaturano del tutto la proposta dell'Idv e spaccano la già fragile maggioranza. Da una parte il Pd, con Donatella Ferranti, dichiara di "stare" con l'Idv, deciso anche a "rendere più efficace e circostanziata quella proposta". Dall'altra una nuova raffica all'insegna del "sopprimere", proprio com'era accaduto venerdì sulla corruzione. Un solo compromesso stavolta, punire il falso in bilancio fino a tre anni, una mediazione al ribasso tra i due attuali e i cinque richiesti dall'Idv e da tutti gli altri. Dice Sisto: "Proprio in questo momento di suicidi, non ci possiamo permettere di strangolare gli imprenditori con una legge smaccatamente contro di loro". Un colpo di cesoie e l'anti-corruzione va in fumo. 

 

Il dovere e il rimorso del signor Equitalia – Jenner Meletti

PADOVA - La signora sembra una statua di sale. Fissa   Stefania, "operatrice allo sportello", e non gira mai la testa, così quelli che aspettano il loro turno seduti nell'atrio non vedono che sta piangendo. "Ho un debito con l'Inps, devo pagare 650 euro al mese. Ma adesso quei soldi non li ho perché fino a luglio devo pagare il mutuo per la casa. Potete aspettare? Da agosto in avanti sarò puntuale". Le facce raccontano già tutto, davanti ai vetri del palazzo padovano di Equitalia Nord spa. Raccontano speranza, rabbia, attesa, disperazione. I cicalini che permettono il dialogo attraverso i vetri blindati mettono in un frullatore le stesse parole: ipoteca, notifica, ammortamento, rata, verifica, cartella, scadenza, bollettino... Alla fine, la stessa domanda: "Ma quanto devo pagare?". Voci sussurrate, come nell'anticamera di un medico. "Se qualcuno grida o batte i pugni sullo sportello arrivo subito io", dice Franco Marchiori, responsabile del settore "incassi e servizi ai contribuenti". "Lo invito in uno di questi salottini delle informazioni, dove non ci sono vetri divisori. Ascolto i problemi, cerco di dare risposte. L'importante è tenere a mente che chi si presenta qui è comunque una persona che vuole pagare le tasse, anche se in ritardo. È una persona che è nei guai ma che ha il diritto di avere una speranza. Purtroppo c'è anche chi si tiene tutto dentro, non si presenta nemmeno ai nostri sportelli. E così ogni mattina, quando prendi in mano il giornale, hai paura". Dalle 200 alle 400 persone al giorno arrivano qui, davanti a tre sportelli "Informazione" e agli otto sportelli "Cassa" dell'unica sede Equitalia di Padova e provincia. Una fila continua dalle 8,25 alle 13,25, il giovedì anche dalle 14,20 alle 15,45. "Lo so  -  dice Franco Marchiori  -  non facciamo il mestiere più bello del mondo. Ma gli esattori ci sono sempre stati e noi cerchiamo di fare questo lavoro nel modo più civile possibile. "Usurai" e "Assassini", hanno scritto sui muri del palazzo e questo ci fa male, anche perché chi pensa che noi siamo davvero così non viene a chiedere il nostro aiuto. E noi siamo i soli che possono rimettere in carreggiata una ditta, una persona, una vita". Un giorno dietro i vetri blindati, per raccontare i volti e i problemi di chi va "da quelli delle tasse" e le risposte che riceve. "C'è un clima pesante, attorno a noi, dopo tutte le notizie di suicidi, di proteste, di minacce... Vede quel signore che sta uscendo? Mi ha appena detto che, venendo qui, aveva paura di essere arrestato ". È un artigiano polacco, sui 40 anni. "Lavora in Italia da sempre ma quattro anni fa è andato in crisi, con il lavoro e con la famiglia. Gli è arrivata una prima cartella da pagare, tre anni fa, per 70.000 euro, per evasione dell'Iva e dei contributi Inps. Il suo "consulente" gli aveva detto di fare finta di nulla. Adesso il debito è cresciuto, siamo a 103mila euro e anche con dentro la paura delle manette finalmente è venuto da noi. Gli ho spiegato che il debito si può rateizzare, che potrà pagare in sei anni. Mi ha ringraziato". "Se accetti la rateizzazione  -  racconta Mauro Bronzato, direttore generale Equitalia del Veneto  -  significa che ti metti a posto, non sei più un evasore e l'Inps può rilasciare il Durc, il documento unico regolarità contributiva. L'artigiano polacco potrà così riprendere il lavoro e partecipare ad appalti e bandi, non essendo più considerato un soggetto moroso. Certo, il debito resta ma non ci sono più gli interessi di mora. Io penso che la rateizzazione sia lo strumento più utile per abbattere la disperazione. Fino a marzo, per poter fare questa operazione, dovevi chiedere l'autorizzazione all'ente creditore, come l'Inps, l'Agenzia delle entrate, ecc. E sopra i 50.000 euro si doveva fare una fidejussione. Adesso le rate sono approvate e decise da noi, anche in cinque minuti per importi fino a 20.000 euro e con tempi appena più lunghi per importi superiori. A tutto il mese di marzo Equitalia aveva già rateizzato 20 miliardi di debiti, un miliardo solo qui nel Veneto. E proprio oggi abbiamo ricevuto una nuova disposizione: si possono accettare anche rate a importo crescente. Se un imprenditore è in crisi pagherà meno nei primi mesi dopo la ripresa dell'attività e sarà in grado di sostenere una spesa maggiore quando l'attività sarà a pieno regime". "Sappiamo  -  dice il direttore regionale  -  che la gente non è mai entrata volentieri nei nostri uffici. Ma noi andiamo in giro, soprattutto nelle associazioni di categoria, a ripetere che solo ai nostri sportelli si può trovare una prospettiva. Certo, dopo l'incontro il debitore non si mette certo a fare salti di gioia. Sa che ci deve dei soldi e deve  pagarli davvero. Ma almeno ha idee chiare su come muoversi e sa quanto tempo ha a disposizione. Può sembrare strano, ma c'è chi ci ringrazia. Certo, l'inizio del colloquio non è mai facile. Oltre a chi chiede uno sconto c'è chi pensa che se paghi la metà subito l'altra metà sarà abbuonata. Ma l'importante è arrivare a un progetto di rientro dal debito. Solo così sei sicuro  -  diciamo la verità: speri  -  di non trovare sul giornale del giorno dopo il nome di chi ha deciso di arrendersi. No, non ci sentiamo i "gabellieri" del terzo millennio, ma sappiamo che il nostro lavoro ha un impatto pesante. Per questo cerchiamo di farlo nel mondo meno invasivo possibile". Franco Marchiori presenta i colleghi blindati dietro ai vetri. "Ecco Ilaria, Giorgio, Stefania, Mara, Giovanni, Francesco...". "In fondo  -  racconta  -  siamo un po' come i confessori che ascoltano storie piccole e altre enormi. C'è il signore che viene a pagare una decine di multe che non sapeva di avere ricevuto e intanto guarda il figlio  -  era lui a guidare l'auto del padre  -  come per dirgli: appena fuori, facciamo i conti. C'è chi arriva qui per il canone tv non pagato e chi invece ha evaso 20 milioni di Iva. Quel signore che adesso sta preparando un progetto per le rate con il mio collega è un artigiano che è nei guai e non per colpa sua. Ha dato i soldi per le tasse a un consulente e questi è sparito. 'Se lo trovo gli sparo', mi ha detto. 'Se lo trovate voi avvisatemi così lo accoppo'. Ci sono storie paradossali. Un'operaia ha lavorato senza ricevere mai i contributi e adesso è lei che deve pagarne una parte, per corresponsabilità. Un'altra dipendente è venuta qui a pagare le tasse che dovevano essere pagate dal suo datore di lavoro. 'Lo faccio per non perdere il posto', mi ha detto". Al Ciao bar, di fronte a Equitalia, raccontano che "una volta erano tanti gli incazzati che uscivano da lì dentro e venivano qui a bere per consolarsi". "Adesso quasi tutti hanno alzato bandiera bianca. Sanno che al massimo puoi chiedere di non pagare tutto e subito". Oggi non c'è ressa, ma ci sono sempre persone in attesa. "Equitalia, per un Paese più giusto", annuncia un manifesto. "Ho un bar - racconta Gerardo - e fra cento tasse te ne puoi dimenticare una. E così ho pagato il triplo, più 1.300 euro per l'avvocato che mi ha accompagnato qui, un'ora in tutto". Tatiana racconta la storia dello zio arrivato da Chisinau. "Quattro anni fa ha avuto un colpo al cuore e non ha più lavorato. Ma le tasse sono arrivate ugualmente. Sono venuta a chiedere come potrò pagare 9.300 euro". Un anziano investe Martina, bancone di Prima accoglienza. "È vostra questa lettera? Io il canone tv l'ho pagato". "No, guardi, è dell'Agenzia delle entrate". "Stavolta ghe sparo". "Scusi, ma quanti anni ha?". "Ottanta". "Lo sa che dopo i 75 non si paga più il canone? ". La signora con 650 euro di debito al mese con l'Inps è appena uscita con le lacrime agli occhi. Ma almeno un nonno lascia felice il palazzo delle tasse.

 

Corsera – 10.5.12

 

La risposta che non c'è - Sergio Romano

Le elezioni amministrative hanno risvegliato tutte le peggiori tentazioni della politica italiana. Il Pdl vorrebbe arrestare il proprio declino imponendo al governo una politica meno rigorosa. Nel Pd qualcuno comincia a pensare che converrebbe cogliere l'occasione per chiudere la fase del governo tecnico e anticipare la fine della legislatura. E le frange premiate dal voto, come il movimento di Beppe Grillo, vorrebbero le elezioni subito per consolidare il capitale conquistato. A nessuno sembra essere passato per la mente che il quadro generale uscito da questo voto rende l'Italia molto più simile alla Grecia di quanto non assomigli alle altre maggiori democrazie europee. La Spagna ha mandato a casa il governo socialista di Zapatero, ma ha dato a un altro partito il diritto di governare. La Francia ha congedato Nicolas Sarkozy, ma ha dato la sua fiducia a un uomo che avrà il diritto di restare per cinque anni alla guida del Paese. Né Mariano Rajoy, né François Hollande hanno in mano le chiavi della crisi. Ma nei prossimi mesi, vale a dire quando occorrerà trovare ai vertici dell'Europa la migliore combinazione fra rigore e crescita, la Spagna e la Francia saranno governate da persone che hanno il diritto e il dovere di farlo. Quale sarebbe la governabilità dell'Italia se da un'elezione anticipata emergesse un quadro simile a quello degli scorsi giorni? Temo che i partiti italiani non abbiano capito il senso e lo scopo della formula adottata dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni del governo Berlusconi. Mario Monti e i suoi tecnici avrebbero dovuto restaurare la credibilità finanziaria dell'Italia, riformare il mercato del lavoro, creare le condizioni per una economia più libera e competitiva. I partiti avrebbero dovuto assecondare il governo ma dedicarsi contemporaneamente ad altri compiti che non possono essere, in una democrazia, «tecnici». Avrebbero dovuto modificare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, rompere l'incantesimo del bicameralismo perfetto, dare a se stessi uno statuto giuridico corrispondente alle loro responsabilità, dare al Paese un esempio di rigore finanziario riducendo drasticamente il denaro pubblico di cui si sono spensieratamente serviti dopo un referendum che diceva chiaramente quale fosse, a questo proposito, il pensiero del Paese. Ebbene, nulla di ciò che avevamo il diritto di attenderci in materia di riforme istituzionali è stato fatto. È questa una delle ragioni del malumore del Paese, che soffre la crisi e sopporta il peso delle tasse, e del successo di Grillo. Se i partiti vogliono rimediare, il tempo stringe e la porta attraverso la quale dovranno passare per avviare il cantiere delle riforme non resterà aperta più di tre o quattro settimane. Una riforma costituzionale richiede, infatti, una doppia lettura fra Camera e Senato e mancano dieci mesi alla fine della legislatura. Se non ne approfitteranno, il prossimo voto sarà peggio dell'ultimo.

 

Attacchi continui, l'amarezza del premier - Marco Galluzzo

FIRENZE - Una certa solitudine l'ha evocata lui stesso, richiamando «le notti» passate a immaginare una via di uscita sui debiti commerciali della pubblica amministrazione. Le imprese chiudono, i ritardi dello Stato le strangolano, ma la soluzione comunitaria di Monti passa da Berlino, e la Merkel non ha ancora detto di sì. Ancorché passeggera, la sensazione di sentirsi impotente è affiorata, sul filo dell'ironia, con altri concetti: «Come sarei felice di saldarli subito, domani mattina, quei debiti»; «peccato che non posso farlo», ha proseguito dopo, evocando spread , giovani, futuro, responsabilità. La fatica del sacrificio in cui si è imbarcato comincia a farsi sentire. Ieri mattina, nel salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, i «sei mesi di governo» sono diventati di colpo molto più pesanti (« longer, much longer », il premier parlava in inglese) degli anni passati alla Commissione europea. Il giorno prima, a chi chiedeva se avesse letto le mail dei cittadini sulla revisione della spesa pubblica, aveva risposto, più o meno, così: «Avrei dovuto, visto che non ho nulla da fare...». Chiamatela se volete amarezza, forse sono i primi segnali di una stanchezza, di certo nelle ultime ore la comunicazione del premier è cambiata. Risponde alle critiche; dice e poi rettifica; provoca lui stesso reazioni, in primo luogo nel Pdl, che rischiano di complicare la navigazione dell'esecutivo. Persino nello staff qualcuno avrebbe ravvisato la necessità di una maggiore moderazione. Ma anche Monti ha il suo carattere, che non ha solo i tratti della sobrietà, per scomodare un luogo comune. Negli ultimi giorni, provocando un filo di allarme nei colleghi di governo, si è anche spinto più in là: i ragionamenti sull'appoggio esterno del Pdl (che poi, in realtà, è già tale) lo hanno lasciato stupefatto; quelli di una potenziale, costante, revisione parlamentare sui provvedimenti più importanti del governo, così come le polemiche sull'Imu, lo hanno invece innervosito al punto da arrivare a pronunciare davanti ad altre persone, per la prima volta, l'ipotesi di togliere il disturbo. Chi lo conosce, nel governo, interpreta in questo modo: «È stato abituato a incassare elogi, interni e internazionali, incassa meno bene i riti, le critiche e il linguaggio della politica italiana». Persino i titoli di prima pagina dei quotidiani vicini al centrodestra provocano reazioni, per lo staff invece si potrebbe sorvolare. «Si è tecnici sino a quando non si mette piede nel Palazzo», gli è stato suggerito dai collaboratori. Come dire: non ti curar di loro. Evidentemente non è così semplice. Monti tecnico lo è stato per tanti anni: in fondo anche alla Commissione europea, dove un certo tipo di politica, aggressiva, personale, entrava di rado. C'erano sì le lobbies e interessi delicati e mille lotte di potere, ad esempio con giganti come Microsoft; mancava l'attacco alla persona, che oggi stenta a digerire. Su tutto ovviamente ha un peso ulteriore, e primario, l'enorme preoccupazione per la situazione, che continua a definire «drammatica», del Paese: con le banche il governo aveva ipotizzato, per luglio, l'obiettivo di uno spread a 250; se restasse intorno a 400, come in questi giorni, la differenza in termini di interessi, per le casse dello Stato, sarebbe di circa 15 miliardi di euro. Per non parlare del rischio, dopo il voto di Atene, ma non solo, che la situazione dei mercati «sfugga di nuovo di mano». Cifre e timori che provocano frustrazione, mentre si fronteggiano critiche che si ritengono ingiuste. O mentre si chiedono ai partiti suggerimenti, collaborazione concreta, ricevendo in cambio riserve, distinguo, e persino l'accusa di aver ridotto il Paese in questo stato. Sua madre gli diceva, tanti anni fa: fai tutto quello che puoi e che vuoi, ma «non andare a Roma, non ti mischiare con la politica». I problemi, e l'amarezza di oggi, sembrano avverare, in parte, quell'avvertimento.

 

Grillo ai «grillini»: non andate in tv – Alessandro Trocino

ROMA - Il suo guru, perché anche Beppe Grillo ne ha uno, tiene sul comodino da anni i testi di Marshall McLuhan e «Cattiva maestra televisione» di Karl Popper. Non è escluso, dunque, che sia stato proprio Gianroberto Casaleggio, da sempre misterioso spin doctor e consulente per la comunicazione del leader dei Cinque Stelle, a sollecitarlo a lanciare l’ennesima fatwa contro i talk show. Ma la decisione Grillo l’ha presa quando ha visto i suoi giovani candidati farsi massacrare in tv dai vecchi marpioni della partitocrazia. E così ha preso il Pc e ha dettato l’ennesimo post-ukaze: «Chi partecipa ai talk show deve sapere che d’ora in poi farà una scelta di campo». RISCHIO OMOLOGAZIONE - Frase sibillina, da interpretare liberamente come un amichevole consiglio, un diktat o un preannuncio di espulsioni. Perché, spiega, «partecipare ai talk show fa perdere voti e credibilità non solo ai presenti, ma all’intero Movimento». Andarci, confrontarsi con «le mummie solidificate dai partiti» produce «omologazione». Grillo sa bene cos’è la tv. Deve al piccolo schermo (e a Pippo Baudo) la sua prima notorietà, culminata con l’allontanamento per lesa maestà (di Bettino Craxi) e con un lungo esilio. Esilio trasformato in un’arma, con la strategia dell’assenza e del vittimismo. Quando si presenta in tv lo fa solo da «monologhista» (definizione di Antonio Ricci). In studio con Ilaria D’Amico, nel 2009 a «Exit», si produce in una lunga tirata contro «la privatizzazione dell’acqua». Poi, lasciando attoniti i presenti, si dilegua. I maligni sospettano che voglia evitare il confronto. Quel che è certo è che non ama i giornalisti, a più riprese definiti «parassiti», «insetti ripugnanti» e «scarafaggi». IL WRESTLING AMERICANO - Così non ha sorpreso nessuno che nei giorni scorsi Grillo si sia scagliato contro i dibattiti nello «stupid box», che ospita «match di wrestling americano» in «spazi poco igienici», controllati «in ogni sua piccola parte dai partiti». I conduttori? «Vivono in simbiosi come il paguro bernardo e l’attinia». Ma i primi appelli ai suoi non hanno funzionato. Solo Mirco Moreschi, consigliere comunale di Nogara (Verona) aveva deciso di disertare il salotto di Lilli Gruber, lasciandola con una sedia vuota. Poi sono arrivate le urne. E nel giro di pochi giorni ci sono andati tutti in tv: da Federico Pizzarotti (Parma) a Paolo Putti (Genova), fino a Nicola Fuggetta (Monza). Così Grillo ha deciso per il pugno duro. Conseguenza immediata: «Servizio Pubblico», per la puntata «L’anno del Grillo» di domani, sta ricevendo una raffica di no. Il genovese Putti, processato in rete per la sua partecipazione a «Omnibus», dove l’Udc Gian Luca Galletti lo ha sopraffatto, risponde negando di «essere stato bacchettato da Grillo». E si lancia in una dichiarazione decisamente ottimista: «Possibile che non abbiate ancora capito che l’invidia, i personalismi, la ricerca della visibilità non fanno parte del movimento?». Per Putti, comunque, nulla di grave: «Credo che Grillo, con cui ci siamo sentiti parlando di altro, si fregherà le mani da qualche parte, sdraiato in panciolle, pensando a quanto facciamo dannare certi mezzi di comunicazione vicini ai partiti con il nostro essere per loro incomprensibilmente "normali"». Possibile. IL MOTTO - Del resto, il motto «ognuno vale uno», tavola della legge grillina, esclude solo un «Uno». Grillo, naturalmente. Che è l’«unico titolare dei diritti d’uso» del contrassegno del Movimento (come da «Non Statuto»). E ha imposto le sue regole: no a dibattiti pubblici sull’organizzazione del Movimento (con scomunica di chi ci aveva provato, come il ferrarese Valentino Tavolazzi), no all’alleanza con altre liste, no alla «mediazione di organismi direttivi o rappresentativi», perché il ruolo di governo è attribuito «alla totalità degli utenti della Rete»; no all’entrata nel movimento di persone che hanno aderito ad altri partiti; no a iscritti che non siano cittadini italiani; no a candidati che non siano incensurati o che abbiano in corso procedimenti penali, «qualunque sia la natura del reato a essi contestato». Lungo elenco, che potrebbe continuare, e che non esaurisce un quadro di regole paradossalmente bifronte: calate dall’alto, dal «titolare» Grillo, e decise in maniera spasmodicamente democratica dal basso, con «l’ognuno vale uno». IL MOVIMENTO - Risultato, un movimento vivo, pieno di idee e risorse umane, agile e libero dalle pastoie dei rituali dei partiti. Ma anche un movimento frammentato, litigioso, che deve strutturarsi. Anche per questo andare in tv a mostrare le debolezze può essere un pericolo. Così Nicola Fuggetta, il candidato monzese, dà ragione a Grillo: «Forse ha sbagliato la tempistica, perché adesso era giusto andare in tv a ringraziare gli elettori. Ma queste elezioni hanno dimostrato che si può arrivare alla massa anche con altri canali. E poi, nel rivedermi a Otto e Mezzo, anche solo nel monitor di servizio, la mia immagine e la mia voce erano deformate. La tv è uno strumento pericoloso. Molto meglio mettersi davanti a una videocamera amatoriale e postare un video su youtube, senza mediazioni». E il diktat di Grillo? Non c’è il rischio di farsi comandare dall’alto? «Non lo so. Quella di ieri è una frase molto dura, ma mi fido di lui. So che ha la visione. E che vuole il bene del movimento».

 

Lavoro , la vita (complicata) dei call center - Fabio Savelli

MILANO – L’ultima grana è scoppiata in casa Enel. Ad innescarla Assocontact, l’associazione delle imprese di Contact Center (acronimo che definisce l’integrazione tra sistemi di telefonia e informatici nella gestione del cliente) contro la presunta politica ribassista sulla leva del prezzo della maggiore utility del Paese. Un bando di gara da 50 milioni di euro (spalmati sui prossimi tre anni con opzione per i due successivi), «la cui base d’asta non copre nemmeno i costi industriali», denuncia senza mezzi termini Alberto Zunino de Pignier, direttore generale di Assocontact, tra i cui associati figurano i maggiori operatori di questo mercato come Almaviva, Comdata, Visiant, Teleperformance. I MARGINI AL LUMICINO – Segnala Zunino che questa tendenza “ribassista” di multinazionali come l’Enel sembrerebbe diventato uno schema abituale, replicato anche da operatori di telefonia, gestori energetici, banche, assicurazioni, broadcasters. Nel complesso tutte le grandi aziende che hanno un bisogno di un sistema di “attenzione al cliente” capillare e ventiquattro ore al giorno. Un meccanismo infernale che – amplificato dalla Grande Crisi che ha ridotto il budget destinato al customer care da parte delle grandi aziende – finisce per innescare un circolo vizioso che penalizzerebbe soprattutto gli ultimi della filiera: i centralinisti. Malpagati, sempre di più. E sempre più qualificati, tendenzialmente laureati, giovani, poliglotti e soprattutto meridionali. LO STIVALE CAPOVOLTO – Sì, perché il mercato dei contact center sembrerebbe, a una prima lettura, smentire il mito della questione meridionale. Di un Mezzogiorno fuori dai gangli produttivi del Paese. Al contrario tutte le imprese del settore scommettono sul Sud, tanto che non dovrebbero sorprendervi gli accenti variegati – ma spiccatamente meridionali – dei vostri interlocutori telefonici quando ritenete necessario «parlare con un operatore». La spiegazione, in realtà, è duplice e semmai conferma la tesi originaria di Salvemini. Da un lato al Sud c’è una maggiore disponibilità di manodopera qualificata e a buon mercato, attratta da compensi che – seppur irrisori – permettono di sopravvivere grazie anche a un costo della vita più basso. Dall’altro è l’unica ricetta in mano alle imprese del settore per restare sul mercato: aprire delle sedi al Sud significa assumere in aree depresse, avere minori oneri contributivi utilizzando gli incentivi statali e comunitari, oppure giovandosi delle agevolazioni fiscali concesse dallo Stato in caso di assunzioni di lavoratori svantaggiati coinvolti in procedure di cassa integrazione o di mobilità. IL MERCATO DROGATO – La conseguenza è che tutto finisca per drogare il settore, in cui le logiche dei bandi di gara spesso rischiano di essere totalmente avulse da criteri di profittabilità. E l’unica esigenza è mantenere il committente, che finisce per essere l’autentico (e unico) depositario dei destini ultimi delle imprese e dei lavoratori. Così il corollario è il dumping (vendere a un prezzo finale inferiore al costo di produzione), ipotesi che Zunino attribuirebbe anche a questo bando dell’Enel da 50 milioni di euro. IL CONTRATTO DELLE TLC – Dice Zunino che, nel caso particolare, «il prezzo complessivo a base d’asta, i volumi e le durate consentono di calcolare il valore per minuto di interazione e per ora lavoro, rispettivamente circa 0,30euro/minuto e 13,5 euro/ora. Cifre che non coprono nemmeno il costo orario di un terzo livello del contratto delle telecomunicazioni, il livello minimo previsto per queste attività». Dal canto suo l’Enel replica duramente alle insinuazioni di Zunino smentendo la teoria della gara al massimo ribasso. Dice l’azienda che «la valutazione nella scelta dell’impresa aggiudicatrice avviene non solo per considerazioni legate al prezzo finale, ma anche su precisi requisiti tecnici, perché il call center finisce per veicolare l’immagine aziendale, per cui abbiamo tutto l’interesse a scegliere il miglior operatore sul mercato, non quello più economico».

 

Europa – 10.5.12

 

L’alba di Bologna senza “Cev” - Gianni Del Vecchio

Per avere un’idea di cosa fosse Maurizio Cevenini per Bologna basta rivedere su Youdem il discorso conclusivo della campagna elettorale di un anno fa. Sul palco assieme al futuro sindaco Merola e al segretario del Pd Bersani, il “Cev” si lancia in un appassionato discorso d’amore per la sua città e per la politica, i due motori della sua vita. Un gesto di un altruismo bestiale, visto che fino a poco tempo prima era proprio lui a correre da sindaco per il Pd, a un passo dal sogno di una vita, purtroppo interrotto da una salute ballerina che si è fatta sentire in piena campagna elettorale, costringendolo a mollare. Nonostante questo, Cevenini su quel palco non è voluto mancare, anche da gregario, umile portatore d’acqua per il suo sostituto ma pur sempre candidato del proprio partito. «Perché il Cev anche se un po’ provato, continua a esserci», dice ai bolognesi che lo ascoltano in silenzio e con rispetto, interrompendolo diverse volte con applausi e grida d’approvazione. Quei bolognesi per i quali non si è mai risparmiato, dedicando forze ed energie, spesso spropositate, lui che si è sempre considerato un politico al servizio del popolo e che solo in mezzo al popolo si sentiva davvero a suo agio. Come dimenticare le centinaia di matrimoni celebrati in comune, tanto da diventare recordman in Italia? E come dimenticare la sua costante presenza allo stadio, primo tifoso fra i tifosi, sempre lì a strepitare per il suo Bologna? Ebbene, da ieri la città si deve abituare a non vederlo più in municipio né al Dall’Ara. Il “Cev” ha deciso di mollare, definitivamente. Il suo corpo, senza vita, è stato trovato verso le otto di mattina da un dipendente della regione Emilia Romagna, dove Cevenini aveva l’ufficio di ordinanza in quanto consigliere. Ma tutto era avvenuto dodici ore prima: verso le nove di martedì sera una guarda giurata aveva sentito un tonfo sordo, non capendo però da cosa fosse stato provocato. Solamente ieri lo si è capito: il “Cev” si è buttato dal settimo piano, per un volo che non gli ha lasciato scampo. Sulla sua scrivania l’ultimo pensiero per la sua famigli: «Pensate a mia moglie e mia figlia». Giù dalla finestra, un atto estremo che ha gettato nello sconforto tutta la politica bolognese, sia di maggioranza che opposizione, ma che non è giunto completamente inaspettato. Perché tutti avevano capito da un bel po’ che il “Cev” non era più quello di una volta, affetto da quel male oscuro e subdolo che è la depressione. «Ci sorrideva, certo, ma con un sorriso ormai spento – ricorda Virginio Merola, sindaco di Bologna e suo amico –. Tutti noi cercavamo di spronarlo a reagire a questa depressione che lo aveva preso». Purtroppo però senza risultati: «Un uomo così amato e popolare viveva una solitudine che nessuno di noi aveva colto in modo così profondo», conclude il primo cittadino. Del resto, i sintomi dei mali dello spirito sono sempre difficili da riconoscere, così come le cause. C’è chi avanza l’ipotesi di uno stato depressivo cominciato proprio un anno fa, dopo la malattia che lo ha costretto a rinunciare all’occasione che aveva sempre aspettato, la corsa a palazzo D’Accursio. Ma, come spesso capita in questi casi, nessuno può mettere la mano sul fuoco. Sta di fatto che la notizia ha provocato un vero e proprio diluvio di attestati di stima misti a incredulità di politici e istituzioni, locali e nazionali. Fra questi, a essere particolarmente scosso è il segretario del Pd. Pier Luigi Bersani aveva infatti rapporti molto stretti con il “Cev”, lo stimava, gli piaceva quella sua capacità di entrare subito in sintonia con il suo interlocutore e lo aveva sostenuto nella candidatura, poi abortita, a sindaco. E poi non bisogna dimenticare che il leader dem è stato presidente regionale proprio nel palazzo dove è successa la tragedia. Non a caso, appena saputo del lutto, ha annullato una manifestazione a cui doveva partecipare. In onore del mitico “Cev”.

 

Perché Grillo vincerà ancora - Mario Adinolfi

Spero di non toccare la suscettibilità del sempre ottimo direttore, né di farmi accusare di giovanilismo dal condirettore, ma voglio tornare al contestato articolo del 19 aprile, in cui avvertivo da queste pagine il Pd: Grillo non è un effetto ottico. Insomma, tiè, ve l’avevo detto. In quel pezzo aggiungevo anche che il Movimento Cinque stelle prenderà milioni di voti alle politiche del 2013 se il Pd non porrà rimedio, trasformandosi da orgoglioso luogo politico dell’usato sicuro a territorio che interpreti un’idea profondamente innovativa di futuro. Prendo in prestito dai tweet del sempre ottimo Menichini l’espressione sintetica: «Roba e facce nuove» (che lui riferiva all’esigenza del Terzo polo, ma va bene lo stesso). Detto questo, ora chiediamoci insieme: quali sono le ragioni vere dell’enorme successo del M5S alle amministrative 2012 e, soprattutto, di quello che avrà alle politiche tra un anno invadendo in parlamento con decine di deputati? Vanno smontate subito le due principali analisi alla moda di queste ore, che hanno fatto capolino anche qui su Europa: quella della distinzione tra Grillo (cattivo) e grillini (buoni); quella del fenomeno transitorio neanche tanto eclatante, stile rozzo Uomo Qualunque (premiata ditta Napolitano-Ferrara). Va detto con precisione: i grillini non sono nulla senza Grillo, gli appartenenti al M5S ne sono consapevoli e accettano la regola, che prevede tra l’altro il rifiuto del contraddittorio televisivo. Fa tanto scandalo il rifiuto del contraddittorio tv? È una tecnica consolidata di chi si sente in vantaggio, con trasversali casi eclatanti: Berlusconi rifiutò il contraddittorio a Rutelli (politiche 2001), Veltroni lo negò ai suoi avversari alle primarie Pd (2007), Orlando lo rifiuterà a Ferrandelli. È sempre così, in politica: chi è avanti, pensa a parlare al suo popolo, il contraddittorio democratico è garantito dai media che ne criticheranno i contenuti criticabili, cosa che nel caso di Grillo è avvenuto ad abundantiam. Quanto all’accusa di essere un fenomeno transitorio e rozzo, che non ha neanche fatto boom, l’analisi va compiuta con ancora maggiore attenzione: il M5S è destinato a durare, perché ha intercettato, grazie a una platea di militanti e votanti quasi tutti nati dopo il 1970, il mezzo e il messaggio: entrambi in maniera per niente rozza. Il mezzo è internet, il messaggio è la contrapposizione della democrazia diretta alla democrazia rappresentativa. Con internet, che azzera da almeno un decennio il vantaggio competitivo dei mediatori (se volevi viaggiare andavi in agenzia, ora compri direttamente; se volevi acquistare azioni andavi al borsino, ora operi con il trading on line e gli esempi potrebbero essere migliaia), ha abbattuto i costi della politica e reso evidente il crimine del finanziamento pubblico abnorme ai partiti e ai loro rappresentanti nelle istituzioni. Con il messaggio della contrapposizione direttista ai partitisti, ha cancellato il ruolo del professionista della politica, a vantaggio del sindaco (e domani deputato) Pinco Pallo prestato temporaneamente all’amministrazione della cosa pubblica. Se Pinco Pallo batte (spesso travolge in termini di consensi) il professionista della politica, la rivoluzione è compiuta. Il passaggio successivo sarà il governo della moltitudine dei Pinco Pallo contrapposto ai privilegiati iperpagati del parlamento. L’esito della competizione è scontato. Non dico che sia necessariamente un bene. Dico che se i partiti non capiscono questo e non mettono in moto la macchina del rinnovamento radicale saranno travolti. Dal mezzo, che provano a domare goffamente come un cavaliere medievale che cavalchi una Harley. E dal messaggio. Dalla democrazia diretta che, nei tempi del web diffuso, è più forte, ma molto più forte di questo straccio di democrazia rappresentativa trasformato in oligarchia partitocratica.

 

Fatto quotidiano – 10.5.12

 

Il Pdl scopre il web e cerca “l’effetto Obama”. Via alla marcia online per il 2013

Eleonora Bianchini

Se le elezioni amministrative sono un banco di prova per le politiche, il Pdl ha di che preoccuparsi. Nei comuni capoluogo infatti è sceso da una media del 30% al 14%, ma guarda al futuro e tenta la corsa verso il 2013. Con un elemento che, se per altri è scontato, per loro è la novità: Internet. A guidare il team di esperti di comunicazione web sarà Marco “Monty” Montemagno, nome noto ai cosiddetti “guru del web” nostrani, che pensa a una campagna su social network e via sms. Dietro di lui, c’è “l’uomo ombra” Marco Masieri, imprenditore della comunicazione via mobile, mente dell’operazione e promotore del partner a “uomo immagine” del team a due. Perché, di fatto, lavorano sempre in tandem. Se lo strumento del web in politica è già abitudine per tanti, non lo è per il partito di centrodestra abituato a una relazione verticale con i suoi elettori. Sono i vertici che comunicano con la base, mai viceversa. Il contrario del modello orizzontale alla base del dialogo online. Gli iscritti a ForzaSilvio.it, il portale ufficiale, per il compleanno di Berlusconi ricevevano messaggi con la richiesta di inviare gli auguri al Cavaliere. Con tanto di chiusa, “ciao e grazie”, firmata da Antonio Palmieri, responsabile web del partito. Eppure l’obiettivo della squadra messa a punto oggi per guardare alle elezioni di domani punta a emulare Obama e la sua campagna elettorale del 2008. Entusiasta della campagna del primo presidente nero e dei tentativi 2.0 del Partito democratico alle politiche 2008, Montemagno ha fatto della divulgazione del web la sua professione fatta di partite improvvisate a ping pong durante le conferenze e video virali caricati su YouTube da mostrare sul palco. Eppure una serata di entertainment in stile americano studiata da “Monty”, come riporta Italian Celebrity Speakers, vale da 7.500 a 12.500 euro. L’ambiente della Rete italiano ha sempre osservato con curiosità le sue imprese, che nel tempo, oltre a condurre “Reporter diffuso” su SkyTg24, ha lanciato in tandem con Masieri diverse startup. Tutte legate alla rete. Spesso arabe fenici, chiuse e liquidate per risorgere dalle ceneri sotto altre spoglie. L’impresa più duratura è stata Blogosfere, network di blog nato nel 2005, parzialmente acquisito dal gruppo Sole 24 Ore nel 2007 e ceduto tre anni dopo in piena crisi economica al gruppo GoAdv, oggi Populis. Morta un’impresa se ne fa un’altra. Hanno dato vita anche a Codice Internet, nata esplicitamente con l’intenzione della divulgazione lanciata nel 2008 al Teatro dell’Arte di Milano da un evento annunciato in pompa magna ma con un’affluenza di pubblico ben al di sotto delle aspettative. Nello stesso anno è nata Augmendy, oggi in liquidazione, per “organizzare workshop di alto livello con focus su internet e social media”. Poi la Social Media Week, evento internazionale che hanno importato a Milano e Roma che, ovviamente, si occupa di divulgazione. Ora la nuova avventura è Reboot Italy, finalizzata a “promuovere l’utilizzo di Internet e/o delle nuove tecnologia attraverso iniziative ed eventi all’estero online e sul territorio”. La mission è sempre la stessa. E se queste imprese riguardano entrambi, nella carriera di Masieri compare un’altra azienda, Babila, cancellata a febbraio dal registro delle imprese, che oltre alla “consulenza informatica” offriva la “presentazione di servizi inerenti la raccolta di informazioni”, “incluso anche il noleggio e la vendita di dati raccolti anche su cellulari”. Un know how che torna alla ribalta per la campagna elettorale via sms. Se i “comunicatori” ci sono, rimane però da verificare dove sarà sviluppata la campagna. Marco Camisani Calzolari, imprenditore della società Speakage che offre la tecnologia per Forzasilvio.it, spiega che il “suo” sito andrà avanti. “Non ho ricevuto nessuna disposizione per metterlo offline”, dice al Fattoquotidiano.it. Quindi sarà la stessa piattaforma per le elezioni 2013. “Non so niente dell’incarico di Montemagno e Palmieri è ancora responsabile della comunicazione web del Pdl”, aggiunge Camisani Calzolari. Da parte sua, Masieri conferma che Speakage continuerà a “fornire la piattaforma tecnica”. Montemagno, che abbiamo provato a contattare più volte, non risponde al telefono. Nella blogosfera, intanto, che ha osservato le molteplici avventure dei due partner ora arruolati dal Pdl, c’è grande attesa. Perché, a differenza di quanto hanno fatto prima, “se qui falliscono, rigiocarsela non sarà facile”.

VEDI: MOVIMENTO DEI FORCONI

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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia e la Siria vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm

e archivio stampa del 27/10          giornali  Gheddafi