Perché gli atei esistono, innanzitutto, e perché sono contrari alla religione in assoluto? Perché sembrano così accaniti?
Il principio basilare dell'ateismo non si fonda, come si pensa comunemente, sulla certezza che Dio, e nessun dio, non esista. Sarebbe presuntuoso affermarlo e arrogante sostenerlo.
Il fondamento autentico dell'ateismo è un approccio, una scuola di pensiero, un metodo di confrontarsi con la realtà, una visione del mondo che prescindono dall'esistenza stessa del concetto del divino. Ciò vuol dire, in sostanza, che l'ateismo non vuole sostituirsi come fede al posto della religione, ne sostituire il concetto dell'Uomo, dell'Umanità a quello di Dio, come nel pensiero di grandi filosofi, come Ludwig Feurbach, criticato per questo da Marx ed Engels e da Max Stirner. L'ateo rimane affascinato e sorpreso dalla complessità e dalla bellezza intrinseca dell'universo, del nostro mondo, della natura e degli esseri viventi. Di fronte a tutto ciò l'ateo vuole sapere, vuole conoscere, vuole scoprire la verità e la realtà. E ritiene che tale debba essere lo scopo dell'umanità e, in fondo, la principale e in ultima analisi unica ragione di vita dell'uomo.
L'ateo ha dei motivi per teorizzare l'assenza di Dio: sarebbe troppo lungo spiegarli qui. Ma l'onere della prova dell'esistenza di Dio spetta a chi l'afferma e gli atei, pur disponibili, aspettano da millenni questa prova: certa, scientificamente dimostrabile, misurabile.
Finora questa prova non è arrivata, quindi...
L'ateo vive la vita e la società senza il "sostegno" della religione, della certezza di una "altra" vita (ovviamente immortale, più bella, più completa...), della "santità", della "sacrosanta" presenza e influenza di esseri soprannaturali, di angeli, di protettori...
L'ateo si pone, come tanti, le eterne domande: da che cosa ha avuto origine l'universo? Esiste un Dio o degli dei? Esiste qualcosa che possa essere definito, in qualche modo, divino? Ma l'ateo si colloca nel presente: qui, adesso e subito, e non si fida di risposte dettate dalla paura, dall'ignoranza, dalla credulità, dal conformismo (le religioni...). Semplicemente, non ci crede.Tale impostazione di vita rimanda indefinitamente nel tempo, come è logico che sia, le risposte finali a quelle domande fondamentali, e ne prescinde.
L'ateo è materialista.
I religiosi, gli integralisti, i fanatici di ogni religione, credenza e setta hanno fatto di tutto per dipingere il materialista come un essere malvagio, gretto, egoista, attaccato al denaro, al potere, al prestigio personale oltre che, ovviamente, limitato intellettualmente alle sole evidenze tangibili. Al di là della corrente filosofica e scientifica denominata materialismo, l'ateo è materialista per come si confronta con la realtà.
L'ateo è razionalista.
L'ateo è razionalista non perché ottusamente "crede a" e capisce solo quello che la sua "ragione" gli fa accettare, ma quello che la sua impostazione scientifica gli dimostra, fino a prova contraria.
L'ateo è progressista.
L'ateo è rivolto verso il futuro, verso il progresso scientifico, tecnologico e sociale: non per questo fa della tecnologia e della scienza dei feticci da idolatrare ma opera per il miglioramento delle condizioni di vita dell'umanità intera, per l'affrancamento dal lavoro, dalla fatica, dalla malattia, dalla sofferenza, dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dalla discriminazione in base al sesso, all'orientamento sessuale, alle opinioni filosofiche, religiose, ideologiche e politiche.
Le religioni e le chiese, malgrado le belle parole, non hanno mai operato in questa direzione. Anzi, si sono sempre alleate al potere del sistema dominante: quando ha fatto comodo, anche a quello stalinista.
Noi siamo atei e agnostici ma siamo anche democratici progressisti, radicali di sinistra, libertari, anarchici, marxisti rivoluzionari e, inconfondibilmente, antistalinisti. Siamo anche, spesso, estremisti. E la nostra azione e la nostra mente non sono orientate solamente a ottenere diritti, visibilità, dignità ed eguaglianza in quanto atei e agnostici (che, visti i tempi che viviamo, è già un obiettivo difficilissimo da raggiungere) ma anche l'azione e l'attività politica (che tanti atei e agnostici, purtroppo, sembrano rifuggire al pari della peste, come un pericolo per la loro unità...) con l'obiettivo, quasi sicuramente illusorio e vano, di cambiare sostanzialmente lo stato di cose presente.
Gli atei e agnostici hanno concezioni filosofiche, opinioni politiche e impostazioni culturali differenti e, per conseguenza, non hanno mai impostato attività comuni coordinate. Molti di essi confondono la politica con l'attività di partito o di movimento. Noi di Atheia, invece, siamo convinti che la politica sia vivere nella società e rapportarsi ad essa, e che coinvolga molti aspetti e modi di vivere, di agire e di pensare. Questo concetto sembra non essere compreso da molti atei e agnostici.
Noi abbiamo molte contraddizioni, che accettiamo e, anzi, rivendichiamo, ma anche opinioni ben precise. Alcuni concetti li prendiamo dove ci pare che ci sia del buono e li estrapoliamo, se occorre, dal loro contesto originario. Alcuni di questi concetti sono il marxismo rivoluzionario e il pensiero libertario, le figure, il pensiero e l'azione di Marx, Engels, Lenin, Trotzky Che Guevara, Bakunin, il filosofo tedesco individualista ed "egoista" Max Stirner, il federalismo e l'internazionalismo.
Siamo genericamente contro a: il concordato, il Vaticano, lo strapotere e la presenza clericale nella società, nella sanità, nella scuola, la presenza del crocefisso e di qualsiasi simbolo religioso in uffici pubblici, scuole, ospedali, tribunali etc. , l'uso del velo da parte delle donne islamiche (in scuole, uffici e fabbriche private e pubbliche) come oltraggio ed offesa della dignità della donna, il finanziamento alle scuole private (quasi esclusivamente religiose ed in maggioranza cattoliche), la partecipazione di esponenti pubblici a manifestazioni religiose, la partecipazione di esponenti religiosi a manifestazioni civili, le privatizzazioni, la procreazione irresponsabile, l'aumento indiscriminato della popolazione, l'accanimento terapeutico verso i malati terminali, la famiglia come unica e dogmatica forma di aggregazione sociale.
Siamo genericamente a favore di: divorzio, maggior diffusione e conoscenza dei metodi contraccettivi, controllo delle nascite e politica demografica per la diminuzione della popolazione, aborto senza limiti e sotto l'unica responsabilità della donna, eutanasia, fecondazione eterologa ed omologa, clonazione umana, sostituzione dello studio della religione nelle scuole con lo studio delle concezioni del mondo con insegnanti nominati dallo Stato, l'abolizione delle feste religiose e loro sostituzione con feste civili e sociali, il ripristino della festività del XX Settembre
Liberazione
29-12-2004
Quel Papa
che rubava bambini
di
Lidia Menapace
Non si può leggere senza sgomento il testo del Sant'Uffizio contenente le
disposizioni sulla sorte di bambini e bambine ebrei custoditi durante
Come non inorridire di
fronte a una prosa gelida, doppia, mafiosa (nega, non rispondere per iscritto,
prendi tempo, dì che devi controllare anche l'evidenza più lancinante)
suggerita ai vescovi cattolici alle prese nei vari paesi con le tremende code
della persecuzione antiebraica, coda che aveva per oggetto dei bambini i cui
sentimenti non vengono minimamente presi in considerazione? Rispetto alla Shoà
Il massimo di quel
pasticcio piagnucoloso e ipocrita era nella liturgia cattolica nella quale uno
degli "oremus" della messa diceva: «Oremus et pro perfidis Judaeis»,
"preghiamo anche per i Giudei spergiuri perfidi traditori". Era una
preghiera a loro favore, ma intanto riconfermava tutti i pregiudizi verso il
popolo ebreo nel suo complesso addossando ad esso il peso della condanna a
morte di Gesù Cristo, nella quale il popolo aveva certo meno "colpa"
dell'imperialismo romano e del rabbinato.
Popolarmente era viva la
convinzione che a un simile ordine si fosse sottratto il card. Roncalli il
futuro papa Giovanni XXIII, che era noto per aver salvato molti bambini e
bambine ebree dalle sgrinfie dei nazi quando era rappresentante diplomatico
vaticano (cioè Nunzio apostolico) in Turchia. Ebbene sì, gli incivili Turchi,
quelli che ora minaccerebbero le famose radici cristiane ospitarono con precisa
civiltà giuridica il nunzio apostolico e mantennero sempre relazioni
diplomatiche col Vaticano. Roncalli fece anche eseguire battesimi "sotto
condizione" per poter dire con una piccola restrizione mentale che erano
bimbi cattolici e quindi non potevano essere portati al massacro con i loro
genitori. Il futuro Papa Giovanni era accreditato nell'opinione popolare di
alcune qualità specifiche: poiché il suo sito di origine era contadino valeva
per lui il detto "scarpe grosse e cervello fino". Inoltre per la sua
gentile bonomia e facile sorriso era considerato davvero una figura evangelica
dotata delle virtù che una famosa frase descrive così: era "candido come
una colomba e astuto come un serpente". E non ci voleva meno di una
astuzia serpentina per sottrarre vittime all'orrore nazista. Anche le abilità
giuridico-diplomatiche di Roncalli confermano che i nazi erano ossessionati dal
rispetto della formalità giuridica, come si capisce anche dal caso delle Donne
della Rosenstrasse. Se Roncalli riusciva a "dimostrare" che erano
bambini battezzati i nazi si fermavano: non consideravano utile scontrarsi con
Sarebbe il caso di
ricordare ciò: non vale la pena di ripetere gli errori commessi verso
l'Ebraismo adesso verso l'Islam. L'Europa non ha molto da vantarsi del suo
recente passato a proposito di razzismo e di persecuzioni politiche e di ogni
genere: nè ha molto da insegnare.
In ogni modo chi ha il
coraggio di rivelare ai leghisti improvvisamente diventati crociati delle
radici cristiane al canto di "Tu scendi dalle stelle" ecc., che -come
tutti i canti natalizi popolari - anche quello è opera di un allegro santo
napoletano del 18° secolo S. Alfonso de' Liguori, che era un cantautore e
scriveva testi e musica? Insomma quelle radici saranno cristiane, ma non sono
davvero padane.
Lidia Menapace
Dal Corriere della Sera, mercoledì 29 dicembre 2004, pagina 37
Le direttive dell'ottobre 1946
La decisione del Sant'Uffizio, approvata da Pio XII, sui bambini ebrei accolti da istituzioni e famiglie cattoliche in Francia durante l'occupazione nazista, porta la data del 20 ottobre 1946 ed è stata rinvenuta negli Archivi della Chiesa di Francia.
La direttiva raccomanda di non rispondere per iscritto alle comunità israelitiche che chiedono la restituzione dei minori e suggerisce di prendere tempo per esaminare ogni richiesta caso per caso.
Nel merito, si specifica innanzitutto che i bambini ebrei battezzati «non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana». Quanto ai non battezzati, si sconsiglia di sottrarre gli orfani alla custodia della Chiesa per affidarli a «persone che non hanno alcun diritto su di loro». Si ammette solo la restituzione dei bambini reclamati dai loro genitori, purché i piccoli «non abbiano ricevuto il battesimo».
Il documento sarà incluso nel secondo tomo del quinto volume dell'edizione nazionale dei diari spirituali, dei quaderni e delle agende di lavoro di Papa Giovanni XXIII, in corso di pubblicazione da parte dell'Istituto per le scienze religiose di Bologna (www.fscire;it).
Il quinto volume dell'opera, curato da Etienne Fouilloux, raccoglie le agende private tenute da Angelo Roncalli quando si trovava in Francia come nunzio apostolico. Il primo tomo, appena uscito, riguarda gli anni dal 1945 al 1948. Il secondo, che vedrà la luce tra circa un anno, concerne il periodo 1949-53 e conterrà il documento anticipato dal Corriere, scoperto troppo tardi per poter essere pubblicato nel primo.
Corriere della sera 7 ottobre 2004 -
Non si tratta semplicemente di un problema teologico isolato»
Il Papa: ripensare ai bimbi morti senza battesimo
Un luogo senza tormenti, ma lontano da Dio: il limbo deve
tornare al centro della riflessione, per Giovanni Paolo II
MILANO - «Non ebber battesmo, ch'è porta de la fede che tu credi; e s'è furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio: e di questi cotai son io medesmo». Così Virgilio spiega a Dante, nel quarto canto dell'Inferno, il Limbo. Su questo luogo dove le anime pure vanno il Papa è tornato a interrogarsi, nel discorso rivolto giovedì alla Commissione Teologica Internazionale. Secondo il Pontefice la teologia deve «lavorare» sulla questione della sorte dei bambini morti senza battesimo. «Non si tratta semplicemente - ha spiegato - di un problema
teologico isolato». Una dottrina di origine
medioevale colloca i bambini
morti senza aver commesso colpe, ma anche senza battesimo, e
quindi con la colpa del peccato originale, nel limbo, ossia in un luogo senza
tormenti, ma lontano da Dio, che alla fine dei secoli deciderà sulla loro
sorte. Secondo il Papa, infatti, «tanti altri temi fondamentali si intrecciano
intimamente con questo: la volontà
salvifica universale di Dio, la mediazione unica e universale di Gesù Cristo,
il ruolo della Chiesa, sacramento universale di salvezza, la teologia dei
sacramenti, il senso della dottrina
sul peccato originale». «Toccherà a voi - ha detto Giovanni
Paolo II ai teologi - scrutare il nesso fra tutti questi misteri, in vista di
offrire una sintesi teologica che
possa servire di aiuto per una prassi pastorale più coerente e illuminata». (A
proposito di bambini morti vedi)
LEGGE MORALE NATURALE
- «Di non minore importanza» è stato poi definito dal Papa il secondo tema che
sarà affrontato dalla Commissione: quello della legge morale naturale. «Come
sapete - ha detto - ho parlato già su questo argomento nelle Lettere encicliche
Veritatis splendor e Fides et ratio. È stata da sempre una
convinzione della Chiesa che Dio
abbia dato all'uomo la capacità di arrivare con la luce della sua ragione alla
conoscenza di verità fondamentali sulla sua vita e il suo
destino, e in concreto sulle norme del suo retto agire». «Sottolineare davanti
ai nostri contemporanei questa possibilità è di grande importanza per il dialogo con tutti gli uomini di
buona volontà e per la convivenza ai più diversi livelli su
una base etica comune. La rivelazione cristiana non rende inutile questa
ricerca, anzi, ci spinge ad essa illuminandone il cammino con la luce di
Cristo, nel quale tutto
ha consistenza».
Mi chiedo: se Dio ha "dato all'uomo la capacità di arrivare con la luce della sua ragione alla conoscenza di verità" perchè i CATTOLICI HANNO UNA SEQUELA INTERMINABILE DI DOGMI che con la ragione non hanno niente a che fare? Se ci posso arrivare con la ragione a stabilire che Maria è rimasta vergine dopo il parto perchè un dogma?
Comunicato
stampa
Radicali di sinistra
L'Avemaria è più importante dell'italiano. Il neoministro della Funzione
pubblica, Mario Baccini, assume altri 9229 insegnanti di religione mentre
rimangono scoperte le cattedre delle materie obbligatorie. I Radicali di
sinistra promuovono una lettera aperta al ministro per chiedere un ripensamento
Nonostante il
taglio del 2% dei fondi destinati alla scuola pubblica già agonizzante e il
blocco delle supplenze, il nuovo ministro della Funzione pubblica, Mario
Baccini (UDC), trova i soldi per assumere altri nuovi insegnanti di religione.
Il Ministro Baccini inaugura il proprio dicastero all'insegna dell'iniquità.
Grazie alla sua decisione, affermano i Radicali di sinistra ( www.radicalidisinistra.it
) ingenti risorse verranno destinate per assumere insegnanti per un'ora
facoltativa, mentre mancano gli insegnanti per le ore obbligatorie, e mettono
in evidenza come i Patti lateranensi ai quali Baccini si richiama per
giustificare questo ennesimo attacco alla scuola, imporrebbero le medesime
garanzie sia per gli studenti che decidono di avvalersi, sia per quelli che non
intendono avvalersi dell'ora di religione. A questi ultimi è, però, riservato
l'abbandono a sé stessi in assenza di vere alternative, mentre gli altri
rimangono in classe. Una situazione gravissima, secondo i Radicali di sinistra,
che inficia il concetto stesso di scuola pubblica e che pone diseguaglianze
inaccettabili. Contro la decisione del Ministro, i Radicali di sinistra hanno promosso una
lettera aperta per chiedere il ritiro del provvedimento e invitano tutti i
cittadini e le associazioni a sottoscriverla online all'indirizzo www.radicalidisinistra.it
19/02/2005 - (fonte:
____________
Su
Repubblica di oggi:
Per il
Sunday Times George Bush ha ritenuto "inappropriato"
avere la futura moglie di Carlo ospite in una cena ufficiale
Camilla
ospite indesiderata
Non potrà andare alla Casa Bianca
Il problema è che la compagna del principe è divorziata
Carlo e
Camilla
LONDRA
- Camilla Parker
Bowles, persona 'non gradita' alla Casa Bianca. In quanto fervido cristiano
conservatore, il presidente americano George W. Bush ha deciso di sbarrare le
porte della Casa Bianca alla futura sposa di Carlo d'Inghilterra in quanto divorziata. Lo rivela il Sunday Mirror.
_______________-
19/02/2005 - (fonte: il Corriere della Sera)
Il primo ministro Zapatero ha preferito non aprire un nuovo fronte nel
conflitto che divide il suo governo e
L’etica tradizionale della sacralità della vita, ferocemente difesa dalla chiesa cattolica, ormai non regge più. Applicata nei contesti delle società avanzate o ai problemi della sovrappopolazione del pianeta, porta a esiti ripugnanti per qualsiasi persona di buon senso e incompatibili col progresso scientifico e tecnologico. Lo dimostra il testo della legge sulla fecondazione assistita in corso di approvazione in Parlamento. Quel testo, voluto dai cattolici di entrambi gli schieramenti politici in conformità ai diktat del vaticano ed esplicitamente animato dalla volontà di imporre a tutti, con la forza del diritto, il dogma cattolico della sacralità dell’embrione, prevede tra l’altro che possano essere creati, per ogni intervento di fecondazione, solo tre embrioni, da impiantarsi contemporaneamente senza poter effettuare alcuna selezione.
La limitazione al numero di embrioni da creare comporta che, in caso di fallimento del primo tentativo, non essendo stati accantonati embrioni di riserva, per riprovare, la donna dovrà riprendere da capo tutta la fase preparatoria, fatta di pesanti terapie ormonali. L’obbligo di impiantare i tre embrioni contemporaneamente, la esporrà al rischio di gravidanze multiple. Inoltre, se l’embrione ottenuto con la fecondazione in provetta risulterà malformato o portatore di malattie, andrà lo stesso obbligatoriamente impiantato nell’utero per dare corso a una gravidanza. Già un’altra norma del resto esclude che i portatori di malattie genetiche possano ricorrere alla fecondazione assistita per evitare di trasmetterle ai figli. Ben vengano tutti gli handicap, purché non si distrugga nemmeno un solo embrione!
Tutto questo appare contrario a ogni deontologia medica. Diciamo pure che è una infamia ai danni di tutte le persone sterili, delle donne e dei malati in particolare. Tuttavia, applicando coerentemente l’etica della sacralità della vita, queste norme sono una conseguenza inevitabile. Per rifiutare questa e altre assurdità dello stesso tipo abbiamo bisogno di un’altra etica. Questo articolo vuole mostrare come una nuova etica sia già profondamente entrata nelle convinzioni diffuse e come abbia già determinato delle svolte epocali, senza che quasi ce ne rendessimo conto.
La legalizzazione dell’aborto, avvenuta in quasi tutti i paesi avanzati nel corso degli anni ’70-’80, è stata una delle prime e più eclatanti sconfitte dell’etica cattolica a vantaggio di una concezione alternativa emergente che considera valore da tutelare non la vita meramente biologica, come quella degli embrioni, ma la vita personale e la sua qualità. Questa nuova etica ha sviluppato una forte capacità di risposta ai problemi della vita nelle società avanzate e ha ormai raggiunto, sia pure con diverse formalizzazioni, una notevole forza concettuale. La sua portata va molto al di là dell’aborto, ovviamente: investe tutto il complesso delle questioni bioetiche, dall’eutanasia alla ricerca sugli embrioni, dalla fecondazione assistita ai trapianti d’organo… Il dibattito sull’aborto è però un bell’esempio sia di come venga adottata implicitamente, sia delle difficoltà che la politica ancora incontra nel farla propria in modo coerente e corretto.
Gli argomenti usati a favore della legislazione abortista sono stati
soprattutto i seguenti due: (i) quello che dice che l’aborto è certo un male, ma
meglio una legge che lo regolamenti piuttosto che lasciare la “piaga sociale” a
se stessa, cioè piuttosto che lasciare le donne ad abortire in cattive
condizioni igieniche (argomento di riduzione del danno sociale); (ii) quello,
più coraggioso, che afferma la libertà di scelta della donna, per cui gli
abortisti si dicono pro-choice. Su questo si basava in parte anche la
storica sentenza Roe vs Wade, con cui
Entrambe le argomentazioni, centrate come sono sulla salute e sull’autodeterminazione della donna, glissano sulla questione che i cattolici hanno invece sempre considerato (giustamente) decisiva, e cioè sullo status etico di embrione e feto. Certo: quegli argomenti presuppongono che embrione e feto non siano organismi a cui riconoscere gli stessi diritti che riconosciamo agli esseri umani dopo la nascita (altrimenti il diritto della donna ad abortire equivarrebbe al diritto dell’assassino di uccidere). Ma non spiegano il perché.
Dalla sentenza Roe vs Wade si potrebbe dedurre che, finché il feto non è vitale, va considerato una propaggine del corpo materno su cui la donna esercita gli stessi diritti che ha sul resto del proprio organismo. Ma è bastato che passassero alcuni decenni: lo sviluppo tecnologico consente oggi di far sopravvivere fuori dal corpo della madre feti sempre più prematuri, tanto che si ritiene possibile, in un futuro prossimo, far svolgere tutta la gravidanza in un utero artificiale (cosiddetta ectogenesi) dopo una fecondazione in provetta: a questo punto non è plausibile sostenere che embrione e feto siano un’appendice del corpo femminile. Ma l’argomento era povero in partenza: il fatto che una vita non sia autonomia (perché ha bisogno del supporto di un altro corpo o di una struttura artificiale di sostegno) non significa che abbia meno valore se è caratterizzata da quel livello di coscienza che ha la vita di un adulto.
Sono stati usati cioè argomenti di per sé insufficienti a giustificare l’aborto e con portata limitata: si interviene oggi sull’embrione in situazioni in cui la questione della salute della donna o non si pone (esempio, ricerca sulle staminali) o si pone in tutt’altri termini (esempio, fecondazione assistita): le cattive argomentazioni hanno le gambe corte. Salute e autodeterminazione delle donne non sono affatto irrilevanti, sia chiaro. Ma restano sulle sabbie mobili finché non si affronta la questione vera che sta al fondo. Cioè: qual è la vita umana che per noi rappresenta un valore da tutelare anche di fronte a interessi contrapposti. E perché. Un’etica plausibile deve farsi carico di questo più vasto problema, di cui la questione dell’aborto è solo una delle tante punte emergenti.
C’è un filosofo che, a mio parere, più di chiunque altro ha saputo vedere il
fondale unitario delle questioni bioetiche e ha compreso e messo sotto la lente
di ingrandimento la profonda crisi dell’etica tradizionale, la sua
inadeguatezza rispetto alla medicina moderna, facendo insieme emergere il
chiaro profilo dell’etica nuova di cui abbiamo bisogno. Si tratta di Peter
Singer. Un ebreo australiano nato nel
«Dopo aver regolato per quasi duemila anni i nostri pensieri e le nostre decisioni sulla vita e sulla morte, l’etica tradizionale dell’Occidente è andata incontro a un collasso». Il collasso viene raccontato passando tra le sale di terapia intensiva, le vicende personali e le aule di tribunale in cui si sono svolti e dibattuti gli atti di questa crisi in corso. Il primo scenario sono due casi di donne che hanno portato avanti una gravidanza in stato di morte cerebrale. L’adozione della morte del cervello come criterio di morte legale è stato «il primo di una serie di mutamenti drammatici» della nostra etica, non meno significativo della legalizzazione dell’aborto. Eppure non ha sollevato quasi nessuna reazione avversa perché la morte cerebrale è stata presentata come una ridefinizione, scientificamente aggiornata, del concetto tradizionale di morte, anziché come una decisione squisitamente etica sulla qualità della vita, quale in realtà è.
Un approccio diverso fu indicato vari anni dopo dalla Consulta etica danese, che tenne separate tre questioni: (1) Quando muore un essere umano? Con la cessazione di respirazione e circolazione (criterio tradizionale). (2) A che condizioni è lecito sospendere le cure? Quando sono cessate tutte le funzioni del cervello. (3) A che condizioni è lecito espiantare gli organi? Quando sono cessate tutte le funzioni cerebrali e il paziente è registrato tra i donatori di organi o i parenti non si oppongono… Questa soluzione conseguiva gli stessi risultati. Implicava però l’abbandono esplicito dell’etica della sacralità della vita umana e l’altrettanto esplicita adozione di un’etica della qualità della vita. Il Governo danese, per evitare imbarazzi, nel 1990 preferì allineare la sua legislazione a quella degli altri paesi europei e adottò il criterio della morte cerebrale.
Il criterio della morte cerebrale è dunque una finzione conveniente perché permette di lasciare formalmente salvo il principio di sacralità della vita. È tuttavia una finzione instabile perché ormai sottoposto alla pressione di chi vorrebbe spostare il momento della morte più indietro, alla fase della cosiddetta morte corticale, che è la vera fine della persona (cioè dell’io, della possibilità di coscienza) e che oggi, a differenza del 1968, può essere accertata con le nuove tecnologie disponibili. Questo consentirebbe ad esempio di sospendere le cure a coloro che si trovano in stato vegetativo persistente. Costoro hanno la corteccia cerebrale (sede della coscienza) distrutta, ma il tronco cerebrale (che controlla le funzioni vegetative e riflesse che non passano per la coscienza, come il battito cardiaco, la respirazione, la secrezione di ormoni…) ancora funzionante e quindi sono ancora considerati legalmente vivi.
La morte corticale avrebbe molti vantaggi, ma presentarla come una ridefinizione della morte significherebbe spingere la finzione a un livello inaccettabile: come si fa a dichiarare morto qualcuno che respira ancora autonomamente? La scelta di ovviare alle proibizioni dell’etica della sacralità della vita spostando i confini della vita biologica, è astuta ma ha le gambe corte. La soluzione proposta dalla consulta danese è più in grado di rispondere alle nostre esigenze. Però implica l’abbandono aperto della vecchia etica.
Qualcosa di simile accade all’altro capo della vita. La posizione etica contraria all’aborto in termini formali è espressa da questo sillogismo:
In questo caso la chiesa cattolica ha deciso di fissare da sé quando inizia la vita umana, cioè al concepimento, senza lasciarlo decidere a una commissione scientifica. Chi è favorevole all’aborto, alla ricerca sulle staminali… spesso ritiene di dover contestare la premessa minor e sostiene che l’embrione non è una vita umana in senso biologico. Ma fino a dove può essere spinto il punto di inizio della vita umana? Neanche il feto è una vita umana? È il momento della nascita (per molti aspetti casuale) che trasforma improvvisamente un feto non umano in un neonato umano? Dice Singer: questa linea debole non è convincente: bisogna contestare la premessa maior, perché è quella che genera ogni sorta di problemi e che, se cambiata, ci offre un nuovo quadro etico complessivo.
La linea forte si articola in questi termini:
La linea di Singer ha conseguenze molto vaste, che nello spazio di questo articolo non possono essere trattate. Essa offre una base etica coerente per i problemi della bioetica. Si tratta di una linea che è già inconsapevolmente accolta da molti, forse dalla maggioranza degli occidentali. Finalmente impugnata in modo aperto dai laici consentirebbe loro di contestare dalle fondamenta l’impostazione cattolica, che resta in piedi solo perché manca il coraggio di lanciarle la sfida al cuore. Rattrista vedere, anche di recente, che alcuni sono convinti di poter contestare la legge sulla fecondazione assistita con meri appelli al buon senso, al rischio che la gente corra all’estero et similia… senza sfidare la chiesa cattolica sul piano etico. Anzi, magari criticandola perché pretende di sottomettere la scienza all’etica. Nessuna persona di buon senso può volere una scienza sganciata dall’etica, senza limiti. Ci vuole altro: bisogna contestare sul piano etico e con argomenti etici che quella della chiesa cattolica sia una buona etica. E indicarne un’altra.
da Liberauscita, associazione per
l'eutanasia.
Eutanasia e aborto vincono a Venezia
Un segnale da Venezia
La 61° Mostra Internazionale di Venezia ha assegnato
il leone d'oro a "Il segreto di Vera Drake", del regista
inglese Mike Leigh, e il gran premio della Giuria a
"Mare dentro" (Out of the sea - Mar adentro)del regista
spagnolo Alejandro Amenàbar. Gli interpreti dei due
film, Imelda Staunton e Javier Bardem, hanno ottenuto
Coppa Volpi
"Il segreto di Vera Drake" racconta la storia di una
donna inglese di mezza età, semplice, serena, laboriosa,
appartenente ad una famiglia proletaria della Londra
postbellica, la quale ai tempi in cui l'aborto era
clandestino aiutava altre donne, ragazze violentate,
madri di troppi figli, come lei senza mezzi economici, a
liberarsi di un concepimento non voluto. E non per
denaro ma solo per solidarietà umana.
"Mare dentro" racconta la storia vera di un
tetraplegico spagnolo, Ramon Sampedro, ultracinquantenne
paralizzato dal collo in giù, il quale pretese ed
ottenne l'eutanasia.
I verdetti della giuria di Venezia, che si aggiungono
al premio recentemente attribuito al film "Invasioni
barbariche", sono un segnale di speranza per quanti,
come noi, sono impegnati al di là del proprio interesse
personale o famigliare per l'affermazione del diritto di
tutti gli esseri umani a decidere sulla propria vita e
la propria morte.
Purtroppo, le decisioni di Venezia hanno scatenato le
ire dei soliti difensori della "vita ad oltranza,costi
quello che costi", anche quando la vita è ormai
solamente tortura. Sul quotidiano "Il Tempo" di Roma,ad
esempio, si afferma che "la giuria della Mostra del
Cinema premia chi sta contro le leggi e i valori
dell'esistenza". In altre parole: i premi vanno dati non
ai film migliori, ma a quelli che si oppongono al
cambiamento delle leggi e sostengono determinati valori
esistenziali. C'è da essere allibiti.
A Genova una veggente ha visto il volto di padre Pio dentro il costato del
Cristo degli Abissi: primo caso al mondo di miracolo-matrioska. E non è ancora
niente: tornata il giorno dopo con una lente di ingrandimento, la donna,
esaminando meglio l'apparizione, ha scorto, in mezzo alla barba di padre Pio,
una Madonna che salutava. In successivi esami al microscopio, una commissione
vescovile ha potuto scorgere l'arcangelo Gabriele dentro la pupilla della
Madonna che salutava dalla barba di padre Pio sul costato del Cristo degli
Abissi. Se poi si considera che il Cristo degli Abissi era a sua volta esposto
ai fedeli all'interno di un salone apparso miracolosamente con i soldi delle
Colombiane, possiamo concludere che l'arcangelo Gabriele è apparso nella pupilla
di una Madonna apparsa nella barba di padre Pio apparso nel costato del Cristo
degli Abissi apparso in un salone apparso per grazia ricevuta (alcuni fedeli
assicurano di avere udito, come colonna sonora della catena di miracoli, 'Alla
Fiera dell'Est').
Nel frattempo, un pool di studiosi ha classificato tutte le apparizioni di
padre Pio (a partire dalla prima e più celebre, quando il frate apparve sulla
porta di casa sua per aprire al portalettere). Il volto del santo si è
materializzato prevalentemente sui piatti con la sua effigie acquistati a San
Giovanni Rotondo: non si contano le persone che hanno riconosciuto
distintamente il volto di padre Pio sui piatti raffiguranti il volto di padre
Pio, cadendo in trance.
Frequenti, ma poco attendibili, anche le visioni di padre Pio nei piatti di
papa Giovanni e Lady Diana: in accurati esperimenti di laboratorio, è risultato
che i volti di papa Giovanni e Lady Diana, qualora semicoperti nel piatto da
una forchettata di spaghetti, possono essere confusi con un'immagine barbuta,
dunque con padre Pio. Diffuso anche l'equivoco con le fotografie di Fidel
Castro.
Ugualmente dubbie sono le apparizioni segnalate dalle massaie negli sgabuzzini
delle scope. Molte delle scope in commercio, specie del tipo mocio, in penombra
possono ricordare la fluente barba del santo (il forte profumo di rose che
accompagna la visione sarebbe molto simile a quello di Vetrella, Bref, Emulsio
Facile e altri detersivi molto diffusi). Dello stesso tenore, e dunque molto
sospette, le apparizioni di padre Pio nelle cassette di seppie delle pescherie,
sugli scogli guarniti da alghe, tra le stalattiti delle grotte di Castellana e
in quei siti che presentano formazioni pendule e striate.
Come sempre, di fronte alla fede popolare,
Quest'ultimo punto, molto dolente, viene ormai riconosciuto dalle autorità
ecclesiastiche come un vero e proprio problema di democrazia interna. Dai dati
ufficiali, risulta che il duopolio Maria-padre Pio ha monopolizzato il 99 per
cento delle apparizioni, lasciando alle minoranze solo le briciole. I devoti
dei santi minori si sono costituiti in comitato. Tra le richieste più
significative, si esige che padre Pio lasci libere almeno alcune delle
frequenze destinate alle apparizioni. Oppure, come seconda scelta, che una
percentuale dei volti di padre Pio venga attribuita d'ufficio ad altri santi, a
rotazione.
L'ESPRESSO 5.2004
La scimmia è figlia dell'uomo Il ministro Moratti precisa: la teoria di Darwin sarà nei programmi ministeriali ma migliorata: è la scimmia che deriva dall'uomo. Che, creato da Dio, era una creatura perfetta che abitava in un residence...
Michele Serra
Il ministro
Letizia Moratti, contrariata dalle polemiche pretestuose sull'epurazione di
Darwin dai programmi scolastici, ha diramato una nota nella quale si precisa
che Darwin e l'evoluzionismo non sono stati affatto cancellati. Bensì meglio
integrati nella nuova didattica, tenendo conto delle più recenti scoperte scientifiche.
1. È evidente che l'uomo non deriva dalla scimmia, ma dall'argilla:
Adamo fu creato da Dio manipolando un pezzo d'argilla e soffiandoci dentro. Lo
provano, a parte un testo aggiornatissimo come
L'Espresso 25 - 04 -2004
Il vetro soffiato di Eugenio Scalfari
Qualche giorno fa, per l'esattezza il 13
aprile, ho letto su 'Repubblica' un delizioso articolo di Michele Serra che mi aveva incuriosito fin dal
titolo: 'La sfida tra religioni che esclude i laici'. Il testo, l'ho già detto,
era una vera delizia: ironia, paradosso, scherzo, leggerezza sintattica e
verbale, rivestivano un problema molto serio che qui vorrei riprendere e che
presenterò con le parole dell'autore.
Scrive Serra: "Nell'intreccio infuocato delle discussioni sul mondo,
l'invadenza delle fedi e dei fedeli è travolgente e, se mi è concesso dirlo,
opprimente. Io, non credente, in queste discussioni non mi sento previsto, anzi
non sono previsto. Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo delle
fedi religiose, noi senzadio siamo al margine d'ogni discorso. Con un amico
miscredente ci si chiedeva con allegro malumore se non siano maturi i tempi per
organizzare una 'jihad atea'. Per la verità già ebbe luogo nell'Est, non meno
repressivo e catechistico di tutte le offensive confessionali. E finì male,
come meritava... Ma, santo cielo, sospesi come siamo sul baratro di nuove
guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli
agnostici trovi, e il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua forma
culturale e forse anche politica e reclami il suo posto in questo pandemonio di
Verbi confliggenti... Ma organizzare i disarmati e i tolleranti è la cosa più
difficile da fare quando non si ha un Libro da brandire né un paradiso da
promettere".
Ben detto, caro Michele Serra, benissimo detto. Forse hai dimenticato di
aggiungere (ma mi pare implicito tra le righe del tuo testo) che noi 'senzadio' non siamo soltanto disarmati
e tolleranti, senza Libro (sacro, ovviamente) da brandire né paradiso da
promettere, ma siamo anche scettici, sofistici, dubbiosi su tutto e perfino sul
fatto di esistere. In compenso, talvolta, siamo anche stoici, pazienti, tenaci,
non abbiamo il Libro ma abbiamo molti libri, amiamo la libertà e la giustizia e
ci sentiamo nipoti di quelli che fondarono il principio dell'eguaglianza di
tutti dinanzi alla legge. Questo per ricordare che non siamo
proprio dei mollacchioni che si fanno scudo del pensiero debole. Io, perdinci,
questo modo di pensare lo trovo forte, anzi fortissimo e sono pronto a
contrastare chiunque volesse impedirmi di professarlo, anche se non mi arrogo
il diritto di imporlo a chicchessia.
Bisognerebbe organizzare i tolleranti e i pacifici di tutto il mondo e farne
un'imponente massa d'urto per contrastare il fanatismo e l'intolleranza da
qualunque parte provenga? Per carità, caro Serra, non proviamoci neppure,
sarebbe pura follia soltanto il pensarlo. I tolleranti e i pacifici
diventerebbero a loro volta guerrieri e ci ritroveremmo alle prese con un'altra
religione altrettanto fanatica e dogmatica di quelle storicamente esistenti.
Benedetto Croce che di queste cose se ne intendeva abbastanza si batté a lungo
contro l'idea di fondare un partito liberale che era venuta in mente a molti
dei suoi amici subito dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra. Il
liberalismo - diceva don Benedetto a chi gli chiedeva insistentemente porsi
alla testa dei liberali italiani - non può in nessun caso essere un partito
perché la libertà è come l'aria che respiriamo, spira per tutti e non può
essere monopolizzata da alcuno. La libertà è la condizione necessaria e
sufficiente affinché una comunità esista, affinché le idee e gli interessi più
diversi possano convivere, affinché nascano e si rafforzino istituzioni capaci
di produrre e diffondere i beni pubblici tra tutti i cittadini che se non fossero
liberi non esisterebbero come cittadini, ma sarebbero soltanto turbe di
schiavi, di servi, di sudditi.
È certamente vero - proseguiva don Benedetto nella veste di pedagogo che non ha
mai dismesso finché è vissuto - che la libertà è spesso soffocata, ferita,
oltraggiata; ma anche sotto quei regimi che l'abbiano totalmente soppressa e
che mantengano i sudditi in condizione di schiavitù usando a questo scopo gli
strumenti più raffinati, spiando non solo i comportamenti ma addirittura i
pensieri e gli affetti delle persone sottomesse a quel giogo; ebbene, anche in
quella penosissima condizione la libertà agisce, si propaga, scava come una
vecchia talpa, riconquista le coscienze, spinge alla ribellione. Alla fine
trionferà sui suoi nemici e uscirà da sotto terra alla piena luce. Ma
attenzione: il suo trionfo non sarà mai definitivo, ci saranno sempre zone
d'ombra, coscienze intorpidite e servili, brame irriducibili di chi vuole
arrogarsi il potere di pensare per tutti, di decidere per tutti, di essere il
depositario delle verità ultime. In questo modo e tra questi contrasti la vita
e la storia non arriveranno mai alla quiete perpetua che si raggiunge solo con
la morte e la cadaverica rigidità degli spiriti e dei corpi.
Ho citato Croce perché in tempi recenti è stato il più coerente 'defensor
libertatis', anche se alla fine si arrese all'idea degli amici che quel partito
liberale da lui non voluto l'avevano comunque fondato e facendogli dolce
violenza ve lo misero alla guida. Si arrese ma fin dall'inizio preconizzò che
un partito liberale avrebbe avuto una sia pur modesta funzione in tempi di
libertà oppressa mentre si sarebbe inevitabilmente dissolto quando la conquista
della libertà fosse stata salda e condivisa.
Credo che questi stessi argomenti possano valere quando si parla di atei o
laici che dir si voglia. Personalmente preferisco questa seconda dizione e so
bene che qualificarli 'senzadio' è un modo ironico di assumere come proprio
l'appellativo dispregiativo che viene appiccicato a chi non ha una fede religiosa.
I senzadio, stando alla lettera di quella definizione, sono quelli che non
credono in un dio personale e trascendente, signore del creato e dispensatore
di benefici e di castighi. Ma credono anch'essi in qualcosa che va oltre i
destini delle persone. Credono nella forza creativa della natura, nelle
infinite forme nelle quali essa si dispiega e si realizza, nelle leggi che
presiedono allo sviluppo di quelle forme e nell'assenza di ogni legge che dia
un senso e un fine al muoversi della vita. Credono infine, i laici 'senzadio'
al diritto di ciascuno di affermare le proprie credenze nel limite di non recar
danno o discrimine a chi non le condivide e al diritto di tutti di difendere
quel limite e imporne il rispetto a chi volesse varcarlo e sopraffarlo.
Ma io non penso, caro Michele, che sia una debolezza dei laici la loro
impossibilità e anzi il loro preliminare rifiuto ad una qualsiasi forma di
organizzazione e non sia un segno di impotenza la mancanza di un Libro cui
riferirsi (e d'un paradiso da vagheggiare). Né il passero né la rosa
vagheggiano paradisi, ma vivono appieno la vita che i liberi e le menti hanno
realizzato associandosi nelle forme della rosa e del passero. Così per la
nostra umana specie, anche se deturpata dalla violenza dei fanatismi. Contro i
quali non c'è che opporre la forza della ragione e la testimonianza dell'amore.