I vescovi contro le riforme laiche di Zapatero: «Scendete in piazza»
Mino Vignolo
MADRID -
PAVIA: BIMBO GUARISCE DA TALASSEMIA GRAZIE A
TERAPIA EMBRIONALE E DIAGNOSI PRE-IMPIANTO
da www.uaar.it ultimissime
7/9/2004.
Quando il
Vaticano non lo guarda, il ministro Girolamo Sirchia si ricorda di essere il
titolare del dicastero della Salute e diventa sincero. È notizia di
oggi che a Pavia un bambino di cinque anni è stato guarito dalla talassemia
grazie a un trapianto di cellule staminali. Il ministro Sirchia si è dichiarato
orgoglioso che un simile risultato sia stato ottenuto proprio in Italia. In
verità in Italia abbiamo sempre avuto i medici capaci di fare queste cose. La
gaffe di Sirchia consiste nel fatto che, sia pure meritoriamente, ha elogiato
dei medici che hanno agito in totale contrasto con la talebana legge 40/2004
sulla Fecondazione Medi[Cleri]calmente Assistita. Il che significa che quando
non è impegnato a ossequiare il Vaticano e a obbedire ai suoi diktat, al
Ministro rimane un barlume di raziocinio che lo fa distinguere tra scienza e
Medio Evo.
Questi i fatti: una coppia lombarda, che aveva un figlio di cinque anni malato
di talassemia, è ricorsa alla procreazione medicalmente assistita in Turchia,
Paese nel quale è permessa sia la produzione di più di tre embrioni che la
diagnosi pre-impianto. Ed è stata proprio la diagnosi pre-impianto che ha permesso
alla coppia italiana (per l’occasione in trasferta all’estero causa beghinismo
dei nostri politici) di selezionare gli embrioni sani da impiantare nell’utero
della donna. Sono nati due gemelli sani, dai cui cordoni ombelicali sono state
prelevate le cellule sane utili per poter curare il fratellino maggiore.
Quando si è sparsa la notizia che i due gemelli donatori del cordone ombelicale
erano frutto di una selezione a monte (la coppia aveva infatti 18 possibilità
su 100 di procreare un figlio non malato e addirittura tre su cento di
procrearne due: sono stati prodotti dodici embrioni tra i quali sono stati
scelti i due sani dopo l’analisi pre-impianto), sono partiti gli attacchi a
Sirchia da destra e da sinistra, e solo l’UDC, che più di tutti ha voluto la
legge
Ma, nei fatti, il lapsus freudiano di Sirchia è la migliore dimostrazione che
la legge 40 è solo un manifesto ideologico e non ha alcuna utilità pratica.
Una Lunga
Ora
di Religione
Furio Colombo
Ieri con sorpresa ha fatto la sua
irruzione nelle agenzie di stampa italiane l’espressione “antropologia
cristiana”. Significa, credo, guardare a ogni evento della cronaca o della
storia dal punto di vista della religione. Avevo incontrato una simile
espressione, molti anni fa, leggendo un testo ormai classico di V.S. Naipul,
«India», in cui le parole “antropologia islamica” servivano per spiegare la
visione totalizzante dei musulmani a confronto con la più eclettica
interpretazione induista del mondo. Ciò che sorprende, è che, invece, per noi,
in Italia si sta parlando di una “risposta pedagogica per la scuola”.
Ieri, infatti, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti ha firmato con il
presidente della Conferenza Episcopale Cardinale Ruini un documento con questo
titolo: «Obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della
religione cattolica per la scuola secondaria di primo grado». «La riforma
scolastica in corso di attuazione - ha spiegato all’agenzia Agi il Cardinale
Ruini - si qualifica per l’attenzione a una didattica rinnovata che mira a
realizzare una convergenza fra le diverse discipline. In questo contesto
L’affermazione può apparire un po’ oscura. Ma se si legge un testo della Cei
intitolato «Orientamenti connessi con la riforma della scuola pubblica e
implicanze derivanti dalla approvazione degli obiettivi specifici di
apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica» (a cura di
Monsignor Cesare Nosiglia) diventa chiaro che non si sta parlando (e firmando)
di ambientazione dell’insegnamento religioso nei nuovi programmi della riforma
Moratti. Al contrario. Si sta progettando di adattare l’intero sistema
scolastico italiano alla visione della «antropologia cristiana».
Cercherò di spiegare citando i punti che a me sembrano più illuminanti del
documento episcopale firmato dal Vescovo Nosiglia. Ecco alcuni passaggi.
Primo, «occorre privilegiare una corretta visione antropologica a servizio
della verità nella carità, finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi
in confuso relativismo». Può essere utile ricordare ai lettori che relativismo
vuol dire accettare che vi siano più verità, più punti di vista, diverse e
anche divergenti visioni del mondo. Esempio, il relativismo induce a pensare
che se gli embrioni sono persone dal punto di vista religioso, non lo sono dal
punto di vista scientifico. Una volta abolito il relativismo, c’è una sola
versione. In questo caso, quella che obbliga ad accettare l’attuale legge sulla
procreazione assistita, che vieta di stabilire se un embrione è sano o malato
prima di impiantarlo.
Secondo, «il compito appare assai problematico se pensiamo al disorientamento
in cui viviamo e al clima diffuso di relativismo che si respira. Perciò nella
realizzazione di questo nuovo compito educativo della scuola i cristiani
possono e devono essere presenti per offrire contenuti corretti». Significa che
tutto l’insegnamento, in tutte le materie e tutte le discipline, va «riempito di
contenuti».
E infatti, terzo, «è tempo di passare a elaborare concreti “pacchetti di
contenuti” di alto profilo per un approfondimento delle questioni
epistemologiche e didattiche più significative alla luce della antropologia
cristiana, da offrire come sussidio da valutare con docenti e genitori,
avvalendosi anche dell’apporto di Università, Centri culturali ed editoriali
cattolici». Come si vede, ogni aspetto dell’insegnamento, in una visione nuova
per la scuola italiana, va a collocarsi in un paesaggio religioso (descritto
come “antropologia cristiana”). L’insegnamento della religione non è più una
materia, ma il punto generatore di tutte le altre materie.
Quarto, «già da queste indicazioni ci si rende conto di quali spazi siano
riservati alla responsabilità di diocesi e parrocchie oltre che degli operatori
scolastici. Ma non solo. Va valorizzata la pluralità tipica di gruppi,
movimenti, aggregazioni e istituzioni presenti sul territorio che già operano
nella scuola in diversi campi. Ad esempio lo sport, la musica, il teatro,
l’assistenza, la carità, l’animazione di vario genere, l’attenzione verso il
mondo della natura e dell’ambiente, il dialogo interculturale e inter
religioso... non possono essere lasciati in balia dello spontaneismo e della
approssimazione, o magari in mano a progetti basati su princìpi non
condivisibili. Occorre programmare un piano e una strategia di medio e lungo
termine». Esiste dunque una autorità, non scolastica e non della Repubblica
italiana, in grado di stabilire nella scuola italiana, che cosa è un progetto
condivisibile e che cosa non lo è. Ciò porta al formarsi di una élite che sarà
depositaria - nella scuola italiana che era stata immaginata libera e laica
dalla Costituzione - di una nuova autorità. Sono le «associazioni professionali
di ispirazione cristiana di docenti della scuola statale e di quella paritaria
che devono essere coinvolte nella fase di elaborazione delle nuove prospettive
professionali e - in ambito ecclesiale - adeguatamente sostenute nel loro
prezioso servizio di mediazione». Tutto ciò appare perfettamente comprensibile
come posizione della Chiesa cattolica. Ma qui stiamo parlando di un documento
che è stato firmato dal ministro italiano dell’Istruzione. È vero che di
quell’istruzione non si dice più che è pubblica. Ma persino il testo vescovile
che abbiamo appena citato fa riferimento alle scuole statali. D’ora in poi dopo
una firma che è legge, perché si richiama esplicitamente ai protocolli dei
Patti Lateranensi, la scuola di Stato italiana è rigorosamente confessionale. È
una scuola fondata - non durante l’ora di religione ma nell’insieme del suo
insegnamento - sulla specifica ed esclusiva visione teologica della Chiesa
cattolica. L’evento cambia drammaticamente il senso del rapporto tra Stato e
Chiesa in Italia. Ci si domanda come tutto ciò possa essere avvenuto al di
fuori di ogni pubblicità (salvo questa comunicazione finale, a cose avvenute) e
fuori dal Parlamento.
Furio Colombo
Firmato un documento
che sottomette alla religione tutto l’insegnamento pubblico
Il ministro e il cardinale parlano di «antropologia cristiana» come base degli
studi
Così sale in cattedra un principio confessionale che non ha esempi in Occidente
ROMA Una firma per definire gli
«Obiettivi specifici dell’insegnamento della religione cattolica» nella scuola
secondaria diventa il pretesto per consegnare la scuola pubblica al cardinale
Ruini. Il ministro Moratti non solo chiede di benedire la sua riforma, ma fa
propria la «risposta pedagogica ispirata all’antropologia cristiana». Proprio
come indicato dai vescovi italiani.
ROMA Non deve essere un caso se
ieri il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza Episcopale
Italiana (CEI) e Letizia Moratti, ministro dell’Istruzione, dell’Università e
della Ricerca (Miur) per sottoscrivere l’Intesa sugli «Obiettivi specifici di
apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica (IRC)» nella Scuola
secondaria di primo grado, abbiano scelto l’Aula Magna della Cei. È la conferma
di quanto con la «gestione Moratti» la scuola pubblica sia ogni giorno più
subalterna alle indicazioni della Chiesa italiana, che anche attraverso
l’insegnamento dell’«ora di religione cattolica» persegue il suo obiettivo di
orientare la formazione dei giovani, di indicare valori e di educare alla
«convivenza civile». Come ha sottolineato nella sua relazione alla recente
assemblea dei vescovi l’arcivescovo di Vicenza, mons. Cesare Nosiglia,
«La riforma scolastica in corso di attuazione - ha commentato ieri Ruini - si
qualifica per l’attenzione a una didattica rinnovata e mira a realizzare una
convergenza fra le diverse discipline». In questo contesto,
Parole piene di ossequio e verso il presidente della Cei sono state pronunciate
ieri da Letizia Moratti. Ha definito la firma congiunta «un ulteriore progresso
della riforma della scuola, che pone l'accento sul gran valore della reciproca
collaborazione» tra Cei e Miur e «sulla costante condivisione delle mete
educative, nello spirito di sevizio verso i giovani italiani». Poi in una nota,
il ministro ha espresso «gratitudine» alla Chiesa italiana per «l'appoggio
ininterrotto al processo di rinnovamento della scuola, appoggio che viene
costantemente e pubblicamente rinnovato». Quindi
Ma il ministro ieri ha anche dato una notizia. Ha annunciato che nel corso dei
prossimi tre anni verranno assunti 15.383 insegnanti di religione a tempo
indeterminato, di cui 9.229 per il prossimo anno scolastico. Sarà il risultato
del concorso per l'immissione in ruolo degli insegnanti di religione reso
possibile dalla legge che ha riformato il loro stato giuridico del luglio 2003.
Le parole della Moratti sono state stigmatizzate dai senatori della Margherita,
Albertina Soliani e Alberto Monticone: «In campagna elettorale - hanno
affermato - cerca di propagandare il sostegno della Chiesa italiana alla sua
riforma. Una più attenta sensibilità culturale e politica lo dovrebbe
impedire».
Ma quei 15 mila insegnanti di religione cattolica da assumere lasciano
perplesso Enrico Panini, segretario nazionale della Cgil Scuola. «Il governo ha
voluto forzare la mano» afferma criticando la legge che ha consentito la loro
immessione in ruolo. E per tre ragioni. «È una legge che ha sconvolto le regole
del mercato del lavoro e dell’occupazione. Non è mai esistito che l’assunzione
in un settore pubblico avvenisse sulla base di un requisito discrezionale,
perché la condizione unica per insegnare religione cattolica nelle scuole è
l’idoneità rilasciata dal responsabile diocesano». «Né ha precedenti nel nostro
ordinamento - continua - l’immissione in ruolo per una materia facoltativa,
perché tale è l’insegnamento di religione cattolica. Così lo Stato si fa
esecutore delle volontà altrui, perché nel caso in cui il responsabile
diocesano revochi l’idoneità all’insegnante, questo deve comunque essere
mantenuto in servizio».
«Il governo ha voluto forzare la mano - commenta -. Ha costruito una decisione
che non ha precedenti nella storia ed è evidente che fa questo per onorare una
serie di debiti elettorali». E sulle quelle annunciate quindicimila assunzioni:
«Senza volere contrapporre gli uni agli altri - conclude Panini -, osservo che
nella scuola ci sono migliaia di posti vaganti per i quali si procede ad
assunzione con il contagocce. Questo governo mette gli uni contro gli altri».
Sono stati approvati con DPR gli obiettivi specifici di apprendimento propri dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole primarie:
(Gazzetta Ufficiale n. 109 dell’11 maggio 2004)
DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 30 marzo 2004, n.122
La cosa mi sembra gravissima non solo perchè la scuola pubblica diventa
sempre più confessionale, ma soprattutto perchè si tratta
di bambini delle primarie. Mi sembra interessante vedere la cosa alla luce delle argomentazioni
esposte da Luigi Lombardi Vallauri nell'articolo sotto riportato.
Inizierò
con alcune considerazioni per grandes personnes (Saint-Exupéry), poi ne
trarrò alcune conseguenze per petits princes (ancora Saint-Exupéry).
Nel loro
tempo fondativo (in illo tempore, Eliade) le religioni sono state delle
cose che oggi non possono essere più. Sono state spiegazioni causali del mondo,
riserve di senso, dispensatrici di terrori e speranze ultraterreni, fonti e
sanzionatrici di norme etiche e giuridiche, suggeritrici inesauribili d’arte e
poesia, modellatrici di vita quotidiana, di cicli settimanali stagionali
annuali, di città e paesaggi. Hanno riempito di sé il cielo e la terra;
plasmato l’ambiente materiale e immaginale dell’uomo; permeato capillarmente
tutto l’organismo della cultura.
Oggi la scienza-tecnica ha
svuotato le religioni tradizionali d’ogni capacità esplicativo-teorica e
taumaturgico-pratica circa le cose del mondo. D’altra parte è facile
dimostrare, con argomenti logici e storici, che in etica Dio è irrilevante, sia
se un’etica vera/universale esiste, sia se non esiste1. E la “religione civile dei diritti dell’uomo”
Ancora: le religioni, pur
avendo generato un percento considerevole dell’arte umana di tutti i tempi, non
sono di per sé garanzia di valore estetico: esistono anche innumerevoli
brutture e mièvreries di matrice religiosa, tra l’altro in continuo
esponenziale aumento. E infine, ammesso che il sentimento del sacro (o del
mistico) abbia una sua autonomia categoriale e una sua plausibilità, non è
detto che esso trovi sempre ed esclusivamente nelle religioni nutrimento ed
espressione adeguati. C’è del religioso non sacro (o non mistico) e c’è del sacro
(o del mistico) umano-naturale, e in questo senso “laico”3.
Il superamento
scientifico-tecnico, etico e civile, la relativizzazione estetica e perfino
spirituale e mistica, tutto questo ha comportato un impressionante processo di
secolarizzazione4 che ha investito, e sta investendo,
tutte le culture antiche insieme con la modernizzazione. È vero che si è venuto
delineando, negli ultimi forse 10 anni, un contro-processo che si potrebbe
chiamare di restaurazione neo-fondamentalista. Ma pagando un prezzo: le
religioni diventano sempre meno ontologiche e sempre più identitarie, voglio
dire sempre meno ricerche sulla realtà (indipendente, non-proiettiva)
dell’Oltre e sempre più autoasserzioni patriottiche di “noi” collettivi. C’è fides
sempre meno quaerens intellectum, ossia sempre meno fede e sempre più
credenza5, sempre meno pensiero e sempre più
appartenenza. L’effetto caverna platonica (in termini più attuali, l’effetto Truman
Show) è rafforzato da altri sistemi di passività (promozione commerciale a
tempo quasi pieno, propaganda politica di nano-profilo, televisionizzazione del
tempo domestico, gioco del calcio, riti vari di stoltezza e frastuono) che
competono, e al tempo stesso cospirano, per la colonizzazione dell’animo umano.
Il reperto, per quanto
riguarda le vecchie religioni, è insomma ancipite: secolarizzazione e
neofondamentalismi identitari. Quanto ai nuovi culti, con le doverose
eccezioni, il reperto può sintetizzarsi nella formula “supermercato del sacro”.
I pensieri
che precedono rendono, mi sembra, non manifestamente infondata la tesi che ora
cercherò di argomentare: la religione andrebbe - come un tempo il sesso -
vietata ai minori di 18 anni. Procederò chiedendomi anzitutto cos’è giusto
desiderare per i bambini, cioè per gli esseri umani nell’età del primo sviluppo
fisico e mentale, e chiedendomi, poi, se un’educazione religiosa favorisce
questo desiderabile sviluppo.
Non volendo
ricorrere a tomi di pedagogia o a sondaggi statistici del tipo eurobarometri,
sono costretto a rispondere alla domanda in modo autobiografico e largamente
soggettivo. Quanto segue riassume in pochi - troppo pochi - punti la mia idea
di sviluppo desiderabile, formatasi, e tuttora in via di formazione, lungo la
mia esperienza con me stesso, con i miei figli e ora con i miei nipotini
(compresi, questi ultimi, tra i 12 anni e i 2 mesi).
Personalmente io desidero
che i loro corpi (bisogna cominciare dal corpo) fioriscano nella buona salute e
in tutte le abilità autoespressive, e non solo in ambiente urbano, ma sempre
meglio immersi, con amore rispettoso e competenza, nei sistemi vivi della
natura, nella variegatura degli elementi, dei regni e delle stagioni. Desidero
che incontrino altri corpi, della loro e di altre età, della loro e di altre
razze, della loro e di altre specie, e ne traggano conoscenza, confronto,
emulazione, piacere visivo e tattile, compagnia.
Desidero che le loro menti
si aprano a tutte le ramificazioni protese di tutte le culture umane, arcaiche,
antiche, moderne, nuove, europee, extraeuropee, a tutte le variegature storiche
della bellezza e del sapere. Desidero che i loro sensi e il loro intelletto,
questi misteri della carne matura, si educhino al discernimento del reale e dell’irreale,
del vero e del falso, dell’autentico e del fasullo, di ciò che s’impone
all’uomo per esistenza propria indipendente e di ciò che nasce da proiezioni
umane. Desidero che i loro cuori conoscano turbamento e appagamento sensuale e
affettivo, e slancio e fiducia, e pietà e giustizia, non-ingiusta pietà e
non-impietosa giustizia. Desidero per loro gioco, avventura, creazione. E
contemplazione. E (non incompatibile con la mente infantile, che è mente
nativamente seria) un’entusiasta austera sapienza di fronte al mistero di
splendore e di impermanenza dell’essere.
Terrò
presente quasi solo la religione cattolica, quella in cui sono cresciuto e che
conosco veramente; molto di quello che vale del cattolicesimo può essere
comunque esteso anche alle altre religioni che asseriscano l’esistenza di mondi
soprannaturali. Riprenderò punto per punto i desiderata del paragrafo
precedente. La buona salute non è in alcun modo favorita dalla credenza
religiosa. I tempi della fede sono stati anche i tempi della peste; mai come
allora si è pregato perché Maria, santa Rosalia, Dio Padre da loro impietosito
debellassero il flagello. Mai come allora il flagello ha servito. Non appena
scoperto e trattato il bacillo Pasteurella pestis sono cessate le
preghiere di impetrazione ed è cessata la peste.
Il papa attuale ha fatto
circa 2000 santi, più di tutti gli altri papi messi insieme (con un piccolo
arrotondamento viene 5,48 nuovi santi ogni giorno dell’anno). Per i santi di
prima fascia (“canonizzati”), come san Padre Pio o san Monsignor Escrivà de
Balaguer fondatore dell’Opus Dei, occorrono due miracoli; per i santi di
seconda fascia (“beatificati”), come Pio Nono l’antimoderno e
l’autoinfallibile, basta un miracolo; i miracoli sono spesso guarigioni.
Ammettendo che i 2000 santi abbiano dato un gettito di 3000 guarigioni, ognuno
vede quanto poco si possa fare affidamento sulla religione per i problemi
sanitari mondiali o per la mortalità infantile. La cosa migliore che san Padre
Pio ha fatto per la salute è la fondazione di un moderno ospedale (non
altrettanto si può dire a lode di santa Madre Teresa, terribile oscurantista in
campo medico).
Non è certo la religione
che invita i bambini, i corpi dei bambini, a fiorire in tutte le loro abilità
autoespressive. I giochi, gli sport, la rispettosa intima frequentazione degli
ecosistemi nulla hanno di religioso, temo che siano naturalismo. È vero che le
parrocchie e le associazioni cattoliche fanno anche giocare i bambini e che gli
scout cattolici li iniziano alla natura; ma a parte, in molti casi, lo scarso
buon gusto dei sollazzi parrocchiali e associativi, resta che spesso i giochi
(non quelli scout) sono carità pelosa, servono a tenere i bambini e i ragazzi
nel recinto della credenza cattolica, a rendere in qualche modo palatable il
surrettizio, devozionale catechismo.
Il curiosare (visivamente,
tattilmente) altri corpi, il trarne piacere, esperienza, compagnia, non è certo
favorito negli oratori o nelle scuole tenute da religiosi o religiose. Anzi
assume un’aura violacea di segreto e di peccato. La teologia morale cattolica è
di una sessuofobia impressionante6.
Sul piano culturale è fuori
discussione che le religioni hanno generato un percento molto considerevole
dell’arte e del pensiero umani. Il bambino, e anche l’adulto, che voglia
appropriarsi del retaggio delle culture antiche non può ignorarne i presupposti
religiosi. Ma riviverli con empatia non implica aderire ai contenuti dogmatici,
anzi esige un’apertura universale che le religioni, tutte, hanno finora o
selvaggiamente o subdolamente ostacolato. In particolare, il cattolicesimo
romano ha esercitato nei confronti dei dissidenti interni, degli eretici, degli
ebrei, dei musulmani, dei popoli pagani colonizzati, tutta la violenza ideale e
materiale possibile, un’estrema intolleranza.
In nessun modo la religione
educa i sensi e l’intelletto dei bambini al realismo. Il realismo è un organo
cognitivo complesso. Consta di spirito scientifico, esperienza di vita, senso
dell’humour, vastità di orizzonti, acutezza di osservazione, forza logica,
sensualità, equilibrio affettivo… Ci vorrebbe un lavoro filosofico sul tema. La
religione è forse l’avversario numero uno del realismo, è la veneranda caverna
platonica in cui vengono proiettati al bambino personaggi soprannaturali, mondi
soprannaturali, sacramenti a effetti soprannaturali - e proiettati non come si
proiettano le favole, ma come se fossero le realtà essenziali, quelle da cui
dipende il significato della vita e il destino dell’uomo. Il soprannaturale si
sostituisce al naturale. Il senso e l’intelletto uniti sono i nemici naturali
della religione; perché l’accettino, bisogna che vengano letteralmente
snaturati. Ciò - si badi! - non toglie nulla al fascino della religione: l’uomo
preferisce molto i sistemi di simboli ai sistemi di cose, i sistemi di
significati ai sistemi di fatti. Proprio questo fascino la rende pericolosa.
L’affettività dei bambini
viene, dalla religione, incanalata verso custodi angelici, mamme celesti,
ambienti luminosi dove li aspettano i nonni, santini con volti di frati e
monache dagli occhi arrovesciati in su e crocifissi o rosari in mano, odorini e
ombre di confessionale e di sacrestia, ostie fatte di una specie di carta che
si fonde in bocca e che non va masticata perché è Gesù, vecchi maschi chiamati
il papa e per i quali bisogna pregare perché sono Gesù, fioretti senza petali
da fare per i miseri e per i cattivi, corone da recitare, venerdì nei quali
sospendere per un giorno l’alimentazione carnivora-mammifera del resto della
settimana e adottare la piscivora, slanci verso le missioni che convertono gli
indigeni e i mandarini cinesi alla vera fede, terrori di inferni dai quali però
Infine, è certo che le
religioni hanno alimentato la spiritualità, la vita contemplativa: oggi (nella
società a mass-media, a mass-shopping, a mass-business, a mass-traffic)
tanto carente quanto anelata senza saperlo. Ma mi sembra che una spiritualità
dogmatica-soprannaturalista-sacramentalista come quella cattolica sia di
cattiva lega, perché a base di retro- o pseudo-mondi; quindi non risvegliante,
direi piuttosto distogliente da, un’entusiasmata austera contemplazione dello
splendore e dell’impermanenza dell’essere. Non gli altri mondi, ma «che il
mondo è, è il mistico» (Wittgenstein). Forse l’uomo ha bisogno di mistica
come del pane; ma sorgente pura della mistica non è una credenza, è il
risveglio all’essere, è l’ontologia.
In verità, la cosa di più
fascino che hanno le religioni non è la credenza, non è forse neppure la
spiritualità fondata sulla credenza, è la vocazione: la richiesta di tutta la
vita. «Allora Gesù fissò su di lui lo sguardo e l’amò. E gli disse: “Una cosa
sola ti manca: vai, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un
tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”» (Marco 10,21). «Se qualcuno vuol
venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché
chi vorrà salvare l’anima sua, la perderà, ma chi perderà l’anima sua per causa
mia, la salverà» (Luca 9, 23-24). «Ed essi, tratte le barche a terra,
lasciando tutto, lo seguirono» (Luca 5,119).
Io non so esattamente cosa
passa nell’animo del bambino o dell’adolescente birmano che si fa monaco; meno
ancora so cosa sente l’eroe militare o il kamikaze che immola se stesso per il
suo popolo e la sua religione; ma so cosa succede al bambino, all’adolescente,
cattolico che incontra quei passi del Vangelo. «Insieme con queste immense,
aliene figurazioni il bambino, il ragazzo, anche sente, e in presa diretta, il
nervo della propria esistenza, il marceliano “ma vie”: azzardo tra nascita e
morte, riuscita e fallimento, significato e mancanza di significato; e dunque
luogo di chiamata, di vocazione. Ora, in una mente resa religiosa caverna
platonica l’esistenziale umano vocazione facilmente, se non necessariamente,
assume le sembianze di una vocazione al sacerdozio, alla vita consacrata, in
ogni caso al dono totale, alla missione, alla santità»7. «Ho detto “vocatio genera fides”, non viceversa.
È infatti la vocazione che trasforma la credenza in fede, perché è lo
scommetterci-su la vita che trasforma le figurazioni mitico-soprannaturali in
cruciali realtà. È la credenza che plasma l’esistenziale umano vocazione in
vocazione religiosa, ma è la vocazione religiosa che trasforma le figurazioni
proiettive della credenza in esistenziali realtà».
Mi sembra
di aver sufficientemente argomentato la mia tesi: doversi la religione, come un
tempo il sesso, vietare ai minori di 18 anni. L’imposizione degli engrammi
della credenza soprannaturale sul cervello-mente bambino rischia di rimanere
indelebile quando si abbina al sentimento del dovere di dono totale, al
sentimento di vocazione. Bisogna prima irrobustire - attraverso l’esercizio
pieno, mondano, dei sensi e dell’intelletto - gli affetti e le emozioni
naturali, e quell’organo cognitivo complesso che ho chiamato realismo; sarà,
così, a un vero adulto modernamente evoluto che si potranno proporre a credere
oggetti quali
1.
Cfr.
L. L. Vallauri. Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo. Le
Lettere, Firenze 2001, pp. 224-233.
dal sito www.uaar.it
L'ateismo fa bene. Ci obbliga a pensare un mondo senza il gendarme divino.
Danièle Sallenave, scrittrice, filosofa, intellettuale molto nota in Francia
(era amica di Sartre) ha appena pubblicato 'Dieu.com' (Gallimard, pp. 325), un
polemico saggio in cui critica l'ingombrante presenza delle religioni nella
nostra società e difende "un ateismo filosofico cosciente e
responsabile". Di fronte alla deriva inquietante di una religione che
sempre più spesso si presenta con il volto dell'intolleranza e della violenza,
l'autrice invita a riscoprire l'orgoglio ateo. Sallenave non è sola. Il
settimanale americano 'The New Republic' ha recentemente strillato in copertina
'God bless atheism' (dio benedica l'ateismo), mentre il tedesco 'Zeit', sempre
in prima pagina auspicava il ritorno alla critica radicale delle religioni, ed
Eugenio Scalfari nella sua rubrica su 'L'espresso' (numero 17), rivendicava i
diritti dei senzadio.
Abbiamo incontrato la signora Sallenave a Parigi: "Contro chi dà per
scontata la centralità della religione", spiega, "io dico che esiste
un'importante corrente di pensiero non religiosa, che vanta una nobile e
vigorosa tradizione". E rincara la dose: "In passato, il mio paese è
stato accusato di essere 'l'orribile patria dell'ateismo'. Io mi sento figlia
di questa tradizione, che è giusto contrapporre al ritorno delle religioni e
alla violenza che cerca giustificazioni nella fede".
Madame Sallenave, è sicura di questa deriva?
"La religione è presente nella nostra società più di quanto non si pensi,
anche attraverso forme mascherate. Essa viene presentata come indispensabile
per dare un senso alla vita umana. Di conseguenza, il pensiero non religioso
viene disprezzato e gli atei si vergognano di dichiararsi apertamente
tali".
Come spiega questa evoluzione?
"Dipende da un insieme di fattori. La costruzione europea è stata dominata
fin dagli anni Cinquanta dalla cultura dei democratico-cristiani. Oggi
l'ingresso nell'Unione europea di paesi molto marcati dal cattolicesimo, come
Cosa la preoccupa di più?
"Ci viene detto che le religioni favoriscono la spiritualità, il dialogo e
la pace civile. La realtà è ben diversa, oggi come ieri. Nel passato
dell'Europa le guerre di religione hanno scatenato ogni sorta d'intolleranza e
di fanatismo. Oggi, in molte parti del mondo, la fede religiosa serve a
giustificare guerre e atti terroristici. I kamikaze musulmani si sacrificano in
nome di una religione che diventa puro nichilismo, incarnando un'utopia
negativa senza futuro. Contro tutto e tutti, gridano 'viva la morte', proprio
come facevano i fascisti spagnoli durante la guerra civile. Purtroppo in tutte
le religioni è presente un principio di 'immoderazione' che apre la porta a
ogni sorta di fondamentalismo. Non che tutte le religioni siano preda del
fanatismo, ma faremmo male a sottovalutare il problema. E non solo nel mondo
musulmano".
Si spieghi...
"Dopo 11 settembre, l'aggressività e l'intolleranza del fondamentalismo
islamico hanno prodotto atteggiamenti simili anche nelle altre religioni. Così,
ad esempio, c'è chi enfatizza le fondamenta cristiane dell'Europa, le quali
sarebbero minacciate da una nuova invasione islamica. Le religioni sono sempre
più aggressive e dominate dalle fazioni più intolleranti".
Ma è possibile generalizzare?
"Naturalmente no. È un fatto però che la violenza è spesso presente nel
discorso e nell'immaginario delle religioni.
L'ateismo può essere un'alternativa?
"Non voglio dire che si debbano sradicare le religioni. Solo un tiranno
come Stalin poteva pensare una simile assurdità. Si tratta invece di sviluppare
un polo di pensiero ateo, capace di fare da contrappeso alla progressione
incontrollata del discorso religioso. Occorre mostrare cosa significa vivere e
fondare un'esistenza senza il concorso della religione. Bisogna tornare ai
pensatori che si sono liberati dal pensiero religioso, a cominciare da
Voltaire. Bisogna far circolare il loro pensiero".
La sua definizione di ateismo?
"È ateo chi non ha bisogno di un dio per spiegare le leggi di natura, le
istituzioni umane, il senso e l'organizzazione della vita. Essere atei
significa rifiutare una giustificazione sovrannaturale del mondo, sul piano
etico-morale come su quello scientifico. Per altro, proprio la tecnologia
contribuisce a volte allo sviluppo di credenze pseudo-religiose".
In che modo?
"Purtroppo, il successo della scienza non implica un razionalismo diffuso
e condiviso. Anzi, l'incapacità di comprendere e dominare tecnologie sempre più
sofisticate facilita l'oscurantismo moderno e l'idolatria. Il risultato è un
mix di superstizione e di tecnologie avanzate che produce una visione magica
del mondo, al cui interno c'è ampio spazio per la religione. Abbiamo bisogno di
adorare ciò che non siamo in grado di capire".
Perché l'ateismo fa paura?
"Molte persone non sanno bene cosa sia l'ateismo, ma in maniera confusa lo
sentono come una porta aperta verso ogni forma di depravazione. Vale ancora la
vecchia paura dei moralisti: se Dio è morto, allora tutto è permesso. Per
costoro, è la fine di ogni morale e di ogni possibilità di vita collettiva. Il
che equivale a considerare la divinità un gendarme che ci obbliga a rispettare
le leggi. Non mi sembra però che i grandi crimini contemporanei siano commessi
in nome dell'ateismo. Al contrario, l'ateismo è un'immensa responsabilità
affidata a ciascuno di noi. E proprio perché non siamo soggetti a leggi divine,
dobbiamo essere responsabili e fare da soli, mostrandoci capaci di elaborare un
nostro sistema di valori etico-morali".
Essere atei è anche una militanza?
"Io sono per un ateismo cosciente che si traduce in un impegno costante.
Ciò significa denunciare tutte le forme del pensiero religioso presenti più o
meno insidiosamente nella nostra vita per non subire passivamente la
religiosità diffusa che ci viene imposta dai luoghi comuni della cultura
dominante. Occorre difendere la laicità e ritrovare il nostro senso critico.
Solo così il diritto di credere e quello di non credere saranno sullo stesso
piano".
L'Unità 31.10.2004
La politica e la fede
di Furio Colombo
Deve la fede, intesa come verità, prevalere non solo nel contesto di
ciascuna vita di credente ma anche nella vita dei non credenti, nelle decisioni
politiche che riguardano tutti? Se la fede prevale, non si forma una sorta di
imposizione in nome della verità religiosa che si trasforma in legge?
Queste domande nascono da un titolo di questo giornale (8 ottobre) che, dando
notizia della conclusione della Settimana Sociale dei cattolici, riassumeva con
la frase: «Appello del Papa ai cattolici: entrare in politica per imporre la
fede». Il titolo era motivato da alcuni passaggi letti, a conclusione
dell’evento cattolico, dal Card. Ruini. Il passaggio chiave era quello che
attribuiva al laicismo la colpa di coltivare il relativismo (ovvero il
riconoscimento di altre verità diverse dalla propria) definendolo «rischio e
minaccia per la democrazia». La democrazia - secondo il testo letto da Ruini -
sarebbe stata garantita solo se «fondata sulla verità». Perché «senza il
radicamento nella verità l’uomo e la società rimangono esposti alla violenza
delle passioni e a condizionamenti occulti». Una lettrice, la signora Anna
Maria Stua, aveva scritto per dire, da credente, che «la fede non si può
imporre perché appartiene alla inviolabile libertà della coscienza». L’ipotesi
dell’autrice della lettera era che l’Unità, con quel titolo, aveva
deformato i fatti e forzato il senso delle cose dette nella Settimana Sociale
dei cattolici. La lettera della signora Stua e la mia risposta sulle pagine de l’Unità
sono state seguite da numerose lettere e-mail che rendono utile tornare
sull’argomento.
IL 23 ottobre avevo risposto alla lettera della signora Stua (pag. 1 e pag.
24 de l’Unità) notando due aspetti del problema: il primo è che vi è
certo un’aspirazione a imporre la fede quando si chiede che essa si trasformi
in legge per tutti. La seconda per notare che, per fortuna, un clima di
intelligente e rispettosa convivenza esiste in Italia, accanto, e nonostante
l’integralismo di molti. E usavo come testimonianza una frase di Mons. Vincenzo
Paglia, Vescovo di Terni, che in occasione di un dibattito con non credenti ha
detto (questa era la mia citazione a memoria): «Ciascuno di noi possiede solo
una piccola parte della verità. Perciò possiamo vivere accanto, ciascuno
rispettoso dell’altro». Si trattava di un dialogo fra Mons. Paglia e Arrigo
Levi, che per fortuna è riflessa in modo molto più completo in due libri che
citerò secondo la data di pubblicazione: «Lettera a un amico che non crede» di
Mons. Vincenzo Paglia, Rizzoli, 1998, e «Dialoghi sulla fede» di Arrigo Levi,
Il Mulino, 2000.
Di Vincenzo Paglia ricorderò questa frase essenziale: «Ai laici e ai credenti è
chiesto di inventare nuove “vie di mezzo”, di interrogarsi sulle vie della
salvezza, sui modi per combattere la superstizione e allontanare l’idolatria,
sulle strategie per difendersi dai sincretismi ingannatori e ostacolare i
fondamentalismi, su come praticare la vita interiore e difendere la pace e
saper ascoltare il grido di tanti popoli» (pag. 27). Come si vede è una
affermazione coraggiosa, una finestra aperta su un vasto paesaggio di
comprensione reciproca fra ispirazioni diverse che corrisponde alla frase
«ciascuno di noi possiede una piccola parte di verità...» che gli avevo
attribuito nel mio articolo.
Il libro di Arrigo Levi che ho appena citato è notoriamente un diario in
pubblico sul “dialogo delle fedi”, ovvero sul come sentimenti e culture diverse
convivono. Stiamo parlando di un’Italia profondamente civile che precede
l’epoca sboccata dei finti credenti (si pensi alla invocazione delle radici
cristiane da parte della Lega e di An)e di eventi come “il caso Buttiglione”
destinato a segnare tristemente la storia della nuova Europa. Qui, nell’Italia
del rispetto che stiamo citando, ogni parola ha un peso, e non è il
“politicamente corretto” delle parole che conta, ma l’elaborazione attenta e
misurata di passaggi difficili, da parte di persone che non si accontentano
delle buone maniere e cercano, nella diversità, veri punti di contatto sia
umani che culturali.
A pag. 55 del suo libro, Levi cita il Card. Martini che dice: «Le religioni
sono l’esprimersi storico, dottrinale, sociale della fede e in questo
esprimersi storico possono entrare valori e disvalori etnici, politici,
nazionali che diventano motivo di conflitto». A questo punto Levi chiede al
card. Martini: «Non vi è illogicità nel dialogo fra credenti, ciascuno dei
quali ha una sua verità rivelata?». «No - replica il Cardinale - perché la
verità rivelata non è una verità matematica. Verità è una parola che uso
malvolentieri perché è una parola troppo grande, è una apertura su un mistero
più grande, e io non riesco se non a intuire qualcosa, a balbettare qualcosa di
questo mistero più grande di noi. Perciò è possibile dialogare con altri che,
come me, non si accontentano delle cose che hanno davanti, se no non
dialogherebbero. Citando Bobbio, l’importante è essere pensanti: non ci
domandiamo se siamo credenti o non credenti, ma pensanti o non pensanti».
Queste parole del Card. Martini ad Arrigo Levi, che Levi riporta nel suo libro,
corrispondono nitidamente alla citazione di Mons. Paglia da me riportata, sia
pure a memoria. E ci indicano un modo di parlare di fede in un tempo e in un
luogo (questa Italia) in cui la religione viene usata come strumento di
intimidazione e di governo nel tentativo di isolare i miscredenti, vuoi
islamici (la invocazione ripetuta alla guerra santa), vuoi “comunisti” (ovvero
tutti coloro che si oppongono). Ci parla della preoccupazione morale e
culturale di impedire uno scontro come conseguenza del non riconoscersi. È una
testimonianza di civiltà. E per questo, in un momento difficile e torbido della
vita italiana, è sembrato importante, rispondendo alla lettera della signora
Stua e poi alle molte e-mail ricevute, parlarne ancora in queste pagine.
il manifesto - 06
Novembre 2004
EUROPA
I mercanti e i fedeli
Fede e diritto Giuliano
Amato alla ricerca dei valori cristiani
MICHELE PROSPERO
La vittoria di Bush renderà
ancora più timide le già gracili istanze laiche nella politica italiana.
Giuliano Amato su Repubblica di lunedì ha presentato la fede come
«una marcia in più nel portare ciascuno verso il
riconoscimento dell'altro». L'homo religiosus con il suo amore disinteressato ha dunque la meglio
sull'homo
laicus la
cui ragione è invece debole quale movente dell'azione altruistica. Ma Hume era
stato molto più sottile nell'esplorazione delle effettive motivazioni
dell'agire. L'amore generico per gli altri così come la ragione fredda e
calcolatrice erano ritenute del tutto impotenti quali fattori di azione concreta.
Debole come fondamento di un'etica, la maschera della religione - sospettava
Locke- può tuttavia alimentare ogni sorta di fanatismo. Se davvero l'amore è
quella marcia in più per il riconoscimento dell'altro perché mai proprio Amato
giudica «uno dei momenti più alti» dell'attuale pontificato la frequente
richiesta di perdono? Nella storia europea spesso l'amore ha marciato con
l'odio teologico e questa pretesa «leva molto più forte e molto più
mobilitante» ha lacerato i corpi nella notte di San Bartolomeo riesumando i
fasti dell'antropofagia. Che l'amore possa esigere la forza è evidente in
Agostino, il primo a teorizzare la possibilità di fare ricorso alla violenza
per salvare l'altro dalla perdizione. E non sono stati proprio i teologi ad
elaborare la dottrina della guerra giusta che prevedeva una netta divisione tra
il territorio dei fedeli e quello dei pagani oggetto di legittime acquisizioni
territoriali per iusta causa? Ma per Amato l'Europa oggi ha bisogno della religione che conduce
«verso scelte di vita non egoiste, non edoniste». Contro il
malignum saeculum e contro le
novitates la chiesa si è sempre scagliata
condannando il gioco, la danza, il riso, lo sport, gli attori che non potevano
ricevere sacramenti e degna sepoltura. Contro la fragilità umana la chiesa ha
rivendicato il controllo dei negozia illecita, dei colori, degli abiti, dei corpi, dei libri, dei
costumi, del linguaggio. Ora Amato sospetta che c'è qualcosa di fragile nel
progetto moderno che fa precipitare la questione di Dio nel foro interiore. Non
regge più il carattere puramente privato della fede e vacilla il rifiuto
moderno di tramutare i peccati in colpe giuridiche. Senza i valori religiosi le
società sarebbero preda del culto del denaro. Per questo in Europa alla moneta
deve seguire l'anima. Accanto al mercante deve comparire una comunità di
fedeli. Amato vede la religione come un'etica positiva che riesce a «mantenere
solido il tessuto della convivenza». Una società senza fedeli (e in Europa il
25% si dichiara non religioso, il 58% non è battezzato) non si tiene, degenera
in edonismo sfrenato. Per questo l'Europa di Amato «ha bisogno delle religioni»
per rinvigorire una morale condivisa, per arginare lo scandalo del dubbio
corrosivo.
Sarebbe dunque auspicabile un rallentamento della
separazione tra diritto e religione. Amato evoca le radici cristiane per
«frenare la spinta ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità».
Va da sé che i limiti sono quelli invocati dalla religione per frenare
l'individualismo. Le responsabilità sono quelle auspicate dalla chiesa come
comunità che osserva e controlla. Il diritto non ha in sé il senso del limite,
occorre un freno esterno. Aveva dunque torto Alberico Gentile quando intimava
ai teologi di tacere perché le questioni del diritto internazionale nulla
avevano a che spartire con la fede e con la potestas
spiritualis della chiesa? Sbagliava Hobbes a proclamare che l'autorità
laica e non la verità religiosa sono il fondamento della legge»? Aveva torto
Bayle a ipotizzare che «una società di atei potrebbe svolgere ogni attività
civile e morale come qualsiasi altra società»? Anche Kant era in errore quando
rendeva autonoma la categoria giuridica dalla religione? Per Amato la potestas politica deve ascoltare la voce dell'auctoritas religiosa, il cittadino deve essere fedele
altrimenti la convivenza degenera. I valori non sono quelli della costituzione
ma occorrerebbe rintracciarli nei sacri testi o nel cuore. Perché non
proclamare la tradizione cristiana come fonte sussidiaria di diritto? In
Israele è stato fatto così per l'ebraismo.
Amato scrive che la dignità umana è «il legato più
inequivocabile e trasparente delle radici giudaico-cristiane della nostra
civiltà». A suo giudizio, la dignità della persona con i suoi diritti originari
è un risultato del cristianesimo (nell'ordinamento giuridico islamico manca la
nozione di diritto naturale). Però anche nel diritto canonico sono
rintracciabili limitazioni della capacità giuridica e nel 1227 la chiesa era
per l'obbligo alle donne di portare il velo. Solo l'Europa cristiana ha
prodotto il modello di organizzazione teocratico. Per quanto riguarda la favola
di una erosione della schiavitù grazie al messaggio cristiano è sufficiente
leggere Paolo di Tarso: «tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù
stimino degni di assoluto rispetto i loro padroni». Nella storia della chiesa a
lungo è prevalso un particolarismo che suggeriva cautela nella stessa
conversione del mondo pagano, invidiabile serbatoio di schiavi. Più che la
forza dell'amore cristiano, nel superamento della schiavitù deve aver pesato
una cosa molto più prosaica. Il sistema servile viene accantonato - come
intuisce Adam Smith- perché «il lavoro fatto dagli schiavi è il più caro di
tutti». L'amore e la carità c'entrano davvero poco. Il diritto romano, a
digiuno di pietà e teologia, aveva escogitato l'istituto della manomissione
degli schiavi.
E' evidente che l'appartenenza all'umanità come fonte per il
conferimento di diritti originari a ciascun corpo è una scoperta delle rivoluzioni
moderne. Certo, nella teologia dal puro fedele si passa alla persona, ma
l'infedele non è mai persona. Per Tommaso l'homo
christianus prevale sull'homo naturalis e
solo il battesimo rende un puro corpo una autentica persona. Molte legislazioni
italiane preunitarie in nome della fede prevedevano per gli ebrei luoghi
speciali sorvegliati e un nastro rosso per il loro riconoscimento. Secondo il
codice canonico del 1983 la capacità si acquista solo con il battesimo. Per il
vecchio codex i bambini cattolici non devono
frequentare le scuole neutre o miste. La chiesa arriva a recepire i diritti
umani, ma non li ha certo fondati. Ecco cosa chiedeva Pio IX (lo stesso che
parlava di «cani ebrei») al re: «fare tutto quello che può affine di
allontanare un altro flagello, e cioè la istruzzione obbligatoria». Il dogma
della infallibilità del papa non vale per la grammatica: il pontefice scriveva
istruzione con due z.
Su tutte le crocevie del diritto la religione reintroduce
una dimensione censoria. Il soccorso della fede (che parla della omosessualità
come di un disordine oggettivo, guarda con preoccupazione ai matrimoni misti)
segnerebbe il ritorno di status e discriminazioni. Non si ha alcun
universalismo dei diritti senza espungere dall'ordinamento tutte le componenti
sacrali. Quel tanto di ethica mondana o solidarietà presente in Europa nulla ha
a che fare con la fede o il dono, essendo piuttosto il risultato della lotta.
Non c'entra molto l'amore, piuttosto conta il rapporto delle forze sociali.
Nessun freno etico-religioso oggi limita lo strapotere dell'impresa che spazza
via quei principi di solidarietà che si erano tradotti in diritti sociali. Ma
questo pare ormai rimosso dalla sinistra moderata che guarda al futuro
volgendogli le spalle.
La sfida tra religioni che esclude i laici
Michele Serra
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo
delle fedi religiose noi senzadio siamo al margine di
ogni discorso
In un lungo e popoloso dibattito televisivo sulla
"Passione" di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho
atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti
rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un
non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che,
nell'intreccio infocato della discussione sul mondo,
l'invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo
momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo,
opprimente.
Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle
discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani
debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono
previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato
Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il
Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso
rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!)
geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere
l'umanità secondo la decrepita antinomia Mori e
Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba dovesse
interrompere il mio distratto transito per le strade
della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe
autorizzato a iscrivermi nell'elenco dei crociati
uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe
iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire
una querela postuma.
Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo
delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di
ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la
nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di
essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la
nostra vaga eppure sentita religione dell'uguaglianza
tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche
modo, amici di tutti. E cosi, quando leggiamo certi
proclami che sortiscono dall'islam più razzista, che
annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la
tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono
dimenticati degli atei, forse la scampo...) cede presto
il passo allo scoramento.
Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di
Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti)
che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per
contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano
chiese e chiesette di reverendi reazionari,
evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di
cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano
della Lega, molti europei rigettano l'idea che siano
stati i Lumi e
libertà, e il revisionismo della destra italiana
rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel
brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e
antiborghese dell'antistatalismo.
Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro
malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare
una jihad atea. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel
comunismo dell'Est, non meno repressiva e catechistica
di tutte le offensive confessionali. E finì male, come
meritava, perché l'evangelizzazione atea è un ossimoro,
e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un
Principio al quale informare, con le buone o con le
cattive, gli altri.
Sì, l'idea di organizzare gli atei ha un che di
involontariamente chiesastico, di intruppato e
escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa,
noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le
moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che
consideriamo l'accusa di "deicidio" agli ebrei, le
feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o
il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e
folli cascami di tragedie arcaiche, morti che
ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i
ragazzi...
La tolleranza è un pensiero debole, non consente di
colmare il vuoto identitario con l'attraente
immutabilità delle certezze confessionali, delle
tradizioni ispirate dal Ciclo, soffiando sulle braci
antichissime che ancora covano sotto la cenere.
Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di
un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo
sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure
che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e
il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua
forma culturale e fors'anche politica, e reclami il suo
posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non
resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non
illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire
ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I
tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati
e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che
la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da
fare, quando non si ha un Libro da brandire o un
paradiso da promettere.