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    I vescovi contro le riforme laiche di Zapatero: «Scendete in piazza»

Mino Vignolo

MADRID - La Chiesa cattolica spagnola alza la voce e decide di combattere in blocco le proposte del governo socialista di José Luis Zapatero che a tutta velocità sta mantenendo la promessa elettorale di «laicizzare» la Spagna. I vescovi chiedono per la prima volta ai cattolici di opporsi «in strada» alle iniziative del governo, come quelle su divorzio, aborto, eutanasia, unioni omosessuali, insegnamento della religione, che vanno contro «i valori cristiani». Non convocheranno manifestazioni contro il governo, però, qualora fossero da altri convocate, le guarderanno con simpatia. Con sottigliezza, il portavoce della Conferenza Episcopale Juan Antonio Martínez Camino ha detto che la Chiesa «non ha mai convocato né mai convocherà manifestazioni» contro il governo socialista, però capirebbe le ragioni dei fedeli che scendessero in piazza per protestare perché «i diritti civili di cui godono i cittadini, li hanno anche i cattolici». In altre parole la mobilitazione sarebbe «benedetta» ma i vescovi non sfilerebbero dietro striscioni di protesta. Eserciteranno la loro influenza. «La Chiesa - ha affermato il portavoce - promuoverà in strada la visione cristiana su questioni che interessano tutta l'opinione pubblica». I vescovi hanno deciso di uscire alla scoperto perché i tempi, a loro modo di vedere, stringono. Dopo il «divorzio express», reso più rapido ed economico una settimana fa, venerdì prossimo il Consiglio dei ministri approverà il progetto di legge sui matrimoni omosessuali ai quali sarò permessa l'adozione dei bambini. Le nozze gay diventeranno realtà nel 2005. In maggio il governo aveva annunciato la riforma del Codice Penale riguardo l'aborto, ampliando i casi nei quali sarà permesso, anche se pare che si andrà alla prossima legislatura. Di recente ha espresso la sua volontà di studiare la possibilità di approvare l'eutanasia per malati in fase terminale. Ha congelato una legge dei popolari di Aznar che faceva della religione una materia obbligatoria nelle scuole, materia il cui voto contava nel passaggio alla classe superiore. Esiste un piano per rivedere i finanziamenti alla Chiesa cattolica , a cominciare dal finanziamento pubblico attraverso l'Irpef, la presenza nella pubblica istruzione e gli aiuti alle entità vincolate direttamente alla Conferenza episcopale. Le Monde Diplomatique ha pubblicato un rapporto in cui si sostiene che la Chiesa riceve dallo Stato ogni anno circa 140 milioni di euro. E nel rapporto si afferma che la Chiesa vive «in un paradiso fiscale». Ora, con Zapatero, rischia l'espulsione. Tutte le misure «laiche», secondo il giornale El Mundo , fanno parte di una «road map» per raggiungere l'obiettivo di uno Stato pienamente laico eliminando, sostengono i socialisti, «vantaggi» e «privilegi» di cui gode la Chiesa cattolica. Il sottosegretario alla Giustizia Luis López Guerra è stato chiaro, nel corso di una conferenza a Cadice la settimana scorsa: «Il governo sta disegnando un cammino per arrivare a un effettivo Stato non confessionale. Si vuole limitare il carattere ufficiale di qualsiasi religione. Nessuna religione può essere più ufficiale delle altre.... Oggi esiste una innegabile posizione di vantaggio della religione cattolica, derivata sia dalla tradizione sia dagli accordi con la Santa Sede del 1979». Parole che hanno trafitto i cuori dei vescovi e che non sono state smentite dalla vice di Zapatero e portavoce del governo Maria Teresa Fernández de la Vega. «Siamo in uno Stato aconfessionale, quindi laico, e così lo stabilisce la Costituzione. Proseguiremo il nostro lavoro lungo questa strada». Dall'arrivo al potere dei socialisti, sull'onda degli attentati di Madrid, numerose iniziative sono state duramente contestate da rappresentanti della Chiesa e non è mancato neppure l'ammonimento del Papa al giovane primo ministro in visita al Vaticano. La Conferenza episcopale nel suo insieme aveva preferito la prudenza. Finora avevano parlato in ordine sparso alcuni vescovi che avevano invitato apertamente i fedeli a votare contro i partiti «laici» nel marzo scorso. Si vantano di essere stati preveggenti. Ora sono tutti d'accordo che per influire nel dibattito pubblico occorre «intensificare il messaggio della Chiesa e diffonderlo meglio». Bisogna vedere se la società spagnola nel suo insieme è disposta ad ascoltare. La maggioranza si dichiara cattolica ma i cattolici praticanti sono una minoranza.

 

 

 

 

  

PAVIA: BIMBO GUARISCE DA TALASSEMIA GRAZIE A TERAPIA EMBRIONALE E DIAGNOSI PRE-IMPIANTO
da www.uaar.it  ultimissime

7/9/2004. Quando il Vaticano non lo guarda, il ministro Girolamo Sirchia si ricorda di essere il titolare del dicastero della Salute e diventa sincero. È notizia di oggi che a Pavia un bambino di cinque anni è stato guarito dalla talassemia grazie a un trapianto di cellule staminali. Il ministro Sirchia si è dichiarato orgoglioso che un simile risultato sia stato ottenuto proprio in Italia. In verità in Italia abbiamo sempre avuto i medici capaci di fare queste cose. La gaffe di Sirchia consiste nel fatto che, sia pure meritoriamente, ha elogiato dei medici che hanno agito in totale contrasto con la talebana legge 40/2004 sulla Fecondazione Medi[Cleri]calmente Assistita. Il che significa che quando non è impegnato a ossequiare il Vaticano e a obbedire ai suoi diktat, al Ministro rimane un barlume di raziocinio che lo fa distinguere tra scienza e Medio Evo.
Questi i fatti: una coppia lombarda, che aveva un figlio di cinque anni malato di talassemia, è ricorsa alla procreazione medicalmente assistita in Turchia, Paese nel quale è permessa sia la produzione di più di tre embrioni che la diagnosi pre-impianto. Ed è stata proprio la diagnosi pre-impianto che ha permesso alla coppia italiana (per l’occasione in trasferta all’estero causa beghinismo dei nostri politici) di selezionare gli embrioni sani da impiantare nell’utero della donna. Sono nati due gemelli sani, dai cui cordoni ombelicali sono state prelevate le cellule sane utili per poter curare il fratellino maggiore.
Quando si è sparsa la notizia che i due gemelli donatori del cordone ombelicale erano frutto di una selezione a monte (la coppia aveva infatti 18 possibilità su 100 di procreare un figlio non malato e addirittura tre su cento di procrearne due: sono stati prodotti dodici embrioni tra i quali sono stati scelti i due sani dopo l’analisi pre-impianto), sono partiti gli attacchi a Sirchia da destra e da sinistra, e solo l’UDC, che più di tutti ha voluto la legge 40, ha parlato di “polemiche strumentali”.
Ma, nei fatti, il lapsus freudiano di Sirchia è la migliore dimostrazione che la legge 40 è solo un manifesto ideologico e non ha alcuna utilità pratica.

 

 

 

 

 

Una Lunga
Ora
di Religione

Furio Colombo
Ieri con sorpresa ha fatto la sua irruzione nelle agenzie di stampa italiane l’espressione “antropologia cristiana”. Significa, credo, guardare a ogni evento della cronaca o della storia dal punto di vista della religione. Avevo incontrato una simile espressione, molti anni fa, leggendo un testo ormai classico di V.S. Naipul, «India», in cui le parole “antropologia islamica” servivano per spiegare la visione totalizzante dei musulmani a confronto con la più eclettica interpretazione induista del mondo. Ciò che sorprende, è che, invece, per noi, in Italia si sta parlando di una “risposta pedagogica per la scuola”.
Ieri, infatti, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti ha firmato con il presidente della Conferenza Episcopale Cardinale Ruini un documento con questo titolo: «Obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica per la scuola secondaria di primo grado». «La riforma scolastica in corso di attuazione - ha spiegato all’agenzia Agi il Cardinale Ruini - si qualifica per l’attenzione a una didattica rinnovata che mira a realizzare una convergenza fra le diverse discipline. In questo contesto la Cei ha dato il suo apporto per un insegnamento della religione armonicamente integrato nel sistema scolastico».
L’affermazione può apparire un po’ oscura. Ma se si legge un testo della Cei intitolato «Orientamenti connessi con la riforma della scuola pubblica e implicanze derivanti dalla approvazione degli obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica» (a cura di Monsignor Cesare Nosiglia) diventa chiaro che non si sta parlando (e firmando) di ambientazione dell’insegnamento religioso nei nuovi programmi della riforma Moratti. Al contrario. Si sta progettando di adattare l’intero sistema scolastico italiano alla visione della «antropologia cristiana».
Cercherò di spiegare citando i punti che a me sembrano più illuminanti del documento episcopale firmato dal Vescovo Nosiglia. Ecco alcuni passaggi.
Primo, «occorre privilegiare una corretta visione antropologica a servizio della verità nella carità, finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo». Può essere utile ricordare ai lettori che relativismo vuol dire accettare che vi siano più verità, più punti di vista, diverse e anche divergenti visioni del mondo. Esempio, il relativismo induce a pensare che se gli embrioni sono persone dal punto di vista religioso, non lo sono dal punto di vista scientifico. Una volta abolito il relativismo, c’è una sola versione. In questo caso, quella che obbliga ad accettare l’attuale legge sulla procreazione assistita, che vieta di stabilire se un embrione è sano o malato prima di impiantarlo.
Secondo, «il compito appare assai problematico se pensiamo al disorientamento in cui viviamo e al clima diffuso di relativismo che si respira. Perciò nella realizzazione di questo nuovo compito educativo della scuola i cristiani possono e devono essere presenti per offrire contenuti corretti». Significa che tutto l’insegnamento, in tutte le materie e tutte le discipline, va «riempito di contenuti».
E infatti, terzo, «è tempo di passare a elaborare concreti “pacchetti di contenuti” di alto profilo per un approfondimento delle questioni epistemologiche e didattiche più significative alla luce della antropologia cristiana, da offrire come sussidio da valutare con docenti e genitori, avvalendosi anche dell’apporto di Università, Centri culturali ed editoriali cattolici». Come si vede, ogni aspetto dell’insegnamento, in una visione nuova per la scuola italiana, va a collocarsi in un paesaggio religioso (descritto come “antropologia cristiana”). L’insegnamento della religione non è più una materia, ma il punto generatore di tutte le altre materie.
Quarto, «già da queste indicazioni ci si rende conto di quali spazi siano riservati alla responsabilità di diocesi e parrocchie oltre che degli operatori scolastici. Ma non solo. Va valorizzata la pluralità tipica di gruppi, movimenti, aggregazioni e istituzioni presenti sul territorio che già operano nella scuola in diversi campi. Ad esempio lo sport, la musica, il teatro, l’assistenza, la carità, l’animazione di vario genere, l’attenzione verso il mondo della natura e dell’ambiente, il dialogo interculturale e inter religioso... non possono essere lasciati in balia dello spontaneismo e della approssimazione, o magari in mano a progetti basati su princìpi non condivisibili. Occorre programmare un piano e una strategia di medio e lungo termine». Esiste dunque una autorità, non scolastica e non della Repubblica italiana, in grado di stabilire nella scuola italiana, che cosa è un progetto condivisibile e che cosa non lo è. Ciò porta al formarsi di una élite che sarà depositaria - nella scuola italiana che era stata immaginata libera e laica dalla Costituzione - di una nuova autorità. Sono le «associazioni professionali di ispirazione cristiana di docenti della scuola statale e di quella paritaria che devono essere coinvolte nella fase di elaborazione delle nuove prospettive professionali e - in ambito ecclesiale - adeguatamente sostenute nel loro prezioso servizio di mediazione». Tutto ciò appare perfettamente comprensibile come posizione della Chiesa cattolica. Ma qui stiamo parlando di un documento che è stato firmato dal ministro italiano dell’Istruzione. È vero che di quell’istruzione non si dice più che è pubblica. Ma persino il testo vescovile che abbiamo appena citato fa riferimento alle scuole statali. D’ora in poi dopo una firma che è legge, perché si richiama esplicitamente ai protocolli dei Patti Lateranensi, la scuola di Stato italiana è rigorosamente confessionale. È una scuola fondata - non durante l’ora di religione ma nell’insieme del suo insegnamento - sulla specifica ed esclusiva visione teologica della Chiesa cattolica. L’evento cambia drammaticamente il senso del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia. Ci si domanda come tutto ciò possa essere avvenuto al di fuori di ogni pubblicità (salvo questa comunicazione finale, a cose avvenute) e fuori dal Parlamento.
Furio Colombo

 

La Moratti consegna la scuola a Ruini
Firmato un documento che sottomette alla religione tutto l’insegnamento pubblico
Il ministro e il cardinale parlano di «antropologia cristiana» come base degli studi
Così sale in cattedra un principio confessionale che non ha esempi in Occidente

ROMA Una firma per definire gli «Obiettivi specifici dell’insegnamento della religione cattolica» nella scuola secondaria diventa il pretesto per consegnare la scuola pubblica al cardinale Ruini. Il ministro Moratti non solo chiede di benedire la sua riforma, ma fa propria la «risposta pedagogica ispirata all’antropologia cristiana». Proprio come indicato dai vescovi italiani.

ROMA Non deve essere un caso se ieri il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e Letizia Moratti, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) per sottoscrivere l’Intesa sugli «Obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica (IRC)» nella Scuola secondaria di primo grado, abbiano scelto l’Aula Magna della Cei. È la conferma di quanto con la «gestione Moratti» la scuola pubblica sia ogni giorno più subalterna alle indicazioni della Chiesa italiana, che anche attraverso l’insegnamento dell’«ora di religione cattolica» persegue il suo obiettivo di orientare la formazione dei giovani, di indicare valori e di educare alla «convivenza civile». Come ha sottolineato nella sua relazione alla recente assemblea dei vescovi l’arcivescovo di Vicenza, mons. Cesare Nosiglia, la Chiesa punta a «privilegiare una corretta visione antropologica, al servizio della verità nella carità, finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo». L’indicazione rivolta a parrocchie e singoli cattolici, a fare quadrato, ad attrezzarsi per la sfida della scuola dell’autonomia.
«La riforma scolastica in corso di attuazione - ha commentato ieri Ruini - si qualifica per l’attenzione a una didattica rinnovata e mira a realizzare una convergenza fra le diverse discipline». In questo contesto, la Cei ha dato il proprio «apporto» per un insegnamento della religione cattolica (Irc) «armonicamente integrato nel sistema scolastico e dinamicamente idoneo a interagire con le altre discipline». Gli obiettivi dell’«Irc», dunque, «si inquadrano opportunamente con gli Obiettivi specifici delle altre discipline» e soprattutto, ha spiegato Ruini, con il «profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14 anni)». Gli obiettivi, che si collocano nel solco dei «Programmi» in vigore nella scuola media inferiore, «valorizzano i risultati della sperimentazione attivata dalla Cei negli anni 1988-2000 e completano il quadro degli Obiettivi per il primo ciclo».
Parole piene di ossequio e verso il presidente della Cei sono state pronunciate ieri da Letizia Moratti. Ha definito la firma congiunta «un ulteriore progresso della riforma della scuola, che pone l'accento sul gran valore della reciproca collaborazione» tra Cei e Miur e «sulla costante condivisione delle mete educative, nello spirito di sevizio verso i giovani italiani». Poi in una nota, il ministro ha espresso «gratitudine» alla Chiesa italiana per «l'appoggio ininterrotto al processo di rinnovamento della scuola, appoggio che viene costantemente e pubblicamente rinnovato». Quindi la Moratti ha citato il «rilevante contributo della Cei al dibattito sul ruolo dell'educazione, volto ad elaborare una risposta pedagogica, ispirata all'antropologia cristiana, alle diverse problematiche oggi emergenti in quest'ambito». «Sappiamo di poter confidare sul prezioso e costante sostegno della Conferenza episcopale al processo di riforma», ha concluso il ministro.
Ma il ministro ieri ha anche dato una notizia. Ha annunciato che nel corso dei prossimi tre anni verranno assunti 15.383 insegnanti di religione a tempo indeterminato, di cui 9.229 per il prossimo anno scolastico. Sarà il risultato del concorso per l'immissione in ruolo degli insegnanti di religione reso possibile dalla legge che ha riformato il loro stato giuridico del luglio 2003.
Le parole della Moratti sono state stigmatizzate dai senatori della Margherita, Albertina Soliani e Alberto Monticone: «In campagna elettorale - hanno affermato - cerca di propagandare il sostegno della Chiesa italiana alla sua riforma. Una più attenta sensibilità culturale e politica lo dovrebbe impedire».
Ma quei 15 mila insegnanti di religione cattolica da assumere lasciano perplesso Enrico Panini, segretario nazionale della Cgil Scuola. «Il governo ha voluto forzare la mano» afferma criticando la legge che ha consentito la loro immessione in ruolo. E per tre ragioni. «È una legge che ha sconvolto le regole del mercato del lavoro e dell’occupazione. Non è mai esistito che l’assunzione in un settore pubblico avvenisse sulla base di un requisito discrezionale, perché la condizione unica per insegnare religione cattolica nelle scuole è l’idoneità rilasciata dal responsabile diocesano». «Né ha precedenti nel nostro ordinamento - continua - l’immissione in ruolo per una materia facoltativa, perché tale è l’insegnamento di religione cattolica. Così lo Stato si fa esecutore delle volontà altrui, perché nel caso in cui il responsabile diocesano revochi l’idoneità all’insegnante, questo deve comunque essere mantenuto in servizio».
«Il governo ha voluto forzare la mano - commenta -. Ha costruito una decisione che non ha precedenti nella storia ed è evidente che fa questo per onorare una serie di debiti elettorali». E sulle quelle annunciate quindicimila assunzioni: «Senza volere contrapporre gli uni agli altri - conclude Panini -, osservo che nella scuola ci sono migliaia di posti vaganti per i quali si procede ad assunzione con il contagocce. Questo governo mette gli uni contro gli altri».

 

 

 

 

 

Sono stati approvati con DPR  gli obiettivi specifici  di  apprendimento  propri dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole primarie:

(Gazzetta Ufficiale n. 109 dell’11 maggio 2004)

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 30 marzo 2004, n.122

La cosa mi sembra gravissima non solo perchè la scuola pubblica diventa 
sempre più confessionale, ma soprattutto perchè si tratta
di bambini delle primarie.  Mi sembra interessante vedere la cosa  alla luce delle argomentazioni
 esposte da Luigi Lombardi Vallauri nell'articolo sotto riportato.

Religione e bambini

di Luigi Lombardi Vallauri, Firenze

Inizierò con alcune considerazioni per grandes personnes (Saint-Exupéry), poi ne trarrò alcune conseguenze per petits princes (ancora Saint-Exupéry).

Le religioni e il corpo-mente moderno adulto

Nel loro tempo fondativo (in illo tempore, Eliade) le religioni sono state delle cose che oggi non possono essere più. Sono state spiegazioni causali del mondo, riserve di senso, dispensatrici di terrori e speranze ultraterreni, fonti e sanzionatrici di norme etiche e giuridiche, suggeritrici inesauribili d’arte e poesia, modellatrici di vita quotidiana, di cicli settimanali stagionali annuali, di città e paesaggi. Hanno riempito di sé il cielo e la terra; plasmato l’ambiente materiale e immaginale dell’uomo; permeato capillarmente tutto l’organismo della cultura.

Oggi la scienza-tecnica ha svuotato le religioni tradizionali d’ogni capacità esplicativo-teorica e taumaturgico-pratica circa le cose del mondo. D’altra parte è facile dimostrare, con argomenti logici e storici, che in etica Dio è irrilevante, sia se un’etica vera/universale esiste, sia se non esiste1. E la “religione civile dei diritti dell’uomo” 2 ha ormai assunto lo status di etica pubblica: almeno in Occidente c’è consenso sul punto che nessuna delle religioni tradizionali può più, mantenendo la propria legittimazione etica, sancire sul piano teorico, o attuare sul piano pratico, violazioni dei diritti umani fondamentali.

Ancora: le religioni, pur avendo generato un percento considerevole dell’arte umana di tutti i tempi, non sono di per sé garanzia di valore estetico: esistono anche innumerevoli brutture e mièvreries di matrice religiosa, tra l’altro in continuo esponenziale aumento. E infine, ammesso che il sentimento del sacro (o del mistico) abbia una sua autonomia categoriale e una sua plausibilità, non è detto che esso trovi sempre ed esclusivamente nelle religioni nutrimento ed espressione adeguati. C’è del religioso non sacro (o non mistico) e c’è del sacro (o del mistico) umano-naturale, e in questo senso “laico”3.

Il superamento scientifico-tecnico, etico e civile, la relativizzazione estetica e perfino spirituale e mistica, tutto questo ha comportato un impressionante processo di secolarizzazione4 che ha investito, e sta investendo, tutte le culture antiche insieme con la modernizzazione. È vero che si è venuto delineando, negli ultimi forse 10 anni, un contro-processo che si potrebbe chiamare di restaurazione neo-fondamentalista. Ma pagando un prezzo: le religioni diventano sempre meno ontologiche e sempre più identitarie, voglio dire sempre meno ricerche sulla realtà (indipendente, non-proiettiva) dell’Oltre e sempre più autoasserzioni patriottiche di “noi” collettivi. C’è fides sempre meno quaerens intellectum, ossia sempre meno fede e sempre più credenza5, sempre meno pensiero e sempre più appartenenza. L’effetto caverna platonica (in termini più attuali, l’effetto Truman Show) è rafforzato da altri sistemi di passività (promozione commerciale a tempo quasi pieno, propaganda politica di nano-profilo, televisionizzazione del tempo domestico, gioco del calcio, riti vari di stoltezza e frastuono) che competono, e al tempo stesso cospirano, per la colonizzazione dell’animo umano.

Il reperto, per quanto riguarda le vecchie religioni, è insomma ancipite: secolarizzazione e neofondamentalismi identitari. Quanto ai nuovi culti, con le doverose eccezioni, il reperto può sintetizzarsi nella formula “supermercato del sacro”.

Le religioni e il corpo-mente bambino

I pensieri che precedono rendono, mi sembra, non manifestamente infondata la tesi che ora cercherò di argomentare: la religione andrebbe - come un tempo il sesso - vietata ai minori di 18 anni. Procederò chiedendomi anzitutto cos’è giusto desiderare per i bambini, cioè per gli esseri umani nell’età del primo sviluppo fisico e mentale, e chiedendomi, poi, se un’educazione religiosa favorisce questo desiderabile sviluppo.

Cosa desiderare per i bambini

Non volendo ricorrere a tomi di pedagogia o a sondaggi statistici del tipo eurobarometri, sono costretto a rispondere alla domanda in modo autobiografico e largamente soggettivo. Quanto segue riassume in pochi - troppo pochi - punti la mia idea di sviluppo desiderabile, formatasi, e tuttora in via di formazione, lungo la mia esperienza con me stesso, con i miei figli e ora con i miei nipotini (compresi, questi ultimi, tra i 12 anni e i 2 mesi).

Personalmente io desidero che i loro corpi (bisogna cominciare dal corpo) fioriscano nella buona salute e in tutte le abilità autoespressive, e non solo in ambiente urbano, ma sempre meglio immersi, con amore rispettoso e competenza, nei sistemi vivi della natura, nella variegatura degli elementi, dei regni e delle stagioni. Desidero che incontrino altri corpi, della loro e di altre età, della loro e di altre razze, della loro e di altre specie, e ne traggano conoscenza, confronto, emulazione, piacere visivo e tattile, compagnia.

Desidero che le loro menti si aprano a tutte le ramificazioni protese di tutte le culture umane, arcaiche, antiche, moderne, nuove, europee, extraeuropee, a tutte le variegature storiche della bellezza e del sapere. Desidero che i loro sensi e il loro intelletto, questi misteri della carne matura, si educhino al discernimento del reale e dell’irreale, del vero e del falso, dell’autentico e del fasullo, di ciò che s’impone all’uomo per esistenza propria indipendente e di ciò che nasce da proiezioni umane. Desidero che i loro cuori conoscano turbamento e appagamento sensuale e affettivo, e slancio e fiducia, e pietà e giustizia, non-ingiusta pietà e non-impietosa giustizia. Desidero per loro gioco, avventura, creazione. E contemplazione. E (non incompatibile con la mente infantile, che è mente nativamente seria) un’entusiasta austera sapienza di fronte al mistero di splendore e di impermanenza dell’essere.

Cosa c’entrano con questo le religioni?

Terrò presente quasi solo la religione cattolica, quella in cui sono cresciuto e che conosco veramente; molto di quello che vale del cattolicesimo può essere comunque esteso anche alle altre religioni che asseriscano l’esistenza di mondi soprannaturali. Riprenderò punto per punto i desiderata del paragrafo precedente. La buona salute non è in alcun modo favorita dalla credenza religiosa. I tempi della fede sono stati anche i tempi della peste; mai come allora si è pregato perché Maria, santa Rosalia, Dio Padre da loro impietosito debellassero il flagello. Mai come allora il flagello ha servito. Non appena scoperto e trattato il bacillo Pasteurella pestis sono cessate le preghiere di impetrazione ed è cessata la peste.

Il papa attuale ha fatto circa 2000 santi, più di tutti gli altri papi messi insieme (con un piccolo arrotondamento viene 5,48 nuovi santi ogni giorno dell’anno). Per i santi di prima fascia (“canonizzati”), come san Padre Pio o san Monsignor Escrivà de Balaguer fondatore dell’Opus Dei, occorrono due miracoli; per i santi di seconda fascia (“beatificati”), come Pio Nono l’antimoderno e l’autoinfallibile, basta un miracolo; i miracoli sono spesso guarigioni. Ammettendo che i 2000 santi abbiano dato un gettito di 3000 guarigioni, ognuno vede quanto poco si possa fare affidamento sulla religione per i problemi sanitari mondiali o per la mortalità infantile. La cosa migliore che san Padre Pio ha fatto per la salute è la fondazione di un moderno ospedale (non altrettanto si può dire a lode di santa Madre Teresa, terribile oscurantista in campo medico).

Non è certo la religione che invita i bambini, i corpi dei bambini, a fiorire in tutte le loro abilità autoespressive. I giochi, gli sport, la rispettosa intima frequentazione degli ecosistemi nulla hanno di religioso, temo che siano naturalismo. È vero che le parrocchie e le associazioni cattoliche fanno anche giocare i bambini e che gli scout cattolici li iniziano alla natura; ma a parte, in molti casi, lo scarso buon gusto dei sollazzi parrocchiali e associativi, resta che spesso i giochi (non quelli scout) sono carità pelosa, servono a tenere i bambini e i ragazzi nel recinto della credenza cattolica, a rendere in qualche modo palatable il surrettizio, devozionale catechismo.

Il curiosare (visivamente, tattilmente) altri corpi, il trarne piacere, esperienza, compagnia, non è certo favorito negli oratori o nelle scuole tenute da religiosi o religiose. Anzi assume un’aura violacea di segreto e di peccato. La teologia morale cattolica è di una sessuofobia impressionante6.

Sul piano culturale è fuori discussione che le religioni hanno generato un percento molto considerevole dell’arte e del pensiero umani. Il bambino, e anche l’adulto, che voglia appropriarsi del retaggio delle culture antiche non può ignorarne i presupposti religiosi. Ma riviverli con empatia non implica aderire ai contenuti dogmatici, anzi esige un’apertura universale che le religioni, tutte, hanno finora o selvaggiamente o subdolamente ostacolato. In particolare, il cattolicesimo romano ha esercitato nei confronti dei dissidenti interni, degli eretici, degli ebrei, dei musulmani, dei popoli pagani colonizzati, tutta la violenza ideale e materiale possibile, un’estrema intolleranza.

In nessun modo la religione educa i sensi e l’intelletto dei bambini al realismo. Il realismo è un organo cognitivo complesso. Consta di spirito scientifico, esperienza di vita, senso dell’humour, vastità di orizzonti, acutezza di osservazione, forza logica, sensualità, equilibrio affettivo… Ci vorrebbe un lavoro filosofico sul tema. La religione è forse l’avversario numero uno del realismo, è la veneranda caverna platonica in cui vengono proiettati al bambino personaggi soprannaturali, mondi soprannaturali, sacramenti a effetti soprannaturali - e proiettati non come si proiettano le favole, ma come se fossero le realtà essenziali, quelle da cui dipende il significato della vita e il destino dell’uomo. Il soprannaturale si sostituisce al naturale. Il senso e l’intelletto uniti sono i nemici naturali della religione; perché l’accettino, bisogna che vengano letteralmente snaturati. Ciò - si badi! - non toglie nulla al fascino della religione: l’uomo preferisce molto i sistemi di simboli ai sistemi di cose, i sistemi di significati ai sistemi di fatti. Proprio questo fascino la rende pericolosa.

L’affettività dei bambini viene, dalla religione, incanalata verso custodi angelici, mamme celesti, ambienti luminosi dove li aspettano i nonni, santini con volti di frati e monache dagli occhi arrovesciati in su e crocifissi o rosari in mano, odorini e ombre di confessionale e di sacrestia, ostie fatte di una specie di carta che si fonde in bocca e che non va masticata perché è Gesù, vecchi maschi chiamati il papa e per i quali bisogna pregare perché sono Gesù, fioretti senza petali da fare per i miseri e per i cattivi, corone da recitare, venerdì nei quali sospendere per un giorno l’alimentazione carnivora-mammifera del resto della settimana e adottare la piscivora, slanci verso le missioni che convertono gli indigeni e i mandarini cinesi alla vera fede, terrori di inferni dai quali però la Chiesa (lei sola) ci può salvare… e presepi con Gesù bambino sulla paglia e la Madonna che lo guarda e l’asino e il bue che soffiano e san Giuseppe che guarda, putativo, da un’altra parte… queste e tutto questo genere di cose. Lontanissimi i problemi di giustizia sociale e internazionale, di pietà/giustizia interspecifica (gli animali sono amici deliziosi, piccoli o grossi eroi affascinanti, la carne è un’altra cosa, è una sostanza che si forma al supermercato e che va assolutamente mangiata per diventare come i grandi; anche il papa e i preti e tutti i santi e beati la mangiano, eccetto i venerdì e la vigilia di Natale).

Infine, è certo che le religioni hanno alimentato la spiritualità, la vita contemplativa: oggi (nella società a mass-media, a mass-shopping, a mass-business, a mass-traffic) tanto carente quanto anelata senza saperlo. Ma mi sembra che una spiritualità dogmatica-soprannaturalista-sacramentalista come quella cattolica sia di cattiva lega, perché a base di retro- o pseudo-mondi; quindi non risvegliante, direi piuttosto distogliente da, un’entusiasmata austera contemplazione dello splendore e dell’impermanenza dell’essere. Non gli altri mondi, ma «che il mondo è, è il mistico» (Wittgenstein). Forse l’uomo ha bisogno di mistica come del pane; ma sorgente pura della mistica non è una credenza, è il risveglio all’essere, è l’ontologia.

In verità, la cosa di più fascino che hanno le religioni non è la credenza, non è forse neppure la spiritualità fondata sulla credenza, è la vocazione: la richiesta di tutta la vita. «Allora Gesù fissò su di lui lo sguardo e l’amò. E gli disse: “Una cosa sola ti manca: vai, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”» (Marco 10,21). «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare l’anima sua, la perderà, ma chi perderà l’anima sua per causa mia, la salverà» (Luca 9, 23-24). «Ed essi, tratte le barche a terra, lasciando tutto, lo seguirono» (Luca 5,119).

Io non so esattamente cosa passa nell’animo del bambino o dell’adolescente birmano che si fa monaco; meno ancora so cosa sente l’eroe militare o il kamikaze che immola se stesso per il suo popolo e la sua religione; ma so cosa succede al bambino, all’adolescente, cattolico che incontra quei passi del Vangelo. «Insieme con queste immense, aliene figurazioni il bambino, il ragazzo, anche sente, e in presa diretta, il nervo della propria esistenza, il marceliano “ma vie”: azzardo tra nascita e morte, riuscita e fallimento, significato e mancanza di significato; e dunque luogo di chiamata, di vocazione. Ora, in una mente resa religiosa caverna platonica l’esistenziale umano vocazione facilmente, se non necessariamente, assume le sembianze di una vocazione al sacerdozio, alla vita consacrata, in ogni caso al dono totale, alla missione, alla santità»7. «Ho detto “vocatio genera fides”, non viceversa. È infatti la vocazione che trasforma la credenza in fede, perché è lo scommetterci-su la vita che trasforma le figurazioni mitico-soprannaturali in cruciali realtà. È la credenza che plasma l’esistenziale umano vocazione in vocazione religiosa, ma è la vocazione religiosa che trasforma le figurazioni proiettive della credenza in esistenziali realtà».

Conclusioni

Mi sembra di aver sufficientemente argomentato la mia tesi: doversi la religione, come un tempo il sesso, vietare ai minori di 18 anni. L’imposizione degli engrammi della credenza soprannaturale sul cervello-mente bambino rischia di rimanere indelebile quando si abbina al sentimento del dovere di dono totale, al sentimento di vocazione. Bisogna prima irrobustire - attraverso l’esercizio pieno, mondano, dei sensi e dell’intelletto - gli affetti e le emozioni naturali, e quell’organo cognitivo complesso che ho chiamato realismo; sarà, così, a un vero adulto modernamente evoluto che si potranno proporre a credere oggetti quali la Provvidenza divina, il paradiso, l’inferno, la Trinità, la cristologia, la mariologia, l’ecclesiologia pontificia, i sacramenti, i santi, gli angeli e tutto il soprannaturale, come scenario entro cui ambientare l’esistenziale umano della vocazione. Imprimere acriticamente il soprannaturale eroico sul bambino significa per me una violentazione che può compromettere il suo sviluppo intellettuale e umano per sempre.

Note

1.        Cfr. L. L. Vallauri. Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo. Le Lettere, Firenze 2001, pp. 224-233.

dal sito www.uaar.it 

 



L'Espresso 13 - 05 - 2004
Sono atea felice e militante

Le religioni sono troppo invadenti, provocano guerre e violenza. Occorre trovare il coraggio di essere dei senzadio. Il manifesto provocazione di una filosofa francese
colloquio con Danièle Sallenave

di Fabio Gambaro


L'ateismo fa bene. Ci obbliga a pensare un mondo senza il gendarme divino. Danièle Sallenave, scrittrice, filosofa, intellettuale molto nota in Francia (era amica di Sartre) ha appena pubblicato 'Dieu.com' (Gallimard, pp. 325), un polemico saggio in cui critica l'ingombrante presenza delle religioni nella nostra società e difende "un ateismo filosofico cosciente e responsabile". Di fronte alla deriva inquietante di una religione che sempre più spesso si presenta con il volto dell'intolleranza e della violenza, l'autrice invita a riscoprire l'orgoglio ateo. Sallenave non è sola. Il settimanale americano 'The New Republic' ha recentemente strillato in copertina 'God bless atheism' (dio benedica l'ateismo), mentre il tedesco 'Zeit', sempre in prima pagina auspicava il ritorno alla critica radicale delle religioni, ed Eugenio Scalfari nella sua rubrica su 'L'espresso' (numero 17), rivendicava i diritti dei senzadio.

Abbiamo incontrato la signora Sallenave a Parigi: "Contro chi dà per scontata la centralità della religione", spiega, "io dico che esiste un'importante corrente di pensiero non religiosa, che vanta una nobile e vigorosa tradizione". E rincara la dose: "In passato, il mio paese è stato accusato di essere 'l'orribile patria dell'ateismo'. Io mi sento figlia di questa tradizione, che è giusto contrapporre al ritorno delle religioni e alla violenza che cerca giustificazioni nella fede".

Madame Sallenave, è sicura di questa deriva?

"La religione è presente nella nostra società più di quanto non si pensi, anche attraverso forme mascherate. Essa viene presentata come indispensabile per dare un senso alla vita umana. Di conseguenza, il pensiero non religioso viene disprezzato e gli atei si vergognano di dichiararsi apertamente tali".

Come spiega questa evoluzione?

"Dipende da un insieme di fattori. La costruzione europea è stata dominata fin dagli anni Cinquanta dalla cultura dei democratico-cristiani. Oggi l'ingresso nell'Unione europea di paesi molto marcati dal cattolicesimo, come la Polonia, contribuisce a rafforzare la presenza della religione nello spazio comune. Va poi ricordata l'influenza del modello americano. Negli Usa tutti hanno una fede e l'ateismo è quasi sconosciuto. Non si tratta solo di fanatismo religioso, che non manca anche ai vertici dello Stato, ma dell'impossibilità di concepire un essere senza religione. Infine, il crollo del muro di Berlino è stato interpretato da una parte del mondo cristiano, in particolare dal Vaticano, come una vittoria della religione sull'ateismo".

Cosa la preoccupa di più?

"Ci viene detto che le religioni favoriscono la spiritualità, il dialogo e la pace civile. La realtà è ben diversa, oggi come ieri. Nel passato dell'Europa le guerre di religione hanno scatenato ogni sorta d'intolleranza e di fanatismo. Oggi, in molte parti del mondo, la fede religiosa serve a giustificare guerre e atti terroristici. I kamikaze musulmani si sacrificano in nome di una religione che diventa puro nichilismo, incarnando un'utopia negativa senza futuro. Contro tutto e tutti, gridano 'viva la morte', proprio come facevano i fascisti spagnoli durante la guerra civile. Purtroppo in tutte le religioni è presente un principio di 'immoderazione' che apre la porta a ogni sorta di fondamentalismo. Non che tutte le religioni siano preda del fanatismo, ma faremmo male a sottovalutare il problema. E non solo nel mondo musulmano".

Si spieghi...

"Dopo 11 settembre, l'aggressività e l'intolleranza del fondamentalismo islamico hanno prodotto atteggiamenti simili anche nelle altre religioni. Così, ad esempio, c'è chi enfatizza le fondamenta cristiane dell'Europa, le quali sarebbero minacciate da una nuova invasione islamica. Le religioni sono sempre più aggressive e dominate dalle fazioni più intolleranti".

Ma è possibile generalizzare?

"Naturalmente no. È un fatto però che la violenza è spesso presente nel discorso e nell'immaginario delle religioni. La Bibbia è un testo pieno di violenza. E un film come 'La Passione' di Mel Gibson insiste esclusivamente sulla sofferenza, sul dolore e sulla morte. In India, un milione d'indù demoliscono una moschea e uccidono i musulmani che la difendono perché pensano che sotto ci sia un tempio di Rama".

L'ateismo può essere un'alternativa?

"Non voglio dire che si debbano sradicare le religioni. Solo un tiranno come Stalin poteva pensare una simile assurdità. Si tratta invece di sviluppare un polo di pensiero ateo, capace di fare da contrappeso alla progressione incontrollata del discorso religioso. Occorre mostrare cosa significa vivere e fondare un'esistenza senza il concorso della religione. Bisogna tornare ai pensatori che si sono liberati dal pensiero religioso, a cominciare da Voltaire. Bisogna far circolare il loro pensiero".

La sua definizione di ateismo?

"È ateo chi non ha bisogno di un dio per spiegare le leggi di natura, le istituzioni umane, il senso e l'organizzazione della vita. Essere atei significa rifiutare una giustificazione sovrannaturale del mondo, sul piano etico-morale come su quello scientifico. Per altro, proprio la tecnologia contribuisce a volte allo sviluppo di credenze pseudo-religiose".

In che modo?

"Purtroppo, il successo della scienza non implica un razionalismo diffuso e condiviso. Anzi, l'incapacità di comprendere e dominare tecnologie sempre più sofisticate facilita l'oscurantismo moderno e l'idolatria. Il risultato è un mix di superstizione e di tecnologie avanzate che produce una visione magica del mondo, al cui interno c'è ampio spazio per la religione. Abbiamo bisogno di adorare ciò che non siamo in grado di capire".

Perché l'ateismo fa paura?

"Molte persone non sanno bene cosa sia l'ateismo, ma in maniera confusa lo sentono come una porta aperta verso ogni forma di depravazione. Vale ancora la vecchia paura dei moralisti: se Dio è morto, allora tutto è permesso. Per costoro, è la fine di ogni morale e di ogni possibilità di vita collettiva. Il che equivale a considerare la divinità un gendarme che ci obbliga a rispettare le leggi. Non mi sembra però che i grandi crimini contemporanei siano commessi in nome dell'ateismo. Al contrario, l'ateismo è un'immensa responsabilità affidata a ciascuno di noi. E proprio perché non siamo soggetti a leggi divine, dobbiamo essere responsabili e fare da soli, mostrandoci capaci di elaborare un nostro sistema di valori etico-morali".

Essere atei è anche una militanza?

"Io sono per un ateismo cosciente che si traduce in un impegno costante. Ciò significa denunciare tutte le forme del pensiero religioso presenti più o meno insidiosamente nella nostra vita per non subire passivamente la religiosità diffusa che ci viene imposta dai luoghi comuni della cultura dominante. Occorre difendere la laicità e ritrovare il nostro senso critico. Solo così il diritto di credere e quello di non credere saranno sullo stesso piano".

 

 

 

L'Unità 31.10.2004
La politica e la fede
di Furio Colombo
 

Deve la fede, intesa come verità, prevalere non solo nel contesto di ciascuna vita di credente ma anche nella vita dei non credenti, nelle decisioni politiche che riguardano tutti? Se la fede prevale, non si forma una sorta di imposizione in nome della verità religiosa che si trasforma in legge?
Queste domande nascono da un titolo di questo giornale (8 ottobre) che, dando notizia della conclusione della Settimana Sociale dei cattolici, riassumeva con la frase: «Appello del Papa ai cattolici: entrare in politica per imporre la fede». Il titolo era motivato da alcuni passaggi letti, a conclusione dell’evento cattolico, dal Card. Ruini. Il passaggio chiave era quello che attribuiva al laicismo la colpa di coltivare il relativismo (ovvero il riconoscimento di altre verità diverse dalla propria) definendolo «rischio e minaccia per la democrazia». La democrazia - secondo il testo letto da Ruini - sarebbe stata garantita solo se «fondata sulla verità». Perché «senza il radicamento nella verità l’uomo e la società rimangono esposti alla violenza delle passioni e a condizionamenti occulti». Una lettrice, la signora Anna Maria Stua, aveva scritto per dire, da credente, che «la fede non si può imporre perché appartiene alla inviolabile libertà della coscienza». L’ipotesi dell’autrice della lettera era che l’Unità, con quel titolo, aveva deformato i fatti e forzato il senso delle cose dette nella Settimana Sociale dei cattolici. La lettera della signora Stua e la mia risposta sulle pagine de l’Unità sono state seguite da numerose lettere e-mail che rendono utile tornare sull’argomento.

 

IL 23 ottobre avevo risposto alla lettera della signora Stua (pag. 1 e pag. 24 de l’Unità) notando due aspetti del problema: il primo è che vi è certo un’aspirazione a imporre la fede quando si chiede che essa si trasformi in legge per tutti. La seconda per notare che, per fortuna, un clima di intelligente e rispettosa convivenza esiste in Italia, accanto, e nonostante l’integralismo di molti. E usavo come testimonianza una frase di Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni, che in occasione di un dibattito con non credenti ha detto (questa era la mia citazione a memoria): «Ciascuno di noi possiede solo una piccola parte della verità. Perciò possiamo vivere accanto, ciascuno rispettoso dell’altro». Si trattava di un dialogo fra Mons. Paglia e Arrigo Levi, che per fortuna è riflessa in modo molto più completo in due libri che citerò secondo la data di pubblicazione: «Lettera a un amico che non crede» di Mons. Vincenzo Paglia, Rizzoli, 1998, e «Dialoghi sulla fede» di Arrigo Levi, Il Mulino, 2000.
Di Vincenzo Paglia ricorderò questa frase essenziale: «Ai laici e ai credenti è chiesto di inventare nuove “vie di mezzo”, di interrogarsi sulle vie della salvezza, sui modi per combattere la superstizione e allontanare l’idolatria, sulle strategie per difendersi dai sincretismi ingannatori e ostacolare i fondamentalismi, su come praticare la vita interiore e difendere la pace e saper ascoltare il grido di tanti popoli» (pag. 27). Come si vede è una affermazione coraggiosa, una finestra aperta su un vasto paesaggio di comprensione reciproca fra ispirazioni diverse che corrisponde alla frase «ciascuno di noi possiede una piccola parte di verità...» che gli avevo attribuito nel mio articolo.
Il libro di Arrigo Levi che ho appena citato è notoriamente un diario in pubblico sul “dialogo delle fedi”, ovvero sul come sentimenti e culture diverse convivono. Stiamo parlando di un’Italia profondamente civile che precede l’epoca sboccata dei finti credenti (si pensi alla invocazione delle radici cristiane da parte della Lega e di An)e di eventi come “il caso Buttiglione” destinato a segnare tristemente la storia della nuova Europa. Qui, nell’Italia del rispetto che stiamo citando, ogni parola ha un peso, e non è il “politicamente corretto” delle parole che conta, ma l’elaborazione attenta e misurata di passaggi difficili, da parte di persone che non si accontentano delle buone maniere e cercano, nella diversità, veri punti di contatto sia umani che culturali.

A pag. 55 del suo libro, Levi cita il Card. Martini che dice: «Le religioni sono l’esprimersi storico, dottrinale, sociale della fede e in questo esprimersi storico possono entrare valori e disvalori etnici, politici, nazionali che diventano motivo di conflitto». A questo punto Levi chiede al card. Martini: «Non vi è illogicità nel dialogo fra credenti, ciascuno dei quali ha una sua verità rivelata?». «No - replica il Cardinale - perché la verità rivelata non è una verità matematica. Verità è una parola che uso malvolentieri perché è una parola troppo grande, è una apertura su un mistero più grande, e io non riesco se non a intuire qualcosa, a balbettare qualcosa di questo mistero più grande di noi. Perciò è possibile dialogare con altri che, come me, non si accontentano delle cose che hanno davanti, se no non dialogherebbero. Citando Bobbio, l’importante è essere pensanti: non ci domandiamo se siamo credenti o non credenti, ma pensanti o non pensanti».
Queste parole del Card. Martini ad Arrigo Levi, che Levi riporta nel suo libro, corrispondono nitidamente alla citazione di Mons. Paglia da me riportata, sia pure a memoria. E ci indicano un modo di parlare di fede in un tempo e in un luogo (questa Italia) in cui la religione viene usata come strumento di intimidazione e di governo nel tentativo di isolare i miscredenti, vuoi islamici (la invocazione ripetuta alla guerra santa), vuoi “comunisti” (ovvero tutti coloro che si oppongono). Ci parla della preoccupazione morale e culturale di impedire uno scontro come conseguenza del non riconoscersi. È una testimonianza di civiltà. E per questo, in un momento difficile e torbido della vita italiana, è sembrato importante, rispondendo alla lettera della signora Stua e poi alle molte e-mail ricevute, parlarne ancora in queste pagine.

il manifesto - 06

Novembre 2004

EUROPA
I mercanti e i fedeli
Fede e diritto Giuliano Amato alla ricerca dei valori cristiani
MICHELE PROSPERO
La vittoria di Bush renderà ancora più timide le già gracili istanze laiche nella politica italiana. Giuliano Amato su Repubblica di lunedì ha presentato la fede come «una marcia in più nel portare ciascuno verso il riconoscimento dell'altro». L'homo religiosus con il suo amore disinteressato ha dunque la meglio sull'homo laicus la cui ragione è invece debole quale movente dell'azione altruistica. Ma Hume era stato molto più sottile nell'esplorazione delle effettive motivazioni dell'agire. L'amore generico per gli altri così come la ragione fredda e calcolatrice erano ritenute del tutto impotenti quali fattori di azione concreta. Debole come fondamento di un'etica, la maschera della religione - sospettava Locke- può tuttavia alimentare ogni sorta di fanatismo. Se davvero l'amore è quella marcia in più per il riconoscimento dell'altro perché mai proprio Amato giudica «uno dei momenti più alti» dell'attuale pontificato la frequente richiesta di perdono? Nella storia europea spesso l'amore ha marciato con l'odio teologico e questa pretesa «leva molto più forte e molto più mobilitante» ha lacerato i corpi nella notte di San Bartolomeo riesumando i fasti dell'antropofagia. Che l'amore possa esigere la forza è evidente in Agostino, il primo a teorizzare la possibilità di fare ricorso alla violenza per salvare l'altro dalla perdizione. E non sono stati proprio i teologi ad elaborare la dottrina della guerra giusta che prevedeva una netta divisione tra il territorio dei fedeli e quello dei pagani oggetto di legittime acquisizioni territoriali per iusta causa? Ma per Amato l'Europa oggi ha bisogno della religione che conduce «verso scelte di vita non egoiste, non edoniste». Contro il malignum saeculum e contro le novitates la chiesa si è sempre scagliata condannando il gioco, la danza, il riso, lo sport, gli attori che non potevano ricevere sacramenti e degna sepoltura. Contro la fragilità umana la chiesa ha rivendicato il controllo dei negozia illecita, dei colori, degli abiti, dei corpi, dei libri, dei costumi, del linguaggio. Ora Amato sospetta che c'è qualcosa di fragile nel progetto moderno che fa precipitare la questione di Dio nel foro interiore. Non regge più il carattere puramente privato della fede e vacilla il rifiuto moderno di tramutare i peccati in colpe giuridiche. Senza i valori religiosi le società sarebbero preda del culto del denaro. Per questo in Europa alla moneta deve seguire l'anima. Accanto al mercante deve comparire una comunità di fedeli. Amato vede la religione come un'etica positiva che riesce a «mantenere solido il tessuto della convivenza». Una società senza fedeli (e in Europa il 25% si dichiara non religioso, il 58% non è battezzato) non si tiene, degenera in edonismo sfrenato. Per questo l'Europa di Amato «ha bisogno delle religioni» per rinvigorire una morale condivisa, per arginare lo scandalo del dubbio corrosivo.

Sarebbe dunque auspicabile un rallentamento della separazione tra diritto e religione. Amato evoca le radici cristiane per «frenare la spinta ai diritti senza limiti, alla libertà senza responsabilità». Va da sé che i limiti sono quelli invocati dalla religione per frenare l'individualismo. Le responsabilità sono quelle auspicate dalla chiesa come comunità che osserva e controlla. Il diritto non ha in sé il senso del limite, occorre un freno esterno. Aveva dunque torto Alberico Gentile quando intimava ai teologi di tacere perché le questioni del diritto internazionale nulla avevano a che spartire con la fede e con la potestas spiritualis della chiesa? Sbagliava Hobbes a proclamare che l'autorità laica e non la verità religiosa sono il fondamento della legge»? Aveva torto Bayle a ipotizzare che «una società di atei potrebbe svolgere ogni attività civile e morale come qualsiasi altra società»? Anche Kant era in errore quando rendeva autonoma la categoria giuridica dalla religione? Per Amato la potestas politica deve ascoltare la voce dell'auctoritas religiosa, il cittadino deve essere fedele altrimenti la convivenza degenera. I valori non sono quelli della costituzione ma occorrerebbe rintracciarli nei sacri testi o nel cuore. Perché non proclamare la tradizione cristiana come fonte sussidiaria di diritto? In Israele è stato fatto così per l'ebraismo.

Amato scrive che la dignità umana è «il legato più inequivocabile e trasparente delle radici giudaico-cristiane della nostra civiltà». A suo giudizio, la dignità della persona con i suoi diritti originari è un risultato del cristianesimo (nell'ordinamento giuridico islamico manca la nozione di diritto naturale). Però anche nel diritto canonico sono rintracciabili limitazioni della capacità giuridica e nel 1227 la chiesa era per l'obbligo alle donne di portare il velo. Solo l'Europa cristiana ha prodotto il modello di organizzazione teocratico. Per quanto riguarda la favola di una erosione della schiavitù grazie al messaggio cristiano è sufficiente leggere Paolo di Tarso: «tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù stimino degni di assoluto rispetto i loro padroni». Nella storia della chiesa a lungo è prevalso un particolarismo che suggeriva cautela nella stessa conversione del mondo pagano, invidiabile serbatoio di schiavi. Più che la forza dell'amore cristiano, nel superamento della schiavitù deve aver pesato una cosa molto più prosaica. Il sistema servile viene accantonato - come intuisce Adam Smith- perché «il lavoro fatto dagli schiavi è il più caro di tutti». L'amore e la carità c'entrano davvero poco. Il diritto romano, a digiuno di pietà e teologia, aveva escogitato l'istituto della manomissione degli schiavi.

E' evidente che l'appartenenza all'umanità come fonte per il conferimento di diritti originari a ciascun corpo è una scoperta delle rivoluzioni moderne. Certo, nella teologia dal puro fedele si passa alla persona, ma l'infedele non è mai persona. Per Tommaso l'homo christianus prevale sull'homo naturalis e solo il battesimo rende un puro corpo una autentica persona. Molte legislazioni italiane preunitarie in nome della fede prevedevano per gli ebrei luoghi speciali sorvegliati e un nastro rosso per il loro riconoscimento. Secondo il codice canonico del 1983 la capacità si acquista solo con il battesimo. Per il vecchio codex i bambini cattolici non devono frequentare le scuole neutre o miste. La chiesa arriva a recepire i diritti umani, ma non li ha certo fondati. Ecco cosa chiedeva Pio IX (lo stesso che parlava di «cani ebrei») al re: «fare tutto quello che può affine di allontanare un altro flagello, e cioè la istruzzione obbligatoria». Il dogma della infallibilità del papa non vale per la grammatica: il pontefice scriveva istruzione con due z.

Su tutte le crocevie del diritto la religione reintroduce una dimensione censoria. Il soccorso della fede (che parla della omosessualità come di un disordine oggettivo, guarda con preoccupazione ai matrimoni misti) segnerebbe il ritorno di status e discriminazioni. Non si ha alcun universalismo dei diritti senza espungere dall'ordinamento tutte le componenti sacrali. Quel tanto di ethica mondana o solidarietà presente in Europa nulla ha a che fare con la fede o il dono, essendo piuttosto il risultato della lotta. Non c'entra molto l'amore, piuttosto conta il rapporto delle forze sociali. Nessun freno etico-religioso oggi limita lo strapotere dell'impresa che spazza via quei principi di solidarietà che si erano tradotti in diritti sociali. Ma questo pare ormai rimosso dalla sinistra moderata che guarda al futuro volgendogli le spalle.

 

 

 

  

 

La Repubblica di oggi martedì 13 aprile 2004 a pagina 17
 
La sfida tra religioni che esclude i laici
Michele Serra


Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo
delle fedi religiose noi senzadio siamo al margine di
ogni discorso


In un lungo e popoloso dibattito televisivo sulla
"Passione" di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho
atteso invano che uno, almeno uno dei tanti contendenti
rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un
non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che,
nell'intreccio infocato della discussione sul mondo,
l'invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo
momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo,
opprimente.

Non mi sento previsto, anzi, non sono previsto. Nelle
discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani
debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono
previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato
Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il
Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso
rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!)
geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere
l'umanità secondo la decrepita antinomia Mori e
Cristiani, davvero non compaio. E se una bomba dovesse
interrompere il mio distratto transito per le strade
della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe
autorizzato a iscrivermi nell'elenco dei crociati
uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe
iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire
una querela postuma.

Spiazzati, anzi sfrattati dal rinvigorire furibondo
delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di
ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la
nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di
essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la
nostra vaga eppure sentita religione dell'uguaglianza
tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche
modo, amici di tutti. E cosi, quando leggiamo certi
proclami che sortiscono dall'islam più razzista, che
annunciano morte alle altre due religioni di Abramo, la
tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono
dimenticati degli atei, forse la scampo...) cede presto
il passo allo scoramento.

Compaiono (giorni fa, a Napoli) manifesti del Cristo di
Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti)
che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per
contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano
chiese e chiesette di reverendi reazionari,
evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di
cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano
della Lega, molti europei rigettano l'idea che siano
stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e
libertà, e il revisionismo della destra italiana
rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel
brigantaggio per scovarne il valore "popolare" e
antiborghese dell'antistatalismo.

Con un amico miscredente ci si chiedeva, con allegro
malumore, se non siano maturi i tempi per organizzare
una jihad atea. Ma, per la verità, già ebbe luogo, nel
comunismo dell'Est, non meno repressiva e catechistica
di tutte le offensive confessionali. E finì male, come
meritava, perché l'evangelizzazione atea è un ossimoro,
e il proselitismo è in sé la proiezione dogmatica di un
Principio al quale informare, con le buone o con le
cattive, gli altri.

Sì, l'idea di organizzare gli atei ha un che di
involontariamente chiesastico, di intruppato e
escludente. E tuttavia, bisognerà pure fare qualcosa,
noi che visitiamo con uguale rispetto le cattedrali e le
moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che
consideriamo l'accusa di "deicidio" agli ebrei, le
feroci faide confessional-condominiali in Gerusalemme, o
il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e
folli cascami di tragedie arcaiche, morti che
ghermiscono i vivi, vecchie ossa che mandano a crepare i
ragazzi...

La tolleranza è un pensiero debole, non consente di
colmare il vuoto identitario con l'attraente
immutabilità delle certezze confessionali, delle
tradizioni ispirate dal Ciclo, soffiando sulle braci
antichissime che ancora covano sotto la cenere.
Soprattutto, la tolleranza non fornisce il conforto di
un Nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo
sul baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure
che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e
il più presto possibile, una sua voce udibile, una sua
forma culturale e fors'anche politica, e reclami il suo
posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non
resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non
illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire
ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I
tempi sono di ferro e sangue, e organizzare i disarmati
e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che
la sola via di scampo, è anche la cosa più difficile da
fare, quando non si ha un Libro da brandire o un
paradiso da promettere.