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Autonomia e Lavoro di Pietro Ancona                                                                 

Nel 1946 con  Regio Decreto veniva approvato lo Statuto della Regione Siciliana, un documento di fondamentale importanza che concedeva una ampia autonomia, un quasi autogoverno, della più importante isola del mediterraneo. Lo statuto fu un avveduto e lungimirante atto del rinascente Stato che dava una risposta positiva, ma alternativa alle maggiori pulsioni popolari che diedero vita al separatismo, una stagione per molti versi oscura in cui la convergenza di interessi planetari degli Stati Uniti con quelli della classe agraria minacciata dalle rivendicazioni dei contadini che occupavano le terre minava l'unità nazionale e strumentalizzava un diffuso risentimento delle masse popolari contro la nazione.

Lo Statuto in sostanza sanciva e tutelava il diritto all'autogoverno riconoscendo all'Assemblea Regionale Siciliana la possibilità di legiferare in materie fondamentali per la gestione dell'economia regionale.

 Recentemente questo Statuto, sicuramente invecchiato in alcune parti, ma dominato da un impianto molto democratico ed autonomistico, è stato sfregiato da una riforma disgraziatamente approvata da quasi tutta l'Assemblea di stampo populistico presidenzialistico ispirata ai peggiori principi d’autoritarismo "democratico" che danno risposte verticistiche e reazionarie alle grandi novità del nostro secolo.

 Le prime elezioni regionali assicurarono un successo strepitoso al Blocco del Popolo, l'unione delle sinistre che apri il cuore alla speranza di milioni di contadini poveri che aspiravano da molto tempo al miglioramento della loro triste condizione e che cinquanta anni prima avevano dato vita al movimento dei Fasci dei Lavoratori duramente represso con anni di carcere del tribunale militare inflitti al suo gruppo dirigente ed a tanti contadini.

 La risposta della destra non si fece attendere: una destra contraria alla riforma agraria appoggiata dagli americani che continuavano a tenere sotto osservazione quanto avveniva in Sicilia per via di una possibile vittoria delle sinistre in Italia che avrebbe alterato profondamente gli accordi di Jalta. Nel caso di vittoria dei  socialcomunisti, la Sicilia era considerata regione di fondamentale importanza strategica per il controllo del Mediterraneo e della stessa Italia.

 Il movimento per l'occupazione delle terre, per riscattare i minatori dello zolfo dalle loro terribili condizioni, la protesta nelle grandi città per il prezzo del pane, un gran subbuglio di tutti i ceti poveri della città e delle campagne determinavano uno stato d’instabilità permanente che destava non poche preoccupazioni in chi gestiva le istituzioni appena sorte o rinate.

 In questo scenario agitato e oscuro maturano le condizioni per la strage di Portella delle Ginestre nella quale, il primo maggio del 1947, perivano undici contadini ed altri restavano feriti, mentre si accingevano a festeggiare accampati attorno al sasso di Nicola Barbato.

  L'eccidio di Portella  si congiungeva all’uccisione di numerosi sindacalisti in gran parte socialisti, delitti rimasti impuniti ma con il visibile marchio della mafia protetta da connivenze d’altissimo livello.

 Portella delle Ginestre e l'ecatombe di sindacalisti ebbero l'effetto di bloccare il processo di crescita della sinistra ed assicurarono al blocco "moderato" di centro-destra un controllo dell'Assemblea che si è protratto fino ai nostri giorni tranne la parentesi milazziana. Non si può dire che i governi di centro-sinistra abbiano segnato con misure e programmi apprezzati dalla popolazione in modo diverso, alternativo, la gestione dell'Autonomia. Questi sessanta anni  sono stati dominati da alcuni essenziali processi economici che hanno inciso a fondo la struttura sociale.

 La riforma agraria liberò la Sicilia dal feudo ma fu un clamoroso fallimento non riuscendo ad avviare né la piccola proprietà coltivatrice che Fanfani riuscì a far decollare in vaste zone dell'Italia, né grandi aziende di tipo cooperativistico. Il fallimento della riforma generò un movimento emigratorio verso l'Europa ed il resto del mondo che fu certamente una tragica lacerazione del tessuto familiare delle nostre comunità ma anche una grande pompa per attingere dall'estero risorse finanziarie purtroppo in gran parte utilizzate soltanto per consumi familiari o per l'acquisto o la costruzione di modeste abitazioni.

 La vera rivoluzione sociale non fu la riforma agraria, ma l'emigrazione che portò la Sicilia a contatto con la modernità a cominciare dalle prime radioline a transistor e dall'esordio della motorizzazione.

 Intanto, la grande industria chimica e petrolchimica, bisognosa di spazi e di condizioni esterne di grande favore a cominciare da una debolissima pubblica amministrazione ricattata dal bisogno di lavoro delle popolazioni, s’installava nei luoghi  mitici della Sicilia greca, in bellissime contrade sul mare ricche di storia millenaria ed incontaminate, producendo un drammatico impatto ambientale ma anche una profonda trasformazione della situazione socioeconomica che passa velocemente dal paesaggio pastorale di Teocrito alla più moderna concentrazione industriale del Mezzogiorno.

 La provincia di Siracusa e Gela sono colonizzate da industrie chimiche che assicurano migliaia di salari industriali destinati a mutare profondamente il volto della Sicilia.

  Nessuno si curò delle terribili conseguenze sulla salute e sull'ambiente di tali enormi insediamenti di raffinerie ed altro. Se qualcuno sollevava la questione veniva o restava isolato. Gli stessi sindacati non fecero quasi niente per contrastare la subordinazione di tutte le risorse ambientali ed umane al bene delle imprese presenti. In effetti, una condizione d’ignoranza generale favoriva un’industrializzazione che avrebbe portato danni immensi alle popolazioni ed all'ambiente.

 A chi timidamente faceva osservare che forse la Sicilia doveva utilizzare quei territori per il turismo e l'agricoltura, si rispondeva che non volevano un'isola di camerieri, ma la moderna cultura industriale.

 I risultati sono drammatici: migliaia di bambini malformati, centinaia di morti per tumori di vario tipo, inquinamento perenne del suolo, delle acque, del mare. Una condizione gravissima in cui qualche volta interviene la magistratura subito scoraggiata dal fatto che si preferisce morire di tumore piuttosto che di fame.

  La storia dell'industria chimica è oramai una storia di deindustrializzazione. Abbiamo i resti di quello che fu un polo di circa centomila addetti, resti pericolosi perchè gli impianti sono oramai fatiscenti e ogni tanto sfuggono di mano a chi li controlla.

  Altri fondamentali insediamenti industriali non furono mai realizzati. Durante il governo dell'On.le Emilio Colombo negli anni settanta venne fuori un pacchetto di provvedimenti che includevano un centro elettrometallurgico da realizzare a Capo Granitola, altra bellissima zona costiera e si sviluppò la contesa sul quinto centro siderurgico, una contesa che rischiò di mettere contro la Sicilia e la Calabria ma che alla fine svanì in una bolla di sapone.

 I sindacati siciliani diedero vita alla cosiddetta "vertenza Sicilia" che mobilitò nel profondo i lavoratori. L'esito non è stato positivo, essendo l'impianto delle rivendicazioni prevalentemente rivolto verso le Partecipazioni Statali ed il Governo quando già altre problematiche relative alla privatizzazione bussavno alla porta e lo Stato imprenditore cedeva le sue aziende.

 L'insediamento che ha retto meglio nel tempo è stato quello della Fiat di Termini Imerese recentemente  coinvolta da una profonda crisi dalla quale stenta ad uscire.

 

Prima della fine ingloriosa dei cavalieri del lavoro di Catania coinvolti in gravi fatti di mafia, si creò e durò per qualche tempo il mito della Milano del Sud. In verità non è mai esistita alcuna Milano nel Sud. Soltanto di recente di è creato uno stabilimento di altissima tecnologia elettronica che impiega manodopera superspecializzata fatta d’ingegneri e tecnici. Ma è soltanto un punto di eccellenza in un deserto.

 In questo quadro  in cui sono più le macerie dall’industrializzazione degli anni sessanta che le novità di nuovi insediamenti in settori trainanti dell'economia, brilla l'unico grande successo ottenuto dalla Sicilia con la propria caparbia volontà: mi riferisco al metanodotto con l'Algeria voluto dall'Ente Minerario Siciliano diretto da Graziano Verzotto contro la volontà e l'ostruzionismo dell'Eni che nel 1972 costituì con la Sonatrak algerina una società denominata Sonens.Questa incaricò la Bectel di uno studio di fattibilità per la posa sottomarina dei tubi e poi diede luogo alla realizzazione di una grande opera di ingegneria e di pace che da decenni assicura l'approvvigionamento di metano per il 26% del fabbisogno nazionale.

 A suo tempo fu detto che bruciare il metano soltanto per usi domestici sarebbe stato come alimentare un camino con legna pregiata. Dal metano si può partire per la creazione di industrie ad alto contenuto tecnologico. Niente di tutto ciò ha visto la luce. Naturalmente la Regione è stata completamente estromessa.

L'Ente Minerario Siciliano è stato proponente dell'unico programma di sviluppo industriale che abbia mai avuto la Sicilia dopo quello presentato dalla Confindustria negli anni cinquanta e che provocò la rivolta di La Cavera. Un programma che riguardava anche i sali potassici e le sabbie silicee di cui è ricco il palermitano.

 Sono dell'opinione che bisognerebbe riflettere sulla primazia del privato e delle privatizzazioni. Il metanodotto non sarebbe mai stato possibile se l'Ente Regione  non avesse rischiato ed impostato il progetto. Penso che si dovrebbe riesaminare tutta la situazione delle risorse minerarie della Sicilia  e riproporre un Ente, un’Agenzia in grado di lavorare e predisporre piani, programmi, progetti. In sostanza lo sviluppo non può essere la variabile dipendente d’investimenti privati che o non ci sono o hanno interessi non coincidenti con quelli della Regione.

  A tracciare un bilancio assai sommario si può affermare che abbiamo assai meno di quanto eravamo riusciti a realizzare negli anni cinquanta e sessanta a parte le novità veramente interessanti del campo agricolo con successi particolari nella commercializzazione dei vini e nella specializzazione dei vigneti che ci hanno collocato in un posto più che onorevole nei mercati internazionali. Certo la Regione dovrebbe potenziare l'apparato di studi e ricerche che sta alle spalle del settore proteggendolo dalle variazioni che il mercato presenta e consolidandone i dati di qualità duratura nel tempo.

La spietata concorrenza cui è sottoposta tutta la nostra produzione agricola a cominciare dall'agrumicoltura  dovrebbe indurre la Regione ad incentivare il miglioramento della qualità dei prodotti. Un sostegno che non privilegi il parassitismo ma che aiuti i nostri prodotti a stare nelle nicchie alte del mercato.

 Tutta l'economia regionale subisce contraccolpi negativi dalla presenza della Regione. La Regione è diventata un buco nero che assorbe le risorse finanziarie e le usa per mantenere una struttura elefantiaca e grottesca estremamente costosa e viziata, per foraggiare con vari assistenzialismi clientele elettorali, per dissipare con vari sistemi di consulenza o di esternalizzazione dei servizi risorse preziose.

  Allo stato delle cose piuttosto che dare più risorse a questa terribile idrovora sarebbe meglio chiudere tutto e ricominciare da qualche altra parte. Ma questo purtroppo non è possibile.

  La domanda che mi pongo è la seguente: è riformabile la Regione dall'interno? Un cambiamento di gestione politica dal centro destra al centro sinistra potrà aiutarci a ritrovare la strada giusta?

  Forse non basterà. Bisognerà, a mio parere, imparare ad usare i referendum, coinvolgere i siciliani nella formazione delle leggi ed avere un programma radicale di risanamento finanziario a partire dal fondo regionale pensioni che non può essere un'oasi privilegiata nel regime pensionistico nazionale. Occorre  un progetto di razionalizzazione degli apparati burocratici ricavandone quanto serve per un buon funzionamento dell'amministrazione bloccando le assunzioni fino a quando non si starà attorno ad un ragionevole organico. Occorre abolire tutte le consulenze e tutte le  esternalizzazioni e le faraoniche spese di rappresentanza della Regione nel mondo;  riformare la politica nel senso di ridurre a retribuzioni accettabili gli emolumenti di tutto il personale politico ed il costo complessivo dello stesso che si è moltiplicato negli ultimi anni.

  Non si può guardare al futuro con speranza a bordo di una faraonica e costosa imbarcazione con migliaia di addetti  che ne divorano le sostanze. Quanto tutte le risorse vengono usate per le spese correnti non c'è spazio per progetti nuovi ed investimenti a lungo termine nella ricerca e nel sostegno esterno al sistema economico.

   Suggerisco, come primi provvedimenti, la revoca delle riforme apportate allo Statuto, l'abrogazione della legge elettorale, l'abrogazione delle leggi per i gabinetti politici degli assessori, una drastica riduzione degli stipendi dei deputati, la revoca dei privilegi a loro accordati, insomma segnali che i Siciliani possono riconoscere come manifestazione di una volontà di guarire dalla megalomania di un apparato barocco costoso ed offensivo per la condizione media delle nostre popolazioni.

  Ho creduto molto nell'Autonomia Siciliana e ne sono molto deluso. Non si tratta soltanto del cattivo uso che ne abbiamo fatto, ma di un sostanziale errore nella struttura della pubblica amministrazione che non può essere una continua clonazione dell'apparato centrale dello Stato e magari mentre questo dimagrisce e diventa più agile la Regione diventa obesa.

 

 

----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: redazione@ilmanifesto.it
Sent: Tuesday, September 16, 2008 10:48 AM
Subject: per un movimento abolizionista delle Regioni
Le Regioni si avviano, con il federalismo, ad acquisire nuovi poteri in materia fiscale e non solo
Per quanto mi è dato di osservare in Sicilia, regione dotata di Statuto Speciale, l'esperienza dell'amministrazione regionale è del tutto fallimentare, deleteria e pericolosa per il futuro.
La Sicilia ha un bilancio triennale fatto di cifre vertiginose che però rapportato alla vita di tutti i giorni delle persone ed alla vita del territorio è come se non ci fosse, se non per l'irpef con tendenza costante all'aumento e per i ticket sempre più odiosi che si pagano per le medicine e le cure mediche.
 Sono certo che se appena un terzo delle somme oggi sperperate dalla Regione fossero destinate a rinnovate amministrazioni comunali (le uniche che forniscono servizi reali ai cittadini) forse staremmo tutti meglio.
  Bisognerebbe cominciare con il chiudere l'assemblea regionale siciliana nata con uno Statuto antidemocratico e largamente peggiorato dal consociativismo politico siculo e smantellare uffici del tutto inutili dai quali non si ricava che autoreferenzialità burocratica protesa nel vuoto assoluto.
  La Regione è soltanto un costo destinato ad appesantirsi ed a gravare sempre di più sui contribuenti.  Pietro Ancona  

 

----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: <grandenud@tin.it >
Sent: Sunday, September 09, 2007 9:10 AM
Subject: Fw: Pausa riflessione sulle Regioni. Scioglierne alcune.
 
Prima di andare avanti ad occhi chiusi verso il federalismo fiscale ed il conseguente conferimento di nuovi vitali poteri alle Regioni, sarebbe non solo utile ma necessaria un'analisi approfondita di che cosa  queste sono diventate nel corso di questi ultimi  anni e particolarmente dopo la Legge Bassanini e l'attuazione del titolo V della Costituzione.
Basta scorrere i titoli e poi leggere i testi delle leggi varate da tante Regioni  italiane da quella lombarda che impone la privatizzazione dell'acqua ai comuni con la conseguente nomina di ben prezzolati consigli di amministrazione e rincaro delle bollette a quella calabrese che è tutta in funzione degli interessi oligarchici e di clientela dei gruppi presenti nel Consiglio Regionale. Ho letto sette od otto leggi della Regione Calabria tutte rivolte a creare enti e sinecure del tutto inutili ma costosissime.
Ci sono situazioni che richiedono l'intervento immediato del Governo. La Regione Siciliana ha un Presidente sotto inchiesta della Magistratura per ipotesi di reati di favoreggiamento alla mafia mentre la Regione Campania è sommersa dai rifiuti e non riesce a spendere con giustizia e razionalmente il proprio denaro.
Nonostante i recenti roghi abbiano distrutto milioni e milioni di animali selvatici ed uccelli la caccia viene riaperta perchè non si osa dispiacere la lobby dei cacciatori. Particolare preoccupazione desta la situazione della Regione Calabria con le minaccie di morte prima al Presidente della Regione ed ora al segretario di un Partito della maggioranza.
Credo che bisognerebbe procedere allo scioglimento di alcune di queste Regioni a cominciare dalla Calabria e rivedere del tutto la funzione della Conferenza Stato Regioni che si rivolve in un mercanteggiamento spesso ai danni delle popolazioni amministrate. Pietro Ancona

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Chiudere la Regione
 
  La Regione Siciliana, da molti anni, almeno dalla gestione Nicolosi che ne fece un organismo elefantiaco di oltre trentamila dipendenti  con l'assorbimento di migliaia di dipendenti provenienti da disciolti enti nazionali, organismo inutile dal momento che aveva egli stesso inaugurato una sorta di cupola, di governo parallelo (definizione dello On.le Parisi allora capogruppo del pci), è diventata non soltanto inutile ma certamente dannosa per i siciliani.
  Fino alla gestione Nicolosi le spese di investimento del bilancio regionale superavano di gran lunga le spese correnti. Non era certamente tutto oro genuino quello delle spese di investimenti e magari venivano classificate come partite di investimenti di mera gestione,  ma sicuramente non davano l'idea di un organismo autoreferenziale che consuma le risorse di cui viene dotato. Oggi le spese correnti sono le uniche spese della Regione che inghiottono tutte le entrate, tutte le risorse e gli investimenti sono soltanto quelli provenienti dalla Unione Europea che però vengono intaccati da grossi prelievi per il mantenimento di apparati parassitari che se ne accaparrano  voracemente una parte cospicua.La Regione è indebitata non si sa per quanti anni ed ha ceduto una parte cospicuia del suo patrimonio immobiliare.
 L'avvento della ideologia liberista ha creato le premesse per una rovina totale delle finanze regionali. La gestione delle esternalizzazioni, le cartolarizzazioni, gli indebitamenti all'estero per mantenere consigli di amministrazioni e apparati fatti sfruttando i principi della privatizzazione, ma di fatto sequestrando al pubblico beni e mettendoli a disposizione di privati o di organismi o di fondazioni hanno rovinato la Regione. In sostanza molte delle funzioni della stessa Assemblea regionale sono state "esternalizzate" a privati. Inoltre, i privilegi dei "deputati" regionali sono eguali se non superiori a quelli dei Senatori ed inoltre godono di
molti benefici a cominciare dalle convenzioni stipulate con ditte esterne alle quali la Regione dà certamente un "ritorno".
 Il reddito medio dei siciliani è di circa 21.000 euro l'anno, di un terzo più basso di quello medio nazionale. Bisogna considerare che alla formazione di questo reddito concorrono
una enorme quantità di persone che stanno addirittura sotto i diecimila euro l'anno. Circa l'ottanta per cento della popolazione attiva. Si arriva ai 21 mila di media sommando a questi i redditi dei professionisti, dei ceti benestanti e possidenti.
 Ora, una Regione che ha una Assemblea i cui membri guadagnano in meno di un mese quanto una famiglia povera siciliana riesce a mettere insieme in un anno non ha niente da dire proprio a nessuno, dovrebbe vergognarsi dei propri privilegi che invece ostenta in consumi di lusso, in sprechi, in cortigianerie.
 Il costo della regione, oltre che dell'Assemblea, è diventato astronomico.  si tratta di miliardi di euro. A fronte di questo enorme costo non esistono benefici. Quali sono i servizi che la Regione rende alla cittadinanza siciliana? Qualcuno è in grado di indicarli e di dire se valgono la quantità mostruose di risorse che costano?
 Il servizio sanitario è diventato veramente carente e, per la parte farmaceutica  e degli accertamenti, veramente pesante per i cittadini. Molte specialità medicinali sono a pagamento, altri sono gravati da ticket davvero pesanti. Per le persone anziane la spesa farmaceutica è diventata talmente gravosa da costringere molti a non curarsi.
 Con l'avvento del federalismo fiscale la situazione peggiorerà. Il federalismo significa una cosa soltanto: nuove tasse che si aggiungeranno all'irpef, ai ticket, ai prelievi attuali.
 Mi domando: ma davvero vale la pena di avere una Regione? I Comuni sono entità con una loro precisa identità amministrativa e storica. Qual è l'identità amministratuva e storica della Regione?
 Lo Statuto Siciliano nacque con un compromesso per evitare la proclamazione dell'indipendenza che avrebbe costituito un pericolo per l'Italia postmonarchica. E' antidemocratico. Soltanto recentemente è stato introdotto con molte limitazioni l'istituto del referendum. I Siciliani sentono la Regione come una Entità ancora più lontana dello Stato e sono giustamente invidiosi e critici dei privilegi delle cortigianerie che la popolano.
 Non so come si può fare, ma bisognerebbe aprire un percorso critico che conduca alla liquidazione di questa istituzione. Cosa difficilissima  ma diventata inevitabile dal momento che la regione è irriformabile, che è gestita da una classe politica unita attorno ai suoi privilegi, maggioranza ed opposizione che condividono e votano da sempre le stesse leggi e lottizzano tutto in sfere di influenze.
  Pietro Ancona