Liberazione 20.8.2005
Ratzinger
Papa
mediocre
Riflessioni dopo Colonia
Eppure, anche in questa positiva circostanza di continuità con il suo precedessore, Joseph Ratzinger ci rinvia una sensazione di inadeguatezza - la difficoltà di cogliere un'occasione a suo modo storica, per andare oltre la strada aperta da Giovanni Paolo II. Magari, per avviarsi a riconoscere le enormi responsabilità accumulate dalla Chiesa cattolica nella persecuzione degli ebrei e nell'antisemitismo. Sul versante storico, invece, il papa si è limitato ad un'allusione alquanto generica («la storia dei rapporti tra comunità ebraica e comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa», ha detto), e pochissimo autocritica.
No, non siamo tra quelli che pretendono di spiegare al pontefice di Roma che cosa deve fare e che cosa deve dire. Piuttosto, siamo tra i molti che, a quattro mesi dall'inizio del nuovo pontificato, non riescono a nascondere la loro delusione.
Era lecito aspettarsi, sul soglio di Pietro, una figura paragonabile a Wojtyla, capace di traghettare il cattolicesimo nella crisi nel nuovo millennio. Non un progressista, certo, se mai un «grande reazionario», com'è stato Wojtyla. Non un papa conciliare, certo, se mai un teologo di spessa densità e raffinatezza, in grado di trasmettere un messaggio significativo ai credenti come ai non credenti. Non un religioso moderno, o aperto ai venti del "nuovo", ma un leader spirituale forte, ricco di pensiero forte e di verità - della sua verità. Ma Benedetto XVI, finora, ha disatteso ogni previsione - e ogni "promessa" politica.
Egli ci appare - ci si consenta l'espressione - come un papa "svogliato", freddo, talora anche un po' arido: come quando dichiara che «la Chiesa non è una minestra riscaldata», o come quando si occupa dei problemi del traffico, o come quando enfatizza a dismisura la centralità della presenza del crocefisso negli edifici pubblici.
Si dice che questo low profile sia strettamente legato al carattere introverso di Joseph Ratzinger, al suo disamore per i riflettori pubblici, alle sue propensioni più intellettuali che profetiche. Ma può il capo di un'istituzione millenaria come la Chiesa cattolica avere così in uggia il rapporto diretto con le masse, col popolo dei fedeli, con la realtà viva, che è fatta anche di carne, sangue e passioni? Del resto, in quattro mesi di pontificato, Benedetto XVI non ha quasi dedicato parola alle grandi tragedie in corso nel mondo - le guerre, la fame, il sottosviluppo, l'Iraq, la Palestina, l'Africa. Come se fosse profondamente disinteressato a tutto ciò che accade. Come se non avesse nulla da dire. A parte la promozione di un concetto - la Fede - quasi sempre prospettata in termini siderali, astratti, autoritari. A parte la visita al Presidente della repubblica, con relativa, laicissima, rivendicazione di sostegno finanziario alla Chiesa.
Mentre, insomma, Karol Wojtyla è stato sicuramente un grande papa - un Grande Profeta reazionario che, in nome della lotta alla modernità, ha lavorato per il riscatto della Chiesa e per la causa della pace - Joseph Ratzinger sembra avviarsi sulla strada della mediocrità. Così forse si spiega la rapidità della scelta del collegio dei cardinali e del cardinal Camillo Ruini in particolare: non si voleva un vero successore di Wojtyla, ma una figura modesta con la quale, almeno per qualche anno, porre fine al lungo ventennio di monarchia assoluta.
Pontefice di pura transizione ad una storia in cui rischia di non lasciar traccia, personalità priva di ogni carisma e forse anche di ogni coraggio, Benedetto XVI ci appare oggi soprattutto l'espressione della crisi da cui la Chiesa, per ora, non può uscire. Un po' Celestino V, e un po' don Abbondio. Questo ci passa il convento.
Per papa Benedetto XVI l'Italia è un
laboratorio aperto
e lo scontro sulla procreazione è una partita fondamentale
Via alla battaglia per l'egemonia
ecco la strategia di Ratzinger
di MARCO POLITI
Papa Benedetto XVI
BENEDETTO XVI entra nel fuoco del
referendum e benedice la "concretezza" tattica e strategica del cardinale
Ruini. La battaglia era già stata organizzata nei particolari ben prima del conclave, da cui è scaturito
il successore di Papa Wojtyla. Ratzinger
non può che appoggiarla. Il sostegno, tuttavia, è convinto e totale nonostante
che l'intervento esporrà inevitabilmente il Papa a polemiche come chiunque
entri nell'arena di uno scontro politico. Agli strali l'ex prefetto della
Congregazione per la dottrina delle fede è comunque
abituato.
"L'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale" è stata da lui affermata
solennemente sin dall'insediamento a San Giovanni in Laterano.
Resta significativo che Ratzinger
si schieri con parole molto espressive a fianco della Cei
e dei vescovi per il loro impegno a "illuminare e motivare le scelte dei
cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito
alla legge sulla procreazione assistita".
Nessuna perifrasi. Chiara condivisione della
mobilitazione con cui Ruini si batte per tenere
lontani dalle urne i cattolici, impedendo uno scrutinio del consenso reale a
favore o contro eventuali modifiche della legge. Il suo patronato all'operazione-Ruini
il nuovo pontefice lo inserisce nell'ambito di una strategia per salvare
il "presente e il futuro cristiano nelle case e negli animi degli
italiani".
Dalle tre pagine del suo discorso asciutto e, come
d'abitudine, razionalmente ben concatenato, i duecentocinquanta vescovi hanno
capito subito che il neo-eletto lotterà perché l'Italia rimanga una trincea
avanzata contro la secolarizzazione che ha invaso
l'Occidente. Vincere la battaglia del referendum significa per Ratzinger contrastare lo spettro della de-cristianizzazione,
da lui evocato ancora una volta ieri: "Una forma di cultura, basata su una
razionalità puramente funzionale, che contraddice e tende ad escludere il
cristianesimo e in genere le tradizioni religiose e morali".
Tendenza diffusa un po' ovunque in Europa. Ma -
ed è questa la frase che ha fatto scattare l'attenzione dei presenti -
"qui in Italia la sua egemonia non è affatto
totale e tanto meno incontrastata". Anche tra
quanti non condividono o non praticano la fede cristiana, nota Benedetto XVI,
ci sono molte persone che ritengono la secolarizzazione una specie di
"funesta mutilazione dell'uomo e della sua stessa ragione".
A questa analisi si accompagna,
positivamente, la presenza capillare della Chiesa cattolica in mezzo alla gente
di ogni età e condizione. Per questo, guardando la vasta platea dei presuli
italiani, Benedetto XVI li ha spronati ad incrementare il dinamismo
missionario, a rilanciare le parrocchie, a spingerle alla cooperazione con i
nuovi movimenti sorti nel cattolicesimo come "realtà carismatiche". Altri
tasselli di questa strategia sono l'incoraggiamento al Progetto culturale di Ruini e naturalmente a tutte le iniziative della Cei a salvaguardia del matrimonio
e della vitalità della famiglia.
L'ingresso del pontefice nell'arena politica appare destinato
a svolgersi, tuttavia, su binari ben precisi. Non ci dovrebbe essere uno
stillicidio di dichiarazioni. Da Bari si è già capito che Benedetto XVI intende
scegliere soltanto alcuni momenti selezionati. Inoltre le sue esternazioni
sembrano configurarsi come un appoggio a strategie scelte dagli episcopati
nazionali.
Così è stato in Spagna. Dopo che i vescovi iberici si sono
mobilitati contro il governo Zapatero, Ratzinger ha lanciato il suo appello ai fedeli spagnoli
perché "resistano alle tendenze laiche". Ma
in Vaticano sanno anche benissimo che tre quarti degli spagnoli affermano nei
sondaggi di considerare
In prima linea si staglia dunque la responsabilità degli
episcopati nazionali. E sulla futura organizzazione dell'episcopato italiano Ratzinger sta cominciando a ragionare, con l'occhio rivolto
alla fine del 2006 quando scadrà il mandato del
cardinale Ruini. Sotto la coltre dell'allineamento
dell'associazionismo bianco la realtà cattolica è complessa. Sulle norme che
dovrebbero regolare la sfera familiare i fedeli hanno
spesso idee molto diverse dalla gerarchia ecclesiastica e mal sopportano -
quando sono interrogati nei sondaggi - l'invadenza della Chiesa.
I frammenti di dissenso organizzato, come "Noi siamo
Chiesa", riecheggiano posizioni abbastanza diffuse, quando ricordano che
al referendum "non si tratta di pronunciarsi su grandi principi - a favore
della vita o della morte - ma su alcuni aspetti di una legge, del tutto discutibile, poco applicabile e tesa a voler
imporre a tutti posizioni sull'embrione opinabili anche dal punto di vista di
molti teologi cattolici".
Non è affatto casuale che nelle ultime battute della campagna referendaria il
cardinal Ruini si preoccupi, come ha fatto all'assemblea
della Cei, di affermare che
(31 maggio
2005)
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CONGREGAZIONE PER
NOTA
DOTTRINALE (
di Ratzinger)
circa alcune questioni riguardanti
l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica
24 novembre 2002, Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo.
I. Un insegnamento costante
1.
L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso
seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione
politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli,
«partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1]
Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]
Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.
La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.
II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico
2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.
È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.
3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete — e meno ancora soluzioni uniche — per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14] Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.
Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali i cattolici possono scegliere di militare per esercitare — particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare — il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.
In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.
Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.
III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo
5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.
6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.
Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.
Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della carità”».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.
Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]
IV. Considerazioni su aspetti particolari
7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.
La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.
La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.
Nello
stesso tempo,
V. Conclusione
9. Gli orientamenti contenuti nella presenta Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II. Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]
Il
Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nell’Udienza del 21 novembre
Roma, dalla sede della Congregazione per
X JOSEPH CARD. RATZINGER
Prefetto
X TARCISIO BERTONE, S.D.B.
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario
_________________________
L'omelia di Ratzinger
Testo
integrale pronunciato alla Messa "pro eligendo
Pontefice" del 17.04.05
«In quest'ora
di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare
attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre
letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in
un momento come questo».
«La prima lettura offre un ritratto profetico della
figura del Messia - un
ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge
questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: «Oggi si è adempiuta
questa scrittura». Al centro del testo profetico troviamo una parola che -
almeno a prima vista - appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sè,
dice di essere mandato «a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un
giorno di vendetta per il nostro Dio». Ascoltiamo, con gioia, l'annuncio
dell'anno di misericordia: la misericordia divina pone
un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù
Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di Cristo è
divenuto mandato nostro attraverso l'unzione
sacerdotale; siamo chiamati a promulgare - non solo a parole ma con la vita, e
con i segni efficaci dei sacramenti, »l'anno di misericordia del Signore».
«Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in
solidarietà con la sua sofferenza - diveniamo disponibili a completare nella
nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo».
Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini.
Qui si tratta in
sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella
Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della
maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e
contenuto dell'unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune
partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè
della trasformazione del mondo nella comunione col Signore. Soffermiamoci solo
su due punti. Il primo è il cammino verso la maturità di Cristo; così dice, un
po' semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il
testo greco, parlare della »misura della pienezza di Cristo», cui siamo
chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo
rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E
in che cosa consiste l'essere fanciulli nella fede?
Risponde San Paolo: significa essere »sballottati dalle onde e portati qua e là
da qualsiasi vento di dottrina?».
Una descrizione molto attuale!
«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni,
quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca
del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde -
gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al
libertinismo; dal collettivismo all'individualismo
radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al
sincretismo e così via.
Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo
sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore.
Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene
spesso
etichettato come fondamentalismo. Mentre il
relativismo, cioè il lasciarsi
portare »qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare come l'unico
atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura
del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come
ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
«Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la
misura del vero umanesimo. »Adulta» non è una fede che segue le onde della moda
e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata
nell'amicizia con Cristo. È quest'amicizia che ci
apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e
falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo
maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si
realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito - in contrasto con
le continue peripezie di coloro che sono come
fanciulli sballottati dalle onde - una bella parola: fare la verità nella
carità, come formula fondamentale dell'esistenza cristiana. In Cristo,
coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche
nella nostra vita, verità e carità si fondono. La
carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza
carità sarebbe come »un cembalo che tintinna».
«Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due
piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: »Non vi
chiamo più servi ma vi ho chiamato amici». Tante volte
sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi
inutili. E, ciò nonostante, il Signore ci chiama
amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce
l'amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice
tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia
e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce.
Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo
io: »questo è il mio corpo...», »io ti assolvo...». Affida il suo corpo,
«Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il
"giorno della vendetta per il
nostro Dio"? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura
del testo profetico, non ha pronunciato queste parole - ha concluso
annunciando l'anno della
misericordia. È stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi
dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo
commento autentico a queste parole con la morte di croce. "Egli portò i
nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce», dice San Pietro. E San
Paolo scrive ai Galati: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui
stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno,
perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo
passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la
fede". La misericordia di Cristo non è una grazia a buon
mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo
corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta
la sua forza distruttiva.
Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore
sofferente. Il giorno della vendetta e l'anno della misericordia coincidono nel
mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio: egli
stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi».
«Il secondo elemento, con cui Gesù definisce
l'amicizia, è la comunione
delle volontà. Idem velle - idem nolle», era anche per i Romani la
definizione di amicizia. »Voi siete miei amici, se
fate ciò che io vi
comando». L'amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda
del Padre nostro: »Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».
Nell'ora del Getsemani Gesù
ha trasformato la nostra volontà umana ribelle
in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha
sofferto tutto il
dramma della nostra autonomia - e proprio portando la nostra
volontà nelle
mani di Dio, ci dona la vera libertà: »Non come voglio io, ma come vuoi tu».
In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione:
essere
amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più
amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo,
tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di
essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!».
«L'altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: »Vi ho costituito perché andiate e
portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Appare
qui il dinamismo dell'esistenza del cristiano, dell'apostolo: vi ho costituito
perché andiate? Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine:
l'inquietudine di portare a tutti il dono della fede,
dell'amicizia con Cristo. In verità, l'amore, l'amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri - siamo
sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il
denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri
nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte
queste cose scompaiono. L'unica cosa, che rimane in eterno, è l'anima umana,
l'uomo creato da Dio per l'eternità. Il frutto che rimane è
perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane - l'amore, la conoscenza; il
gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l'anima alla gioia del
Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a
portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la
terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino
di Dio».
«Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini.
La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo,
»ha distribuito doni agli uomini». Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e
maestri. Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il
suo corpo - il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così,
come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto,
preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande
dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo
cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla
vera gioia. Amen».
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I sudditi
anglicani di Sua Maestà non ci pensano due volte a fare le pulci (e che pulci!) al “pastore tedesco” Benedetto XVI.
Sull’“Observer”, supplemento del “Guardian”, e sull’“Independent”,
i due principali quotidiani della sinistra britannica, compaiono due articoli
pesantissimi sul nuovo Pontefice.
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Corriere della sera 08 maggio 2005
Il caso negli Usa
Ratzinger lo critica, via il gesuita-giornalista
Dopo i richiami su gay ed embrione, Thomas Reese lascia la direzione del settimanale «America»
CITTA’ DEL VATICANO - «America», il combattivo settimanale dei gesuiti statunitensi, cambia direttore: lascia Thomas Reese, sessant’anni, che più volte il cardinale Ratzinger aveva richiamato all’ordine lungo gli ultimi cinque anni. Lascia senza dare spiegazioni e non vuole parlare con i giornalisti. C’è chi sostiene che l’abbiano cacciato e chi dice che se ne sia andato «di propria iniziativa», dal momento che il suo censore era diventato Papa. La versione più aspra del fatto l’ha data il New York Times di ieri: l’ordine di «dimissionare» padre Reese era partito dalla Congregazione per la dottrina della fede a metà marzo, con una lettera inviata ai superiori del gesuita quando ne era ancora prefetto il cardinale Joseph Ratzinger. Ma Reese quell’ordine l’avrebbe conosciuto solo al suo rientro in America, dopo il lungo periodo passato a Roma per la «copertura» del periodo di «sede vacante». Più cauto il settimanale National Catholic Reporter , che ha dato per primo la notizia: non conosce l’esistenza di una lettera venuta da Roma in marzo, ma afferma che i superiori avrebbero comunicato a Reese che il «contenzioso» con la Congregazione per la dottrina - accumulato dalla rivista in cinque anni - si era fatto «invincibile». E il titolo è: «Costretto a dimettersi su pressione vaticana».
La versione più pacifica la dà il portavoce della Compagnia di Gesù, Josè De Vera, che ieri ci ha dichiarato: «Padre Reese ha presentato le dimissioni perché ha voluto farlo, non perché gli siano state imposte». C’era o no una lettera della Congregazione che chiedeva quel passo? «Non ne ho notizia e mi pare strano che vi sia», è la risposta. Ma vi erano stati dei richiami? «Sì e più volte». Si trattava - precisa padre De Vera - di richiami verbali, fatti di persona dal cardinale Ratzinger al preposito generale dei gesuiti, padre Peter-Hans Kolvenback. Negli ultimi tempi il richiamo riguardava «in particolare» due articoli: uno che trattava del «matrimonio tra persone dello stesso sesso» e un altro del problema «se l’embrione sia persona». Altro caso spinoso era stato quello della «comunione ai politici cattolici favorevoli alla legge sull’aborto».
Da tempo padre Reese aveva scelto la linea delle «opinioni a confronto»: sui «casi disputati» pubblicava un intervento a favore e uno contro. Più volte dalla Congregazione per la dottrina e dallo stesso cardinale Ratzinger era venuto l’«avvertimento» che «quel metodo non era sufficiente», in quanto la rivista finiva con il mostrarsi «neutrale» anche su questioni nelle quali c’era una «presa di posizione impegnativa da parte del magistero». A favore di chi afferma che padre Reese abbia deciso «di sua iniziativa» di lasciare - dopo sette anni - la direzione della rivista, si può citare un editoriale scritto da Reese alla vigilia del conclave e intitolato «Sfide per il nuovo papa», in quanto fa risaltare la distanza tra il suo atteggiamento e quello del cardinale che è stato eletto Papa: «Durante gli ultimi due decenni più di cento teologi sono stati costretti al silenzio o richiamati all’ordine dalla Congregazione per la dottrina. Una Chiesa che non può discutere apertamente i problemi è una Chiesa che si rinserra in un ghetto».
Dopo l’elezione di Papa Benedetto XVI, «America» ha pubblicato un editoriale nient’affatto contrariato, si direbbe anzi fiducioso. Vi si diceva che nel nuovo Papa «i cattolici hanno un supremo pastore di straordinari doni intellettuali e con decenni di esperienza accumulata nei centri nevralgici delle attività riformatrici seguite al secondo Concilio Vaticano». La conclusione era un invito a «prepararsi a future sorprese», che avrebbero «mandato in frantumi gli stereotipi ereditati dal passato». Non si fa difficoltà a immaginare che padre Reese, autore del primo dei due editoriali, non si sia ritrovato nel secondo, che avrà dovuto pubblicare per decisione dei superiori. E che da qui sia venuta la decisione di lasciare.
Luigi Accatoli