| RASSEGNA STAMPA |
L’Unità 14.11.2003
Intervista
a: Andrea
«Stiamo solo applicando le regole, non accade nulla di speciale», ha dichiarato Jack Metzler, responsabile del cimitero nazionale di Arlington, la verde collina chiodata di croci bianche. Questi regolamenti per la verità erano caduti in disuso da tempo immemorabile, ma per farli tornare in vigore a spron battuto il Pentagono ha citato non meglio precisate lamentele a mo’ di giustificazione. Lamentele da parte di chi? Sinora sono stati padri e madri a farsi talvolta accompagnare da un cronista, infiltrato alle esequie come un parente, per dare l’ultimo saluto ai propri figlioli. Pareva loro un’umiliazione, addirittura un’offesa, essere costretti a seppellirli quasi in segreto, proprio come in certi secoli bui si faceva con gli appestati. E se è stata spezzata la cortina di silenzio, imposta da un governo sempre più in difficoltà a giustificare il perché e il percome di tante vite sacrificate, lo si deve talvolta a qualche anziano parente, che ha accettato di indossare un microfono, perché di quella mesta cerimonia restasse traccia almeno su un nastro, perché attraverso radio e televisioni anche l’America che si era fidata di Bush partecipasse al dolore di coloro che il prezzo della guerra lo hanno pagato in prima persona.
Alla prova dei fatti le ragioni che avevano scatenato l’intervento militare in Iraq si sono rivelate fole o menzogne e adesso l'opinione pubblica inizia a chiedere il conto alla Casa Bianca. La popolarità del presidente Bush, già indicato nei sondaggi come «incapace di gestire una crisi internazionale», sempre cadere in modo inversamente proporzionale al numero delle vittime americane tra le truppe di occupazione in Iraq. Il paragone con la guerra in Vietnam, che qualche mese addietro sembrava un’ubbia dei pacifisti, è divenuto lo standard per le analisi su cui si esercita l’élite militare. Uno studio diffuso ieri dall’agenzia di stampa Reuters, basato su dati ufficiali forniti dal dipartimento alla Difesa Usa, lo bolla addirittura come inadeguato.
La guerra del Vietnam, iniziata ufficialmente l’11 dicembre del 1961, nel
periodo compreso tra i primi giorni del 1962 e la fine del 1964, con 17mila
uomini dislocati sul territorio, costò la vita a 392 militari americani. La
seconda Guerra del Golfo, scatenata da George W. Bush in spregio
dell’opposizione delle Nazioni Unite e di una vasta maggioranza all’interno
della comunità internazionale, mentre andiamo in macchina ha raggiunto un
totale di 398 vittime. Tante quante in Vietnam se ne contarono alla fine del
1965. La guerra lampo teorizzata dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld,
nonostante una schiacciante superiorità di mezzi, 130mila uomini, contro i
17mila di allora, ha fatto in pochi mesi di conflitto più morti di quanti se ne
registrarono in tre anni in Indocina. Prendendo in considerazione la guerra
globale al terrorismo ingaggiata da questa amministrazione, includendo quindi
Afghanistan, Filippine e Sud Est asiatico, il timbro totale delle vittime
raggiunge oggi 488 persone, e il conto esclude il personale civile americano di
stanza all’estero. Ieri l’editoriale del New York Times polemizzava per «i
morti invisibili della guerra in Iraq» e intanto la stampa americana inizia a
prendere le distanze dal lessico della Casa Bianca. Basta chiamare terroristi
quelli che sparano alle truppe di occupazione Usa in Iraq. Saranno ribelli,
combattenti, ma stanno pur sempre a casa loro e non è tra di loro che cercano
bersagli.
«Che vi piaccia o no, le somme di una guerra si tirano in mezzo a un camposanto
ha dichiarato al Washington Post Steven Robinson, un veterano della prima guerra
del Golfo .La gente ha il diritto di vedere le gambe amputate, le bare, lo
sguardo di chi ha perduto un affetto per sempre. Solo così si potrà dire se ne
è valsa la pena».