| RASSEGNA STAMPA |
**********************
CRONACA
http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/inchiesta-cantieri/inchiesta-cantieri/inchiesta-cantieri.html
Il contatto in strada a Milano, poi sui ponteggi per lavorare
dalle sette fino al tardo pomeriggio senza casco e protezioni
Tre euro l'ora per rischiare la vita
"Io, vittima dei caporali nei cantieri"
Abusi, ricatti e pericoli: al lavoro con i manovali irregolari
di PAOLO BERIZZI
A UN CERTO punto mi assale l'angoscia dell'infortunio, e non mi mollerà più.
Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro, quelle
imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal
settimo piano del ponteggio, e se perdi l'attimo, o ti distrai, o se una di
quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla
morsa del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una
betoniera. Stritolato da un cavo d'acciaio. Che le braccia cedano, o
semplicemente di scivolare dall'impalcatura dove mi fanno arrampicare anche
se sono nuovo del mestiere.
Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che vedere con
quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un
caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di
mano: "Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda
nemmeno". Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno.
Dovrò caricarle su un camion, assieme a quintali di altro materiale.
Da buon manovale bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4
euro l'ora. Per dieci ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La
prima settimana di prova, spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal
mattino, finisci, sfatto, alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro.
Niente documenti, sicurezza zero. Alla fine del mese devi pure pagare la
mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha dato lavoro. Per mantenere il
posto. A Milano, in una settimana da operaio abusivo, caporali e capomastri
conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo perché me lo chiede un
collega marocchino.
Sulla trentina, magro, sdentato, quasi sempre alterato dall'alcol. Amil è
uno dei pochi che in sette giorni si prenderà il disturbo di farmi coraggio.
"Non è il massimo, ma è sempre meglio che rubare o spacciare", biascica in
un italiano incerto mentre a bordo di un furgone raggiungiamo un cantiere
alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti tanti come Amil. Schiavi. Con
loro ho condiviso e subìto il ricatto dei caporali. Gente spietata che nei
cantieri della Lombardia spreme migliaia di braccia. In barba a ogni regola
e a ogni diritto.
A Milano e provincia, dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono
immigrati stranieri, nel 2000 erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la
metà. Tutti gestiti dai caporali. È manodopera fantasma, soprattutto
straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è in regola col permesso di
soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia, che gli italiani
rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni, tunisini. E
sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla piramide.
Impresari. O, appunto, mercanti di braccia.
Ti reclutano all'alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per
pochi spiccioli, e se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai
conosciuto. Nemmeno al pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei
guai chi ti ha assunto. E perdi il posto. "Tra il manovale e il caporale c'è
un rapporto esclusivo. Tu devi parlare solo con lui, non fare domande sul
dove e il come e per conto di quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco
Di Girolamo, della Fillea, il sindacato edile della Cgil - a fine mese gli
devi dare la mazzetta, da 200 a 300 euro. La consegna del denaro avviene a
cielo aperto. Oppure, in base all'accordo tra ditte e caporalato, il pizzo è
trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne pagano solo 200".
Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta ancora sotto la linea
dell'orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in piazzale Lotto.
Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I primi sciamano
sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline degli
autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con
dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab
in scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne
speziata. Gli scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli
invisibili dell'edilizia attendono l'arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è
uno dei luoghi dove tutte le mattine all'alba si svolge la contrattazione
per una giornata di lavoro in cantiere.
Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale Maciacchini, piazzale
Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie, Famagosta, Inganni. La
stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere qui alle 5 centinaia
di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono giovani immigrati che
l'inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il contratto nazionale
di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5 giorni
settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso.
Tutelato da niente e da nessuno.
Inserirsi nella filiera del caporalato non è difficile: bastano una modesta
prova di recitazione, un paio di scarponi, jeans sdruciti, giubbotto e un
cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti intorno all'edicola di
piazzale Lotto. "Cerco lavoro, a chi posso chiedere?" Mi dirottano prima su
un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un ucraino. Italiani,
a quest'ora, neanche l'ombra. Arrivano più tardi, al volante di mezzi di
ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e nuovi
furgoni.
L'unico sveglio è l'autista. "Fino a un mese fa facevo il magazziniere, poi
la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio fendendo un cerchio
umano a due passi dalla fermata della 91. "Intanto vai da quello là con il
giaccone nero". È un calabrese, sulla quarantina. Viene da Buccinasco.
Lancia Ypsilon sporca di fango. "Da dove vieni?". "Bergamo. Però vivo qui, a
Bonola". "Che cosa fai?" "Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso sono
fermo". "Edilizia, mai?" "Mai". "Oggi ti va bene, ho uno malato che è
rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la
paga è di 3,50 euro all'ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa,
affari tuoi". Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.
Un'ora dopo siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina.
Salvatore ci scarica lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. "Un
lavoratore regolare per l'impresa ha un costo di 22 euro l'ora. La metà
rimane tra l'impresa appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante
la intasca il caporale - spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione
fiscale contributiva ammonta a 6 miliardi di euro all'anno". Una bella fetta
di Finanziaria.
Nel cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola),
quattro di un'altra squadra. Mentre all'ultimo piano un giovanissimo
muratore albanese getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega
marocchino lo assesta con un pestello, io ne trasporto dell'altro. Prima con
una carriola, poi in secchi stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del
ponteggio. Un piano è sprovvisto di parapiedi.
Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta sassi. Una pioggerella
sottile ha reso scivolose le pedane d'acciaio e il rischio di cadere nel
vuoto è altissimo. "Veloce! Veloce!", grida il caposquadra. Esige il minimo
(per lui) rendimento. Che a me sembra l'impossibile. Alle 17, esausto,
chiedo a Salvatore se per favore può anticiparmi la paga giornaliera. Lui
temporeggia. Si capisce che la richiesta è inusuale. Eppure sono solo 35
euro, per dieci ore di lavoro. "Soldi? Fra 50 giorni - mi gela -
nell'edilizia funziona così, bellooo!".
In Italia il settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila
sono regolari o mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80
vengono messe in busta paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia.
Lo sfruttamento lo senti prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti
scappare. Prima di scivolare da un'impalcatura e spaccarti la testa. Secondo
le stime ufficiali Inail nel 2006 nei cantieri italiani sono morti 258
operai (la Lombardia conserva il triste primato con 46 vittime), il 35 per
cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni sono stati 98 mila. Ma il
sommerso è enorme. I manovali clandestini, i "fantasmi", si fanno quasi
sempre male in silenzio. Persino quando perdono la vita.
Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento per il
giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a cui
ho lasciato un numero di cellulare. "Allora ci vediamo domani alle 6 a
Famagosta". "Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto". Lavoro
ce n'è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi.
Cantiere tra Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è
appena guarito dopo un ferita alla testa. "Mi hanno detto che se andavo in
ospedale non dovevo farmi più vedere". Arriviamo in autobus in corso Lodi.
Ci aspetta la monovolume del capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. "Ti dò
3 euro, 4 se sei svelto.... " è la prima cosa che dice. Fino a qualche anno
fa il caporalato edile era appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è
diverso. Egiziani, albanesi, romeni stanno riproducendo tale e quale il
meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi sono diventati padroni.
Godono tutti di una sostanziale impunità. In Italia lo schiavismo sui
cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il Consiglio dei
ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere discusso da
Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A giudicare dall'esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non
essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà,
pure lui, tra cinquanta giorni.
Eppure la mia parte l'ho fatta. Tre piani di ponteggio smontati. Tra
cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni foggia e dimensione, sono in
tre, lassù, in cima all'edificio. Sgobbano come muli. Mi fanno scivolare giù
la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante. Il tempo di sganciare il
materiale dall'imbracatura, impilarlo sul camion, e altro carico precipita
dai piani alti. "Così non va", mi rimprovera il capo squadra, anche lui
egiziano. Sa che sono un novizio. "Vai su, sgancia quei correnti e passali a
lui". 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima peluria. Niente
casco, niente guanti. A quest'ora dovrebbe essere a scuola, invece è qui a
giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue.
A mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere.
Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d'acqua passa
di bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. "Un mese fa - racconta
Aziz - mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal
ponteggio tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso
sto bene", sorride.
Mezz'ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle passatoie di ferro.
Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all'alba del giorno dopo.
Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non vedrò
mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto
corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito.
Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella
bergamasca dove un tempo l'edilizia era considerata un'eccellenza. Tutto
sarà uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio.
L'edilizia, oggi, è diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in
cattività. A volte lasciati morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri
ne "La Vampa d'agosto". "... è caduto dall'impalcatura del terzo piano...
Alla fine del lavoro non si è visto, perciò hanno pensato che se n'era già
andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì, quando il cantiere ha ripreso il
lavoro... Forse, pinsò Montalbano, abbisognerebbe fari un gran monumento,
come il Vittoriano a Roma dedicato al Milite Ignoto, in memoria dei
lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro per un tozzo di pane".
**********************
Età media 30 anni, in Sicilia in 20 mila raccolgono patate, fragole, arance, uva e olive per 25 euro al giorno, e i contributi li pagano ai caporali. Il 70% denuncia di aver subito maltrattamenti
ROMA - Niente di nuovo. A quattro anni dalle prime denunce di Msf sulle condizioni “inaccettabili” di sfruttamento dei braccianti stranieri in Sicilia, e ad un anno dal reportage di Fabrizio Gatti per “L’espresso”, lo sfruttamento nei campi continua. Età media 30 anni, raccolgono patate, fragole, arance, uva ed olive, 12 ore di lavoro per 25 euro al giorno e i contributi li pagano ai caporali. Sono i 20mila schiavi delle campagne siciliane. Da Alcamo a Cassibile, lavorano nelle 35.000 piccole e medie aziende agricole siciliane e vivono in casolari abbandonati subaffittati dai caporali, oppure in terrapieni sotto i ponti, nei cimiteri, in accampamenti di fortuna o in mezzo ai campi, buttati per terra., senza acqua né elettricità. Secondo Medici senza frontiere (Msf), il 50% vive senza acqua corrente, il 90% non ha riscaldamento, il 40% è senza bagni e uno su quattro non ha la corrente elettrica. Nemmeno l'acqua potabile è alla portata di tutti. Il 40% degli intervistati la compra in bottiglia, il 20% ogni giorno va a piedi in paese a riempire le taniche di acqua alla fontana.
Mentre scriviamo, a Cassibile - 5.500 abitanti, provincia di Siracusa - almeno 400 uomini stanno raccogliendo le patate. 120 sono ospitati nelle tende allestite dalla Croce rossa italiana, grazie ad un finanziamento di 130.000 euro erogato dalla Provincia e dal Comune di Siracusa. Gli altri, quelli senza permesso di soggiorno, pagano l’affitto ai caporali per un posto letto. “Ogni mattina, tra le cinque e le sei, quando è ancora buio, - racconta Alfonso Di Stefano (Rete antirazzista siciliana) – gli stagionali si radunano in piazza, e i caporali passano a caricarli per portarli al lavoro. Quest’anno sono un po’ più discreti, si danno l’appuntamento la sera per l’indomani mattina, ma fino allo scorso anno si contavano centinaia di persone nel centro del paese alle prime luci dell’alba”. Dodici ore di lavoro valgono 25-30 euro, e 15-20 euro a testa vanno ai caporali, siciliani ma anche stranieri, soprattutto marocchini, che ogni mattina li trasportano nei campi. “L’80% lavora fuori Cassibile – dice Tonino Trimarchi (Presidente della circoscrizione di Cassibile) – nelle imprese di Lentini, Pachino, Vittoria, Augusta. Cassibile ormai è diventato un punto di raccolta e collocamento. Qui la gente viene solo a dormire”.
Secondo Msf, il 95% degli stagionali lavora in nero e il 70% dichiara di avere subito maltrattamenti. Cesare Lo Balbo (segretario regionale Flai-Cgil) parla di “schiavi e schiavisti”. “Come altro dobbiamo chiamare un uomo costretto a rimanere 24 ore in azienda, mandato a lavorare 12 ore al giorno a ritmi insostenibili e per 20 euro, continuamente ricattato con la minaccia di chiamare la polizia e di farlo rimpatriare?”. “Per le patate – spiega Di Stefano - c’è una quota minima di cento cassette da venti chili al giorno. Due tonnellate. Se ne fai meno non ti pagano e il giorno dopo non ti richiamano a lavorare”.
“Si tratta di una scelta – denuncia Lo Balbo -. Lo sfruttamento avviene nelle zone ricche della costa, tra Trapani e Messina. Hanno scoperto una nuova manodopera a bassissimo costo e più facilmente ricattabile rispetto alle migliaia di lavoratori in nero siciliani di cui non ci dobbiamo dimenticare”. A ridurre in schiavitù i braccianti stranieri sono soprattutto le piccole e medie imprese. “Le grandi aziende sono più attente per via dei controlli, - spiega Di Stefano – anche se poi comprano spesso i raccolti delle piccole e medie aziende”.
I lavoratori più vulnerabili sono gli immigrati senza permesso di soggiorno. Sono loro i più ricattabili. Basta una telefonata alla polizia per far scattare prima un ordine di espulsione e poi la detenzione in un cpt e il rimpatrio. “Lo scorso anno a Cassibile – ricorda Di Stefano – ci furono delle retate della polizia e vennero arrestati i lavoratori irregolari. Nessuno però si preoccupò di perseguire caporali e datori di lavoro”. Anche i rapporti con la comunità di Cassibile sono ostili. “Lo scorso anno – continua Di Stefano - scoppiò un incendio in un accampamento di fortuna, probabilmente doloso, e recentemente ci hanno denunciato alcuni casi di aggressioni. Sono ragazzi del posto, girano in motorino e se beccano qualche straniero da solo lo riempiono di bastonate”. (Gabriele Del Grande)
Lo Balbo (Flai Cgil): ''Tutti vedono, nessuno rompe l'omertà''
In quattro anni mai una sola denuncia per riduzione in schiavitù. Nel 2006 solo 600 ispezioni su 35 mila aziende agricole. E per il 2007 assegnati alla regione solo 3.500 stagionali stranieri
ROMA - Niente di segreto. Gli enti locali, le Prefetture, i sindacati, Confagricoltura, Coldiretti, la stampa, tutti conoscono la realtà della riduzione in schiavitù nei campi siciliani. Eppure niente si muove. “Essendo irregolari non possiamo dargli una mano”, dice il presidente della circoscrizione di Cassibile, che però annuncia: “Stiamo preparando un’operazione congiunta con le forze dell’ordine, gli irregolari stanno occupando tutti i casolari in campagna per trovare un posto dove rifugiarsi, i residenti si lamentano”. Nessuna operazione in vista, invece, contro chi lucra sullo sfruttamento. “In quattro anni in Sicilia non c’è stata una sola denuncia per riduzione in schiavitù, articolo 600 del codice penale”, denuncia Lo Balbo. Nel 2006 l’Inps ha effettuato 1.881 ispezioni in Sicilia, di cui 1.289 solo a Messina e in settori non legati all’agricoltura. Tirando le cifre fanno 600 controlli all’anno per 35.000 aziende agricole e almeno 50.000 lavoratori. “Evidentemente conviene così – taglia corto Di Stefano. - Non è difficile risalire a chi sfrutta questi lavoratori. Basta scendere in piazza ogni mattina e seguire le auto dei caporali. Avviene tutto alla luce del giorno”. Intanto, in vista della stagione 2007, il Governo ha assegnato alla Sicilia una quota di soli 3.500 lavoratori stagionali non comunitari: “un invito ai padroni a continuare con lo sfruttamento e i comportamenti illeciti”, secondo Lo Balbo.
“E’ una vergogna! – continua il sindacalista – Lo scorso anno tutti gli occhi erano puntati su Cassibile, sembrava un reality show. I protagonisti che sudano e vengono sfruttati, ed è tutto vero. Alla fine però non una persona è stata arrestata”. In compenso l’amministrazione di Siracusa ha provveduto a pagare le spese di viaggio dei lavoratori a fine stagione. “Con quei soldi – continua Lo Balbo – se ne sono andati nelle Puglie a raccogliere i pomodori, nelle stesse condizioni di sfruttamento”.Rispetto agli anni passati qualche passo avanti è stato fatto, anche se la situazione rimane drammatica. A Cassibile per esempio la Guardia Medica ha esteso il servizio di 20 ore settimanali, rimanendo aperta fino alle 22:00 e permettendo così anche ai braccianti stagionali di farsi visitare dopo il lavoro nei campi, dove ci si fa male e ci si ammala. “Le patologie riscontrate sono quelle della povertà – sostiene Andrea Accardi (Msf) –. Arrivano sani in Italia, ma in queste condizioni, si ammalano nel giro di sei mesi”. Sono soprattutto malattie dermatologiche (23,6%), parassiti intestinali e malattie del cavo orale (15,5% ciascuna) e malattie respiratorie (14,3%) correlabili alle precarie condizioni di vita.
Intanto a Siracusa, i sindacati hanno firmato un protocollo con le organizzazioni dei datori di lavoro, il prefetto e la provincia, con l’obiettivo di risolvere il problema casa e definire una volta per tutte le quote reali di stagionali da inserire nei decreti flussi annuali. Ma tutto sembra far credere che il reality show continuerà anche quest’anno. “In Sicilia ormai è un fenomeno accettato. Serve maggiore attenzione. – conclude Lo Balbo – E serve al più presto la riforma della legge sull’immigrazione, unitamente a una nuova prassi che dovrebbe prevedere il rilascio di un permesso di soggiorno a tutti i lavoratori che denuncino i loro sfruttatori, come avviene oggi per le vittime dello sfruttamento della prostituzione”. (Gabriele Del Grande)
Un video contro la riduzione in schiavitù dei braccianti sicilianiLo ha realizzato la Flai-Cgil, con la regia di Enzo Rizzo. 26 minuti girati in sei province dell’isola raccontano lo sfruttamento di 25.000 lavoratori stagionali
ROMA –Un video di 26 minuti girati in sei province siciliane per denunciare lo sfruttamento dei braccianti stranieri nelle campagne dell’isola. Si intitola “Sicilia ventimila schiavi” e lo ha realizzato il sindacato dei lavoratori agricoli Flai-Cgil, con la regia di Enzo Rizzo. Le immagini parlano da sole. Si vedono i crocicchi di lavoratori che aspettano di essere reclutati e i caporali che fanno il giro per le campagne con i furgoni. Un giovane rumeno pagato 10 euro l’ora, racconta di essere stato tenuto per mesi a latte e patate e ricattato dopo la scadenza del visto turistico di tre mesi con cui era entrato in Italia, magari su uno degli autobus della Atlassib, tanto attiva sulle tratte Bucarest-Sicilia. “Mi faceva paura – racconta il ragazzo – mi diceva che mi portava alla polizia e che se parlavo mi buttava dentro la fossa”. Le donne intervistate da Rizzo dicono di essere costrette a lavorare 15 ore al giorno “se no non ci richiamano”. Nel filmato parlano anche gli imprenditori, che negano, addebitando le voci di scontento dei lavoratori a una presunta rivalità religiosa tra cattolici e musulmani. Il video è scaricabile su http://www.cgil.it/flai.sicilia/schiavismo.htm
La Flai-Cgil stima che in Sicilia si evadano 13 milioni di giornate di lavoro all’anno. Lo sfruttamento riguarda anche lavoratori italiani, senza contratto e sottopagati. Ma la situazione dei circa 20.000 lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno, provenienti dal Maghreb e dall’est europeo, sono ancora più precarie e vicine alla schiavitù.
“Ci auguriamo- commenta Salvatore Lo Balbo, segretario regionale Flai-Cgil - che il disegno di legge del governo di centro sinistra diventi presto legge, che il caporalato venga riconosciuto come reato e chi denuncia premiato col premesso di soggiorno temporaneo”. Di denunce oggi non ce ne sono, per timore di ritorsioni. “Certo però – commenta Alfondo Di Stefano, Rete antirazzista siciliana - alle forze dell’ordine basterebbe scendere in piazza ogni mattina e seguire le auto dei caporali. Avviene tutto alla luce del giorno”. (Gabriele Del Grande)
***************
| Eplode il caso delle fabbriche ghetto cinesi in provincia di Pavia...: un lagoai sotto casa tua..? | ||
|
|
||
|
|
||