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L'Unità 9 maggio 2007

I dannati nell'inferno delle serre

Marco Bucciantini


 
Tre uomini camminano trascinando i piedi gonfi. Sono esausti, spossati. Sollevano polvere. Il sole è ancora caldo e brucia la terra secca. Sono in fila, muti di stanchezza, dopo dieci ore di lavoro, cominciato che era ancora buio, «pescati» alle cinque del mattino al «mercato delle braccia», ai bordi della statale 18. «Tu sì, tu no».

È una conta che conosciamo bene, è la conta del caporale, che «tasta» i muscoli, se il colpo d'occhio lo lascia indeciso. Tre uomini tornano a casa nel paese che non esiste. In fondo alla strada sterrata, dietro la stazione di San Nicola Varco, c'è una cartolina d'Italia, timbrata Piana del Sele, Eboli, Salerno. Uno spiazzo arido è circondato da edifici, come i fortini delle vecchie legioni. Seicento persone vivono senza luce, senz'acqua, senza servizi. Però se chiedi una gerarchia a loro, ai marocchini, agli abitanti del paese che non c'è, rispondono: «Senza una donna». Non ci sono le donne. Sono tutti uomini giovani, fra i 20 e i 40 anni, anche se sembrano tutti più grandi, la pelle invecchiata dai pesticidi, i denti distrutti, gli occhi rossi per la nutrizione di fortuna. Nella stanza di dieci metri quadrati ci sono sei letti, Abdullah sbuca da sotto le coperte. È sfinito, ha lavorato nove ore dentro la serra, «che caldo, ci saranno stati 60 gradi». È il tempo delle fragole, la coltura più pregiata e redditizia. Stanno «finendo» i carciofi, poi saranno pesche e albicocche, melanzane, pomodori. «Nei campi è durissima, ma dentro le serre è l'inferno». Per 25 euro l'ora, a nero, quando capita. «Ma io non vedo un soldo da sei mesi», si lamenta Razzak. Poi si alza e prepara un tè con la menta che i marocchini coltivano nel pezzetto d'orto del paese. Ai fornelli va solo per l'infuso, «perché nel resto ci mette troppo sale», lo burlano gli altri. Il resto, poi, è quasi sempre il tagin, piatto di carne di vitello, sugo di pomodoro, peperoncino e cipolla in quantità industriale, piselli, e cos'altro capita. «Il più bravo e Abidal», indica Khalid. L'altro ride, si alza, e comincia a preparare la cena, aprendo una cipolla che si sente l'odore anche da Napoli.

A parte Abdullah, oggi gli altri non hanno lavorato. Di solito li chiamano «tre giorni alla settimana», che è un disastro, significa 300 euro al mese, che sono quelli che servono per vivere, «non resta niente da mandare giù, e io ho moglie e tre figli a Safi». Il più silenzioso è Abdul Karim, che ha il fratello camionista a Torino ma lo vede una volta all'anno. Di fronte a lui Larbi studia il dizionario dei verbi, è alle prime pagine, è curioso: «Cosa vuol dire questo?», e addita «Aborrire». Lascia perdere, non serve. Dalla prossima settimana sette insegnanti verranno ad aiutarli ad imparare l'italiano. E sette medici-specialisti si prenderanno cura di questa emergenza socio-sanitaria. I più richiesti: il dentista (ma ormai i casi sono disperati), il dermatologo (a controllare i disastri dei pesticidi).

La stazione di San Nicola è quella dopo Eboli, dove, com'è noto, scese Cristo. Sembra una canzone di Jannacci, un libro di Pasolini, c'è il cane sudicio che mangia la stoppia, ci sono i ragazzi che scalciano la terra di noia. Ci sono ratti lunghi 40 centimetri, c'è Redouan, il bello del paese, che prova a parcheggiare il motorino in camera. È carico di bottiglie, è andato a far la spesa, è arrabbiato: «Guardate qua, questo sono io». Si lamenta perché suo malgrado è finito nella copertina di un Cd che parla di questa gente. È a torso nudo, la schiena armoniosa di muscoli nervosi, allenati a chinarsi e raccogliere frutta, strappare erba, sostenere cassette stracariche. «Ora ti facciamo pagare i diritti d'autore», scherza Anselmo Botte, il sindacalista della Cgil di Salerno che idealmente è il sindaco del paese che non esiste. Ha piazzato la bandiera rossa della Cgil sul tetto del prefabbricato montato dal sindacato al centro del villaggio, come appoggio per dottori e insegnanti. Una citazione delle conquiste americane, dalla luna a Baghdad. La battaglia è lunga: «Questo posto doveva essere un mercato ortofrutticolo. Si sono spesi 30 miliardi di lire ma quel mercato non è mai partito. Così dagli anni novanta su questi 14 ettari si sono stanziati gli immigrati».

Nel 2000 erano già più di duecento, adesso sono il triplo. Il 60% della manodopera in agricoltura in questa Piana è straniera: quattromila persone, ottomila braccia, come contano i caporali. Indiani e pachistani lavorano negli allevamenti bufalini. Una manifestazione della Cgil, il 25 settembre scorso convinse la Regione a spedire i primi 50 mila euro per la bonifica del terreno e la costruzione di 5 bagni e dieci docce (un cesso ogni 125 abitanti, per capirsi). Finiti i soldi si sono arenati anche i lavori. I cessi si sono intasati, lo scolo è esploso e adesso affiora in mezzo alla «piazza». Dopo la bonifica, la mondezza è tornata ad accatastarsi, si distinguono i rottami di una Fiat 131 Mirafiori: una discarica a cielo aperto, e il lezzo conferma. Il sindacato è tornato alla carica: dalla Regione arriveranno altri 900 mila euro. Ma non deve diventare un apartheid salernitano: «Si deve costruire - sogna Anselmo - una specie di ostello della gioventù». Botte è «il compagno sanatoria». Raduna tutti e aggiorna sulle novità in fatto di leggi sull'immigrazione, flussi. Diffonde una speranza che la realtà nega: sono tutti irregolari, clandestini, senza contratto di lavoro non c'è scampo. Driis ha il permesso di soggiorno, è tornato a casa nei mesi invernali. Gli altri non possono: troppo rischioso fare andata e ritorno senza documenti. C'è chi non vede i figli da tre anni, nemmeno in foto.

Halim, l'intellettuale, il traduttore, laureato ad Agadir, muratore a gettone a Eboli dopo un soggiorno al Cpt di Caltanisetta («un carcere, ma qui è quasi peggio») è il cicerone della visita al paese. Saluta Hassan, il barbiere «professionista» (ce ne sono altri due che però «arrotondano» nei campi): barba e capelli - senza shampoo - a 2 euro e 50. C'è il panificio che sforna duecento pezzi al giorno (a 50 centesimi l'uno), c'è un tizio che ha risolto all'aria aperta i problemi dei cessi intasati, c'è il bar che è chiuso, «peccato, ha la tv col satellite, caricata con le batterie delle vecchie auto, di solito si tardeggia al bar». Ci sono tre gatti a loro agio, un ragazzo col piede gonfio che da un mese non lavora ma qui lo sfamano lo stesso. È un paese vero, povero ma vero. Intanto Abidal pesta la carne e la mescola con il pomodoro. L'odore di cipolla è svanito nel tagin, i piselli colorano la pentola senza manici. Avvicina le labbra al vecchio mestolo arrugginito: non ha sbagliato il sale nemmeno stavolta. Nella camera ormai è quasi buio, i sei amici dividono la cena.

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CRONACA
http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/inchiesta-cantieri/inchiesta-cantieri/inchiesta-cantieri.html
Il contatto in strada a Milano, poi sui ponteggi per lavorare
dalle sette fino al tardo pomeriggio senza casco e protezioni
Tre euro l'ora per rischiare la vita
"Io, vittima dei caporali nei cantieri"
Abusi, ricatti e pericoli: al lavoro con i manovali irregolari
di PAOLO BERIZZI

A UN CERTO punto mi assale l'angoscia dell'infortunio, e non mi mollerà più.
Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro, quelle
imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal
settimo piano del ponteggio, e se perdi l'attimo, o ti distrai, o se una di
quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla
morsa del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una
betoniera. Stritolato da un cavo d'acciaio. Che le braccia cedano, o
semplicemente di scivolare dall'impalcatura dove mi fanno arrampicare anche
se sono nuovo del mestiere.

Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che vedere con
quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un
caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di
mano: "Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda
nemmeno". Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno.
Dovrò caricarle su un camion, assieme a quintali di altro materiale.

Da buon manovale bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4
euro l'ora. Per dieci ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La
prima settimana di prova, spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal
mattino, finisci, sfatto, alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro.
Niente documenti, sicurezza zero. Alla fine del mese devi pure pagare la
mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha dato lavoro. Per mantenere il
posto. A Milano, in una settimana da operaio abusivo, caporali e capomastri
conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo perché me lo chiede un
collega marocchino.
Sulla trentina, magro, sdentato, quasi sempre alterato dall'alcol. Amil è
uno dei pochi che in sette giorni si prenderà il disturbo di farmi coraggio.
"Non è il massimo, ma è sempre meglio che rubare o spacciare", biascica in
un italiano incerto mentre a bordo di un furgone raggiungiamo un cantiere
alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti tanti come Amil. Schiavi. Con
loro ho condiviso e subìto il ricatto dei caporali. Gente spietata che nei
cantieri della Lombardia spreme migliaia di braccia. In barba a ogni regola
e a ogni diritto.
A Milano e provincia, dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono
immigrati stranieri, nel 2000 erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la
metà. Tutti gestiti dai caporali. È manodopera fantasma, soprattutto
straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è in regola col permesso di
soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia, che gli italiani
rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni, tunisini. E
sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla piramide.
Impresari. O, appunto, mercanti di braccia.

Ti reclutano all'alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per
pochi spiccioli, e se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai
conosciuto. Nemmeno al pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei
guai chi ti ha assunto. E perdi il posto. "Tra il manovale e il caporale c'è
un rapporto esclusivo. Tu devi parlare solo con lui, non fare domande sul
dove e il come e per conto di quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco
Di Girolamo, della Fillea, il sindacato edile della Cgil - a fine mese gli
devi dare la mazzetta, da 200 a 300 euro. La consegna del denaro avviene a
cielo aperto. Oppure, in base all'accordo tra ditte e caporalato, il pizzo è
trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne pagano solo 200".

Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta ancora sotto la linea
dell'orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in piazzale Lotto.
Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I primi sciamano
sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline degli
autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con
dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab
in scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne
speziata. Gli scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli
invisibili dell'edilizia attendono l'arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è
uno dei luoghi dove tutte le mattine all'alba si svolge la contrattazione
per una giornata di lavoro in cantiere.

Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale Maciacchini, piazzale
Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie, Famagosta, Inganni. La
stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere qui alle 5 centinaia
di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono giovani immigrati che
l'inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il contratto nazionale
di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5 giorni
settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso.
Tutelato da niente e da nessuno.

Inserirsi nella filiera del caporalato non è difficile: bastano una modesta
prova di recitazione, un paio di scarponi, jeans sdruciti, giubbotto e un
cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti intorno all'edicola di
piazzale Lotto. "Cerco lavoro, a chi posso chiedere?" Mi dirottano prima su
un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un ucraino. Italiani,
a quest'ora, neanche l'ombra. Arrivano più tardi, al volante di mezzi di
ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e nuovi
furgoni.

L'unico sveglio è l'autista. "Fino a un mese fa facevo il magazziniere, poi
la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio fendendo un cerchio
umano a due passi dalla fermata della 91. "Intanto vai da quello là con il
giaccone nero". È un calabrese, sulla quarantina. Viene da Buccinasco.
Lancia Ypsilon sporca di fango. "Da dove vieni?". "Bergamo. Però vivo qui, a
Bonola". "Che cosa fai?" "Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso sono
fermo". "Edilizia, mai?" "Mai". "Oggi ti va bene, ho uno malato che è
rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la
paga è di 3,50 euro all'ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa,
affari tuoi". Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.

Un'ora dopo siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina.
Salvatore ci scarica lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. "Un
lavoratore regolare per l'impresa ha un costo di 22 euro l'ora. La metà
rimane tra l'impresa appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante
la intasca il caporale - spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione
fiscale contributiva ammonta a 6 miliardi di euro all'anno". Una bella fetta
di Finanziaria.

Nel cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola),
quattro di un'altra squadra. Mentre all'ultimo piano un giovanissimo
muratore albanese getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega
marocchino lo assesta con un pestello, io ne trasporto dell'altro. Prima con
una carriola, poi in secchi stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del
ponteggio. Un piano è sprovvisto di parapiedi.

Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta sassi. Una pioggerella
sottile ha reso scivolose le pedane d'acciaio e il rischio di cadere nel
vuoto è altissimo. "Veloce! Veloce!", grida il caposquadra. Esige il minimo
(per lui) rendimento. Che a me sembra l'impossibile. Alle 17, esausto,
chiedo a Salvatore se per favore può anticiparmi la paga giornaliera. Lui
temporeggia. Si capisce che la richiesta è inusuale. Eppure sono solo 35
euro, per dieci ore di lavoro. "Soldi? Fra 50 giorni - mi gela -
nell'edilizia funziona così, bellooo!".

In Italia il settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila
sono regolari o mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80
vengono messe in busta paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia.
Lo sfruttamento lo senti prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti
scappare. Prima di scivolare da un'impalcatura e spaccarti la testa. Secondo
le stime ufficiali Inail nel 2006 nei cantieri italiani sono morti 258
operai (la Lombardia conserva il triste primato con 46 vittime), il 35 per
cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni sono stati 98 mila. Ma il
sommerso è enorme. I manovali clandestini, i "fantasmi", si fanno quasi
sempre male in silenzio. Persino quando perdono la vita.

Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento per il
giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a cui
ho lasciato un numero di cellulare. "Allora ci vediamo domani alle 6 a
Famagosta". "Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto". Lavoro
ce n'è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi.
Cantiere tra Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è
appena guarito dopo un ferita alla testa. "Mi hanno detto che se andavo in
ospedale non dovevo farmi più vedere". Arriviamo in autobus in corso Lodi.
Ci aspetta la monovolume del capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. "Ti dò
3 euro, 4 se sei svelto.... " è la prima cosa che dice. Fino a qualche anno
fa il caporalato edile era appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è
diverso. Egiziani, albanesi, romeni stanno riproducendo tale e quale il
meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi sono diventati padroni.

Godono tutti di una sostanziale impunità. In Italia lo schiavismo sui
cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il Consiglio dei
ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere discusso da
Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A giudicare dall'esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non
essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà,
pure lui, tra cinquanta giorni.

Eppure la mia parte l'ho fatta. Tre piani di ponteggio smontati. Tra
cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni foggia e dimensione, sono in
tre, lassù, in cima all'edificio. Sgobbano come muli. Mi fanno scivolare giù
la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante. Il tempo di sganciare il
materiale dall'imbracatura, impilarlo sul camion, e altro carico precipita
dai piani alti. "Così non va", mi rimprovera il capo squadra, anche lui
egiziano. Sa che sono un novizio. "Vai su, sgancia quei correnti e passali a
lui". 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima peluria. Niente
casco, niente guanti. A quest'ora dovrebbe essere a scuola, invece è qui a
giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue.

A mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere.
Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d'acqua passa
di bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. "Un mese fa - racconta
Aziz - mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal
ponteggio tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso
sto bene", sorride.

Mezz'ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle passatoie di ferro.
Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all'alba del giorno dopo.
Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non vedrò
mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto
corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito.
Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella
bergamasca dove un tempo l'edilizia era considerata un'eccellenza. Tutto
sarà uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio.

L'edilizia, oggi, è diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in
cattività. A volte lasciati morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri
ne "La Vampa d'agosto". "... è caduto dall'impalcatura del terzo piano...
Alla fine del lavoro non si è visto, perciò hanno pensato che se n'era già
andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì, quando il cantiere ha ripreso il
lavoro... Forse, pinsò Montalbano, abbisognerebbe fari un gran monumento,
come il Vittoriano a Roma dedicato al Milite Ignoto, in memoria dei
lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro per un tozzo di pane".
 

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A 4 anni dalle denunce di Msf, continua lo sfruttamento dei braccianti stranieri

 

 Età media 30 anni, in Sicilia in 20 mila raccolgono patate, fragole, arance, uva e olive per 25 euro al giorno, e i contributi li pagano ai caporali. Il 70% denuncia di aver subito maltrattamenti

 

ROMA - Niente di nuovo. A quattro anni dalle prime denunce di Msf sulle condizioni “inaccettabili” di sfruttamento dei braccianti stranieri in Sicilia, e ad un anno dal reportage di Fabrizio Gatti per “L’espresso”, lo sfruttamento nei campi continua. Età media 30 anni, raccolgono patate, fragole, arance, uva ed olive, 12 ore di lavoro per 25 euro al giorno e i contributi li pagano ai caporali. Sono i 20mila schiavi delle campagne siciliane. Da Alcamo a Cassibile, lavorano nelle 35.000 piccole e medie aziende agricole siciliane e vivono in casolari abbandonati subaffittati dai caporali, oppure in terrapieni sotto i ponti, nei cimiteri, in accampamenti di fortuna o in mezzo ai campi, buttati per terra., senza acqua né elettricità. Secondo Medici senza frontiere (Msf), il 50% vive senza acqua corrente, il 90% non ha riscaldamento, il 40% è senza bagni e uno su quattro non ha la corrente elettrica. Nemmeno l'acqua potabile è alla portata di tutti. Il 40% degli intervistati la compra in bottiglia, il 20% ogni giorno va a piedi in paese a riempire le taniche di acqua alla fontana.

 

Mentre scriviamo, a Cassibile - 5.500 abitanti, provincia di Siracusa - almeno 400 uomini stanno raccogliendo le patate. 120 sono ospitati nelle tende allestite dalla Croce rossa italiana, grazie ad un finanziamento di 130.000 euro erogato dalla Provincia e dal Comune di Siracusa. Gli altri, quelli senza permesso di soggiorno, pagano l’affitto ai caporali per un posto letto. “Ogni mattina, tra le cinque e le sei, quando è ancora buio, - racconta Alfonso Di Stefano (Rete antirazzista siciliana) – gli stagionali si radunano in piazza, e i caporali passano a caricarli per portarli al lavoro. Quest’anno sono un po’ più discreti, si danno l’appuntamento la sera per l’indomani mattina, ma fino allo scorso anno si contavano centinaia di persone nel centro del paese alle prime luci dell’alba”. Dodici ore di lavoro valgono 25-30 euro, e 15-20 euro a testa vanno ai caporali, siciliani ma anche stranieri, soprattutto marocchini, che ogni mattina li trasportano nei campi. “L’80% lavora fuori Cassibile – dice Tonino Trimarchi (Presidente della circoscrizione di Cassibile) – nelle imprese di Lentini, Pachino, Vittoria, Augusta. Cassibile ormai è diventato un punto di raccolta e collocamento. Qui la gente viene solo a dormire”.

 

Secondo Msf, il 95% degli stagionali lavora in nero e il 70% dichiara di avere subito maltrattamenti. Cesare Lo Balbo (segretario regionale Flai-Cgil) parla di “schiavi e schiavisti”. “Come altro dobbiamo chiamare un uomo costretto a rimanere 24 ore in azienda, mandato a lavorare 12 ore al giorno a ritmi insostenibili e per 20 euro, continuamente ricattato con la minaccia di chiamare la polizia e di farlo rimpatriare?”. “Per le patate – spiega Di Stefano - c’è una quota minima di cento cassette da venti chili al giorno. Due tonnellate. Se ne fai meno non ti pagano e il giorno dopo non ti richiamano a lavorare”.

“Si tratta di una scelta – denuncia Lo Balbo -. Lo sfruttamento avviene nelle zone ricche della costa, tra Trapani e Messina. Hanno scoperto una nuova manodopera a bassissimo costo e più facilmente ricattabile rispetto alle migliaia di lavoratori in nero siciliani di cui non ci dobbiamo dimenticare”. A ridurre in schiavitù i braccianti stranieri sono soprattutto le piccole e medie imprese. “Le grandi aziende sono più attente per via dei controlli, - spiega Di Stefano – anche se poi comprano spesso i raccolti delle piccole e medie aziende”.

 I lavoratori più vulnerabili sono gli immigrati senza permesso di soggiorno. Sono loro i più ricattabili. Basta una telefonata alla polizia per far scattare prima un ordine di espulsione e poi la detenzione in un cpt e il rimpatrio. “Lo scorso anno a Cassibile – ricorda Di Stefano – ci furono delle retate della polizia e vennero arrestati i lavoratori irregolari. Nessuno però si preoccupò di perseguire caporali e datori di lavoro”. Anche i rapporti con la comunità di Cassibile sono ostili. “Lo scorso anno – continua Di Stefano - scoppiò un incendio in un accampamento di fortuna, probabilmente doloso, e recentemente ci hanno denunciato alcuni casi di aggressioni. Sono ragazzi del posto, girano in motorino e se beccano qualche straniero da solo lo riempiono di bastonate”. (Gabriele Del Grande)

 Lo Balbo (Flai Cgil): ''Tutti vedono, nessuno rompe l'omertà''

 In quattro anni mai una sola denuncia per riduzione in schiavitù. Nel 2006 solo 600 ispezioni su 35 mila aziende agricole. E per il 2007 assegnati alla regione solo 3.500 stagionali stranieri

 

ROMA - Niente di segreto. Gli enti locali, le Prefetture, i sindacati, Confagricoltura, Coldiretti, la stampa, tutti conoscono la realtà della riduzione in schiavitù nei campi siciliani. Eppure niente si muove. “Essendo irregolari non possiamo dargli una mano”, dice il presidente della circoscrizione di Cassibile, che però annuncia: “Stiamo preparando un’operazione congiunta con le forze dell’ordine, gli irregolari stanno occupando tutti i casolari in campagna per trovare un posto dove rifugiarsi, i residenti si lamentano”. Nessuna operazione in vista, invece, contro chi lucra sullo sfruttamento. “In quattro anni in Sicilia non c’è stata una sola denuncia per riduzione in schiavitù, articolo 600 del codice penale”, denuncia Lo Balbo. Nel 2006 l’Inps ha effettuato 1.881 ispezioni in Sicilia, di cui 1.289 solo a Messina e in settori non legati all’agricoltura. Tirando le cifre fanno 600 controlli all’anno per 35.000 aziende agricole e almeno 50.000 lavoratori. “Evidentemente conviene così – taglia corto Di Stefano. - Non è difficile risalire a chi sfrutta questi lavoratori. Basta scendere in piazza ogni mattina e seguire le auto dei caporali. Avviene tutto alla luce del giorno”. Intanto, in vista della stagione 2007, il Governo ha assegnato alla Sicilia una quota di soli 3.500 lavoratori stagionali non comunitari: “un invito ai padroni a continuare con lo sfruttamento e i comportamenti illeciti”, secondo Lo Balbo.

 “E’ una vergogna! – continua il sindacalista – Lo scorso anno tutti gli occhi erano puntati su Cassibile, sembrava un reality show. I protagonisti che sudano e vengono sfruttati, ed è tutto vero. Alla fine però non una persona è stata arrestata”. In compenso l’amministrazione di Siracusa ha provveduto a pagare le spese di viaggio dei lavoratori a fine stagione. “Con quei soldi – continua Lo Balbo – se ne sono andati nelle Puglie a raccogliere i pomodori, nelle stesse condizioni di sfruttamento”.Rispetto agli anni passati qualche passo avanti è stato fatto, anche se la situazione rimane drammatica. A Cassibile per esempio la Guardia Medica ha esteso il servizio di 20 ore settimanali, rimanendo aperta fino alle 22:00 e permettendo così anche ai braccianti stagionali di farsi visitare dopo il lavoro nei campi, dove ci si fa male e ci si ammala. “Le patologie riscontrate sono quelle della povertà – sostiene Andrea Accardi (Msf) –. Arrivano sani in Italia, ma in queste condizioni, si ammalano nel giro di sei mesi”. Sono soprattutto malattie dermatologiche (23,6%), parassiti intestinali e malattie del cavo orale (15,5% ciascuna) e malattie respiratorie (14,3%) correlabili alle precarie condizioni di vita.

 Intanto a Siracusa, i sindacati hanno firmato un protocollo con le organizzazioni dei datori di lavoro, il prefetto e la provincia, con l’obiettivo di risolvere il problema casa e definire una volta per tutte le quote reali di stagionali da inserire nei decreti flussi annuali. Ma tutto sembra far credere che il reality show continuerà anche quest’anno. “In Sicilia ormai è un fenomeno accettato. Serve maggiore attenzione. – conclude Lo Balbo – E serve al più presto la riforma della legge sull’immigrazione, unitamente a una nuova prassi che dovrebbe prevedere il rilascio di un permesso di soggiorno a tutti i lavoratori che denuncino i loro sfruttatori, come avviene oggi per le vittime dello sfruttamento della prostituzione”. (Gabriele Del Grande)

 Un video contro la riduzione in schiavitù dei braccianti sicilianiLo ha realizzato la Flai-Cgil, con la regia di Enzo Rizzo. 26 minuti girati in sei province dell’isola raccontano lo sfruttamento di 25.000 lavoratori stagionali

 ROMA –Un video di 26 minuti girati in sei province siciliane per denunciare lo sfruttamento dei braccianti stranieri nelle campagne dell’isola. Si intitola “Sicilia ventimila schiavi” e lo ha realizzato il sindacato dei lavoratori agricoli Flai-Cgil, con la regia di Enzo Rizzo. Le immagini parlano da sole. Si vedono i crocicchi di lavoratori che aspettano di essere reclutati e i caporali che fanno il giro per le campagne con i furgoni. Un giovane rumeno pagato 10 euro l’ora, racconta di essere stato tenuto per mesi a latte e patate e ricattato dopo la scadenza del visto turistico di tre mesi con cui era entrato in Italia, magari su uno degli autobus della Atlassib, tanto attiva sulle tratte Bucarest-Sicilia. “Mi faceva paura – racconta il ragazzo – mi diceva che mi portava alla polizia e che se parlavo mi buttava dentro la fossa”. Le donne intervistate da Rizzo dicono di essere costrette a lavorare 15 ore al giorno “se no non ci richiamano”. Nel filmato parlano anche gli imprenditori, che negano, addebitando le voci di scontento dei lavoratori a una presunta rivalità religiosa tra cattolici e musulmani. Il video è scaricabile su http://www.cgil.it/flai.sicilia/schiavismo.htm

 La Flai-Cgil stima che in Sicilia si evadano 13 milioni di giornate di lavoro all’anno. Lo sfruttamento riguarda anche lavoratori italiani, senza contratto e sottopagati. Ma la situazione dei circa 20.000 lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno, provenienti dal Maghreb e dall’est europeo, sono ancora più precarie e vicine alla schiavitù.

“Ci auguriamo- commenta Salvatore Lo Balbo, segretario regionale Flai-Cgil - che il disegno di legge del governo di centro sinistra  diventi presto legge, che il caporalato venga riconosciuto come reato e chi denuncia premiato col premesso di soggiorno temporaneo”. Di denunce oggi non ce ne sono, per timore di ritorsioni. “Certo però – commenta Alfondo Di Stefano, Rete antirazzista siciliana - alle forze dell’ordine basterebbe scendere in piazza ogni mattina e seguire le auto dei caporali. Avviene tutto alla luce del giorno”. (Gabriele Del Grande)

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http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/economia/nostrolusso/nostrolusso/nostrolusso.html
I lavoratori svelano le spaventose condizioni di lavoro
Orari infernali, sfruttamento e paghe da fame
I lager cinesi che fabbricano
il sogno occidentale
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI


Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.

Gli operai cinesi che riforniscono i nostri negozi - l'esercito proletario che manda avanti la "fabbrica del mondo" - cominciano a parlare. Rivelano le loro condizioni di vita a un'organizzazione umanitaria, forniscono prove dello sfruttamento disumano, del lavoro minorile, delle violenze, delle malattie. Qualche giornale cinese rompe l'omertà. Ci sono scioperi spontanei, in un Paese dove il sindacato unico sta dalla parte dei padroni. Vengono alla luce frammenti di una storia che è l'altra faccia del miracolo asiatico, una storia di sofferenze le cui complicità si estendono dal governo di Pechino alle multinazionali occidentali.
La fabbrica dello "scandalo Timberland" è nella ricca regione meridionale del Guangdong, il cuore della potenza industriale cinese, la zona da cui ebbe inizio un quarto di secolo fa la conversione accelerata della Cina al capitalismo.

L'impresa di Zhongshan si chiama Kingmaker Footwear, con capitali taiwanesi, ha 4.700 dipendenti di cui l'80% donne. Ci lavorano anche minorenni di 14 e 15 anni. La maggioranza della produzione è destinata a un solo cliente, Timberland. Kingmaker Footwear è un fornitore che lavora su licenza, autorizzato a fabbricare le celebri scarpe per la marca americana. Le testimonianze dirette sui terribili abusi perpetrati dietro i muri di quella fabbrica sono state raccolte dall'associazione umanitaria China Labor Watch, impegnata nella battaglia contro lo sfruttamento dei minori e le violazioni dei diritti dei lavoratori.


Le prove sono schiaccianti. Di fronte a queste rivelazioni il quartier generale della multinazionale ha dovuto fare mea culpa. Lo ha fatto in sordina; non certo con l'enfasi con cui aveva pubblicizzato il premio di "migliore azienda dell'anno per le relazioni umane" decretatole dalla rivista Fortune nel 2004. Ma attraverso una dichiarazione ufficiale firmata da Robin Giampa, direttore delle relazioni esterne della Timberland, ora i vertici ammettono esplicitamente: "Siamo consapevoli che quella fabbrica ha avuto dei problemi relativi alle condizioni di lavoro. Siamo attualmente impegnati ad aiutare i proprietari della fabbrica a migliorare".

I "problemi relativi alle condizioni di lavoro" però non sono emersi durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche cinesi (due volte l'anno), né risultano dai rapporti del suo rappresentante permanente nell'azienda. Sono state necessarie le testimonianze disperate che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari, rischiando il licenziamento e la perdita del salario se le loro identità vengono scoperte. "In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i 16 anni", dicono le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori che in teoria la Cina ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro inizia alle 7.30 e finisce alle 21 con due pause per pranzo e cena, ma oltre l'orario ufficiale gli straordinari sono obbligatori.

Nei mesi di punta d'aprile e maggio, in cui la Timberland aumenta gli ordini, "il turno normale diventa dalle 7 alle 23, con una domenica di riposo solo ogni 2 settimane; gli straordinari s'allungano ancora e i lavoratori passano fino a 105 ore a settimana dentro la fabbrica". Gli informatori dall'interno dello stabilimento hanno fornito 4 esemplari di buste paga a China Labor Watch. La paga mensile è di 757 yuan (75 euro) "ma il 44% viene dedotto per coprire le spese di vitto e alloggio". Vitto e alloggio significa camerate in cui si ammucchiano 16 lavoratori su brandine di metallo, e una mensa dove "50 lavoratori sono stati avvelenati da germogli di bambù marci". In fabbrica i manager mantengono un clima d'intimidazione "incluse le violenze fisiche; un'operaia di 20 anni picchiata dal suo caporeparto è stata ricoverata in ospedale, ma l'azienda non le paga le spese mediche".

Un mese di salario viene sempre trattenuto dall'azienda come arma di ricatto: se un lavoratore se ne va lo perde. Altre mensilità vengono rinviate senza spiegazione. L'estate scorsa il mancato pagamento di un mese di salario ha provocato due giorni di sciopero.
Anche il fornitore della Puma è nel Guangdong, località Dongguan. Si chiama Pou Yuen, un colosso da 30.000 dipendenti. In un intero stabilimento, l'impianto F, 3.000 operai fanno scarpe sportive su ordinazione per la multinazionale tedesca. La lettera di un operaio descrive la sua giornata-tipo nella fabbrica. "Siamo sottoposti a una disciplina di tipo militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le scarpe, lavarci la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla mensa perché la colazione è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo peggiore, alle 7 in punto bisogna timbrare il cartellino sennò c'è una multa sulla busta paga. Alle 7 ogni gruppo marcia in fila dietro il caporeparto recitando in coro la promessa di lavorare diligentemente. Se non recitiamo a voce alta, se c'è qualche errore nella sfilata, veniamo puniti. I capireparto urlano in continuazione. Dobbiamo subire, chiunque accenni a resistere viene cacciato. Noi operai veniamo da lontani villaggi di campagna. Siamo qui per guadagnare. Dobbiamo sopportare in silenzio e continuare a lavorare. (...) Nei reparti-confezione puoi vedere gli operai che incollano le suole delle scarpe. Guardando le loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le forme delle mani cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa. Questi operai non fanno altro che incollare... Un ragazzo di 20 anni ne dimostra 30 e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (...) Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa c'è minestra, verdura e brodo. (...) Gli ordini della Puma sono aumentati e il tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz'ora. (...) Nei dormitori non abbiamo l'acqua calda d'inverno". Un'altra testimonianza rivela che "quando arrivano gli uomini d'affari stranieri per un'ispezione, gli operai vengono avvisati in anticipo; i capi ci fanno pulire e disinfettare tutto, lavare i pavimenti; sono molto pignoli".

Minorenni alla catena di montaggio, fabbriche gestite come carceri, salari che bastano appena a sopravvivere, operai avvelenati dalle sostanze tossiche, una strage di incidenti sul lavoro. Dietro queste piaghe c'è una lunga catena di cause e di complicità. Il lavoro infantile spesso è una scelta obbliga per le famiglie. 800 milioni di cinesi abitano ancora nelle campagne dove il reddito medio può essere inferiore ai 200 euro all'anno. Per i più poveri mandare i figli in fabbrica, e soprattutto le figlie, non è la scelta più crudele: nel ricco Guangdong fiorisce anche un altro mercato del lavoro per le bambine, quello della prostituzione. Gli emigranti che arrivano dalle campagne finiscono nelle mani di un capitalismo cinese predatore, avido e senza scrupoli, in un paese dove le regole sono spesso calpestate. Alla Kingmaker che produce per la Timberland, gli operai dicono di non sapere neppure "se esiste un sindacato; i rappresentanti dei lavoratori sono stati nominati dai dirigenti della fabbrica".

Le imprese che lavorano su licenza delle multinazionali occidentali, come la Kingmaker e la Pou Yuen, non sono le peggiori. Ancora più in basso ci sono i padroncini cinesi che producono in proprio. Per il quotidiano Nanfang di Canton, i due giornalisti Yan Liang e Lu Zheng sono riusciti a penetrare in un distretto dell'industria tessile dove il lavoro minorile è la regola, nella contea di Huahu. Hanno incontrato Yang Hanhong, 27 anni, piccolo imprenditore che recluta gli operai nel villaggio natale. Ha 12 minorenni alle sue dipendenze. Il suo investimento in capitale consiste nell'acquisto di forbici e aghi, con cui i ragazzini tagliano e cuciono le rifiniture dei vestiti. "La maggior parte di questi bambini - scrivono i due reporter - soffrono di herpes per l'inquinamento dei coloranti industriali. Con gli occhi costretti sempre a fissare il lavoro degli aghi, tutti hanno malattie della vista. Alla luce del sole non possono tenere aperti gli occhi infiammati. Lamentano mal di testa cronici. Liu Yiluan, 13 anni, non può addormentarsi senza prendere 2 o 3 analgesici ogni sera. Il suo padrone dice che Liu gli costa troppo in medicinali".

Se mai un padrone venisse colto in flagrante reato di sfruttamento del lavoro minorile, che cosa rischia? Una multa di 10.000 yuan (mille euro), cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca della licenza invece scatta solo se un bambino "diventa invalido o muore sul lavoro". Comunque le notizie di processi e multe di questo tipo scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non sembra una priorità per le forze dell'ordine.
Tra le marche straniere Timberland e Puma sono il campione rappresentativo di una realtà più vasta. Per le opinioni pubbliche occidentali le multinazionali compilano i loro Social Reports, quei "rapporti sulla responsabilità sociale d'impresa" di cui la Nike è stata il precursore. Promettono trasparenza sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei loro fornitori. Salvo "scoprire" con rammarico che i loro ispettori non hanno visto, che gli abusi continuano. Diversi auditor denunciano il fatto che in Cina ora prolifera anche la contraffazione delle buste-paga, i falsi cartellini orari, le relazioni fasulle degli ispettori sanitari: formulari con timbri e numeri artefatti per simulare salari e condizioni di lavoro migliori, documenti da dare alle multinazionali perché mettano a posto le nostre coscienze. La Nike nel suo ultimo Rapporto Sociale dice delle sue fabbriche cinesi che "la falsificazione da parte dei manager dei libri-paga e dei registri degli orari di lavoro è una pratica comune".

La parte delle belle addormentate nel bosco non si addice alle multinazionali. I loro ispettori possono anche essere ingenui ma i numeri, i conti sul costo del lavoro, li sanno leggere bene in America e in Germania (e in Francia e in Italia). La Puma sa di spendere 90 centesimi di euro per un paio di sneakers, gli stessi su cui poi investe ben 6 euro in costose sponsorizzazioni sportive. La Timberland sa di pagare mezzo euro l'operaio che confeziona scarpe da 150 euro.

Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare e segretario generale del partito comunista cinese, ha accolto lunedì a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: "You come, you profit, we all prosper". Voi venite, fate profitti, e tutti prosperiamo. Non è evidente chi sia incluso in quei "tutti", ma è chiaro da che parte sta Hu Jintao.

(19 maggio 2005) 
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Eplode il caso delle fabbriche ghetto cinesi in provincia di Pavia...: un lagoai sotto casa tua..?


Tre casi in poco più di un mese, tutti molto simili nelle loro caratteristiche ed estremamente vicini geograficamente: la fiorente industria pellettiera oltrepadana ha ormai lasciato il posto allo sfruttamento esasperato di manodopera straniera a costi irrisori. A dimostrarlo, le indagini compiute sul territorio dalle Forze dell'Ordine a partire dallo scorso mese di dicembre, che hanno portato alla scoperta ed allo smantellamento di tre autentiche fabbriche-ghetto gestite da cinesi, a Campospinoso, a Portalbera ed a Pinarolo Po. E questa, purtroppo, pare non essere altro che la punta di un iceberg ben più ampio, la dimostrazione pratica delle cause di quel fenomeno di recessione che, nel corso degli ultimi decenni, è riuscito a mettere in ginocchio l'industria delle confezioni, un tempo settore trainante dell'economia locale.
Spazi angusti, infrastrutture fatiscenti, prodotti chimici conservati accanto alle provviste di cibo, macchinari, brande di fortuna: è questo l'ambiente in cui vivevano e lavoravano, costretti dai propri connazionali, decine di immigrati clandestini cinesi, su turni che spesso superavano le 12 ore di attività ininterrotta, spesso accanto a bambini di pochi mesi. Tutto questo nel completo silenzio, ed all'oscuro degli stessi abitanti dei paesi in cui le fabbriche-ghetto erano dislocate: niente e nessuno, se non il prodotto finito, aveva la possibilità di uscire da quelle mura. La potenza economica cinese, tramite lo sfruttamento dei propri cittadini, immigrati irregolarmente in Italia, sotto la supervisione di altri immigrati, stavolta regolari, responsabili dell'organizzazione del lavoro e del procacciamento degli ordinativi, e con la complicità delle multinazionali da cui partono gli ordinativi stessi, spesso note e prestigiose firme di quella che dovrebbe essere la moda "made in Italy", pare dunque avere compiuto un importante salto di qualità: alla semplice
esportazione del prodotto finito si è ora affiancata la ben più pericolosa esportazione di uno tra i modelli di lavoro più inumani, quello del LAOGAI, il sistema di campi di lavoro a costo zero su cui si basa la reale competitività cinese.
Sconcertante è il silenzio delle istituzioni di fronte ad un fenomeno tanto preoccupante, capace, se non adeguatamente contrastato, di innescare nel mondo del lavoro un inarrestabile processo di imbarbarimento, dove ad un lavoratore conscio dei propri inalienabili diritti e della propria dignità si sostituisca una massa da sfruttare, in un gioco al ribasso dal quale solo il grande capitale potrà trarre vantaggio, a discapito del popolo italiano.