| RASSEGNA STAMPA |
Rassegna culturale di Lorenzo
Manifesto – 19.1.12
Alle radici del nazismo. Le origini del male – Alberto Burgio
Riflettere sulla «costruzione sociale del male» a proposito delle atrocità collettive generate dal nazismo e in particolare in relazione alla Shoah restituisce attualità alla questione che si può dire abbia motivato l'intera ricerca di Primo Levi: capire - per quanto possibile - ciò che avvenne nell'Europa sottomessa al nazismo implica in effetti riuscire a «capire i tedeschi». Violenza inutile. Nella misura in cui fu il fascismo tedesco, il nazismo costituì un fenomeno generale, inquadrabile nel contesto della modernizzazione europea, sullo sfondo della crisi economica e sociale connessa allo sviluppo della società di massa, alla torsione sciovinista e imperialista delle politiche statuali e alle ripercussioni della prima guerra mondiale, della rivoluzione d'Ottobre e della Grande crisi del '29. Rientrano in tale contesto generale il travolgimento delle strutture dello Stato liberale di diritto e l'instaurazione di un potere discrezionale, la brutale ripresa del colonialismo, la deriva razzista e lo stesso sopravvento della razionalità tecnica messo in rilievo da analisi classiche delle cause dello sterminio, da Günther Anders a Detlev Peukert, a Zygmunt Bauman. Vi è tuttavia una specificità. A fare del nazismo un unicum nel quadro dei fascismi e dei cosiddetti «totalitarismi» fu una violenza estrema e «inutile», in larga misura fine a se stessa, un surplus di violenza che non dev'essere confuso con la manifestazione di impulsi sadici da parte di singoli individui, come nel caso dei torturatori di Abu Ghraib. Tale eccesso di violenza non si espresse soltanto nei crimini commessi dalle autorità politiche e militari (Wehrmacht compresa), ma anche nei comportamenti spontanei di gran parte della popolazione civile, ancor prima dell'inizio della guerra. Il concetto di «costruzione sociale del male» assume un significato pregnante al suo cospetto perché nella Germania degli anni Trenta e Quaranta il male prese effettivamente forma e si dispiegò anche nel corpo della «società civile» tedesca. Ma se è vero che il surplus di violenza - la sua mostruosità e gratuità, messa in risalto dalla sua fredda pianificazione burocratica - è il tratto distintivo del nazismo, si tratta di interrogarsi sulle sue origini (il che in nulla contrasta con la percezione della cesura storica che il nazismo rappresentò, con il salto di qualità che esso impresse alla storia tedesca, europea e mondiale). Da dove sgorgò tanta brutalità? Qual era l'humus nella quale la diffusa disponibilità all'orrore affondava le radici? Un problema storico fondamentale connesso al tema della violenza diffusa nella Germania nazista concerne la qualità del consenso di massa che sostenne il regime sino al termine del conflitto bellico. Come la più recente storiografia viene documentando, non si trattò infatti tanto di terrore né di una peraltro colpevole indifferenza e complicità oggettiva di «spettatori» apatici o distanti. Si trattò piuttosto di un inestricabile intreccio tra repressione e consenso, di un insieme di comportamenti nei quali si espressero l'adesione generalizzata alla politica del regime e la partecipazione diretta, attiva e consapevole di gran parte della popolazione ai crimini nazisti. Consenso attivo e partecipazione. Come ha scritto Robert Gellately, caratteristico del nazismo è il fatto che il regime non incontrò alcuna difficoltà nell'ottenere la cooperazione dei cittadini comuni, nemmeno quando si trattò di mettere in atto spaventose violenze e politiche criminali. L'idea che il regime avesse «lavato il cervello» di sessanta milioni di individui o che riuscisse a trattare i tedeschi come se fossero prigionieri, in blocco, in un campo militare è assurda, e se continua a tenere banco, è perché non si vuole guardare in faccia un dato indubbiamente sconvolgente: le atrocità del nazismo non furono perpetrate soltanto nel nome del popolo tedesco, ma con il sostegno di gran parte della popolazione. Di fronte a questo scenario ci si può rassegnare all'incomprensibilità dell'accaduto. Ma se invece cerchiamo di capire, se - come scrisse Cesare Cases a proposito di Levi - ci ostiniamo a «scegliere l'innocua razionalità per giungere al cuore dell'assurdo», come dobbiamo procedere? Indicazioni preziose provengono proprio dalla storiografia che ha messo al centro la questione del consenso di massa a Hitler e al nazismo. L'analisi di Ian Kershaw è un fermo atto di accusa nei confronti della «società civile» tedesca, il cui crescente consenso è riconosciuto decisivo nel tragico sviluppo degli avvenimenti. «Settori sempre più ampi del regime e della società furono complici in una serie di politiche che poi sfociarono nel genocidio», scrive Kershaw a conclusione di una ricerca che pone al centro il tema delle «motivazioni» alla base del consenso stesso. Il successo della propaganda («le magie di Goebbels») non si spiega se non alla luce della sua capacità di evocare delusioni e aspettative comuni e di richiamarsi ad atteggiamenti e valori diffusi. Gli arbitri delle polizie soddisfecero una vasta domanda di ordine e di «purificazione» sociale dopo il «caos» politico e morale della repubblica. L'ideale della «comunità di popolo», con il suo tragico corollario di esclusione e di persecuzione degli estranei, rispose a un'istanza condivisa e radicata di coesione e di omogeneità. Un ruolo affatto cruciale giocò la cultura politica tradizionale, la propensione a concepire un'immagine eroica e guerresca della politica come «egemonia imperiale» ed esercizio di potenza sul piano internazionale. E altrettanto profondamente influì, in connessione con questo tratto aggressivo, l'inclinazione ad affidarsi senza riserve alle decisioni di un capo carismatico circondato da un'aura sacrale e investito di un illimitato potere mistico in quanto capace di evocare una prospettiva salvifica di redenzione politica, un futuro eroico per una Germania rigenerata. Ma la storiografia non è la prima a percorrere questo cammino. Il nesso tra cultura e scelte politiche, tra sistemi di valori, quadri morali, tratti psicologici e comportamenti collettivi, viene messo a fuoco, ancor prima che la Germania e l'Europa siano liberate dalla peste nazifascista, da una serie di contributi offerti da letterati, filosofi, psicologi e uomini politici ben addentro alla «questione tedesca». Tra questi spicca in particolare la testimonianza di Thomas Mann, che tra il 1930 e il 1950 torna sul tema a più riprese in interventi pubblici (discorsi, articoli e, negli anni di guerra, nei messaggi radiofonici rivolti ai tedeschi) e nella corrispondenza. L'«anima tedesca». «Se esiste la Germania - scrive Mann nel gennaio del '45 -, se esiste il popolo come figura storica, come una personalità collettiva con un carattere e un destino, allora il nazionalsocialismo non è se non la forma che un popolo, il tedesco, ha assunto venti anni fa per intraprendere il tentativo più audace che la storia conosca, attuato con i mezzi più ampi, più crudeli e più insidiosi, del soggiogamento e della riduzione in schiavitù del mondo: tentativo che per un filo non è riuscito». Il nazismo è la forma che il popolo tedesco ha voluto darsi. Ma perché? Qui il discorso assume una piega drammatica. Mann ritiene che quanto è accaduto sia il risultato «del carattere e del destino del popolo tedesco». E, consapevole di esporsi all'insulto e al risentimento, enuncia quella che gli pare una verità innegabile: il nazismo ha «radici centenarie nella storia della vita germanica», «radici nel popolo tedesco, nel carattere tedesco, nella psicologia tedesca». Queste riflessioni trovano sistemazione in una conferenza che Mann tiene a Washington, presso la Library of Congress, nel giorno del suo settantesimo compleanno. È il 6 giugno del '45, nemmeno un mese dopo la capitolazione incondizionata della Germania nazista. Il titolo del discorso, Germany and the Germans, è tutto un programma: dice che non sarebbe possibile comprendere le ragioni della catastrofe della Germania senza parlare dei suoi abitanti e della loro «singolarità»: della loro cultura e psicologia, della loro storia e configurazione morale, delle loro scelte, predilezioni e responsabilità. Il ritratto che Mann abbozza dell'«anima tedesca» è di una mirabile lucidità e, insieme, di una straordinaria intransigenza. Mette a fuoco il difficile rapporto col mondo (un misto di presunzione e provincialismo); i paradossi di un'idea aggressiva della libertà fondata sul servilismo verso l'autorità costituita; il disprezzo per la politica ereditato dalla Riforma luterana e la conseguente identificazione tra politica e violenza; l'ambiguità fondamentale del romanticismo tedesco, pervaso dall'esaltazione della vitalità e da una morbosa attrazione verso la malattia e la morte. Cautela e tabù. Tuttavia si pongono a questo riguardo diversi problemi. In primo luogo, non è chiaro in che misura le disposizioni dei soggetti incidano sui processi storici e quanto invece debba essere ricondotto all'oggettività delle situazioni sociali e politiche. In proposito è indispensabile evitare approcci unilaterali e coniugare, nel concreto dell'analisi, elementi di ordine «situazionale» e aspetti connessi alle motivazioni degli attori individuali e collettivi. Alquanto problematica appare poi l'idea di «carattere» di un popolo o di una nazione. Qualsiasi generalizzazione su questo terreno è arrischiata, forse arbitraria. Nel fare riferimento ai «caratteri nazionali», o allo «spirito di un popolo», dobbiamo essere consapevoli di muoverci in una logica probabilistica, simile a quella che sottende le analisi statistiche. D'altra parte non si può negare che il discorso sui «caratteri nazionali» abbia una sua consistenza, e una sua notevole utilità. È consistente per il semplice fatto che differenti tradizioni culturali (intese, nel senso più comprensivo, come sistemi di credenze, valori e norme) esistono e influiscono in profondità (e in modo perlopiù inconsapevole) tanto sulla configurazione delle identità individuali e di gruppo (in particolare attraverso i processi formativi) - quindi sui comportamenti individuali e collettivi - quanto sulla struttura delle società (le forme di relazione, i rapporti gerarchici, le istituzioni). Di qui l'utilità di un discorso che può aiutarci a comprendere reazioni differenti al cospetto di situazioni analoghe e svolgimenti peculiari di quadri storici generali. In questo senso l'analisi dei «caratteri nazionali» merita, forse, di essere riscattata dalla condizione nella quale oggi versa: a ben vedere, infatti, noi tutti ce ne serviamo, salvo rifiutarci di prenderla troppo sul serio e di conferirle la veste di un discorso «scientifico». Le motivazioni di questa cautela sono note e irreprensibili. Storicamente questo discorso è venuto assumendo connotati irricevibili. Da quando il romanticismo ha declinato in chiave irrazionalistica il concetto di «spirito del popolo»; da quando, soprattutto, si è preteso di costruire, in ambito positivistico, una scienza chiamata «psicologia dei popoli», si è via via ritenuto di poter risalire dai comportamenti e dalle tradizioni culturali a una presunta natura delle diverse nazionalità. Il discorso è stato, cioè, declinato in chiave essenzialistica e deterministica, il che lo ha fatalmente trasformato in un ingrediente della grande e sciagurata narrazione razzista. Si comprende bene quindi il discredito in cui è caduto e il tabù che oggi tende a sconsigliarne l'impiego. Ma, come spesso accade, il tabù sacrifica un importante e fecondo filone di ricerca, per salvare il quale si tratta piuttosto di affrontare diversamente il problema, curando di mantenere l'analisi saldamente ancorata al terreno storico. Parlare dei «caratteri nazionali» di un popolo - in questo caso dei tedeschi - significa parlare di fondamentali tratti culturali che, costituitisi e sedimentatisi sullo sfondo di determinati quadri storici, hanno verosimilmente contribuito a dar forma ai comportamenti che individui o gruppi hanno assunto al cospetto di situazioni storicamente determinate.
Un convegno a Firenze
Fra le osservazioni mosse negli anni in riferimento al Giorno della memoria (ricorrenza istituita dal Parlamento italiano nel 2000 aderendo alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata per ricordare le vittime del nazismo, del fascismo e dell'Olocausto) ce n'è una ricorrente - che la commemorazione limitata a una data rischia di coincidere con l'oblio degli altri giorni. Forse per questo la Regione Toscana ha deciso nel 2012 di estendere i confini della giornata, facendola precedere il 24 e 25 gennaio da un convegno internazionale su «Shoah, modernità e male politico» che si terrà a Firenze (Auditorium di Sant'Apollonia) e cui sono stati invitati a intervenire storici, filosofi e studiosi di diverse nazionalità. Quattro i nuclei tematici: «Il dibattito storiografico sulla Shoah» (Giovanni Gozzini, Enzo Collotti, Christoph Schminck-Gustavus, Omer Bartov, Christopher Browning, Simone Duranti, Gianpasquale Santomassimo); «Auschwitz come "rottura di civiltà": la coscienza contemporanea di fronte all'Olocausto» (Franca Alacevich, David Cesarani, Tom Segev, Yuri Slezkine, Annette Wieviorka, Renata Badii, Diego Guzzi); «La condizione umana dopo il male radicale» (Zygmunt Bauman, Roberto Esposito, Massimo Giuliani, Susan Neiman, Dimitri D'Andrea, Enrico Donaggio); «La lezione della Shoah: razzismo e costruzione sociale del male» (Ugo Caffaz, Michele Battini, Alberto Burgio, Tullio Seppilli, Hanna Yablonka, Fabio Dei, Milena Santerini). L'intervento che proponiamo in questa pagina è la rielaborazione del testo che verrà proposto a Firenze il 25 gennaio.
Un mondo di eguali oltre i confini delle specie – Felice Cimatti
La tesi del libro di Marco Maurizi, Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà (Novalogos, pp. 240, euro 22), è radicale, e per questo motivo da prendere in considerazione: il problema dell'animalismo non è un problema ulteriore e secondario rispetto a quello della liberazione delle donne e degli uomini sfruttati dal capitalismo. Quando si pone il problema della condizione degli animali non umani nel sistema economico contemporaneo (ogni anno, ad esempio, ne vengono uccise diverse decine di miliardi per scopi industriali) arriva subito l'obiezione che si tratta soltanto di animali, e che prima di occuparci di loro è il caso di occuparci degli esseri umani. L'animalismo diventa così un problema che riguarda gruppi, per quanto molto attivi, del tutto marginali, affatto incapaci di incidere realmente sul meccanismo industriale dello sterminio degli animali non umani. C'è di peggio, in questo modo l'animalismo finisce per diventare una scelta etica individuale. Ora, come ci ha ben spiegato Marx, non è l'etica che cambia il mondo, bensì l'economia, non sono i processi mentali, bensì i rapporti sociali. Ecco, Marco Maurizi questa idea ce l'ha molto chiara: «la convinzione etica che non sfoci in una dimensione politica rimane a livello di "desiderio" e, con ciò, smentisce la propria aspirazione pratica al cambiamento della realtà». Il trionfo della merce. L'animalismo, allora, è un problema politico-economico, perché «l'uomo è un animale ridotto in schiavitù dalla stessa civiltà che ha assoggettato la natura non umana», ed in particolare gli animali non umani. Questo è il punto centrale di Al di là della natura: per Maurizi i fenomeni della schiavitù degli esseri umani (quella brutale e quella ipocrita mediata da qualche legge) e della schiavitù animale sono due facce di uno stesso dispositivo economico e ideologico. Un dispositivo che non si ferma di fronte a nulla, che trasforma qualunque entità (poche storie sono più ridicole, ai nostri tempi, di quelle che auspicano un capitalismo etico!), in intermediario del denaro, in mezzo per accrescere il valore del capitale. La posta in gioco, nel caso del corpo di chi lavora alla catena di montaggio o alla raccolta di pomodori, come di quei corpi che vengono direttamente inviati al macello è sempre la stessa: produrre valore, e la variabile dipendente non è il capitale, ma il corpo assoggettato al dispositivo capitalistico. Anche se il paragone fra il corpo umano e quello non umano può non piacere, sempre con corpi abbiamo a che fare. Corpi diversi, certamente, ché quello di Homo sapiens è diverso da quello di Sus scrofa domesticus, ma per un materialista sono comunque corpi, cioè entità naturali. La tesi di Maurizi è che perché «l'animale venga trattato come fine e non come mezzo» occorre «che l'uomo stesso sia trattato come fine». Quello che va spezzato è un ordine economico-sociale che si basa sulla messa a profitto della natura, quindi dei corpi, e pertanto tanto di quello umano quanto di quello suino. Si ribalta, in questo modo, un radicato pregiudizio antropocentrico (e spesso anche filosofico): l'animale è sfruttato dall'uomo non perché è inferiore, al contrario, è considerato inferiore proprio perché lo sfruttiamo. E così la liberazione animale coincide con la liberazione umana, perché «solo quando l'uomo ha cominciato a rendere schiava la natura ha realizzato la ricchezza sociale necessaria a rendere schiavo l'uomo». Il difficile, però, viene ora. Il punto di arrivo di questo percorso è «il ritorno dall'uomo alla natura». Maurizi non propone, come molti teorici contemporanei, una qualche forma di decrescita felice, un ritorno a una condizione originaria in cui gli umani avrebbero convissuto pacificamente con il resto del mondo vivente. Un'epoca del genere, ammesso che sia mai esistita, è oggi improponibile, anche perché nessuno accetterebbe una vita del genere. La proposta è molto più ambiziosa e paradossalmente più a portata di mano. Si tratta di partire proprio dal recupero della sempre rimossa animalità dell'umano, oltre quindi l'eterno dualismo di mente e corpo. Un'animalità, che qui vuol dire empatia e solidarietà con il resto del vivente, che non è perduta in un passato mitico, al contrario, è ancora tutta da conquistare e immaginare. Questo significa il passaggio dall'uomo, anzi, dall'Uomo, alla natura, e quindi a una visione finalmente non più gerarchica ed escludente del mondo vivente. Un'animalità di questo tipo presuppone una «uguaglianza universale», come anche una «pratica della cura, della dedizione all'altro» che può finalmente estendersi «oltre i confini di specie». Una doppia presenza. Questo orizzonte presuppone il superamento di un ordinamento economico-politico che, al contrario, è costitutivamente basato sulla trasformazione della natura (Homo sapiens compreso) in merce, e quindi in semplice mezzo del continuo accrescersi e dislocarsi del capitale. Un'animalità allargata, che non esclude l'umano, ma lo accoglie al suo interno per toglierlo una volta per tutte dalla posizione di predominio: «una società umana liberata, se deve davvero costituire la soluzione della contraddizione uomo/natura e l'abbandono di ogni dualismo e spiritualismo, non può che configurarsi come società animale allargata». Qui sta la maggiore originalità di questo libro, cercare di uscire da una contrapposizione teorica e pratica ormai insopportabile: quella che oppone il materialista che vede nell'animale umano soltanto l'animale, e quella dello spiritualista che vi vede, invece, soltanto l'umano. La «società animale allargata» si può costruire solo se Homo sapiens si ricorda di essere, appunto, Homo (cioè un mammifero bipede), senza però dimenticare di essere anche sapiens: è suo il compito di portare la natura oltre sé stessa (perché gli animali, da soli, non se sono capaci, quello dell'armonia originaria del mondo vivente è un mito), perché solo a lui è naturalmente data «la possibilità di pensare la natura senza la propria presenza e, dunque, di concepire la propria esistenza come totalmente decentrata rispetto a sé». È questa la sfida che pone questo libro, mettere finalmente la questione animale al centro del dibattito politico, e non solo di quello etico-giuridico: la questione animale come questione generale del rapporto non solo dell'uomo con la natura (ciò che è sempre stato chiaro, almeno al pensiero ambientalista), ma soprattutto del rapporto dell'uomo con sé stesso in quanto animale: «in effetti, non abbiamo ancora piena percezione di quale radicale stravolgimento del pensiero e della prassi implichi assumere l'ottica antispecista».
Ascesa e caduta di Pugacëv, sedicente zar e vero ribelle – Stefano Garzonio
Tra il 1773 e il 1775 la Russia fu teatro di uno degli sconvolgimenti più tragici tra quelli che colpirono la sua storia. Si tratta della pugacëvscina, la celebre guerra contadina che fece seguito a un lungo periodo di turbolenze politico-sociali dei cosacchi, scontenti per le sempre più rigide imposizioni economiche e politiche decise dal governo centrale, e che nel suo propagarsi andò a riguardare settori sempre più ampi della popolazione dell'Impero russo, dai contadini asserviti ai lavoratori delle industrie degli Urali, alle tante diverse nazionalità presenti nella zona (baskiri, tartari, minoranze finniche). La rivolta ebbe inizio nel settembre del 1773 tra i cosacchi del circondario del fiume Jaik per poi diffondersi a Orenburg, gli Urali, la zona del fiume Kama e la Siberia occidentale. Il capo rivoltoso, Emil'jan Pugacëv, riprendendo uno schema di comportamento già diffuso a partire dal XVII secolo (si pensi al Falso Demetrio dell'epoca dei Torbidi), si era dichiarato lo zar Pietro III miracolosamente sopravvissuto alle trame di Caterina II (in realtà lo zar era morto durante il colpo di stato del 1762). Aveva poi condotto la rivolta con crudeltà e astuzia, mettendo a ferro e fuoco i territori coinvolti dalle attività belliche. Anche dopo la sconfitta, la cattura e infine, a conclusione di un lungo processo l'esecuzione a Mosca sulla piazza Bolotnaja nel gennaio 1775, Pugacëv rimase - e rimane - nell'immaginario russo una figura emblematica. Accanto al rivoltoso secentesco Stenka Razin, egli è ancora oggi simbolo di quell'idea di sconfinata libertà, ferinità e cieca forza del bunt, della rivolta popolare russa. Non a caso dopo la rivoluzione d'Ottobre nelle file dell'emigrazione bianca più volte si tracciò un parallelo tra il falso Pietro III, l'impostore Emel'jan Pugacëv, e Nikolaj Lenin, alias Vladimir Ul'janov, che venne definito anche il «Pugacëv vittorioso». Ma il rilievo culturale della figura di Pugacëv è legato anche alla sua trattazione letteraria. Della guerra contadina scrisse nelle sue memorie il poeta Gavriil Derzhavin, che aveva preso parte a quella campagna, e alla storia di Pugacëv dedicò celebri pagine Aleksandr Puskin. L'autore della Figlia del capitano, nella quale di Pugacëv si fornisce un vivido ritratto storico e umano, scrisse una «Storia di Pugacëv», del cosiddetto bunt, redatta dopo una capillare disamina sul campo delle fonti, comprese quelle orali degli ultimi testimoni di quei fatti. A Pugacëv dedicò un poema Sergej Esenin, e il suo nome divenne assai familiare in occidente, soprattutto grazie al capolavoro puskiniano, ma anche andando a incarnare più in generale il mondo cosacco russo (mi sia permesso qui ricordare con un sorriso il «lupo della steppa» Pugacioff del fumetto Tiramolla di Giorgio Rebuffi). Marco Natalizi, che ci ha abituato a studi di grande rigore, fondati su dati fattuali di prima mano e insieme percorsi da un'indubbia originalità interpretativa, propone adesso - dopo i volumi All'ombra della legge sull'amministrazione delle comunità urbane russe del XVIII secolo e Il caso Cernysevskij - una nuova monografia, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugacëv (Donzelli, pp. 247, euro 25), nella quale intende fornire una lettura nuova della pugacevscina, basata sulla messe di materiali pubblicati nel corso di oltre due secoli, specie in epoca sovietica, materiali che ci permettono, se riletti con occhio attento, di giungere a una più articolata definizione delle cause sociali, politiche, culturali e etniche del grande sovvertimento. Lo storico ripercorre la biografia del futuro samozvanec, il disertore e fuggiasco Pugacëv autoproclamatosi lo zar Pietro III, e il complesso intreccio di avvenimenti che lo porteranno a raccogliere attorno a sé sulle rive del fiume Jaik (tale idronomo fu poi sostituito per volere di Caterina II con Ural) una banda di rivoltosi che andrà rimpolpandosi con l'estendersi dell'insurrezione dagli Urali alla Volga tra i cosacchi, i servi russi e le varie nazionalità della steppa. Il titolo dello studio di Natalizi, La rivolta degli orfani, pone in rilievo l'idea centrale del libro, quella che il grande movimento insurrezionale al di là dei suoi sviluppi contingenti e dei singoli episodi storici, affondi le sue radici in quel malcontento che si era diffuso in diversi gruppi sociali e etnici nella Russia cateriniana per il crescente potere della nobiltà proprio al tempo dell'Assemblea legislativa convocata dall'imperatrice. E così la ribellione trarrebbe origine dall'esigenza di ripristino del modello petrino di controllo della nobiltà, dei possidenti terrieri, i cosiddetti pomesciki. Natalizi studia a fondo i tratti culturali, religiosi e comportamentali del composito mondo cosacco e contadino e di quello delle tante nazionalità presenti sul territorio e lo fa sforzandosi di ricostruire i singoli eventi bellici e di definire in prospettiva storica i tratti psicologico-comportamentali oltreché sociali, del ribelle Pugacëv e di alcuni dei suoi seguaci più significativi, dal capo baskiro Kinzja Arslanov al cosacco Zarubin-Cika. Centrale è la narrazione sulla presa di Orenburg, del lungo assedio di Ufa, e subito dopo l'analisi del corpus di ukazy e disposizioni redatte dal falso zar «liberatore». Come si puntualizza nell'introduzione lo studio della pugacëvscina non si può esimere da una caratterizzazione del suo carattere politico e del suo programma. Allo stesso tempo Natalizi è attento a registrare le reazioni del mondo contadino russo. Proprio questa prospettiva mostra la complessità del fenomeno che lo storico, fine conoscitore della storia e della cultura delle etnie presenti nel territorio russo, cerca di rivedere sulla base delle ricerche più recenti dedicate alla storia dei popoli stanziati tra il medio corso della Volga la Kama e gli Urali. Con ritmi incalzanti e dovizia di dati il volume sviluppa la narrazione degli eventi successivi. L'intervento decisivo del generale Aleksandr Bibikov, la riorganizzazione dell'esercito imperiale e la presa di coscienza dei nobili sono all'origine del contrattacco dei regolari che porterà alle rovinose sconfitte dei rivoltosi sotto Orenburg e Ufa. Natalizi ripercorre tutte le fasi della guerra, dall'effimera vittoria di Kazan' della quale esiste una celebre descrizione di Puskin, alle susseguente disfatta dopo le orge e i violenti saccheggi, e poi agli errabondaggi del falso Pietro III e delle sue schiere e alle numerose ribellioni di contadini e villaggi allogeni contro i funzionari del potere centrale e i sacerdoti della chiesa ortodossa. Pur rimanendo uno scritto propriamente scientifico, corredato da una fitta tela di note e rimandi bibliografici, il racconto storico acquista in alcuni passaggi, anche per il carattere esotico delle ambientazioni, i tratti di una narrazione avvincente. La fuga del sedicente Pietro III incalzato dalle truppe del generale Michel'son dopo i tentativi di portare dalla propria parte i cosacchi del Don e la dura sconfitta di Cernyj Jar si concluse con la sua consegna per mano di alcuni dei suoi fedelissimi alle autorità, i primi interrogatori (cui prese parte anche Aleksandr Suvorov), il trasferimento prima a Simbirsk, poi a Mosca, la condanna e l'esecuzione, che ogni lettore russo ha presente attraverso il racconto puskiniano. Un glossario e una serie di cartine storiche che descrivono gli eventi attribuiscono al lavoro di Natalizi un ulteriore valore documentario, che bene si coniuga con la specifica attenzione rivolta al mito storico-popolare di Pugacev nel tentativo di delineare alcuni dei tratti fondamentali della specificità culturale russa.
La meravigliosa arte della vita – Cristina Piccino
Nelle pagine che introducono alla raccolta di lettere della madre Efratia, Amos Gitai riporta una serie di conversazioni tra lei e lui, registrate nel 1991 e trascritte in seguito. Eccoci subito in una storia familiare piena di rimandi, il cui percorso si snoda dall'Europa alla Terra promessa, e viceversa, comprendendo la prima e la seconda guerra mondiale, il nazismo, l'Olocausto. E anche la scommessa dei kibbutz, i pionieri in Palestina, la sfida delle giovani generazioni dei «saba», come si chiamano allora gli ebrei nati in Israele, quale era Efratia. È una storia di viaggi, per terra e per mare, avventurosi e pieni di incognite, di bauli dispersi tra la Russia e l'Italia sulle navi di migranti. Di una terra «senza ombra e senza acqua», di persone che intrecciano i loro destini a una geografia in continua mutazione. Mosca, Odessa, le persecuzioni contro gli ebrei nel 1915, la rivoluzione russa. Vienna, Trieste, Jaffa,Tel Aviv. La casa con le finestre sul mare e la semplicità di una famiglia in cui si divoravano libri, il kibbutz e la rivolta delle giovani generazioni, quella di Efratia, per seguire le proprie idee. Poi di nuovo l'Europa, Vienna la Rossa, Freud, Alfred Adler, Charlotte Biedler. Scorrono le parole, e gli anni, arriva Munio Weinraub Gitai, il padre di Amos, giovane architetto, in Europa il nazismo lo ha cacciato, lui era nato in Polonia. Efratia e Munio si sposano, lavorano insieme alla costruzione di una nuova realtà; nasce il primo bambino, Dan, che muore a soli due anni. Siamo nel 1937, Munio torna nell'Europa che è alle soglie della guerra e dei futuri stermini, la Palestina è la salvezza, dopo ci sarà Israele... «Ho dedicato moltissimo tempo alle persone, nella mia vita. Forse troppo. Ma in quella galleria delle meraviglie che è la mia vita, ho conosciuto persone eccezionali. Eravamo un gruppo variegato che si dedicò a costruire il paese, Eravamo donne molto attive. E poi vedove. È un'arte quella di essere vedove. In fondo vivere è una grande arte». E questa arte della vita riempie il carteggio di Efratia, ragazza bella, appassionata, mai disposta a rinunciare alla sua indipendenza. A vent'anni, nel 29 (era nata nel 1909) parte alla scoperta del mondo, di questa vita che respira col pensiero del suo tempo, le battaglie della politica, il sogno di un mondo diverso, tutto da inventare. Efratia Gitai. Storia di una famiglia. ebrea (Bompiani Overlook, p. 260, in libreria la prossima settimana), annoda i fili di un secolo, il Novecento, in quelle lettere che la madre del regista di Kippur, non ha mai smesso di scrivere e di ricevere per quasi settant'anni, fino al 1994. Grandi eventi della Storia uniti a riflessioni privatissime, alle parole d'amore per il marito, per i figli, i genitori, i fratelli, gli amici. Alle dispute con il padre, alla rivendicazione di un'autonomia del pensiero e delle scelte. Alle confidenze con le sorelle, al dolore e alle scoperte. Un viaggio ininterrotto tra Palestina e Europa, tra oriente e occidente, e una memoria che ha ispirato profondamente il cinema di Gitai. Nelle parole della madre, come nella vita del padre - che è al centro del suo prossimo film Lullaby for my father - la dimensione dell'esperienza personale traccia una cartografia del secolo passato. Una storia viva, emoziante, che riflette il nostro passato e ci permette di interrogare i conflitti del presente. Ne parliamo al telefono con Gitai. La storia della tua famiglia, tuo padre architetto del Bauhaus, europeo, costretto alla fuga in Palestina dal nazismo, e tua madre nata in Palestina che scopre l'Europa da ragazza, al di là della dimensione «privata», ripercorre l'intera parabola del Novecento. Il film che sto finendo su mio padre (Lullaby for my father) racconta in effetti il secolo scorso attraverso il suo vissuto. In Europa e in Israele. Ma credo che quando si affronta un contesto in cui si sovrappongono molti sguardi contraddittori, il microcosmo è il punto di partenza migliore. Se guardo alla vita di Munio, vi trovo molti spunti per capire il senso profondo dell'architettura: nella sua semplicità c'è il lavoro di una generazione che voleva realizzare cose semplici, per i lavoratori, e non grandi musei che soddisfano solo l'egocentrismo. La sua visione dell'architettura costruisce anche uno spazio nel quale mettere a fuoco il contemporaneo. Efratia racconta invece il progetto di Israele prima che questo esistesse. Ed è una figura straordinaria, una donna indipendente che si muove in un mondo affascinante, non la tradizionale moglie e madre. A quei tempi, siamo negli anni Trenta, era inusuale. Anche il suo rapporto col padre, così come appare nelle lettere, è speciale. Tra loro c'è una relazione molto forte ma al tempo stesso lei non vuole sottomettersi, sceglie di stare da sola ... Per me è stato un modello molto importante, mi ha insegnato che il pensiero deve rimanere libero, non può essere strumentalizzato dai politici, dagli stati. C'è uno scambio di lettere tra noi su questo, quando da Londra mi parla di Galileo che rifiutò di farsi schiacciare dalla chiesa. I tuoi genitori ci parlano anche di un'utopia. Entrambi vogliono realizzare una realtà di uguaglianza, giustizia, rispetto, libertà, e forse lo stato di Israele dopo la guerra non rispecchia il loro pensiero. Tutto questo è diventato una parte fondante della tua poetica, dei tuoi film. Mi è sempre piaciuto scoprire quanto e in che modo la dimensione utopica condizioni la sfera intima. Il modo di vivere, e di porsi nelle cose, di Efratia e di Munio è stato per me un po' una bussola. Soprattutto perché sono sempre state persone di grande semplicità e modestia, nonostante entrambi frequentassero i grandi pensatori del secolo, Munio aveva lavorato con Mies van der Rohe, Efratia studiava la psicanalisi a Vienna, conosceva Freud... Il loro pensiero segue una direzione molto chiara ma non è mai rigido, per entrambi la vita coincideva con la letteratura, la politica, come ne discutono mi piace moltissimo, senza separatezza ... Film come Kadosh o come Promise Land sono ispirati dalle conversazioni con mia madre, dal suo sentimento che le donne nella nostra società non avevano ancora il giusto spazio. Anche la relazione tra Israele, e l'Europa è un aspetto centrale nella loro esperienza. E se penso al tuo cinema non posso che ritrovarvi la stessa tensione. Non credo che sia giusto definirti un regista «israeliano» , legato unicamente alla dimensione del conflitto mediorientale. Non sono obbligato a fare film, è una scelta che unisce l'aspetto estetico e la voglia di raccontare delle storie. Però le istituzioni, e anche una certa visione critica, devono classificare il cinema mettendolo sotto questa o quella bandiera. Naturalmente non vale per i registi europei, accade con chi come me arriva dal medioriente. È un retaggio del colonialismo che mette l'Europa al centro. Il resto è solo un'illustrazione della realtà, perciò noi che facciamo film in Israele non facciamo cinema. Mio padre era nato in Europa, non credo che fosse stato felice di andarsene infatti quando perdono il loro primo figlio, nonostante il pericolo del nazismo, Munio torna in Europa. Sarà Efratia a salvarlo da quella trappola. Ma la sua rottura con l'Europa era stata tragica e brutale, e questo lo aveva spinto a quel viaggio allucinante. Anche per me, che sono nato in Israele la dimensione europea è centrale. Nonostante nel mio bagaglio culturale sia importante il rapporto con il paese dove sono nato, non posso però rinunciare a questo dualismo. In che modo hai raccolto e organizzato le lettere (la selezione e la cura editoriale sono di Rivka Gitai, ndr)? Mia madre quando spediva una lettera chiedeva al destinatario di rimandargliela indietro. Così quasi nessuna è andata perduta. Nella sua corrispondenza vedo una specie di diario aperto del secolo scorso, in cui registra cambiamenti, tristezze, la perdita della sua utopia. Penso che ne fosse consapevole in qualche modo. É stato un lavoro lungo, mia madre è morta ormai sette anni fa,e per me le sue lettere costituiscono una memoria che mostra anche i conflitti con grande vitalità.
Lessico famigliare, dal kibbutz ai cortei di Vienna
Pubblichiamo alcuni estratti dal libro «Efratia Gitai. Storia di una famiglia ebrea.
Salve a tutti miei cari! Fino a ora ho lavorato a tagliare, è un lavoro a giornata e siamo stati trattati decentemente: un giorno frutta 9-10 sterline. Abbiamo deciso di non imbarcarci più in questa fatica però. Questa è la realtà del bracciante in campagna. La giornata va avanti più o meno così: di giorno si lavora, di sera si legge, scrive, canta, chiacchiera. Io sto benissimo ma le gambe, papà, non si rinfrancano. Qui non ci sono divani... In kibbutz l'atmosfera è buona. C'è tanto lavoro però mancano ragazzi, e le ragazze sono un po' pigre... Il lavoro mi occupa molto e mi da molta soddisfazione... Vivere e lavorare! Vivere e combattere! Vivere e amare, la vita! (Efratia ai genitori Elyahu ed Esther, Ginegar, 25 settembre 1929)
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... Papà si permette di definire i miei ideali come «fraseologia»... Fa male perché è il frutto di una grave incomprensione... Non ci si capisce, e non servirebbe una lettera di venti pagine, fa male e basta... Non cambierò certo il mio modo di vedere, credo in quello che faccio e rispetto il tuo (del padre, ndr) cammino... Tu pensi che bisogna decidere se essere lavoratori (accontentandosi di poco ed estraniandosi da tutto ciò che offre di positivo la cultura europea) o essere borghesi (piccoli o no). Io non posso essere né una cosa né l'altra perciò sto creando una terza via, è difficile ma ci credo... (Efratia ai genitori Elyahu ed Esther, Mikve Israel, 23 ottobre 1929
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... Ti dirò sinceramente che la vita a Vienna non è tutta rose e fiori, del resto è sempre difficile in un ambiente straniero... E qui ci sono solo estranei... Ma dico sempre a me stessa che nonostante tutto credo nella bellezza della vita e dell'umanità! ... C'è un motto in tedesco molto carino: Siamo giovani, che bello! Mi piace molto perché i giovani tengono riposta così tanta bellezza, così tante potenzialità... Sarina mi scrivi su una faccenda che ti sta molto a cuore presupponendo che fra noi ci siano divergenze... Ognuno ha la sua concezione dell'amore. A ciascuno il suo amore insomma. Non esiste un amore uguale all'altro, l'importante è che sia una leva (secondo me) per sublimare l'uomo e renderlo più bello... Probabilmente sono io un po' fuori dal normale, non sono capace di amare (a lungo) un uomo che non ami me... (Efratia alla sorella Sarah Vienna, 12 novembre 1930)
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Primo maggio un grande giorno per Vienna la Rossa. 350.000 persone si sono radunate per un immenso corteo... Una parte rilevante del corteo si era radunata sotto le bandiere del movimento operaio in Terra di Israele... La gioventù ebraica dalla schiena dritta camminava a testa alta, marciava con fiera compostezza... Anch'essa rivendica il proprio status di lavoratori in lotta per un nuovo corso, per una nuova società... Sembra quasi di vivere già in una beata società socialista della rivoluzione, ma solo per un attimo perché si vedono subito i ranghi dei disoccupati, affamati, affamati di pane e basta. E le donne sfruttate, sfinite dal lavoro, dai parti (il capitalismo ha bisogno di carne da cannoni e di macchine - neanche a parlarne di mezzi per il controllo delle nascite... (Efratia al padre Elyahu, Vienna maggio 1931)
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Mio caro fratello! Arretro quasi davanti al foglio bianco: è difficile scrivere in giorni come questi. Giorni in cui a ogni istante succedono cose che sconvolgono il mondo intero... La Germania è sconfitta! Né più né meno. Munio, che ha ascoltato la radio ha detto: «Maledetto mondo». Perché non c'è gioia nei nostri cuori... Perché i nostri fratelli non ci sono più. Foglio maledetto con qualunque parola ti si può riempire ma tu taci. (Efratia al fratello Ygal, Haifa, 3 maggio 1945)
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Mio caro Amos, ieri ti ho spedito da Londra una lunga lettera che ora che è sabato sera ti scrivo di nuovo. Può darsi che le forti impressioni che ti trovi a vivere ti abbiano fatto dimenticare quello che ti ho detto ... Hai ricevuto le mie lettere da lì? Altrimenti non fa nulla. Non avevano alcun valore «letterario» a parte qualche consiglio di mamma di cui puoi tranquillamente fare a meno... Ti sarà perdonato soprattutto se nelle prossime settimane farai il bravo bambino e scriverai tanto... (Efratia al figlio Amos, Haifa sabato sera, 12 agosto 1967).
Una striscia d'eternit – Andrea Voglino
«Continua»: ecco un leit-motiv tipico del fumetto popolare. Il trucco ideale per fidelizzare i lettori e dare alle strisce disegnate un respiro drammatico difficile da ottenere nei confini della foliazione standard. Ma quello del finale monco è un espediente che calza a pennello anche a storie con protagonisti ben più realistici dei vari Corto Maltese, Diabolik eccetera: quelle nate nel Paese reale, raccontate dai quotidiani e riprese dagli editori che negli ultimi anni, sull'esempio dei «fumetti verità» usciti a suo tempo sul vecchio «Corriere dei Ragazzi», hanno (ri)scoperto la formula del comic journalism. Dal massacro del Circeo alla macelleria messicana della Diaz, dall'assassinio di Anna Politkovskaja alla fine di Pier Paolo Pasolini, le inchieste giornalistiche pronte a trasformarsi in piccoli best-seller a strisce abbondano. E alcune rappresentano ferite ancora aperte e dolorose. Fra queste non poteva mancare la storia della strage silenziosa avvenuta nello stabilimento Eternit di Casale Monferrato fra gli anni del Boom e il nuovo millennio. Decenni di lucro a spese degli operai e della popolazione della città, che respirando le polveri di cemento-amianto disperse nell'aria dello stabilimento ha pagato un tributo altissimo alla legge del profitto. Nel dicembre scorso, il Comune di centrodestra di Casale sembrava voler scrivere l'epitaffio della vicenda barattando i 2.889 morti di mesotelioma pleurico documentati dal 1981 a oggi con il risarcimento da 18,3 milioni di euro offerto dalla proprietà. Ma come ha scritto poche settimane fa su queste pagine Mauro Ravarino, l'indignazione dei parenti dei defunti ha imposto alle autorità un brusco cambio di sceneggiatura, costringendo il sindaco Pdl Giorgio Demezzi a riaprire la pratica. Non anticipa il finale Eternit - Dissolvenza in bianco, euro 18, il volume di 188 pagine appena distribuito in libreria da Ediesse e realizzato a quattro mani dalla cartoonist Gea Ferraris insieme con Assunta Prato, membro di spicco della Associazione delle Vittime ed ex insegnante alla scuola secondaria. Ma è comunque una testimonianza preziosa. Perché, a differenza di altri saggi di giornalismo a fumetti, rilegge la vicenda in prima persona attraverso i racconti di chi c'era e chi non c'è più. Spiega l'artista Gea Ferraris: «Il progetto è nato da un'idea di Assunta, che si era trovata a raccogliere del materiale sulla vicenda Eternit e ne era rimasta tanto sconvolta da decidere di ricavarne un libro. La scelta del linguaggio è nata dall'esigenza di differenziarsi rispetto ai volumi ispirati alla tragedia di Casale, ma anche di favorire l'immedesimazione del pubblico con i protagonisti della vicenda». Da qui, l'idea di rivolgersi alla sua ex allieva, fresca di diploma alla Scuola del Fumetto di Milano, una passionaccia per Maestri come Hayao Miyazaki e Tim Burton e un presente come disegnatrice del webcomic «Davvero» lanciato in rete dalla sceneggiatrice e romanziera Paola Barbato. Dal punto di vista della sceneggiatura, le autrici hanno lavorato mantenendo la massima aderenza alla realtà dei fatti, limitando licenze poetiche e «trucchi» di montaggio al minimo indispensabile. «Tutto ciò che è importante per la storia è assolutamente realistico, compreso il segno», sottolinea Ferraris. «In questo senso, ho preferito utilizzare le mezzetinte rispetto ai bianchi e neri. Questo, per conferire alla storia atmosfere più tenui, ma anche per evidenziare il contrasto fra gli ambienti oscuri e spettrali della fabbrica e il vissuto dei protagonisti». La polvere d'amianto, vero serial killer invisibile, è rappresentata da graffi inferti direttamente sulle tavole disegnate: «aggredendo fisicamente il foglio, "rovinando" i disegni, ho cercato consapevolmente di rappresentare con la tecnica come le vite delle persone venissero strappate, rovinate», conclude l'autrice. Completa la lettura di Eternit - Dissolvenza in bianco una corposa appendice documentale: prime pagine, testimonianze in presa diretta, ordinanze comunali, dossier fotografici che amplificano il formidabile impatto emotivo della docu-fiction a strisce, e al contempo rendono il volume una delle opere più dettagliate e aggiornate sul «caso Eternit». La sentenza definitiva su questo disastro ambientale è prevista per il 13 febbraio. E se nella realtà non c'è spazio per l'happy end, la speranza è che una volta tanto la giustizia trionfi. Come nei fumetti.
Corsera – 19.1.12
America, la serrata di Wikipedia - Massimo Gaggi
NEW YORK - Non è uno sciopero di Internet come vogliono far credere i suoi promotori, ma di certo l’America che va in Rete non aveva mai visto niente di simile: per tutta la giornata di oggi la popolarissima enciclopedia online Wikipedia e molti altri siti, da Reddit a Boing Boing, verranno oscurati, mentre altri grandi operatori del web, pur non partecipando alla serrata, trasformeranno la loro home page in una sorta di manifesto di protesta contro le leggi antipirateria all’esame del Congresso: norme considerate liberticide dai protagonisti della comunicazione digitale. Ieri è scesa in campo anche Google: dopo aver scritto, assieme a Facebook, eBay, Aol, Twitter e Yahoo! una lettera aperta ai leader del Parlamento di Washington, chiedendo loro di rinunciare al varo delle norme che dovrebbero andare in votazione a partire dalla prossima settimana, la società di Mountain View ha comunicato che stamani sulla sua home page comparirà un link che notifica agli utenti la sua radicale opposizione alla legge in discussione. Il braccio di ferro sulla protezione del copyright è, insomma, diventato una guerra a tutto campo tra Hollywood e la Silicon Valley: da un lato i giganti della cinematografia, l’industria musicale, i produttori di contenuti televisivi (e anche gli editori), decisi a difendere il loro patrimonio intellettuale saccheggiato dai siti pirata, con un danno stimato in 58 miliardi di dollari nel solo 2011; dall’altro i grandi operatori di Internet che, al di là degli appelli ideali alla libertà d’espressione, temono di subire pesantissime limitazioni se entrerà in vigore una legge che li obbliga a bloccare preventivamente il transito di materiale «proibito» sui loro siti. I parlamentari repubblicani e democratici che hanno proposto lo Stop Online Piracy Act (Sopa) alla Camera - che ne ha per ora rinviato l’esame, mentre al Senato il Pipa (Protect Intellectual Property Act) dovrebbe andare in votazione il 24 gennaio - sostengono che queste reazioni sono esagerate. Quelle norme, infatti, in teoria prenderebbero di mira solo i siti-canaglia stranieri che si appropriano di film e brani musicali senza pagare diritti d’autore. Con le nuove regole, però, i provider americani di Internet che non bloccano preventivamente il transito di questi contenuti potrebbero essere denunciati e diventerebbero corresponsabili del danno patrimoniale. Per gli operatori, a cominciare da Google, Bing e dalle reti sociali, sono, dunque, norme ben più stringenti rispetto al Digital Millennium Copyright Act, la legge oggi in vigore, che garantisce loro l’immunità per le violazioni del copyright, presumendo la buona fede dei provider e chiedendo loro solo di eliminare dai siti il materiale proibito, una volta ricevuta la relativa notifica. Insomma, un vero scontro di titani, nel quale la lobby dello spettacolo, assai più ricca e radicata a Washington di quella di Internet, ha condotto all’inizio un’offensiva imponente, conquistando un vasto consenso parlamentare che, però, ora sta svanendo sotto i colpi della controffensiva della Silicon Valley. Il mondo di Internet, infatti, ha mobilitato milioni di utenti, invitandoli a bombardare di mail e telefonate i loro parlamentari, mentre anche il sarcasmo della stampa cinese, che ora accusa l’America di costruire barriere censorie, viene usato come arma contro il Congresso. Così, anche se i parlamentari repubblicani e democratici favorevoli alle nuove norme rimangono, almeno sulla carta, una larga maggioranza, la Camera è già in pausa di riflessione, mentre al Senato alcuni leader hanno chiesto un rinvio del voto per studiare una serie di modifiche. La svolta sabato scorso, quando tre esperti della Casa Bianca hanno ufficializzato su un blog presidenziale la loro opposizione a una normativa che, hanno scritto, persegue un obiettivo giusto - la lotta alla pirateria - con uno strumento sbagliato: una legge rigida e invasiva, potenzialmente liberticida. Il giorno dopo, l’editore globale Rupert Murdoch, appena sbarcato su Twitter, ha digitato un messaggio di fuoco: in 140 caratteri ha accusato direttamente Obama di proteggere i criminali e Google di essere a capo della pirateria. Un messaggio di spropositata durezza, che non ha giovato alla causa degli editori: ieri i rappresentanti della Camera di Commercio Usa, e della Motion Picture Association of America, le due lobby più potenti scese in campo contro la pirateria, sono divenuti molto concilianti, riconoscendo che bisogna evitare che le nuove norme danneggino eccessivamente il mondo di Internet. Comunque finisca questo scontro durissimo e prolungato, due elementi stanno emergendo: il Congresso Usa legifera su Internet - ormai un elemento centrale della vita economica, sociale e politica del Paese - senza avere, per esplicita ammissione dei suoi membri, una conoscenza approfondita di ciò che si muove nel mondo digitale. In quest’ultimo, poi, alle proteste civili di chi intravede rischi liberticidi, si sovrappongono gli assalti di frange radicali come i ribelli di «Anonymous », fiancheggiatori di «Occupy Wall Street », che cercano di colpire i capi delle grandi imprese della comunicazione con azioni di guerriglia online, come la pubblicazione di indirizzi e numeri telefonici privati di questi manager, nonché dell’identità dei loro familiari. Atti potenzialmente violenti, che nessuno scisma culturale provocato dal generational divide di Internet può giustificare.
Senza diritti d’autore, l’autore è senza diritti - Ernesto Ferrero
Il primo istinto è quello del piccolo proprietario contadino, abituato a rinchiudere ogni sera il bestiame nella stalla e a contare per bene gli animali, per vedere che ci siano tutti. Vogliono portarmi via le pecore per trasferirle a una specie di kolkoz letterario? Non sia mai. Di pirateria ce n’è anche troppa in giro, guardate come sono finiti i discografici. Tutti vogliono tutto e subito, e a titolo gratuito. Abbattendo ogni confine di spazio e tempo, l’era digitale sta intaccando progressivamente anche il concetto stesso di proprietà. Quel che finisce in Rete assume automaticamente la configurazione di una res nullius, alla quale ognuno ha diritto di accedere, persino con malagrazia. Già è sotto attacco il vecchio supporto cartaceo, gli autori di bestseller progettano di commercializzare da soli in Rete i loro libri, perché tanto non hanno più bisogno di un editore; Amazon e Google minacciano con la spregiudicatezza delle loro pratiche commerciali le librerie tradizionali e gli stessi editori, e adesso vogliamo pure togliere agli autori il frutto, solitamente modesto, delle loro fatiche intellettuali, con la risibile scusa sessantottesca della libera circolazione delle idee? Che ci tocchi assistere a un ritorno dell’«esproprio proletario» sotto specie digitale, con gli smartphone al posto dell’eskimo? Editori e agenti letterari hanno già caricato da tempo a pallettoni i loro fucili a canne mozze, e dagli spalti merlati dei loro fortilizi sono pronti a far fuoco. E pensano a come Alessandro Manzoni si rivolterebbe nella tomba, lui che ebbe a lottare strenuamente contro la pirateria (nell’Italia preunitaria Firenze, e non Napoli, era un centro attivissimo di contraffazioni) e cercò invano di porvi rimedio inserendo nel testo le illustrazioni del Gonin. Proviamo a immaginare cosa succederebbe in un mondo senza copyright, a parte i nuovi disoccupati intellettuali e i conseguenti pesi scaricati sugli ammortizzatori sociali. Chi si assumerebbe l’onere di sostenere i costi della produzione intellettuale, sia essa letteraria, artistica o musicale? Spariti da tempo i mecenati, morti e dimenticati gli Adriano Olivetti e i loro nobili progetti comunitari, con le grandi industrie - le poche rimaste - che il braccino tirato l’hanno avuto anche ai tempi migliori e figurarsi adesso, resterebbero la Fondazioni bancarie, angustiate da ben altre preoccupazioni, e il solito Stato, già semi-affondato da debiti galattici. Il quale si vedrebbe costretto a finanziare i creativi inasprendo le accise, già folli, sulla benzina, o addirittura l’Iva, scatenando così per le strade una sorta di caccia allo scrittore, cicala rea di mangiare brioches mentre il popolo muore di fame, e dunque da lapidare sul posto. Con i leghisti in subbuglio contro gli autori comunisti, gay, meridionali ed extracomunitari. Per non pensare a cosa succederebbe nelle commissioni governative incaricate di scegliere gli artisti meritevoli di investimenti statali. Quali generi favorire, poi? La letteratura o la scienza? La cultura alta o quella bassa? Fabio Volo o un novello Wittgenstein? E in ogni caso, come scegliere tra i circa tremila giallisti in esercizio? A decidere sarebbero ancora una volta le segreterie dei partiti, attraverso emissari di basso profilo, poeti frustrati, avvocati lobbisti, filosofi imbarazzanti prestati alla politica. Stella e Rizzo avrebbero di che riempire interi volumi. Meglio pagare il piccolo pedaggio del diritto d’autore. La pratica del copyleft, nata storicamente per consentire lo sviluppo dei linguaggi di programmazione e quindi con lodevoli intenti antimonopolistici, non esclude, né vuole azzerare il copyright, ma anzi lo presuppone. Consente l’accesso regolamentato a determinati testi, purché non a scopo di lucro, conservando agli autori le royalties tradizionali. Tra i suoi sostenitori spicca il collettivo bolognese dei Wu Ming, i quali ormai da dieci anni sostengono che la disponibilità in Rete dei loro romanzi non solo non ha danneggiato le vendite in libreria dei medesimi titoli, ma le ha semmai favorite: proprio perché fa circolare il nome e i prodotti, attivando una serie non indifferente di benefici e ricavi collaterali, un po’ come succede ai musicisti che quello che perdono in dischi lo recuperano con i concerti. A ben guardare, il copyleft sarebbe insomma un’astuta pratica promozionale messa in atto da chi ha capito prima e meglio le potenzialità della Rete, e dunque un investimento a costo zero, parecchio redditizio. Certo, presuppone che autori tanto pensosi del bene comune siano già sufficientemente noti, perché è difficile per un esordiente farsi notare da solo nel frastornante rumore di fondo della Rete. Ma qui si aprono scenari di ardua decifrazione per i non addetti, tra un hardware che si aggiorna a forsennati ritmi trimestrali, database che non si sa quanto possano durare, «marketing tribali», social network che stimolano l’esibizionismo più becero, consumi imprevedibili ma tutti sotto il segno dell’ansia di non essere abbastanza cool. Di fatto, l’accesso al sapere è più che abbondante e a buonissimo mercato: tanto sterminato da creare una specie di paralisi, di fronte all’immensità degli archivi a disposizione. Forse il problema non è la libera circolazione delle opere dell’ingegno, ma l’uso che ne sappiamo fare. Il problema siamo noi, lettori frettolosi, superficiali, di bocca buona, ormai geneticamente incapaci della solitudine, della pazienza e del silenzio che la lettura richiede.
Meglio hacker e pirati che burocrati e censori - Giulio Giorello
«Le idee degli altri si intrecciano sin dall’origine alle nostre: le destano, le guidano, le precedono, le impongono», scriveva a metà del secolo XIX Carlo Cattaneo, e proprio questa è la «potenza delle menti associate»: nella scienza, ma anche nell’arte e nella tecnologia. Chi è mai l’autore del calcolo infinitesimale o del principio di conservazione dell’energia? E, come sottolineano Michele Boldrin e David Levine, lo stesso vale per le varie «tele-cose» (per esempio, il telegrafo, il telefono, «il telegrafo senza filo», cioè la radio, e la televisione) che hanno profondamente cambiato il nostro modo di vivere: quando si è poi dato a qualche conquista un nome, si è trattato spesso non di colui che aveva fornito il contributo maggiore, «ma di chi aveva l’istinto più acuto per il gioco del monopolio». Un’ostinata difesa del controllo del «consumo» di una qualche idea non va necessariamente nella direzione della crescita scientifica ed economica. Anzi, è stata spesso la pirateria delle idee, sorella di quella delle navi, ad abbattere la vecchia censura statale ed ecclesiastica e ad aprire la strada all’innovazione. Le colonie del Nord America, e poi i neonati Stati Uniti, potevano riprodurre i libri editi nella madrepatria senza tener conto delle pretese di autori e stampatori, per non dire della libera traduzione di opere pubblicate in lingue diverse dall’inglese: un’assenza di vincoli che Benjamin Franklin, politico e inventore, definiva «una virtù inestimabile» per la nascente nazione americana. Oggi sarebbe considerato un hacker, se non pericoloso come Assange. La tendenza, oggi globale, a rinforzare il copyright si basa su un equivoco di fondo, come ha scritto John Perry Barlow (autodefinitosi «seccatore elettronico ed ex allevatore di bestiame»): «Se rubo il vostro cavallo, non potete più cavalcare; ma se rubo la vostra informazione, voi ce l’avrete ancora». Farebbe sorridere chi rivendicasse in nome di Einstein la proprietà intellettuale di qualche formula della relatività. Per farmaci, musica e film le cose vanno però diversamente. Se compro un cd e poi lo riproduco, magari per il piacere degli amici, sono già un fuorilegge — e negli Usa rischio di trovarmi i federali in casa! Come ha scritto Lawrence Lessing, è un’ossessione «tanto squilibrata da motivare misure drastiche anche quando il bene su cui viene assegnato un diritto di proprietà è qualcosa che nessuno ha individualmente creato». E siamo poi così convinti che la fatica e l’interesse economico degli autori siano efficacemente «tutelati» da formule burocratiche? Il primo emendamento della Costituzione Usa dichiara che «il Congresso non farà mai alcuna legge che limiti la libertà d’espressione». Le legislazioni europee non sono sempre altrettanto nette; ma non dovremmo esigere, come voleva Spinoza, che uno Stato sia innanzitutto il garante della libertà dei singoli individui? O con Milton, che le buone idee possano essere legalmente vendute senza che nessuna burocrazia le tormenti «con dazi e gabelle»? Non si tratta, ovviamente, di abolire con un colpo di spugna la proprietà intellettuale (il titolo del libro di Boldrin e Levine non inganni; tra l’altro l’editore in quarta pagina esibisce il suo copyright), ma di proporre modalità che garantiscano chi lavora nella stampa o nella rete e al tempo stesso impediscano che, sotto il pretesto della proprietà intellettuale, si favoriscano monopoli che inevitabilmente bloccherebbero lo stesso dibattito delle idee. Anzitutto il proprietario di un qualsiasi copyright non dovrebbe usare gli strumenti di protezione dei suoi legittimi interessi per controllare gli impieghi del suo «prodotto» una volta che sia stato legalmente comprato da altri. Certo, è materia che va regolata caso per caso con sobrio empirismo, secondo la logica del contratto privato e non secondo quella di un pervasivo controllo dello Stato. E in un momento come questo, in cui è forte la tentazione di «normalizzare» la rete trasformandola da forum aperto di discussione a succursale «ad alta velocità» della ormai «vecchia» televisione, e spesso si confondono il ruolo del politico con quello del manager privato di una grande compagnia (il nostro Paese lo sa bene), mi sembra più interessante rischiare l’accusa di pirateria, mettendosi dalla parte di Franklin, che finire come quei monopolisti cinesi che sotto la dinastia Ming vedevano nelle esplorazioni condotte dai loro più audaci navigatori una minaccia alla «società» (ovvero alla brama di controllare il commercio), fino a ottenere che l’autorità imperiale le vietasse del tutto. Il motto dei Ming pare fosse «mantenere la rotta». Il nostro, invece, è: meglio pirati o hacker che questo o quel Grande Timoniere.
Una Chiesa che frena il Paese. Più lontana l’Europa dei diritti - Marco Ventura
L’ufficiale pontificio con cui Goethe era in viaggio verso Perugia nell’autunno 1786 pose la domanda a bruciapelo: «A voi è permesso vivere in buona amicizia con una bella ragazza senza averla sposata? Lo ammettono i vostri preti?» Il poeta tedesco riportò nel Viaggio in Italia la propria risposta a Torquato Cesarei: «I nostri preti sono gente avveduta e non s’immischiano in codeste piccolezze. Naturalmente, se gliene chiedessimo licenza, non la concederebbero». Il capitano perugino esclamò allora: «Non avete dunque bisogno di chiederla? Beati voi! E dato che non vi confessate, essi non vengono a saperlo». Cesarei proseguì poi, secondo il racconto di Goethe, imprecando contro i suoi preti e cantando le lodi «della nostra beata libertà». Nel libro La Chiesa contro (Longanesi), in uscita domani, Sergio e Beda Romano percorrono all’inverso il viaggio del poeta. Se Goethe discese la penisola descrivendone l’arretratezza civile e religiosa, i due Romano risalgono un’Europa nord-occidentale aperta e dinamica, il cui sviluppo dipende, secondo gli autori, da un maturo rapporto tra Stato e Chiesa, tra scienza e fede. Identica a quella che emerge dallo scambio tra Goethe e Torquato Cesarei l’inquietudine: l’italiano sente di appartenere ad un’Europa nord-occidentale libera e mobile al cui modello agogna, ma anche ad un’Italia irrimediabilmente diversa e lontana. Se le due appartenenze confliggono, quanto pesa la religione? Quanto conta il conflitto tra cattolicesimo romano e modernità? E cosa rappresenta per l’Europa e per l’Italia una «Chiesa contro»? I distinti itinerari dei due autori si sovrappongono, si integrano. Sergio Romano torna allo scontro tra Stato costituzionale ottocentesco e Chiesa di Roma, per raccontare lo sviluppo dei rapporti tra gli Stati liberaldemocratici e la «Chiesa contro». Il figlio Beda viaggia per gli stessi Paesi, ma segue le strade dei più recenti conflitti su famiglia, sessualità, medicina, e mostra i nessi tra la storia dei rapporti tra Stati e Chiese e l’approccio dei diversi Paesi alle questioni bioetiche. Il viaggio di Sergio Romano è la storia di un conservatorismo cattolico che invano contrasta lo sviluppo tecnico-scientifico e la complessità socio-religiosa dell’Europa degli scambi e dei commerci. Così i liberali belgi di metà Ottocento sono, scrive l’autore, «persone spesso devotamente cattoliche, ma troppo moderne e intraprendenti per tollerare tutti i precetti della Chiesa romana ». In egualmodo la Svizzera moderna nasce dal superamento della pregiudiziale cattolica e dall’affermarsi di «un patriottismo elvetico fondato sulla tolleranza»; e lo stesso Impero austro- ungarico deve cercare la propria stabilità nella «pacifica convivenza tra persone di religione diversa». Si dimostrano invincibili i due nemici della «Chiesa contro»: lo Stato moderno che preferisce alla legittimazione religiosa la sovranità di un popolo composto da cittadini di orientamenti diversi, e la liberal-democrazia dei diritti civili e della separazione dei poteri. Nel Novecento, scrive ancora Sergio Romano con particolare riferimento alla vicenda italiana, la «Chiesa contro» oscilla tra «il desiderio di una presenza politica nella società» e «il timore che quella presenza pregiudichi la sua autorità e libertà d’azione». Con i Patti lateranensi e i concordati con Hitler e Franco, il compromesso vince sull’intransigenza. Restituita alla sua sovranità e spinta dal nemico comunista, la Santa Sede si sente di nuovo Stato e abbraccia la logica concordataria: la «Chiesa contro», nota l’autore, si «diplomatizza», ovvero accetta, «come in tutti i rapporti diplomatici, la prospettiva dei compromessi e degli accomodamenti». Sopravvissuta, e per giunta da vincitrice, al crollo del nazifascismo, la Chiesa si riconcilia con lamodernità occidentale nel Concilio Vaticano II: il negoziato con i governi dei Paesi marxisti-leninisti, la celebre Ostpolitik vaticana, è il capolavoro di una Santa Sede sicura del proprio ruolo internazionale in nome di una Chiesa cattolica a suo agio nella modernità. Tutto cambia con la fine del comunismo e la saldatura tra la rivoluzione degli anni Sessanta e il liberalismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il mondo è di nuovo ostile. La «Chiesa contro» rinasce nell’Europa secolarizzata, ma soprattutto negli Stati Uniti dove il cattolicesimo si trasforma da Chiesa degli immigrati in Chiesa «nazionale»; come scrive Sergio Romano, la nuova Chiesa cattolica americana si vuole dogmatica e liberale insieme: «dogmatica quando proclama le sue verità, liberale quando il liberomercato della fede le impone le sue norme». Una nuova miscela di intransigenza e compromesso muove la «Chiesa contro»: quella di un Giovanni Paolo II «contemporaneamente autoritario e popolare»; quella di un Benedetto XVI che, ancora secondo Romano, «mette definitivamente fine a qualsiasi pretesa ecumenica della Chiesa di Roma» e dà battaglia al relativismo culturale. Si innesta qui il viaggio di Beda Romano. L’eutanasia svizzera, la clonazione britannica, il matrimonio gay olandese e spagnolo, sono l’esito del percorso raccontato dal padre Sergio. Dai testimoni intervistati e dai dati forniti, appare evidente come l’impossibilità di un veto cattolico elaborata dalla storia dei rapporti tra Stati e Chiese nell’Europa nord-occidentale abbia prodotto un biodiritto meno restrittivo e più ottimista nei confronti della scienza e della libertà del cittadino. Non a caso i medaglioni di Beda Romano da Amsterdam, da Monaco di Baviera, da Parigi mostrano come gli scontri bioetici riecheggino i conflitti interni alla Chiesa di Roma: il magistero cattolico in tema di sessualità, famiglia e bioetica suona lontano dai credenti quanto le posizioni sugli scandali sessuali, sul celibato dei preti e sul no al sacerdozio femminile. Se in alcuni Paesi lo scollamento tra realtà sociale e ideale cattolico è accettato come fisiologico, nell’Europa nord-occidentale la pretesa di coerenza agita i credenti. Soprattutto nel mondo di lingua tedesca, gli abbandoni e le proteste raccontano una «Chiesa contro» se stessa. Beda Romano vede proprio nella Germania di Benedetto XVI «il Paese che più di altri, al momento opportuno, indurrà la Chiesa a cambiare identità ». Nell’Europa nord-occidentale non esistono oasi felici, è la conclusione dei due autori, ma, scrive Sergio Romano, «la società che si conforma alle prescrizioni della Chiesa è destinata a essere scavalcata dalle altre». Sembra essere il caso dell’Italia in cui all’opportunismo politico-religioso che l’autore definisce il «peggiore dei relativismi» si sommano, denuncia il figlio Beda, le «pecche» dell’establishment italiano: la «vena gerontocratica e corporativa» e il «pregiudizio antiscientifico». Come nell’Europa del Viaggio in Italia, anche in quella di Sergio e di Beda Romano è importante chiedersi cosa permettono i nostri e gli altrui «preti».Ma prima ancora, ci si deve domandare con Goethe se spetti a un «prete» concedere «licenza».
La Stampa – 19.1.12
Operazione Qumran – Maurizio Assalto
Milano - La storia era una di quelle a cui si crede volentieri. Il pastorello beduino che pascola il gregge, una pecora che se ne va per conto suo, lui che la insegue in una grotta e dentro alcune giare di terracotta trova un tesoro. I Rotoli del Mar Morto: la più grande scoperta archeologica del secolo scorso, assieme alla tomba di Tutankhamon, ma ben più densa di implicazioni politico-religiose, conflitti accademici, intrighi internazionali. Il racconto «funzionava», un misto di Alì Babà e della parabola evangelica della pecora smarrita. «Peccato che la realtà fosse un po’ più complicata», fa notare Marcello Fidanzio, coordinatore scientifico dell’Istituto di Cultura e Archeologia delle Terre Bibliche di Lugano, professore di Ebraico biblico alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Milano. Insieme con Riccardo Lufrani, Fidanzio è a capo dell’équipe italiana che dal 1˚ febbraio sarà a Gerusalemme, incaricata di studiare e pubblicare i materiali scavati negli anni 50 nel sito di Qumran, sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, presso le grotte dei famosi rotoli che contengono, tra l’altro, alcuni tra i più antichi manoscritti della Bibbia. L’archeologia è la chiave per comprenderli meglio, dopo sessant’anni di ricostruzioni fantasiose. Il ritrovamento, secondo la versione ufficiale, risale al 1947. Merito di un certo Muhammad ed-Dibh («il Lupo») e forse di un altro paio di beduini ta’amireh. Ma in realtà pare che si debba risalire più indietro, agli ultimi mesi del ’46. E forse quei beduini non erano tanto pastori, quanto contrabbandieri in cerca di nascondigli per la loro mercanzia. «Ma il fatto più triste», dice Fidanzio, «è che tutte le prime testimonianze convergono su uno stesso punto: che la pergamena di cui è fatta la maggior parte dei rotoli era un materiale molto utile per fabbricare i legacci dei sandali…». Con ogni probabilità alle grotte che punteggiano la falesia di Qumran avevano già attinto altri in passato, come è suggerito anche dalla constatazione che molte giare vennero rinvenute vuote. Del resto in questa zona già nel III secolo d.C. erano stati ritrovati manoscritti biblici: lo riferisce Eusebio di Cesarea nella Storia ecclesiastica (324 circa), raccontando che Origene se ne sarebbe servito per redigere la sua Esala. Quel che è certo è che, con le 24 sterline ricavate dalla vendita del bottino a un mercante di nome Kando che aveva la bottega nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, Muhammad il Lupo si comprò un fucile, venti capre e una moglie e cambiò vita. L’antichità dei manoscritti era stata riconosciuta da Eleazar Sukenik, insigne archeologo dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel novembre del ’47. Da quel momento la caccia ai rotoli, quelli nascosti nelle altre grotte di Qumran, poteva dirsi aperta. Pochi giorni dopo, però, il 29 novembre, l’Onu votò la partizione della Palestina tra arabi e ebrei. Seguì il 14 maggio ’48 la dichiarazione unilaterale che sancì la nascita dello Stato di Israele. E, il giorno dopo, lo scoppio del primo conflitto arabo-israeliano. Per un paio di anni, fino a quando la Cisgiordania venne annessa dalla Giordania, la zona di Qumran fu off-limits. Cessate le ostilità, le ricerche potevano riprendere, con gli archeologi di tutto il mondo (ma con l’importante esclusione degli israeliani, ossia i più interessati) pronti a contendere il tesoro ai beduini, che erano avvantaggiati dalla conoscenza dei luoghi. Alcune grotte erano raggiungibili soltanto calandosi per una trentina di metri sul fianco della falesia, altre distavano fino a due chilometri dal sito. In mezzo a tutte queste complicazioni, l’incarico di condurre gli scavi fu affidato a un domenicano francese, Roland de Vaux, ferratissimo storico e archeologo direttore dell’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme. I lavori si protrassero fino al 1956, quando la seconda guerra arabo-israeliana, conseguente alla crisi di Suez, impose un nuovo stop. Ma il grosso era fatto: centinaia di grotte erano state ispezionate, e undici di queste avevano restituito importanti rotoli, per un totale di circa 900 manoscritti in decine di migliaia di frammenti. Restava da studiarli e pubblicarli. Nel 1959 De Vaux, che in tutti quegli anni aveva pubblicato periodici rapporti sulla Revue biblique , propose la sua teoria: Qumran era il sito comunitario degli Esseni, una setta che intorno al 150 a.C. si era staccata da Gerusalemme, in opposizione all’«empia» ellenizzazione dell’ebraismo, per praticare il lavoro, la preghiera e l’osservanza della purità rituale; e i rotoli erano la loro biblioteca, nascosta nelle grotte per metterla in salvo, al tempo della rivolta antiromana culminata nella distruzione del Tempio, nel 70 d.C. «La teoria sembrava convincente», osserva Fidanzio, «perché molti dei primi manoscritti erano relativi alle norme della vita comunitaria essenica. Ma, proseguendo gli studi, si constatò che solo una parte dei documenti rimandava agli Esseni, gli altri attestavano tendenze religiose diverse e anche divaricanti. Qualcuno, poi, risaliva addirittura al III secolo a.C. Il limite di De Vaux fu di mischiare la descrizione e l’interpretazione». Riesaminando i materiali, dopo la sua morte prematura, nel ’71, si aprirono molti interrogativi. Per esempio: come spiegare le tracce di decori architettonici - mosaici, fregi, colonne, ceramica fine - in una comunità pauperista di celibi? E l’abbondanza di monete, che sembra attestare un’attività economica rilevante? E perché nella necropoli alcuni corpi, anziché essere sepolti in un telo, secondo l’usanza ebraica, erano composti entro bare, indizio probabile che vennero trasportati qui da un altro luogo? Per rispondere a queste domande sarebbe stato necessario un esame approfondito dei materiali archeologici. Ma intanto un’altra guerra, quella dei Sei giorni, nel giugno ’67, aveva nuovamente capovolto la situazione e bloccato tutto. Al termine del blitz Israele aveva occupato, tra l’altro, la parte Est di Gerusalemme, dove i reperti erano depositati nel Museo Rockefeller. Non essendo stata riconosciuta l’annessione, per vent’anni nessun archeologo vi mise piede. Intanto i rotoli erano stati portati nel Museo d’Israele, oggetto di tensioni con la Giordania che periodicamente li rivendica. Il gruppo internazionale e interreligioso creato da De Vaux per lo studio dei manoscritti procedeva a rilento, alimentando illazioni (circolò anche una «teoria del complotto», secondo la quale nei rotoli erano contenuti documenti scottanti che il Vaticano voleva tenere nascosti). All’inizio degli anni 90 fu così istituita una nuova commissione che è finalmente riuscita a pubblicare tutti i manoscritti realizzando microfiches e foto all’infrarosso. Per quanto riguarda i materiali di scavo, rimasti «dormienti» dalla metà degli anni 50, nel 1987 l’École Biblique incaricò dello studio un altro frate domenicano, l’archeologo Jean-Baptiste Humbert, sotto la cui supervisione opererà dai prossimi giorni la squadra italiana. La sua ipotesi è che Qumran abbia attraversato diverse fasi: nella prima metà del I secolo a. C. vi sarebbe sorta una residenza di tipo ellenistico (la pianta è la stessa della Casa del Governatore a Dura Europos, in Siria), sulle cui rovine si era in seguito insediato un piccolo gruppo permanente dedito all’ospitalità dei pellegrini, che nei giorni della Pasqua si rifiutavano di compiere i riti al tempio di Gerusalemme. Nell’imminenza dell’arrivo dei Romani, sarebbero stati nascosti qui tanto documenti propri dell’insediamento, quanto materiale proveniente da più lontano. Per Fidanzio e colleghi, in attesa di qualche sponsor che sostenga la loro ricerca priva di finanziamenti pubblici, il lavoro si prospetta lungo, con la possibilità di aprire scenari del tutto nuovi anche per quanto riguarda l’interpretazione dei testi. «Faremo come per i rotoli: cercheremo di pubblicare ogni cosa il più rapidamente possibile, in modo gli studiosi di tutto il mondo possano dare il loro contributo».
L'isola del Giglio, ultima oasi del "bove marino" – Mario Tozzi
Isola del Giglio - Ma cosa c'è di così prezioso nei fondali dell'isola del Giglio che preoccupa i turisti e gli ambientalisti di tutta Italia? In realtà è tutto l'arcipelago toscano a essere importantissimo dal punto di vista ambientale. E il paventato sversamento di combustibili dalla Costa Concordia un'apocalisse da evitare a tutti i costi. L'isola è un grande scoglio di granito emerso in mezzo al Tirreno dopo una storia geologica antica e tormentata. Il contrasto magnifico fra il colore chiaro dei graniti e il verde del mare le conferisce un valore paesaggistico elevatissimo, che le ha permesso di essere premiata da anni con il massimo delle vele e delle bandiere blu. A causa del ritardato arrivo sulla ribalta turistica internazionale e della cura dei suoi abitanti, quel mare si è conservato in buona salute ed è una delle poche mete significative, liberamente accessibili, del turismo subacqueo del Tirreno. Nelle zone sabbiose, come quelle davanti al porto (dove si è arenata la nave), la prateria a Posidonia, una pianta marina che testimonia acque pulitissime, è ampia e sostanzialmente integra e ospita ancora le grandi nacchere (Pinna nobilis) e una quantità di pesci come dentici, saraghi e pesci luna. Chi si bagna nelle baie del Giglio può ancora incontrare i cavallucci marini, sicuri indicatori di qualità delle acque che, in Italia, sono diventati rarissimi nell'ultimo mezzo secolo. Nelle tane una moltitudine di murene multicolori e di aragoste, astici e le caratteristiche «margherite» (le granceole) gigliesi. Il fondale in roccia (già pesantemente intaccato dalla nave per circa 1 km) è ricchissimo a coralligeno con praterie estese di Gorgonie rosse, piuttosto rare nel Mediterraneo, che fanno da nursery allo squalo gattuccio, altro indicatore di qualità dell'ecosistema. E poi anemoni, spugne, briozoi, alghe incrostanti, salpe, gronchi, muggini in quantità. L'isola è comunemente visitata dai cetacei marini che si vedono comodamente dai traghetti all'arrivo, ma l'ospite più pregiato è tornato a farsi vedere due anni fa, quando le acque del Giglio sono state sede di un clamoroso quanto inaspettato avvistamento, quello di due rarissimi esemplari di foca monaca che amoreggiavano a largo del Campese. Le foche monache ancora abitano il Mare Nostrum, ma per anni non erano state più avvistate nell'arcipelago toscano: catturate con le spadare oppure uccise dall'ingestione delle reti di nylon casualmente ingoiate con i pesci strappati alle reti. «Bove marino» la chiamavano i gigliesi decenni fa, quando era frequente ritrovarla in mezzo ai filari di vite intenta a rotolarsi a terra. Nei punti più deserti dell'isola, di notte, i «bovi marini» uscivano talvolta dal mare e si arrampicavano sui liscioni di granito a godersi la luna. La loro presenza nel Mediterraneo è ridotta a pochi nuclei in Egeo, Ionio e Mar Nero, attorno alle coste istriane e lungo la costa nord africana. In Italia è stata talvolta sporadicamente avvistata a Montecristo e in Sardegna, dove certamente si rifugiava stabilmente, ma è poi sparita per anni. Speriamo che tornino presto a salutare la salvezza di uno dei mari più puliti d'Italia.
Dormire potenzia i brutti ricordi
Roma - Dopo un evento particolarmente doloroso, meglio non dormirci sopra. Un recente studio, condotto dai ricercatori dell’University of Massachusetts Amherst (Usa), è infatti il primo a suggerire che il sonno protegge i brutti ricordi e alimenta le emozioni negative. In pratica, la risposta emotiva a un episodio inquietante o a un evento traumatico viene notevolmente ridotta se, subito dopo, si sta svegli. Inoltre se l’immagine inquietante viene vista di nuovo, o si ha una sorta di flashback, per chi ha dormito l’evento sarà sconvolgente proprio come la prima volta, mentre questo non accade a quanti sono rimasti svegli. I neuroscienziati Rebecca Spencer, Bengi Baran e il loro team sostengono che la scoperta potrebbe avere un senso dal punto di vista evolutivo: conservando le emozioni negative e i ricordi di situazioni pericolose spinge a evitare situazioni simili in futuro, per sé e per la prole. «Ma i nostri risultati hanno un significato importante anche per le persone con un disturbo post traumatico da stress, o per i testimoni oculari nei processi», dice Spencer sul Journal of Neuroscience. «Abbiamo scoperto che, se vedi qualcosa di inquietante, ad esempio un incidente, e poi ti viene chiesto di guardare una foto della stessa scena più tardi, la risposta emotiva è notevolmente ridotta se sei rimasto sveglio dopo l’accaduto, rispetto a quando invece hai dormito. E ’interessante notare, inoltre, che spesso si fatica a dormire dopo aver assistito a una scena traumatica, quasi come se il cervello non volesse farlo», per preservarne il ricordo, dice Spencer. Nei loro esperimenti su 68 giovani donne e 38 uomini sani tra i 18 e i 30 anni, i ricercatori hanno esplorato l’ipotesi che il noto effetto di consolidamento della memoria che si verifica durante il sonno fosse legato anche un cambiamento nella risposta emotiva ai brutti ricordi. Inoltre, in un sottogruppo di volontari grazie alla polisonnografia i ricercatori hanno cercato di capire se l’alternanza di periodi di sonno potessero giocare un ruolo nell’elaborazione delle emozioni. Nelle due fasi dell’esperimento, ai partecipanti sono state mostrate delle immagini tristi o felici sul pc: ognuno doveva indicare la propria reazione su una scala da uno a nove, caratterizzando le immagini anche come neutre, negative e positive. Dodici ore dopo i volontari hanno guardato un mix di immagini vecchie e nuove. Questa volta dovevano dire se erano nuove o no, prima di valutarle. Alcuni soggetti avevano dormito prima della seconda sessione, altri no. I ricercatori hanno scoperto così che il sonno ha avuto effetti significativi sui ricordi dei partecipanti e sui sentimenti evocati. Contrariamente alle ipotesi precedenti, secondo cui dormire può attenuare gli effetti emotivi negativi legati a un evento sconvolgente, il team ha visto che farlo fissa i ricordi e rafforza le emozioni.
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm