Manifesto – 13.1.12
Un pianeta di carta. Il valore sonante del potere - Maria Turchetto
La nuova edizione de Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding è una vera strenna, di cui sono grata alla casa editrice Mimesis (pp. 544, euro 28). Non certo per il gusto erudito e nostalgico di riavere un classico del marxismo ormai introvabile e citato di seconda e terza mano, ma perché la poderosa opera di Rudolf Hilferding merita davvero, più che una rilettura, una nuova lettura, come suggeriscono nell'introduzione Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro, curatori di questa edizione. Una lettura - scrivono - che aiuti «a produrre un altro testo che (...) sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare». L'indicazione richiama esplicitamente la lezione di Louis Althusser (non a caso del resto il titolo dell'introduzione è «Leggere Il capitale finanziario»), cui i curatori si rifanno anche quando sostengono che il «nucleo del paradigma marxista», da cui oggi si può ben ripartire anche se non è in voga tra i bocconiani, consiste «nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali». Per dirla tutta, la «visione teleologica e destinale» della storia è stata ben più che una vulgata ad uso delle accademie sovietiche e delle scuole di partito. Era lo «spirito del tempo» dell'Ottocento e di buona parte del Novecento, che Marx aveva faticosamente trasceso ma attraverso il quale veniva (e viene ancora) interpretato. L'idea che il destino del capitalismo sia predicibile permea perciò anche l'opera di Hilferding e ne costituisce la principale debolezza: è la sua predizione di un percorso spontaneo dall'anarchia all'organizzazione pianificata dell'accumulazione sotto la direzione di un «capitale unificato», preludio della transizione al socialismo. La stessa idea destinale permea anche le coeve teorie del crollo e la stessa visione di Lenin dello stadio monopolistico e finanziario come «fase suprema» - cioè ultima - di un capitalismo divenuto incapace di promuovere lo sviluppo delle forze produttive e perciò morto per la storia, anzi ormai «putrefatto». In Lenin la storia del capitalismo descrive una parabola di tipo organico (nascita, crescita, decadenza e morte) anziché un'evoluzione progressiva; lo schema teleologico prevede comunque la fine prossima e certa (nella forma del crollo, dell'abbattimento rivoluzionario o della metamorfosi riformista), indispensabile a conseguire il fine del comunismo. Il virtuoso e il parassita. Ma non vorrei qui limitarmi a ribadire l'indicazione althusseriana di abbandonare le storie teleologiche (in quanto tali ideologiche, non scientifiche) orientate al/alla fine; quanto proporre una breve riflessione sul perché, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la fine del capitalismo venga declinata nelle forme antitetiche della decadenza e del crollo, da un lato, e dell'evoluzione virtuosa, dall'altro. In L'imperialismo, fase suprema del capitalismo Lenin impone una convivenza forzata a due rappresentanti delle declinazioni antitetiche in questione, Hilferding e Hobson. Riprende infatti, com'è noto, la definizione di Hilferding del «capitale finanziario» come «capitale unificato» («Capitale finanziario significa capitale unificato. I settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell'alta finanza»), associandovi tuttavia il giudizio negativo espresso da Hobson sulla finanza «parassitaria». Di fatto tradisce, in tal modo, il pensiero di entrambi gli autori: per Hilferding, in realtà, l'unificazione di capitale bancario, commerciale e industriale è un processo sostanzialmente virtuoso, foriero di crescita economica e di potenzialità regolatrici; in Hobson, per contro, il capitale finanziario non rappresenta affatto una forma unificata del capitale, ma una sua frangia degenerata che svolge il ruolo perverso di spostare altrove «la ricchezza della nazione» a scapito dello stesso capitale commerciale e produttivo (per inciso, Hobson non è l'unico, all'epoca, a teorizzare una contrapposizione forte tra industria e finanza: penso, ad esempio, a Thoestein Veblen). La convivenza forzata che Lenin impone alle tesi di Hilferding e di Hobson si basa, ancora una volta, su una metafora organica: il capitale cresce (diventa «più grosso» attraverso i processi di concentrazione e centralizzazione in cui il capitale finanziario ha un ruolo chiave, proprio come dice Hilferding), si espande (invade completamente il mondo, come sostengono entrambi gli autori), ma inesorabilmente invecchia (decade dalla sua funzione propulsiva dello sviluppo per diventare «parassitario», proprio come dice Hobson). In cerca di egemonia. Esistono oggi interpretazioni che consentono di comprendere e integrare le posizioni di Hilferding e di Hobson al di fuori degli schemi teleologici e delle metafore organiche. Penso alla scuola cosiddetta del «Sistema Mondo» - che considero uno sviluppo fecondo del marxismo - e in particolare ai «cicli sistemici» delineati da Giovanni Arrighi. Com'è noto, Arrighi legge i periodi di «espansione finanziaria» come momenti finali di un ciclo e preludio di «trasformazioni egemoniche» che ridisegnano il quadro geopolitico dell'«economia-mondo» capitalistica - ossia il suo strutturarsi in centri, periferie e semiperiferie. Entro queste coordinate teoriche potremmo leggere l'analisi di Hobson come attinente non al capitalismo in generale, ma al capitalismo inglese la cui egemonia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, è in crisi; e l'analisi di Hilferding come attinente invece al capitalismo tedesco e alla Germania, che viceversa, nell'epoca in questione, si candida a pieno titolo al ruolo di nuova potenza egemone, disponendo di nuovi strumenti finanziari e di settori industriali strategici. Hilferding sembra in effetti consapevole di avere sotto gli occhi, con il caso tedesco, non tanto una particolarità nazionale (questa, all'epoca, è piuttosto l'ottica degli autori della scuola storica, citati in più luoghi ne Il capitale finanziario), quanto, per così dire, l'ultima release del capitalismo. In altre parole, l'osservatorio privilegiato per lo studio del capitalismo non è più, secondo Hilferding, quell'Inghilterra che Marx aveva indicato come «sede classica» (cioè tipica) nella prefazione alla prima edizione de Il capitale; è invece la Germania, con le banche che offrono credito di capitale e non solo credito di circolazione, con la più estesa adozione della forma della società per azioni e il conseguente primato del controllo sulla proprietà, con i nuovi potenti strumenti che favoriscono la concentrazione e la struttura oligopolistica del mercato. Se ho proposto queste riflessioni non è semplicemente per contestualizzare l'opera di Hilferding alla sua epoca, visto che il risultato di una simile operazione sarebbe dichiararla datata; al contrario, il mio è un tentativo di «spostarla di piano», proprio come suggeriscono Brancaccio e Cavallaro, inserendola in nuove problematiche per renderla suscettibile di una lettura attuale. Nell'attuale congiuntura credo che interrogarsi sul futuro del capitalismo in chiave destinale - come in sostanza ancora fanno quelli che Brancaccio e Cavallaro definiscono «agitatori di fantasiose "moltitudini" in movimento» - non porti molto lontano; e abbia invece molto più senso cercare di capire a fondo i meccanismi, i conflitti, i processi che operano nel corso di «trasformazioni egemoniche» come quella che stiamo vivendo. In questa prospettiva senza dubbio Hilferding può fornirci strumenti capaci di andare più in profondità rispetto alla «teoria dominante (...) ferma sul suo trono», con cui giustamente Brancaccio e Cavallaro se la prendono nell'introduzione - al contrario degli «ossimorici "liberisti di sinistra"» cui fa tanta soggezione. La democrazia di carta. In questa prospettiva vanno senz'altro accolte alcune indicazioni di lettura dei curatori. In primo luogo, quella secondo cui la tendenza alla centralizzazione costituisce l'oggetto principale dell'analisi di Hilferding. Il capitale finanziario offre una visione assai complessa dei processi di centralizzazione del capitale, che non rinvia soltanto alle economie di scala ma mette in gioco «una miscela di strategie difensive e predatorie». La logica del capitale, in altri termini, non è semplicemente la razionalità minimax orientata all'efficienza, ma un agire strategico conflittuale di natura in ultima analisi politica (su questo punto ha a suo tempo molto insistito Gianfranco La Grassa, ad esempio in Gli strateghi del capitale, manifestolibri). Ancora, l'analisi dello sviluppo del credito bancario e della diffusione della forma giuridica della società per azioni in Hilferding non sfocia nell'«immagine tranquillizzante che ne danno le teorie economiche e politiche tradizionali, che li presentano come strumenti di "democrazia finanziaria" preposti rispettivamente alla raccolta dei risparmi e alla ripartizione del rischio d'impresa. Al contrario, (...) Hilferding mostra che lo sviluppo del credito e della società per azioni muove il capitale verso poche e piene mani». Il mercato capitalistico non è affatto un mero meccanismo di allocazione di risorse, né il regno di una virtuosa concorrenza: è un potentissimo strumento di concentrazione e centralizzazione. Le stesse politiche economiche e monetarie vanno dunque lette alla luce dei processi di concentrazione e centralizzazione - indicazione questa preziosa, come ben evidenziano i curatori, per la comprensione dell'attuale congiuntura. Un'ultima precisazione, per non essere fraintesa. Sono convinta che il compito di «spiegare il mondo» sia oggi molto urgente - abbiamo perso, temo, molto terreno su questo fronte. Ciò non significa affatto perseguire la conoscenza per la conoscenza rinunciando alla prospettiva di «cambiare il mondo»: proprio questa prospettiva, tuttavia, rende più ardui e moltiplica i compiti conoscitivi. Va in questo senso pienamente valorizzata l'indicazione con cui Brancaccio e Cavallaro concludono l'introduzione, evocando un poco noto lavoro di Hilferding del 1940, Capitalismo di stato o economia statuale totalitaria?: «Noi crediamo (...) che sia giunto il tempo che i marxisti riesaminino l'esperienza sovietica, con le sue grandezze e i suoi orrori, in chiave finalmente scientifica e storico-critica». È davvero indispensabile affrontare finalmente la questione, oggetto di una rimozione che sta durando troppo, per poter proporre alternative credibili all'ideologia liberista, al capitale finanziario e alle sue politiche economiche.
Le irriverenti tesi di Colin Crouch
Colin Crouch è uno studioso con un profilo atipico per l'Italia. Intreccia sempre teoria politica con storia del pensiero economico, facendo spesso incursioni nel «campo sociologico». Il suo scritto più recente è «Postdemocrazia» (Laterza) nel quale tratteggiava il consolidamento di sistemi politici segnati da una predominanza dalla «amministrazione delle cose» che rispondevano agli imperativi dell'economia capitalista. È di questi giorni l'uscita di un nuovo volume, ideale continuazione del precedente, sempre pubblicato dalla casa editrice Laterza. Il titolo - «Il potere dei giganti» - è riassuntivo di alcune tendenze presenti in Europa e Stati Uniti. La tesi dello studioso inglese è che la crisi economica globale, più che mettere in all'angolo le politiche neoliberiste, ha consolidato una forma di potere basato sulla centralità delle grandi imprese transnazionali, che plasmano ormai in forma compiuta la formazione della decisione politica. Dunque, la denuncia della sempre più evidente contraddizione, se non antinomia tra democrazia politica e neoliberismo.
L'illusionista del libero mercato - Francesco Antonelli
Avete preso freddo, vi viene la febbre e chiamate il vostro medico, che vi visita e, con vostro grande stupore, vi raccomanda di continuare a vestirvi leggeri, di non coprirvi, perché è l'eccessivo calore che provoca in realtà la febbre. Avete fiducia nel vostro medico, è conosciuto e stimato in tutta la città. Decidete quindi, nonostante le perplessità, di dargli retta: in fondo l'esperto è lui. Dopo quindici giorni finite però in ospedale con una brutta polmonite. Se questa vi sembra una storia assurda, sappiate che è esattamente quello che sta capitando in Europa e in Italia. La finanziarizzazione senza controllo dell'economia e le politiche neoliberiste sono uno dei fattori alla base dell'attuale crisi economica mondiale, la peggiore dal 1929. Il discorso politico dominante, in un'Europa governata dalle destre, è però quello di innestare ulteriori fattori di liberismo nei sistemi economici, secondo una logica scientista che presenta politiche frutto delle decisioni umane come fossero leggi della fisica: con la gravità bisogna comunque fare i conti e non si può pensarla in modo diverso. L'ultimo libro di Michele Salvati Tre pezzi facili sull'Italia (Il Mulino, euro 14) permette di riflettere esattamente sui fondamenti di questo paradosso. Il libro si articola in tre saggi scritti in momenti e con finalità diverse. Proverò a riassumere il filo rosso del ragionamento che li tiene insieme. Secondo un approccio metodologico condivisibile, Salvati lega strettamente le dinamiche di sviluppo economico con le performance del sistema politico-istituzionale, partendo dalla riproposizione implicita di una delle più classiche tesi su cui, addirittura, si era mossa l'azione del Pci negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: il capitalismo italiano è profondamente arretrato e le forze al governo, le loro culture politiche e ideologiche, gli interessi di cui sono portatrici, non consentono un'adeguata modernizzazione del sistema. Al contrario, accentuano gli antichi mali italiani, aggravando gli effetti dirompenti della crisi mondiale. Il soggetto in grado di operare la trasformazione non è più, sostiene l'autore, la classe operaia alleata con le punte più avanzate della borghesia, ma un gruppo ristretto di liberali che, in vari modi, hanno il dovere di diffondere la propria visione nella società, mettendosi alla testa di un moto di rinnovamento profondo della politica e dell'economia che, inevitabilmente, dovrà avere il segno del liberismo. Come esposto nel secondo capitolo, il più denso e importante dell'intero volume, la modernizzazione auspicata da Salvati comporta essenzialmente politiche economiche, agganciate alla sempiterna «legge di Say», volte alla liberazione e liberalizzazione dei fattori di offerta complessivamente intesi: lavoro, servizi pubblici e così via. Se questa salvifica rivoluzione liberale sinora non si è prodotta, due sono essenzialmente le cause: un deficit storico di cultura liberale tanto nelle vecchie quanto nelle nuove classi dirigenti. La pesante eredità neo-corporativista lasciata dal lungo centro-sinistra della Prima repubblica (1964-1993) ai governi della Seconda. Non in grado di proseguire la strada intrapresa dagli Amato, dai Dini e dai Ciampi, per il malfunzionamento del sistema politico-istituzionale. La seconda Repubblica ha così prodotto solo ulteriore stagnazione e il tentativo di ricomposizione neo-populista degli equilibri politici italiani, messa in campo da Berlusconi. Ora, chi scrive è fermamente convinto che la liberalizzazione dei settori assicurativi, bancari e di alcune professioni sia non solo una misura di stimolo dell'economia ma anche una questione di giustizia sociale. Il punto è che il ragionamento di Salvati arriva fuori tempo massimo ed è impregnato di assunti ideologici. Oggi, le grandi questioni che l'Europa deve porsi sono quelle dell'equità, della distribuzione del reddito e dei limiti della crescita puramente quantitativa. Problemi che richiedono la costruzione di un governo politico dell'Unione. Il feticismo del mercato aggrava ciascuno di questi problemi e rende difficile la realizzazione dell'ormai necessario federalismo europeo. In più, la visione di Salvati finisce per essere ideologica perché nasconde la dinamica dei rapporti di forza politici e sociali inevitabilmente sottesi ad ogni scelta politica: l'economia non è neutrale e le ricette proposte dall'autore, come ogni scelta, finiscono per premiare quegli stessi soggetti e poteri che hanno causato la crisi e continuano ad alimentarla con scelte miopi. Non è nella Destra storica né nei governi centristi degli anni '40 e '50 che possiamo e dobbiamo guardare per affrontare alla radice i problemi dell'Italia e dell'Europa. Dobbiamo al contrario impegnarci nella possibile ricostruzione di un nuovo senso della democrazia e dello sviluppo. È stato già perso molto terreno: è dunque meglio evitare lo stesso errrore. Se il governo Monti può essere, per alcuni versi, giudicato una necessità di fronte all'impotenza e all'incapacità della politica, è innegabile che le vie del liberismo sottese al ragionamento di Salvati, sembrano aver imboccato con il governo del Professore, le strade pericolose della gramsciana rivoluzione passiva. Ma tutto questo Salvati non sembra averlo preso in considerazione né previsto dato che scrive : «non pochi politici e commentatori hanno avanzato la proposta di un governo di emergenza e unità nazionale esiste qualche possibilità che possa essere attuato? Molte poche». Ma si sa le previsioni sono fatte per essere smentite, specie quelle che vengono dagli economisti.
I versi ribelli alla linea di montaggio - Velio Abati
La ricerca, propria della letteratura, di una parola che scarti o buchi il rumore in cui si ottunde e consuma la vita quotidiana avviene nel volume di poesie di Ferruccio Brugnaro, Un pugno di sole. Poesie per sopravvivere / Eine Faust voll Sonne. Überlebengedicht (traduzione di Felix Balhause, Letizia Fuchs-Vidotto, introduzione di Francesco Moisio, Frankfurt/M, Zambon, pp. 159, euro 9,90). In questo appassionante libro, l'opera poetica di Brugnaro è inscritta dentro un lessico quasi ostentatamente ordinario. Persino l'impiego degli artifici retorici soggiace alla medesima austerità. È questo un preciso gesto politico. Vediamo di che tipo e perché. L'operaio del Petrolchimico di Porto Marghera, classe 1936, avanguardia di fabbrica, incarna una visione che costituisce lo spirito più profondo e forse più alto della stagione operaia dei «trenta gloriosi»: la condizione operaia non è una «categoria sociologica», accanto o sotto le altre, ma il luogo di un lessico comune, il terreno cioè dove cova e germoglia la «futura umanità» di ciascuno. Tradurre quella condizione in gesti e parole ad essa coerenti, sì con realismo sulla sottomissione e disumanizzazione, ma senza alcun complesso d'inferiorità, è la mossa ovvia di onestà e coerenza con se stessi e con il bene comune. Il grande suo conterraneo, Zanzotto, aveva paragonato il lavoro poetico di Brugnaro in fabbrica a quello di Ungaretti in trincea. Un'indicazione fertile e acuta, se ci si riferisce alla ricerca della verità dell'uomo entro l'abiezione. Tutt'affatto diverso è invece l'operare concreto nel tessuto linguistico. Come si diceva, Brugnaro è alieno alla religione della parola, non lavora a isolare il vocabolo: la sua poesia è robustamente sintattica. Egli si muove nella medietà sperimentale degli anni sessanta, che nella personale pronuncia può semmai far pensare a certe movenze primo novecentesche, già majakovskijane. Sequenze sintattiche ampie, scandite in versi brevi, sgranati a precipizio nel bianco della pagina e martellati dalle cadenze verbali: «milioni e milioni di uomini/ costretti.../ chiusi.../ uccisi.». Non si deve però attendersi, ma neppure le allucinazioni visive del grande russo. Anzi, nella raccolta, dedicata «ai compagni sulle torri», domina il paesaggio della deindustrializzazione, con sottotraccia la sua scia di tragedie, di sbandamenti, di tentazione alla perdita di speranza. La figura retorica che domina la raccolta è la ripetizione, spesso coniugata con il parallelismo e resa vistosa dal ricorso a gruppi di parole: «contro questo vuoto/ che circonda ogni foglia/ che addenta ogni radice/ contro questo vento insidioso tagliente/ che nessuno vede/ e nessuno sente». La strutturazione ritmica dei componimenti è governata dalla percussività sintattica, ora assecondando l'asprezza della violenza subita, ora sostenendo l'istanza mai piegata della resistenza vitale delle buone ragioni di chi quella sopporta. Non c'è componimento che si concluda senza aver creato spazio a quel «principio speranza». Il lettore la incontra in una certa aria di fratellanza maschile tra compagni di lavoro o di lotta sindacale; nel filo d'erba che malgrado tutto fende il piazzale o il muro avvelenati della fabbrica; nell'amore pacato e intenso per la compagna. La lirica di Brugnaro dunque - e non è un suo merito secondario - tende alla coralità. Un'istanza profonda, che talvolta giunge all'esplicitezza di Abbiamo visto, intensa come un testamento: «Abbiamo visto e vissuto come il gelo/ abbraccia l'erba di notte,/ come il mare/ addenta sempre le stesse baie./ Abbiamo visto e vissuto/ ciò che altri uomini aborriscono/ e altri ignorano. Abbiamo accettato/ scalzi la neve, le giornate tristi/ e interminabili e solo noi conoscemmo/ il nevischio assiepato sui regoli/ delle finestre, il sole trascinato via/ di forza dal vento. Noi conoscemmo la luce/ del silenzio come nessuno, sentimmo come/ nessun altro venire con la notte/ l'amore degli astri e del cuore morire». Nel doloroso scompaginamento presente delle speranze e delle ragioni del Novecento, sconquasso tanto grave da apparire un azzeramento della storia, la voce nobile di Brugnaro non è solo una testimonianza, è una risorsa meditata per un diverso futuro.
Solo sesso, siamo inglesi - Roberto Silvestri
La libertà non sempre ti viene privata da altri... Molto atteso dopo Hunger, sul martire dell'Ira Bobby Sands, e reduce dal successo di Venezia, Shame, opera seconda dell'artista visivo nerobritannico Steve McQueen, si occupa di «vergogna», sue origini e conseguenze. È un secondo approfondito studio dark sulle prigioni (il prossimo si intitola Twelve Years a slave, le disavventure di un nero newyorker rapito e rischiavizzato nel sud alla metà del XIX secolo), ma questa volta si tratta di un carcere autoimposto. Anzi è un duetto, sempre dissonante, tra imprigionati consanguinei: un fratello trentenne (Brandon, Michael Fassbender) e la sorella più piccola, due monologhi paralleli, sul disagio di vivere, che non si incontrano mai. Brandon è un impiegato prigioniero della sua sessuomania, live e video, mentre Sissy (Carey Mulligan) è una vocalist jazz con un repertorio purtroppo mainstream, che ha passato la vita a tagliuzzarsi le braccia, o peggio, invece di cambiare repertorio e tipo d'uomo. Alle loro spalle, si intuirà a un tratto, un terrificante e tragico passato fatto di molestie in famiglia. Brandon ospita, non senza riluttanza, Sissy nel suo agiato appartamento yuppy e perde così le cadenze di sempre, si vergogna della segnaletica impura che lo circonda, cede agli incubi del passato e le ossessioni sepolte riaffiorano...Brandon, drogato di sesso occasionale, condito da masturbazioni in quantità industriale e in qualità postindustriale, mille riviste porno e chat, sembra però a un tratto rinascere. Solo chi cade può risorgere. Butta via tutti gli oggetti peccaminosi e, grazie a una love story possibile, con una collega african-british piuttosto stravagante, starebbe per farcela, quando... no... scapperà a gambe levate dal possibile, probabile vero amore. Forse quel che non vogliono ammettere tutti coloro che pensano di essere sempre la preda prediletta di una moltitudini di erinni in calore, è di essere omosessuali, di non volersi sbarazzarsi mai (questa è la vera perversione) della repressione e della frustrazione causata dall'essere ciò che forma e convenzioni impongono. A questo punto, finalmente, Brandon raddoppia: una circumnavigazione demodé dell'inconscio lo schiaffa nei vicoletti bui e mal profumati della metropoli tentacolare, alla ricerca della sua vera natura, della sua anima, della sua identità, della sua soggettività... Un tuffo, stilisticamente, nel genere gay anni 70, alla ricerca del tempo perduto, ma in trance, senza detour, rendendo consumistica e seriale, non «alternativa» e ispida (come fu la svolta di Andrew Logan o Derek Jarman) l'adesione alla (o l'attenzione per la) visione omosessuale del mondo. L'horror vacui invece Brandon lo combatte cancellando nuovamente il tempo, dandogli lo stesso ritmo battente e annichilente del sex-addicted etero. Invece di affrontare quello spazio vuoto che sta «dentro». La conoscenza di sé. Il prendersi cura di sé degli stoici, è il fuori campo che suggerisce McQueen agli alienati imbambolati bisex. Fassbender è all'altezza di questo personaggio, sfocato come in un Bacon, e della pulsione sessuale bifronte graficizzata da Steve McQueen e dalla cosceneggiatrice Abi Morgan (l'autrice dello script di The Iron Lady, il biofilm colpevole di regalare occhi umani - di Meryl Streep, poi - a chi possedeva solo lo sguardo crudele dello squalo). E aggiunge tonalità inedite al personaggio dello yuppy in crisi. Steve Rodney McQueen, che dal 2002 è alto ufficiale dell'ordine dell'impero britannico, è un artista che nel 1999 ha vinto il premio «Turner» perchè le sue immagini, foto, istallazioni nonostante si aggirano sempre ai confini delle atmosfere dark, ma hanno un che di rassicurante (è il contrario di altri artisti african-british Isaac Julien e John Akomfrah). In fondo il film ci rassicura: tutti noi siamo vittime del sesso, irresistibilmente imposto con la cocacola e i cereali della colazione ogni mattina. E sembra darci, come fosse una buona zia, degli ottimi consigli su come comportarci bene in società. Perché il male si vince sempre.
SHAME, DI STEVE MCQUEEN, CON MICHAEL FASSBENDER E CAREY MULLIGAN, GB 2011
Mettere a posto gli orologi, sta per iniziare l'Era legale - Silvana Silvestri
Questo è un film anomalo, sostiene Enrico Caria, perché in realtà, dice, lui non può essere definito proprio definire un «regista» quanto piuttosto uno scrittore satirico. Invece i suoi film (Carogne del '95 ad esempio) sono stati tra i pochi ad avvertire del disastro che si stava preparando. Si sentiva la mancanza di uno sguardo come questo: non fa parte dei film inutili con imprimatur, non ha una comicità lieve o greve tanto per prendere tempo. Sferzante e collettivo Era legale intanto è straordinario per la ricchissima partecipazione, un sostegno che nasce da vasti movimenti in corso, senza finanziamenti e sostenuto da un vasto gruppo di collaboratori. Mockumentary (o finto documentario) nato per raccontare il paradosso di una città, Napoli, che diventa un esempio, ricca e rispettosa del vivere civile - fino a rasentare la pignoleria - grazie all'attività del sindaco Nicolino Amore (Patrizio Rispo, Ricomincio da tre, Morte di un matematico napoletano fino alla notorietà televisiva di Un posto al sole, nella vita «non c'è campagna che non mi veda in prima persona»). Disgraziato come un pulcinella, trascinatore come un masaniello, ma in versione «Mr. Smith va al Vomero» con la sua semplicità popolana, con la pazzia della normalità, arriva nella sua escalation a un risultato che nessuno mai si è sognato, ridurre la camorra in povertà. È bastato (siamo nel 2020) rendere legale la droga e disattivare così il giro di affari di 150 miliardi all'anno. Non è un'idea balzana, l'abbiamo già sentita sostenere da autorevoli magistrati, ma come tutte le idee rivoluzionarie è scandalosa, necessita di dibattito (ma è già stata percorsa ai tempi della guerra dell'oppio), come sostiene anche Giancarlo De Cataldo che partecipa al film insieme a Bill Emmott dell'Economist, Marcelle Padovani, i magistrati antimafia Pietro Grasso e Vincenzo Macrì, Tano Grasso dell'antiracket, Ferrante di Legambiente e ci sarebbe stato anche don Ciotti se avesse avuto tempo). «Il film, dice Caria, nasce dall'idea che nel mondo c'è un accumulo di capitale dei narcotrafficanti che mettono in pericolo la democrazia». L'Era legale scorre veloce e divertente, dal vero al verosimile al finto, collegando tutte le tecniche della videoripresa da quello istituzionale a quello del canale commerciale, dal combattivo Canale 21 (la prima tv libera in Europa) alla più becera tv locale portavoce dei maghi in stile cuorna e bicuorna, un concatenarsi di personaggi alti e bassissimi con uso filologico degli effetti speciali e voce narrante a raccontare le imprese del sindaco. Non è stato un veicolo elettorale poiché il film è stato terminato a elezione di De Magistris avvenuta (il neo sindaco ha accompagnato il film al festival di Torino). Anche se in quel 2020 non ci siamo, sembra in ogni caso di essere usciti dall'incubo delle risse parlamentari o comunali, gli scandali, l'eletto dal popolo, le signorine, i mostri che si avvicendavano in tv, documentando la realtà che si stava vivendo solo fino a qualche mese fa. Un salutare tocco di anacronismo ci accompagna per terminare su una realtà di sogno, ma perfettamente percorribile.
L'ERA LEGALE, DI ENRICO CARIA, CON PATRIZIO RISPO E CRISTINA DONADIO, ITALIA 2012
Repubblica – 13.1.12
Hirst e i suoi puntini in una grande mostra globale – Laura Larcan
La chiamano già l'invasione degli ultra-pois in technicolor di Damien Hirst. Sta per scatenarsi in quasi tutto il mondo, come un virus espositivo inarrestabile, ma anche come una partita di Risiko dove l'ex enfant terrible, oggi mega-star, della Young Britisch School, punta a conquistare la scena globale. Non a colpi di carri armati, ma di puntini (con la differenza che i puntini di Hirst possono valere fino ad oltre i 50mila dollari). Non senza un partner doc come il gallerista Larry Gagosian, che con Hirst si gioca a tavolino la sua strategia più audace e bizzarra. E' da giovedì 12 gennaio, infatti, che contemporaneamente in tutte e undici le gallerie Gagosian sparse nel mondo, dalle tre di New York, a quella di Los Angeles (Beverly Hills), alle due di Londra, fino a Parigi, Roma, Atene, Ginevra e Hong Kong, si aprirà una mostra personale di Damien Hirst dedicata rigorosamente ai suoi dipinti a pallini. Niente squali in formaldeide, niente pasticche medicinali, niente teschi di diamanti, a echeggiare una riflessione sui rapporti tra vita e morte, sul culto del benessere e sull'inesorabile decadenza del corpo, sull'aspirazione all'immortalità e la barriera della mortalità. Ma una maratona intercontinentale all'insegna della formula "The Complete Spot Paintings 1986-2011", che si concluderà in larga parte il 18 febbraio (a Roma, durerà fino al 10 marzo). E per l'occasione, Damien Hirst non può fare a meno di orchestrare un evento nell'evento di ironico, se non beffardo, risalto pubblicitario, perché nelle sue mani l'arte sembra sempre essere votata a trasformarsi in una performance ad effetto. Così ecco che abbinato al suo show planetaria lancia un concorso: chi riuscirà a vedere tutte le mostre nelle sedi Gagosian riceverà una stampa firmata da Hirst con dedica personalizzata, che vale magari tutti i biglietti pagati per gli aerei (chi vuole tentare può avere tutte le informazioni su gagosian. com/SpotChallenge). Solo puntini, dunque, solo quelli prodotti in venticinque anni di carriera pirotecnica e al vetriolo, con una caratteristica essenziale: tutti prestiti provenienti da istituzioni pubbliche e private, così come opere dalla collezione dell'artista, che non saranno messi in vendita. Un repertorio di quasi trecento opere (solo un quinto di quante ne ha realizzate sui puntini), che coprono tutta la sua odissea creativa borderline, dal primo spot all'ultimo lavoro sfornato quest'anno che conta quasi ventiseimila pois dove nessun colore viene mai ripetuto, dal più piccolo di solo un millimetro di diametro, al più grande di poco meno di un metro. Un evento inedito: per la prima volta il guru Gagosian dedica tutte le sue location all'opera di un unico artista con un'unica data inaugurale. Un prologo sui generis ad un altro evento, vale a dire la prima monumentale retrospettiva dedicata a Damien Hirst dalla Tate Modern di Londra, prevista per il prossimo aprile (anche se si vocifera di un'altra mostra in Italia ancora top secret). "Immaginiamo un mondo di pois. Ogni volta che realizzo un dipinto elimino un quadrato. Si rigenerano. Sono collegati l'uno con l'altro", dichiara Damien Hirst, inglese di Bristol, classe '65, che svela quanto a lungo avesse desiderato una mostra di soli spot paintings. Un sogno che si corona grazie alla sinergia con il circuito planetario Gagosian. Una scelta strategica non casuale, quella dei puntini, al centro sempre di controverse opinioni, visto che lui progetta il quadro definendo formati delle griglie, dimensioni e coordinate del puntino, lasciando l'esecuzione ai suoi collaboratori, una squadra, sembra, di duecento persone. Come riportano le cronache, l'artista avrebbe dichiarato in prospettiva delle mostre targate Gagosian, che i suoi "assistenti fanno tutto", perché lui si annoia ed è molto impaziente. Parole che suonano provocatorie alle orecchie di illustri artisti compatrioti, come nel caso del grande David Hockney che, qualche giorno fa a Londra, al vernissage della sua mostra alla Royal Academy of Arts ha voluto replicare piccato al collega sottolineando che "tutti questi lavori sono stati fatti dall'artista stesso".
Viaggi su Marte e longevità, le scoperte dei prossimi 50 anni –
Tranquilli, fra 50 anni sarà molto meglio. Andremo su automobili che si guidano da sole, evitando multe ed incidenti grazie a una rete di microsensori. Mangeremo carne prodotta in laboratorio senza uccidere animali (e senza inquinare l'ambiente). Prenderemo tutta l'energia che ci serve dal centro della Terra dicendo finalmente addio a carbone e petrolio. Non avremo più soldi in tasca, ma gireremo con un chip sottocutaneo collegato al conto corrente. E la sera scaricheremo il cervello su una chiavetta, come quando facciamo il backup del telefonino per non perdere i dati della rubrica. Se vi sembrano le solite previsioni futuristiche un po' strampalate, beh, sappiate che lo sono forse: ma qui parliamo di scienza. Di quello che la scienza sta preparando per noi. Le previsioni le ha raccolte Giovanni Bignami, a sua volta scienziato di fama mondiale: da qualche mese guida l'Istituto Nazionale di Astrofisica e da lì si è inviato in giro per il mondo per capire Cosa resta da scoprire (Mondadori). Un viaggio alla ricerca delle prossime scoperte che ci cambieranno la vita. Lo ha fatto sapendo che prevedere il futuro è un esercizio divertente ma che quasi sempre comporta clamorose brutte figure: "Negli anni '50 era considerato certo che nel 2000 gli aerei non avrebbero avuto le ali. Il capo della IBM nel 1943 disse che al mondo sarebbero bastati cinque computer. E nessuno aveva previsto le grandi scoperte del XX secolo...". Allora perché farlo? Bignami cita una massima di Eisenhower: "Perché i piani sono inutili, ma la pianificazione è essenziale". E i piani della scienza sembrano molto chiari: nel prossimo mezzo secolo cambierà davvero tutto. La velocità del progresso scientifico infatti non è costante ma aumenta in maniera esponenziale. Bignami ha individuato un metronomo d'eccezione per dimostrarlo: la cometa di Halley. Da un paio di millenni passa regolarmente vicino alla Terra ogni 76 anni. "Passò prima della battaglia di Hastings del 1066 e la ritroviamo nell'arazzo di Bayeux. Nel 1301 ripassa e Giotto la dipinge nella cappella degli Scrovegni. Nel 1682 viene osservata per la prima volta col telescopio da Edmond Halley. Ci vollero altri tre passaggi e nel 1910 le scattammo la prima fotografia. La volta dopo, nel 1986, le abbiamo addirittura mandato incontro una flotta di sonde spaziali. E nel 2062? Magari la ingabbieremo con una grossa rete e la faremo atterrare su un deserto: è grande come Manhattan". Ecco perché il 2062. Come saremo, che faremo? Di una cosa Bignami è convinto da tempo: "E' già nato il bambino che camminerà su Marte". Perché tanta sicurezza? Intanto perché il turismo spaziale farà finalmente tornare di moda l'esplorazione umana dello spazio, sostiene il professore. E poi il Progetto Marte è già stato scritto tanto tempo fa: lo aveva fatto addirittura nel 1948 Wernher von Braun, padre del programma spaziale americano. Con qualche aggiustamento è ancora valido. Mentre la tecnologia per andarci e tornare in 369 giorni (di cui 41 sul pianeta rosso) è italiana: la dobbiamo a Carlo Rubbia e il progetto risale al 2008, quando Bignami guidava l'Agenzia Spaziale Italiana. Ma il punto è un altro: perché andarci? "Per capire il segreto della vita" secondo Bignami, "Come si è formata nell'universo?". E' questa la seconda grande scoperta delle dieci che faremo entro il 2062. "La prima sarà scoprire una nuova vita irraggiungibile. Ci vorrà fortuna per captare un segnale intelligente dallo spazio profondo, ma è possibile e ci darà la certezza che c'è vita in un altro sistema solare. Da quel momento in poi, cambierà qualcosa dentro ciascuno di noi". Una delle questioni fondamentali sarà l'energia. Bignami, come molti scienziati, è un nuclearista convinto: nel senso che considera il livello di sicurezza delle attuali centrali assolutamente accettabile. Ma si è anche rassegnato al fatto che l'opinione pubblica non cambierà idea, nemmeno in 50 anni. E allora, visto che i combustibili fossili stanno rapidamente distruggendo l'equilibrio del pianeta e che le energie alternative non sono sufficienti per la fame energetica del mondo, immagina una terza strada: la geotermia profonda. Ovvero andare a prendere il calore sotto la crosta terrestre. Sarà migliore il mondo nel 2062? Guardiamo la vita delle persone. Il lavoro in grandissima parte sarà fatto da macchine: non parliamo di robot, ma di costruttori molecolari in grado di produrre qualunque oggetto. Nel frattempo la vita si allungherà sempre di più per cui "nel 2062 sarà nato il bambino che vedrà la cometa di Halley tre volte, cioé vivrà più di 152 anni". Che faranno tutti questi ultra anziani senza lavoro? E' uno scenario che fa intravedere problemi sociali immensi. Che non possiamo evitare. "Alla società non sarà data la scelta se invecchiare o no. Il futuro non si ferma e non ci aspetta".
Computer quantistici più vicini. Il futuro del calcolo in un chip – Giulia Belardelli
CHISSÀ se, tra cinquant'anni, i nostri figli e i nostri nipoti rideranno di noi, guardando le fotografie dei primi computer quantistici. L'idea di costruire dei computer utilizzando i fenomeni tipici della meccanica quantistica è in giro dall'inizio degli anni Ottanta, ma mai fino a questo momento si era materializzata in un processore capace di aprire la strada alle sue infinite possibilità. Il concetto, spiegato più dettagliatamente in questa scheda (link), ha del rivoluzionario: moltiplicare a dismisura la capacità computazionale di una macchina, abbandonando il dualismo dei bit e affidandosi ai ben più camaleontici quantum bit, come è stata chiamata l'unità d'informazione del nuovo paradigma. Uno dei luoghi in cui da anni si lavora a rendere possibile il "quantum computing" (questo il suo nome ufficiale) si trova all'Università di Bristol, nel Regno Unito, ed è il Centro per la Fotonica Quantistica 2 diretto da Jeremy O'Brien. In questi laboratori un gruppo di ricercatori guidato da Peter Shadbolt è riuscito a creare il primo oggetto a poter essere considerato un processore riconfigurabile che lavora su stati quantistici. In parole semplici, il mattone di base di cui saranno fatti i quantum computer destinati a rivoluzionare buona parte del nostro modo di trattare ed elaborare le informazioni. E poiché gli italiani sono ovunque, non potevano mancare anche qui, sotto il cielo grigio ma ricco di novità di Bristol. Pronti a partire per nuove avventure ma anche - sperano - a tornare un giorno in Italia. Il mattone dei quantum computer. Il frutto del loro lavoro, pubblicato su Nature Photonics 3, consiste in un chip ottico capace di generare, manipolare e misurare due fenomeni chiave per il decollo dei computer quantistici. "Il primo si chiama entanglement o correlazione quantistica", ha spiegato a Repubblica. it Alberto Politi, 30 anni (di cui gli ultimi 5 passati a Bristol), una laurea in Fisica all'Università di Pavia e un biglietto in tasca per andare a continuare la sua attività di ricerca a Santa Barbara, in California. Si tratta di quel fenomeno che Einstein non riusciva a spiegarsi e che in una lettera a Born definì "spukhafte Fernwirkung" ("spaventosa azione a distanza"), in base al quale due particelle anche lontane sono talmente "ingarbugliate" tra loro che lo stato quantistico di una non può essere descritto senza tenere conto dello stato dell'altra. L'altro fenomeno, invece, è denominato mixture: un effetto spesso non voluto derivante dall'interazione con l'ambiente, ma che ora, grazie alla scoperta fatta a Bristol, può essere controllato e usato per caratterizzare circuiti quantistici. La meccanica quantistica in un processore. "Il pregio più grande del nostro chip è di aver reso possibile il controllo e la manipolazione di questi due fenomeni su un dispositivo di piccole dimensioni", ha commentato Alberto Peruzzo, 33 anni, laureato a Padova in Ingegneria Informatica. Il chip, infatti, misura solo 7 cm per 3 mm ed è stato fabbricato con una tecnologia al silicio che è compatibile con i processori che troviamo nei computer tradizionali. "Ciò vuol dire - ha proseguito Peruzzo - che l'approccio potrà essere facilmente trasferito su scala industriale, quando avremo superato le barriere tecniche che ancora ostacolano l'ascesa del quantum computing". Come funziona. Già ora il processore quantistico sviluppato a Bristol riesce a svolgere diversi esperimenti che normalmente verrebbero eseguiti su una superficie paragonabile a una grande tavola da pranzo. Alla vista si presenta come una rete di piccoli canali che guidano, manipolano e interagiscono con i singoli fotoni. "La generazione delle particelle di luce avviene a partire da un potente fascio laser che viene fatto incidere su un cristallo non lineare", ha spiegato il terzo degli italiani coinvolti, Mirko Lobino, laureato in Ingegneria Nucleare al Politecnico di Milano e arrivato a Bristol nel 2009 con una borsa di studio dell'Unione Europea. "A questo punto, grazie a degli elettrodi riconfigurabili inseriti nel circuito, possiamo generare, manipolare e correlare coppie di fotoni, producendo così ogni possibile stato di ingarbugliamento di una coppia e ogni stato miscela di una singola particella di luce". La svolta della programmabilità. A fare la differenza tra questo chip e i suoi predecessori quantistici è in sostanza la complessità ("almeno dieci volte superiore", spiegano i ricercatori) e il fatto di poter essere riprogrammato per svolgere diversi compiti. "L'obiettivo finale è la costruzione di un computer che sarà molto, molto più potente e veloce rispetto a quelli che conosciamo oggi", ha ribadito Peruzzo. "Manipolando il sistema, infatti, è possibile svolgere un'operazione matematica simultaneamente su tutti gli stati di un quantum bit. Più cresce il numero dei qubit, più la capacità di elaborazione aumenta in modo esponenziale". Le applicazioni più vicine, tra crittografia e simulazioni. Come spesso avviene per le grandi trasformazioni, è difficile prevedere in anticipo quali saranno gli utilizzi e la distribuzione dei computer quantistici. Per ora sono chiare alcune applicazioni, tra cui spiccano il settore della crittografia e quello delle simulazioni. "Una prima applicazione possibile riguarda il cosiddetto algoritmo di Shor, che permette di fattorizzare numeri molto grandi", ha detto Lobino. "Questo algoritmo è alla base della crittografia moderna, per cui un computer quantistico potrebbe de-crittografare i messaggi sicuri che ci scambiamo oggi su internet". L'applicazione più rilevante, però, consiste nella possibilità di "simulare sistemi quantistici virtualmente in tutti i campi della scienza, dall'ingegneria dei materiali alla farmaceutica". "Pensiamo ad esempio alle molecole", ha continuato Lobino. "Oggi non è possibile studiare in maniera precisa il comportamento delle singole molecole: sono sistemi talmente complessi che un computer normale non può simulare, mentre un processore quantistico sì". L'incognita tempo. Ancora non si sa quanti anni ci vorranno prima che i computer quantistici diventino parte del nostro panorama tecnologico più o meno quotidiano. "Tutto dipenderà da cosa vorremo fare", ha spiegato Peruzzo. "Le prime applicazioni pratiche dovrebbero arrivare nel giro di cinque-dieci anni, quando i computer quantistici potrebbero essere già in grado di svolgere calcoli ora impossibili anche per i supercomputer". È ancora presto, insomma, per dire se tra mezzo secolo i nostri figli utilizzeranno computer quantistici come macchine capaci di fare un po' tutto, magari meravigliandosi di fronte ai nostri scogli tecnici di oggi. "Queste cose sono impossibili da prevedere", ha concluso Lobino, che l'anno prossimo lascerà Bristol per partire alla volta di Brisbane, in Australia. "Gli ingegneri che hanno costruito il primo computer pensavano di venderne due o tre e che ci sarebbero state una decina di macchine in tutto il mondo, visto che un singolo computer a quel tempo occupava una stanza intera. Oggi possiamo immaginare che forse il quantum computer non sostituirà il computer tradizionale in tutte le sue applicazioni, ma verrà utilizzato da quegli enti e quelle persone che hanno l'esigenza di risolvere determinati tipi di problemi". "Però chissà..." - e i tre si guardano con un accenno di sorriso. "Magari un giorno saremo i primi a ridere di noi, mentre ci porteremo a casa un quantum personal computer".
La Stampa – 13.1.12
Quelle signorine che incantavano Flaubert e Picasso – Masolino D’Amico
Due cose che hanno in comune Gustave Flaubert, Alphonse Daudet, Lev Tolstoj e Gabriele d’Annunzio? Una, che tutti scrissero romanzi; un’altra, che tutti ebbero la prima esperienza sessuale, tra i tredici e i sedici anni a seconda dei casi, in un bordello. I sunnominati lo fecero di propria iniziativa, o istigati dai compagni; altri loro colleghi di penna vi furono spinti dai genitori, magari, come nel caso di Marcel Proust, senza troppo successo. Le signore della notte di Giuseppe Scaraffia - sottotitolo, Storia di prostitute, artisti e scrittori - si presenta come una rassegna molto ampia sulla presenza di questo personaggio nella letteratura degli ultimi tre secoli, sia nella pagina sia nella vita personale degli scrittori. Alla meretrice come personaggio è dedicata tutta la seconda parte, che setaccia un materiale quasi sconfinato solo cinque autori, ma tra i sommi, nel Settecento, ma poi più di venti nell’Ottocento, e addirittura più di ottanta nel Novecento. Nel Settecento campeggiano com’è doveroso Defoe ( Moll Flanders ), Cleland ( Fanny Hill ), e poi Voltaire, Diderot e il divino marchese, i quali tutti diedero vita a memorabili avventuriere e alle loro spregiudicate attività erotiche, mentre il bordello cominciava a diventare un luogo dove ambientare situazioni (a questo proposito si poteva forse aggiungere Richardson e la casa equivoca dove l’aspirante seduttore attira l’inconsapevole protagonista di Clarissa ). Nel secolo seguente sia la maison du plaisir sia le sue inquiline sono frequentati regolarmente dalla narrativa, e gli esempi come dicevo sono molteplici, da Dickens a Flaubert, da Hugo a Dostoevskij, da Zola a Huysmans a Cechov, quasi tutti peraltro quasi dei neofiti davanti all’esperto e insaziabile Maupassant. Nell’epoca moderna poi non c’è quasi autore di fiction che non abbia messo in scena, chi una volta chi addirittura ricorrentemente, dispensatrici dell’amore mercenario, spesso ritraendole nell’ambiente dove queste esercitano. Scaraffia elenca il catalogo con l’impassibilità di un Leporello, e in ordine cronologico, cominciando con Schnitzler, Wedekind e altri nordici trasgressivi e poi continuando tramite, ne cito solo alcuni, Mann, Joyce, Federigo Tozzi, Saint-Exupéry, Orwell, Vittorini, Pavese, Savinio, John fante, Malaparte, Salinger, Koestler, Steinbeck, Updike, Toulouse Lautrec, Picasso, Bassani, Primo Levi, Soldati, Simenon (of course), Vàzquez Montalbàn, Ghaham Greene, James Ellroy, Houellebecq, Coelho... Per ciascuno di questi e molti altri viene data sinteticamente solo una scheda relativa all’eroina in questione, con pochi elementi descrittivi, il che favorisce un’impressione di monotonia (i capelli rossi, relativamente rari tra le persone normali, sembrano invece molto comuni tra questo genere di femmine di romanzo). Ma proprio da tale ripetitività emerge, senza che Scaraffia lo sottolinei più che tanto, una sorta di impaccio dello scrittore davanti alla meretrice come creatura umana, come se la professione bastasse a caratterizzarla e non ci fosse bisogno di troppi altri elementi tranne quelli convenzionali (uno frequente è il fatidico cuor d’oro). Di norma un romanziere non si contenta di farci sapere che una sua creazione è, mettiamo, medico o architetto, ma dopo procede a dotarla di altri attributi. Della puttana però gli basta dirci che è tale. La sua attenzione va solo al di lei aspetto fisico, che può essere repellente (vecchia e patetica, giovane e macilenta) o appetitoso (gran seno). Il che ci porta alla prima e forse più interessante parte del libro, una serie di brevi ed estrosi capitoli dedicati appunto a mignotte e casini ma autentici, e ovviamente raccontati in lettere, diari o simili). Quasi tutti gli scrittori furono assidui di tali istituzioni, a volte con entusiasmo, a volte con imbarazzo, a volte per curiosità (magari con accompagnatrici camuffate), a volte per necessità fisica. Qui non faccio i nomi, ma Scaraffia non li tace. Il materiale esaminato arriva alla fine del secolo scorso, ma in realtà l’argomento cessa con la chiusura delle case chiuse (scusate la tautologia), dopo la quale le cose continuarono in modo meno ordinato. Con la testa ancora immersa nei suoi narratori, complessati o un po’ troppo ansiosamente proclamanti di non esserlo, Scaraffia conclude domandandosi come mai anche nei nostri tempi permissivi la prostituzione «ispiri un oscuro ribrezzo», e il rapporto sesso-denaro continui a causare disagio. Qui mi frego gli occhi. Ma non vede i media? La escort non è forse diventata, oggi, un modello da ammirare e se possibile imitare? Altro che «Nouvelle lise des plus jolies femmes de Paris», ghiottamente pubblicato alla macchia nel 1891. Provate a andare su Internet.
Domini Internet, la rivoluzione secondo Frank Schilling - Carlo Di Foggia
È stato detto e scritto più volte: nei prossimi mesi potremmo assistere ad una piccola rivoluzione nel mondo del web, almeno per come siamo stati abituati a conoscerlo fino ad ora. L’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) - l’ente che supervisiona l’assegnazione dei nomi a dominio - oggi ha aperto le iscrizioni per registrare le nuove estensioni generiche di primo livello (Generic Top Level Domain). In pratica, entro il 2013, oltre alle 22 estensioni classiche (.com, .net, .org ecc.) e alle 250 declinazioni geografiche (.it, . de, .es ecc.) si potrebbero aggiungere suffissi per nuovi domini formati da qualsiasi parola. Da molti esperti è considerato il più grande cambiamento intervenuto nel sistema dei domini dalla creazione, ormai 26 anni fa, del dotcom (.com). “Un'apertura delle porte al naming system di Internet pensata per liberare l'immaginazione globale umana”, come l’ha definita Rod Beckstrom, presidente e Ceo di Icann. Ma i dubbi e le polemiche legate a questa decisone non sono mancate, soprattutto per quanto riguarda i costi (185mila dollari per registrare un dominio) e la possibilità che alcune grandi aziende facciano incetta di estensioni chiave per poi venderle a terzi. Nonostante l’ente americano garantisca un diritto di prelazione sui suffissi con nomi di aziende - difficilmente infatti qualcuno potrà soffiare a Zuckerberg il .Facebook - e quelle con nomi di città, non c’è alcuna garanzia ad esempio sulle estensioni generiche come .negozio o .avvocato. LaStampa.it ha intervistato sull’argomento Frank Schilling, uno dei più importanti investitori del settore. Alla fine degli anni ‘90, questo eccentrico signore nato in Germania nel 1970 e cresciuto in Canada, ha iniziato ad acquistare domini con l’obiettivo di rivenderli al miglior offerente. Oggi possiede un portafoglio di oltre 300mila domini per un valore stimato in quasi 500 milioni di dollari e gestisce i suoi affari dalla veranda della propria casa alle isole Cayman da dove aggiorna anche il suo blog Seven Mile. Lei è diventato milionario grazie alla sua abilità nel business dei domini. Dal 12 gennaio sarà possibile iniziare a registrare i nuovi TLD con possibilità apparentemente illimitate, è la fine del vostro business o si aprono nuovi scenari? Tutte queste nuove estensioni di certo non indeboliscono il valore del .Com. Prima ad esempio esisteva un solo numero verde negli Stati Uniti, l’800. Quando sono arrivati, l’888, l’877 e l’866, non hanno intaccato il valore dell’800. Se ci si pensa, 888 è in realtà un numero verde gratuito migliore perché richiede solo un tasto sul telefono, la maggior parte delle persone però (e questo vale anche per chi svolge la mia attività) ancora oggi dà più valore al numero 800. Il dotCom potrà godere di un vantaggio ancora più grande proprio per la sua storia e la sua autorevolezza. Detto ciò, questo è un cambiamento enorme nel mondo del web e questi nomi un giorno saranno tantissimi. Alcuni avranno un valore enorme. Molto spesso però si tratterà di valutazioni individuali. Secondo lei questo cambiamento contribuisce davvero a liberalizzare il sistema dei domini o l’elevato livello dei costi restringe eccessivamente il numero dei possibili acquirenti? Vorrei pensare a questa novità come ad un’apertura del sistema a nuove forze. Ci sono milioni di giovani e sette miliardi di persone sul pianeta. Un’internet davvero globale necessita di una denominazione uniforme. I vostri figli e i loro figli ringrazieranno l’Icann per aver preso la coraggiosa decisione di aggiungere nuovi Top Level Domain, ma quando questi bambini cresceranno, probabilmente continueranno a cercare il dotCom per la sua originalità, più di molte nuove estensioni . Il comportamento umano è come una nave difficile da guidare e il .Com di fatto ne uscirà rafforzato. Vi è una grande opportunità per i nuovi register (coloro che offrono la possibilità di registrare nuovi nomi sui suffissi di cui hanno la proprietà, ndr) di fare molto bene e dare forma al futuro di questo settore. Non c’è il rischio che il sistema dei nomi a dominio finisca nelle mani dei grandi brand commerciali? Le aziende guardano sempre al lato commerciale di Internet. Quando ho ottenuto la mia prima connessione a Internet, nel 1993, la maggior parte dei siti web erano .Gov, .Net o .Org. É stato solo qualche anno più tardi, quando i grandi marchi hanno iniziato a costruire i propri siti internet sul .com che quest’ultimo è diventato il suffisso dominante. Il Commercio su Internet funziona in modo simile. Mi ricordo che nel 1994 le prime aziende che cercarono di vendere i propri prodotti online vennero duramente criticate. I primi utenti del web - veri e propri puristi - si lamentarono apertamente per la possibilità che internet si prestasse a qualsiasi tipo di commercio. Solo quando i grandi marchi si sono affacciati online la cultura è cambiata. I nuovi nomi generici di primo livello avranno lo stesso effetto. Quando le aziende più grosse inizieranno a registrare i nuovi domini, avvieranno un circuito virtuoso che porterà anche le piccole e medie imprese a fare lo stesso per evitare di venire schiacciate dalla concorrenza. L’inizio di questo processo potrebbe portare ad una svolta molto importante. Potranno nascere contrasti riguardo alla paternità delle estensioni più generiche (ad esempio .shop, .video, . avvocato)? Sicuramente ci sarà una grossa competizione per questo tipo di estensioni. Gli attriti saranno inevitabili considerando il loro valore. Si tratta di un processo che potrebbe generare un grande entusiasmo, ma anche incertezza e confusione. Molte persone non capiscono il comportamento umano che circonda il business dei domini. Milioni di dollari andranno perduti come i sogni evaporano attraverso l’ingenuità. Una volta aggiudicate queste nuove estensioni, diventerà indispensabile gestirle in modo che diventino un fattore di progresso, a beneficio di tutti gli utenti che registreranno nuovi nomi su quelle estensioni. Molte persone si avvicinano a questo business fantasticando guadagni milionari ma la concorrenza è fortissima e la contrazione economica globale si fa sentire anche qui. Questo è un business per coloro che sono appassionati di nomi e di denominazione. Ci sono di gran lunga modi migliori per fare soldi, se siete alla ricerca di un ritorno strettamente finanziario. Quando nacque, il sistema di assegnazione dei domini non prevedeva costi di registrazione. Adesso l’Icann - che si definisce un “ente no profit” - gestisce milioni di euro. Che cosa è diventato negli anni quest’istituzione? L’Icann ha un lavoro molto difficile da fare - ma per la maggior parte (e per tutte le critiche che subisce) svolge quel lavoro abbastanza bene. Il loro compito non richiede alcun ritorno economico. Milioni di persone e aziende scalpitano e sta diventando sempre più difficile gestire questo sistema. In definitiva credo che l’Icann abbia davvero bisogno di quei soldi (e anche di più) per gestire efficacemente l’assegnazione dei nomi. Non penso che questo enorme cambiamento che hanno avviato sia dettato da motivazioni economiche ed è meglio per loro avere i soldi per fare un buon lavoro senza avere la necessità doverli cercare, che non averli. Come è cambiato questo settore dagli anni 90’ ad oggi? E’ ormai tramontata l’età dell’oro per il sistema dei domini o ci sono ancora margini di profitto per i privati? Ci sono stati sicuramente tantissimi cambiamenti da quando la rete internet si è aperta al commercio ormai 14 anni fa, ma stiamo parlando di soli 14 anni. Se consideriamo la Tv o la radio che esistono ormai da decine di anni è chiaro che siamo solo all’inizio. Ci sono ancora tante opportunità non sfruttate e strade che non sono ancora state percorse su internet. Per molti aspetti questa è ancora l'età dell’oro per il business dei domini. Ci sono grandi fortune da fare e da perdere. Ci saranno intere aziende di proprietari di domini, cosi come broker e manager specializzati solo in questo settore. Oggi ce n’è solo una manciata. I Nuovi nomi segneranno la morte dei predecessori quanto la nascita di Newport Beach ha segnato la morte di Beverly Hills. Nuovi posti significa solo una più ampia scelta di luoghi interessanti da visitare.
Padova alleva galline all’ombra di Giotto – Giulia Stok
Per il grande desiderio che avevo di vedere la bella Padova, culla delle arti sono arrivato (...) e a Padova sono venuto, come chi lascia uno stagno per tuffarsi nel mare, e a sazietà cerca di placare la sua sete»: così declama Lucenzio ne La bisbetica domata di Shakespeare. Siamo intorno al 1590, momento d'oro per la città veneta, che poteva a pieno titolo essere annoverata fra le capitali culturali d’Europa insieme a Firenze e Venezia. Questo grazie al prestigio della sua Università, fondata nel 1222, e alla folla di artisti e pensatori che qui vissero o lavorarono: da Giotto, che affrescò la meravigliosa Cappella degli Scrovegni, a Filippo Lippi, Mantegna, Paolo Uccello, Donatello, Leon Battista Alberti e Galileo Galilei. Insomma, l’atmosfera patavina era animata da una grande vitalità: sia scientifica, tanto che qui nacquero il primo teatro anatomico per la dissezione dei cadaveri - forma singolare di vitalità, direte, ma fondamentale per i progressi della chirurgia - e il primo orto botanico pubblico d'Europa; sia religiosa, come dimostra la devozione per Sant'Antonio, cui fu dedicata una maestosa basilica; sia politica, con le animate discussioni risorgimentali del Caffè Pedrocchi che portarono alla rivolta contro gli austriaci nel 1848. Tra un esperimento e un’insurrezione però i patavini hanno sempre trovato, fin dal Medioevo, il tempo per preparare piatti gustosi, nati nell'orto e nel cortile di casa. Uno su tutti, la gallina padovana, che pare sia arrivata in città nel 1300 addirittura dalla Polonia. Oggi quella gallina barbuta dalla complicata acconciatura è presidio Slow Food ed è deliziosa cucinata alla canevéra, con un ripieno che mescola il salato delle carni, il dolce della mela e l'agro di arancia e limone. Meno esotica ma ugualmente interessante è l’ oca in onto : tagliata a pezzetti la carne viene conservata tra strati del suo grasso in un orcio di terracotta o vetro. Sulle tavole padovane d'inverno hanno un posto d'onore anche l’amarognolo radicchio e il dolce prosciutto crudo di Montagnana, ottimi preludi a un pranzo classico che si apre con risi e bisi (riso e piselli) o pasta e fasoi e prosegue con bollito alla veneta. Dopo questo primo assaggio, il modo migliore per continuare a gustare la città è immergersi nel suo cuore medievale: il colorato mercato ortofrutticolo di Piazza delle Erbe e i portici zeppi di botteghe che circondano l’impressionante mole del Palazzo della Ragione, sede del tribunale comunale dal 1200 al 1700. Fino al 13 febbraio il palazzo ospita una mostra della Biennale di Architettura promossa dalla Fondazione Barbara Cappochin, dedicata alla rigenerazione urbana sostenibile. Tra questa e la contigua Piazza dei Signori inizia il ghetto, stretto di case, alte e addossate le une alle altre, che spesso nascondono cantine romane e medievali. Torna in mente il quartiere ebraico veneziano, anche perché, quando la nebbia si alza dal Bacchiglione e dai canali che circondano il centro storico, e l'umido brumoso si insinua nei portici, la fratellanza tra le due città si sente nelle ossa. Il bianco bugnato del Palazzo del Capitanio, con il grande orologio, primo in Italia a indicare anche i mesi secondo l'uso nordico, contrasta con le vecchie case porticate di Piazza della Signoria e con la scura austerità del Duomo. All’altro capo del centro, alle spalle dell’Università, nella dimora duecentesca della famiglia Zabarella (www.zabarella.it; 049/8753100 049/8753100), oggi sede di mostre di qualità, fino al 12 febbraio è visitabile «Il Simbolismo in Italia» con tele, tra gli altri, di Gaetano Previati, Adolfo De Carolis, Umberto Boccioni. Per vedere scorrere una dopo l'altra tutte le epoche precedenti invece basta prendere un espresso al vicino Caffè Pedrocchi: di eleganza neoclassica al piano inferiore - in netto contrasto con le guglie neogotiche del fratello Pedrocchino - al superiore in ogni stanza gioca con uno stile diverso, spaziando dall'etrusco al barocco. Il Pedrocchi era detto «il caffè senza porte» perché non chiudeva mai, nemmeno la notte. È il primo dei «senza» per cui è famosa la città: senza porte il caffè, senza nome Il Santo. Sì, perché qui non è necessario chiamarlo, e in effetti non lo si chiama, nemmeno nella via a lui dedicata: tutti sanno che si tratta di Antonio, le cui onoratissime spoglie riposano nella monumentale basilica costruita a cavallo del 1300, che con le sue cupole orientaleggianti evoca San Marco. Nelle pasticcerie cittadine, ad esempio Lilium, a pochi passi da Palazzo Zabarella, si trovano diversi tipi di dolci dedicati al Santo, in genere a base di mandorle e amaretti. Talmente buoni che le guardie del corpo che un tempo servivano a proteggere Antonio dagli slanci della folla sarebbero ora utili per difenderci dalle tentazioni.
Corsera – 13.1.12
È il tempo buono per fare figli. Ma quel francobollo non piace – Marco Del Corona
In Cina il Capodanno comincia molto prima di Capodanno. L'anno del Drago si fa annunciare con buon anticipo, con riti sociali cui non è possibile sfuggire. Torna l'assalto ai biglietti per la più vasta e concentrata migrazione del mondo, ovvero centinaia di milioni di cinesi che tornano a casa nel giro di due-tre settimane per celebrare la festa di famiglia per eccellenza (e stavolta con le polemiche sul malfunzionamento dell'innovativa biglietteria online). E tornano le anticipazioni sullo show della notte di Capodanno, evento televisivo cruciale, che stavolta avrà una versione gemella sul web alla quale sembrava dovesse dare il suo contributo il tycoon e filantropo americano Warren Buffett, in versione chitarrista, voce poi smentita. Quest'anno ad arricchire la frenesia di una vigilia che dura settimane si è aggiunta la discussione sul francobollo celebrativo emesso dalle poste cinesi, 1,20 renminbi di valore nominale, le cui quotazioni si sono moltiplicate per 50 in pochi giorni: colpa, o merito, del muso un po' troppo aggressivo del drago disegnato da Chen Shaohua. Lo scrittore Zhang Yiyi ha suggerito che le poste ridisegnassero il francobollo perché «è evidente che il disegnatore non ha colto quali sono le strategie nazionali» in politica estera. Chen tuttavia si è difeso sul suo blog sostenendo di «non aver pensato alla percezione da parte degli stranieri di un drago feroce e di come possa rappresentare l'ascesa della Cina». Il dibattito sull'aspetto del drago sul francobollo è servito se non altro a ribadire quanto ogni cinese sa. Il segno zodiacale del Drago è un segno positivo, l'aspetto terrificante della mitica bestia serve a spaventare gli spiriti malvagi, non gli esseri umani. Che, anzi, nell'anno del drago nascono responsabili verso la famiglia, dotati di senso della giustizia, capaci di compassione, dettaglio - questo - che cade a proposito visto che uno dei grandi temi di riflessione di fine 2011 in Cina è stato l'inaridimento morale, la scarsa attenzione alle sventure altrui, un egoismo biasimato dagli stessi leader. «I maschi venuti al mondo nell'anno del Drago - ci spiega Zhao Minglei, astrologo che raccoglie decine di milioni di lettori sul portale Sina - hanno una visione delle cose molto ampia e sono adatti al lavoro amministrativo. Forti di carattere, anticonformisti, non amano dare retta agli altri, in genere. Le femmine del 2012 avranno un temperamento ostinato quanto i maschi. Spirito eroico, nessuna paura di chi detiene il potere o di chi esercita influenze negative. Energici, perseveranti, ambiziosi. Con un certo desiderio di ottenere rispetto e riconoscimenti». Quest'anno del Drago presenta un tredicesimo mese (arrivando a contare 384 giorni) che serve ad allineare il calendario lunare con l'anno astronomico. E la coincidenza con l'anno bisestile spinge le coppie a considerare con l'opportunità di sposarsi approfittando della fausta circostanza, con particolare predilezione per la data numerologicamente seducente del 12 dicembre, 12-12-12. A Hong Kong, dove il «feng shui» (la geomanzia tradizionale) ha un «appeal» tuttora fortissimo, le prenotazioni per i ricevimenti negli hotel o in luoghi che organizzano cerimonie a tema stanno moltiplicandosi, come riporta la stampa locale. Zhao l'astrologo annuisce: «Sarà un anno di buon auspicio, adatto per fare figli». Non rientra nei radar dell'astrologia l'evento cruciale che attende la Cina nell'anno del Drago, il congresso del Partito comunista che in autunno dovrà ridisegnare la leadership del Paese, per il momento apparentemente certa solo della posizione di numero uno, il futuro segretario Xi Jinping, oggi vicepresidente. L'astrologo Zhao si limita a considerare come «il 2012 sia un anno in cui la civiltà orientale e la civiltà occidentale entreranno in una fase di cambio. Nei prossimi 30-60 anni la civiltà orientale crescerà arrivando a stabilire un nuovo grado di influenza sul mondo, mentre la civiltà occidentale è destinata a decadere e a ridimensionarsi. Più a breve termine, per l'Europa sarà un anno difficile, per gli Stati Uniti di momentanea ripresa, per la Cina di ricerca della stabilità con una grande pressione sotto il profilo economico. Per noi, però, dopo la tempesta uscirà l'arcobaleno. Ah dimenticavo: nel 2008 avevo previsto l'elezione di Barack Obama. Ebbene: quest'anno sarà confermato presidente».
Russia: «La nostra sonda per Marte colpita da un'arma antisatellite»
Giovanni Caprara
MILANO - La sonda russa Phobos-Grunt che doveva raggiungere Marte è stata paralizzata intorno alla Terra da qualche arma antisatellite. A sostenerlo è Vladimir Popovkin, presidente dell’agenzia spaziale russa Roskosmos in un’intervista al quotidiano Izvestia aggiungendo ambiguamente che non ha idea di chi possa essere interessato a interferire con la missione russa. CHI È STATO? - Ora dal momento che non possono essere i cinesi perché a bordo di Phobos-Grunt c’è una mini-sonda cinese che doveva essere lasciata in orbita marziana, e che non possono essere gli europei che hanno tentato con le loro antenne di recuperare il veicolo, non restano che gli americani. CADUTA - Intanto l’agenzia Roskosmos ha aggiornato il possibile momento del rientro nell’atmosfera, anticipando di un giorno, a sabato alle 14, ora di Mosca (le 12 in Italia). La sonda pesa 13,5 tonnellate. Quasi interamente costruita in materiali leggeri come l’alluminio, si fonderà facilmente nell’impatto con gli strati atmosferici. I propellenti (8 tonnellate) contenuti nei serbatoi anch’essi d’alluminio finiranno bruciati e l’unica probabilità che qualcosa possa arrivare fino al suolo riguarda la capsula che doveva riportare i campioni di suolo della luna Phobos sulla Terra. La ragione è che era stata costruita per resistere proprio all’impatto con l’atmosfera ed è dotata di uno scudo antitermico: ma anch’essa dovrebbe mantenere un certo angolo di caduta. PROBABILITÀ - Comunque, per mantenersi prudenti gli ingegneri russi ipotizzano che forse alcuni pezzi per complessivi 200 chilogrammi potrebbero superare indenni la disintegrazione. Però, siccome la Terra è per il 70 per cento ricoperta dagli oceani e solo l’1 per cento delle terre emerse è abitato, la probabilità che una persona sia colpita è di una su 300 mila. Detto in altre cifre la probabilità è dello 0,000003 per cento. Mai nessuno è stato ferito da pezzi di satelliti che periodicamente cadono sulla Terra senza far notizia. SABOTAGGIO - Tornando a Phobos-Grunt, restano gravi le affermazioni di Popovkin che seguono quelle del generale Nikolay Rodoniov pronunciate subito dopo l’apparizione del guaio. Rodoniov, ora in pensione, prima comandava il sistema di allerta russo nella rete di difesa dagli attacchi dei missili balistici, affermò che la sonda era stata vittima delle emissioni in radiofrequenza lanciate dalla stazione americana di Gakona in Alaska dove si conducono esperimenti sulla ionosfera (progetto Haarp). Popovkin non menziona esplicitamente gli Stati Uniti, ma le sue affermazioni sembrano in perfetta linea con i non buoni rapporti in questo momento tra Mosca e Washington. Inoltre anche i rapporti di collaborazione spaziale tra Stati Uniti, Europa e Russia, pur continuando, non godono di grandissime intese. E Popovkin aggiunge: «I frequenti danni ai satelliti avvengono sempre quando questi si trovano nell’orbita non visibile dalle nostre antenne. In quelle fasi non possiamo ricevere alcun dato e quindi non sappiamo che cosa accada». DIFESA - Dietro a queste parole c’è una scomposta autodifesa del direttore di Roskosmos che cerca di evitare quanto è accaduto al suo predecessore Anatoly Perminov solo pochi mesi fa: licenziato da Putin per i ricorrenti disastri spaziali di cui la Russia è vittima. Dal dicembre 2010 al dicembre 2011 ben sei lanci sono falliti e alcuni erano satelliti per telecomunicazioni. Questo è grave perché, oltre a creare danni economici e ad alzare i prezzi delle assicurazioni, abbassa la fiducia nei lanciatori russi a vantaggio della concorrenza cinese, europea e americana. Ma come giustamente rileva un avvocato americano specializzato in materia spaziale, Michael Listne,r in un’intervista a Usa Today, la causa più verosimile del guaio accaduto a Phobos-Grunt sta nei pochi finanziamenti a disposizione del bilancio spaziale russo. La sonda è costata 163 milioni di dollari; certo non una grande somma anche se il costo del lavoro in Russia non è come quello negli Usa. E l’esperto ricorda che la Nasa perdette la sonda Mars Polar Lander nel 1999 proprio perché volle costruirla risparmiando sulle verifiche e su alcuni apparati. L’esperienza insegna: lo spazio ha bisogno di margini di sicurezza nella tecnologia senza i quali il rischio porta quasi sempre al disastro.
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm