| RASSEGNA STAMPA |
Rassegna culturale di Lorenzo
Liberazione – 12.1.12
«La vera sfida: inventare nuovi modelli culturali» - Roberta Ronconi
Cosa sta succedendo in Sicilia? Da un mese è in atto una piccola rivoluzione contro lo sfascio di un'isola abbandonata a se stessa. Gli amministratori non governano, la politica è assente. I beni culturali vengono sistematicamente chiusi, abbandonati o dismessi. Ultimo clamoroso caso, quello del Museo Riso per l'arte contemporanea di Palermo. Di ieri, la notizia della sua chiusura come risultato di uno scontro di potere tra il direttore, Sergio Alessandro, e il governo regionale. I cittadini, su internet e per le vie, si incazzano. Proprio l'8 gennaio si era conclusa ai Cantieri della Zisa, abbandonati e da un mese occupati, una tre giorni sulla "Cultura Bene Comune", che ha visto coinvolte settanta associazioni di artisti e di comuni cittadini. Ma non è solo Palermo a fibrillare. Il 16 dicembre scorso, a Catania, un centinaio di persone tra musicisti, artisti, cittadini si sono fatti strada tra le macerie nel cantiere abbandonato del Teatro Coppola, il più antico di Catania. Nato nel 1821, bombardato dagli americani l'8 luglio del '43, in macerie per decenni, poi recuperato in parte dal teatro Bellini per farne una sorta di deposito delle proprie scenografie. Nel 2003 per qualche settimana è sembrato che il comune volesse ristrutturarlo, stanziando 225mila euro e iniziando i lavori. Pochi giorni e di nuovo l'abbandono. Fino al 16 dicembre quando un gruppo di persone ha deciso di entrare, occupare e ridare una possibilità di esistenza al Teatro Coppola. Tra i primi catanesi ad attivarsi, il cantautore Cesare Basile. Cesare, come siete arrivati alla decisione di occupare? Siete stati influenzati dall'esperienza romana del Teatro Valle? Era da circa un anno che, in rete, un gruppo di musicisti e artisti di varia provenienza culturale si scambiavano opinioni su quale fosse lo stato della cultura in Sicilia, la mancanza di spazi, l'assenza di prospettive. L'esperienza del Valle ha scoperchiato la pentola. Ed è stata ispirazione per molte realtà che già fervevano. Prima di occupare però ci abbiamo pensato a lungo, fino a raggiungere l'unanimità tra le diverse realtà presenti, sulla necessità di occupare il Coppola e sulle finalità. Ovvero? Restituire un luogo culturale ai cittadini di Catania. Non un'occupazione chiusa, ma aperta a tutti. Nessuna appartenenza o targa politica, ma diritto di cittadinanza per chiunque voglia partecipare. Dove si colloca, nella piantina della città, il Coppola? E' nel cuore del quartiere Civita, un luogo storico di Catania, vicino al porto. Un quartiere di pescatori. Come ha reagito la gente del quartiere? Con totale partecipazione. Già due giorni dopo l'occupazione abbiamo fatto un'assemblea aperta con i cittadini. In molti ci hanno offerto il loro aiuto, manovali, muratori, elettricisti. Oltre a tutta la gente che ci ha contattato tramite internet. E le istituzioni? L'unico ad essersi fatto sentire è stato un consigliere comunale, Manlio Messina del PdL, che ci ha dichiarato la sua piena solidarietà. A parte lui e qualche comunicazione strettamente burocratica, non abbiamo avuto segnali. Un fatto è certo, se vogliono mandarci via devono prendersi la responsabilità di farci sgombrare dalla polizia. Noi da qui, volontariamente, non ce ne andiamo. Cosa succede ora dentro il teatro? Di mattina lavoriamo al cantiere. Poi, dopo le 18, allestiamo il palco e facciamo spettacoli. Qui in molto hanno finalmente ritrovato un luogo in cui esibirsi, sperimentare, confrontare esperienze creative. Sono saliti sul nostro palco il cantautore Dente, i musicisti dell'Arsenale, i volontari di Librino, le compagnie di Elio Gimbo, Nino Romeo, Giuseppe Massa, l'associazione Sutta Scupa e tanti altri. In Sicilia, o non succede nulla o scoppia tutto insieme. In questo momento c'è un fermento incredibile, sia in negativo che in positivo. Da una parte, spazi che le amministrazioni dismettono a raffica, dall'altra occupazioni e riappropriazioni. Una dimensione schizofrenica dell'isola... Il fatto è che nell'ultimo decennio qui è successo poco. Le amministrazioni non hanno governato nulla, il bene pubblico è stato dissipato. I giovani che avevano voglia di fare qualcosa - soprattutto in campo culturale e artistico - sono stati costretti ad andarsene. Da qui, credo, la schizofrenia della Sicilia, da questo continuo andare e venire di cervelli che non trovano alcuno spazio per esprimersi. La situazione politica attuale è disastrosa, si è raggiunto un punto minimo. Ed è per questo che il fermento tra la gente si alza, sempre più persone dicono basta, ci riprendiamo noi il bene pubblico, lo facciamo fiorire noi, con le nostre mani! E' una voce sempre più forte e la scommessa è alta. Quale? La vera scommessa è quella di sperimentare nuovi modelli, di gestione, di partecipazione, di crescita. Non importano i luoghi, il teatro Coppola o la Zisa di Palermo. Quello che veramente importa è riuscire a sperimentare modelli diversi di gestione del patrimonio e capire anche fino a che punto ne siamo capaci. E' su questo che ci mettiamo davvero alla prova.
«Uno scatto? E' arte. Arte, oggi, svilita» - CM
«Tagliare i fondi all'editoria? E' un problema. Ma si inserisce in un contesto più generale che riguarda anche la sottrazione dei contributi alla cultura. La fotografia "soffre" anche per questo». Simona Granati è una fotografa free lance. Da più di venti anni "in strada" a scovare volti, realtà, storie con un "click". Eppure "quel" click - spiega - «ha un suo valore preciso. E' in un certo senso, anzi, nel senso più pieno del termine, un'opera unica che rischia, nel contesto editoriale attuale, di essere completamente depauperata».Tutto questo? Inevitabilmente è conseguenza anche di trasformazioni sociali. Anche il passaggio «quasi epocale» - riflette - dell'editoria dalla stampa al Web ha investito in un modo inimmaginabile chi fa della fotografia il proprio lavoro. Ora? - continua - Ci sono giornali che si rivolgono direttamente al proprio cronista, magari chiedendogli di realizzare foto, anche con un cellulare, sottraendo spazi non solo ai fotografi di professione ma anche alla fotografia "di qualità". E i contratti? Sono sempre di più al ribasso. E' sempre più difficile vendere foto perché si compra meno. I grandi giornali acquistano sempre più immagini da grandi agenzie che le distribuiscono ovunque piuttosto che affidarsi a singoli». Un tempo, certamente, non era così. Ma questo processo si è via via modificato in modo accelerato negli ultimi tempi. «Sì - continua Simona -. C'era un mercato diverso un po' di tempo fa. C'era la possibilità non solo di progettarsi ma di "progettare". Realizzare "book" propri, presentarli, condividerli. Oggi non è più così. Sembra si cerchi solo un modo o un altro per sopravvivere. La mia esperienza - aggiunge - è sempre stata nel sociale. Mi sono sempre rivolta a queste tematiche che prediligo. E' il mio tema da sempre. Oggi? Seguo attualità, cronaca, ogni tanto mi capita anche di seguire gli eventi politici. Ma vorrei tornare - ed è quello che cerco sempre di fare - a ridare dignità alle storie umane attraverso le immagini. Quello che non si comprende - sottolinea - è che la fotografia è cultura. Per questo sottrarre i fondi anche alla cultura significa in fondo non offrire alcuna possibilità di poter risolvere questa crisi che ci attanaglia. Penso - spiega - a tutti i soldi che vengono spesi per i grandi Festival dove, spesso - nella maggior parte dei casi - i fotografi non hanno alcuna voce, non possono decidere nulla, se non esporre le opere che gli vengono richieste non potendo metter becco neppure sulla loro dislocazione. Non è uno sbaglio? Non si potrebbe fare di più? Credo che il Governo prima di tagliare debba riflettere. Togliere soldi al pensiero, alla creatività, alla fantasia, all'arte significa porre altri ostacoli al'uscita dalla crisi e non agevolarne la risoluzione. Per questo - conclude - spero davvero che anche la vostra "lotta" alla fine abbia la meglio. Per voi e per tutti noi».
Tagli all'editoria. Le false lacrime del "Fatto" - Tonino Bucci
Fermi tutti. O non ci abbiamo capito niente noi o qualcosa non torna. Avete presente il "Fatto Quotidiano", quello che sotto la testata si vanta orgogliosamente di non ricevere «alcun finanziamento pubblico»? Sì, proprio quel giornale che poco più di un anno fa diede spazio a una lettera di Tremonti. L'allora superministro dell'economia approfittò dell'occasione per sostenere che in Italia lo Stato toglieva i soldi alle associazioni no profit e agli enti di ricerca per darli allo Stato. Tremonti lamentava che il massimale del fondo ricavato dal cinque per mille e destinato, appunto, al mondo no profit, era stato ridotto a cento milioni di euro a causa di «diverse scelte parlamentari», prima fra tutte quella di «incrementare i fondi per l'editoria». Morale della favola: se gli enti che fanno ricerca contro il cancro restavano senza soldi era colpa dei giornali parassiti e ammanicati col potere. Il "Fatto" di Padellaro e Travaglio diede grande risalto alla lettera di Tremonti piazzandola in prima pagina. Una scelta niente affatto ingenua dato che in quei giorni si giocava la partita per congelare i tagli della Finanziaria ai contributi per l'editoria. Travaglio & Co. non hanno mai perso un'occasione per scagliarsi contro il sostegno pubblico a giornali di partito e di cooperative. Ognuno si arrangi come può e impari a stare sul mercato, sennò peggio per lui, è la loro filosofia. Che poi in Italia la concorrenza sia sleale e gli unici giornali ad avere voce grossa sono quelli che hanno alle spalle grandi gruppi proprietari (si chiamino Berlusconi, l'Espresso, Fiat o Confindustria), beh, non è affar loro. Qualcuno ha visto il pluralismo delle idee? Certo, il "Fatto" se lo può permettere, qualcuno obietterà, loro hanno azzeccato le mosse e si sono conquistati una fetta di mercato. Tanto di cappello, i numeri parlano chiaro. Magari però qualcosa avrà contato pure il traino televisivo di Travaglio nella trasmissione di Santoro, vogliamo parlarne? Capirete allora la sorpresa e lo sconcerto con cui ieri abbiamo letto sul "Fatto" un'accorata elegia a favore di "Mucchio selvaggio", la famosa rivista di musica rock. «Lo storico mensile fondato nel 1977 rischia di chiudere per i tagli all'editoria». Sic. Ma come, voi del "Fatto" non dovreste plaudire a quei tagli? Prima inneggiate al mercato e poi andate in depressione perché candidi candidi scoprite, ma va?, che «i tagli pubblici all'editoria rischiano di far chiudere il "Mucchio selvaggio"»? Alla rivista fondata nel '77 da Max Stefani va tutta la nostra solidarietà (siamo fratelli di sventura), ma fossimo il "Fatto" qualche esame di coscienza e di coerenza ce lo faremmo. E ci chiederemmo anche come mai pure una rivista che non è l'ultima arrivata, tutto sommato un mainstream nel mercato musicale, abbia difficoltà a sopravvivere. Potevate pensarci prima, cari colleghi del "Fatto". Non vorremmo ritrovarci come Alberto Sordi nei panni del soldato Oreste Jacovacci nel memorabile film di Mario Monicelli, "La grande guerra". «Ma che fai aoh, prima spari e poi dici chi va là?»
Film, diritti e dibattiti
"Heviya Azadiye - Speranza di Libertà". Il Festival del cinema kurdo da giovedì a lunedì 16 al Nuovo Cinema Aquila, via L'Aquila 68: alle 18 reading di Moni Ovadia, figlio di quella tradizione composita e sfaccettata, il "vagabondaggio culturale e reale" proprio del popolo ebraico, di cui egli si sente rappresentante. A seguire cocktail d'inaugurazione a base di piatti tipici kurdi. Alle 20 proiezione del documentario "La vita per lei" di Hevi Dilara, che racconta la storia di una coppia di rifugiati kurdi in Italia, e il cortometraggio "Bekas" di Karzan Kader, ambientato nell'Iraq di Saddam. Alle 21 il lungometraggio Se muori ti uccido di Hiner Saleem, storia di un rifugiato kurdo alla ricerca di un criminale di guerra iracheno a Parigi. Venerdì 13 gennaio, alle ore 17.45, l'attenzione sarà puntata sul mondo femminile con il dibattito "Il ruolo della donna e la pace in Kurdistan" al quale parteciperanno, tra gli altri, la storica firma del Corriere della Sera Gian Antonio Stella, la Parlamentare Europea Silvia Costa, l'Assessore alla Cultura della Provincia di Roma Cecilia D'Elia, il Segretario dell'Istituto Don Luigi Sturzo Flavia Nardelli, la scrittrice Laura Schrader e Daika Guler dell'Iniziativa "Madri per la Pace". Costituitosi nel Kurdistan settentrionale per testimoniare la realtà degli "scomparsi" in Turchia e nelle altre parti del territorio kurdo durante gli anni della guerra contro il popolo kurdo, il movimento "Madri per la Pace" pone al centro delle sue iniziative il rifiuto della violenza e della rassegnazione, impegnandosi quotidianamente per la pace, la democrazia e i diritti umani. Anche sabato 14 gennaio, alle ore 17, la programmazione cinematografica sarà arricchita dal dibattito: "Libertà di stampa e d'opinione", alla presenza di giornalisti e scrittori, tra i quali Roberto Natale, Presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, Fausto Pellegrini, capo redattore Rainews24, Engin Emre Deger, attore del film Press, Afat Baz, giornalista Roj Tv e Veysi Altay, fotografo, giornalista e attivista dei diritti umani in Turchia, che illustreranno la difficile situazione curda in merito alle fondamentali libertà di espressione. La mattina del 16 gennaio avrà luogo l'evento speciale "I diritti dei bambini e delle bambine"; una selezione di cortometraggi girati per i ragazzi di tutto il mondo da un'équipe di registi del Kurdistan sulla base della Convenzione dei Diritti dell'Infanzia, presentati in prima visione nazionale. Un'occasione unica di riflessione sui diritti umani e sulla tragedia della loro negazione. La IV edizione del Festival, realizzata con il contributo del Consiglio Regionale del Lazio e di Ancitel ed il supporto di CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) e dell'Istituto Luigi Sturzo, è dedicata a Danielle Mitterand, recentemente scomparsa, al quale si riconosce il suo generoso impegno per la difesa dei diritti umani, civili e politici, anche dei kurdi. L'Associazione Europa Levante che organizza la rassegna, promuove dal 2001 iniziative di solidarietà volte al rispetto dei diritti umani e alla pace con particolare attenzione all'area mediorientale e ai nuovi confini dell'Europa. In Italia, organizza dibattiti e iniziative culturali per sensibilizzare la società civile sulle condizioni di vita del popolo kurdo e per diffonderne le produzioni artistiche e culturali kurde.
Manifesto – 12.1.12
La Sublime Porta davanti all'Europa – Marina Montesano
Negli ultimi tempi, complici alcune pubblicazioni, è sembrato che il fallito assedio turco a Vienna, culminato nella battaglia del 12 dicembre 1683, stesse divenendo per molti il nuovo tornante nella storia dell'Europa cristiana contro la minaccia ottomana: a Vienna si sarebbe insomma reiterato sulla terraferma il miracolo compiutosi nel 1571 nel Mediterraneo a Lepanto; dimenticando peraltro che quest'ultima fu una battaglia vinta nel contesto di una guerra persa, quella di Cipro, isola veneziana che nel 1570 era entrata a far parte dell'impero ottomano e che turca sarebbe rimasta fino al 1918; e ciò senza che l'Europa subisse drammatiche conseguenze. Alleati e nemici. Al contrario, Vienna era già sfuggita una volta alla conquista: i turchi l'avevano infatti assediata nel 1529 con Solimano il Magnifico e nel 1683 tornarono alla carica col sultano Mehmet IV e il suo gran vizir Kara Mustafà. In questa seconda occasione, un immenso esercito turco fu tenuto in scacco per due mesi intorno alle mura di una città da fortificazioni in gran parte inadeguate e da una guarnigione che non raggiungeva i 20mila uomini; segno di una debolezza intrinseca degli ottomani. L'armata dei soccorritori giunti a liberare Vienna dall'assedio si componeva di circa 70mila effettivi, provenienti soprattutto dagli eserciti imperiali guidati da Carlo V duca di Lorena e dalle truppe polacche di Jan Sobieski, Giovanni III re di Polonia. Dopo la sconfitta vi furono ancora alcuni decenni di lotte, ma sostanzialmente gli ottomani non tentarono più un'avanzata continentale. Qual è allora il valore reale di questo evento? A fare il punto giunge ora Il Turco a Vienna. Storia del grande assedio del 1683 di Franco Cardini (Laterza, 2011, pp. 777, euro 28): un volume poderoso con le sue 500 pagine di testo e le 200 fra note, glossario, cartine e apparato bibliografico, che tuttavia non è certo un libro di storia militare né tantomeno il racconto o l'analisi del solo assedio di Vienna. È invece un quadro ampio, basato sull'intreccio e il dialogo di fonti narrative e documentarie, frutto di ricerche su scala europea, senza ovviamente dimenticare la Turchia, che riscostruisce pagine importanti della storia europea e ottomana. Ciò che emerge è soprattutto il gioco delle diplomazie e dei rapporti politici del nostro continente, nei quali il Turco entrava non tanto e non solo come nemico, quanto piuttosto come interlocutore e, perché no, anche alleato. Un dato evidente non soltanto intorno all'assedio di Vienna del 1683, ma anche nei secoli precedenti, come ben dimostra Giovanni Ricci nel suo Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento (Viella, 2011, pp. 182, euro 20), un testo che raccoglie e propone in stile narrativo la fitta corrispondenza intrattenuta dalle potenze europee, italiane in particolar modo, con la Sublime Porta. All'appello non manca nessuno: Ludovico il Moro, Federico I d'Aragona, i Medici, i Gonzaga, i veneziani, i genovesi, lo stesso pontefice Pio II, quell'Enea Silvio Piccolomini pur disperatamente intento nell'organizzare una crociata antiturca. La collaborazione e le richieste d'aiuto al Turco contro le altre potenze cristiane erano insomma la norma, non una rara eccezione nell'Italia del Rinascimento. Ricatti romani. D'altra parte, se si prescinde dalla retorica che, allora come oggi, vorrebbe presentare i rapporti tra Europa cristiana e Impero ottomano musulmano come una serie ininterrotta di conflitti, la realtà appare fatta piuttosto di scambi commerciali, diplomatici e culturali; e perché poi non dovrebbe essere così? Nonostante le avanzate travolgenti che ne caratterizzano la storia, gli ottomani non hanno mai mirato a una distruzione dell'Europa o della Cristianità. Lo si vede bene se si volge lo sguardo alla città che, prima cristiana, dal 1453 era divenuta il cuore stesso dell'impero turco. Nel 1451, spentosi il grande sultano Murad, gli era successo Mehmet II. La crisi provocata dalla morte di Murad, la cattiva fama del principe e il recente eroismo dell'eroe albanese Skander Beg avevano determinato nel mondo cristiano una ventata d'euforia. Dal canto suo il basileus Costantino XI chiedeva reiteratamente aiuto in Europa: un suo ambasciatore, Andronico Leontaris Briennio, visitò prima Venezia e poi Roma con lo specifico incarico di trattare l'unione delle due Chiese, divise dallo scisma consumatosi nel 1054, a condizione che il soccorso occidentale all'impero non tardasse oltre. Intanto, il giovane sultano cominciava a fornir sempre più chiare prove di non essere affatto il fatuo incapace che si era ritenuto. Si era affrettato a confermare i trattati con Venezia e con altre potenze occidentali; in tal modo, quando nella primavera-estate del 1452 egli cominciò a fortificare gli Stretti in vista di un assalto, i genovesi e i veneziani - i cui interessi commerciali a Costantinopoli e nel Mar Nero venivano parimenti compromessi da quella misura - si trovarono impossibilitati a reagire in modo unitario perché in conflitto tra loro e perché (per quanto Genova fosse tendenzialmente vicina piuttosto albasileus e Venezia, dopo la pace, al sultano) nessuna delle due intendeva rischiar di guastarsi del tutto i rapporti con questa o con quella delle due parti contendenti. Con la fortificazione degli Stretti si poteva controllare il transito delle navi e quindi la vita di Costantinopoli: l'atto era senza dubbio un preludio alle ostilità, che difatti si avviarono alla fine dell'estate del 1452 per continuar nell'ottobre con un assalto alla Morea, rivelatosi poi una manovra diversiva. Mehmet si era dato, con l'aiuto di maestranze cristiane rinnegate, a fondere degli enormi cannoni: era chiaro ormai che il momento del decisivo attacco alla città del Corno d'Oro era solo questione di settimane. Un crescente senso di timore e di smarrimento si andò allora impadronendo dell'Europa cristiana. L'appello dei coloni genovesi residenti in Pera, lanciato in quel momento, fu raccolto dalla madrepatria che lo trasmise a quelli che essa riteneva i suoi principali alleati, il re di Francia e Firenze. Il 16 novembre del 1452 il senato di Venezia scriveva al papa e ai cardinali sollecitando un'azione più energica. Il papa non nascondeva la sua preoccupazione, ma si mostrava ciò nonostante sempre rigoroso su un punto: l'unione effettiva delle due Chiese avrebbe dovuto precedere la crociata, il che di fatto significava che ne era condizione. Stavolta il ricatto romano doveva essere accettato: non v'era più scelta. Il 12 dicembre del 1452 la fine dello scisma veniva solennemente celebrata in Santa Sofia alla presenza del cardinale Isidoro di S.Sabina, cioè di Isidoro di Kiev, patriarca latino di Costantinopoli appositamente giunto da Roma. Quello fu, però, un rimedio peggiore del male: nonostante l'atto d'unione fosse stato sottoscritto con l'esplicita riserva di una revisione non appena allontanato il pericolo ottomano, monaci greci e plebe della capitale sparsero il disordine gridando che l'empio accordo avrebbe provocato l'ira celeste. Costantinopoli viveva nella discordia e nell'apprensione i suoi ultimi giorni. Il nerbo della sua difesa era costituito da circa tremila latini, per la maggior parte veneziani e genovesi, e c'era da dubitare che avrebbero agito d'accordo; da parte sua il sultano disponeva di una formidabile «quinta colonna» nel partito greco antiunionista guidato da Giorgio Scholarios, molti degli appartenenti al quale erano ormai disposti allo spionaggio, al sabotaggio, al tradimento. Fu in questo clima che alla fine del maggio 1453 il sultano entrò in Costantinopoli, mentre l'ultimo basileus cadde difendendo strenuamente la sua città. L'indecisione e soprattutto gli interessi contrastanti delle diverse potenze europee avevano giocato in favore del Turco; la caduta di Costantinopoli fu senza dubbio un evento epocale, ma le sue conseguenze lo furono poi altrettanto? Cos'era rimasto della città che per secoli era stata il faro della civiltà mediterranea? Costantinopoli di Jonathan Harris (Il Mulino, 2011, pp. 278, euro 25) sceglie una prospettiva originale per tracciare un bel quadro della città nell'anno 1200. Quasi fosse una guida turistica di una capitale ormai scomparsa, il libro guida il lettore a conoscere una realtà che i visitatori del tempo non trovavano parole sufficienti per descrivere; una realtà non soltanto economica, ma anche sacrale e per questo differente da ogni altra. La debolezza dell'impero. La scelta dell'anno non è casuale: con l'assalto veneziano (ma che trovò numerosi complici in tutta Europa) del 1204 Costantinopoli fu devastata e saccheggiata, pendendo per oltre un cinquantennio la sua indipendenza. Ma anche quando fu in grado di ritrovarla, complice la Genova rivale di Venezia, la grande capitale dell'impero romano non sarebbe mai più stata la stessa, ormai dominata da interessi politici e commerciali stranieri, impoverita, spopolata. All'alba della conquista musulmana Costantinopoli era un'ex metropoli che poteva contare sulla popolazione di un villaggio. Non si può negare, allora, che fu proprio la conquista turca a riportarla prepotentemente al centro della scena internazionale, restituendole quel ruolo di ponte fra il Mediterraneo e l'Asia che essa aveva mantenuto più o meno ininterrottamente dal IV al XIII secolo. Sotto nuovi dominatori, certo, con una nuova religione, ma di nuovo il centro di un grande, prospero impero. Quando i sultani affermavano di voler rappresentare un elemento di continuità rispetto alle prerogative della capitale dell'impero romano, solo in parte conducevano un discorso retorico. Naturale dunque che con questa nuova protagonista prima gli italiani, come afferma Ricci, poi tutti gli europei, come dimostra Cardini, dovessero fare i conti, considerando il Turco di volta in volta come un avversario o come un alleato. Durante l'assedio turco a Vienna, approfittando della debolezza dell'impero, il Re Sole nonché «Re Cristianissimo» Luigi XIV annetteva alla Francia la Germania renana; al contempo, i suoi diplomatici invitavano il sultano a colpire il rivale, e i suoi propagandisti denunciavano l'impegno militare dell'imperatore Leopoldo I d'Asburgo in Germania, quando meglio avrebbe fatto a occuparsi dell'infedele alle porte. Alla fine, insomma, la battaglia di Vienna del 1683 non appare ridimensionata dal libro di Cardini, quanto piuttosto ricollocata in un'ottica storiograficamente più opportuna: nel senso che il punto non è dimostrare se essa abbia salvato o no l'Europa dal Turco (cosa peraltro improbabile, viste le difficoltà incontrate dall'esercito ottomano già nell'assedio); la sua importanza, come nel caso della caduta di Costantinopoli, sta invece nell'offrire allo storico e al lettore la possibilità di partire dall'evento per analizzare, portare allo scoperto e chiarire le trame complesse e apparantemente contraddittorie della politica europea di quei secoli.
L'ironia di Machiavelli sul «diluvio turco»
«Che i ricorrenti, drammatici appelli contro "il Turco", "l'infedele", "il nemico della croce", fossero non disinteressata retorica e che servissero da alibi politico o come strumento per ramazzar quattrini, lo sapevano tutti» nota Cardini nel «Turco a Vienna». Infatti, «quando nel 1518 un cronista bolognese vide arrivare nella sua città tre cardinali portatori della disperata notizia che "el Turco volea venire in Italia", non esitò a definire faccende di quel genere "nuove trappole da dinari". Gli faceva del resto eco Machiavelli che, scrivendo nel maggio del 1521 a Guicciardini, alludeva con disprezzo alle chiacchiere "sul diluvio che debbe venire, e sul turco che debbe passare, et se fosse bene fare la crociata, et simili novelle da pancaccie"».
Maschere bianche all'ombra di Conrad – Carlo Mazza Galanti
Umuzungu, tubab, oyinbo, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola «entità»: l'uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall'uomo occidentale come individuo e come rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo. Sono stati pubblicati in Italia, di recente, tre bei romanzi che corrispondono ad altrettante declinazioni di una differenza, quella tra bianchi e neri, capace di precisarsi all'interno di una dialettica che Ivan Illich, parlando d'altro (di differenze di genere), ha così espresso: «"Due" può essere concepito in due modi differenti. Quando dico uno, due può significare primariamente, emozionalmente, concettualmente, l'altro, oppure può significare una replica dello stesso». Tra l'estrema concettualizzazione di un'alterità assoluta, al limite dell'allucinazione - quell'Africa fantasma (per dirla con Leiris) definitivamente immortalata dal conradiano Cuore di Tenebra - e l'assunzione di una umanità «illuministicamente» intesa come comune e universale denominatore di ogni popolo e cultura, nel quadro di questa polarità che sembra nonostante tutto irrinunciabile, si muove quella «salutare inquietudine» che - nelle parole di Kapuscinski - ci accompagna nell'incontro (e nello scontro) con l'altro. E nella sua più o meno arbitraria, più o meno solidale, riduzione allo «stesso». All'estremo conradiano di questa breve rassegna troviamo un libro scritto da uno svizzero di lingua tedesca, Lukas Bärfuss, già affermato drammaturgo e qui alla sua prima prova narrativa, decisamente ben riuscita. Cento giorni (Einaudi, trad. di Daniela Idra, pp.216, euro15), racconta l'esperienza africana di un trentenne svizzero alle dipendenze della Direzione della cooperazione allo sviluppo della Confederazione elvetica: pieno di buone intenzioni e di inconfessati fantasmi, David Hohl attraversa titubante i mesi precedenti la guerra civile che portò in Rwanda, nel 1994, all'uccisione di centinaia di migliaia di Tutsi, un genocidio che raggiunse il suo acme durante quei cento giorni che danno il titolo al romanzo. Il modo in cui Bärfuss descrive l'atmosfera all'interno della cooperazione svizzera e come questa ha condotto le proprie operazioni durante gli anni del sinistro potere Hutu è un vero e proprio atto di accusa all'acquiescenza e all'inerzia (interessata) dell'istituzione. Alla cecità politica dei progetti di sviluppo cui pure partecipa con il dovuto zelo, Hohl aggiunge la sua irrequietezza da neofita incapace di ammettere i confini tacitamente concordati dai suoi colleghi tra la loro esistenza di lavoratori bianchi occidentali e quella dei rwandesi «assistiti». La sua ambigua relazione erotica con una donna locale e la percezione dell'aumento di tensione dei conflitti etnici cui l'uomo attribuisce un senso oscuramente antropologico (il furore dionisiaco del mondo africano che ribolle sotto l'apparente tranquillità della vita quotidiana, pronto a erompere da un momento all'altro), non riescono a fornirgli soddisfacenti chiavi di accesso a quell'universo da cui il protagonista non saprà comunque sottrarsi, sprofondandoci dentro come il Kurtz di Conrad. Al momento di abbandonare il Rwanda insieme ai colleghi, Hohl non si farà trovare e trascorrerà, unico bianco, quei cento giorni in mezzo all'«orrore»: dove il volto atroce della barbarie, e l'abbassamento graduale del giovane europeo al suo stesso livello, saranno l'ultimo atto del suo infelice tentativo di «riconoscimento». Al polo opposto rispetto a Bärfuss, un altro notevole romanzo scritto da un bianco, questa volta africano, nello specifico zimbabwese: Uomini e bestie (e/o trad. di Claudia Valeria Letizia, pp. 236, euro 18) di Ian Holding, al secondo libro dopo un esordio folgorante (Nel mondo insensibile, Einaudi). Che il «paradigma conradiano» non faccia presa nella sensibilità di un uomo nato e cresciuto nel continente africano non stupisce più di tanto, a maggior ragione trattandosi di un giovane (classe 1978) che ha trascorso la propria vita in un paese dove i ruoli dei bianchi e dei neri si sono in qualche modo bruscamente ribaltati nel volgere di pochi anni. Stupisce tuttavia come, seguendo una pista «allegorica» aperta da altri autori (bianchi) sudafricani (Coetzee su tutti, ma anche un giovane talentuoso come Damon Galgut ne Il buon dottore), Holding abbia saputo fare il giro a trecentosessanta gradi del razzismo (bianco e nero) per spalancare le porte di un'alterità, e di una pietà, capace di sospendere le ipoteche dell'universalismo occidentale e affacciarsi verso una dimensione inedita, più sfumata e in certa misura imprevedibile.
Non conviene entrare nel dettaglio, trattandosi di una rivelazione di cui è intessuta la trama del romanzo, e che emerge gradualmente nell'intercalarsi delle due vicende di cui si compone questo libro: quella di un «individuo» schiavizzato in un indeterminato mondo post-catastrofico che potrebbe sembrare una versione della Strada di McCarthy, vista dalla parte dei «cattivi»; e il diario, del tutto realistico, di un insegnante di liceo bianco che si prepara ad abbandonare il suo paese, lo Zimbabwe, per lasciarsi alle spalle lo squilibrato revanscismo di Mugabe, la gestione impazzita dello stato, il rischio della barbarie. Più difficile collocare all'interno di queste coordinate il romanzo di Mia Couto, Veleni di Dio, medicine del diavolo (Voland, trad. di Daniele Petruccioli, pp 150, euro 13). Uno scrittore autoctono, bianco mozambicano di lingua portoghese, evoca in questo caso l'arrivo in un villaggio africano di un giovane medico portoghese, giunto alla ricerca di un'ammaliante ragazza (nera) mozambicana conosciuta in Europa. Anch'egli in qualche modo attratto dal magnetismo dell'altrove, in fuga dalla «solitudine» e dal «vuoto» della sua esistenza europea, è «pronto a trasformarsi in altro». Ma la ragazza non compare e il mondo in cui si trova accolto si rivela presto «con troppa trama e pochi personaggi»: pieno di doppi fondi, giochi indecifrabili, fastidiosi misteri. Lo sguardo conradiano dell'uomo bianco risucchiato nella vertigine del continente nero è qui tuttavia messo a distanza dalla rappresentazione poetica di un Mozambico impenetrabile e allo stesso tempo impalpabile, rarefatto, quasi fiabesco, dove le fantasie occidentali non riescono ad attecchire, scivolano sulla superficie. Couto diluisce nella sua lingua volatile e lirica (e in un immaginario ibrido che ricorda quello del realismo magico sudamericano) le contraddizioni africane, distillandone un tono malinconico, molto più pacificato di quello dei due autori precedenti. È come se in queste pagine ci mostrasse un paese che si lecca le ferite, senza grandi clamori e conflitti, nel suo angolo semi abbandonato del pianeta. La voce indistinta, senza origine né identità precisa, che narra questa «favola» postcoloniale è quella di un individuo forse bianco, forse nero (o forse meticcio), spaesato e sradicato come tutti gli altri personaggi di cui parla: la polarità è momentaneamente elusa, non c'è opposizione, come non esiste un chiaro e definitivo orizzonte morale. Africani o europei, siamo tutti - sembra suggerirci Couto, da una prospettiva più «sapienziale» che politica - alla ricerca di un po' di consistenza e di pace, sapendo che nella confusione presente anche il veleno può essere medicina e che «il segreto, in una vita a brandelli, è tener pronto ago e filo e approfittare delle occasioni.».
Scontro fra i generi nei Paesi Bassi – Francesca Terrenato
Per volontaria o involontaria negligenza un dottore è responsabile della morte di un suo paziente. È questo il punto di partenza del nuovo romanzo dello scrittore olandese Herman Koch, Villetta con piscina (traduzione di Giorgio Testa, Neri Pozza 2011, pp. 363, euro 17). Nato nel 1953, autore e attore di una scanzonata e fortunata serie tv nei Paesi Bassi, Koch ha al suo attivo diversi romanzi fra cui La cena (Het diner, 2009), bestseller in patria e buon successo internazionale, uscito da noi nel 2010 (stesso traduttore e stessa casa editrice). Caso piuttosto raro nel panorama letterario dei Paesi Bassi, relegato all'estero a un mercato di nicchia, Koch ha conquistato il pubblico con una dosata combinazione di umorismo grottesco e temi scomodi. La stessa cifra si ritrova in questo romanzo, spiazzante quanto il precedente. Marc Schlosser, medico di famiglia, ha uno studio ben avviato, frequentato soprattutto da personalità dello spettacolo. Disgustato dal corpo umano e dalle sue miserie, che in veste di narratore descrive impietosamente, Schlosser ha elaborato tattiche per sopravvivere e anzi eccellere nella sua professione. Ascolta il paziente che ha voglia di sfogarsi evitando di fustigarlo per le sue malsane abitudini e prescrivendo, al bisogno, anfetamina e benzedrina per affrontare i momenti difficili. Fra i suoi affezionati c'è Ralph Meier, attore di teatro, pantagruelico mangiatore, bevitore e seduttore, che ha messo gli occhi sulla bella e insipida moglie di Schlosser, il quale dal canto suo mira a sedurre la bella e noiosa moglie di Meier. L'incontro fra le due famiglie, che sfocia in una vacanza insieme in un'imprecisata zona balneare dell'Europa meridionale è carico di conseguenze. Schlosser ha due figlie, Meier due figli: ragazze e ragazzi stringono la loro segreta alleanza, gli adulti bevono e si lanciano occhiate malandrine sognando qualche scambio di coppia. In superficie i giorni scorrono sereni fino a quando Julia, tredici anni, il «sogno biondo» di cui Schlosser è l'orgoglioso padre, scompare una sera sulla spiaggia. Viene ritrovata qualche ora dopo: è stata violentata, ma sembra non ricordare nulla. È qui che la corazza di cinismo del protagonista si incrina: le donne in generale potranno anche essere prede da collezionare, ma sua figlia no. L'oggetto dell'affetto paterno non deve essere toccato. Schlosser apre una personale caccia al colpevole fra tutti gli uomini, compreso un regista olandese espatriato in America (una figura che ricorda l'hollywoodiano Verhoeven), che quell'estate hanno frequentato la villetta con piscina. Il tono più leggero e le ampie digressioni umoristiche dei primi capitoli lasciano spazio alla soffocante atmosfera del thriller psicologico in cui il lettore ripercorre in cerca di elementi indiziari gesti e avvenimenti futili narrati fino a quel punto. Il finale, che non deve essere rivelato per non togliere al romanzo quel tanto di suspense che ha, concede qualche sorpresa ma non offre una limpida soluzione ai tanti misteri. È un tocco finale voluto dall'autore o incapacità di dipanare i tanti fili intrecciati nella narrazione? Salutato nei Paesi Bassi come affresco tragicomico e calzante della società contemporanea Villetta con piscina insiste sui fattori che hanno portato al successo La cena. Koch ricama nuovamente sullo scontro fra istinto di autoconservazione, proprio e dei nostri figli, e morale. Le carte sono state mischiate, ma semi e figure si ripetono. Così i due romanzi pongono un unico interrogativo: fino a che punto può arrivare un padre pur di proteggere suo figlio o sua figlia? Omertà e inganno, violenza e omicidio appaiono opzioni praticabili, se questo è il fine. Il nucleo familiare composto da padre, figlio/a adolescente e madre piuttosto sfumata in secondo piano, è la combinazione che Koch rimette sul tavolo. Dallo stesso ambiente alto borghese vengono i personaggi: uomini ipocriti e aggressivi, donne piacenti e insoddisfatte, e la loro prole viziata e imperscrutabile. Si ripetono anche le strategie: un attento dosaggio di indizi apparentemente insignificanti che poi convergono nella catastrofe finale, la gamma dell'ironia che va dal politicamente scorretto al pulp, e i continui tranelli cui è esposto il lettore, costretto a identificarsi con un narratore inaffidabile e indigesto. Koch ha saputo trovare, ne La cena, una tematica urticante su cui saggiare la forza dell'amore paterno: un figlio che per noia ha molestato e ucciso una senzatetto può essere compreso, difeso, salvato? In Villetta con piscina la questione morale è più articolata, e forse poco centrata, nella sua insistenza su argomenti generali legati al tema della disparità biologica, e quindi relazionale e sociale, fra i due sessi. Un padre che vendica l'onore della figlia, ed è contemporaneamente marito infedele e medico che abusa del proprio potere sui corpi altrui, non è evidentemente una sfida sufficiente per Koch che ci presenta stavolta una galleria di personaggi secondari, dal regista che traffica in modelle poco più che bambine all'attempato macho che corre dietro alle ragazze, dall'adolescente incauta e provocante alla donna matura divorata dall'ansia di piacere. Sullo sfondo gli sproloqui di un vecchio professore di medicina, latore di memorabili verità quali: «Le donne sono i calciatori della creazione. A trentacinque anni vanno in pensione ed entro quel momento devono fare in modo di essere sistemate». Koch non crea un controcanto all'infinita serie di banalità maschiliste accumulate dai suoi personaggi: gli uomini le pensano, le donne non fanno che confermarle. Nei Paesi Bassi, terra di tanti compromessi e pochi pregiudizi, la tiritera sull'istinto dell'uomo cacciatore ha evidentemente il valore di una caricatura, ma all'orecchio delle lettrici e dei lettori italiani quelle parole suoneranno fin troppo riconoscibili e attuali... E per loro ci sarà meno da ridere.
L'amore tra donne? Un rischio dell'arte – Manuela De Leonardis
Istanbul - Tre melograni attirano lo sguardo, entrando nell'appartamento di Sükran Moral (Terme 1962, vive tra Roma e Istanbul) nel quartiere di Beyoglu. L'artista è qui per la collettiva Dream and Reality - Modern and Contemporary Women Artists from Turkey (a cura di Fatmagül Berktay, Levent Çalikoglu, Zeynep Inankur e Burcu Pelvanoglu), al Museo d'arte moderna di Istanbul (fino al 22 gennaio). Dalla finestra della casa-studio entrano le luci e i colori del Bosforo. Una scatola piena di uccellini finti (usati per Bulbul) è sul tavolo della sala, prima che venga apparecchiato per la tipica merenda-colazione turca. Sükran è accogliente e, in perfetta tradizione mediterranea, mostra il suo affetto e la sua ospitalità anche attraverso il cibo: çay (il té turco), pane scuro, biscotti, formaggio di capra, olive, prezzemolo e concentrato di succo di amarene. L'ordine, in giro per gli ambienti, è apparentemente casuale - o meglio il disordine ha una sua logica creativa - un soprammobile a forma di elefante procede lentamente su una mensola, vicino a una candela bianca; una mascherina nera di carnevale con il pizzo è appesa vicino a un ciondolo-portafortuna di vetro a forma di «occhio di Allah»; la foto di Mustafa Kemal Atatürk accanto al libro di Mario De Micheli David, Delacroix, Courbet, Cézanne, Van Gogh, Picasso: Le Poetiche. Antologia degli scritti; un paio di pantofole rosa accanto agli stivali di cuoio chiaro; Cosmopolitan e Ipazia muore di Maria Moneti Codignola... Sulle pareti dominano tre grandi fotografie di altrettante performance, tutte datate 1997 - che raccontano tre momenti importanti del lavoro di Moral. In Bordello e Manicomio (presentate alla Biennale di Istanbul del 1997) l'artista è entrata - travestendosi - in posti solitamente inaccessibili al pubblico. Entrare in un luogo, per lei, è viverlo visceralmente vestendo i panni della puttana o della pazza per smascherare l'ipocrisia, denunciare le iniquità, mettere a nudo i dolori della società con un'attenzione costante - e coerente - sulla condizione femminile. Sulla parete del divano, infine, c'è uno scatto in bianco e nero di Speculum con due gambe divaricate su un lettino ginecologico e un grande monitor - muto - diventato rosso nella manipolazione digitale. Tra le migliori dieci esposizioni, all'ultima Biennale di Istanbul, Fiachra Gibbons (critico di «The Guardian») ha selezionato anche il tuo nome con «Bordello/Dream and Reality». Questa fotografia, tratta dall'omonimo video, ha ispirato il disegno acquisito, insieme a «Despair», dal British Museum di Londra nel 2010. Che effetto fa questa consacrazione internazionale? Prima di tutto di grande felicità. Si lavora, si corre, si va avanti e, certe volte, il successo non arriva mai... Ho faticato molto in questi anni e anche sofferto, soprattutto dopo Amemus di un anno fa, in seguito alla quale sono stata minacciata di morte. Una performance che sarebbe insignificante in qualsiasi altra città dell'occidente, ma che a Istanbul ha avuto un significato diverso. Non ho rischiato tanto mentre facevo l'amore con un'altra donna... ho rischiato dopo! Un sentimento complesso, di amore e insofferenza, ti lega alla Turchia. Hai sempre dichiarato, comunque, che è qui che nasce sempre l'ispirazione per i tuoi progetti... Sì, più c'è qualcuno qui che mi vuole uccidere e più mi sento legata alla Turchia. Ci sono le mie origini... Forse sono troppo sentimentale, ma per me tutto parte da questo paese. Mi piacerebbe essere cittadina del mondo, ma non lo sono. Quando sono lontana mi sento come un bulbul (usignolo) dentro la gabbia. Da sempre la sessualità è la chiave che usi per esplorare e denunciare problemi sociali legati soprattutto alle donne, ai deboli in generale: omosessuali, malati di mente, disoccupati, emigranti, minoranze etniche... Una volta, da ragazza, dicevo che il mondo gira con l'energia del sesso. E questo è ciò che penso ancora... Dietro la creatività, c'è sempre una grande energia sessuale, una vitalità più primitiva che lascia libere le emozioni. Un libro di Fakir Baykurt fu il premio per quella poesia che scrivesti quando avevi quindici anni e frequentavi il liceo di nascosto da tuo padre e grazie all'appoggio di tua madre. Il soggetto era una donna curda morta per non essere riuscita ad arrivare in tempo in ospedale, per la mancanza delle strade. Quali erano, allora, i tuoi sogni? Vincere quel premio ha voluto dire essere rispettata. Tutta la mia vita è cambiata dopo quel momento. Il mio sogno da ragazzina, comunque, era quello di essere istruita e indipendente. Per tanti anni mi sono sentita come Martin Eden: dovevo dimostrare ai miei genitori chi ero. Poi, quando li ho persi, per tanti anni mi sono persa anche io, ma alla fine mi sono ritrovata. La fotografia è uno dei linguaggi che utilizzi, insieme a video, installazione e soprattutto performance. La usi anche come diario personale? Qualche scatto l'ho fatto come se si trattasse di un diario personale, ma non l'ho mai esposto. L'uso che faccio sia della fotografia che del video è molto limitata, proprio perché chiunque - oggi - arriva ad abusarne. Spesso i miei sono autoscatti, oppure c'è qualcuno a cui indico esattamente quando realizzare lo scatto, durante una mia performance. O magari, non appena è terminata - come in Despair - prendo in mano la macchina fotografica e faccio qualche foto, che insieme diventano poi un altro lavoro. A ogni modo, non utilizzo strettamente la fotografia come memoria e non ho mai rifatto in studio una performance, come alcuni artisti. Ci sono, infine, delle mie opere interamente fotografiche, come Ecco la colpevole (2009) - sulla vagina - realizzata in uno studio fotografico professionale. Ti senti più vulnerabile, ottimista, sensuale, provocatoria o contraddittoria? Tutto insieme! Dipende dal momento... Non cerco di dimostrare a tutti i costi di essere forte, gioco un po' sulle mie debolezze, anche se esiste molta gente mediocre a cui bisogna sempre dimostrare di essere forti e con il sangue freddo.
Non farsi mai strappare di mano la bandiera rossa - Roberto Silvestri
Roma - «Il cinema è prima di tutto un'arma rivoluzionaria. E la rivoluzione è possibile». Parola di Satsuo Yamamoto (1910-1983), il più marxista dei cineasti giapponesi e guida spirituale, nonché diplomatico fine, durante i bellicosi scioperi degli studi Toho nel 1948. Daisuke Ito, decano dei filmaker nipponici, disse di lui nel 1975, parlando alla critica americana Jan Mellen: «Yamamoto, rispetto a Oshima, è maturo e preparatissimo, il suo pensiero politico è solido, sebbene negli ultimi tempi si sia radicalizzato un po' troppo»... Nato nella prefettura di Kagoshima, espulso dall'università di Waseda, attore, allievo di Naruse e poi regista dal 1937, attratto sempre dalla cultura occidentale (Tess, Gide, Stella Dallas...), Yamamoto si smarca dallo sciovinismo durante la guerra (Vittoria alata del 1942 fu sceneggiato dall'allora marxista in guerra Akira Kurosawa), fu il perno della Shinsei Eiga (col critico Akira Iwasaki, Hideo Sekigawa, Kaneto Shindo, Tadashi Imai...) nei pochi mesi postbellici di flirt antinazi tra Usa e cineasti progressisti. Insomma Satsuo Yamamoto fu un comunista fino alla fine dei suoi giorni, e anche se espulso dai teatri di posa dagli sgherri di McCarthy, fu autore, spesso di successo, di oltre 50 lungometraggi, molti dei quali firmati Toho, Daiei, Nikkatsu, e altri indipendenti. Opere come Guerra e pace (1947) o Quartiere senza sole (1953), Zona vuota (1952) o Il tifone n.13 (1957) centrarono perfettamente il genere (film d'azione, di fantasmi, drammi di denuncia, melodrammi, chambara, «cappa e spada»...) deviandone il baricentro verso il femminismo e raccontarono, con atipici slittamenti narrativi e capovolgimenti psicologici sublimi, gli orrori, i sadismi e gli effetti boomerang di militarismo, feudalesimo e capitalismo (dagli anni 20 al Vietnam); lo sfruttamento bestiale nei campi e in fabbrica; la violenza inarrestabile e necessaria del tumulto proletario; la tecnica «magica» di combattimento dei black block del passato (i ninja del XVI secolo, «loro ti vedono, ma tu non li vedi»), 60 anni di scandali politici nel partito liberal-democratico, al centro come alla periferia, l'insorgenza delle nuove generazioni indocili ai vecchi cari valori nazionali, la corruzione negli ospedali e il rampantismo ammorbante... A Sastuo Yamamoto l'Istituto giapponese di cultura di Roma (via Gramsci 74) e la Japan Foundation fino al 31 gennaio (con proiezioni ogni martedì e giovedì alle ore 19) rendono omaggio proiettando 7 suoi film (in 35mm, sottotitoli inglesi). Una retrospettiva, tardiva ma rivoluzionario, aperta martedì scorso dal capolavoro di Yamamoto, La ballata del carretto («Niguruma No Uta», 1959), una sorta di Novecento nipponico, che copre i 5 decenni che vanno dalla fine dell'era Meiji agli effetti devastanti della bomba atomica ben dopo l'esplosione; dalla guerra russo-giapponese alla Corea; dalle mille privazioni nelle campagne allo sfruttamento «puro» in fabbrica. Ed è focalizzato, nell'entroterra di Hiroshima, sulla tremenda vita di Seki, contadina ostinata, e sul suo infelice e fertile matrimonio con un carrettiere che ama (rudemente riamata, ma a modo suo) e con il quale dividerà una durissima vita grama (e un'altra moglie), mentre il paese cambia, dal carretto spinto a mano si passa al cavallo e al camion, dal feudo alla riforma agraria, ma l'avidità di profitto dei padroni non fa che crescere, cambiando solo tavolo di gioco. Il film, prodotto da oltre 3 milioni di contadine organizzate dal sindacato, si avvale di una sceneggiatura di Yoshikata Yoda, commuovente quando si decostruiscono gli stereotipi e o «tipi» del realismo proletario e politicamente sorprendente, soprattutto nelle scene di entusiastica e acritica adesione alla guerra patriottica (forse per coriaceo anti-americanismo?). Il cineasta (da non confondere con Kajiro Yamamoto, 10 anni più anziano) è infatti ancora semisconosciuto in Europa. E ci voleva proprio il primo governo non conservatore a Tokyo (atteso dal 1945) per risarcire finalmente, e nel mondo, questo Biberman o Pudovkin nipponico, simbolo del cinema d'illuminazione democratica. Vittima della caccia alle streghe (rigogliosa anche in Giappone) con l'amico documentarista Kamei Fumio e tanti altri, Yamamoto S. fu rimosso via via dalla storia culturale del paese perché rappresentava, oltretutto con fraseggi mai schematici né manichei, la tendenza «realismo socialista», tra lo sbeffeggiare ironico della critica «impressionista» a la page (si legga il saggio di Hataro Tetsuno pubblicato nel 1984 dalla Mostra di Pesaro) e le accurate e passionali critiche della nouvelle vague che lavorava, come Oshima, alla costruzione di una sinistra nuova, più-che-sovietica, ma che ereditò da Yamamoto la tecnica di sgretolamento della doppia faccia nazionale, separando esterno formale da interno desiderante. Riscoperto nel 1963 dalla cineteca di Parigi, Roma presenta ora altri capolavori: il dittico ninja (Una banda di assassini e Il ritorno di una banda di assassini, '63 e '64), The tycoon, '64; Torre d'avorio, 66; La lanterna delle peonie, '68 e Eclisse solare, '75.
La Stampa – 12.1.12
Tranströmer, gli scarafaggi mi hanno dato il Nobel – Luca Bergamin
Stoccolma - Anche in Scandinavia gli uragani hanno nomi di donna. Si chiama Berit quello che accende come una aurora boreale il Saltsjön. La baia di Stoccolma formata dal Mar Baltico è come folgorata da una scheggia di luce che manderebbe in solluchero ogni poeta. Figurarsi se Thomas Tranströ mer, 80 anni, che avrebbe voluto fare l’entomologo in Africa - la collezione di insetti raccolti nel corso dei suoi viaggi è ora esposta al Museo di Storia Naturale - o in alternativa costruire treni - «adoravo le locomotive, non avrei mai permesso che andassero in pensione» - ma è diventato un affermato psicologo nelle carceri e ospedali psichiatrici destinati ai minori, non è ad attenderci alla finestra. Il vincitore dell’ultimo premio Nobel per la letteratura, primo poeta a riuscirci dopo la polacca Wislawa Szymborska che lo ricevette nel ‘96, vive al quarto piano di un semplice e anonimo condominio in mattoni rossi nel quartiere di Södermalm, che pullula di atelier di design, negozi di abbigliamento vintage e caffetterie in cui bazzicava in cerca di ispirazione Stieg Larsson, l’autore della trilogia di «Millennium», e dove adesso i ragazzi consumano il tradizionale caffè con i biscotti, il cui diritto per ogni svedese è sancito persino nei contratti nazionali di lavoro nel numero di tre al giorno. I giovani adorano la sua poesia, in Scandinavia, le sue ultime raccolte hanno venduto più di 40 mila esemplari, e la sua fama, anche grazie al Nobel sta conquistando gli Stati Uniti, ma anche la Cina e la Russia. Il poeta sta suonando il pianoforte, con l’aiuto della moglie Monica raggiunge il salotto che profuma delle tante orchidee sparse per la casa arredata con i paesaggi a olio del pittore, amico di famiglia, Wilhelm Törnquist. Le ante delle credenze in legno di betulla sono stipate di fossili di molluschi. «Come ho raccontato anche in I ricordi mi guardano (L’autobiografia appena pubblicata in Italia da Iperborea - ndr) - esordisce, con l’aiuto della moglie che ne interpreta le parole più difficili da scandire -, sin da piccolo, avrò avuto cinque anni, raccoglievo scarafaggi, che mettevo nell’armadio, mentre nella casa di campagna sull’isola di Runmarö - in un barattolo di vetro stipavo gli insetti morti, le farfalle invece avevano una teca a parte. Già allora nella mia testa nasceva quel museo immenso di immagini, figure animate e animali che poi avrei traslato nella poesia. Insieme all’angoscia che provavo dentro nella fanciullezza che in me è stata come un fertilizzante per una pianta». Vuol dire che si diventa poeti (o comunque può aiutare), trascorrendo i pomeriggi nel Museo di Storia Naturale, in totale libertà, come capitava a lei da ragazzino? «Io so che non ho mai più dimenticato quell’angelo custode, uno dei tanti che mi sono apparsi nella mia vita e mi hanno sfioravano con le loro ali - o almeno io li ho avvertiti come tali -, nel reparto degli invertebrati. Forse era un professore, non ricordo, di sicuro parlavamo sempre di molluschi. Con un po’ di fortuna e anche lungimiranza, capita di imbattersi in persone speciali che, in un bambino già predisposto, aiutano a veicolare la fantasia verso l’approdo a lui più naturale. Anche i miei coetanei, comunque, hanno contribuito: cacciavano certe urla per richiamare la mia attenzione quando nelle nostre battute sull’isola appunto di Runmarö (insiste perché la moglie vada a prenderci il modellino della cottage color carta da zucchero - ndr) vedevano un insetto che giudicavano per me interessante». Oltre al nonno pilota di rimorchiatori e al padre giornalista, leggendo la sua autobiografia c’è un altro episodio della sua infanzia che colpisce: mi riferisco a quel compagno di classe che la picchiava sempre, e alla sua non reazione. Come stavano le cose? «Dopo averle buscate tante volte decisi di rispondere col metodo di trasformarmi in uno straccio senza vita. Imparai prestissimo quell’arte di lasciarsi calpestare senza perdere per nulla l’autostima che a volte nella vita funziona benissimo. Intendiamoci, però, non sempre». È quella stessa forma di accettazione, in positivo come in negativo che le permette da 20 anni di sopportare la sua immobilità nella parte destra del corpo colpita da un ictus? Si è paragonato alla «partner di un lanciatore di coltelli al circo». «La parola enda , in svedese, significa “solo" ed è così che ci si sente quando l’ictus porta via una parte di te e per continuare a vivere ti devi appoggiare a un’altra persona. Si ha di sicuro più tempo per osservare, ad esempio il vento che spalanca le finestre e qualcuno in strada che fa smorfie alla corrente improvvisa, come ho scritto ne La Gondola a lutto . Ma, ovviamente, non la si accetta mai fino in fondo». La malattia non le ha tolto però il piacere per la musica. «Sono un pianista mancino, i miei amici mi regalano spartiti che contengono musica composta appositamente per chi può usare solo la sinistra. E io trascorro i pomeriggi dilettandomi suonando Ludwig Van Beethoven». Ha sempre questo bellissimo sorriso, sia quando guarda sua moglie sia mentre parla con noi. È la felicità per il Nobel, che le ha restituito la voglia di stare con gli altri riaprendo, dopo tanti anni, le porte della sua casa? «I primi anni dopo il sopraggiungere della malattia sono stati difficili, si trattava di adeguarsi a questa nuova condizione. Comunque, ci si sente sempre più giovani di quanto non lo si sia veramente. Mi piace l’immagine dell’albero: dentro di me sono come una quercia, porto tutti i miei volti passati come un albero i suoi cerchi, e io ne sono la loro somma anche se allo specchio si vede solo l’ultimo volto». Lei scrive che le parole sono «orme di capriolo nella neve»? «Io sempre fuggo e mi ritraggo quando devo definire qualcosa, una persona, figurarsi me stesso e la mia poesia. Certe volte mi sono sentito come un fantasma, questo sì, e forse i fantasmi leggono con più forza e leggerezza la vita».
L'assuefazione a internet cambia il cervello
Roma - L'assuefazione a internet cambia il cervello in modo molto simile a quanto accade con sostanze quali alcool, cocaina e cannabis: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Independent, citando uno studio dell'Imperial College di Londra. Il numero di "drogati" da internet - cioè non in grado di controllarne l'utilizzo - varia dal 5% al 10% degli utenti: la maggior parte usa la Rete per giocare, sia in giochi di ruolo che di azzardo, spesso per ore di fila e a scapito di qualunque altro contatto emotivo. Seppure la maggior parte della popolazione trascorra un tempo più lungo su internet rispetto al passato, lo studio sottolinea che ciò si deve alle moderne richieste del lavoro e delle reti sociali, e non necessariamente a un'ossessione. Le Tac effettuate in Cina su alcuni pazienti hanno mostrato un'alterazione nella materia bianca del cervello simile a quella riscontrata nell'uso di altre droghe: tuttavia, lo studio non è stato effettuato in modo controllato ed è possibile che l'uso di caffeina o alcool abbia contribuito cambiamenti osservati.
Repubblica – 12.1.12
Il teorema di Gramsci la politica e la suocera – Ilvo Diamanti
La dissonanza fra pre-visioni e realtà, la stessa difficoltà a rilevarla e a riconoscerla, non possono non sollevare dubbi sull'adeguatezza degli strumenti teorici e metodologici adottati. Ho il sospetto, cioè, che gli approcci prevalenti negli studi e tra gli specialisti politici stentino a comprendere i cambiamenti, ma anche gli avvenimenti e i fenomeni più importanti dei nostri tempi. Perché concentrano la loro attenzione - spesso in modo esclusivo - sulle istituzioni e sugli attori politici a livello "macro" mentre sottovalutano, in particolare, quel che si muove nella società. Non solo, ma si disinteressano delle percezioni che si formano e prevalgono nelle relazioni interpersonali e locali. Ambiti ritenuti poco rilevanti, dal punto di vista euristico ma, prima ancora, epistemologico. Variabili socio-centriche inadatte, in quanto tali, a spiegare i fenomeni politici. Tuttavia, è difficile considerare "dipendenti" le variabili che attengono ai fenomeni locali e micro-sociali - perché e in quanto tali. Il "clima d'opinione", in particolare, non può essere considerato "solo" il prodotto della comunicazione progettata e dispiegata dalle istituzioni, dai poteri, dai media a livello centrale. I messaggi che definiscono l'Opinione Pubblica, oggi ancor più di ieri, sono infatti mediati dai "micro-climi d'opinione". Intendo sottolineare, in questo modo, come il "clima d'opinione generale" debba fare i conti con le "mediazioni" locali e micro-sociali. Con mentalità e leader d'opinione che reinterpretano i messaggi generali. Li traducono e li trasmettono attraverso le reti sociali e personali che costellano il territorio, attribuendo loro un significato diverso e, talora, opposto rispetto alle intenzioni di chi li ha lanciati. Secondo un'eterogenesi dei fini che genera effetti non previsti e non desiderati dai protagonisti. (...) Oggi stesso, d'altronde, nelle aree a forte presenza elettorale leghista, e quindi nelle province del Nord, gli elettori e i simpatizzanti del Carroccio sembrano convinti che la Lega, nonostante sia alleata di Berlusconi e al governo insieme a lui da un decennio (con la breve parentesi del governo Prodi), in effetti stia all'opposizione. La percepiscono come un Sindacato del Nord, impegnato a Roma a difendere gli interessi padani. A "portare a casa" il federalismo. Contro tutti. A ogni costo. Per cui ogni responsabilità dei problemi economici e sociali che, in questa fase, preoccupano il Paese, ogni mancata riforma, ogni spiacevole conseguenza delle politiche pubbliche, da molti settori della popolazione del Nord (e non solo), viene spiegata rivolgendo gli occhi altrove. Anche quando i motivi di insoddisfazione coinvolgono il governo, gli elettori leghisti non si sentono coinvolti. Preferiscono spostare all'esterno la loro frustrazione. E talora ciò avviene anche tra gli elettori del centrodestra, in generale. Racconto, a titolo di esempio "pop", un fatto capitato qualche tempo fa, che mi è stato raccontato da una testimone privilegiata, ai miei occhi credibile e attendibile. Mia suocera. Recatasi al supermercato vicino a casa nostra, in fila davanti alle casse si trovò accanto a una "vecchina" (così la definì mia suocera, che, peraltro, ha ottant'anni). Intenta a guardare il carrello, quasi vuoto, l'anziana signora si lamentava. Perché il carrello ogni mese era sempre più vuoto, visto che la pensione le permetteva un potere d'acquisto sempre più ridotto. Ce l'aveva con i politici, responsabili della sua condizione. Ce l'aveva soprattutto con il governo, per definizione primo e diretto "colpevole" dei suoi problemi personali di bilancio. E inveiva apertamente, neppure in modo troppo silenzioso. Tanto che al colmo della rabbia esplose in un'invettiva contro quel "p... di Prodi". Il principale colpevole. Sempre lui. Anche se da anni governava Berlusconi. E Prodi, ormai, non faceva (e non fa) più politica attiva. Ma il "senso comune" le impediva di accettare e riconoscere la realtà. Di mettere in discussione le sue convinzioni, le sue certezze. Più e prima che "politiche": "personali". Incardinate nella sua visione del mondo e della vita. Condivise con la sua cerchia di relazioni quotidiane. (...) È dunque difficile capire quel che succede nella politica senza tenere conto della vita quotidiana, del senso comune, del territorio. Senza esplorare in profondità i luoghi dove i partiti, le istituzioni, la democrazia trovano le basi della loro legittimazione e del loro consenso. Assecondando la convinzione - superstizione? - che la comunicazione mediatica e in particolare la televisione risolvano tutto. Che i media, gli attori politici, in tempi di campagna permanente, possano manipolare ad arte e a loro piacimento il "consenso" dei cittadini. Al più, possono contribuire a cogliere e a plasmare il "senso comune", come suggerisce la teoria della "spirale del silenzio" di Elisabeth Noelle-Neumann. Secondo cui gli individui cercano approvazione e conferma da parte degli altri, nei loro luoghi di vita. In quanto temono, soprattutto, di essere stigmatizzati se si pongono in contrasto con le opinioni che ritengono prevalenti. Per usare una categoria già richiamata in precedenza (e formulata proprio dalla Noelle-Neumann), esiste un esteso conformismo sociale, condizionato dal "clima d'opinione" dominante, che induce al silenzio coloro che si percepiscano minoranza. Ciò riguarda soprattutto (ma non solo) gli elettori "marginali", definiti così perché stanno ai margini della scena politica e non hanno convinzioni forti. Temono, tuttavia, di sentirsi isolati e "perdenti" e, per questo, cercano di cogliere il pensiero della maggioranza. Dispongono, a questo fine, di una "competenza quasi- statistica" (come la chiama ancora la Noelle-Neumann) che esercitano nel rapporto con l'ambiente sociale ma, soprattutto, attraverso l'esposizione ai media. I quali diventano doppiamente influenti nel formare il "clima d'opinione". Da una parte, perché gli individui-spettatori attingono da essi informazioni e giudizi che vengono poi dati per scontati, diventano "reali" proprio perché legittimati dai media. Dall'altra parte, perché i media (soprattutto la televisione) condizionano le opinioni dell'ambiente sociale, dei gruppi e delle reti di relazioni in cui gli individui sono inseriti. E a cui gli individui chiedono conferma e rassicurazione. Da ciò il "silenzio" di quanti, per non sentirsi esclusi, preferiscono non sfidare il "senso comune". In fondo, qualcosa di simile l'aveva (de) scritto, qualche tempo fa, Antonio Gramsci. Il quale distingueva tra "buon senso" e "senso comune". E citava, a questo fine, Alessandro Manzoni. Il quale nei Promessi sposi annotava che al tempo della peste "c'era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l'opinione volgare diffusa". Perché, aggiungeva Manzoni, "il buon senso c'era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune". Un ragionamento che, senza voler apparire irriguardosi, potremmo applicare anche a noi stessi. Alla comunità scientifica di cui facciamo parte. Il "buon senso", cioè, ci spingerebbe a interrogarci maggiormente su quel che avviene a livello locale e micro-sociale, nella sfera personale e interpersonale. A esplorare altre teorie e altri orientamenti metodologici. Ma il "senso comune" della comunità scientifica e degli specialisti, che con Kuhn potremmo definire "paradigma dominante" (in tempi di "scienza normale"), ci induce a far finta di nulla. A negare la realtà per non cambiare gli occhiali con cui la osserviamo. Dall'alto e di lontano.
Rivolta contro la reginetta trash. "Boicottiamo Kim Kardashian" – Claudia Morgoglione
E' l’ennesima variazione sul tema "anche i ricchi piangono". Solo che la sua protagonista hollywoodiana è un Paperone molto molto particolare: il suo patrimonio - 65 milioni di dollari di reddito annuo a livello familiare, ben 12 milioni solo coi suoi cachet - non ha nulla a che fare col talento o con la bravura. Nessuna creatività, nessuna dote artistica. E proprio per questa sua evidente incapacità di fare qualsiasi cosa di minimamente legata al suo status divistico (ballare, cantare, recitare) che Kim Kardashian, adesso, è nel mirino. Nell'America della crisi, è diventata un simbolo. Un bersaglio. Oggetto di boicottaggi che viaggiano veloce, su quel web che tanto ha contribuito a lanciarla come icona sexy-trash. E di iniziative politiche dei cittadini e consumatori californiani, che l'hanno eletta a simbolo di chi guadagna tanto, non sa fare nulla e paga pure pochissime tasse. Insomma, per la trentenne più paparazzata del Pianeta, stellina di reality tv tutti centrati sulla sua vita e membro di quella che è ormai una dinastia del gossip planetario (insieme alla madre e alle sorelle), un periodo difficile. Non sul piano economico, certo: lei continua a imperversare sui media di ogni tipo, e a fare soldi a palate con i cachet per la partecipazione a eventi pubblici e con i contratti come testimonial di qualsiasi tipo. Per non parlare del successo sui social network: Kim ha raggiunto da tempo quota di 10 milioni di followers su twitter, che lei usa abilmente come strumento autopubblicitario. Ma è vero che in qualche modo a "pancia" del Paese le si sta rivoltando troppo. Troppo cafonal, troppa ostentazione, in un Paese ancora in difficoltà. L'esempio più clamoroso di questo voltafaccia, che potrebbe comprendere anche parte dei suoi storici fan, è un'iniziativa che sul web sta facendo furore: il sito boycottkim.com. Nato con lo scopo di fare firmare a più utenti possibile una petizione anti-Kardashian: chi aderisce si impegna a evitare di comprare qualsiasi prodotto o brand legato con lei, in modo diretto o indiretto. Tantissime le adesioni: sono già quasi a quota 530 mila, e il numero sale continuamente. Lo scopo è raggiungere almeno il milione. Molto divertente anche la sezione in cui si analizza come diventare una nuova Kim in poche mosse: tra i passaggi indispensabili il farsi fotografare con persone famose per poter poi autoproclamarsi celebre, girare un video erotico col proprio partner (lei lo fece col boyfriend di allora, il rapper Ray J), fare il pieno di chirurgia plastica per diventare una maggiorata tutta curve, scegliere un canale televisivo magari minore (nel suo caso E!) e farsi un reality su misura. Ma perché è proprio lei a finire sul mirino? In fondo la palude dello showbiz comprende anche altre celebrity senza talento: una su tutte, Paris Hilton. Ma lei, la Kardashian, sembra irritare di più. Il perché, lo leggiamo sempre su boycottkim.com, dove viene definita "parassita", un falso prodotto della cultura a stelle e strisce, una che è riuscita a trarre profitto perfino da un matrimonio durato 72 giorni (col cestista Kris Humphries), una che fornisce falsi modelli ai giovanissimi, una che campa alle spalle della credulità di tanti poveri cittadini americani. Un elenco che, a quanto pare, alla diretta interessata non è piaciuto affatto: secondo Perez Hilton, blogger del mondo celebrity solitamente ben informato, i legali della star hanno contattato i gestori del sito (che per ora preferiscono rimanere anonimi) minacciando azioni legali. Ma gli attacchi anti-Kardashian non sono solo internettiani. Ad esempio, il movimento di consumatori e cittadini californiani favorevoli a una tassazione più forte, contro i super ricchi dello Stato, sta portando avanti la "Courage Campaign". Iniziativa mediatica per sensibilizzare la gente all'eterno tema che la crisi la pagano più i meno abbienti che chi ha molto, anzi moltissimo. E come "testimonial" è stata scelta lei, Kim: in un filmato 4, viene presentata come emblema di tutto ciò contro cui loro combattono. "Lei e la gente come lei devono pagare più tasse", è il ritornello. Un bella pubblicità negativa. Ma che il periodo sia duro per le divetta sexy lo si vede anche dal trattamento televisivo ricevuto alcuni giorni fa: a colloquio con una regina delle intervistatrici americane, Barbara Walters, ha subito un trattamento molto poco compiacente. Con la conduttrice che le ha rivolto domande dure sulla sua assoluta mancanza di talento, e l'ha rimproverata per il famoso video sexy. Sotto i riflettori lei, Kim, ha abbozzato. Trattenendo però a stento le lacrime: "anche i ricchi piangono", appunto...
Corsera – 12.1.12
Il «Nonino» premia i ribelli: Hans Küng, Michael Burleigh e Yang Lian
Marisa Fumagalli
Sul livello delle scelte fatte dalla giuria internazionale del Premio Nonino, ormai alla soglia dei quarant'anni, non si discute: i riconoscimenti vanno puntualmente a personalità, scrittori e saggisti di primo piano. Originali, raffinati da rasentare, talvolta, lo snobismo culturale. La linea si conferma in questa 37ª edizione - la cerimonia, il prossimo 28 gennaio nella Distilleria di Ronchi di Percoto -, con elementi di maggior nota, per le caratteristiche dei vincitori, il cui pensiero, trasfuso nelle opere, concentra le inquietudini e le profonde incertezze di un'epoca in bilico tra il passato da chiudere in fretta e il futuro da costruire. Cominciamo dall'ottantenne Hans Küng, teologo svizzero, scrittore prolifico. Ma anche sacerdote ribelle. Avendo contestato l'infallibilità del Pontefice, il Vaticano gli revocò il permesso di insegnamento. Era il 1979. Oggi, Küng vanta la presidenza della Global Ethic Foundation. Interessa soprattutto per uno dei suoi libri, apprezzato dalla giuria che gli assegna il Nonino 2012. Il titolo è già un manifesto: Onestà. Perché l'economia ha bisogno di un'etica (Rizzoli). L'autore, riprendendo la lezione di Hans Jonas (premio Nonino 1993), riparte dal concetto di responsabilità e reciprocità, convinto che la crisi economica muove da profonde cause culturali. Quindi, raccoglie e spiega gli errori e le sopravvalutazioni indotte nel mercato da una finanza sfrenata, priva di scrupoli. Che non tollera regole di salvaguardia sociale. Invece, c'è bisogno di un'etica forte, per salvarsi dalla rovina. E il mercato, ora più che mai - sostiene Küng - deve imporsi «chiare regole di comportamento valide a livello globale». In questi giorni, le questioni affrontate dal saggista ricorrono, in termini più comuni, nei media di tutto il mondo. Del resto, sembrerebbe che gli otto giurati del premio, presieduto da V. S. Naipaul, confrontandosi a distanza, durante le numerose conferenze, abbiano sentito il «peso» dell'attualità. Certo, non riducibile tout court ai fatti odierni. L'analisi storica di Michael Burleigh, vincitore del «Nonino 2012/a un Maestro del nostro tempo», parte dalla rivoluzione francese e arriva ai giorni nostri, con un occhio particolare ai totalitarismi, nei saggi In nome di Dio e Il Terzo Reich (Rizzoli). Per comprendere di che pasta è fatto Burleigh, studioso inglese di 56 anni, già docente in prestigiose università, basterebbe ricordare il suo distacco dal mondo accademico, avvenuto alcuni anni fa. Così lo motivò, in un'intervista al «Guardian»: «Lo schifo aveva cominciato a prendere il sopravvento. Mi ero ripromesso che mai sarei diventato quel genere di accademico che si circonda di amici. Tuttavia, più diventi importante, più gente tende a gravitare intorno a te; puoi diventare una specie di guru, che tu lo voglia o no. Prendi studenti laureati e dottorandi, poi cerchi di aiutarli a trovare dei posti accademici e finisci con dei cloni dell'apparato istituzionale. E io non volevo proprio questo». Un altro ribelle. Infine, Yang Lian, il poeta cinese, in esilio dopo il massacro di Tienanmen. Ancorato alle millenarie radici della sua cultura, la reinterpreta, reinventandola e aprendola alle tensioni della contemporaneità. Le sue liriche sono pubblicate in Italia da Scheiwiller e Einaudi. Lian vince il Premio Internazionale Nonino 2012. Resta la sezione più vicina alle radici della famiglia friulana che promuove il Premio. È il «Risit d'Aur», che va ai contadini degli «Orti di Gorizia». Qui, siamo in piena, saggia, conservazione: da oltre mezzo secolo, essi si tramandano, gelosamente, i semi della «Rosa di Gorizia». Delizioso e croccante fiore, da insalata.
Giallo sulla chiusura di Palazzo Riso a Palermo - Felice Cavallaro
PALERMO – In otto anni è diventato il punto d’approdo più ambito per gli artisti di fama e per quelli d’avanguardia, per scultori, pittori e maestri decisi a raccontare il mondo attraverso tele e installazioni, pannelli e strutture adattate alla monumentale dimora di corso Vittorio Emanuele, nel cuore di Palermo. E Palazzo Riso è diventato perno di un riscatto possibile della città, come era accaduto con lo Spasimo, con i Cantieri culturali, con i giardini della Zisa. Ma proprio questo Museo d’arte moderna, 100 mila ingressi dal 2009, dopo il lento declino degli altri gioielli, chiude i battenti, come annuncia lo scarno comunicato di un dirigente della Regione siciliana alla guida del complesso. Una discussa decisione che sta creando una vera e propria sollevazione non solo fra i dipendenti di Palazzo Riso, ma anche tra le forze politiche. LA SMENTITA - La notizia provoca però l’esplosione di un vero e proprio giallo. Perché, appena diffusa la notizia, subito dopo l’attacco di uno dei più strenui oppositori del governo Lombardo, il leader del Movimento autonomista Gianfranco Micciché, pronto a parlare di «pura follia», minacciando proteste e barricate «contro i banditi della politica», scende in campo l’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Missineo, infuriato con il suo funzionario e deciso nella smentita: «Il Museo Riso non chiuderà. Ho letto anch’io la nota del dottor Sergio Alessandro, ma nessun dirigente può prendersi questa libertà». L’APPELLO DI LO BELLO - Sarà un sollievo leggere queste dichiarazioni rilasciate a Corriere.it dall’assessore Missineo che assicura di avere registrato la stessa sorpresa nel dirigente generale del suo ufficio, Gesualdo Campo. Sarà forse un sollievo per il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, raffinato cultore d’arte moderna, esterrefatto: «Stupisce che in silenzio chiuda un museo che è stato perno di uno delle pochissime attività internazionali svolte in Sicilia. Magari pensando nel frattempo di finanziare altre iniziative che certamente non passeranno alla storia...». UN «BOTTINO» DA 12 MILIONI - Un sollievo anche per il Comitato spontaneo di intellettuali siciliani deciso come tanti ad approfondire il vero mistero di questa storia molto siciliana. Perché il nodo riguarda i 12 milioni di euro stanziati dalla Unione europea con i fondi «Por» e già inseriti in un programma di mostre e manifestazioni, rassegne e convegni destinati soprattutto a risvegliare l’arte mediterranea con un diretto aggancio ai Paesi scossi dalla primavera araba. La chiusura del Riso potrebbe rendere necessario lo spostamento dei fondi ad altre aree «culturali». Un appetitoso boccone, un vero e proprio «bottino», come lo definiscono tanti operatori impegnati nei progetti a rischio. Una ragione in più per l’attacco di Miccichè: «Ecco gli effetti della banda che domina la Regione, ma noi faremo barricate in auto, scenderemo in piazza, metteremo le tende sotto il covi di questi banditi...». UN DIRIGENTE A RISCHIO - Anche su questo l’assessore Missineo è deciso a non mollare, assicurando di non sapere nulla sul blocco dei 12 milioni: «Si tratta di fondi già registrati alla Corte dei conti. Non si possono assolutamente spostare, è impensabile, mi dissocio anche per questo da quanto scritto da un dirigente...». Un pezzo di burocrazia alla Regione siciliana può fare quindi quel che vuole? Secca la replica di Missineo: «Un pezzo di burocrazia può annunciare quel che vuole, ma non accadrà quel che annuncia. Anzi, dovrà rispondere di tutto questo. E certamente il museo andrò ad aprirlo io, se lui lo chiude». IMPRESE E CEMENTO - Ma sullo stesso museo grava come una spada di Damocle l’inizio dei lavori per «una non richiesta sopraelevazione grezza del secondo e terzo piano della sede del Museo», come dice stupita Antonella Amorelli, dirigente interna pronta a tutto per di scongiurare la chiusura. Una sopraelevazione che rischia di sconvolgere l’assetto interno di un sontuoso cortile. Ma soprattutto di avviare lavori che a Palermo rischiano di durare decenni. Una manna per imprese e cemento.
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm