| RASSEGNA STAMPA |
Rassegna culturale di Lorenzo
Manifesto – 11.1.12
Il retroterra rimosso dello sterminio - Pier Paolo Poggio
La storia politica del Novecento si sta rapidamente allontanando da noi, non fa più parte del nostro presente. La contemporaneità si nutre del non contemporaneo, a cui attinge a piene mani il sistema della comunicazione e dello spettacolo, ma ciò avviene a prezzo della cancellazione del legame con il passato recente, in primo luogo con le vicende politiche del secolo scorso. Liberarsi del Novecento, secolo degli orrori, è stato una sorta di programma comune che doveva consentire di sbarazzarsi di eredità imbarazzanti e ingombranti, per affrontare il mare aperto della globalizzazione sotto il segno dell'eterno presente. Quel che non poteva essere dimenticato si trasferiva nella dimensione ritualizzata della memoria ufficiale, istituzionalizzata, presuntamente condivisa. È così successo che, in tempi abbastanza rapidi, la Shoah, da evento rimosso se non negato, sia assurta a simbolo di un'epoca intera, mantenendo aperto un varco tra presente e passato, e però contribuendo potentemente alla vittoria della memoria sulla storia. Per non banalizzare Auschwitz e ridurre la Shoah a rito ripetitivo della memoria, è necessario conoscerne le dimensioni effettuali, la fenomenologia, indagarne le cause e responsabilità. In tal senso il libro di Marino Ruzzenenti, Shoah. Le colpe degli italiani (manifestolibri, pp. 200, euro 24), rappresenta un contributo prezioso che affronta temi spinosi e ineludibili. È significativo che esso abbia meritato un attacco diretto dell'«Osservatore Romano», forse dovuto anche allo stupore che uno studioso extraccademico avesse osato mettere in discussione il senso comune storico, gli assunti non solo del Vaticano ma della storiografia italiana standard in tema di antigiudaismo e antisemitismo, di coinvolgimento o meno del fascismo nella Shoah. Bisogna tener conto che tali assunti faranno parte degli esiti di una massiccia operazione di revisione storiografica, dispiegatasi soprattutto dagli anni '80 in poi: una sorta di rivoluzione conservatrice all'italiana, volta a ribaltare l'egemonia della cultura di sinistra, alle prese con il disfacimento e crollo del comunismo. La gara con i nazisti. In quel contesto, al di là di schermaglie di superficie, si determinarono ampie convergenze trasversali sulle tesi propugnate da Renzo De Felice e volgarizzate da legioni di giornalisti e fabbricatori di opinione pubblica. Resta il fatto che anche dopo l'ondata di piena del revisionismo e il suo ridimensionamento a fenomeno circoscritto e provinciale, in primo luogo per merito della ricerca storica sul nazismo, la storiografia italiana solo in tempi recenti ha cominciato ad affrontare la questione della responsabilità degli italiani, e del mondo cattolico in specifico, nella preparazione e perpetrazione dello sterminio degli ebrei. Ruzzenenti lo fa con un affondo di grande efficacia portando l'indagine su un territorio emblematico, quello di Brescia e provincia, epicentro della Repubblica sociale italiana. Grazie alla preziosa documentazione trovata nell'Archivio di Stato della città lombarda, tenendo conto che gli ebrei del territorio erano pochi, perché massicciamente espulsi all'epoca della Controriforma, Ruzzenenti riesce a ricostruire le peripezie e i tragici destini di ognuna delle vittime della persecuzione razziale, l'opera degli zelanti funzionari della Repubblica di Salò, in gara coi tedeschi per catturare le prede, spesso persone anziane ed inermi, l'aiuto che gli ebrei ricevettero da parte di persone comuni e però anche le delazioni, l'accaparramento, il saccheggio, motivati da squallidi interessi, ma anche dagli stereotipi convergenti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo. Nelle maglie della persecuzione omicida, orchestrata dalla Questura di Brescia, incapparono tra gli altri i Dalla Volta, commercianti di tessuti. In uno dei capitoli più belli e emozionanti del suo libro, Ruzzenenti ricostruisce con accuratezza la storia tragica del giovane Alberto Dalla Volta, l'amico fraterno di Primo Levi ad Auschwitz, scomparso nella marcia della morte, a cui le SS costrinsero i prigionieri al momento dell'evacuazione del lager nel gennaio del '45 (Levi si salvò perché abbandonato sul posto in quanto ammalato). L'insulso mito. Negli ultimi anni, su stimolo in particolare di Enzo Collotti, sono state condotte ricerche analoghe, nondimeno in Italia non è mai stato possibile varare uno studio sistematico e capillare del collaborazionismo, arrivando a negare l'esistenza del fenomeno in nome di uno dei miti più insulsi e duraturi, quello degli «italiani brava gente». Una fantasia autoassolutoria profondamente radicata nel senso comune, fatta propria dalla retorica politica e instillata con ogni mezzo in quella che doveva essere una Repubblica antifascista, consentendo trasformismi, sdoganamenti, riprese sotto altra veste del razzismo, reviviscenza dell'antisemitismo nei contesti più diversi, di destra e di sinistra, e soprattutto in ambienti cattolici tutt'altro che marginali. Il contributo della ricerca storica in questa battaglia intellettuale è indispensabile. Lo si può constatare a proposito del secondo tabù che Ruzzenenti affronta nel suo lavoro, quello dell'antisemitismo cattolico, sistematicamente derubricato a antigiudaismo di matrice puramente religiosa, non razziale, e quindi, chissà perché, legittimo e innocente. Il dispositivo autoassolutorio, che ha consentito con esiti deleteri di non fare i conti con la propria storia, poggia infatti su due pilastri: l'immunizzazione del fascismo dal contagio nazista, erigendo un muro tanto invalicabile quanto fantastico tra i due movimenti, utilizzando a tal fine proprio la Shoah, rispetto a cui i fascisti, cioè gli italiani, non avrebbero avuto a che fare. Anzi il fascismo avrebbe fatto da scudo agli ebrei perseguitati dai nazisti. Le leggi razziali e l'apporto diretto della Repubblica sociale italiana alla Shoah ci dicono però esattamente il contrario. Il secondo pilastro è rappresentato dalla tesi secondo cui il fascismo, a differenza del nazismo, non era razzista e sicuramente non era antisemita. Lo divenne per opportunità politica, a causa dell'alleanza con Hitler, ma razzismo e antisemitismo gli erano estranei. In definitiva tale estraneità rimanderebbe ad una differenza antropologico-culturale degli italiani rispetto ai tedeschi o altri popoli propensi ad atteggiamenti razzisti e antisemiti. Scavando ancora si scopre che alla base della impermeabilità, puramente leggendaria, degli «italiani brava gente» alle derive razziste e antisemite c'è il cattolicesimo, la religione e la cultura cattolica, egemone da sempre nel Bel Paese. Di qui l'irritazione per la ricerca di Marino Ruzzenenti. Egli infatti esamina il particolare antigiudaismo di un esponente di primo piano della cultura cattolica novecentesca, lo storico Mario Bendiscioli, strettamente legato al futuro Papa Paolo VI, nonché fortemente polemico contro il «neopaganesimo razzista», tipico del nazismo. Per tale motivo e per il suo successivo collocarsi su posizioni antifasciste e democratiche, Bendiscioli viene presentato come un campione e maestro del miglior cattolicesimo democratico-progressista. Rispetto a ciò Ruzzenenti non opera alcun rovesciamento scandalistico. Bendiscioli era effettivamente critico del paganesimo antireligioso del nazismo, però propugnava una forma di antigiudaismo religioso, ampiamente condiviso in ambito cattolico, capace di superare la frattura della Shoah e di riproporsi a lungo, per esempio nella solenne preghiera del Venerdì Santo in cui si stigmatizzava la «perfidia» degli ebrei. Le amnesie del Vaticano. Negli anni Trenta, quando si posero le basi dello sterminio, poi reso effettuale nel contesto della guerra mondiale, Bendiscioli contribuì attivamente a definire la posizione della Chiesa sulla «questione ebraica». Le sue tesi, proprio perché non abbiamo a che fare con un reazionario, sono sintomatiche e inquietanti. Egli sostiene che «l'ebreo non si lascia assimilare che nell'apparenza», crederlo è una finzione e illusione. Il passo ulteriore consiste nel trovare una soluzione politica all'insopprimibile diversità ebraica. In merito Bendiscioli, sulla scorta di Hilaire Belloc, propugna l'abolizione dei diritti politici degli ebrei e la loro riduzione al rango di stranieri in Patria. Di là a pochi anni questi auspici si concretizzeranno pervenendo al tentativo di soluzione finale della questione ebraica. Anche in questo caso non si può usare la Shoah come male assoluto, perpetrato unicamente dai nazisti, per assolvere tutti coloro che attivamente contribuirono al disastro. I più tenaci nel negare le proprie responsabilità sono stati i cattolici; al contrario essi dovrebbero essere in prima fila nell'interrogarsi su quanto è successo. Sottrarsi è comodo ma non risolve nulla. Questo è l'invito che il libro rivolge alla parte più sensibile del mondo cattolico.
Le leggi del 1938. Tra lavoro coatto e divieto di insegnamento
L'immagine qui accanto ritrae un gruppo di ebrei romani costretti al lavoro coatto sulle sponde del Tevere. È' tratta da «Storia fotografica d'Italia» (IntraMoenia edizione) e testimonia uno degli effetti delle leggi razziali del 1938. Oltre, appunto al lavoro coatto, molti ebrei furono espulsi dalle università, molti altri non poterono esercitare più la loro professione (avvocati, notai, etc...). Per i commercianti la sorte non fu da meno, visto che i limiti posti erano talmente tanti che molti esercizi commerciamoli gestiti da ebrei italiani furono costretti a chiudere. Per molti anni, molti storici contemporanei hanno ridimensionato la portata delle leggi razziali del 1938 e solo recentemente sono stati avviati percorsi di ricerca per ricostruire come cambiò la vita di uomini e donne ebree italiane. Oltre al divieto di insegnamento e di esercizio della professione liberale o di commercio, le leggi razziali imponevano divieti di matrimonio «misto» o di avere personale di servizio «ariano». E dopo l'inizio della guerra, agli ebrei fu vietato il possesso di una radio, di allevare piccioni viaggiatori. La campagna antisemita avviata dal regime fascista incontrò poche resistenze non solo nella società italiana - alcuni studi hanno documentato come le leggi razziali furono sfruttate da italiani «ariani» per fare carriera o per appropriarsi di esserci commerciali - ma anche da parte del Vaticano. Nessuna presa di posizione ufficiale, ma non furono poche le prese di posizioni di personalità del mondo cattolico per sottolineare «alcuni aspetti positivi» delle leggi razziali. Queste ultime furono successivamente usate per la deportazione di molti ebrei italiani nei lager di stermino durante la seconda guerra mondiale.
Centocinquantanni spiegati ai migranti - Michele Fumagallo
Mentre gli italiani conservano scarsa memoria della loro storia, l'interesse per la storia patria aumenta nei migranti. È dunque merito della casa editrice Ediesse di aver dato alle stampe questa Cortissima Storia d'Italia di Gianguido Palumbo (libro + Dvd in collaborazione con Giacomo Verde, euro 12), 150 anni di attraversamento delle tappe più significative della formazione dello stato unitario. Ed è proprio l'autore a mettere il dito nella piaga: «Credo proprio che uno dei problemi gravi che abbiamo in questo paese e che incide sul nostro futuro sia la perdita progressiva della memoria storica collettiva, della coscienza individuale e sociale di ciò che è avvenuto almeno da quando il paese è unito. Ho avuto quindi quest'idea, con l'avvicinarsi dei 150 anni della storia d'Italia, partendo dalla mia stessa ignoranza, da quella poco ammessa di moltissimi italiani e quella di milioni di immigrati, stranieri, nuovi italiani che vivono e lavorano e fanno parte integrante e sempre più decisiva dei 60 milioni di questo paese multietnico». L'operazione si rivolge anche alle nuove generazioni di italiani, sballottati in questi anni tra leghismo separatista (e ignorante, oltre che manipolatore) e analfabetismo storico che ha lasciato la conoscenza dei passaggi cruciali del nostro paese in balia delle semplificazioni e delle menzogne più insopportabili. Il metodo applicato, soprattutto nel Dvd che racchiude in ottanta minuti dieci puntate che segnano ciascuna ogni passaggio decisivo della nostra storia, è quello del cantastorie. Questa storia breve ma intensa, meglio questo racconto per immagini, ci riporta non solo a una conoscenza decisiva in questo passaggio d'epoca al «nuovo stato europeo», ma invita alla riflessione sui limiti rimarchevoli di una scuola che dovrebbe essere per principio all'avanguardia delle conoscenze decisive e fondanti di una comunità. Nelle celebrazioni, a volte retoriche, del 150° dell'unità patria, non c'è che dire, questo progetto multimediale, in cui si apprezza tra l'altro l'intreccio tra fotografie e disegni, si inserisce al meglio tra le cose da conservare e diffondere.
Nella gestualità avvolgente l'allegoria del suo impegno - Andrea Cortellessa
L'incontro con Stefano Scodanibbio era stato nel segno di un'altra vita tagliata anzitempo - in modo ancora più tragico della sua. Un'altra traiettoria spezzata a mezzo: sui cui potenziali sviluppi, più che formulare ipotesi, possiamo solo esprimere rimpianti. Dalla prima volta che parlammo, Scodanibbio mi martellò con quello che era per me, allora, poco più che un nome: Vittorio Reta. Il poeta genovese suicida a trent'anni, all'indomani del suo unico libro, Visas: un libro-viatico che aveva marchiato a fuoco una generazione - quella «bruciata» degli anni Settanta, cui Scodanibbio apparteneva non solo per anagrafe. Ne parlammo anche sulle pagine di Alias («Il vissuto di Reta», diceva lui, «in Visas c'è tutto, bruciato - "la poesia più da survivere che da scrivere"»). Sospinto dall'entusiasmo del musicista mi misi sulle tracce del poeta. E qualche anno dopo, grazie al lavoro di Cecilia Bello Minciacchi, fummo in grado di coronare quel sogno fatto assieme: ripubblicare i suoi testi, dimenticati quasi da tutti ormai, insieme a un disco col brano che Stefano gli aveva dedicato: Visas per Vittorio Reta. Che dovesse essere un musicista a farci conoscere un autore simile, la dice lunga sull'abbandono colpevole in cui versano tante esperienze, del recente passato, che fanno impallidire tanta parte della produzione di oggi. Ma la dice lunga, altresì, su che genere di persona fosse Stefano. L'entusiasmo delle sue predilezioni era contagioso, la sua energia propulsiva trascinante: al pari del suono sensuale, d'una profondità quasi vocale, del suo contrabbasso. Guardarlo suonare significava assistere - prima che a un'esperienza musicale «pura» - a uno spettacolo gestuale. L'abbraccio, col suo strumento così ingombrante, era allegoria d'una relazione col mondo altrettanto avvolgente; e altrettanto impegnativa. Capivo, ascoltandolo, come la musica contemporanea - per farsi amare anche da chi compositore non è - necessiti d'una dimensione teatrale: intendendo il termine in senso lato e trascendentale. (Non per caso arriverà, Scodanibbio, a una forma particolarissima di teatro musicale col Cielo sulla terra: il lavoro, realizzato con Giorgio Agamben e Gianni Dessì, in cui più espliciti sono gli echi dei così decisivi anni Settanta.). La prima volta che lo ascoltai, direi alla fine dei Novanta, ero sulle tracce di un altro poeta, uno che invece conoscevo - o credevo di conoscere - a menadito: Edoardo Sanguineti. Stefano aveva messo in musica, per la voce recitante dell'autore e il suo contrabbasso più «parlante» che mai, i testi di Postkarten (ancora anni Settanta!). Quel dialogo lunare mi ricordava quello mitico d'un altro contrabbassista, Charles Mingus, col clarinetto acidissimo di Eric Dolphy... ed era una vera scoperta la dimensione, cupa e quasi luttuosa, in cui calava quelle poesie in genere ricondotte a una dimensione «crepuscolare» e aneddotica. (Con lo stesso Sanguineti, però, Stefano sapeva anche divertirsi: memorabili, anni dopo, i fuochi d'artificio di Alfabeto apocalittico.) Imparavo così che Scodanibbio era uno dei rari artisti in grado di illuminare, come e meglio di un critico, gli aspetti più reconditi - e segretamente produttivi - di un'altra arte. La sua passione per la letteratura era divorante. In uno scritto brillante e spesso citato, aveva definito l'adorato Sanguineti «il più musicale, il più musicato e possibilmente anche il più musicista dei poeti»: ma è altrettanto vero che era Scodanibbio il più scrittore dei musicisti (e spero che un giorno potremo conoscere la sua scrittura vera e propria, che coltivava in gran riserbo). Non solo per i titoli evocativi dei suoi lavori, o per il trattamento finissimo che la sua musica, sempre, riserva alle parole. Ma per la componente di «racconto» dei suoi brani - concepiti, ogni volta, come itinerari. Parlando con lui, evocavo spesso la definizione che Dino Campana - questo Vittorio Reta d'un secolo fa - dava di Dante, «la sua poesia di movimento, mi torna tutta in memoria»: cui Stefano rispondeva coi versi che risuonano memorabili in Visas, «i limiti geografici di un vissuto che continua a implodere... il mio nuovo indirizzo è: TERRE LONTANE post office...». Ed era davvero la sua, in molti sensi, una musica di movimento. La dimensione del Lontano (per dirla con Ligeti), o dell'Altrove (per dirla con Michaux), era quella che più gli si confaceva: fra i suoi titoli più pregnanti restano My new address, Geografia amorosa, Voyage that never ends. Tanto che meno ingiusto del solito appariva che, come capita a tanti artisti italiani, il suo lavoro fosse molto più conosciuto fuori dai nostri confini. Ma la sorte - con l'ironia crudele di cui talora si compiace - ha voluto che a colpirlo fosse proprio la malattia che uccide i movimenti, l'odiosa Sla. Stefano, però, non s'è arreso. È voluto andare a morire nel più amato dei suoi Altrove, in Messico. Così è a lui che meglio s'indirizza il più topico dei commiati, quello mozartiano in forma di viatico: «Soave sia il vento, / Tranquilla sia l'onda / Ed ogni elemento / Benigno risponda / Ai nostri desir».
Le passioni propulsive di un grande musicista - Giampiero Cane
Era bello, pieno di vita, straordinario nel suonare il suo contrabbasso, amava gli amici e ne aveva ovunque, fumava gioiosamente, preferibilmente gli Avana dei Caraibi, beveva volentieri whiskey, viveva a pochi minuti da Macerata in un paesino tranquillo, Pollenza, una comunità direi, ma era spesso via, richiesto in ogni dove per la sua musica. Solo per i viaggi più brevi rinunciava alla compagnia della giovane, avvenente moglie, Maresa, come lui affatto benvoluta nel mondo musicale. Ma quando la provvidenza s'accorge di te, non c'è quasi più nulla da fare. Se n'è andato dopo meno d'un anno di malattia: una incurabile sclerosi multipla. Ha scelto di finire i suoi giorni in Messico, dove ogni anno da tempo passava alcuni mesi invernali, con musicisti e amici del posto e concerti. Ha fatto molta fatica, lui che già non stava più in piedi, che a Pollenza aveva cambiato casa, lasciando il suo secondo piano in centro per un pianoterra con giardinetto in periferia, ha fatto un sacrificio, ma è fuggito da questo insopportabile paese di bigotti integralisti, capace d'obbligarti a soffrire sub specie aeternitatis per asservimento alla natura, cioè al loro dio. Quando seppi, meno d'un mese fa che se n'era andato costà, pensai subito a un viaggio di salvezza, ché m'aveva detto che la vita è sì un bene, ma non a qualsiasi condizione. Stefano Scodanibbio - di questo caro amico il mondo della musica, e non solo, piange la scomparsa - era nato a Macerata nel 1956. Al contrabbasso era arrivato piuttosto tardi, ma applicandosi e studiando con Fernando Grillo, altro gioiello della musica italiana pressoché ignorato, procedeva con gli stivali delle sette leghe. Con Fausto Razzi e Salvatore Sciarrino studiava musica, giusto per non essere semplicemente un virtuoso. Ha conosciuto e suonato con il gotha dello strumentismo mondiale. A Macerata ha regalato un festival che avrebbe brillato in una capitale del mondo: Pechino, Sydney, New York, Berlino, Parigi, ma che in quel borgo selvaggio marchigiano non trovava mai, se non all'ultimo momento, l'impegno degli amministratori locali, i politici in tutt'altre faccende affaccendati, e il modo di far quadrare i conti. Soprattutto non trovava che un minimo pubblico, improvvisamente cresciuto con un paio di cicli dedicati alla musica del Novecento negli Usa, da Ives, a Cage ai minimalisti. Stefano lo sapeva benissimo, lo diceva tranquillamente, che due momenti del secolo musicale avevano un appeal capace di presa: l'espressionismo dodecafonico e il minimalismo, il ripetitivismo. Lui aveva insegnato anche a Darmstadt e trovava difficile allontanarsi dall'idea della Nuova Musica, ma alla fine, diventata anch'essa un genere, e ormai obsoleto, era andato verso quei modelli di spontaneismo, se volete, ingenuo, ma capace di dialogare col pubblico, non scienza delle costruzioni, ma emozione. Alla fine il teatro Rossi s'era anche riempito, sicché si festeggiava al Pozzo (dove probabilmente saranno in lutto). Ma già due anni fa, nella Rassegna di Nuova Musica (così si chiamava il festival), Stefano appariva piuttosto stanco. Venne da attribuire la cosa alle conseguenze di una malattia piuttosto grave di Maresa (anche lei per un po' sotto lo sguardo della provvidenza, ma non sua vittima), ma l'anno scorso non lo si vide proprio in teatro. La reticenza di tutti lasciò trapelare assai poco, anche perché Scodanibbio seguiva sera per sera i concerti in collegamento tramite Skype o una qualche diavoleria del genere. Lo salutai tramite informatica, ma poi lo incontrai a Pollenza. Due contrabbassisti in cartellone per la Rassegna andavano a lezione da lui che ormai non maneggiava più per nulla il suo archetto mobile «à la Scodanibbio», così battezzato da Luigi Nono - del cui fantastico gruppo di performer egli faceva parte, assieme a Giancarlo Schiaffini, per ricordarne un altro - e successivamente celebrato da John Cage. Credo sia l'unico musicista italiano il cui nome appare in uno scritto di Cage, valga quel che vale l'annotazione. Ha scritto anche non poca musica, per lo strumento, per teatro da camera, per organici vari. Oltre agli studi per contrabbasso, limpidi come se di J.S. Bach, ha collaborato con Berio, modificando per contrabbasso la sua sequenza per violoncello, con Sanguineti, registrando Postkarten e i Visas per Vittorio Reta, due edizioni limitate, col quartetto Arditti, con Markus Stockhausen e decine di splendidi solisti, giocando infine anche con le canzoni, tra le quali da ricordare Besame mucho, canzone prediletta da Sanguineti, stando a quanto Stefano mi raccontò, da lui «riscritta», registrata dal Quarteto latinoamericano in un cd intitolato encores, della Dorian.
Pompei, dopo la lava il diluvio dell'incuria – Adriana Pollice
NAPOLI - Il 2011 per il sito archeologico di Pompei si è chiuso con il cedimento uno dei pilastri del pergolato esterno della Casa di Loreio Tiburtino, il 2012 invece è cominciato con 23 assunzioni: 12 architetti, 11 archeologi e un amministrativo. «È solo un primo passo - spiega Gaetano Placido, coordinatore del comparto ministeri della Cgil - visto che il personale di vigilanza, quello che tiene aperte le case ai visitatori per intenderci, è sotto organico di oltre il 50% per non parlare dei manutentori». Così quest'anno il sito archeologico più famoso d'Italia (2.3 milioni di visitatori nel 2010) è rimasto chiuso a Natale e il primo dell'anno e nessuno ha fatto una piega. Solo qualche anno fa successe il finimondo, si mobilitarono ministero ed enti locali tanto da costringere il sito di Pompei a aprire regolarmente i cancelli. Nel frattempo, però, molto è cambiato. La gestione commissariale voluta dall'ex ministro Sandro Bondi è finita sotto la lente della magistratura ordinaria e quella contabile, un anno in mano ai bob cat e martelli pneumatici, con le domus affidate alle ditte edili, ha prodotto una lunga stagione di crolli. Analizzando solo gli ultimi due anni, il 6 novembre 2010 è completamente collassata la Schola Armaturarum. Il crollo interessò anche una piccola parte della parete laterale della bottega del vasaio Zosimus, adiacente alla Domus del Moralista in cui, qualche giorno dopo, venne giù un muro. Il gennaio precedente, durante il restauro della Casa dei Casti Amanti, una gru cedette facendo rovinare a terra trenta metri di muro antico, in prossimità di via dell'Abbondanza, causando danni a resti archeologici e affreschi. Sempre lungo via dell'Abbondanza, fu rilevato un altro crollo di una parte del peristilio posteriore della Domus di Trebio Valente. A febbraio a venire giù era stato un pezzo di muratura della Domus degli Augustali. A ottobre 2011 è toccato a un muro paravento nell'area di Porta Nolana. Il 25 ottobre, alla vigilia della visita del commissario per gli Affari regionali dell'Europa, Johannes Hahn (argomento dell'incontro, 105 milioni di euro fondi europei Poin per il Grande progetto Pompei), collassarono due strutture moderne di contenimento a Porta Ercolano e lungo via Consolare. «Per curare affreschi e mosaici c'era una squadra di quaranta operai specializzati e restauratori che tutti i giorni era sul campo - spiega Ciro Mariano, assistente alla fruizione e vigilanza -. Un patrimonio mandato in pensione senza sostituzione. Adesso ci ritroviamo con quattro operai e quattro restauratori, che si occupano dei pezzi in deposito. La manutenzione la fanno le ditte edili con appalti esterni, ognuno dei quali si aggira in media sui cinque, seicentomila euro. Quanto personale si potrebbe assumere con questo budget?». Ipotesi al momento stranamente non prevista. La Carta del rischio archeologico, aggiornata dalla Soprintendenza dopo il crollo della Schola Armaturarum, dice che il 30% del sito sarebbe in sicurezza, ma ormai si vive con un occhio al meteo: pioggia intensa o vento forte bastano a provocare nuovi smottamenti. L'investimento di 105 milioni, articolato in cinque fasi, sarebbe dovuto partire nel primo trimestre 2012, il neo ministro Lorenzo Ornaghi ha corretto la data spostando l'inizio dei lavori in autunno. A soffrire, però, è tutto il patrimonio campano. «Le 50 sale recentemente aperte al pubblico del Castello di Baia, nei Campi flegrei, sono visitabili perché vengono impiegati circa 26 restauratori come custodi», racconta Eduardo Tammaro. Non si tutelano i siti famosi e neppure le scoperte eccezionali. Rischia di finire interrato, sotto uno strato di argilla, per mancanza di fondi, un «unicum» in Europa nel campo dell'archeologia: il sito di Longola. Si tratta di un villaggio preistorico su palafitte dell'età del Bronzo, precedente a Pompei, attribuito alla civiltà dei Sarrastri, citata da Virgilio nell'Eneide. Scoperto nel 2000 durante lavori di costruzione di un depuratore per il fiume Sarno, sono stati trovati quasi un milione di reperti ceramici, centinaia di migliaia di reperti faunistici e persino due barche intatte, esposte alla Città della Scienza di Napoli. Finiti i soldi per gli scavi, il 23 dicembre ha chiuso i battenti. Per evitare che le intemperie lo distruggano, si è pensato di interrarlo. La competenza è del ministero e della Soprintendenza di Napoli e Pompei, da cui si attende un intervento in extremis per salvare il sito. Va male anche a Quarto, dove giace abbandonato in via Brindisi il mausoleo detto «la Fescina», l'unico del sud Italia. Una necropoli a cuspide piramidale, su prototipo del IV secolo avanti cristo, circondato dai rifiuti. Copertoni, lattine, vetri, immondizia e sterpaglie impediscono l'ingresso al recinto del colombario a pianta quadrangolare, quando non lo invade l'acqua piovana che scende da un avvallamento vicino. I contadini lo hanno utilizzato come deposito degli attrezzi agricoli per anni, poi venne dato in gestione a Legambiente. Il comune lo rivolle ma, evidentemente, non sa cosa farsene.
«Per superare i conflitti è necessario saper ridere» - Arianna Di Genova
L'ultimo film della regista (e attrice) libanese Nadine Labaki ha spopolato nel suo paese. Nessuna reazione negativa, assicura la protagonista e filmmaker. Il titolo E ora dove andiamo? è diventato uno slogan utilizzato nei dibattiti pubblici e c'è pure chi prega, la sera, affinché la pellicola riesca a conquistare la nomination agli Oscar, a salire sul podio dei migliori cinque stranieri (si saprà il 24 gennaio). Lei, 37enne dal volto intenso e uno sguardo acceso sottolineato dal kajal, sorride di questo successo inaspettato (già preannunciato, in fondo, dal debutto a Cannes e dal precedente Caramel) e, intanto, accompagnata dal marito musicista Khaled Mouzanar (sua la colonna sonora), si accinge a salutare l'Italia per promuovere l'uscita del suo film, una coproduzione franco-libanese, dal 20 gennaio in sala in cento copie, distribuisce Eagle. «Il premio vinto al festival di Toronto mi ha aperto molte strade - spiega - In Libano non esiste una vera e propria industria cinematografica e girare un film è sempre una lotta, è come scendere in un campo di battaglia». E a chi le chiede se sogna Hollywood per le prossime opere, risponde con malizia: «E perché no? Solo se potrò realizzare ciò che voglio... A me interessa fare esperimenti con la realtà, flirtare con essa, mi piace pensare che attraverso le mie immagini possa cambiare qualcosa. Sarà un punto di vista ingenuo il mio, ma sento addosso questa responsabilità, come essere umano, come donna e madre...». Il mutamento auspicato naturalmente va in direzione di un mondo migliore, dove i conflitti - religiosi, etnici, famigliari e privati - siano messi a tacere, anzi lentamente scompaiano poiché «troppo assurdi». Un po' come accade nel film che, in forma di favola (a volte nera) e musical, affida a un gruppo di donne - musulmane e cristiane - la ricomposizione di una guerra in atto. Cercheranno di raggiungere lo scopo attraverso azioni esilaranti, come cucinare una intera cena a base di hashish per calmare gli animi virili, oppure una serie di finte trance che prendono di mira i vizietti degli abitanti e assoldando danzatrici ucraine per distogliere i mariti, fidanzati e fratelli dal pensiero della vendetta. E sempre nascondendo agli uomini le notizie terribili che vengono dalla tv e che istigano alla violenza (che purtroppo non riusciranno sradicare del tutto, neanche dalle loro case). «Il villaggio che presento è volutamente indefinito, così come l'epoca di cui parlo - dice Labaki -. Ho sempre pensato che il tema del conflitto sia qualcosa di universale e non riguarda solo la lotta fra cristiani e musulmani, non è un problema di appartenenza a confessioni diverse. Così ho scelto di lavorare anche insieme ad attori non professionisti, coinvolgendo una intera comunità, nella speranza di poter infrangere i cliché relativi al mondo arabo, spesso negativi. Ho cercato di dare calore ai personaggi e pure di fornirli di una certa simpatia. L'humor è importante. Grazie all'ironia e al riso possiamo prendere atto dei nostri difetti e iniziare il processo di guarigione...». La domanda del titolo e la scena finale sono una promessa per il futuro? «Non ho una risposta - continua Labaki - Non voglio dire che la pace arriverà dalle donne, ma con questo film mi assumo delle responsabilità. Il problema è globale: le persone hanno paura dell'altro, basta prendere la metro a Parigi o Londra per accorgersene, oppure osservare i rapporti fra vicini di casa...». Infine, una osservazione amara sulle rivoluzioni arabe: «Sono fiera del ruolo che hanno avuto le donne e ho la sensazione di aver dato un contributo con il mio film. Resto però molto scettica riguardo la gestione della situazione. Vedo riemergere i vecchi conflitti, come in Egitto».
La Stampa – 11.1.12
Ciampi: cari ragazzi non mollate – Mario Calabresi
In Italia abita un terzo degli «sfiduciati» di tutta l’Europa, molti sono giovani, sono quei ragazzi che pensano di essere stati «derubati» del futuro. A loro ha deciso di scrivere una lunga lettera aperta Carlo Azeglio Ciampi. L’ex Presidente della Repubblica mette in gioco l’esperienza dei suoi 91 anni per spronare le nuove generazioni a «non mollare»: «Non bloccarti scoraggiato di fronte alla dimensione dell’ostacolo, perché devi credermi - dice all’immaginario giovane amico a cui si rivolge nel libro in uscita oggi -, quasi mai gli ostacoli che si parano davanti sono impossibili da superare. Allo stesso modo devi persuaderti che non c’è “un destino cinico e baro” che si accanisce contro di te e la tua generazione». Ciampi parte da lontano, racconta la durezza della guerra, della ricostruzione di un Paese in ginocchio, pieno di povertà e di analfabetismo, ricorda la fatica e i sacrifici (sottolineando come «gli svaghi e il cosiddetto tempo libero fossero allora una categoria inesistente»), ma spiega che di fronte a tutto ciò «non c’era un’autocommiserazione di massa». Anzi, dice al ventenne di oggi, «chiunque accettava qualsiasi lavoro, intellettuale o manuale, e quei giovani, sfidando lo sfacelo morale e materiale, con coraggio e impegno testardo, riuscirono a costruire nel giro di un decennio un Paese più civile, più ricco, integrato a pieno titolo nella comunità internazionale». Ciampi non fa però - come ci tiene a sottolineare - «l’elogio del buon tempo antico» e anzi cancella ogni possibile idealizzazione di un passato che non fu certo rose e fiori. Il libro, oltre che un viaggio nell’ultimo secolo, lo è anche tra le letture che ormai occupano gran parte della sua esistenza: «È proprio l’età - scrive -, che pure non mi risparmia acciacchi e mi impone con inesorabile progressione le sue limitazioni, a elargirmi con generosità tempo per la riflessione e la lettura: un ostinato desiderio di capire, forse estrema e unica difesa dal senso di smarrimento di questo nostro confuso presente». Le sue riflessioni lo portano a riconoscere che alla sua generazione venne offerto un patrimonio di speranza e di possibilità che oggi non è dato vedere, riconosce «la devastante incertezza delle prospettive», la precarietà del lavoro, e critica in modo deciso la rapacità della finanza che «per colpa di top manager ricoperti d’oro» si è trasformata «in una foresta dove appagare appetiti ferini, dove impera la legge non scritta del cinismo, del disprezzo di ogni valore che non sia quello del guadagno, del successo, del potere». Critiche mosse con una fermezza sorprendente per un uomo che è stato a lungo banchiere centrale, ma Ciampi ci tiene a sottolineare come negli ultimi anni la deriva sia nata dall’arroganza che ha portato ad accantonare le regole d’oro di un tempo: «La “missione” della banca era fornire credito all’economia, non creare valore per gli azionisti». Anzi, «finanza e banche sono state lasciate troppo a lungo indisturbate nelle loro scorrerie». Ora bisogna ricostruire «fiducia e solidarietà», in Italia come in quell’Europa che continua a vedere come «un processo storico irreversibile» e che, anche se oggi è in crisi «per la miopia delle leadership e per il prevalere degli egoismi nazionali», resta comunque la dimensione naturale dei nostri giovani. Nella visione ciampiana il futuro si può costruire in modo solido e credibile solo se verranno recuperati valori di fondo come «libertà, solidarietà e equità». E soltanto se i giovani comprenderanno che la vita è fatta di fatiche e doveri ma anche di visione: «Guarda avanti, perché non sfuggano alla tua attenzione sentieri nuovi, mai praticati; non aver paura di osare, non permettere alla rassegnazione di fermare i tuoi passi e non temere la possibilità di un insuccesso». Il libro è rivolto tutto ai giovani, ma a volerlo leggere in controluce appare anche come un formidabile messaggio per gli adulti, per i genitori e i nonni dei ragazzi sfiduciati di oggi. A loro l’ex Capo dello Stato chiede di non ripetere l’errore che venne fatto nel Sessantotto, quando i «grandi» e il potere si chiusero a riccio di fronte alle richieste di cambiamento dei giovani. La società d’allora non seppe comprendere e accettare il patrimonio di energia portato dalle nuove generazioni, e questo rifiuto insieme con la successiva deriva violenta fecero perdere all’Italia un’occasione di modernizzazione. Oggi, sembra dirci Ciampi, non possiamo permetterci il lusso di non ascoltare i giovani, non possiamo lasciare fuori queste generazioni spaventate - «perché ci sono tornanti della storia in cui si rivela più che mai indispensabile mettere in moto la carica trainante dei giovani» -, ma dobbiamo tutti farci carico di creare le condizioni per una ripartenza collettiva.
"Vale sempre la pena impegnarsi" – Carlo Azeglio Ciampi
Esce oggi da Rizzoli il libro che il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha scritto in forma di lettera A un giovane italiano (pagine 154, euro 14). Ne anticipiamo qui uno stralcio dalle parte finale, «Conclusioni di un “impolitico”».Buone intenzioni, esortazioni virtuose, richiami ai valori, ne hai già sentiti esprimere molti; fatti, ne hai visti seguire molto pochi: diciamoci la verità, non è forse questo il pensiero che ti sta attraversando la mente? Non so darti torto. Non ti biasimo se obietti che un presente così difficile e un futuro così incerto ti fanno inclinare alla rinuncia e al ripiegamento in te stesso, piuttosto che all’impegno fattivo, a prove di forte volontà. Non mi sentirei di deplorare in te anche la tentazione di «rovesciare il tavolo». Comprendo le tue obiezioni, ma ti dico di no; sono strade senza uscita. No, giovane amico, vale sempre la pena di impegnarsi. E non solo in progetti ambiziosi in cui si investono le risorse migliori e in cui si ripongono le aspettative più elevate; ciascuno persegue gli obiettivi che più si confanno alle sue inclinazioni, ai suoi mezzi, alle sue possibilità. C’è di più: dell’impegno e della volontà non potrai fare a meno se punti a costruire qualcosa di solido, nella famiglia come nel lavoro, come nella vita associativa e di relazione; se vorrai, insieme con la tua realizzazione personale, concorrere a migliorare la condizione della comunità alla quale senti di appartenere per storia, per cultura, per legami e affetti, per interessi economici e sociali. Non c’è retorica in quanto ti sto dicendo; c’è, al contrario, la convinzione profonda che è connaturata all’uomo l’aspirazione a progredire, a crescere umanamente, attraverso la conoscenza di sé e della realtà che lo circonda; a sperimentarsi nella realtà, a misurarsi con essa per prendere coscienza delle proprie possibilità e dei propri limiti e agire di conseguenza. Possiamo, allora, anche sentirci stanchi, sfiduciati, delusi – è inevitabile che ciò accada e per i motivi più diversi, personali e sociali – ma non possiamo, non dobbiamo rimanere indietro mentre altri si muovono; ci condanneremmo a rimanere staccati, isolati, vittime della nostra indolenza, della nostra rinuncia. Novant’anni sono molti; tanti da aver visto, e in molti casi vissuto, vicende terribili così come eventi grandiosi. Ho visto molte miserie e altrettante grandezze; quanto al saldo, non saprei dire se alla fine prevalga il segno più o il segno meno. Quello che mi sento di dire, molto semplicemente e altrettanto sinceramente, è che «ne è valsa la pena». Oggi, posso affermare che, soprattutto, ho visto l’uomo, con la sua intelligenza e il suo coraggio di osare, spostare sempre più avanti le frontiere della conoscenza: conquiste scientifiche, progressi tecnologici che hanno recato benefici enormi all’umanità; basti pensare alle tante malattie debellate definitivamente. Ho visto l’uomo, con il suo insopprimibile bisogno di libertà, avere la meglio su dittatori e regimi ritenuti imbattibili. Non ignoro i momenti in cui l’uomo, toccando abissi per i quali non mi è mai riuscito di trovare parole adeguate, ha negato la sua stessa umanità. Sento che qui si impongono memoria e silenzio. Giovane amico, spero di essere riuscito a trasmetterti il sentimento di fiducia con cui ho guardato e affrontato l’esistenza: le vicende quotidiane come le prospettive di più lungo periodo, anche nei momenti bui. [...] Novant’anni sono molti anche per continuare a nutrire fiducia; eppure, nonostante tutto, non posso dirmi pessimista. Non sto cercando, però, di indurti, giovane amico, a coltivare un ottimismo consolatorio, quel sentimento dolciastro e quasi mai sincero. Desidero invitarti ad aguzzare lo sguardo, lo sguardo acuto dell’intelletto e del cuore, affinché tu non perda di vista il segno di quella strada che tu stesso dovrai provvedere a tracciare, senza superbia, ma senza troppi timori. Come diceva Seneca nelle sue Lettere a Lucilio: «Continua nei tuoi progressi e capirai che sono meno da temere proprio quelle cose che fanno più paura».
Mary la cuoca, pollo al curry con contorno di tifo – Elena Loewenthal
Quanto è cambiato, il mondo. Basta guardare ai cuochi: oggi sono fascinosi, enigmatici. Ammiccano dallo schermo televisivo o dalle copertine patinate dei loro libri con la giubba candida, appena screziata dallo stemma, non un capello fuori posto. Una volta, invece, «erano sottopagati, malnutriti e malvisti, i loro crudeli padroni erano tiranni… i cuochi erano soliti bere… e morivano, spesso in giovane età, con il fegato ingrossato per l’alcol, i piedi piatti, le mani rovinate, il volto sfigurato, i polmoni anneriti dai fumi, vapori di grasso e untume respirati per anni». Parola di Anthony Bourdain, cuoco star americano di origini francesi. Ma soprattutto gastronomo fuori degli schemi: burbero e schietto ma con una spiccata propensione alle nostalgie. Incallito curioso, si è conquistato fama internazionale con le sue esplorazioni alimentari in giro per il mondo, da cui ha ricavato libri e trasmissioni televisive. Bourdain condisce sempre i suoi piatti, mediatici e non, con un’ironia tagliente. E lo fa persino nel suo nuovo, insolito libro, dedicato a una collega molto particolare: Il segreto di Mary la cuoca , pubblicato in italiano da Donzelli. Mary Mallon era una di quelle donne che fecero da faticoso apripista alla rivoluzione femminile: insieme con tante altre come lei, era arrivata negli Stati Uniti nella pancia malsana di una nave partita dall’Irlanda. Queste donne prive di sussistenza emigravano non per trovare altrove il proprio ruolo tradizionale ma, anzi, per lavorare «fuori», liberarsi «da un sistema oppressivo per farsi strada in un altro». Fu così che Mary si ritrovò ben presto in cucina: vuoi nelle bettole, vuoi e se capitava come capitò a lei era una piccola grande fortuna - in una ricca casa borghese. E fu proprio nella dimora di villeggiatura presa in affitto su Long Island da Charles Henry Warren e famiglia che il dramma di Mary cominciò. Perché mentre lei cucinava manicaretti nella spaziosa e attrezzata cucina, il 27 agosto 1906 la figlia dei Warren si ammalò di tifo e ben presto contagiò la madre, una sorella, due cameriere e il giardiniere. Il tifo di solito colpiva i poveri, coloro che non potevano permettersi l’igiene. Che la famiglia Warren fosse esposta alla malattia, parve subito strano. Le indagini, condotte da un medico improvvisatosi detective, portarono dopo molto tempo a un’inevitabile conclusione: Mary Mallon era portatrice sana di tifo. Andando a ritroso nella sua carriera, si riscontrarono casi, più o meno letali, ovunque lei fosse capitata. Ben presto Mary divenne suo malgrado una celebrità, con tanto di nome «d’arte»: Typhoid Mary. Così compariva sui giornali - questa è una storia vera - che finirono per attribuirle migliaia di vittime. La cuoca dovette cambiare vita, fu rincorsa e braccata, lasciata in quarantena vita natural durante a North Brother, un’isola al largo di New York dove c’erano soltanto il Riverside Hospital per tubercolotici e una villetta a un piano che in passato era stata la casa del capo dipartimento infermieri e ora divenne la sua. Passò dalle cucine alle lavanderie, ma continuò fino alla morte, nel 1938, a preparare torte squisite per il personale dell’ospedale. Anthony Bourdain racconta la storia di questa povera donna, tanto corpacciuta quanto infetta, con una simpatia grezza. Ci prende gusto, e noi con lui, tutte le volte che Mary riesce a scappare dai suoi inseguitori, si immedesima nella sua testa e nelle sue mani quando, prima di essere additata come pestilenziale, preparava «rognone alla diavola…, costolette di montone, fegatini di pollo al curry, jardinière di animelle ai ferri, piccione arrosto, lingua affumicata» e altri cospicui manicaretti, magari tutti dentro lo stesso pranzo… E così, la storia di questa sfortunata collega che disseminava il tifo a sua insaputa pur restando sempre in robusta salute, diventa per Bourdain il pretesto per una delle sue esplorazioni culinarie, questa volta a spasso nel passato invece che per i quattro angoli del mondo. E il lettore con lui, dietro le vicissitudini di Typhoid Mary, accompagnata dall’eco dei giornali e dalle grida dei suoi persecutori - seppure a fin di bene. Con un finale a sorpresa e un dono postumo di cui solo un vero cuoco potrà cogliere l’importanza, anche se Bourdain dice in proposito: «Era il minimo che potessi fare. Da cuoco a cuoca».
Anthony Bourdain, Il segreto di Mary la cuoca, Donzelli, pg 158, 15,00
"L'amaro e il dolce del passato" – Gabriele Beccaria
I Neanderthal sapevano percepire molte gradazioni di amaro. Una capacità che non li ha salvati dall’estinzione, ma che ha permesso loro di campare a lungo, dato che spesso ciò che è amaro non è solo disgustoso, ma è tossico e può dimostrarsi mortale. Se un po’ del loro Dna è sopravvissuto, è possibile che ci abbiano trasmesso questa attitudine, anche se noi Sapiens siamo molto diseguali in fatto di sapori. La capacità di sentire l’amaro varia enormemente da individuo a individuo e c’è anche chi non lo sente (o quasi), per esempio il 3% degli africani e il 40% degli indiani. Non ci sono certezze scientifiche nemmeno su questa variabilità, però non c’è dubbio che sia il Genoma a farci gustare i sapori e le loro gradazioni. I geni codificano i recettori e questi compongono un universo sensoriale vastissimo, che si basa, come un alfabeto con le parole, su appena cinque «elementi»: oltre all’amaro, il dolce, l’aspro, il salato e l’umami (che consiste nella capacità di avvertire il sapore degli aminoacidi come il glutammato, presente in cibi come carne e formaggio). Nel gioco di geni e di sensazioni si annidano probabilmente i motivi per cui ogni cultura ha i propri alimenti preferiti e ogni popolo le sue tradizioni culinarie. Al di là dei climi e dei prodotti, c’è sempre una parte biologica che impone le proprie regole. Ora un team italiano sta completando un lungo viaggio per esplorare questa zona grigia e rispondere alla domanda-chiave: che cosa ci rivelano i rapporti tra variabilità alimentare e variabilità genetica? Professor Paolo Gasparini, lei è uno dei ricercatori che ha guidato il progetto «Marco Polo», curato da alcuni genetisti dell’Università di Trieste e dell’Ospedale IrccBurlo Garofalo, lungo uno dei percorsi più celebri della storia, la Via della Seta: perché l’avete scelta? «Perché è stata nei millenni una via di grandi scambi, non solo commerciali ma anche genetici: c’è una malattia, per esempio, quella di Behçet, legata a un’infiammazione dei vasi sanguigni, tipica della fascia tra 30˚ e 45˚di latitudine Nord, quella che corrisponde proprio alla Via». Un paradosso di biodiversità e di unicità: è così? «Sì. Molti gruppi si sono sono spostati nel tempo e altri si sono fermati e fissati in aree specifiche: basta osservare le sorprendenti differenze dei volti di chi abita nel Caucaso, nel Turkmenistan e nel Pamir. In questo crogiolo di gruppi e culture abbiamo identificato una serie di comunità di Terra Madre, che, oltre che essere custodi di tradizioni antiche, conservano un patrimonio genetico omogeneo». A quali esperimenti avete sottoposto queste isole di umanità?«A una serie di test sul gusto, prima di tutto, a cui ne abbiamo affiancati altri su olfatto, vista e udito. Abbiamo poi raccolto la loro saliva per ottenere il DNA e chiesto di compilare un questionario sulle preferenze alimentari». Uno dei test riguardava proprio l’amaro. «Per scoprire se si è sensibili all’amaro è sufficiente una cartina da appoggiare sulla lingua con concentrazioni note di una sostanza, la PTC. A seconda di quanto si avverte è possibile distinguere tre gruppi di individui: i “supertaster”, che hanno una percezione molto elevata, i “medium taster” e i “non taster”, vale a dire chi sente poco o nulla. Questa diversità è un tipico carattere genetico ereditario e così, mentre i più sensibili tendono a rifiutare cibi amari come cavoli e broccoli o quelli contenenti la caffeina, altri, invece, tendono a comportarsi in maniera opposta». A quali scoperte siete approdati? «Le analisi sono in corso, ma abbiamo già identificato alcuni geni coinvolti nelle preferenze alimentari di queste popolazioni, dalla Georgia al Kazakhstan o dall’Armenia al Tajikistan: uno, per esempio, è legato alla percezione della piacevolezza del tè. Altri geni che stiamo studiando sono legati all’olfatto, alla visione dei colori e anche all’udito». E l’amaro che cosa ha rivelato? «Ci siamo resi conto che esiste un gradiente di distribuzione variabile, da Ovest a Est: così i “supertaster” sono solo il 12-13% nelle comunità del Caucaso, salgono al 17-18% nell’Asia centrale e arrivano al 30% nel Pamir. La differenza è geneticamente determinata, perché è dovuta alle mutazioni di un recettore: è un fatto interessante, che può essere spiegato dal punto di vista ambientale-evolutivo». In che senso? «Questa capacità potrebbe aver comportato un vantaggio selettivo, permettendo di evitare l’ingestione di cibi amari, che spesso sono tossici, e spingendo a eliminare alimenti come le crucifere che, in grandi quantità, interagiscono con il metabolismo dello iodio e generano il gozzo. Allo stesso tempo porta però a preferire diete povere in frutta e vegetali e si associa a una massa corporea inferiore alla media». In attesa dei risultati definitivi, quale quadro sta emergendo? «Quello strettamente scientifico sta rivelando come le preferenze alimentari siano determinate da una combinazione biologica e culturale che, una volta esplorata, ci aiuterà a prevenire molte patologie e a ideare diete personalizzate ed efficaci. Ma l’impresa, che si completerà nel 2012 in Kirgyzystan e in Cina, si è trasformata anche in un grande progetto di comunicazione della scienza: grazie a Sissa Medialab molti ci hanno seguito in tempo reale, scoprendo quanto coinvolgente possa essere la ricerca sul campo».
La lotta al mal di testa comincia alla scrivania – Marco Accossato
Torino - Centinaia di dipendenti comunali (in Municipio, fra i vigili urbani, negli asili) vivono da mesi con un puntino rosso incollato nella posizione più visibile del loro posto di lavoro. E’ una minuscola ma efficacissima arma contro il mal di testa: un promemoria per ricordarsi di fare, ogni due ore, ma più volte al giorno, quattro semplici esercizi di rilassamento muscolare in grado di cancellare cefalea e dolori cervicali. Un progetto di ricerca messo a punto dal professor Franco Mongini, responsabile del centro Cefalea e dolore facciale del dipartimento universitario di Fisiopatologia clinica presso le Molinette, i cui risultati sorprendenti sono appena stati pubblicati sulla rivista internazionale «Plos One». Duemila i dipendenti comunali coinvolti, alcuni prede ormai croniche di mal di testa e dolori cervicali, altri semplicemente in cerca di una ginnastica preventiva. Il programma include un quinto esercizio, da fare a casa, in poltrona: applicare per 10-15 minuti al giorno impacchi caldi e calmanti su guance, collo e spalle. Hanno aderito in massa, dopo una prima fase del medesimo progetto che aveva coinvolto con lo stesso successo oltre un anno fa «soltanto» 400 dipendenti fra Uffici anagrafe e Tributi, sempre del Comune di Torino. I risultati sono clamorosi: chi ha aderito allo studio ha ottenuto una riduzione di oltre il 30 per cento degli attacchi di dolore. Tale è il successo dell’iniziativa che è già stato lanciato sul web il social network www.nomalditesta.it e www.nocervicale.it, cui si sono iscritte per ora 7 mila persone. «Cefalea, dolore cervicale e alle spalle - spiega il professor Mongini - rappresentano uno dei più diffusi problemi di salute. Il nostro studio dimostra chiaramente che interventi sul luogo di lavoro possono ridurre questi disturbi, e che i metodi adottati sono relativamente semplici». Bastano pochi minuti. Anche le maestre d’asilo - e non soltanto chi lavora ininterrottamente per ore davanti al monitor di un computer - hanno confermato che dedicare pochi minuti della loro giornata tra i bimbi al rilassamento muscolare può cancellare mal di testa e dolore cervicale. «E’ dimostrato - ricorda il professor Mongini - che le donne sono più esposte, a parità di sforzo e di stress». Rilassare i muscoli tra la base del cranio, il collo e le spalle ha un effetto terapeutico: ogni esercizio va eseguito 8-10 volte di seguito, ripetendo il ciclo più volte al giorno a distanza di circa due ore. I dipendenti comunali che hanno aderito allo studio sono stati divisi in due gruppi, uno solo dei quali sottoposto a esercizi di rilassamento: all’inizio il personale di ambedue i gruppi calcolava una media di sette giorni di mal di testa al mese e 11 giorni di dolore a collo e spalle. Al termine, il personale del gruppo di studio ha riportato una diminuzione del 34 per cento della frequenza di cefalea, mentre il personale del gruppo di controllo ha mostrato una riduzione appena dell’11 per cento. Il gruppo di studio ha anche riportato una diminuzione del 29 per cento del dolore al collo e alle spalle, in confronto a una diminuzione del solo 7 per cento nel gruppo di controllo. Chi ha partecipato alla ginnastica anti-mal di testa ha anche ridotto del 29 per cento l'assunzione di analgesici. «Oltre ai benefici diretti sulla salute delle persone - conclude il professor Mongini - va anche detto che si sono abbattute del 25 per cento le ore di lavoro perse dai dipendenti comunali proprio a causa del mal di testa».
Repubblica – 11.1.12
Fusilli, farfalle e trenette, questione di geometria – Kenneth Chang
Molti di coloro che amano la pasta ne apprezzano il gusto o - se cotta a puntino - la consistenza. Di fronte a un piatto fumante di questa pietanza, Sander Huisman era invece solito domandarsi quale sarebbe stata l'equazione matematica più adatta a descriverne le forme sinuose. Huisman, che studia fisica presso l'Università di Twente, nei Paesi Bassi, trascorre la maggior parte del proprio tempo alle prese con Mathematica: un programma capace di risolvere dei complessi problemi matematici, di cui rappresenta la soluzione tramite delle graziose immagini. "Gioco molto con Mathematica - e un giorno, mentre mangiavo della pasta, mi è venuto da domandarmi quanto sarebbe stato facile ricreare quelle forme con il programma del computer". Quella sera stessa, dopo cena, Huisman riuscì a risalire alla manciata di operazioni con cui il codice di Mathematica avrebbe potuto generare una decina di tipi di pasta, tra cui i gemelli, che aveva appena mangiato, dall'aspetto di doppia elica. "Nella maggior parte dei casi, erano forme facili da ricreare", ricorda. Una di queste immagini è finita anche sul suo blog, e Huisman si riprometteva di aggiungerne presto altre, a scadenza regolare. Una sorta di "La pasta del mese", in chiave matematica. L'idea però gli passò del tutto di mente, sino a quando qualcuno gli domandò le formule alla base di altri tipi pasta, che Huisman ottenne e aggiunse al proprio blog. Huisman, che studia la dinamica dei fluidi, non è però il solo a lasciarsi ispirare, matematicamente parlando, dalla pasta. Diversi anni fa Christopher Tiee, che all'epoca lavorava come assistente di calcolo vettoriale presso l'Università della California a San Diego, preparò per i suoi studenti un test a sorpresa in cui si chiedeva di collegare ciascuna forma di pasta all'equazione corrispondente. Nel frattempo a Londra Marco Guarnieri e George L. Legendre, due architetti, avevano avuto a loro volta un'intuizione analoga, sopraggiunta anche in questo caso di fronte a un piatto di pasta (spaghetti aglio e olio, preparati da Guarnieri). Legendre in seguito si spinse molto oltre, e tradusse l'idea originale in un libro di 208 pagine intitolato "Pasta by design", uscito lo scorso settembre per la casa editrice britannica Thames & Hudson, specializzata in libri d'arte. L'opera elenca 92 tipi di pasta, che lui suddivide in base a una sorta di albero genealogico che ne traccia l'evoluzione. Ciascun tipo è accompagnato da un'equazione matematica, un'immagine stuzzicante e un paragrafo di consigli a carattere culinario. "Quello della pasta è un universo speculare in cui tutto è flessuoso e cedevole", spiega. Legendre ha persino inventato un nuovo tipo di pasta - gli ioli - una sorta di spirale avvitata su se stessa, come un nastro di Möbius tubiforme, a cui ha voluto dare il nome di sua figlia. "Mi piaceva l'idea di dedicarle un nuovo tipo di pasta". Per realizzare gli ioli però ci vorranno probabilmente dei mesi: Legendre sta cercando di produrre i primi cinquanta chili, ma la forma si sta rivelando difficile da realizzare.
(©The New York Times - La Repubblica. Traduzione Marzia Porta)
Gambe femminili sulla locandina. L'ossessione voyeuristica del cinema
Claudia Morgoglione
CHE il corpo delle donne venga sfruttato, al cinema in tv o in pubblicità, lo sanno tutti: fa vendere, e bene, il prodotto a cui è associato. Un fenomeno evidente a chiunque, e come tale stra-analizzato e stra-commentato. Ma c'è un dato ricorrente che riguarda le locandine dei film, e che sembra sfuggire ai radar: l'enfasi enorme data a una singola parte anatomica femminile. Le gambe. Meglio se aperte, anzi spalancate; immortalate dal lato posteriore; spesso raffigurate sotto gli occhi di un uomo che le guarda. Per richiamare esplicitamente il voyeurismo dell'operazione. Una tendenza assolutamente universale, che accomuna paesi e generi diversi: a sottolinearla ed evidenziarla, tra gli altri, il blogger francese Christophe Courtois, che - come ha scoperto il sito di "D" di Repubblica 3- ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Un modello insospettabilmente "classico", che come spettatori associamo a pellicole tipo 007; o alle tante produzioni adolescenziali e più o meno demenziali. Ma che in realtà appare anche in opere dai contenuti molto meno attinenti all'immagine. Un esempio fra i tanti, in casa nostra: Gianni e le donne, diretto dal regista di Pranzo di ferragosto Gianni Di Gregorio. Commedia sorridente sulle peripezie agrodolci di un sessantenne: eppure, anche qui, vediamo due grandi gambe che sovrastano il protagonista. Nessuno è immune dalla tentazione di ricorrere al giochino, per attirare l'attenzione degli spettatori. Ma non c'è solo il repertorio delle superdonne raffigurate "a metà", spesso con immagini di enormi proporzioni, come Courtois ha fatto notare. La storia del rapporto tra questa parte anatomica femminile e le locandine cinematografiche è più stretta. Ed è una anche storia di successi: negli ultimi decenni, infatti, sono stati tanti i film che ai manifesti con le loro bellissime star, e con un'enfasi evidente sulle loro gambe, hanno dovuto tanta parte del loro appeal. Tanto che i poster, oltre che le pellicole, spesso sono diventate cult. Il caso di scuola è Pretty Woman: tutti gli osservatori hanno sempre concordato sul fatto che le lunghissime gambe di Julia Roberts, inguainate negli stivaloni neri, hanno contribuito a fare entrare l'opera nell'immaginario collettivo. E pazienza se in realtà non erano della diva, ma di una controfigura: l'impatto è stato comunque fortissimo. Al di là del caso Roberts, ci sono altre dive che hanno cavalcato l'onda della presenza forte nelle locandine. Restando sul fronte gambe, vanno segnalati almeno i casi di Jennifer Beals in Flashdance (seduta con la magliettona, spalla scoperta e gambe aperte); di Sharon Stone in Basic Instinct 1 e 2 (qui gli arti allargati servono per evocare la famosa sequenza senza mutandine); di Demi Moore in Rivelazioni e Striptease. Anche classici considerati intramontabili come Il Laureato non sono immuni: ricordate la gamba di Mrs Robison che nel manifesto si infila una calza autoreggente?
Corsera – 11.1.12
Antonio Pappano, neo baronetto: l'Italia impari da Londra - Valerio Cappelli
LONDRA - Chiamatelo Sir: Antonio Pappano è diventato baronetto. «C'era un vincolo di segretezza da Buckingham Palace fino al 31 dicembre, io l'ho saputo da una lettera della Royal Family», ci dice il direttore d'orchestra nel camerino della Royal Opera House, sudato e provato fisicamente ma di una gentilezza squisita, al termine di una cavalcata wagneriana (I maestri cantori di Norimberga) che ha sfiorato le sei ore. Sir Pappano, quando avrà luogo la cerimonia? «Il 15 maggio. Sarò accanto ad altre persone che si sono distinte nel loro lavoro. Credo che abbiano pensato anche alla mia opera divulgativa in tv alla Bbc. La regina, o se non potrà suo figlio Charles, mi poggerà la spada sul capo e dirà: Alzati, Antonio». Pappano è nato a Londra da genitori campani di origini umili, la madre cuoca, il padre amatissimo, che ora non c'è più, con la passione per il belcanto; fu il primo insegnante di Tony, che poi si è formato con Barenboim e ha colto i primi successi a Bruxelles. Pappano è cresciuto negli Usa e non ha mai messo piede in un conservatorio, ha studiato privatamente. Dal 2002 è direttore musicale e artistico al Covent Garden, l'Opera di Londra, l'anno seguente ha preso le redini dell'Orchestra di Santa Cecilia che ha assunto un profilo internazionale: «Abbiamo molti programmi, dal progetto per godersi gratis sul proprio computer i concerti con una guida all'ascolto, al cd live di Aida. Incidere, con questa crisi, è un miracolo». Qui raccontiamo la sua metà londinese. «In realtà è un po' di più di metà. Prima per contratto dovevo lavorarvi sette mesi l'anno e ne restavo otto; ora sono sceso a sei e ne faccio sette». Quando lei arrivò, succedendo a Haitink, la Royal Opera House era indebitata, Blair disse che non aveva senso dare denaro pubblico se i biglietti costavano così cari... «Io mi sono insediato in un momento ideale. Il teatro necessitava di un grande rinnovamento e i lavori, che hanno riguardato due terzi dell'edificio, erano stati appena ultimati. Haitink veniva dal repertorio sinfonico e appartiene a un'altra generazione: io sono del 1959 e avevo una formazione operistica. Mi ci vollero cinque anni per capire questo posto, come sfidare gli spettatori, cosa stava cercando l'orchestra di casa, che tipo di produzione fare». Questa produzione wagneriana firmata da Graham Vick, così didascalica, non sembra fatta da lui... «È del 1993, la riprendiamo per l'ultima volta. Un regista si adatta al gusto del pubblico». Su Wagner, lei ebbe una corrispondenza epistolare con Carlos Kleiber: «Mi consigliò di non imitare nessuno e di essere me stesso». L'impressione è che a Londra siate a metà strada fra il tradizionalismo del Metropolitan di New York e lo sguardo nuovo del mondo austro-tedesco... «Sì, è così. I londinesi amano la musica. Sul piano visivo sono conservatori. Però non è il Met...». I prezzi sono alti. «Li cambiamo secondo lo spettacolo. Aida può costare fino a 200 sterline, Anna Nicole 75, Wozzeck 50. A Londra non esiste abbonamento. C'è una specie di stagione invernale, quella estiva e via dicendo. La concorrenza è tale che dobbiamo stare molto attenti. Non siamo un teatro alla tedesca, con uno spettacolo a sera, ma quasi. Abbiamo 150 recite d'opera l'anno (venti produzioni di cui quattro novità) e 135 di balletto. È un altro sistema dall'Italia, anche con i sindacati. L'atmosfera è familiare, gli incontri con loro non sono soft ma si ragiona. L'Orchestra, che può scegliere quali titoli suonare, se non sbaglio deve fare un minimo di 800 ore l'anno; se vuole, può lavorare di più e guadagnare di più. Se mi posso permettere, l'Italia dovrebbe prendere da Londra la maggiore produttività, anche se alla Scala è aumentata, e il clima sindacale. A Milano nel 2014 con Les Troyens di Berlioz farò il mio vero debutto operistico in Italia, se si esclude una prova giovanile a Firenze». La crisi economica... «Si sente ogni anno di più, sembrava lontana, c'è voluto un po' perché arrivasse alla Royal Opera House. Se siamo in pareggio o in rosso? La situazione cambia ogni anno». Il sistema privatizzato americano è un modello per voi? «Non proprio. Noi abbiamo decuplicato il meccanismo dei soldi dei privati, che coinvolgiamo nella vita del teatro e alle prove attraverso il Maestro circle. Lo Stato non può abbandonare un'istituzione come la nostra, anche se ogni anno ci dà un po' meno del tetto che era attestato al 30 per cento del budget». Sir Antonio, diventare baronetto per lei è un sigillo sociale, un riscatto? «Eccome se lo è, la mia famiglia quel giorno sarà pazza di gioia».
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm