vedi
GLOBALMAFIA
Traendo
ancora spunto da GLOBALMAFIA del Prof. Giuseppe Carlo Marino
prosegue il dibattito aperto sulla cultura del popolo siciliano
e sul movimento contadino
iniziato su fb e pubblicato
qui, dal compagno Salvatore Vaiana nel suo blog (1)
e dal compagno Vincenzo Sena (2) nel suo giornale
Avevo concluso il mio primo intervento chiedendomi
se era possibile dubitare di alcune verità tra loro concatenate, mettendone in
dubbio una.
A chiarire i miei dubbi mi viene in soccorso lo stesso Marino assieme al
sociologo Satriani da lui citato nel suo libro La Globalmafia.
Ed ecco la prima “Verità” di cui dubitavo nel mio
precedente intervento:
C’è un popolo siciliano pervaso
di cultura mafiosa per effetto di EGEMONIA e
quindi non per sua colpa. Marino infatti precisa che non si tratta di “una
qualche originaria affinità antropologica tra la cultura popolare siciliana e la
mafiosità”>>
Sempre nel mio precedente
intervento rispondendo a Vaiana dicevo che la cultura veramente mafiosa i
mafiosi ci tengono a "mascherarla" per essere accetti nella società mettendo
quindi in discussione che per effetto di egemonia il popolo siciliano possa
essere pervaso di cultura mafiosa.
Qui non discuto la categoria interpretativa
gramsciana dell’”egemonia” (anche se mi riesce non poco difficile tramite
questa categoria spiegare i grandi movimenti popolari di lotta verificatesi in
Sicilia). Quello che mi chiedo è come può per effetto di egemonia essere
inculcata nel popolo una “mafiosità” che la classe dominante “borghesia mafiosa”
fa di tutto per occultare! La mafia “liquida” e con una sempre maggiore capacità
di mimetizzazione, la mafia che è entrata in borsa si presenta infatti con le
vesti del perbenismo.
Marino a pag. 58 di GLOBALMAFIA
nella nota n.16 ci parla di una borghesia mafiosa “come
serbatoio di una mafia, così occultata dal perbenismo e da forme assolutamente
legalitarie da riuscire a rendersi insospettabile”.
E se la cultura
mafiosa è mascherata, occultata, io mi chiedo come possa essere inculcata, come
possa essere diffusa per effetto di egemonia.
Sempre
Marino a pag.18 (op.cit.) a proposito della “cosiddetta mafiosità” che
”indubitabilmente definisce un fenomeno reale di mentalità e di costume” ci
dice che trova “impeccabile” quanto ha rilevato sull’argomento, in una
recente intervista, il noto antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani (*)
il quale afferma che «La mafia non è solo
comportamento, è anche una cultura mafiosa nell'accezione antropologica,
come maniera di sentire, pensare e agire».
Sempre a pag.18 Marino, continuando a citare il noto sociologo,
dice di trovare inquietante questa frase di Satriani: «Io, da quando ho
cominciato a riflettere da antropologo sulla società meridionale, ho cercato di
capire come la mafia poteva trovare consenso» [Lombardi Satriani, 1997]. Ed
aggiunge Marino che <<è una constatazione, questa del
consenso, della cui oggettività è difficile dubitare. Sempre che l’esistenza di
una “cultura mafiosa” non sia incautamente assunta ─ lo si è già detto e pare
opportuno insistere ancora sull’argomento ─ come un dato antropologico da
riferire ad una astratta “natura” dei siciliani in quanto siciliani.>>.
Più avanti, a pag.25 Marino ci dice
che le affermazioni di Lombardi Satriani sulla cultura mafiosa sono “
condivisibili solo e soltanto a condizione di
considerare responsabili del rapporto organico tra sicilianità e cultura mafiosa
i ceti dominanti dell’isola, e non genericamente i siciliani.”
Ma
a me sembra che non è certo il Satriani che può indurci ad assumere
incautamente la cultura mafiosa come un dato antropologico dei siciliani o a
considerare questi in qualche modo responsabili di un presunto rapporto organico
tra sicilianità e cultura mafiosa. Non solo, ma non trovo neanche inquietante
che Satriani abbia cercato di capire come la mafia abbia trovato consenso.
Ed ecco perché.
Il sociologo nel prosieguo della sua intervista dice:
“I valori che la mafia dice di avere sono quelli
della dignità individuale, dell'onore, del rispetto della "parola": una serie di
valori analoghi a quelli della cultura popolare. Il problema è che, mentre i
valori della cultura popolare sono realmente perseguiti, voluti, come forme di
autorealizzazione, i valori mafiosi sono "detti" per acquisire consenso, e
vengono vissuti in maniera però truffaldina, perché servono per coprire il
comportamento violento.”
Pensiero questo
che non si discosta, ma anzi conferma quello che dice Marino quando parla di
mafia occultata dal perbenismo e da forme assolutamente legalitarie,
solo che Marino, a differenza di Satriani,
direi anzi al contrario di Satriani, pur escludendo che il consenso si possa
fare risalire “ad una qualche originaria affinità antropologica tra la
cultura popolare siciliana e la mafiosità ovvero a una qualche misteriosa
predisposizione del popolo siciliano a generare la mafia, quasi “per generazione
spontanea” a pag.19 ci dice che la mafia ha trovato “ampio e
radicato consenso permeando la cultura popolare” e non, al contrario,
assumendo come propri i valori della cultura popolare.
Come
spiegare allora il Consenso?
Penso molto
semplicemente che la mafia militare pesca consenso e manovalanza nella
disoccupazione, nella miseria e nell’ignoranza. E Marino giustamente ci parla “giustizia
sociale” da realizzare se vogliamo veramente combattere la mafia. Come ho
avuto occasione di dire altrove, trovo rivoluzionario questo pensiero di Marino.
Il
consenso, invece, di chi ad alti livelli finanziari fa affari con la mafia è
uguale in Sicilia come nel resto del paese e del mondo.
E ancora è il prof. Marino che ci spiega come (pag.125 op.cit.)
Si va formando una “società civile” internazionale (nel senso
gramsciano) nella quale un sostanziale metodo “mafioso” dei potenti viene
occultato da enfatici richiami alle libertà, affermandone nel contempo – tramite
un tanto ostentato quanto falsante a-ideologismo trasmesso alle masse dei
subalterni come messaggio di concretezza e senso collettivo dei valori
democratico-liberali – un’ineluttabilità valutata come di per sé virtuosa, in
coerenza con il contestuale mito delle “virtù” attribuite al cosiddetto “libero
mercato”.
(*) Luigi Maria
Lombardi Satriani Antropologia della Mafia Il Grillo 15/12/1997
http://www.spazioamico.it/Luigi_Maria_Lombardi_-_Satriani_Antropologia_della_mafia.htm
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commenti al questa nota pubblicata su facebook il
14 aprile2011
https://www.facebook.com/pages/Globalmafia/223131537712864?sk=wall#!/note.php?note_id=10150162618829605&comments
A
Lo Leggio Salvatore, Giuseppe Carlo Marino e altri 2 piace questo elemento..
Lo Leggio Salvatore
Non ho
riflettuto sulla materia e quel che segue non è pensiero elaborato. Io penso che
vada nettamente separata la storia della mafia e della sua "ideologia" da
connotazioni etnico-geografiche. La mafia che Manzoni rappresenta nei
promessi... sposi, con i suoi diversi livelli, con i rapporti strettissimi con
il potere economico e statale, con le protezioni e connivenze a tutti i livelli,
non è Siciliana; ma benchè la si chiami braverìa assomiglia a tutte le mafie di
tutto il mondo, dalla Cina al Kenia. La mafia ottiene consenso, rispetto e
adesione, con la paura, la potenza e perfino con qualche regalìa, sicchè può
essere perfino egemone in singoli luoghi e singoli momenti, specie quando il
potere legittimo appare ottuso, arbitrario e straniero quanto e più della mafia.
Ma da qui a parlare di egemonia culturale, ideologica sul popolo ne corre. Alla
mafia il popolo si può anche rassegnare e perfino affidare come "male minore";
ma appunto "male", non bene. Se mai può essere vero il contrario, che i mafiosi,
in quanto cresciuti e vissuti in un contesto culturale, assorbono loro e li
deformano valori popolari, per giustificare sè stessi. Si può perfino trovare un
mafioso che in buona fede crede di agire per la famiglia, l'amicizia e l'onore,
ma questi valori vengono deviati e falsati.
Giuseppina Ficarra Caro Salvatore, condivito del tutto quello che dici
Giuseppina Ficarra Questa mattina, rivedendo
la mia nota pubblicata su fb qualche mese fa "Due
tesi a confronto" (3) ho aggiunto questo commento: "Caro Giuseppe Carlo
Marino, rivedendo questa nota a distanza di mese, tempo durante il quale
mi rodeva dentro il tarlo della mafiosità inconsapevole dei siciliani di cui tu
parli, quindi, in teoria, anche mia, anche tua, anche di ...Fara etc., e poichè
io, come tu dici a pag. 17 di "Globalmafia" appartengo ai siciliani che "vivono
in profondità l'angoscia", soprattuto, almeno da parte mia, per queste
affermazioni, ho avuto un flash e mi sono ricordata del sociologo Rocco
Sciarrone da te pure citato nella tua ultima lodevole fatica, Globalmafia, anzi
sei stato proprio tu a farmelo ricordare.
Secondo
il sociologo considerando la mafia innanzitutto una mentalità, una cultura, la
sua diffusione può essere rappresentata attraverso la dinamica di un contagio di
tipo culturale, di cui si farebbero portatori i meridionali. A questo punto
perché non difendersi dal contagio con misure neorazziste? Scrive Sciarrone: "Se
si assume il paradigma interpretativo culturalista, è facile che la spiegazione
della diffusione mafiosa venga avanzata sulla base di una variante dell’ipotesi
etnica.
Considerando
la mafia innanzitutto una mentalità, la sua diffusione può essere rappresentata
attraverso la dinamica del contagio, un contagio di tipo culturale, di cui si
farebbero portatori i meridionali. Questa tesi viene espressa in diverse
varianti e non manca chi tende a renderla più morbida, dicendosi pronto a
riconoscere, per esempio, che non tutti i meridionali sono agenti infettivi.
Tali affermazioni, però, hanno il più delle volte un significato che riconferma
l’ipotesi etnica, poiché sembra che si riconosca ai meridionali la possibilità
di essere semplici portatori sani della malattia."
Anche Luciano
Pellicani ci mette in guardia dalle derive razziste di questa teoria della
mafiosità come cultura diffusa anche se inconsapevole: "Accade così- dice
Pellicani- che, in nome della propria identità culturale, una determinata
collettività può rivendicare il diritto alla non contaminazione e, pertanto, può
esigere che tutti coloro che sono portatori di atteggiamenti, valori e
comportamenti “altri” siano tenuti a debita distanza […]. Il culturalismo offre
una base teorica sufficiente per legittimare il rifiuto di convivere con i
“diversi” (in:
http://inoz.ilcannocchiale.it/post/1198085.html).
Ti assolve
comunque un poco ai miei occhi, caro Marino la tua convinzione che "non si
comprenderà mai il fenomeno mafioso ritenendolo una mera conseguenza della
"mafiosità"". Non siamo proprio respomsabili noi poveri siciliani, così mi
sembra di capire....Dell'effetto dell'egemonia di cui tu parli in Globalmafia ho
parlato nella mia ultima nota su questo argomento: "Traendo spunto da
GLOBALMAFIA del Prof. Giuseppe Carlo Marino prosegue il dibattito sulla cultura
del popolo siciliano".
(*) Luigi Maria
Lombardi Satriani Antropologia della Mafia Il Grillo 15/12/1997
http://www.spazioamico.it/Luigi_Maria_Lombardi_-_Satriani_Antropologia_della_mafia.htm
(1) (http://perlasicilia.blogspot.com/2011/01/caro-salvatore-partendo-dal-tuo.html)
(2)
http://www.ilpuntodue.it/?q=node/1621
(3)
http://www.spazioamico.it/Uno_scambio_di_idee_con_Salvatore_Vaiana.htm#2
Commenti su facebook:
Bernardo
Caputo Mi convince sempre più la teoria, evocata anche da Pino Aprile nel
suo "Terroni" secondo la quale molti meridionali elaborano il disagio e il senso
di colpa della propria condizione di (antropologica ?) inferiorità verso l'altro
da sè - che nella fattispecie sarebbero i "nordici" , quindi "sopra" di noi, in
tutte le esplicazioni dell'attività umana - cedendo alla sindrome di Stoccolma,
per cui si fanno proprie le ragioni di chi ci domina. Sarà anche questa forma
mentis alquanto diffusa e, (questa sì contagiosa ) tanto più, quando veicolata
da cosiddetta intellettualità con intenti financo pedagogici verso tutti, e
particolrmente insidiosa per settori sociali non avvezzi al senso critico, a
diffondere l'autocommiserazione, la sfiucia e il fatalismo. Oggi, malgrado
tutto, possiamo sperimentare, grazie ai nuovi media, l'avanzata delle ragioni
del meridionalismo, la proliferazione di associazioni, movimenti e partiti nelle
declinazioni più diverse, comunque una conoscenza della Storia non più
funzionale agli apparati politico.economico-istituzionali che hanno retto le
sorti delle nostre comunità con gli esiti che ancora una volta dobbiamo
sopportare.