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Dopo elezioni 2008                                                                                       vedi elezioni aprile 2008

Sconfitta della sinistra. L'Italia esce politicamente dall'Europa  Pietro Ancona

La catastrofe. Pietro Ancona

SINISTRA CRITICA VINCE LA SCOMMESSA. ORA RICOSTRUIAMO DALL'OPPOSIZIONE SOCIALE 

L'esodo dei poveri da sinistra a destra  di Barbara Spinelli  20/4/2008  La Stampa   xxxx
 

L'Unità  18.04.08
Sinistra, che fare? Giuseppe Tamburrano
 

Tutto come previsto… Ovvero: chi e’ causa del suo mal pianga se stesso!!! 17 aprile 2008 Enrico Baroni

L’effetto negativo di questa sconfitta... Giorgio Cremaschi

 

Per la razza e il portafoglio - Ida Dominijanni  Manifesto – 15.4.08

 

Una domanda: perchè in Sicilia la sinistra non ha puntato su Rita Borsellino?
 

Anna Finocchiaro Gli inceneritori? NOI NON LI FAREMO Promesse subito smentite! a parte il fatto che non c'è stato il tempo

Ichino: «Questo non toglie che tra la maggioranza e il Pd possano verificarsi delle convergenze su singole materie di politica del lavoro».

 

 

L’effetto negativo di questa sconfitta...

di Giorgio Cremaschi *

su Resistenze del 02/05/2008

L’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e annunciata

www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 24-04-08 - n. 225
da www.contropiano.org/Documenti/2008/Aprile08/24-04-08EffettoNegativoSconfitta.htm

"L’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e annunciata"

di Giorgio Cremaschi *

Il 24 aprile si riunisce il Gruppo nazionale di continuità della Rete per discutere della situazione sindacale dopo le elezioni e dell’iniziativa della Rete.

Le reazioni della Confindustria al voto, la campagna contro la casta sindacale, sono il segnale che il 13 e 14 aprile non c’è stata solo la sconfitta del governo Prodi e della sinistra, ma anche quella del sindacato confederale. Naturalmente questo fatto verrà negato in tutti i modi, non solo da Cisl e Uil, che in fondo possono vantare una coerenza di comportamenti moderati rispetto a Prodi e Berlusconi. Ma anche dalla Cgil, che ha investito tutto, nel proprio ultimo congresso, sul patto di legislatura con il governo Prodi e ora si trova senza patto e in un’altra legislatura dominata dalla destra.

Diciamo subito che è per questa ragione, perché è stato il gruppo dirigente stesso della Cgil a investire due anni fa l’azione sindacale nel rapporto con il governo, che è indispensabile un congresso che democraticamente verifichi il fallimento di una linea sindacale e ponga l’alternativa o le alternative ad essa. E’ chiaro che cosa è in campo. La riduzione del peso del contratto nazionale fino alla sua progressiva scomparsa. E’ singolare che proprio in questi giorni l’Istat scopra le differenze di prezzi tra Nord e Sud e, in perfetta sintonia, rappresentanti del centrosinistra e della Lega Nord parlino di gabbie salariali. Un po’ più a sinistra quelli della Lega, che parlano anche di rilancio di una forma di scala mobile.

Montezemolo rilancia gli accordi separati, anche per acquisire prestigio di fronte alla nuova maggioranza e per coprire i problemi della Fiat. Intanto l’effetto valanga del voto, come sempre avviene in questi casi, fa scoprire ai grandi giornali la crisi del sindacato, la burocrazia e la casta dei sindacalisti.

E’ chiaro che in questo quadro si prepara un nuovo Patto per l’Italia, con l’obiettivo esplicito che questa volta anche la Cgil sottoscriva l’intesa. Gli accordi degli ultimi due anni aprono la via a un’intesa quadro nella quale si flessibilizza definitivamente il salario e le condizioni di lavoro sono sottoposte allo scambio salario-produttività.

La Cgil in questi ultimi anni si è troppo esposta su un terreno moderato, per poter tranquillamente tornare a un ruolo di opposizione sociale e di riferimento culturale e politico per chi contrasta la svolta a destra del paese. Il richiamo al sindacato a fare solo il suo mestiere, in questo contesto, cambia di segno e diventa la regressione verso il corporativismo e l’aziendalismo, il passaggio dalla logica del governo amico a quella per cui tutti i governi sono potenzialmente amici.

Il problema fondamentale è che l’effetto negativo di questa sconfitta si ripercuote anche su tutte e tutti coloro che l’avevano presentita e, invano, annunciata. Quello che è avvenuto era stato già annunciato dai fischi a Mirafiori, il 7 dicembre 2006. Abbiamo urlato in tutte le direzioni dove si andava, non siamo stati ascoltati e ora, paradossalmente, chi ha ignorato tutti questi segnali e avvisi, si prepara a far finta di niente.

Nell’assemblea della Rete28Aprile del 14 marzo avevamo lanciato la proposta della costruzione di un’opposizione nella Cgil, come parte dell’opposizione all’attacco ai diritti alla contrattazione al salario. Come parte della lotta per cambiare le condizioni di lavoro. Questa linea è oggi ancora più necessaria e pone sulle spalle della piccola struttura della Rete, che ha conquistato grande credibilità per aver detto le cose giuste al momento giusto, enormi responsabilità.

Per questo, mentre ci prepariamo a chiedere con determinazione il congresso anticipato della Cgil, dobbiamo organizzare, come avevamo previsto nell’assemblea di Milano, il percorso della Rete teso ad organizzare l’opposizione che, a questo punto con maggiore chiarezza, non sarà solo rispetto agli slittamenti moderati del sindacato, ma anche alle politiche economiche e sociali che si preparano con il governo Berlusconi e con l’offensiva della Confindustria contro la contrattazione sindacale. Nel costruire questa opposizione, però, non intendiamo schierarci a difesa del sindacato così com’è. I giornali che oggi parlano di casta sindacale, quasi tutti vicini al centrosinistra, lo fanno con l’intento di costringere il sindacato a un passo indietro proprio sul terreno della contrattazione e della difesa dei diritti. In un certo senso ciò che si propone a Cgil, Cisl, Uil è un ulteriore scambio: rinunciare definitivamente a una contrattazione conflittuale, in cambio del mantenimento dei Caaf, dei distacchi, delle quote riservate, dei finanziamenti indiretti. Per questo dobbiamo raccogliere la sfida sul terreno della democrazia sindacale e svelare il segno sociale dell’operazione. Chi oggi aggredisce dalle colonne del Corriere della Sera o di Repubblica la casta sindacale, non lo fa perché improvvisamente è colpito dall’esigenza di democrazia e rinnovamento dei grandi sindacati, ma perché vuole ridimensionare in senso liberista contratti e diritti, compreso quello di sciopero. Non dobbiamo però dimenticare che la burocratizzazione dei sindacati, il loro distacco dalla realtà di tante condizioni del lavoro è un fatto reale e, pertanto, la risposta a questa offensiva sta nel rilanciare, accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, la necessità di una vera riforma democratica del sindacato.

Su tutti questi temi intendiamo avviare il percorso della Rete nelle prossime settimane, con l’organizzazione della Rete28Aprile, così come avevamo deciso, in maniera formale e visibile nei territori e nelle categorie. Vogliamo quindi proporre un percorso nel quale Rete28Aprile si presenta a tutti coloro che vogliono organizzare l’opposizione, la difesa dei diritti, la democrazia sindacale. Occorre quindi uno straordinario sforzo politico e organizzativo perché nei prossimi mesi in tutte le principali categorie, in tutte le province, sia visibile e presente la voce e la proposta della Rete28Aprile.

* Coordinatore Rete 28 aprile della Cgil

 

L'Unità  18.04.08
Sinistra, che fare? Giuseppe Tamburrano

Che fare? Così titolava il famoso opuscolo di Lenin. Già: che fare? Vorrei proporre alcune riflessioni sul risultato più clamoroso e inaspettato di queste elezioni: la (quasi) scomparsa della sinistra. E mi chiedo, preliminarmente: è l’effetto del superamento nella moderna società della dicotomia destra-sinistra, come molti sostengono, o è il «tradimento» della sinistra politica che non ha saputo interpretare i bisogni e le aspirazioni di un’area sociale - e culturale - che c’è, che è rimasta orfana e si è dispersa nel non voto, nel voto per partiti estranei di centro e di destra?

La sinistra sociale e culturale c’è, c’è stata e con molte articolazioni, divisioni, errori era - nella prima repubblica - attorno al 40% (socialisti, comunisti e «sinistra diffusa»). Non può essere scomparsa.

È mutata perché cambiata è la società, ma c’è. Ci sono le vecchie e nuove povertà, i bisogni sociali, le aspirazioni ideali. La società moderna è divisa, diversamente divisa rispetto a ieri, ma divisa: e la dialettica che è la forza del cambiamento e del progresso non si è esaurita: la storia non è finita. E per tanti aspetti nuova perché è il portato, appunto, del processo e del progresso. Prima conclusione: la sinistra c’è ma si è quasi dissolto il soggetto politico che la incarna e la rappresenta.

La controprova empirica è che in Europa c’è la destra e c’è la sinistra. E la sinistra è socialista: anche se lo è più di nome che di fatto e deve aprire gli occhi sui problemi del mondo e rinnovarsi.

Oggi in Italia ci sono fondamentalmente due “poli” ma uno, quello diretto da Berlusconi, paradossalmente è alleato con un partito, la Lega, che si reclama rappresentante di vaste categorie operaie, e ospita una intellighenzia che civetta con concetti di sinistra (Tremonti); e l’altro, quello diretto da Veltroni, che, con un altro paradosso, pur avendo le sue radici nella sinistra storica, ha fatto ogni sforzo per non apparire (e non essere?) di sinistra rifiutando persino e recisamente la parola, l’etichetta “sinistra” per disputare all’altro polo la rappresentanza di interessi e di ceti moderati ed occupare un’area di centro.

Insomma vi è una sinistra storica che rifiuta di esserlo tout court, che non si riconosce nemmeno nella sinistra moderata che è il socialismo europeo, e vi è una sinistra politica che ha preteso di esserlo in modo radicale ma è svanita perché ha doppiamente “tradito” la sua area di riferimento partecipando ad un governo che ha praticato una politica impopolare e non rinnovando il suo “antagonismo” in un progetto di socialismo moderno.

Che fare? È possibile rimettere le cose al loro posto? E rivolgo la domanda prima di tutto a Veltroni. Il quale ha tentato di realizzare in Italia l’operazione riuscita a Blair in Inghilterra. Il leader laburista, senza cambiare nome al partito, ha adottato il liberismo della signora Thatcher: molti elettori conservatori stanchi e delusi di un lungo e ormai inefficiente governo conservatore (erano finiti i tempi ruggenti della signora!) hanno sposato il liberismo del giovane e brillante Tony.

In Italia - questo è stato l’handicap di Veltroni - il governo che ha deluso non è stato diretto dall’avversario Berlusconi, ma dall’amico Prodi. E Veltroni non ha potuto scrollarsi di dosso l’impopolarità di quel governo. E il suo disegno non ha avuto successo. Se ha imparato la lezione il leader del Partito democratico deve guardare dalla sua parte, deve guardare a sinistra, a quel progetto tante volte annunciato e mai neanche avviato di costruire anche in Italia un grande partito socialista di tipo europeo e se possibile più avanzato e moderno di quello europeo.

Sarà un processo lungo - ma abbiamo lunghi anni di governo Berlusconi - che forse vedrà la scissione di Calearo e di Colaninno (e speriamo non di tutta l’ex Margherita), ma è l’unica via per un leader che voglia costruire il futuro e “rassembler” la sinistra: come ha fatto Mitterrand il quale ha invertito il corso e la crisi della screditata socialdemocrazia francese; come ha fatto Nenni che, nel 1956, ha capovolto la sua politica frontista e ha restituito al Psi la sua identità democratica.

Ma un compito importante spetta alla residua sinistra radicale. Bertinotti ha lasciato la carica, ma non ha perso la “carica”. Coinvolgendo il Partito socialista occorre avviare un profondo processo costituente, una Epinay o un congresso di Venezia (Psi 1957) ma non per rilanciare l’Arcobaleno: lo lasci perdere perché non ha annunciato bel tempo, ma è stato foriero dell’uragano. La «via maestra, l’immortale» (ho citato Lenin, cito anche Turati), il quadro di riferimento è il socialismo.

Quella sinistra può rinascere dalle sue ceneri a condizione che 1) a provarci non siano solo quelli che in cenere l’hanno ridotta: e perciò Bertinotti deve cercare nuove facce; 2) si parta dalle idee, dalla ricerca di una nuova identità del progetto socialista, e si cerchi di propagare questo processo al Pd, incalzando Veltroni.

E concludo con l’ultimo paradosso. Il modello del capitalismo globalizzato è in crisi; si accentua il malessere sociale nelle aree metropolitane colpite dalla recessione e si aggravano le già drammatiche condizioni dei Paesi poveri colpiti anche da una crisi alimentare di enormi proporzioni. Ormai il ricorso alla mano pubblica è chiesto e praticato dall’establishment. È il momento della sinistra: la quale invece cerca il “centro”, difende il mercato o si gingilla con un “antagonismo” fraseologico mentre operai, lavoratori precari o a reddito insufficiente, pensionati, famiglie povere, giovani in cerca di avvenire, cittadini tartassati da tasse o rifiuti se ne vanno verso la Lega o la sfiducia. Pubblicato il 18.04.08

<<Demoralizzazione, demotivazione sono il lascito del gruppo dirigente della Sinistra Arcobaleno e del suo leader, Fausto Bertinotti, la cui uscita di scena è doverosa. Del resto, l’inconsistenza di quello che è stato costruito in questi anni – ricordate? Sinistra Europea, l’Unione come “nuova formula politica”, un “socialismo del XXI secolo” – è dimostrata dalla “splendida” dichiarazione di uno degli “uomini nuovi” promossi dalla gestione bertinottiana, Pietro Folena: “Su queste macerie è impossibile ricostruire. La sinistra oggi è…il Pd”. Auguri.>>
 
ciao Giuseppina
 
Gruppo Operativo Nazionale di Sinistra Critica - 15/04/08

Sinistra Critica ottiene lo 0,5% e 170mila voti alla Camera e può dirsi soddisfatta del risultato elettorale. Certamente, non siamo stati sufficienti a frenare il disastro provocato dagli errori accumulati da un gruppo dirigente della sinistra istituzionale cieco che ha rifiutato di vedere, ascoltare, riflettere. Ma esistiamo, era l'obiettivo di queste elezioni. Esistiamo con le nostre idee, difese in campagna elettorale e prima nella battaglia interna a Rifondazione, con alcuni progetti di lavoro e con la convinzione di essere utili a un progetto di ricostruzione della sinistra di classe per il quale pensiamo sia importante che Sinistra Critica esista.

La disfatta di Bertinotti
La situazione è sotto gli occhi di tutti: la sinistra di classe fuori dal parlamento, al di sotto di qualsiasi aspettativa, nel limbo di una crisi, a nostro giudizio irreversibile. Una crisi maturata in una dinamica politica che stancamente e inesorabilmente ha ripetuto cose già viste nella storia del movimento operaio. Non è popolare dire "l'avevamo detto" in politica, ma non sappiamo che altro dire dopo cinque anni passati ad avvertire dell'errore strategico rappresentato dal governo con il socialiberismo; dopo due anni in Parlamento passati ad avvertire dell'impossibilità di governare con Prodi e della necessità di rompere con quell'esecutivo e mettersi in salvo. I nostri documenti, gli articoli sui giornali, le dichiarazioni in Parlamento sono lì a dimostrare che era possibile seguire un’altra strada, fare altre scelte, evitare di infilarsi in una governabilità senza esito alcuno.
I risultati oggi li pagano tutti, la disillusione è generalizzata e non risparmia nessuno. Demoralizzazione, demotivazione sono il lascito del gruppo dirigente della Sinistra Arcobaleno e del suo leader, Fausto Bertinotti, la cui uscita di scena è doverosa. Del resto, l’inconsistenza di quello che è stato costruito in questi anni – ricordate? Sinistra Europea, l’Unione come “nuova formula politica”, un “socialismo del XXI secolo” – è dimostrato dalla “splendida” dichiarazione di uno degli “uomini nuovi” promossi dalla gestione bertinottiana, Pietro Folena: “Su queste macerie è impossibile ricostruire. La sinistra oggi è…il Pd”. Auguri.

La sconfitta di Veltroni

Ma il voto consegna anche la sconfitta di Veltroni. Il leader del Pd ha certamente svuotato la sinistra ma non ha sfondato al centro e non ha carpito alcun voto alle destre. In una campagna solitaria Veltroni si è fatto il vuoto intorno e oggi si trova in un’impasse politica evidente: potrebbe allearsi con Casini ma è più probabile che quest’ultimo cerchi un nuovo accordo con la destra, con cui già governa localmente. In realtà al Pd tocca una nuova traversata nel deserto che potrebbe alimentarne contraddizioni e difficoltà. Vedremo.

Il successo di Berlusconi

La vittoria delle destre non lascia spazio a dubbi: se la Pdl perde voti rispetto al 2006, confrontando i risultati di tutta la destra italiana – che nel 2006 era unita e oggi si è divisa in diversi pezzi – troviamo un milione di voti in più, che sostanzialmente vanno alla Lega Nord. Uno spostamento di voti interno che parla di una radicalizzazione dell’elettorato – lo stesso avviene con il balzo di 700mila voti da parte di Di Pietro – di un maggiore insediamento sociale e di un rapporto più “organico” con settori popolari e del mondo del lavoro. Berlusconi ripropone il suo blocco sociale di riferimento con una rappresentanza politica più snella e semplificata e quindi omogenea. Vedremo come procederà il processo di fusione politica annunciata tra Forza Italia e AN e come si svolgerà il rapporto con la Lega. Per il momento non si intravedono tensioni a dispetto degli allarmi profusi da Veltroni.

L’isolamento sociale della Sinistra

Questa analisi aiuta a comprendere uno dei limiti più importanti della sinistra e che ne spiega la disfatta: l’isolamento sociale. Dopo quindici anni la sinistra “alternativa” – al di là degli errori politici e dello scacco politico subito al governo – è stata sconfitta dall’assenza quasi assoluta di radicamento sociale. Il fatto di non aver saputo prevedere la disfatta, il fatto di aver posto l’asticella da superare sempre più in basso – la sconfitta è stata pronosticata intorno all’8%, poi al 7 e al 6 – è stato il sintomo di una soggettività che non sa cosa ha alle proprie spalle, su cosa è seduta, quali referenti sociali rappresenta. Questa è la radice primaria della sconfitta, alimentata da quindici anni di rendita elettorale rappresentata dal simbolo e dall’eredità del vecchio Pci. Il voto di oggi rappresenta la fine di quell’eredità e di quella storia oltre che la sconfitta inesorabile della cultura togliattiana-berlingueriana che viene spazzata via dalla geografia politica. Ed è un po’ patetico il tentativo di Diliberto di spronare i propri militanti a infusioni di falce e martello e bandiere rosse. Da questi gruppi dirigenti che hanno prodotto la disfatta attuale non può venire nulla e soprattutto non può più venire nulla dalla loro cultura politica e dai loro riferimenti teorici e politici (sempre che si possa parlare di riferimenti teorici). La sinistra è all’Anno Zero, in campagna elettorale lo abbiamo detto e ripetuto più volte, e non ci sono scorciatoie politiciste che reggano. Si tratta di interrogarsi, seriamente senza scorciatoie, con il nodo del blocco sociale, con il radicamento necessario e, soprattutto, con la ricostruzione di un movimento dei lavoratori e lavoratrici che passa innanzitutto per il nodo sindacale che non può più essere aggirato.

Il ruolo di Sinistra Critica

Il ruolo di SC è tutto dentro questo approccio. Abbiamo proposto prima della tempesta l’avvio di una Costituente della sinistra di classe e anticapitalista. Crediamo che questo approccio possa e debba essere ribadito oggi sapendo che però vive di due coordinate ben precise: la centralità del radicamento sociale e delle pratiche di lotta e di movimento; la nettezza della questione governativa con l’indipendenza assoluta dal Pd e l’indisponibilità a farsi coinvolgere nella governabilità dell’esistente. Si ricomincia da qui e si ricomincia dall’impegno di movimento. Ipotesi riassemblative di stampo identitario – vedi il “partito di tutti i comunisti” – o politicista – il rilancio dell’Arcobaleno - non solo non ci interessano ma non portano da nessuna parte. Sono solo una perdita di tempo. Serve un progetto di movimento e di opposizione sociale con una sua piattaforma coinvolgente (in particolare su precarietà, salario, diritti, sicurezza lavoro, prezzi) ma che sappia incarnare almeno altri tre grandi temi: la lotta alla guerra, la difesa ecologica del territorio e il No alle ingerenze vaticane e per i diritti civili. Un progetto di movimento per resistere allo “tsunami” delle destre e far ripartire una prospettiva nuova.
Accanto a questo serve una discussione strategica che metta al centro la questione della società che vogliamo, della soggettività che vogliamo costruire, il nodo dell’opposizione e del governo come assi strategici di una nuova identità anticapitalista. Tutto questo ha bisogno di tempo, di sedi adeguate, non di soluzioni pasticciate o di trovate elettoralistiche.

Il nostro progetto

Sinistra Critica si dispone a questo percorso e lo farà attrezzandosi.
Il risultato elettorale ci incoraggia in questa direzione. Lo 0,5% ottenuto alla Camera e quei 170mila voti significano questo. Non ci aspettavamo di più, anzi consideriamo il risultato un piccolo successo visto il quadro di riferimento: una dinamica di demoralizzazione unita alla spinta del voto “utile”; uno sfilacciamento a sinistra alimentato da formazioni, come il Pcl, il cui unico scopo è quello di contarsi e di proporsi come unica prospettiva in una logica autoreferenziale che sfiora il settarismo (e che come dimostrano le provinciali, non riesce a recuperare nessun altro voto a sinistra che non sia il proprio); una formazione nata da soli tre mesi (e che essendo una tendenza interna al Prc non possedeva un simbolo proprio); la scommessa su una candidatura femminile e giovane per forza di cosa poco conosciuta e altro ancora. In questo quadro il nostro risultato è importante e viene rafforzato da risultati apprezzabili ottenuti la dove c’è un lavoro organizzato (citiamo fra tutti il grande risultato che si annuncia a Casoria dove il candidato sindaco di Sinistra Critica sta superando il 6,7% ma anche il simbolico risultato di Bussoleno, in Val di Susa, che ci vede al 2,7%).
Possiamo dunque dire che il movimento politico Sinistra Critica nasce con queste elezioni benché non abbia lo scopo di costituire nell’immediato un partito: ma queste elezioni hanno aiutato a completare l’uscita da Rifondazione, a consolidare un collettivo militante, a strutturare una piccola organizzazione, inserita in alcune dinamiche importanti di movimento e desiderosa di guardare al futuro. Siamo convinti, infatti, che questo risultato non sia il residuo di un punteggio elettorale lasciato sul campo dalla vecchia sinistra ma solo l’avvisaglia di qualcosa che deve ancora sbocciare. Anche la quantità dei contatti raggiunti dal nostro sito (siamo a oltre 50mila pagine scaricate al giorno) dice questo. E quindi andiamo avanti. Sinistra Critica si impegna a organizzare la resistenza e l’opposizione sociale alle destre in una dinamica unitaria di movimento. Si impegna a rilanciare il dibattito e il confronto a sinistra per ricostruire dalle macerie con le avvertenze di poc’anzi, senza illusioni ma senza chiusure. E si impegna ad attrezzarsi incontrando nelle prossime settimane tutti quelli che si sono attivati in questa campagna (alcune migliaia) e dando appuntamento a una grande Festa Nazionale da svolgersi a Roma nelle forme che decideranno i compagni e le compagne di questa città. E’ solo l’inizio.

Il Gruppo Operativo Nazionale di Sinistra Critica
Roma, 15 aprile 2008   http://www.sinistracritica.org/node/441

 

 

 

Tutto come previsto… Ovvero: chi e’ causa del suo mal pianga se stesso!!!

(17 aprile 2008)

Alcune brevi note schematiche , in attesa delle analisi dei flussi elettorali che ci daranno indicazioni ancor più di dettaglio.

Le scelte operate dal governo Prodi, del tutto organico alle scelte della Confindustria e ispirate dalla logica del profitto e del mercato hanno determinato un risultato elettorale che era facilmente prevedibile. Il Popolo della Libertà (n.d.r. – dei padroni di poter fare tutto quello che vogliono) e la Lega Nord hanno vinto abbondantemente le elezioni con circa 10 punti di percentuale di vantaggio rispetto all’altro schieramento borghese capitanato da Veltroni.

La Sinistra Arcobaleno (PRC-PDCI-Verdi-Sinistra Democratica), avendo sostenuto e votato supinamente tutte le scelte antipopolari del governo Prodi -dalle missioni di guerra all’ aumento delle spese militari, dallo scippo del TFR al nuovo attacco alle pensioni,dalle finanziarie di lacrime e sangue all’ attacco alle condizioni di vita dei lavoratori per finanziare padroni e rendita finanziaria con il cuneo fiscale, dall’accordo sul welfare alla riconferma della precarietà, dalla negazione dei diritti civili ai finanziamenti alle scuole private cattoliche…e l’elenco di dettaglio sarebbe infinito- viene pesantemente punita dal suo elettorato e dall’elettorato operaio e popolare , suo potenziale “bacino d’utenza”.

Disponendo di un “patrimonio” del 12% (anche di più se si calcola che Sinistra Democratica era il 15% dei DS) raccolto nel 2006 precipita al 3% dei voti e subisce una disfatta di proporzioni catastrofiche che non ha uguali nella storia della sinistra italiana!!

Si potrebbe tranquillamente parlare della “cronaca di una sconfitta annunciata” anche se, sinceramente, le dimensioni della stessa sono ben oltre le previsioni di chi , come me, dava per scontato un pesante ridimensionamento di uno schieramento che aveva tradito il suo programma storico e il mandato dei suoi elettori ed era sorto solo per ragioni di “sopravvivenza elettorale”.

Un cartello elettorale fatto con il manuale Cencelli, scegliendo solo candidati “nei secoli fedeli”ai 4 segretari di partito della coalizione, politicamente già morto prima ancora della sua nascita.

Ma anche il Partito Democratico esce sconfitto da questa tornata elettorale, perché pur avendo recuperato una parte dei voti della Sinistra Arcobaleno in nome del voto utile (rivelatosi , alla prova dei fatti, del tutto inutile, anzi dannoso per chi ha fatto questa scelta!!!) subisce una batosta clamorosa dal centro destra e , con una politica fotocopia di quella berlusconiana, non recupera neanche un voto nello schieramento avversario che stravince quasi ovunque.

Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione del fatto che quando la sinistra governa o partecipa a governi con politiche filo padronali e di destra …tira la volata alla destra !!!
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http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o11631

Che cosa vuole la società italiana dalla politica, da una maggioranza e da un governo? Che idea ha di sé nel presente, e che cosa sogna per sé per il futuro? Che idea ne ha, e che idea le dà, quell'arco di forze che fino a poco fa chiamavamo sinistra e centrosinistra, e che oggi come oggi non ha nome o s'è dato il nome di centro? Se la parte vincente di questa società predica e razzola ricchezza, xenofobia, sicurezza, privilegio, e su questi valori attrae perfino strati consistenti di quella che un tempo si chiamava classe operaia, che cosa le si offre in alternativa oltre che Calearo in lista? E se il rappresentante sommo di questa parte vincente della società santifica come proprio eroe lo stalliere Mangano, che cosa gli contrapponiamo oltre ai puntuali libri di Saviano e ai sacrosanti «vade retro» di Veltroni?

Manifesto – 15.4.08

 

Per la razza e il portafoglio - Ida Dominijanni

Non è il '94, è peggio. Allora, l'illusionista venuto da Arcore aveva dalla sua una mossa e tre trucchi. La mossa era il bipolarismo, creatura partorita in quattro e quattr'otto in un improvvisato menage a tre con Gianfranco Fini e Umberto Bossi. I tre trucchi erano la sua figura da alieno che conquistava il Palazzo con le armate della società antipolitica, il suo contrabbando di sogni e miracoli, la sua bandiera di un nuovo senza passato e senza radici. Quasi nessuno di quelli che pensavano di intendersene di politica avrebbe puntato una fiche su di lui, ma lui puntò su se stesso e sbancò il tavolo. Stavolta no. L'illusionista aveva perso lo smalto sotto il cerone, l'unica mossa - la proclamazione del Pdl il pomeriggio di una domenica qualunque - l'aveva copiata dal Pd, di alieno non aveva più nulla, invece di sogni e miracoli ha contrabbandato difficoltà e sacrifici con lo sconto del del bollo sul motorino. La novità incarnata tredici anni fa era ampiamente ammuffita, e lui neanche aveva l'aria di puntare tutto su se stesso. Eppure Silvio Berlusconi sbanca di nuovo il tavolo. Al di là di ogni ragionevole previsione e di ogni ponderato sondaggio. E quel ch'è peggio, con uno dei due antichi alleati, Fini, ingoiato nel Pdl, e l'altro, Bossi, redivivo e rinvigorito fuori. Non sarà solo il Popolo delle libertà a governare; sarà il popolo dei fucili e delle ampolle a conferire il colore giusto a quelle libertà. Non è vero che il colore verde della Padania fa a pugni col tricolore dell'Italia. L'una e l'altra possono sventolare assieme - il caso Alitalia l'ha dimostrato - su un localismo separatista dei ricchi che invoca protezionismo statale - altro che liberismo!- a difesa del portafogli e della razza, Berlusconi e Bossi officianti e Tremonti benedicente. E' l'Italia bellezza, anno di grazia 2008. L'anomalia del Belpaese persiste in questa forma mostruosa. Non basta l'alternanza dei paesi «normali» a spiegare questo ritorno rinforzato al centrodestra dopo le batoste fiscali del governo di centrosinistra. Nemmeno serve la favola bella del bipartitismo, la nuova creatura partorita da Veltroni e Berlusconi, a leggere la tabella dei risultati, se non parzialmente: non esiste al mondo sistema bipartitico corredato e condizionato da un partito territoriale dell'entità della Lega. Siamo in Italia, i figurini stranieri ci vengono sempre storpiati. Sicché sarà il caso di lasciarli perdere, e decidersi a formulare la domanda decisiva, questa. Che cosa vuole la società italiana dalla politica, da una maggioranza e da un governo? Che idea ha di sé nel presente, e che cosa sogna per sé per il futuro? Che idea ne ha, e che idea le dà, quell'arco di forze che fino a poco fa chiamavamo sinistra e centrosinistra, e che oggi come oggi non ha nome o s'è dato il nome di centro? Se la parte vincente di questa società predica e razzola ricchezza, xenofobia, sicurezza, privilegio, e su questi valori attrae perfino strati consistenti di quella che un tempo si chiamava classe operaia, che cosa le si offre in alternativa oltre che Calearo in lista? E se il rappresentante sommo di questa parte vincente della società santifica come proprio eroe lo stalliere Mangano, che cosa gli contrapponiamo oltre ai puntuali libri di Saviano e ai sacrosanti «vade retro» di Veltroni? E infine, questa società vincente andrà sempre blandita e rincorsa con la ricerca del consenso, o arriverà il momento di metterla alla prova della ruvidezza del conflitto? Non è il '94 ma è peggio, perché quello che allora era nuovo e insorgente e naive oggi è solidificato e attrezzato e scaltrito. E quello che allora era un voto in cerca di miracoli, oggi è un voto in cerca di stabilizzazione. E rischia di trovarla, perché anche nell'altra metà del campo ciò che allora era in forse, il destino della sinistra dopo l'89, adesso si va stabilizzando con la sua cancellazione. Manca solo un tassello, l'archiviazione della Costituzione, il collante della destra tripartita del '94, senza il quale il suo progetto non può dirsi compiuto, e che già una volta è stato tentato in parlamento e respinto da un referendum. Non chiamiamole, urbanamente, «riforme funzionali», e nessuno persista nel sogno di farle con un accordo civile e a costo zero. La posta in gioco non è un parlamento più snello e un governo più efficiente. E' il disegno di un'altra Italia, con un'anomalia rovesciata rispetto a quella del secolo scorso,. e confinata in una trappola impermeabile a tutto il buono che c'è nella trasformazione globale di questo. Liberata - se così si può dire - dai vincoli istituzionali e dalle sigle improbabili, la sinistra che c'è, se ancora c'è, metta in moto l'intelligenza e l'inventiva. Sotto le macerie c'è un mondo da scoprire.

Carissima, ti ricordi cosa dicevo circa due mesi fa? "Non dimentichiamo però che il vero segnale che si vuole combattere "VERAMENTE" la mafia è tagliare i rapporti mafia-politica, è non tollerare più, per esempio,  che un Dell'Utri e un Andreotti siedano in Parlamento. Ci sono questi segnali?"
Ora abbiamo Cuffaro al Senato!!!!!!!!
Alla luce dei risultati elettorali torno a farmi una domanda: perchè in Sicilia la sinistra non ha puntato su Rita Borsellino? Anna Finocchiaro si è attestata molto al di sotto del successo personale ottenuto due anni fa da Rita Borsellino. Intanto una considerazione: in Sicilia, proprio per merito di Rita, la sinistra arcobaleno raggiunge il 4.99%,  più che in campo nazionale.
Giuseppina

http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6584
Anna Finocchiaro sconfitta - eh sì, sconfitta, che altro? - resta bloccata al 30,4. Molto al di sotto del successo personale ottenuto due anni fa da Rita Borsellino che stavolta viene ridotta al rango di extraparlamentare, qualche decimo al di sotto dello sbarramento del cinque per cento che ha messo fuori combattimento la Sinistra Arcobaleno anche in Sicilia.


Non va in parlamento nazionale l’eurodeputato Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso dalla mafia a Catania. Non torna nell’assemblea regionale quella Rita Borsellino, sorella del magistrato per il quale ben diversi fuochi certi siciliani accesero in seguito alle sue inchieste su un certo Mangano emigrato ad Arcore con l’affidavit di un noto bibliofilo siciliano. Per Rita, solo due anni fa i giovani emigrati a Milano organizzarono un treno straordinario per venire qui a votarla. Adesso, altri giovani, prenderanno lo stesso treno per tornare definitivamente a cercar fortuna nel Nord di Bossi. Altri prenderanno il volo verso la Francia di Sarkozy, l’izquierda moderata di Zapatero, gli States subprimari di Bush. Al peggio non c’è Silvio.

Resta fuori dall’Ars anche la grillina Sonia Alfano, figlia del giornalista senza tessera e senza timori ucciso a Barcellona mentre era sulle tracce del boss latitante Santapaola.
Ora, comprendo e in parte condivido, l’entusiasmo di Giovanni Sartori per la razionalizzazione del quadro politico. Ma condivido anche le preoccupazioni del collega Riccardo Orioles fondatore dei Siciliani con Pippo Fava. Un parlamento in cui c’è ancora posto per Calogero Mannino ma non ce n’è più per Nando Dalla Chiesa, ha un problema da risolvere. Un partito in cui il parlamentare ripreso dai carabinieri mentre discute di appalti col boss mafioso decide sulla candidatura del vicepresidente della Commissione Antimafia, ha un problema. E deve affrontarlo. Un partito di opposizione forte e coerente forse non dovrebbe proporre come testa di serie alle prossime elezioni comunali il figlioccio dell’ex governatore… sì, sempre quello che ora deve fare i conti con l’assessore catanese alla cultura, l’indipendente polista-komeinista Silvana Grasso che gli grida “Totò torna al cannolo…”. E lasciamolo mangiare i cannoli, ormai, che male fa? Ormai.
A noi che preferiamo gli arancini di Montalbano non resta che accettare un’antica verità siciliana. “Chiu’ scuru ‘i mezzanotte non po’ fari”. Ovvero, più buio che a mezzanotte non può capitare. Speriamo sia così. Anche perché a metà giugno si vota in Sicilia per un importante turno di elezioni amministrative. Ok. C’è stanchezza. C’è il buio della mezzanotte. C’è voglia di riposare un po’. Si può fare. L’importante sarà svegliarsi per tempo. Da Catania, per il momento, è tutto.
 “Buonanotte Sicilia”.

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Rita Borsellino alle primarie di 2 anni fa
 Secondo i dati di 487 seggi sul totale di 498, Rita Borsellino ha ottenuto il 66,9 per cento delle preferenze (123.591 voti) contro il 33,1 per cento di Latteri (61.204 preferenze). A Palermo la Borsellino ha conquistato 18.953 voti, circa l'85 per cento. ... "Sento una grande responsabilità anche alla luce del risultato che sta venendo fuori e che mi dà quasi al 70 per cento - ha detto la Borsellino - La mia era una candidatura di discontinuità e i siciliani l'hanno ben compreso affidandomi il compito per il quale ho accettato di partecipare".
...... Il risultato di Rita Borsellino può comunque considerarsi un successo: è stato il candidato di centrosinistra più votato nella storia della Sicilia con oltre un milione di consensi ed attorno al suo nome (scelto con le primarie) si è ritrovata tutta lUnione.

Per sostenere la sua candidatura sono nati in tutta lisola anche 200 comitati spontanei, realtà che in parte ancora oggi continuano ad esistere e a fare da raccordo tra le esigenze del territorio e la vita dell'Ars. Anzi è proprio da questo fermento che nato il movimento UnAltra storia. Un movimento che in nome del cambiamento vuole mettere insieme i partiti dellUnione, la società civile organizzata siciliana e i giovani.

domenica 2 marzo 2008

Anna Finocchiaro: «Saró la madre della Sicilia»

 
Lungo discorso della Finocchiaro nella Valle dei Templi di Agrigento per l'apertura della campagna elettorale: "Basta con Cuffaro e Lombardo, con le raccomandazioni e l'uso clientelare del denaro. Qui non vengono riconosciuti neanche i bisogni più elementari, io cambierò tutto. Zambuto? E' un po' confuso. Gli inceneritori? Noi non li faremo"
 
 
 
"Gli inceneritori tanto voluti, quasi sognati da Cuffaro, noi non li faremo. I quattro previsti per tutta l'Isola non si faranno. E non si farà quello che il precedente governo regionale aveva previsto per Casteltermini, nella zona montana di Agrigento. Tornerò qui dopo aver studiato e farò anche dei numeri sul perché non farlo".
http://cittanuovecorleone1.blogspot.com/2008/03/anna-finocchiaro-sar-la-madre-della.html

20/4/2008  La Stampa

L'esodo dei poveri
da sinistra a destra  di Barbara Spinelli


Il passaggio da sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni, estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe. Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il benessere o il potere cui aspira. «Il No ­ spiega nella Genealogia della Morale ­ è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori», «altro», che è «non io».

Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero.

Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche, e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario (in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate, ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in Pennsylvania.

Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico che fatica a sbarcare il lunario.

Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite. Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia.

Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata, indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante, invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti, gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra.

Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi sempre s'atteggiano a vittima.

L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime. Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico.

Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800 sulla sinistra ­ in Texas ad esempio ­ e sia stato poi disinvoltamente catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi, sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati, tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba ­ dice Sarkozy ­ e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori ma pur sempre devoti.

La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti in un settore ­ l'immigrazione ­ che sarà sanato dalla legge uguale per tutti oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura della falsa paura che si incute.

 

Ichino corteggiato da Berlusconi rifiuta il ministero, ma  <<agli amici ha anticipato che proseguirà nell'impegno a costruire il Dna della politica del lavoro del nuovo partito su basi profondamente diverse rispetto a quelle della vecchia sinistra.>> http://www.corriere.it/politica/08_aprile_24/trocino_b6d3b15c-11c2-11dd-8094-00144f02aabc.shtml 
che è come dire che non può accettare solo per salvare la faccia, ma è in piena sintonia con il cavaliere.E ci chiediamo il perchè della disfatta? Perchè la sinistra dove votare per un governo con Ichino?  Giorgio Cremaschi ne aveva dipinto bene il pensiero nel suo articolo
"La gabbia liberista sul salario" del 28/11/2007 
Giuseppina