| RASSEGNA STAMPA |
ELEZIONI APRILE 2008 vedi dopo elezioni 2008
Manifesto – 22.2.08
Dieci buone ragioni per un voto utile, a sinistra - Gloria Buffo e Marisa Nicchi
L'impressionante fuoco mediatico a favore di Veltroni e del Pd non deve stupire più di tanto. Ci sono in questo fenomeno gli aspetti ridicoli e un po' mascalzoni del nostro giornalismo come testimonia (ma è solo un piccolo esempio) il titolo di un grande quotidiano che presenta Finocchiaro e Borsellino in Sicilia come un ticket del Pd. Si tratta di un falso, ma tutto serve a alimentare la batteria di fuoco pro Pd. C'è poi sicuramente l'interesse dei gruppi economici forti a sostenere e ispirare un partito amico loro che viene non a caso presentato come l'unica scelta che può contare. E c'è anche però una lezione per noi ovvero, che la campagna elettorale si combatte subito, ogni giorno, con le proposte e con l'iniziativa serrata. Non è più il tempo di dire «la sinistra e il Pd non saranno fratelli coltelli». Adesso si compete, il tempo dei pranzi di gala è finito. Accanto alle proposte vere e proprie - che speriamo vivamente siano asciutte,e facilmente comprensibili - bisogna argomentare politicamente le ragioni del voto per la Sinistra Arcobaleno. Noi ne vediamo alcune chiarissime che vanno evidenziate adesso se non vogliamo inseguire gli argomenti altrui. La prima ragione (più rispetto per le donne, meno paura del Vaticano) è che il voto alla sinistra è utile perché è l'unico che garantisce alle donne che non si scambierà la loro libertà e dignità e il loro corpo con le diplomazie verso il Vaticano. Attenzione: nessuno dice che la legge 194 è da cambiare, ma gli altri non sono disposti a denunciare il fatto che si vuole snaturare quella legge contro l'autonomia delle donne. Questa è la vera questione in gioco. Il Pd dice che l'aborto va lasciato fuori dalla campagna elettorale perché non vuole spendersi a fondo a tutela dello stato di diritto e del compromesso tra stato e decisione della donna contenuto in quella legge. La seconda ragione (meno guerra, più buona politica) del voto utile riguarda la guerra: l'unica garanzia che L'Italia non parteciperà a dissennate azioni armate nei Balcani è il voto alla Sinistra. L'unica certezza che si cercherà una strada meno rovinosa per l'Afghanistan di quella di una azione militare che dopo sei anni palesemente non funziona è la scelta per la sinistra. La terza buona ragione (meno spese militari più soldi alla scuola e all'università) è il disarmo: l'Italia è al trentaduesimo posto per la ricerca scientifica e al quarto per spese pro capite per armi e difesa. Di fronte al riarmo impressionante in corso, di fronte all'evidenza che qui sta una delle radici dell'ineguaglianza spaventosa e dei pericoli per l'umanità, solo la sinistra prende impegni chiari. Al quarto posto (più diritti e salari, meno sconti alle imprese), non certo per importanza, sta il lavoro. Bene che se ne torni a parlare, dice Epifani. Ma, impresa e lavoro sono uguali? La Sinistra pensa di no e sceglie: per un paese più giusto e moderno. Bisogna ridare riconoscimento e dignità al lavoro. Lo spieghiamo prima o poi in un dibattito televisivo che se i salari non sono stati al centro della politica del governo Prodi, benché la Sinistra lo chiedesse, è perché non hanno voluto Padoa Schioppa e i veti del Pd? I co.co.co. e i co.co.pro. sono in gran parte lavoratori dipendenti mascherati e questo imbroglio lo conoscono tutti. Il Pd propone ora di dargli un salario minimo, ma non di superare l'imbroglio. Non sarà più riformista svelare l'inganno e cambiare quelle norme della legge 30, operazione che non costa ai contribuenti, ma chiede alle imprese quella responsabilità sociale che dopo anni di crescita dei profitti è il minimo che si può chiedere? La redistribuzione così non avverrebbe solo a spese dello stato (con il calo delle tasse sul lavoro), ma con una divisione dei benefici della produttività più equa. Quinto (più stato sociale, meno regali alle rendite). A proposito di redistribuzione bisogna chiedere una tassazione più giusta, anzitutto delle rendite. E poi, visto che la ricchezza si può ripartire verso il basso attraverso salari, pensioni e servizi bisogna necessariamente rafforzare lo stato sociale in controtendenza con lo svuotamento perseguito in questi anni. Un asilo nido è indispensabile quanto un pronto soccorso e la politica per sostenere la non autosufficienza, per assicurare alle donne la libertà di lavorare non si risolve con un bonus in denaro, ma contando su una rete di servizi forti: qui c'è il pilastro di una maggiore giustizia sociale e di un progresso economico. Quando Veltroni dice che si devono tagliare tre punti di spesa pubblica cosa accadrà per sanità e servizi? Il voto alla sinistra è l'unica garanzia che si vada verso il rafforzamento del welfare. Sesto (più qualità allo sviluppo, meno scempio di risorse e territorio). L'ambientalismo del «sì» proposto da Veltroni è speculare a quello del «no»: li non va bene niente, qui va bene tutto. Invece ci vuole l'ambientalismo della qualità. La garanzia sta nella sinistra arcobaleno che non deve rendere conto ai grandi interessi economici, ma tiene a cuore i beni comuni. Settimo (più libertà per le persone e meno ipocrisie conservatrici). La libertà di divorziare senza attendere troppi anni, i diritti degli omosessuali, il testamento biologico: la garanzia che uno stato paternalista - che in Europa non c'è più - non decida al posto nostro, sta in Italia solo a sinistra. Ottavo (più soggetti televisivi, meno favori a Mediaset). Il conflitto d'interessi non ha trovato soluzione perché non si è voluto né la volta scorsa, né questa. Prima, perché D'Alema diceva che Berlusconi si sconfigge politicamente, più recentemente invece, c'era da fare, insieme a Forza Italia, la legge elettorale bipartitica. Anche qui, il voto a sinistra è l'unica speranza. Infatti chi ragiona in termini di potenza sostenendo che le armate televisive di Berlusconi non si possono toccare ed è meglio venire a patti chiedendo spazi a Mediaset, non ragiona in termini liberali. La sinistra in Italia è più liberale dei democratici. La nona ragione (meno partiti nelle nomine, più politica nella società) è la questione morale. Non c'è legalità, né lotta alla mafia se non si moralizzano vita pubblica e partiti. E non ci pare che il problema sia solo dalle parti di Ceppaloni. Ci vuole coraggio: avanti con la legge sulle nomine in sanità, passi indietro dalle giunte impresentabili. Quella della questione morale è una sfida difficile, ma è quella vitale. E infine la politica-politica: chi non desidera che il Pd si butti nella grande coalizione ha un solo sistema per scongiurarlo, far arrivare tanti voti alla sinistra. Una postilla sul '68. A parte che il 6 politico non data a quell'anno, molti elettori ricordano cosa era l'Italia prima di quel grande cambiamento: provinciale, ottusa verso le donne, con le classi differenziali nella scuola pubblica... anche in questo caso i liberali e i progressisti stanno più a casa nostra che dalle parti del Loft. Voler essere insieme Sarkozy, Obama, Zapatero va bene forse per gli spot, un po' meno per la realtà vera delle cose e delle persone e per questa Italia bisognosa di una svolta di giustizia, libertà e civiltà.
La ricerca disperata dell'«Altra Italia» - Matteo Bartocci
Manifesto – 22.2.08
Il «cratere» scavato dai due anni di governo. La «liquidazione della sinistra» decisa dal Pd. La natura «non negoziabile» delle politiche di mercato. Lo «spavento e la disperazione» di milioni di donne e di uomini. Marco Revelli non risparmia toni apocalittici sullo stato delle cose e le prospettive della sinistra. Nell'«inverno del nostro scontento», il colloquio con il sociologo torinese non può non partire però da un bilancio del governo Prodi. «Gli ultimi due anni hanno scavato un cratere con cui dobbiamo per forza fare i conti - avverte Revelli - soprattutto Rifondazione è stato colpita al cuore. Non per un fallimento amministrativo o per incapacità delle persone, dei ministri o dei singoli parlamentari. Il problema è che è stata completamente sconfitta una linea politica: quella secondo cui era possibile spostare gli equilibri politici e sociali da una posizione di governo. E' la vera differenza con il '900 maturo del «compromesso socialdemocratico»: questa società non si lascia attraversare da un governo non omologato. Le politiche hanno una «anelasticità» inedita e non sono, per così dire, «negoziabili». Questo è stato il quadro del governo Prodi. E dopo il voto temo che sarà anche peggio. Siamo entrati in un'epoca strutturalmente «impolitica». Intendendo con questo termine il venir meno dell'essenza della politica moderna: la capacità di deliberare l'ordine sociale sulla base di un progetto o di un'idea di «società giusta». La capacità di trascendere l'ordine dell'esistente per «edificarne» un altro liberamente e collettivamente scelto. Proprio la caduta del governo ha costretto la sinistra ad accelerare il processo unitario. Ma questa accumulazione di forze può bastare a cambiare il quadro? E' una sinistra dai riflessi spaventosamente lenti, che stenta a cogliere la dimensione di quello che sta succedendo. La svolta impressa dal Pd sconvolge tutta la mappa delle identità politiche italiane. E' una liquidazione chiarissima, esplicita e credo irreversibile, perfino del concetto di centrosinistra. Di una possibile (e naturale, vista la natura del centrodestra italiano) alleanza tra la sinistra cosiddetta moderata e la sinistra cosiddetta radicale. Possiamo dire anche di più: il Pd è il taglio voluto, deliberato e proclamato con le ultime radici di un'identità «di sinistra». Penso ai suoi simboli, alla negligenza su resistenza e antifascismo nella carta dei valori, ai suoi temi identificanti. Penso alla scandalosa campagna d'autunno contro la «città fragile» - lavavetri, vagabondi, mendicanti, nomadi - scatenata dai sindaci «democratici» come primo atto di quel processo «costituente». E' tragico che la parte maggioritaria dell'ex-sinistra abbia fatto questa scelta. Ma perché consideri la fine del centrosinistra un male? La sinistra non è finalmente più libera di essere se stessa? Certo, ma ciò che mi rende in qualche misura «disperato» è che un'alternativa credibile e all'altezza del «terremoto centrista» ancora non si vede. Ovunque vada, e giro parecchio, trovo gente frastornata e spaventata dalle scelte del Pd che però non sembra prendere in grande considerazione il voto a sinistra. Se l'alternativa di sinistra vuole essere davvero «nuova» dovrebbe misurarsi con una società trasformata nel profondo, essere capace di superare vecchi dogmi (come quello sviluppista) o il modello di partito burocratico novecentesco, o almeno di metterli apertamente in discussione. Invece mi sembra di assistere a una sorta di congelamento delle idee di fronte alle minacce, e al prodromo, della liquidazione della sinistra tout court. C'è una forte difficoltà a guardare oltre la scadenza elettorale: al quadro e al vuoto che si apriranno se non si innova radicalmente. Soprattutto c'è, e pesa, una totale sottovalutazione dei guasti profondi di questo anno e mezzo di governo. Si profila se non un «governissimo» tra Pd e Pdl quanto meno una condivisione esplicita dell'agenda e delle forme della rappresentanza. In qualche caso perfino dei programmi politici. Il Pd, in questo senso, è un emblema paradossale di questa «fine della politica» o della sua «inoperosità». Proprio il Pd, che si presenta come iper-politico, come il trionfo della tecnicalità politica, è in realtà essenzialmente im-politico. La sua linea è accettare il reale così com'è, cioè la negazione stessa della politica. Per Veltroni il paese reale è irriformabile (per questo sceglie di «riformare» se stesso, per adattamento). E quando dice che «non ci sono due Italie ma una sola» condanna a morte la politica, perché fa coincidere il paese reale con la sua autobiografia negativa. Perché sanziona la riconciliazione di tutta l'Italia, compresa la minoranza che vi si era opposta, con la propria parte peggiore, con i propri vizi più radicati, mentre la politica dovrebbe servire proprio al riscatto. L'idea di un'altra Italia non è più data, oppure è presentata come un ostacolo alla «bella unità degli opposti», come un'idea residuale o di pura testimonianza. In questo quadro la sinistra parlamentare rischia veramente di scomparire? Che dire? Ha consumato gli ultimi 4 mesi a discutere di riforma elettorale. E quando propone la propria immagine di società la dipinge in modo stereotipato o aproblematico. Va benissimo dire che si deve partire dal lavoro e dal rapporto capitale-lavoro. Ma quale lavoro? Quali «figure» del lavoro nella frantumazione del modello fordista e della grande fabbrica? E' un momento in cui il lavoro stenta persino a fare racconto di sé. Devono bruciare vivi i lavoratori, i loro corpi, perché ci si accorga che c'è ancora chi lavora con il ferro e con il fuoco. Che non ci sono solo «Imprenditori» e «imprenditori di se stessi». Perché secondo te il lavoro stenta ad assumere una sua soggettività? Perché l'unico soggetto su piazza è il capitale? Sono domande impegnative ma se la sinistra non risponde è fuori gioco. Gli altri, purtroppo, una risposta l'hanno data: per loro l'unico soggetto in campo è l'impresa (e questo mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di impoliticità della situazione, perché l'impresa è soggetto «privato» per definizione). Il Pd di Veltroni presenta il programma della Confindustria punto per punto. Candida come capolista il figlio di un imprenditore secondo il vecchio principio dinastico. E non è nemmeno il figlio di un «capitano d'industria», di un self made man con vocazione da produttore ma il figlio di un imprenditore - finanziere, uno scalatore d'imprese altrui. Poi, certo, candida anche un operaio, uno che ha dovuto rischiare la pelle per conquistarsi una visibilità simbolica e come ornamento simbolico è stato scelto: il testimone di un residuo e di una difficoltà. A me pare un'operazione spaventosamente cinica, ma i nostri che dicono? Sono silenti. Come ti spieghi questa afasia? La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell'esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell'analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza. Ti aspettavi un'offensiva clericale come quella sull'aborto, che ormai non salva più nemmeno le apparenze? E' un altro aspetto di debolezza di una sinistra troppo timida anche sul terreno dei valori. Oggi se vuoi conquistare il campo devi avere una visione etica e valoriale molto forte. Non ti puoi muovere solo a difesa delle conquiste dei decenni scorsi, devi presentare una visione coerente capace di suscitare passioni ed entusiasmo per le generazioni che vivono nel mondo trasformato di oggi. Devi toccare i nervi della vita vissuta. Invece persino nei suoi comportamenti quotidiani, questa sinistra politica, nei suoi protagonisti pubblici, è desolante. Nelle relazioni al suo interno, per dire, è incapace di offrire l'esempio di uno stile diverso, non riesce a superare le meschinità di una pratica micro-competitiva. Di un ben visibile «marcarsi a vicenda». Anche il modo in cui si è arrivati, obtorto collo, a questa Sinistra arcobaleno è un po' desolante, senza entusiasmo e senza segnali nuovi. Il movimento operaio delle origini lanciava una profonda speranza di palingenesi, di cambiamento morale, che oggi è spaventosamente assente. Gli altri ripropongono le peggiori visioni tradizionaliste però intanto si accampano e condizionano il terreno dei valori. Non puoi affrontare la loro sfida con una logica burocratica. Ma non ti pare che questa competizione sui valori sia fuori dal tempo? Se guardiamo gli Usa a me pare che la campagna presidenziale 2008 si muova su tutt'altro: assistenza sanitaria, crisi economica, fallimenti in politica estera... Qui in Italia siamo arretrati, è vero. L'operazione delle destre è tecnicamente reazionaria, da Restaurazione stile 1815. Non ci si accorge nemmeno più che proprio le figure che hanno incarnato quelle idee politiche non reggono il terreno da loro stessi prescelto. Lasciamo stare Bush ma anche Sarkozy si sta rivelando un guitto di periferia, un bambolotto di pezza. La nostra è una destra che mescola impunemente i «padre pii» con le veline. Che fa uno spettacolo grottesco di uomini che celebrano il family day con 2 o 3 famiglie a carico. Come si fa a non vedere la mistificazione di chi celebra la famiglia di giorno e la sera si vanta di andare al night? La grande stampa nazionale su questo è compiacente o reticente. Non siamo più nemmeno capaci di giudicare gli uomini per quello che sono. Per demistificare aspetti così ridicoli ormai servirebbe un neopuritanesimo molto forte, da levellers della rivoluzione inglese del 1648, il radicalismo etico di Puritanesimo e Libertà, contro la controriforma postmoderna di una combriccola di reazionari che usano l'innovazione più radicale per restaurare la peggiore Tradizione. Come antidoto una volta c'erano i Salvemini, i Gobetti, gli Ernesto Rossi... esponenti, appunto, di un'«Altra Italia», ma io oggi tutto questo rigore non lo vedo. Vedo tanti seguaci di Padre Pio e dell'Opus dei a destra, al centro, e anche più in qua... Dipingi un quadro veramente devastante. Ma c'è una possibilità di essere ancora interessati a questa sinistra? Un interesse c'è sempre. Per me la priorità, oggi, è tenere aperta la possibilità di una lotta politica. Bisogna tenere un varco. Per questo spero che da queste elezioni non esca distrutta o tanto marginale da risultare invisibile. Ma questa speranza non ha nulla a che fare con ciò che questa sinistra è oggi. Riguarda quello in cui potrebbe trasformarsi. Senza la possibilità di un'alternativa, la notte della politica calerà del tutto e il mare si chiuderà sopra di noi, come nel ventiseiesimo canto dell'Inferno.
Ichino, la Cgil e il Pd pigliatutto - Loris Campetti
Manifesto – 22.2.08
C'è un nuovo partito in Italia, finalmente libero dall'eredità della «sinistra conservatrice» che riteneva prioritaria la difesa del posto del lavoro. E' nato il Pd e finalmente vi ha trovato «piena cittadinanza» il giuslavorista che sostiene la flexicurity, la revisione radicale del sistema contrattuale, il tiro al bersaglio sui lavoratori pubblici «fannulloni» e la libertà di licenziamento attraverso l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si chiama Pietro Ichino e ha buona stampa, anzi ce l'ha quasi tutta dalla sua. Quando non scrive sul Corriere è intervistato da Repubblica e l'Unità gli dedica l'apertura della pagina politica, com'è successo ancora ieri per informare l'opinione pubblica democratica che infine il dado è tratto, Ichino ha trovato «piena cittadinanza» ed è candidato nel grande partito guidato da Veltroni. Il neonato partito pigliatutto ha accolto le condizioni che il giuslavorista aveva posto prima di accettare l'offerta. Ichino diventa così l'icona delle politiche del Pd sul lavoro e parte subito in quarta: via l'articolo 18. Se in un ipotetico governo del Pd gli venisse proposto di fare il ministro del lavoro accetterebbe volentieri, ma a condizione - Ichino pone sempre delle condizioni - di essere libero di applicare le sue idee sul settore pubblico, sul contratto unico flessibilizzato, sullo spostamento della contrattazione collettiva verso la periferia e il secondo livello, e via revisionando e flessibilizzando. Ci farebbe rimpiangere Cesare Damiano. Ichino interpreta con coraggio, e non da oggi, un sentimento e una pratica diffuse tra gli eredi principali della sinistra, ansiosi di liberarsi dai lacci e lacciuoli delle ideologie, perché un solo mondo è possibile, in cui le regole dell'economia e del lavoro sono dettate dall'altra sponda dell'Atlantico e dagli organismi finanziari internazionali. Il professore è stato oggetto di molte e ripetute critiche per le sue posizioni «eterodosse», come lui stesso ama orgogliosamente definirle. Soprattutto dall'interno della Cgil che ha sempre sostenuto posizioni, se non proprio opposte, certo assai diverse. Basti leggere gli atti dell'ultimo congresso. O il lavoro del valente gruppo di giuslavoristi che elaborano le strategie della confederazione. Domenica a Roma una parte significativa della sinistra Cgil, insieme a Epifani, renderà pubblico il suo sostegno a Walter Veltroni e al Pd. E' così naturale, per questi dirigenti sindacali, militare nello stesso partito di Pietro Ichino? Forse qualcosa è cambiato nel maggior sindacato italiano. Forse anche le politiche del lavoro della Cgil - contratti nazionali, democrazia, rappresentanza, salari - stanno cambiando, come sembra di capire dalla bozza di documento con cui, insieme a Cisl e Uil, Guglielmo Epifani intende presentarsi all'incontro con le controparti padronali per riformare le regole stabilite con gli accordi del '92-'93. Una bozza apertamente contestata dalla Fiom e dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile e maldigerite da molte Camere del lavoro. Come si fa a ridurre il contratto nazionale al recupero (e non è chiaro di quale entità) dell'inflazione, rinunciando a qualsiasi miglioramento salariale, a qualsiasi forma di redistribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori? Come si fa a ignorare che il secondo livello contrattuale è un «lusso» di pochissimi, e a dire che tutto il salario che quei pochissimi riusciranno a conquistare dovrà essere legato alla produttività, dove per produttività le imprese intendono il plus valore? Se fosse così, se realmente fosse in atto una trasformazione di sistema nel mercato del lavoro, nel rapporto tra lavoratori e sindacati e tra sindacati e imprese, accompagnata anche dalla disponibilità della Cgil, allora si spiegherebbe la compatibilità ieri impensabile di una parte maggioritaria del sindacato di Epifani con le tesi di Ichino. Il dubbio viene rafforzato dal fatto che in alcune realtà del nord, in particolare in Lombardia, già oggi i corsi di formazione sui diritti del lavoro destinati ai sindacalisti e ai delegati sono affidati dalle Camere del lavoro non ai giuslavoristi della Consulta della Cgil, ma proprio a Pietro Ichino. Che del resto è da sempre militante della Cgil, così come chi ne contesta le tesi. Ha ragione Carlo Podda, segretario della categoria che rappresenta i «fannulloni» del pubblico impiego, quando sul manifesto di oggi chiede non soltanto al Pd, ma anche al suo sindacato, di scegliere una linea sul lavoro, e di dire se le risoluzioni congressuali sono ancora valide e dunque Ichino ha torto, oppure se è cambiata la linea della Cgil. Anche a noi, che non capiamo perché un pezzo di sinistra Cgil abbia deciso di andare a benedire Veltroni e il partito di Ichino, piacerebbe sapere se domani, di fronte a un tentativo di un «nuovo» governo di cancellare l'articolo 18, troveremmo ancora la Cgil al Circo Massimo insieme a tre milioni di lavoratori.
Acque torbide - Rossana Rossanda Manifesto – 3.3.08
Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile. Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata. Agitando un'avvenente flexsicurity che, oltre a mandare all'aria qualsiasi professionalità (perché, quando sei licenziato devi accettare qualsiasi secondo mestiere ti si offra) è una frottola se non dove, come in Danimarca, è altissima la spesa sociale e per quattro anni, aiutato dal sindacato, puoi cercare un altro impiego senza perdere il salario. Da noi vige il comandamento: ridurre la spesa pubblica, già inferiore alla media europea dell'Ocse. Il trend è ridurre il «bene pubblico» e l'«intervento pubblico» in genere. Già nel prodiano «sussidiarietà» stava il germe del teorema: il pubblico interviene «soltanto dove il privato non arriva». Negli Stati uniti non rispondono a questa regola anche istruzione e sanità? E per la pensione non ci sono le assicurazioni private? Il sindaco d'Italia aggiunge con uno smagliante sorriso che solo se «aumenta la ricchezza» ci sarà meno disuguaglianza. La torta piccola si divide fra pochi. E precisa che se non ci fossero stati i comunisti (lui nel profondo del cuore non lo è mai stato) o i veti sindacali o le leggi tipo Giugni eccetera, saremmo un paese prospero e felice. Lo ridiventeremo votando lui o Berlusconi, che ha ripescato quando era al suo punto più basso, considerandolo il solo in grado di rappresentare l'«altro» grande leader. E quello si è attaccato alla pertica che gli veniva tesa e s'è fuso con Fini. Poi se la vedranno ciascuno con i propri cespugli - come li ha prontamente definiti la stampa - il primo con il centro, Casini e compagni, il secondo con quel che resta della sinistra. A sinistra non sarà facile. Ma a questo fine supremo il Nostro ha preferito sacrificare il premio che in caso di vittoria l'attuale legge gli darebbe se corresse coalizzato. Forse, sapendo che la recessione è in arrivo, non gli dispiacerebbe che grandinasse sulla testa di Berlusconi piuttosto che sulla sua. E' a questa strategia che gli italiani democratici e già benevolmente progressisti vogliono dare una mano? Facciano. Ma non raccontiamoci storie, voteranno per un capitalismo che resterà straccione, con una manodopera vieppiù senza difesa e con garanzie zero contro la nota propensione agli imbrogli. Evitiamo la figura ridicola dei francesi che, dopo aver intronizzato Nicolas Sarkozy, scoprono che è un padrone duro, cosa che non aveva mai nascosto, oltre che un nevrotico narcisista. Lo hanno fatto precipitare nei sondaggi dal 66% di settembre al 42% di oggi. Ma se lo dovranno tenere per cinque anni a meno di andare sulle barricate. Che comporta la piega che stiamo prendendo? Uscita di scena anche da noi una sinistra di derivazione classista e marxista, trascolora la cultura politica europea - il cui segno dal 1789 al 1989 è stato quello sociale, diversamente dagli Stati Uniti e dal mondo non occidentale. Nel Novecento questa sinistra si era aspramente divisa fra correnti rivoluzionarie e gradualiste - cioè sul «come» cambiare una società ingiusta - ma che fosse ingiusta e andasse cambiata è il tema che ha alimentato due secoli di storia e era penetrato anche nella classe proprietaria attraverso l'assioma «per essere conservato il capitalismo va regolato», legittimando e legiferando la dualità di interessi. Decisiva era stata la crisi del 1929, a definire le forme della regolamentazione era stato il keynesismo. L'ultimo sprazzo, ma rimasto isolato, è stato il tentativo teorico di Michel Aglietta. Con il ritorno a Von Hayek, non è un sistema «economico» che muta, è un arretramento dell'idea di società che ha retto il grande pensiero politico moderno. Che una democrazia immobile ed esclusivamente di mercato portasse dei pericoli l'aveva intuito perfino de Toqueville, alla fine della sua grande opera controrivoluzionaria «De la démocratie en Amérique» (sospetto che non ha sfiorato Furet cento anni dopo). In verità, che resta della tradizione fondante dell'Europa, della rivoluzione inglese e francese e poi russa? Vacillano i pilastri di una democrazia non meramente elettorale, che democrazia può anche non essere affatto, quando al posto delle dichiarazioni del 1789 e della loro complessa filiazione subentra il solo mercato attivando a mo' di risposta i fuochi devastanti delle etnie e dei fondamentalismi. L'ultimo Lucio Colletti, ormai polemico con il marxismo, si chiedeva tuttavia quali mostri avrebbero preso corpo nel caso che venisse a cessare la speranza di una liberazione egualitaria in terra. Una seconda considerazione è ancora più cogente. Nella rapida e crudele mondializzazione della produzione e dei commerci e nel giganteggiare delle operazioni puramente speculative, l'Europa e quel che resta dei suoi stati nazionali perdono ogni propria fisionomia politico-sociale. Le regole della Ue assicurano la mera lubrificazione dei capitali del resto del mondo che la sfondano da tutte le parti, demolendo quella che era stata la sua conquista e caratteristica principale: i diritti e il compenso del lavoro. Le nazioni più deboli come la nostra vacillano sotto la tempesta, si dilatano oltre ogni dire disuguaglianza e povertà perché i primi a passare sono i redditi non da capitale, cioè il 90% di essi. Non c'è più posto né legittimità per una politica industriale - basta veder oggi la fatica che fanno Gran Bretagna e Germania per salvare alcune banche, squassate dalla crisi dei subprime, e come i nostri più fiacchi capitali si diano allo sport di comprare aziende più o meno decotte in Francia o Spagna per spostarle in Tunisia, dove il lavoro costa meno lasciando a piedi la manodopera continentale. La frattura sociale torna ad allargarsi come all'inizio del Novecento. Il capovolgimento politico della Russia e della Cina, con la loro intollerabile miseria salariale, può concorrere illimitatamente con le produzioni occidentali, minandone le società e inducendovi una inclinazione autoritaria. Si è tolto senso alla libertà salvo a quella di imprendere, comprare e vendere, si è dichiarata la fine della storia e poi si va elucubrando sulla «poltiglia» degli adulti e la «violenza» dei giovani. E' fuori del Partito democratico che cade la responsabilità di una linea di difesa e di opposizione a questo trend devastante. Ma come sostenere che le sinistre alla sua sinistra hanno saputo in questi anni delinearla e praticarla? Veltroni dice molte stravaganze, ma una non lo è: nelle grandi fasi di mutamento non si regge sulla sola linea del «no». No del tutto fondati quando vanno contro i diritti elementari della persona (nel lavoro, nell'immigrazione, nella pratica repressiva) e ormai sempre più spesso contro gli equilibri fondamentali del sistema ecologico-ambientale, per non parlare della guerra. Ma è sotto gli occhi di tutti come le lesioni degli uni e degli altri non vengano più ormai da scelte controvertibili su un piano locale ma da una spinta potente e univoca su scala mondiale, contro la quale le azioni locali sono essenziali ma non contano molto oltre la testimonianza. La vicenda del popolo di Seattle ha avuto un peso incalcolabile sulla formazione della soggettività, nullo sulla forza concreta della Wto - le forze che chiamavamo «strutturali» avendo raggiunto con la propria mondializzazione e la frammentazione di chi le avversa un impatto mai raggiunto prima. L'ampiezza e inoperatività del movimento per la pace obbligano a riflettere sul mutamento avvenuto nel rapporto fra maturazione delle coscienze e agenti di decisione economico-militari. In Italia la Sinistra Arcobaleno, in Francia le sinistre disunite comunista, ecologista, trotzkiste, in Germania la Linke (è quella che sta andando più avanti e sta obbligando la Spd a una riflessione cui era impreparata) hanno da rendersi conto di questa dimensione e passare dalla resistenza alla proposta. Che non può essere, una volta passata la notte elettorale, la sommatoria di tre o quattro urgenze pur evidenti. L'arretramento è stato grande e poco conta dolersene o sdegnarsene - niente è più derisorio delle punte di astensionismo che emergono qua e là, infantile «Non gioco più!» mentre rotola il mondo. Molto va aggiornato, molto va ricominciato da capo. A questa ricerca tenteremo di partecipare. E va da sé che il giornale è aperto.
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di
Rossana Rossanda
("Il Manifesto", quotidiano comunista, lunedì 10
marzo 2008, pag. 1 e 2)
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni
e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro
che dare una delega al più presto e a un leader che
presenti un'immagine attraente, capace di decidere per
tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul
quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al
voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza
essere più seccati. In capo a quella scadenza si
giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il
sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni,
semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba
critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto
di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la
«forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi
organizzazione cristallizza livelli di comando che
depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo
spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea»
astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla
complessità degli individui e delle individue che
portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando
ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si
muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la
sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione
di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò
luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture
politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli
ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di
massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i
nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto
l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei
movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei
maggiori problemi della democrazia, e non solo quella
diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu
sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne,
giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta
«facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima
resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò
l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su
quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi
l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto
stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso
opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto
iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente
delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente
leader, oggi solo un leader, al massimo due per via
dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di
immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli
elettori anche pochi voti in più assicurandosi un
consistente «premio di maggioranza», decida senza
perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee,
centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza
fisiologica del mandato, che la società non deve
accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia
scoperto in flagrante delitto di menzogna -
possibilmente d'ordine personale, perché quella politica
è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i
partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione
burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche
in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi,
quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi
della politica», producendo alla fine lo scandalo di
Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito
più partito di tutti, quello comunista, provocata non
dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione
di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che
si presentò anche come la prima rottura di metodo: in
capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario
Occhetto si presentò non alla segreteria o alla
direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna,
di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati
veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo
fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una
nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli
choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e
base, leader ed elettori, leader e gente non più
intercettata da un partito - perché il metodo della
Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto
dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito
politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse
d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico -
che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata
allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni
elettive modificando l'ossatura formale della
rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che
scomposto il partito, il militante si è andato
confondendo con il simpatizzante, la base del partito
del dirigente scivola nella base elettorale, il leader
si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i
comportamenti d'una figura carismatica dal quale si
attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue
monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici
portaparola dei governi, i capi di stato delle
repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle
costituzioni e sempre più dirigenti assoluti
dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un
capo dello stato, il potere legislativo e quello
esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel
capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva
ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi,
del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro
il governo Sarkozy. In Italia il processo è più
sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica
presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono
esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è
passati alla quasi generale autoconsegna a un leader,
mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della
repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il
presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello
contro di essi per istituire la «pericolosità sociale»
come sufficiente a tenere illimitatamente in galera
anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo
l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha
fatto lo stesso contro la magistratura, che non è
riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader
del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia
contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta
per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma
(impropria) personale. Le leggi sono fredde e
impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un
popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello
di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo
volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso
comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie,
anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11
settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più
con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre
una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita
un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di
Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza
del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda
non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i
democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in
testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e
Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso:
semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una
società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a
due capi assoluti con maggioranze assolute. Due
condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani,
s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo
riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948
e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è
un evento giuridico, una vicenda delle culture del
diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel
profondo perché si vada concludendo a questo modo quella
che speranzosamente è stata chiamata «la transizione
italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale
si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia
andata così e quali ne possano essere ancora i ripari.
Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema
sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli
stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei
capitali internazionali diventati giganti con la
globalizzazione, che non incontra più freni né
correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li
depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del
conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera
etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni
che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi.
Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o
la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una
preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi.
Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora
resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini
che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha
proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13
aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle
Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di
coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto
la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po'
malconcia, ma la sola a ragionare.
E' già domani - Rossana Rossanda
Scrivere oggi domenica 13 aprile, a meno di 24 ore dai risultati delle elezioni, è scrivere non al buio ma in una fitta penombra. Non al buio perché le possibilità non sono molte, arriveranno in testa Veltroni o Berlusconi, e la sinistra sulla quale la maggioranza di noi punta misurerà la sua consistenza. Ma ci sarà una grande differenza se Berlusconi vince solidamente, Veltroni non ce la fa e la sinistra non raggiunge il fatidico 8 per cento che questa legge elettorale impone, oppure se Veltroni ce la fa e la Sinistra Arcobaleno si consolida su quella frontiera. E un'altra negativa differenza se Veltroni ce la facesse ma la sinistra restasse esclusa dalla scena istituzionale. Nel primo caso vorrebbe dire che la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa; nel secondo caso, se Veltroni la spunta con infinitamente meno mezzi del suo avversario, significa che l'Italia si attesta sugli spalti d'una democrazia moderata ma ancora praticabile e che una sinistra, minoritaria ma ragionata e consistente, può interpellare e incalzare. Se invece questa sinistra scomparisse dalla scena, vorrebbe dire che l'americanizzazione è andata così avanti, che qualsiasi spinta avanzata all'interno di una egemonia liberista sarebbe ridotta al silenzio e alla marginalità. L'arretramento è già stato grave e la discesa dura da rimontare. Quanto resta del paese che era stato il più interessante e inconcluso d'Europa fino a quasi quaranta anni fa? Per questo ci siamo battuti contro l'astensionismo che oggi significa non l'ennesima protesta ma la prova d'una immaturità e rancorosa impotenza, dalle quali qualsiasi società non solo non procede ma rischia guasti insanabili. Non so se ce li saremmo meritati. Certo nessuno potrebbe dichiararsi innocente. Il fatto stesso che siamo oggi a questo rischio, per la prima volta dal 1945, ci costringe a chiederci perché siamo arrivati a tanto e verificare i nostri strumenti, le storie e gli obiettivi. E' un'urgenza, qualunque sia il risultato di queste elezioni; anche se si dovesse verificare l'ipotesi più favorevole. Resterebbe comunque che quasi metà degli italiani guarda a una destra senza più remore, neanche elementarmente antifasciste, e che a una generosa conflittualità sociale s'è sostituito in gran parte dell'elettorato, in forme diverse, un modello di ineguaglianze e marginalizzazioni, giudicato inevitabile. Siamo già oltre la società dei due terzi che qualche decennio fa prevedeva - e non ci pareva possibile - il socialdemocratico tedesco Peter Glotz. Per questo alcuni di noi chiamano a confrontarsi subito con quella parte del paese che ha votato e fatto votare per la Sinistra Arcobaleno, in modo da mettere in atto subito un processo più allargato della somma delle sue sigle. Essa ha raccolto non una delega ma un voto che punta a qualcosa di più e che manca. E' fin evidente per quelle sensibilità diffuse che non stanno in una organizzazione, come la coscienza sempre più pressante del problema ecologico, che sta stretta in un partito per quanto valoroso, e li interpella tutti, e in tutta Europa. E' fin ovvio, ma più complicato, per le culture femministe, che non per caso non si danno una struttura di partito, e che dai partiti vengono regolarmente lusingate e offese; esse attengono a un conflitto millenario irrisolto, che si è affacciato con prepotenza a molte donne e inquieta l'altro sesso. E attraversano tutte le sigle e nessuna. Per ultimo non è altrettanto ovvia l'inquietudine e irresolutezza che attraversa tutto un popolo attorno al movimento operaio, che ha conosciuto vicende gloriose e scontri terribili e - salvo il rispetto per la corrente di Mussi, e i partiti di Diliberto e Bertinotti - non si riconosce nelle sigle di parte del Pci, del Pdci e di Rifondazione comunista. Che ci si appelli a una «identità» inequivoca per opporsi alla deriva dell'ex Pci, si può capire, ma è una posizione difensiva che non riesce a dar conto né della propria debolezza né delle innovazioni fin convulse impresse dal capitalismo diventato ormai il solo modo di produzione mondiale. E più che mai proteiforme e come sempre portatore di quella negazione assoluta dell'umano che è la guerra. Questo è un problema per molti. Prendo ancora una volta un caso che conosco bene - il mio. Io sono una vecchia comunista, convinta della validità e dei limiti di quella critica del modo di produzione che è il marxismo. Da quando sono stata esclusa dal Pci e dopo la fine del Pdup ho sempre votato per una sinistra alternativa ma non ho mai aderito a una delle sue organizzazioni. Non per essermi convertita, ma al contrario per aver radicalizzato la mia riflessione sul conflitto sociale. E insieme per essere stata interpellata drasticamente come donna dal femminismo, e come essere (per quanto può) pensante dall'ecologia - due dimensioni delle quali la prima non stava nella mia formazione di emancipata, e la seconda non era ancora visibile sul volto del pianeta. Come non intrecciare queste tematiche nella sinistra alternativa che si auspica? Diciamo la verità, ora come ora al di là di qualche benintenzionato riconoscimento, ognuna di queste culture esclude l'altra dal proprio giardino. Non si tratta di cattive volontà, penso, ma di paradigmi diversi che non si sono incrociati, salvo - e sembra assurdo - nella vita concreta di ciascuna e ciascuno: questa sì li ha incontrati, o vi è inciampata. La questione dei sessi, quella dell'ecosistema, e anche il dolore - come chiamarlo altrimenti - della lunga vicenda e poi sconfitta comunista. Da quando esiste ho votato Rifondazione, l'ho detto, ho stima per molti dei compagni che vi militano, ma non sono mai stata una di loro, perché neanche Rc, nella sua strada talvolta a zig zag, esprime tutte le urgenze «politiche» che il mondo mi scaraventa addosso. Né mi contenterebbero agevoli sommatorie; a fasi differenti e differenti paradigmi politici e culturali - i due piani non sono separabili - o fa fronte una rielaborazione che li assume e ne rompe la separatezza, o non c'è formula in grado di avere un reale impatto. So bene che non sarà un lavoro facile, è un travaglio - come ogni volta che si cerca di imprimere una svolta dall'interno della ricchezza del vivente, senza tentare scorciatoie. Elaborazione è cosa diversa da una tesi proposta ai più da un gruppo o qualcuno di illuminato, ed è anche diversa dal suo reciproco, cioè un contenitore di voci che non si parlano. Di questa seconda cosa è diventato un esempio preclaro, spero di non offendere nessuno, il manifesto - non solo per un vizio ma anche per una virtù, non precludersi di essere una sonda nelle diversità che esplodevano dalla crisi dei comunismi (e non soltanto dall'89). Non nell'averle troppo sondate sta la debolezza nostra che, spero di nuovo di non offendere nessuno, è innegabile. Per questo bisogna cominciare a confrontare tesi e ipotesi. Tenendo come obiettivo un fare, un intervento - anche se ogni tanto sarà un semilavorato - contro la tendenza alla catastrofe che si è riaffacciata. Vorrei non essere fraintesa né esprimermi in modo ingeneroso verso chi ha tirato in tempi difficili minoritarissime carrette. Dico soltanto, e non sommessamente, che stanchezze e depressioni o autogiustificazioni sono comprensibilissime, umanissime, eccetera, ma non è davvero il caso di proporre alla gente i risultati di incontri preliminari a porte chiuse, ciascun gruppo per sé, intento a partorire gruppi dirigenti divisi e paralleli, destinati a non incontrarsi mai. Come la maionese impazzita, la sinistra non si coagulerà senza uno o più tuorli freschi. E molto olio di gomito. So che, simile a una Cassandra - e le Cassandre, ahimé, finiscono male - sto scrivendo da un pezzo che non abbiamo molto tempo davanti a noi. Ma qualcuno mi dimostri che non siamo in affanno e ritirata. Ne vogliamo derivare qualche insegnamento? Vogliamo smettere di nobilmente miagolare sulla crisi della politica altrui e provarci nello sperimentarne noi forme diverse? Affrontando un percorso sicuramente accidentato ma tendendo almeno a sedimentare un corpo di analisi e progetti e azioni condivisi? Condivisi e non precludenti? Portandovi ogni esperienza, collettiva o personale, compiuta o in progress, pur che sia disposta a guardarsi in faccia ed esporsi. Partiti, sindacati, movimenti, culture, singoli che abbiano voglia, anzi bisogno, di parlarsi e ascoltarsi. Non c'è nessuno che non porti su di sé qualche livido, che non conosca l'amarezza di essere stato battuto. E magari qualche risentimento per ingiustizie patite. Ma francamente che cosa importa rispetto alle dimensioni dell'urgenza che ci sta davanti? Quel che ci ha fatto mettere nell'urna in queste ore la stessa scheda, e senza soverchie illusioni semmai ne abbiamo avute, è che non abbiamo deposto le armi (della critica, tranquilli, sono una pacifista). Vadano in pace coloro che dichiarano la guerra finita. Saranno svegliati fin troppo presto.
Sconfitta della sinistra. L'Italia esce politicamente dall'Europa Pietro Ancona
La catastrofe. Pietro Ancona