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ETICA LAICA ED ETICA CATTOLICA     vedi anche: http://www.uaar.it/ateismo/etica/

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di Carlo Augusto Viano

(Dal numero 111 di Critica liberale)

Parecchi anni fa Umberto Eco indirizzò una lettera al cardinal Martini, il quale aveva espresso il dubbio che l’etica laica non potesse offrire un fondamento sicuro alla condotta morale. Il cardinal Martini è sempre stato considerato un rappresentante mite del cattolicesimo e ci ha abituati a un modo di pensare elevato e rispettoso degli interlocutori: perciò è tanto più significativo che proprio lui abbia diffidato della morale laica. Non diceva proprio che chi professa un’etica laica non è un galantuomo, ma suggeriva che un laico non ha ragioni molto sicure per tener fede ai propri convincimenti morali: è difficile non farsi venire in mente il vecchio detto che la religione tiene buona la gente, una formula condivisa da autori che facevano della religione uno strumento di governo, ma anche da madri preoccupate della castità delle figlie.

Nel rispondere al cardinale, Eco invocava una religiosità laica, tenuta su dalla scoperta, dovuta a un po’ di filosofia di scuola e a qualche strampalato supplemento elettronico, che abbiamo un’anima, che potrebbe esistere una qualche vita dopo la morte e che si può far affidamento sulla trascendenza. Eppure proprio uno scrittore laico avrebbe dovuto sapere che filosofi autorevoli avevano considerato la religione una minaccia per la morale. Già Plutarco sosteneva che è meglio essere atei che superstiziosi. Nessun seguace di una religione ammetterebbe mai di essere superstizioso, perché superstiziosi sono sempre gli altri, ma Plutarco e i filosofi antichi ritenevano che una religione filosoficamente corretta, e perciò non superstiziosa, fosse possibile. Oggi sarebbe difficile nutrire una fiducia del genere, e perciò è meglio riconoscere che tutte le religioni sono più o meno superstiziose, ma Platone e Plutarco pensavano che si potessero purificare le pratiche religiose, per renderle moralmente inoffensive. Questa convinzione ha alimentato la tendenza, così importante nella nostra tradizione, a distinguere tra una religione popolare e una religione dotta, depurata delle distorsioni morali contenute nella prima. Bayle riprese la formulazione di Plutarco nel modo più efficace, sostenendo che la fede religiosa indebolisce il comportamento morale. Un ateo non ha scuse se viene meno al proprio impegno morale, mentre la possibilità di ricorrere a una divinità giustifica la defezione morale: anziché rafforzarla, la religione mette in pericolo l’etica.

Del resto che tra religione e morale non ci fosse proprio tutto quell’accordo era venuto in mente anche ai devoti teologi scolastici. Alcuni di loro sollevarono la questione se si possa ammettere una legge morale anche senza credere nell’esistenza di una divinità; altri sostennero che gli obblighi religiosi erano altra cosa da quelli morali e talvolta imponevano vere e proprie trasgressioni morali, come avrebbe detto Kierkegaard. Questa alternativa tra un’etica di cui ci si può fidare, perché indipendente da presupposti teologici e da credenze religiose, e religioni che possono indurre alla violazione dei codici morali sembra emergere anche nella situazione contemporanea, in cui le religioni, dopo i nazionalismi e le ideologie, sono diventate le principali minacce alla convivenza pacifica.

L’etica laica si rifiuta di considerare i precetti morali come comandi emanati da qualcuno o contenuti in un libro, perché vede in questa interpretazione degli impegni morali una perturbazione delle relazioni private tra persone. È normale che le persone si sentano vincolate da obblighi originari, anteriori alle imposizioni legali e agli impegni assunti, obblighi che di solito si qualificano appunto come morali. Nelle loro interazioni le persone cercano di capire gli impegni originari che agiscono sulle rispettive condotte e possono perfino cercare di influire su di essi, anche se quegli impegni danno una relativa stabilità alle condotte delle persone e solo in casi molto importanti si arriva a metterli a confronto. Nella stabilità degli obblighi originari e nella possibilità di modificarli, nel corso dei processi di adattamento delle condotte di persone che interagiscono, l’etica laica vede un intreccio equilibrato di permanenza delle regole morali e di possibilità di rivederle in base alle circostanze effettive. Tutto ciò esige l’autonomia degli attori sociali, perché chi fa dipendere le regole fondamentali del proprio comportamento da comandi altrui, soprattutto da comandi divini, rischia di sottrarre i propri principi al confronto delle persone con le quali interagisce o di riservarsi la possibilità di mutarle in modo arbitrario, per l’intervento di un’autorità non necessariamente riconosciuta da tutti gli attori sociali. Anche le relazioni tra individui possono essere perturbate dalla mescolanza tra imposizione rigida e derogazione arbitraria, che caratterizza le morali religiose.

Qualcosa del genere accade anche nelle relazioni pubbliche, perché anche qui ci sono obbligazioni originarie condivise o diverse ma compatibili, che vengono esplicitamente o implicitamente riconosciute e che sono soggette ad adattamenti e revisioni, in base alle circostanze e all’acquisizione di conoscenze. Anche in questo caso la morale religiosa può esercitare due funzioni contrarie, introducendo deroghe arbitrarie agli impegni morali di fondo o sottraendo le norme al confronto con novità prodotte dalle circostanze o dalle conoscenze. Il caso estremo di norme sottratte al confronto è costituito dalle regole che tutelano la purezza, cioè che vietano comportamenti, per esempio alimentari o sessuali, intesi come impuri. Esse non hanno nessuna giustificazione, se non per chi condivide le credenze religiose che quelle norme presuppongono, e costituiscono quelli che si chiamano “tabù”: tali sono, per esempio, le le regole sulla condotta sessuale e procreativa imposte dalla Chiesa, che non tengono conto delle conoscenze relativamente recenti sugli stadi di sviluppo dell’embrione e sulla percentuale degli aborti spontanei. Ciascuno è libero di rispettare i tabù che vuole, ma non deve imporli ad altri e deve mantenerli nella sfera privata; e chiunque può seguire la propria morale privata fino a quando essa non lede la libertà di altri di seguire la propria morale privata.

Poiché l’etica laica sembra adoprarsi perché le obbligazioni primarie siano varie e adattabili, si potrebbe pensare che essa sia incapace di assicurare il tasso di uniformità e certezza che sembra legittimo aspettarsi da un codice morale: essa sarebbe perciò inferiore alle etiche religiose, che invece sembrano garantire omogeneità morale. La teorie filosofiche classiche ammettevano che ci fosse un bene comune e un fine ultimo, cui tutti tendono, e individuavano dei comportamenti (le virtù) che dovevano garantire la realizzazione di quelle mete. Nella nostra tradizione le teorie etiche religiose hanno accolto questa impostazione, ma alle virtù filosofiche hanno sovrapposto delle virtù religiose. L’etica laica nasce dal rifiuto di questa impostazione, prima di tutto dal rifiuto di riconoscere che esistano prestazioni religiose superiori a ogni altro tipo di attività. La morale filosofica moderna ha messo in dubbio che esistano virtù specifiche del clero, nelle quali anzi ha additato forme di vita parassitaria; ma essa ha anche respinto l’idea che quella etica sia un’attività autonoma e che il bene comune sia un fine indipendente, sopraordinato ai fini particolari. La morale è piuttosto un insieme di vincoli laterali, che agiscono sulle preferenze degli individui e il bene comune è un sistema di preferenze compatibili anche per effetto dei vincoli che agiscono sulle preferenze. Privata delle bardature filosofiche e teologiche, la morale laica si presenta non tanto come un corpo di regole chiuso, ma come un territorio o un campo, in cui sono tracciati percorsi possibili, che si intersecano. Un’immagine di questo genere sembra soddisfare alla condizione per la quale la morale laica è frutto di scelte individuali e il bene comune è press’a poco la somma dei beni individuali. È difficile prendere questa formula alla lettera, perché incontra notevoli problemi teorici, ma essa suggerisce l’idea che gli assetti collettivi di vita risentano delle scelte individuali e abbozza il progetto di una società in cui gli individui possano muoversi secondo itinerari diversi.

Se fosse totalmente individualistica, un’etica laica, oltre che teoricamente problematica, sarebbe di fatto inverosimile, perché le scelte individuali, anche disparate, rientrano in un numero finito di linee di condotta possibili e condivise entro una determinata società. L’accrescimento degli stili di vita può aumentare la probabilità di sfruttare meglio le possibilità offerte dall’organizzazione sociale esistente, ma permette anche di esplorare novità sociali non immaginate e di introdurre novità nel sistema sociale. Dal punto di vista laico appaiono perciò particolarmente interessanti le spinte innovative che emergono all’interno della pratica cattolica e la disobbedienza alle indicazioni della Chiesa, che risulta da tutte le ricerche. Il laicismo valuta positivamente tutti i segni di autonomia dei cittadini dal clero delle chiese nelle quali eventualmente si riconoscano, perché ciò contribuisce a rendere i codici di comportamento dei cittadini indipendenti da qualsiasi autorità di controllo. In questa prospettiva gli attori sociali possono essere ritenuti responsabili delle regole alle quali si attengono e possono esprimo sere più disponibili ad adattare i propri codici alle esigenze delle persone con le quali interagiscono. Alle chiese deve essere consentita la massima libertà di espressione, ma esse devono avere lo status di associazioni private, senza poteri coercitivi o funzioni sostitutive di quelle attribuite allo Stato. E nelle società civili deve essere collocata la garanzia della libera propaganda delle chiese e dell’autonomia degli individui.

La morale religiosa, richiamandosi a un’autorità soprannaturale, pretende di imporsi a tutti e di essere universalmente valida, mentre la morale laica sembra ammettere una pluralità di codici etici e la convivenza tra persone che hanno sistemi di comportamento e di valutazione diversi. Per questo l’etica laica è stata spesso accusata di relativismo, perché sarebbe incapace di dettare norme univoche, delle quali le società hanno bisogno. E sulla polemica contro il relativismo si sono trovati d’accordo cattolici, postcomunisti e adepti recenti del repubblicanesimo, tutti intenti a esaltare le regole comuni e i valori condivisi, anche se poi spesso si invocano gli stessi valori per giustificare le condotte più diverse. È il timore del relativismo che sollecita, anche nel mondo laico, la nostalgia di una morale religiosa, sostenuta non da una religiosità confessionale, ma da una specie di religione civile. Eppure già i teorici della legge di natura, i quali andavano in cerca di regole comuni a tutti, dovevano ammettere che le leggi naturali hanno bisogno di essere specificate mediante leggi umane, le sole che possano tener conto delle circostanze. Più o meno tutti pensiamo che non si deve uccidere, ma l’uccisione è permessa ovunque, anche se in modi diversi: l’impressione che il divieto di uccidere sia assoluto è dovuta al fatto che le uccisioni lecite non vengono chiamate “omicidi”.

Parlare di etica della responsabilità è oggi di moda e può sembrare che essa coincida con l’etica laica o ne sia una componente. Originariamente l’etica della responsabilità si contrappone all’etica dell’intenzione, propria di chi è convinto della bontà intrinseca dei propri principi ed è disposto a farli valere ad ogni costo. L’etica della responsabilità dovrebbe invece indurre a tener conto di ciò che i principi possono produrre e perciò a correggere i principi stessi in base alle loro conseguenze. Il legame tra l’etica della responsabilità e l’etica laica è costituito dal fatto che l’etica laica respinge la pretesa di imporre i propri principi agli altri ad ogni costo. Quando si profila un conflitto di regole, il primo passo consiste nell’assunzione di responsabilità, cioè nella disponibilità a rendere esplicite le regole che si vogliono seguire e a tener fede a quelle regole fino a quando non emerge la possibilità di correggerle in modo aperto. Tutto ciò vale soprattutto nelle relazioni private. Nelle relazioni pubbliche l’etica della responsabilità suggerisce l’uso di considerazioni fondate su connessioni che appartengono all’esperienza pubblica, per valutare le conseguenze delle regole morali e per proporre la loro correzione. Connessioni di questo genere non devono perciò dipendere dalle concezioni religiose o filosofiche dalle quali si fanno derivare le regole morali che devono essere valutate. Se si vuole sostenere che l’indissolubilità del matrimonio deve essere sancita dal codice etico non si potrà argomentare sostenendo che esso è un sacramento o che l’unione permanente tra i coniugi è l’unica compatibile con il carattere naturale della famiglia. Il carattere sacramentale del matrimonio e la considerazione della famiglia come società naturale sono credenze religiose e filosofiche private. Allo stesso modo sarebbe difficile eliminare dalle pratiche mediche la trasfusione di sangue solo perché alcuni ritengono che essa sia vietata in testi ritenuti sacri o non tenere conto di ciò che scientificamente risulta sullo stato di uova fecondate ed embrioni per imporre a tutti norme che appartengono alla morale privata di una setta religiosa. Autonomia delle persone, disobbedienza alle autorità religiose, ricerca del libero accordo tra individui e uso di considerazioni sottoponibili al pubblico controllo sono i requisiti fondamentali di un’etica laica, che non pretende di dare un codice completo e definitivo, ma semplicemente di portare alla luce le condizioni alle quali è opportuno che i diversi codici di comportamento soddisfino.

 

(11-9-2005)