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Francesco Forgione

Dalla relazione sul fenomeno della 'ndrangheta di Francesco Forgione
 
Il Corriere di Como  24-02-2008  17:31
 
Como. Italia. Anno di grazia 2008. «Una città con forte presenza mafiosa». No, non è uno scherzo. È la fotografia scattata dalla commissione parlamentare antimafia che martedì scorso ha approvato all'unanimità la relazione sul fenomeno della 'ndrangheta scritta dal suo presidente, Francesco Forgione. Sostiene Forgione: «Le indagini che attualmente appaiono più significative evidenziano preoccupanti segnali della persistente presenza di organizzazioni di tipo mafioso che, soprattutto nell'area metropolitana di Milano e nelle province confinanti, si caratterizzano più per una capillare occupazione di interi settori della vita economica e politico-istituzionale, che per la tradizionale e brutale gestione militare del territorio in connessione con le attività tipiche delle associazioni mafiose: dal traffico di stupefacenti all'usura, allo sfruttamento della prostituzione e alle estorsioni in danno dei pubblici esercizi». Chi si è illuso che la mafia fosse un fenomeno soltanto meridionale, circoscritto a poche regioni e che il Nord fosse immune dalle infiltrazioni della criminalità organizzata, deve ricredersi. Camorra, 'ndrangheta, Sacra Corona Unita e Cosa Nostra sono vive e vegete anche sopra il Po. E prosperano grazie ai loro traffici illeciti, dissimulati da attività apparentemente legali e gestite da uomini insospettabili.
Il testo della relazione, facilmente rintracciabile su Internet, è istruttivo. Soprattutto per chi non conosce la realtà del crimine organizzato nel nostro Paese e pensa appunto di poter guardare con distacco al fenomeno. Niente di più sbagliato. Perché la mafia - quella calabrese in particolare - alligna e prospera anche nella fascia pedemontana della Lombardia, territorio presidiato dai clan con una certa costanza da almeno 35 anni anche e soprattutto per la vicinanza del confine con la Svizzera - la «lavatrice» dei soldi sporchi, come viene definita in un passaggio della relazione di Forgione.
«La Lombardia è da sempre retroterra strategico dei più importanti sodalizi criminali calabresi - dicono con molta chiarezza i parlamentari dell'Antimafia - e gli eventi registrati negli ultimi anni offrono ulteriori riscontri per quanto concerne la massiccia presenza nella regione di soggetti legati alla 'ndrangheta, con interessi principalmente nel settore del traffico di stupefacenti, nella gestione dei locali notturni e nell'infiltrazione all'interno dell'imprenditoria edilizia».
«Quanto alle caratteristiche peculiari delle organizzazioni criminali calabresi monitorate in Lombardia - scrive ancora Forgione - è stato possibile individuare due distinte realtà territoriali, le quali hanno mostrato un'incidenza criminale omogenea: Milano e il suo hinterland, quale centro nevralgico della gestione di attività illecite aventi connessioni con vaste zone del territorio nazionale; e l'area brianzola (province di Milano, Como e Varese), dove il denaro proveniente dalle attività illecite viene reinvestito in considerazione della 'felice' posizione geografica che la vede a ridosso del confine con la Svizzera e della ricchezza del tessuto economico che la caratterizza».
L'identikit di questa mafia emigrata al Nord, nuova e insieme vecchia per abitudini, strutture, affiliazioni, fa comprendere quanto sia complessa la lotta ingaggiata dalla magistratura e dalle forze dell'ordine. E quanto sia poco scontato l'esito di questa battaglia.
«Gli adepti, per i loro traffici, utilizzano Internet con abilità singolare ma, al contempo, si servono di doppi fondi e spalloni, criptano le loro comunicazioni con sistemi come Voip e Skype e poi parlano al telefono con l'antichissimo linguaggio dei pastori. La 'ndrangheta - si legge nella relazione parlamentare - ha costruito una rete fatta di broker e commercialisti, avvocati e dirigenti di banca: una mafia 'invisibile' più profusa alle transazioni on line che ai picchetti armati e alle estorsioni. In quanto 'globale' e 'locale', da semplice organizzazione si è tramutata in sistema».
Un sistema che a Como ha messo radici piuttosto forti ormai da moltissimi anni. Già nel gennaio 1994, la commissione Antimafia presieduta allora da Luciano Violante aveva lanciato l'allarme sulla ramificata realtà delle famiglie calabresi (le 'ndrine) in Lombardia. In seguito a quelle denunce, scattarono alcune indagini di polizia, sfociate prima nell'operazione 'Count Down' dell'ottobre 1994 e nell'operazione 'Fiori della Notte di San Vito', del novembre 1996 (un blitz in decine di locali nelle province di Varese e di Como), poi nei processi conclusi con centinaia di condanne all'inizio degli anni 2000.
Un colpo sicuramente duro alle 'ndrine insediate al Nord, ma non definitivo. «Con tali operazioni è stata quasi eliminata la componente militare di imponenti organizzazioni, dai soldati fino ai generali, e sono stati 'riconquistati' dalle forze dello Stato territori che erano fortemente condizionati dalle cosche». Da quel momento, tuttavia, «nessun'altra indagine approfondita di impulso parlamentare si è occupata degli insediamenti mafiosi in Lombardia nonostante il Nord del Paese e Milano siano stati investiti da grandi processi di trasformazione economici e sociali, di deindustrializzazione di intere aree e periferie urbane e, in questi cambiamenti, le mafie abbiano riguadagnato silenziosamente ma progressivamente terreno. Le 'ndrine - denuncia adesso la commissione Antimafia - sono state in grado di recuperare il terreno perduto grazie ad una strategia operativa che ha evitato manifestazioni eclatanti di violenza e attuando piuttosto un'infiltrazione ambientale anonima e mimetica, tale da destare minor allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro capi le forme rassicuranti di gestori e imprenditori di attività economiche e finanziarie del tutto lecite. In tal modo si è realizzato un controllo ambientale che, in sentenze già passate in giudicato, è stato definito 'selettivo', strettamente funzionale al raggiungimento degli scopi del programma criminoso in un'area geografica ritenuta diversa per cultura, mentalità e abitudini rispetto a quella di origine».
Una strategia di 'inabbissamento' favorita anche da scelte discutibili dello Stato che non ha investito sul problema quanto necessario in termini di uomini e di mezzi. Le parole della commissione Antimafia sono chiarissime. La rinascita delle 'ndrine «è stata favorita da un insieme di condizioni», tra cui «le scarse risorse specializzate messe in campo dallo Stato in Lombardia e, in genere, nel Nord Italia per combattere la mafia. Basti pensare a un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 del Ros (carabinieri), 50 del Gico (guardia di finanza), 55 dello Sco (Polizia di Stato) cui si aggiungono 68 uomini della Dia che ha competenza peraltro su tutta la Lombardia».
 
 
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