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Rassegna stampa di Lorenzo Mazzucato oggi non pervenuta
Manifesto – 3.2.12
Il posto fisso dei Monti – Marco d’Eramo
«Che noia signore mio il posto fisso: non per niente il lavoro a vita gli antichi lo chiamavano ergastolo. I giovani sono proprio strani: non capisco proprio perché aspirino a una tale condanna. Perché non ambiscono a uno spassoso interinato? Lavorare deve darci il brivido degli amori fugaci: per me già un contratto Cococo è una routine insopportabile. E non mi venga a raccontare che in Italia il 31% dei giovani è disoccupato. Lo sono perché non vogliono rischiare l'inebriante esperienza del lavoro giornaliero. Non hanno l'audacia di allargare i loro orizzonti: i ruvidi caporali possono essere così affascinanti! Vuole mettere quanto è più stimolante un bel posto precario in nero, magari da sguattero a Porta Ticinese, rispetto al trantran di un travet? E per favore la smetta con la litania dei più di due milioni di italiani tra i 55 e i 65 anni che non lavorano più ma non hanno ancora diritto alla pensione: tanto da adesso dovranno aspettare fino a 67 anni. Lei dice che sono sul lastrico: invece vivono on the road». Deve essere questo il tenore delle conversazioni che il nostro sobrio premier Mario Monti intrattiene con i suoi amici di Goldman Sachs, almeno a giudicare dalla battuta che si è lasciato scappare in tv l'altro ieri (troppo tardi, peccato, per i nostri orari di chiusura). Una battuta tanto più rivelatrice perché gli è venuta spontanea. Gli è sgorgata dall'intimo. Come a Michel Martone quella su chi ancora non è laureato a 28 anni («sfigato»), o a Padoa Schioppa - a suo tempo - su chi è costretto a vivere a casa dei genitori («bamboccione»). Non si può nemmeno dire che Monti non sa in che mondo vive: perché il mondo in cui vive, lui lo conosce benissimo, anzi conosce solo quello. Il problema è che non sa nulla del mondo in cui viviamo noi. Noi, come dicono i nostri omologhi statunitensi, che siamo il 99% della popolazione. Mentre il mondo dei Monti e dei Martone è quello dell'1%, che comunque il posto fisso ce l'ha e stoico si sorbisce questo supplizio di noia, tra una prima alla Scala, una cena di gala e un Forum a Davos (neanche il tempo di sciare!). E il bello è che Monti ci fa questa battuta quando in Italia si distruggono posti di lavoro (non solo fissi, ma anche precari) a decine di migliaia al mese, a milioni in tre anni. Ma Monti lo sa che senza posto fisso non ti danno un mutuo, non ti assicurano l'automobile, non ti affittano un appartamento e neanche ti permettono di comprare a rate gli elettrodomestici? L'unico paragone che viene in mente è con la moglie del re di Francia Luigi XVI: il popolo si lamentava perché non aveva pane, e lei rispose «Allora dategli dei croissants»: poiché però non c'erano neanche cornetti, i francesi scesero in piazza e presero la Bastiglia. Ma noi siamo due secoli più avanti dei francesi e seguiamo il consiglio di Papa Ratzinger: «Il posto fisso non è tutto. Cercate dio»: quindi è sicuro che Mario non finirà come Maria (Antonietta).
Monti a tempo indeterminato sulla rete. Ed è rivolta - Roberto Ciccarelli
«I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E' bello cambiare e accettare delle sfide». La pedagogia sociale applicata, per via di sermoni televisivi, dal professor Monti agli sfigati, ai bamboccioni, ai monotoni e a quelli che l'indimenticato Brunetta definì gli «italiani peggiori», cioè i precari, è un costume adottato dai presidenti del Consiglio sin dall'approvazione del «pacchetto Treu» il 4 giugno 1997. «Il tasso di crescita e lo sviluppo - disse l'11 settembre 1999 il premier di centro-sinistra Massimo D'Alema agli imprenditori baresi riuniti alla Fiera del Levante - devono garantire che da un'esperienza (di lavoro) temporanea si possa passare a un'altra non dare l'illusione che si possa trovare il posto fisso». La dalemiana chiarezza progettuale trovò in Silvio Berlusconi una ben più tormentata oscillazione tra il polo «statalista» (posto fisso per tutti) e quello «liberista» (opportunità di carriera). Nell'ultima legislatura, l'umore del tycoon brianzolo è in gran parte dipeso dalle esternazioni di Giulio Tremonti, e dalle contestazioni mosse dai marines del fronte liberista nel Pdl. «Per struttura sociale - affermò il 19 ottobre 2009 - come le nostre è il posto fisso la base su cui organizzi il tuo progetto di vita e una famiglia. La variabilità del posto lavoro, la precarietà, a mio avviso non è un valore in sé». Berlusconi lo appoggiò, convinto: «Confermo la mia completa sintonia con Tremonti. È del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore». Non era però di questo avviso l'8 aprile 2008 quando sostenne: «il paradigma del posto fisso mi piacerebbe \ meno importanza». Alla posizione statalistica, che rispecchiava le virtù colbertiste di un ministro che sedeva accanto all'iper-liberista Sacconi, rispose coerentemente D'Alema: «È una demagogia intollerabile». Stesse parole, dal senatore Pd Pietro Ichino: «Pura demagogia». Il solido Cesare Damiano: «assicuri un lavoro stabile ai precari della scuola e della formazione». Un appello mai accolto. Due anni dopo, non sembra essere cambiato nulla nel Pd. «La nettezza di Monti - assicura il mite Follini, mentre l'ala veltroniana attacca a testa bassa - pone anche il Pd di fronte ad un bivio». Bersani ieri ha assicurato: «Non inchiodiamo Monti ad una battuta. Il suo pensiero, che conosco, è un po' più articolato»: maggiori garanzie per chi non ha un «posto fisso». L'intento sarebbe lodevole, salvo il fatto che Monti considera «pernicioso» assicurare l'articolo 18 ai nuovi assunti (che per almeno il 70% sono a tempo determinato). Non che l'articolo 18 possa tutelare alcunché, visto che lo sogna solo il 21% dei «precari», come si legge tra i dati forniti ieri dalla Cgil, ma è evidente lo scambio proposto: un lavoro qualsiasi, in cambio della licenziabilità a tutte le ore. E se Vendola, e tutta la sinistra, sindacale e non, respingono infastiditi le battute, qualcuno su twitter chiede una «patrimoniale per finanziare il reddito minimo». Twitter è diventato il tribunale del popolo dove si processa il paternalismo ministeriale. «Prima gli #sfigati ora #monotonia #postofisso - scrive F.B. - "clamore" suscitato e' involontario o ricercato?». In dieci anni di sermoni sulla «fine del posto fisso» è valida la seconda ipotesi. Quella che si ascolta è stata definita da Stefano Bartezzaghi su twitter «monoritmia», anagrammando «Mario Monti» e «monotonia». Questo neologismo allude in realtà alla «omoritmia», cioè ad un coro che canta al ritmo sempre uguale, ma con variazioni di toni. Sulla scena mediatica, come su quella del micro-blogging, spirano correnti paurose. Lo humor nero di Monti continua a suonare il tasto di una vita senza tutele né garanzie. L'opposizione reagisce pensando che, forse, la soluzione stia nel ritorno al posto fisso («viva la monotonia»), anche se qualcuno crede in una prospettiva universale, il rifiuto di una società costruita sul ricatto del lavoro: «Professor Monti - scrive su facebook Cayce Pollard (un nick dal romanzo di W. Gibson L'accademia dei sogni) - c'è stato un terribile malinteso: non avrà mica capito che non vogliamo lavorare?».
Tempo determinato per più della metà di assunti nel 2011
Nel primo semestre 2011 in Italia il 53,5% dei neo assunti è entrato nel mercato del lavoro con un contratto a termine. Lo afferma uno studio Cgia di Mestre, basato sulla media delle prime due rilevazioni trimestrali dell' Istat sulle forze lavoro. Delle 946.509 nuove assunzioni dei primi sei mesi, 780mila riguardano lavoro dipendente (82,4%). Il 29% del totale di nuovi assunti è a tempo indeterminato, un altro 53,5% ha trovato un posto a tempo determinato. Tra questi, il 42% ha avuto espressamente un contratto a termine. Le persone assunte a tempo indeterminato tra gennaio e giugno 2011 sono state 506.484; di esse sono state 397.500 quelle che hanno firmato un contratto a termine (le altre tipologie del determinato possono essere l'apprendistato e l'interinale). Tra gli under 35, sempre nel primo semestre - riferisce la Cgia - l'81% è entrato nel mondo del lavoro come dipendente, un altro 8,2% come collaboratore e un 10,3% come lavoratore autonomo. Tra i dipendenti solo il 26,7% degli under 35 è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato. I rapporti di lavoro attivati nel primo semestre 2011 - spiega la Cgia - sono stati calcolati come media delle prime due rilevazioni trimestrali sulle forze lavoro dell'Istat, e fanno riferimento agli occupati che dichiarano di aver iniziato a lavorare per il datore di lavoro attuale nel 2011.
Una proposta che non si può rifiutare – Francesco Piccioni
«O così, o pomì», recitava un vecchio spot. Ma a qualcuno la sortita iniziale del ministro Elsa Fornero - «se faremo insieme questa riforma, siamo contenti, altrimenti il governo cercherà comunque di farla» - sembra più simile a quella micidiale battuta («una proposta che non si può rifiutare» ) che faceva da tormentone efficacissimo nella saga Il padrino. Suggestioni a parte, lo schema del governo non potrebbe essere espresso in modo più ultimativo e chiarificatore. «Abbiamo un vincolo di tempo e di risorse», ha spiegato alle controparti Fornero, ormai investita ufficialmente del compito di coordinare questa partita (Mario Monti era assente anche ieri; come se la questione per lui fosse già risolta); «dobbiamo chiudere in due o tre settimane». Ma chiudere cosa? Qui la materia diventa molto più fumosa. «L'art. 18 è stato messo sul tavolo», gongola il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Che però sembra lamentarsi dell'eccessiva nonchalance con cui il governo procede: «nessun documento è stato presentato dal ministro». Ma è solo una piccola nube, visto che la reintegra sul posto di lavoro rimarrebbe soltanto per i «licenziamenti discriminatori» (secondo quali parametri? le opinioni politiche e sindacali ci stanno dentro? o solo le scelte sessuali e il colore della pelle?). Il ministro, infatti, avrebbe dichiarato di voler ammettere i «licenziamenti per motivi economici»; un controsenso, se la si dovesse prendere in parola, perché «per motivi economici» vengono licenziate ogni giorno centinaia di persone, tra uno «stato di crisi aziendale» e l'altro. Evidente, dunque, che sotto quella formula si nascondono ben altri «motivi». La resistenza sindacale non sembra davvero eccessiva. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, ha invitato l'esecutivo a «usare molta cautela, perché siamo in una fase delicata». Susanna Camusso, pari grado della Cgil, ha apprezzato la «disponibilità del governo a trovare un accordo». Vecchi frequentatori di trattative sindacali spiegano che «se accetti di parlare di certe cose, vuol dire che le hai già digerite». Nessuno, comunque, sembra aver posto veri limiti a una discussione che nel merito si annuncia durissima per chi dovrà sottostare alla nuova «riforma». Sia dal governo che dai sindacati, infatti, si spiega con dovizia di ripetizioni che ci si muove «su obiettivi condivisi». Ma l'unico soggetto che mette sul tavolo «soluzioni» per raggiungere quegli obiettivi è il governo. Il solo punto su cui Fornero sembra aver accennato un minimo passo indietro è relativo agli ammortizzatori sociali. Oltre alla cassa integrazione ordinaria (applicata solo per le crisi temporanee o imprevedibili), dovrebbe restare anche la straordinaria (per crisi o ristrutturazione aziendale). Ma nessuno sa dire ora che fine farà la mobilità, che pure ha permesso di risolvere molte crisi senza buttare la gente per strada senza più nulla. Non c'è da essere per niente ottimisti, dunque. Anche perché i sindacati qualche richiesta l'avevano anche portata. A proposito di «esodati» (i prepensionati o i «precoci» che ora non possono più andare in pensione, ma intanto sono usciti dal lavoro: 70.000 persone), per esempio, invitavano a trovare soluzioni nemmeno troppo difficili o costose. Fornero è stata invece di una durezza degna di miglior causa: «la riforma delle pensioni non si tocca, ha determinato la riduzione dello spread». Del resto «i mercati» sono lo straccio rosso sventolato davanti a ogni perplessità. «Il mercato, noi e voi sappiamo che questa è un'occasione per fare una cosa buona per il mercato, e che, se non la cogliamo, perdiamo», spiega Fornero. Con punte di ideologia difficilmente tollerabili per un ministro che sta ridisegnando la vita di decine di milioni di persone. Un esempio? Riprendendo il tema dell'art. 18, a cui viene disinvoltamente addebitata la «responsabilità» per l'esistenza della precarietà, ha detto «saremo giudicati dagli italiani che hanno subito esclusioni e non hanno avuto prospettive, appiattendosi su precarietà e basse aspirazioni». Come se togliendo diritti a chi ne ha, senza nemmeno darne di equivalenti a chi non ne ha, si facesse in qualche misura «una cosa equa». O anche: «rafforzare la posizione dei lavoratori, sia di quelli che già lavorano che di quelli che lo cercano». Quale «rafforzamento» sia perseguibile con meno tutele è un mistero che ci verrà svelato non prima di dieci giorni. È questa la scadenza fissata per il prossimo incontro con sindacati, Confindustria e altre associazioni di categoria. In quella data probabilmente il ministro arriverà con un «pacchetto completo», ovviamente «intrattabile» perché «i mercati se lo aspettano». Nel frattempo, le parti potranno vedersi tra loro o con esponenti del governo, magari per «gruppi di lavoro flessibili». Lasciando comunque agli interlocutori - ripetiamo: che discutono senza avere nemmeno un documento ufficiale davanti agli occhi - «la libertà di organizzarvi come meglio credono». Tanto, vien da concludere, il governo sa già quel che vuole fare e del parere delle «parti» (Confindustria e Abi escluse, visti i vantaggi che imprese e banche riceveranno da queste misure) sa fare volentieri a meno, come ha detto in premessa lo stesso ministro. È o non è «una proposta che non si può rifiutare?
«Pronto? La Fiom informa». Battaglia con il call center Fiat
«Pronto, Fiom in linea per i tuoi diritti in Fiat». Così risponderà il call center che la Fiom attiverà nei prossimi giorni in risposta al call center messo in piedi dall'azienda per informare sulle novità contenute nella nuova busta paga che i lavoratori hanno ricevuto dopo l'entrata in vigore del nuovo contratto specifico di primo livello. Ad annunciare l'iniziativa il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo. «Nei nostri confronti c'e un tentativo di esclusione, ma noi stiamo dimostrando che si può fare sindacato anche in situazioni difficili - ha sottolineato Airaudo - e con questa iniziativa, dedicata esclusivamente ai lavoratori Fiat, vogliamo garantire ai lavoratori che c'è anche una voce sindacale e non solo una aziendale». Quanto alle nuove buste paga, Airaudo ha ribadito che, dopo avere rifatto « conti abbastanza precisi, ci sono aumenti mensili perché alcune voci retributive vengono spostate da pagamenti unici a mensilizzazione. Ma se si guarda la paga annua, siamo per effetto sui turni a circa 36 euro in più all'anno, che significa 17 centesimi al giorno, ma d'altronde sarebbe incredibile che la Fiat desse aumenti in una fase in cui non fa nuovi prodotti, fa molta cassa integrazione e non fa investimenti». Tanto per dare una certezza, alle carrozzerie di Mirafiori si lavorerà questo mese soltanto quattro giorni, dal 14 al 17 febbraio, ha comunicato ieri l'azienda ai sindacati. Oggi alle carrozzerie Fim, Uilm e Fismic terranno le assemblee per spiegare ai lavoratori il nuovo contratto. Ma l'annuncio fatto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne - a Mirafiori saranno prodotte due nuove vetture, con l'avvio della produzione del primo modello nel dicembre 2013 - «è solo l'annuncio di un congelamento», dice ancora Airaudo. «I tempi sono slittati di altri sei mesi, passando dal secondo semestre 2013 al dicembre 2013, cioè inizio 2014. Questo vuol dire che aumenta la cassa integrazione mentre i prodotti che restano a Mirafiori sono ormai invecchiati e poveri in un mercato che la stessa Fiat ammettere essere faticoso. Per questo penso che si dovrebbe chiedere di più e dovrebbe farlo il governo».
Autoriduciamo le bollette per rispettare il referendum – Marco Bersani*
Tra questo e il prossimo week end, con mobilitazioni diffuse, azioni comunicative e presenza in tutti i territori, il Forum italiano dei movimenti per l'acqua lancerà ufficialmente in tutto il Paese la campagna di "obbedienza civile". Sarà obbedienza civile perché proponiamo a tutte le donne e gli uomini del Paese di obbedire al voto espresso nel giugno scorso dal popolo italiano, attivandosi in prima persona e collettivamente per contrastare l'illegittimità delle tariffe applicate da tutti i gestori e pretendere il giusto pagamento della tariffa sull'acqua. Spiegare di cosa si tratti è molto semplice. Lo scorso giugno, oltre 26 milioni di donne e uomini di questo Paese, attraverso un doppio sì al voto referendario, hanno aperto la strada alla ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico e, abolendo dalla tariffa la cosiddetta "adeguata remunerazione del capitale investito", hanno stabilito che sull'acqua non possano essere fatti profitti. Su questo punto la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 26/2011 di ammissione del quesito referendario, ha stabilito come l'esito positivo del pronunciamento popolare fosse immediatamente applicabile. Tuttavia, utilizzando le motivazioni più stravaganti, a otto mesi dal referendum, nessuna istituzione locale e nessun ente gestore ha ancora applicato la riduzione della tariffa (per una percentuale che varia tra il 12 e il 25% da territorio a territorio), come previsto dal voto della maggioranza assoluta del popolo italiano. Si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia che, al pari delle normative approvate dal precedente governo Berlusconi e dall'attuale governo Monti in tema di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, vuole affossare nei fatti la volontà popolare, che da sempre afferma l'acqua come bene comune e diritto umano universale e reclama una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato. Dopo aver per decenni propagandato il mantra "privato è bello", oggi i poteri forti dei grandi capitali finanziari, resisi drammaticamente conto della perdita di consenso alle politiche liberiste, giocano la carta del "privato è ineluttabile", facendosi scudo della crisi e delle cosiddette esigenze dei mercati. Temono in realtà la fine di un business garantito, legato al fatto che l'acqua è un bene essenziale alla vita stessa delle persone e dunque con un consumo mai comprimibile, anche in tempi di drastico abbattimento dei redditi e delle condizioni di vita delle persone. Di fronte ad istituzioni pubbliche a tutti i livelli succubi degli interessi delle multinazionali e del sistema finanziario, il popolo dell'acqua ha deciso di lanciare questa nuova mobilitazione per il rispetto del voto referendario e per la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia. La campagna, già partita con successo in alcune città (Arezzo, Genova, Roma etc.), chiederà a tutti i cittadini, utenti singoli o condominiali, di restituire al mittente le bollette che non prevedano la decurtazione della quota relativa alla remunerazione del capitale investito (i profitti), dichiarando la propria volontà di ricalcolare la tariffa e di pagarne solo la parte legittima, nonché chiedendo il rimborso di quanto sinora versato in eccesso. Per poter fare questo, verranno attivati in ogni paese, quartiere, municipio, città, sportelli di consulenza e di supporto legale da parte dei comitati per l'acqua, mentre ogni informazione è già oggi accessibile sul sito www.acquabenecomune.org. Sarà una nuova campagna dal basso, cui tutte le donne e gli uomini del Paese potranno partecipare direttamente per dire ancora una volta a lor signori che il nostro voto va rispettato, che l'acqua e i beni comuni non sono un debito e che la democrazia è affare troppo serio per lasciarla in mano a un gruppo di professori con laurea in pensiero unico del mercato.
*Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l'acqua
Il Pdl ora riforma la giustizia – Andrea Fabozzi
È scomodo, ma non certo monotono il posto fisso in maggioranza del Pd: ieri i deputati democratici si sono potuti godere dalla prima fila la ricomposizione della maggioranza Pdl-Lega col sovrappiù del Terzo Polo. Tutti assieme ad approvare una delle norme anti magistrati che Berlusconi, quando stava al governo, aveva provato invano a portare a casa. C'è riuscito adesso che a palazzo Chigi è andato Monti, grazie al voto segreto su un articolo che il leghista Pini ha aggiunto alla legge comunitaria, la stessa manovra azzardata che l'anno scorso gli fu bloccata in extremis. Nel segreto dell'urna non si può nemmeno escludere che due o tre parlamentari Pd abbiano votato con il Pdl, in ogni caso non sarebbero stati decisivi. Sulla carta il fronte anti responsabilità civile dei magistrati contava, considerando gli assenti (24 nel Pd tra i quali D'Alema e Fioroni, 4 nell'Idv tra i quali Orlando), 253 voti sicuri, che alla fine invece sono stati 211. Dunque ci sono stati 42 franchi tiratori, ragionevolmente tutti tra i 57 votanti del Terzo Polo. Per il Pd un colpo durissimo anche perché il governo non si è impegnato formalmente a correggere il testo in senato. Lo sconfitto è soprattutto il capogruppo del Pd Dario Franceschini che nella mattinata di ieri - dopo che Fini aveva accettato di mettere ai voti la proposta leghista - si era accontentato di un impegno del Pdl a votare contro. Poco credibile, visti i precedenti. Comunque sia il relatore (del Pdl) della legge comunitaria, sia il governo si erano detti contrari all'articolo aggiuntivo Pini. Nel Pdl poi c'erano moltissimi assenti e di rilievo (68 tra i quali, oltre al solito Berlusconi, Alfano, Ghedini, Lupi e Verdini) e anche nella Lega (15 assenti su 59, mancavano Maroni, Reguzzoni, Lussana e Bossi). Finiani e centristi oltretutto esprimevano a gran voce la loro contrarietà, dunque i democratici restavano abbastanza tranquilli. Nemmeno troppo preoccupati dei sei voti canonicamente divergenti dei radicali: si sa che il partito di Pannella insiste sulla responsabilità civile dei magistrati dai tempi del referendum «Tortora» del 1987 (recepito, ma secondo i radicali tradito, dalla legge Vassalli attualmente in vigore). E invece è arrivata la sorpresa: con 264 sì i leghisti hanno vinto la loro battaglia, potendo contare in teoria solo su 58 parlamentari favorevoli alla luce del sole. Ma un attimo dopo che il presidente Fini ha proclamato il risultato, formalizzando la prima sconfitta parlamentare importante del governo, è esplosa in un applauso la gioia del Pdl. Partito che, sempre in teoria, avrebbe dovuto votare secondo le indicazioni del governo. Bersani ha immediatamente minacciato «conseguenze politiche» per l'esito del voto, la stessa minaccia agitata dal Pdl quando si trattò di votare per l'arresto di Cosentino. Con ben altra efficacia, allora. Franceschini ha chiesto un impegno diretto di Monti per rimediare in senato, avvertendo che altrimenti il partito non avrebbe potuto votare la legge comunitaria così come trasformata dal maquillage leghista. Niente da fare. Per il governo ha parlato la ministra della giustizia Severino che ha detto che sarebbe stato preferibile un intervento organico in materia di responsabilità civile. «Confido che in seconda lettura si possa migliorarlo», ha aggiunto: non un impegno preciso. Il governo, ha assicurato il sottosegretario Catricalà, «non avrà problemi da questo voto». E in effetti il ministro Moavero in aula non ha detto nessuna delle parole che il Pd si aspettava, al contrario ha concluso con un appello a votare velocemente la legge comunitaria. Così solo Italia dei valori si è sganciata e il Pd ha votato ugualmente a favore. «Con molta difficoltà», ha detto Franceschini, insistendo sul valore politico dell'incidente: «Un governo non si può basare sul sostegno leale a prescindere di alcuni gruppi parlamentari e sulle mani libere di altri. Non può funzionare così!». Parole che descrivono la disperazione del gruppo democratico, incalzato fuori dal parlamento dalla protesta dei magistrati. Durissima la nota dell'Anm che ha parlato di norma incostituzionale e di «ritorsione contro la magistratura», recuperando in un attimo i toni che era costretta a usare quando al governo c'era Berlusconi. Ne è nato un botta e risposta con i parlamentari del Pdl dal sapore antico, ma questa volta il partito democratico è stato preso in mezzo. Martedì, sotto la spinta di Magistratura democratica, le toghe discuteranno di un possibile sciopero. E intanto il segretario del Pdl Alfano (peraltro ieri assente) si diverte a gettare benzina sul fuoco: «Chi sbaglia paga, anche i magistrati», scrive su twitter, immaginando di riscattare le tante sconfitte patite da ministro della giustizia. La guerriglia, scopre il Pdl, paga più della guerra.
L'ultima mossa del pm per incastrare Silvio – Luca Fazio
Il pm Fabio De Pasquale non vuole arrendersi. E' sua l'ultima mossa disperata per cercare di portare a termine il processo Mills che vede imputato Silvio Berlusconi per corruzione, una vicenda giudiziaria da manuale che ormai sembra essersi avviata alla prescrizione. Nel tentativo di disinnescare la «strategia del ritardo», l'unica vera messa in campo dagli avvocati di Berlusconi per cercare di salvarlo dalla probabile condanna, il pm De Pasquale è andato a pescare un procedimento che nulla c'entra con il caso Mills ma che comunque potrebbe in qualche modo fare scuola. La nuova carta da giocare si chiama legge ex Cirielli, quella che prevede la prescrizione breve per gli imputati incensurati: per il pm Fabio De Pasquale sarebbe incostituzionale. Ieri mattina il magistrato che sostiene l'accusa al processo Mills ha sollevato il conflitto di costituzionalità della legge entrata in vigore nel 2005 nell'ambito del processo Eni-Nigeria, dove per sei manager imputati di corruzione internazionale i termini di prescrizione sarebbero scaduti il 31 gennaio scorso. Cosa c'entra il processo Eni-Nigeria? C'entra. Perchè se il tribunale dovesse accogliere la questione sollevata dall'accusa, il pm De Pasquale si troverebbe nella condizione di poter presentare la stessa eccezione al processo Mills, e sarebbe l'ultimo tentativo di evitare che la prescrizione «salvi» Silvio Berlusconi. La ex Cirielli, secondo il pm, «non è una legge validamente emanata perché vìola gli obblighi internazionali del nostro paese». Di fronte al collegio presieduto da Oscar Magi, Fabio De Pasquale ha sottolineato i limiti già espressi dalla Commissione Ocse in tema di prescrizione in Italia, citando l'ultima visita compiuta la scorsa estate quando i commissari «avevano messo in guardia sul grave impatto che i termini di prescrizione possono avere sul morale del corpo giudiziario e delle forze di polizia». Quindi, secondo il pm «la strategia del ritardo è diventata una tecnica difensiva codificata», e per questi motivi ha chiesto al tribunale di sollevare una questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta. Significa che per Berlusconi si mette male? Non proprio. La risposta dei giudici, infatti, non arriverà subito, perchè le difese hanno chiesto tempo per replicare. E i giudici hanno rinviato l'udienza al prossimo 8 marzo, riservandosi di decidere in una data successiva non ancora fissata sul calendario. Mentre il 9 febbraio, secondo indiscrezioni, sarebbe pronto a presentarsi in aula l'armatore Diego Attanasio in veste di testimone. Le sue dichiarazioni potrebbero essere decisive. Per ben sei udienze, infatti, l'avvocato David Mills ha sostenuto che i 600 mila dollari «incriminati» (quelli che per l'accusa erano stati dati da Berlusconi per addomesticare alcune testimonianze) provenivano dal patrimonio gestito per conto di Attanasio. L'armatore vive in Namibia ed era già stato sottoposto ad interrogatorio. Il prossimo 9 febbraio, quindi, il pm Fabio De Pasquale non potrà tenere la sua requisitoria. Il processo intanto riprende questa mattina con l'esame del perito della difesa. Nel pomeriggio interverrà ancora l'avvocato Mills in videoconferenza da Londra.
Il Professore nell'angolo – Matteo Bartocci
È una maggioranza senza governo e un governo senza maggioranza. E in serata a Palazzo Chigi Alfano sale da Monti per concordare l'agenda sulla giustizia. Quasi come ai tempi di Silvio Berlusconi. Ancora una volta l'epicentro del terremoto politico sono i processi del Cavaliere. Il decreto liberalizzazioni, impallinato dagli avvocati del centrodestra in senato, cambierà sicuramente. La responsabilità civile dei magistrati viene approvata alla camera contro il parere del governo. Il decreto semplificazioni che nonostante gli annunci e le conferenze stampa sarà approvato soltanto oggi dal consiglio dei ministri. Per Mario Monti governare somiglia sempre di più a una corsa a ostacoli. E a parte l'economia, delegata dai partiti al governo e dal governo a Bruxelles, non c'è tema parlamentare dove non si verifichino imboscate, trappole e incidenti. Lasciato libero di sprigionare le sue pulsioni, il mostro «tricefalo» Pd-Pdl-terzo polo pattina sul ghiaccio. Mercoledì l'Udc ha votato con il Pdl a difesa di Nicola Cosentino ma è stato battuto dalla Lega che ha votato con Pd e Idv. E ieri il partito di Casini, insieme al Carroccio, si è accodato di nuovo al centrodestra buttando Pd, Idv e finiani all'opposizione. L'emendamento del maroniano Pini sui giudici, insomma, è solo la punta dell'iceberg. L'inizio di una manovra di accerchiamento al governo fatta di Rai e toghe. Di fatto nelle varie commissioni l'unica forza "responsabile" della maggioranza è il Pd. Finora però. Perché presto anche il partito di Bersani inizierà a portare la sua croce, quando la ministra Fornero porterà avanti la riforma del lavoro e dell'articolo 18 «con o senza il consenso di tutti». Le reazioni dei «big» alla sconfitta del governo sono esemplari. Bersani vede lo spettro della «vecchia» maggioranza: «Il governo - spiega il segretario Pd dopo il voto d'aula - deve porsi il problema: non può essere che c'è chi sostiene con lealtà il governo e chi si mantiene le mani libere. Noi -avverte- non assisteremo al riemergere di vecchie maggioranze sulla Rai e sui giudici. Il governo faccia il punto con le forze che lo sostengono». I democratici difendono la linea della ministra Severino: il senato deve correggere la norma Pini. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Senza modifiche il Pd minaccia di non votare la legge comunitaria. Ma la reazione del capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto è inequivocabile: «Il voto non è contro il governo, è contro la prepotenza di chi ritiene di essere una sorta di dominus nella vita politica italiana», cioè i giudici. Pier Casini è interlocutorio: da un lato ammette la possibilità di modifiche alla norma, dall'altro gela Bersani: «Non è resuscitata la maggioranza del passato, che è morta, ma c'è stata una sensibilità, un'ampia maggioranza parlamentare che va oltre Pdl e Lega». Su queste parole l'Idv affonda contro Bersani, ma non infierisce: «Il Pd deve riflettere quando insiste a voler cercare alleanze diverse da quelle della foto di Vasto». In questo bailamme dall'aria pre-elettorale, gli spazi di intervento per il governo sono sempre più stretti. E sulla giustizia la tensione è destinata ad arrivare alle stelle, visto che il 18 febbraio si saprà se il processo Mills contro Berlusconi arriverà a sentenza o sarà già prescritto. Febbraio è anche l'unica «finestra» disponibile per chi vuole il voto anticipato. Sarà un mese di alta tensione. Che fa tornare a galla tutti i vizi di origine del governo dei professori. Il sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo racconta candidamente alla Zanzara, su Radio24, come è entrato nel governo Monti: «Semplice, ho dato il mio curriculum a Fabrizio Cicchitto, di cui ero consulente, dicendogli che ero disponibile a entrare. Lui lo avrà dato a Monti, che non conoscevo. Tutto qui». Sì ma da chi è stato indicato? «Beh, da Cicchitto, funziona così... Monti dopo avrà scelto sulla base delle mie competenze». Polillo è meno candido però quando rivela le sue speranze per il futuro: «Spero che Monti continui a fare politica anche dopo la fine del governo, in qualsiasi ruolo». E Berlusconi? «Mi auguro possa fare il presidente della Repubblica. Io lo stimo, al paese ha dato tanto. E poi molti cambiano carattere quando arrivano al Colle, magari succede anche a Berlusconi ... Intanto in questa fase ha avuto un grande senso di responsabilità facendo un passo indietro. Oppure potrebbe essere nominato senatore a vita, cosa ci sarebbe di male? ... in fin dei conti di cosa è stato incriminato Berlusconi?». Monti a Palazzo Chigi e Berlusconi al Quirinale. Un sogno, per tanta parte del centrodestra. E un messaggio a Napolitano.
Germania contro Italia – Guido Ambrosino
Dovranno essere risarciti gli italiani deportati al lavoro coatto nei lager nazisti, o i familiari dei civili massacrati dalla Wehrmacht e dalle SS? Oggi su questo nodo si pronuncerà la corte internazionale di giustizia dell'Aia. Paradossalmente è stata proprio la Germania, che finora si è strenuamente sottratta all'obbligo teoricamente cogente di indennizzare le vittime, a citare l'Italia davanti al tribunale istituito dalle Nazioni unite nel dicembre 2008, sostenendo che le pronunce della nostra corte di cassazione violerebbero la sovrana immunità dello stato tedesco dalla giurisdizione di altri paesi. Ancora più paradossalmente, il ricorso all'Aia è stato deciso in combutta col governo Berlusconi, con tanto di comunicato congiunto sul comune interesse a un autorevole «chiarimento» sull'immunità degli stati, mentre il ministro degli esteri Franco Frattini definiva «pericolosa» per la stabilità dei rapporti internazionali la giurisprudenza della cassazione: dove si sarebbe andati a finire se ogni privato cittadino che si ritenesse danneggiato da crimini di guerra potesse ricorrere in giudizio contro gli stati colpevoli? Stranezza nella stranezza: nonostante l'enormità di questa palese combine tra due governi eredi dell'Asse nazifascista, a tutela della propria comune impunità - anche l'Italia ha perpetrato nella seconda guerra mondiale, in Jugoslavia, Grecia, Russia e Albania crimini orrendi mai perseguiti - i nostri media hanno praticamente ignorato la vicenda. Rarissimi gli articoli di giornale sull'andamento della procedura, sul dibattimento svoltosi nel settembre scorso con l'intervento anche della Grecia, come parte interessata all'oggetto della contesa. E adesso che la decisione verrà pronunciata, venerdì 3 febbraio, la stragrande maggioranza degli italiani cadrà dalle nuvole: «L'Aia che?». Non pochi saranno seccati: «Uffa, ancora con 'ste vecchie storie, a 66anni dalla fine della guerra?». Invece la causa Germania contro Italia (e Grecia) è un preziosissimo prisma per mettere a fuoco tutti gli anacronismi, tutte le schizofrenie dell'incompiuta costruzione che chiamiamo Europa. Mentre la cancelliera Merkel pretende dagli altri paesi dell'euro ulteriori rinunce di sovranità sui propri bilanci, e il suo ministro delle finanze Schäuble prende addirittura a schiaffi la sovranità greca proponendo di mandare a Atene un "commissario" con diritto di veto su ogni spesa, la Germania si batte per blindare la sua sovrana impunità da ogni rimostranza delle vittime degli eserciti del Reich? Mentre la Nato se ne infischia della sovranità di stati carogna, se e quando le pare opportuno intervenire in nome dei diritti umani, vogliamo ergere barriere inviolabili a tutela delle prepotenze, degli abusi, delle violenze degli strati per bene? L'idea dell'unione europea è nata nei lager nazisti, dalla fraternità sperimentata tra i deportati di tutte le lingue. Ha preso corpo nelle file della resistenza, dove in Italia combattevano, fianco a fianco, anche disertori tedeschi e piloti inglesi scampati alla prigionia. Ma la prassi comunitaria è poi stata usata come alibi per mettere la sordina sul passato, per nascondere i fascicoli d'indagine sulle stragi negli armadi della vergogna: siamo alleati, todos caballeros, scordiamoci il passato. E adesso che dovremmo fare un balzo in avanti verso l'unione politica, con un governo federale democraticamente responsabile verso il parlamento europeo, i nodi irrisolti vengono al pettine e rischiano di ricacciarci indietro. I risentimenti tornano a galla. L'edificio vacilla, perché più che sulla giustizia l'abbiamo costruito sulla rimozione, sull'impunità. Non dobbiamo farci fuorviare dall'intestazione della causa all'Aia, «Italia contro Germania». Le linee di conflitto non passano tra le nazioni, ma al loro interno. In Germania ci sono fior di giuristi che ritengono pazzesco rivendicare - contro gli sviluppi più promettenti del diritto internazionale - una forma pressoché assoluta di immunità sovrana, anche dentro l'Europa dove pure si vorrebbero armonizzare i codici in uno spazio giuridico comune. È un tedesco l'avvocato Joachim Lau, che da Firenze si batte da decenni per i diritti delle vittime italiane dell'occupazione nazista. In Italia ci sono stati negli anni '50 e '60 ministri e magistrati militari alacremente impegnati a insabbiare. Abbiamo avuto un governo Berlusconi che, non contento di stendere un tappeto rosso al governo di Berlino sulla via della corte di giustizia internazionale, a preparato un bel decreto che sospendeva tutti gli atti esecutivi disposti in Italia in vista del rimborso delle vittime fino alla sentenza della corte dell'Aia. Questa ignobile leggina blocca-risarcimenti sarebbe scaduta il 31 dicembre scorso. Siccome la sentenza sarebbe arrivata dopo, il governo Monti si è precipitato a prolungarne la vigenza col decreto «milleproroghe». Ma in Italia abbiamo avuto anche procuratori militari come Marco De Paolis che hanno ripreso a lavorare seriamente sulle stragi nazifasciste. Ottenendo sempre più spesso, con le sentenze di condanna degli ex militari tedeschi contumaci, anche richieste di risarcimento per i familiari delle vittime. E abbiamo avuto giudici alla corte di cassazione che, contravvenendo ai pareri spesso «filotedeschi» dell'avvocatura di stato, hanno dichiarato obsoleta la tradizionale dottrina dell'immunità sovrana. La sentenza che ha fatto infuriare i governi tedeschi, prima quello rosso-verde del socialdemocratico Schröder, poi i due gabinetti di Angela Merkel, quello di grande coalizione e quello attuale di centro-destrra, la cassazione l'ha scritta nel 2004, dando ragione a Luigi Ferrini, deportato nel 1944 a 17 anni e rinchiuso a costruire armi nelle gallerie sotterranee del lager di Kahla in Turingia, difeso dall'avvocato Lau. La corte ha concluso che l'immunità dello stato tedesco dalla giurisdizione italiana cessa, laddove si tratta di gravi crimini di guerra e di crimini contro l'umanità, come la riduzione in schiavitù. Questo è, a loro avviso, «il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità». La cassazione ha perseverato, confermando successivamente i risarcimenti per i familiari delle vittime della strage nazista di Civitella, in Toscana. Ha poi anche riconosciuto il diritto dei sopravvissuti greci della strage nel villaggio di Distomo, anche loro rappresentati dall'avvocato Lau, a rivalersi su beni tedeschi in Italia. In Grecia la sentenza a loro favore non poté essere eseguita perché il governo dell'epoca negò l'autorizzazione politica richiesta dalla normativa di quel paese. In Italia, a garanzia delle pretese di Distomo, è stata iscritta un'ipoteca giudiziale sugli edifici del centro studi di Villa Vigoni, proprietà del governo tedesco sul lago di Como. E sono stati sequestrati i crediti della Deutsche Bahn presso Trenitalia, crediti alimentati dalla vendita di biglietti ferroviari su tratte internazionali. Il governo tedesco avrebbe potuto rassegnarsi, e pagare. La somma complessiva che gli viene chiesta è nell'ordine di qualche centinaio di milioni di euro, noccioline in confronto alla girandola di miliardi in gioco tra aiuti alle banche e meccanismi di stabilizzazione monetaria. Invece ha preferito la guerra giudiziaria. Alla corte dell'Aia chiede di condannare l'Italia per «violazione del diritto internazionale», perché, consentendo a privati cittadini di citarla in giudizio, avrebbe contravvenuto agli obblighi di rispettare l'immunità della Repubblica federale tedesca. E pretende dall'Italia «misure adeguate» per bloccare l'esecuzione delle sentenze sfavorevoli.
Chi c'è dietro il massacro di Port Said – Paolo Gerbaudo
Il Cairo - Gas lacrimogeni, idranti, pallottole di gomma. Nell'anniversario della «battaglia dei cammelli», in cui gli sgherri del regime di Mubarak a dorso di asini e cammelli cercarono inutilmente di scacciare i manifestanti da Tahrir, ieri il centro del Cairo è stato di nuovo un campo di battaglia. Ambulanze e moto facevano la spola tra la zona degli scontri e gli ospedali trasportano centinaia di feriti. «Dobbiamo vendicare I nostri compagni», gridavano gruppi gli ultras cercando di farsi strada verso il ministero dell'interno con lanci di pietre e bombe molotov. «Morte a Tantawi, morte alla giunta militare». Dopo il massacro di mercoledì sera, con 77 tifosi dell'Al-Ahly, una delle squadre della capitale, rimasti uccisi e 1000 feriti dopo una partita contro al-Masry, la squadra della città di Port Said, all'imbocco mediterraneo del canale di Suez, è arrivato il giorno della vendetta contro il regime considerato complice nelle violenze. Gruppi di ultras si sono riuniti già nel primo pomeriggio di ieri di fronte alla sede dell'al-Ahly e si sono poi diretti verso piazza Tahrir. A loro si sono uniti i supporters della squadra arci-rivale dello Zamalek, che durante la rivoluzione e nei mesi successivi sono spesso scesi in piazza con gli ultras dell'al-Ahly, per fronteggiare il comune nemico: le forze di sicurezza. Verso il tardo pomeriggio la folla ha cominciato ad ingrossarsi su Falaky square, una piazza a 200 metri di distanza da Tahrir. Da lì i tifosi hanno rimosso il filo spinato eretto sulla strada che da Falaky porta alla zona ormai completamente militarizzata del ministero degli interni. Nel frattempo gruppi di ultras si sono adoperati per rimuovere blocco dopo blocco il muro di cemento eretto sulla vicina via Mohammed Mahmoud eretto dopo gli scontri di novembre in cui morirono oltre 70 manifestanti. Attorno alle 6 ora egiziana sono cominciati gli scontri. La polizia ha cominciato a sparare a catena gas lacrimogeni che hanno invaso tutto il centro del Cairo. Nella tarda serata si parlava di diversi morti e centinaia di feriti. «Hanno ucciso 5 miei amici» - urla Abdallah, ultras 26enne dell'al-Ahly e veterano della rivoluzione di un anno. «A fare il massacro sono state le milizie della giunta militare che hanno infiltrato la tifoseria del Masry», afferma. «Così si sono vendicati perché nelle ultime due settimane a tutte le partite scandivamo slogan contro la giunta militare. Ma adesso gliela faremo pagare». Sono in molti ad essere convinti come Abdallaha che dietro il massacro di mercoledì sera a Port Said ci sia la lunga mano della giunta militare. Certo tra I tifosi dell'Al-Ahly e del Masry non era mai corso buon sangue. Ma la dimensione della strage lascia pensare che gli incidenti del dopo-partita siano stati un'imboscata ordita dall'esercito. La partita vinta dal Masry per 3 a 1 era appena finita quando verso le 10 di sera di mercoledì migliaia di tifosi della squadra locale si sono riversati sul terreno di gioco. I giocatori dell'al-Ahly sono dovuti correre negli spogliatoi per evitare il linciaggio. Ma per gli ultras della squadra più forte di tutta l'Africa con un seguito di 50 milioni di tifosi non c'è stato scampo. Hanno cercato di fuggire attraverso le uscite di sicurezza dello stadio, ma in più occasioni hanno trovato porte sbarrate e chiuse con catenacci. Alcuni sono morti sotto colpi di bastone e di coltello. Ma la maggior parte sono rimasti stritolati nella calca. La polizia anti-sommossa che pure era schierata in massa sul campo non ha mosso un dito, lasciando via libera all'assalto furioso dei tifosi del Masry. La giunta militare si è affrettata a condannare l'episodio imputandolo come suo solito a «forze oscure che minacciano la stabilità del paese». Il maresciallo Tantawi che presiede la giunta militare che di fatto governa il paese dopo la caduta di Mubarak è andato a ricevere tifosi e giocatori feriti trasportati al Cairo con aerei militari. 51 sospetti sarebbero stati arrestati. Ma certo questo non basta a calmare gli animi anche visto che le dimissioni del governatore di Port Said e dei responsabili locali delle forze di sicurezza annunciate in un primo momento, sono state presto ritirate. Ora i militari se la devono vedere non solo con i manifestanti che in queste ore stanno dando battaglia alle forze di sicurezza ma anche con Hurreya wa Adala il partito dei fratelli musulmani. Nonostante mercoledì pomerggio i suoi militanti si fossero scontrati con i manifestanti di Tahrir, ieri i Fratelli hanno deciso di schierarsi con la piazza. Il vice-presidente del partito Essam El-Erian ha imputato il massacro a «esponenti del regime di Mubarak». In molti pensano che l'evento, inssieme ad una serie di episodi di violenza avvenuti negli ultimi giorni, sia parte di una strategia della tensione usata dalla giunta militare per giustificare la propria permanenza al potere.
Perché le classi popolari votano Marine Le Pen – Anna Maria Merlo
Parigi - I due principali candidati alle presidenziali francesi, il socialista François Hollande e Nicolas Sarkozy, che non ha ancora ufficializzato la sua partecipazione alla corsa all'Eliseo del 22 aprile e 6 maggio, si scontrano sulle «classi medie» e si accusano a vicenda di non volerle proteggere. I due principali candidati mascherano, con l'espressione «classi medie», che il sociologo Louis Chauvel descrive «alla deriva», un reale imbarazzo nei confronti della classi popolari. Sarkozy, che nel 2007 aveva vinto grazie al voto di operai e impiegati, convincendoli con la promessa di un aumento del potere d'acquisto grazie al «lavorare di più per guadagnare di più», ha ormai consumato il divorzio con questa parte della popolazione. Dice Jérôme Fourquet dell'istituto di sondaggi Ifop: «Oggi, soltanto il 10% degli operai sarebbe pronto a votare Sarkozy al primo turno e tra il 30 e il 35% al secondo, contro il 50% del 2007». Il Ps, secondo l'economista Bruno Amable, dalla svolta del rigore dell'83, ha girato le spalle alle classi popolari: «La scelta di abbandonare una politica di rilancio contro la disoccupazione a vantaggio della deflazione competitiva non è stata solo l'espressione del vincolo esterno o della volontà di restare in Europa. È stata una scelta politica che ha privilegiato le attese delle classi medie e superiori a detrimento di quelle delle classi popolari». Oggi, i sondaggi indicano che le intenzioni di voto degli operai sono al 40% per Marine Le Pen, seguite da Hollande al 35%. Sarkozy sarebbe alla pari con il candidato del Front de Gauche, Jean-Luc Mélénchon, per attirare il 10% del voto delle classi popolari. Come è cambiata la situazione della società francese negli ultimi anni? Come ha influito la mondializzazione, in un paese che nel 2005 aveva stupito l'Europa votando «no» al Trattato costituzionale europeo, affossato da quel rifiuto (che si era aggiunto al «no» olandese)? Lo abbiamo chiesto al ricercatore di geografia sociale Christophe Guilluy, autore, tra l'altro, dell'Atlas des nouvelles fractures sociales en France (Autrement, 2004) e di Fractures françaises (Bourin, 2010). L'organizzazione sociale del XXI secolo, che vediamo in Francia, ma anche in altri paesi, Usa compresi, ci mette di fronte a grandi città mondializzate, aperte, che accolgono dall'alto la ricchezza e dal basso l'immigrazione. Da una quindicina di anni c'è stato un rinnovamento della sociologia delle grandi metropoli, che votano per i socialisti o per i Verdi. Questa situazione pone la questione sul cosa sia la sinistra oggi e ci mostra il divorzio tra sinistra e classe operaia, classi popolari. Si tratta di un divorzio geografico e culturale. La sinistra è universalista, aperta al mondo, ha dimenticato la questione sociale: questo ha favorito che fosse mangiata dalla logica neoliberista. È uno choc culturale gigantesco rispetto al passato. La questione sociale è stata dimenticata e sostituita dai dibattiti di società. C'è una dimensione geografica: la sinistra non è più in contatto con le classi popolari. Mélenchon, certo, riporta nel discorso politico la questione sociale, ma lo fa con una visione che era quella del Pcf degli anni '70, come se in trent'anni non fosse successo nulla. È la mondializzazione che ha cambiato tutto, nel senso che le classi popolari sono le perdenti di questa trasformazione, con le delocalizzazioni e la disoccupazione, mentre l'élite delle grandi città ha solo i vantaggi di questo mondo dove tutto è a portata di mano? Dopo vent'anni di mondializzazione, la divisione dominante non è più destra/sinistra, ma tra classi popolari e classi dominanti. Non c'è la stessa percezione culturale della mondializzazione. Gli abitanti delle grandi città che votano a sinistra, anche se nei discorsi non lo dicono, erigono di fatto delle barriere, delle frontiere culturali: lo si vede nella scelta delle scuole per i figli, dei condomini dove abitare. Gli operai non hanno i mezzi per erigere queste frontiere e chiedono allo stato di farlo. La gente, confusa dalla perturbazione dell'identità, ha bisogno di ritrovarsi. Tutti pensano del resto che l'identità sia importante, che i valori siano importanti. Ma in alto si sa cosa non si deve dire. Vengono fatti discorsi moralizzatori a sinistra su coloro che sono confusi dal multiculturalismo, ma questa è più una questione sociale che filosofica: la percezione de multiculturalismo è diversa se si guadagnano 800 o 10mile euro al mese. Da vent'anni, le classi popolari votano più o meno uguale, No all'Europa di Maastricht, Le Pen nel 2002, Sarkozy nel 2007, oggi Marine Le Pen, e dicono sempre la stessa cosa, servendosi dei partiti. Negli anni '80, il Fronte nazionale era liberista, era votato dalla vecchia borghesia cattolica, quando negli anni '90 gli operai hanno cominciato a votarlo non appartenevano alla sua cultura che non aveva nulla a che vedere con la lotta di classe. Poi il Fn ha adattato il discorso, così come la sinistra adatta il discorso al suo elettorato. Ma i due partiti dominanti, Ump e Ps, si rivolgono soprattutto alle classi medie. Come mai? È un concetto legato al periodo dei Trenta gloriosi, quando nel momento della crescita sociale tutti erano destinati a diventare classe media. A ciascun periodo di mutazione economica corrisponde un paesaggio sociale e una classe sociale. Dopo il periodo della Francia rurale, con i contadini al centro, fece seguito quello della rivoluzione industriale, con la classe operaia, i quartieri operai e il Pcf. Nei trenta gloriosi emerge la classe media, che abita nei pavillon, nelle villette, creando un paesaggio urbano diffuso. Dalla fine degli anni '80 emergono i quartieri etnici, i ghetti che si contrappongono ai pavillon delle classi medie. Oggi, dopo vent'anni di mondializzazione, c'è stata una ricomposizione del territorio. Le classi medie sono esplose. Le classi popolari sono composte non solo da operai, ma anche da impiegati, dal terziario, dai precari: rappresentano il 60% della popolazione. I grandi partiti hanno capito che queste categorie soffrono enormemente a causa della mondializzazione, ne sono i perdenti. Hanno bassi salari, sono precari, vivono in territori non ben definiti, sono stati cacciati dalle grandi città, vivono ai margini delle zone dove si produce ricchezza, a differenza degli operai di una volta. Vivono una una no man's land culturale e non è un caso se emergono qui i partiti populisti. Da vent'anni le classi popolari hanno un'immagine culturale deteriorata, svalorizzata. Si tratta della Francia periferica, sia dal punto di vista della logica geografica che culturale. In queste zone vivono molti giovani, ma nessuno li vede: secondo un sondaggio Ifop, il 28% di questi giovani tra i 18 e i 24 anni vota Fronte nazionale. Questo vuol dire che, mentre lo zoccolo elettorale dell'Ump sono i pensionati, del Ps i funzionari, la popolazione attiva lo è del Fronte nazionale. È un immenso problema. La sinistra, il Ps in particolare, come mai ha voltato le spalle alle classi popolari? Negli anni '80, la sinistra è andata verso il liberismo. Ha abbandonato la questione sociale, sostituendola con l'antirazzismo. Il Pcf è scomparso, è rimasto il Ps che è sempre stato borghese e ha scelto delle tematiche che potenzialmente possono venire difese anche dalla destra, le questioni di società, la scelta della bicicletta invece dell'auto ecc.. Lei parla di Francia divisa in tre: città mondializzate, Francia di provincia e banlieues. Come si situano oggi le banlieues, dove vive una parte della classe popolare? La figura dell'immigrato ha sostituito a sinistra la figura dell'operaio. Ma la maggior parte degli operai in Francia non sono immigrati. La carta della povertà ci rivela che l'80% dei poveri non vivono nelle banlieues, ma nei pavillon e nelle zone rurali. Le banlieues sono state molto mediatizzate, a causa delle cattiva coscienza coloniale. Le banlieues sono però territori molto mobili, dive si entra e si esce con grande frequenza. Quindi la fotografia che si fa a un momento dato delle banlieues è sempre sfasata: l'immigrato precario arriva, mentre il francese di origine immigrata se ne va. La disoccupazione resta forte, ma non sono le stesse persone a essere senza lavoro. Chi riesce, e sono in molti, se ne va, diventa classe media. Nelle banlieues si riproduce la storia delle classi popolari, si parte dal basso, una maggioranza ci resta, mentre una minoranza riesce e prende l'ascensore sociale. Finora, il modello assimilazionista era basato sul fatto che l'altro diventa sé. In una generazione, italiani, spagnoli ecc. si sono assimilati. Ma, senza dirlo, dagli anni '80 l'assimilazione è stata abbandonata. Pensavamo di essere più furbi degli americani o degli inglesi, ma l'altro è rimasto l'altro. Siamo entrati in un mondo multiculturale. Ma chi è stato proiettato in questo nuovo mondo senza le istruzioni per l'uso? Le classi popolari. Ai tempi del Pcf, c'era un'integrazione culturale, oggi questo non esiste più e per questo il Fn recupera terreno. Prima, gli immigrati abitavano negli stessi quartieri degli operai francesi, oggi non è più così. L'immigrazione recente vive nelle grandi città, nelle banlieues, mentre l'immigrazione anziana e i bianchi non vivono più negli stessi luoghi. Hanno subito uno choc culturale enorme, quando sono diventati minoranza sul loro territorio. C'è un effetto-specchio, tra la rivendicazione identitaria dei giovani di origine immigrata e quella dei giovani bianchi di estrazione popolare. C'è un comportamento razionale delle classi popolari, rispetto a quello che hanno vissuto negli ultimi vent'anni, non bisogna disprezzarle. Ho l'impressione che i grandi partiti, che si limitano a fare proposte tecniche, tendano a fare in modo che le classi popolari non votino più neppure alla presidenziale. Del resto, già disertano le urne per gli altri appuntamenti elettorali.
I socialisti spagnoli dopo il diluvio – Aldo Garzia
Il congresso del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) che si apre oggi a Siviglia potrebbe rivelarsi una semplice formalità per Alfredo Pérez Rubalcaba, candidato dato per favorito nella corsa alla successione di José Rodríguez Zapatero. La sfida per la segreteria che gli ha lanciato Carme Chacón può essersi conclusa già sabato scorso, quando Felipe González, premier dal 1982 al 1996, ha dichiarato a sorpresa in un meeting del Psoe a Madrid: «Alfredo credo in te, il mio impegno è per te». L'opinione della vecchia guardia che ha gestito la prima fase della transizione alla democrazia degli anni Settanta potrebbe fare la differenza nel finale del confronto congressuale. Siviglia e Andalusia sono il cuore del socialismo spagnolo. È qui che si deciso di tenere il congresso del Psoe dopo la batosta nelle elezioni dello scorso 20 novembre nelle quali hanno trionfato Mariano Rajoy e il Partito popolare (Pp). A Siviglia sono cresciuti Felipe González e Alfonso Guerra, giovani di belle speranze quando morì Francisco Franco nel 1975 e poi leader socialisti nel partito e nel governo. Oggi i settantenni González e Guerra tornano a far valere le proprie opinioni, dopo aver mal sopportato di essere stati messi in un cantuccio nei dodici anni della segreteria del Psoe di Zapatero e nelle due legislature in cui quest'ultimo è stato primo ministro. Dalla parte di Chacón, che non si dà per sconfitta, gioca però l'effetto immagine che può attrarre più della metà dei 972 delegati chiamati domenica prossima a eleggere il loro nuovo segretario: sarebbe la prima donna a guidare il Psoe e la prima donna a candidarsi come premier nelle elezioni politiche del 2015. Contro Rubalcaba può giocare inoltre il fatto di essersi già scontrato con Rajoy nelle recenti elezioni e di aver perso sonoramente (il Psoe ha ottenuto il 28,7% a fronte del 44,6 del Pp). Da qui il dubbio che serpeggia tra i delegati e che i due sfidanti calcolano entrambi in una ottantina di voti decisivi. Chacón ha dalla sua parte pure la totalità dei delegati della Catalogna e la maggioranza di quelli della federazione di Madrid. Veniamo agli identikit dei due candidati che si sfidano a duello. Rubalcaba, sessant'anni, nato in Cantabria, laureato in chimica e poi professore all'università di Madrid, iscritto al Psoe nella clandestinità dal 1974, passato giovanile da sportivo (11,2 secondi nei 100 metri, medaglia d'argento nelle Universiadi spagnole del 1975), ha una carriera di lungo corso. Dopo le elezioni vinte per la prima volta da González nel 1982 (quattro legislature da primo ministro), è nominato segretario di Stato. Nel 1992 diventa ministro dell'educazione. L'anno dopo è ministro per i rapporti con il parlamento. Nel 1996, anno della sconfitta di González, è eletto deputato. Nel 2000, quando Zapatero viene votato a sorpresa segretario del Psoe, Rubalcaba - pur non facendo parte del gruppo di dirigenti più in sintonia con il neoleader, a differenza di Chacón - fu chiamato a far parte del Comitato federale del partito. È stato responsabile della campagna elettorale del 2004 vinta da Zapatero e subito dopo portavoce del gruppo parlamentare socialista. Nel 2006 è nominato ministro degli interni. Nel 2010 è vicepremier e poi all'unanimità candidato del Psoe contro Rajoy: scelta da harakiri visti i sondaggi della vigilia, ma apprezzata come servizio reso al partito. Chacón, quarant'anni, catalana, ex ministro della difesa, enfant prodige del socialismo spagnolo, iscritta a 16 anni ai giovani del Psoe, pedigree famigliare antifranchista, buona giocatrice di pallacanestro pur affetta da cardiopatia, laureata in diritto all'università di Barcellona, dottorato in Canada, professoressa all'università di Girona, è eletta deputata per la prima volta nel 2000. Poi vicepresidente della Camera, ministra «de la Vivienda» (la casa) nel governo Zapatero del 2004, nominata nel 2007 prima donna ministro della difesa nella storia spagnola. Quanto alle proposte politiche, i due candidati non si differenziano granché. Rubalcaba si richiama alla tradizione socialdemocratica europea e propone una opposizione pragmatica al governo di Rajoy, oltre al rinnovamento degli ideali socialisti. Il suo slogan preferito usato nella campagna elettorale è stato un efficace: «Se non vivi come pensi, finisci per pensare come vivi» (www.rubalcaba38.es). Chacón preferisce accentuare la necessità del rinnovamento organizzativo e delle idee riformatrici del Psoe per recuperare la fiducia dei militanti e il consenso degli elettori (www.ahorachacon.es). Non sono mancati discorsi critici da parte dell'ex ministro della difesa sugli ultimi anni del governo di Zapatero, soprattutto per la sottovalutazione della crisi economica. Più autocritico Rubalcaba, unico tra i leader socialisti in attività a poter vantare un curriculum di leale collaborazione come ministro sia con i governi di González, sia con quelli di Zapatero. Secondo le indiscrezioni che escono in queste ore dalla pancia della storica sede del Psoe di calle Ferraz a Madrid, Rubalcaba sarebbe in vantaggio su Chacón. Con lui si è schierato tra gli altri Patxi López, popolare segretario dei socialisti baschi, che potrebbe diventare il numero 2 del Psoe. Lo staff dell'ex vicepresidente del consiglio non grida tuttavia alla vittoria. Rubalcaba sa che la sua rivale può contare sui delegati più giovani, sul traino della solidarietà femminile di Teresa Fernández de La Vega (ex vicepremier) e Leire Pajin (ex ministra della sanità). Tra i sostenitori di Chacón, c'è Tomás Gómez, giovane segretario della federazione socialista di Madrid che ha vinto le primarie battendo la zapateriana Trinidad Jiménez. Rimasto neutrale Zapatero nella contesa per la sua successione (a Siviglia dovrà prendere la parola), Rubalcaba e Chacón si giocheranno le ultime cartucce nei loro interventi al congresso. Vincerà il primo con uno scarto considerevole di voti, o sarà la seconda a prevalere al fotofinish? In ogni caso, i duellanti hanno già annunciato che chiunque vinca collaborerà con l'altro.
Repubblica – 3.2.12
Il senatore Conti e le stranezze di una plusvalenza milionaria – Fabio Tonacci
ROMA - I 18 milioni di euro guadagnati nel giro di poche ore quel 31 gennaio 2011, la macroscopica plusvalenza realizzata dalla società Estate Due Srl del senatore del Pdl Riccardo Conti comprando il palazzo di via della Stamperia 64 a 26,5 milioni di euro e, nello stesso giorno, promettendo di venderlo all'Enpap per 44,5 milioni, è solo una delle stranezze di questa operazione immobiliare. La più vistosa, ma non certo l'unica. Le carte in possesso di Repubblica (il preliminare e il contratto di vendita, le delibere della Ente nazionale di previdenza degli psicologi) documentano altri passaggi oscuri di questa storia, ora finita sotto la lente della procura di Roma. IL "NODO" DEI SOLDI - Dunque il 29 aprile 2011 Conti e il presidente dell'Enpap Angelo Arcicasa si presentano nello studio del notaio Maria Teresa Antonucci per il passaggio definitivo dell'immobile e il relativo pagamento. Viene fuori che 7 milioni di euro "la parte venditrice (Conti) dichiara di averli già ricevuti dalla parte acquirente (quindi dall'Enpap)". Sono i soldi con cui la sua Estate Due ha potuto comprare l'immobile nel centro di Roma, versando il 3 febbraio al Fondo Omega il primo acconto da 5 milioni. I restanti 21,5 milioni (oltre Iva) Conti li gira al Fondo Omega solo il 29 aprile, cioè quando incassa i soldi della contemporanea vendita all'Enpap. In pratica la società Estate Due, che al 31 dicembre 2010 aveva in cassa disponibilità liquide per appena 1060 euro) prima compra il palazzo con i soldi dell'Enpap, poi lo rivende allo stesso Enpap al prezzo maggiorato. LA GIGANTESCA RISTRUTTURAZIONE - Il ricarico milionario è stato motivato dai protagonisti con dei non ben precisati lavori urgenti di ristrutturazione che la parte venditrice, la Estate Due, si è impegnata a fare. Una ristrutturazione da 18 milioni su un palazzo che ne vale 26 desta qualche perplessità, a meno che l'edificio non cadesse letteralmente a pezzi tanto da avere bisogno di radicali interventi strutturali (ma così non è, visto che al piano terra c'è una banca che non ha mai avuto problemi). Dall'atto di compravendita emergono altri dettagli. Come detto, 7 milioni Conti li ha già in tasca. 26,5 milioni gli vengono consegnati davanti al notaio, altri 11 milioni - si legge nell'atto notarile - "verranno corrisposti al termine dei lavori urgenti e salvo l'esito positivo del collaudo". Lavori che dovevano finire entro un anno dalla firma dell'atto, altrimenti sarebbe scattata una penale di 1000 euro al giorno. Ma a prescindere dalla ristrutturazione, Conti aveva già guadagnato 7 milioni senza fare niente. C'è poi un altro aspetto da non sottovalutare: la decisione di incaricare la Estate Due per la ristrutturazione aggirerebbe, di fatto, l'obbligo dell'Enpap di aggiudicare i lavori seguendo la normativa degli appalti pubblici. LE "AUTO-FIDEIUSSIONI" - Dall'atto notarile del preliminare di compravendita viene fuori che l'Enpap, a fronte dei 7 milioni versati come "caparra" a Conti, ha accettato come garanzia due lettere di fideiussione. Ma chi ha garantito per Riccardo Conti? Riccardo Conti. La prima lettera infatti è da parte della Estate Due, cioè da parte dello stesso venditore. E per il codice civile, quando c'è piena identità tra debitore e fideiussiore la garanzia è nulla. La seconda da parte dell'amministratore unico della Estate Due, cioè il senatore del Pdl. I CONTATTI CON CONTI - Qualcosa non torna anche nella tempistica. Nel novembre 2010 il consiglio di amministrazione dell'Enpap con una delibera conferisce al presidente Arcicasa il mandato per la stipula del contratto preliminare di acquisto con la Estate Due, nonostante a quella data l'immobile fosse ancora nella piena ed esclusiva proprietà del Fondo Omega (e tale rimarrà fino al 31 gennaio successivo). Omega è il fondo di investimento gestito dalla Fimit. Perché rivolgersi alla società di Conti e non all'effettivo proprietario del palazzo? Inoltre "i contatti con il senatore Pdl - racconta un funzionario dell'Enpap in via riservata - cominciano quando ancora il nostro cda non ha preso visione delle due perizie valutative sull'immobile, per la quale sono state incaricate nell'ottobre 2010 due diverse società di consulenza immobiliare". Perché tanta fretta? Su questo c'è qualcosa da aggiungere. LE PERIZIE - Le due società incaricate sono la Tekno Engineering Service Srl e la Ingenium Real Estate. La prima indica un valore di stima dell'edificio in via della Stamperia pari a 45 milioni, la seconda circa 44 milioni. Ma tra i clienti della Ingenium, come viene indicato sul sito web, ci sono alcuni fondi di investimento gestiti proprio dalla Fimit. Quindi risulta difficile pensare che la Fimit (gestore anche del fondo Omega, che ha ceduto l'edificio a Conti per 26,5 milioni) non sapesse dell'interessamento dell'Enpap per l'immobile. Dunque perché accettare 26,5 milioni da Conti, quando ne poteva avere quasi 44 dall'Enpap?
Lusi, le indagini ora si allargano. Interrogati anche altri politici – Carlo Bonini
La slavina si fa valanga o, almeno, si annuncia tale. E un'inchiesta che sembrava doversi rapidamente accomodare in un patteggiamento e una restituzione parziale del maltolto (5 milioni dei 13 sottratti) promette di farsi "invasiva". Il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il sostituto Stefano Pesci hanno disposto nuove deleghe di indagine al Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Fissato un calendario di interrogatori dei maggiorenti dell'ex partito, dell'uomo che di Lusi è stata la "testa di legno" nella "TTT srl" (Paolo Piva), stabilito l'acquisizione del materiale contabile su cui sono stati costruiti i rendiconti della Margherita. Perché ora i due pm cercano risposta a nuove domande. La prima: il senatore Luigi Lusi ha altre disponibilità finanziare, siano conti o società fiduciarie, all'estero? O, per dirla altrimenti: la società canadese "Luigia ltd.", quella utilizzata per drenare oltreoceano i 13 milioni di euro dalla Margherita, ha veicolato nel tempo altro denaro riconducibile in qualche modo al tesoro del partito? La seconda domanda, che della prima è un corollario: è stata solo una la "stangata" alle casse della Margherita, o ce ne sono state delle altre, nascoste nelle pieghe di quei rendiconti finanziari del partito redatti a mano libera? E se fosse così, perché nella Margherita nessuno ebbe voglia di vedere? Forse perché da Lusi dipendeva e dipende il destino politico di molti ex? LA FIDEJUSSIONE - La fretta di Lusi di chiudere questa storia, patteggiando e restituendo rapidamente il maltolto, non sembra sin qui averlo aiutato. Due giorni fa, il "no" a una pena patteggiata di un anno. Ieri, sempre dalla Procura un "no" alle garanzie fidejussorie presentate dall'ex tesoriere. Lusi aveva indicato nella società romana "Confidi Mediterraneo" il garante dei 5 milioni di euro che si è detto pronto a restituire. Ma per i magistrati, quel soggetto finanziario non è adeguato. Hanno chiesto - come conferma Luca Petrucci, legale di Lusi - l'indicazione di un garante che risulti iscritto nel registro previsto dal testo unico della legge bancaria. "Indicazione che abbiamo raccolto e a cui provvederemo", aggiunge Petrucci. Ma che richiederà del tempo. CASE ALL'AQUILA E A ROMA - Già perché Lusi, che di milioni ne ha sottratti 8, dal momento che 5 li ha versati in tasse, in questo momento, a quanto pare, liquidi non ne ha. Deve trovare un fidejussore che accetti in garanzia l'ipoteca sul suo patrimonio immobiliare personale che, per quanto risulta da una visura catastale, conta sette abitazioni a l'Aquila, dei terreni seminativi in quel di Capistrello (provincia dell'Aquila), una casa di famiglia a Roma, in via Ugo Ojetti. E questo perché, al momento, né l'immobile di via Monserrato a Roma, né il villone di Genzano sono spendibili in questa "transazione", perché gravati da mutui. LO SCUDO FISCALE - Una situazione patrimoniale che la Procura intende verificare, anche alla luce delle indicazioni ricevute dalla Banca d'Italia e dalla Finanza. Intorno a Lusi, negli ultimi due anni si registrano infatti almeno due movimenti segnalati come "sospetti". Entrambi con lo scudo fiscale di Tremonti. Un rientro di capitali dall'estero intestati alla moglie, Pina Petricone, e uno in capo alla "TTT srl.", la società controllata dalla scatola canadese dell'ex tesoriere e utilizzata per mettere in piedi il sistema di fatture per operazioni inesistenti necessario a far sparire i 13 milioni. "Due vicende - chiosa ancora l'avvocato Petrucci - che non hanno niente a che vedere con Lusi e con questa storia, né con i soldi della Margherita. E comunque, si possono fare tutti gli accertamenti del caso: io personalmente ho chiesto a Lusi se ha altre disponibilità all'estero e la risposta è stata "no"". CONTROLLI A CAMPIONE - E' un fatto che la Procura sia convinta che guardare nei resoconti 2008-2011 della Margherita potrebbe riservare delle sorprese. E magari anche aiutare a capire per quale motivo né il presidente del Comitato di tesoreria Giuseppe Bocci, né il collegio dei revisori dei conti (Giovanni Castellani, Mauro Cicchelli e Gaetano Troina), ebbero mai ragione di mettersi in allarme. Rintracciato da Repubblica, Giovanni Castellani, spiega che, "nel comprendere la legittimità della domanda, non vede misteri". "Il nostro compito di revisori - dice - è stato innanzitutto quello di verificare la rispondenza nella compilazione dei bilanci a quanto previsto dalla legge. E da questo punto di vista, non è mai stata riscontrata alcuna irregolarità. I bilanci erano bene appostati". Altro discorso, la questione del controllo sostanziale, vale a dire della rispondenza effettiva tra quanto dichiarato da Lusi nelle singole voci di bilancio e la documentazione contabile a sostegno. Anche qui, i revisori, danno l'ok, ma - concede Castellani - "è evidente e normale che il nostro fu un controllo a campione. Nessun revisore dei conti si mette a controllare ogni singolo pezzo di carta a sostegno del bilancio. E questo non vale solo per un partito politico, ma per qualunque società. Altrimenti non sarebbe una revisione contabile, ma una nuova redazione di bilancio". E' un fatto che in queste ore, l'intero collegio dei revisori, insieme a "Kpmg", la società incaricata dalla Margherita, quei pezzi di carta se li sia ripresi tutti. Con un esito, conclude Castellani: "Sono legato al riserbo professionale, ma posso dire che abbiamo trovato riscontri puntuali e interessanti".
Russia, la rivolta degli innocenti. Così lottano i ragazzi dell'internet café – E.Mauro
MOSCA - L'ultima rivoluzione russa va in onda dal caffè vietnamita, sulla Nikolymskaja, all'angolo col Kolzò, l'anello che circonda il centro di Mosca. Apri la porta, parte la musica di "Magic Moments", ed entri nella quarta dimensione. L'uomo che ha trovato la chiave di questo universo parallelo ha 35 anni, fa l'avvocato con un anno di specializzazione a Yale, ed è diventato il nemico numero uno del Cremlino, il capo della protesta che domani torna in piazza contro i brogli elettorali in vista delle elezioni per il Presidente della Russia. Adesso Aleksej Navalnyj sta nel divano in fondo, circondato da tre collaboratori sotto i trent'anni, e qui riceve i giornalisti stranieri, nel caffè trasformato in ufficio volante della rivolta. Dice che è il suo mestiere che lo ha portato a leggere i bilanci delle grandi aziende russe, a documentare gli sprechi e la corruzione che cresce attorno al potere. Poi, la decisione di mettere cifre, sigle, nomi e cognomi su un blog, che si è trasformato in uno show online, che cresce ogni giorno. A quel punto, spiega, il potere ha cominciato a perdere l'equilibrio. E lui, che dietro ogni azienda e ogni potentato economico vedeva sempre la "montagna" Putin, si è trovato senza accorgersene a fare politica. Finché una radio gli ha messo il microfono davanti e gli ha chiesto cosa pensa di "Russia Unita", il partito di Putin e Medvedev, i due leader che si scambiano da dodici anni le cariche al vertice dello Stato. Incredibilmente, sulle onde medie si è sentito un giudizio a cui la Russia non era abituata: "Un partito di ladri e di malfattori", ha infatti detto Navalnyj, ripreso e rilanciato da mille blog e dal tam tam infernale di Facebook. La frase ha incominciato a vivere di vita propria e il potere che credeva di controllare tutto, si è dovuto accorgere del vortice incontrollato di Internet. Blog, siti sociali, clip amatoriali, una valanga di notizie, denunce, sberleffi corre sotto il controllo ufficiale dell'informazione di regime, lancia gli appuntamenti, aggiorna le parole d'ordine, convoca le manifestazioni, guida la piazza. Noi non possiamo usare niente di fisico, dice Navalnyj, manifesti, volantini o giornali, perché la polizia controlla tutto. Allora è stato giocoforza spostarci in una dimensione parallela, tutta virtuale e in rete: la quarta dimensione, appunto. Il potere non può seguirci, perché loro hanno una cultura materiale, da apparato, da controllo. Non sanno che fare. Putin aveva definito "criceti del computer" i ragazzi del web. Nell'ultima manifestazione di piazza, il 24 dicembre, uno striscione diceva: stai attento, i criceti si sono alzati in piedi, e oggi sono qui. Internet non è più controllabile, troppo tardi, il potere non ha alzato un firewall di filtro all'inizio, adesso ci sarebbe la rivolta di 60 milioni di utenti, con Mosca tutta ormai wireless, le infrastrutture finanziarie delle grandi aziende che operano solo in rete. E così è in pieno svolgimento la battaglia nuovissima tra l'Internet dei popoli e la televisione del potere, che prova a nascondere, delegittimare, confondere. Navalnyj, ad esempio, non è mai comparso sulla prima rete di Stato, nemmeno quando ha portato centomila persone dall'Oktjabreskaja a piazza Bolotnaja (il luogo delle esecuzioni ai tempi dello Zar) attraverso il ponte dei matrimoni, stracolmo di ragazzi. Ma dopo Capodanno, quand'è tornato con la sua famiglia da una decina di giorni in Messico, ha trovato due troupe con telecamere e microfoni: perché va in vacanza in Messico? È vero che sua moglie è americana e vive negli Stati Uniti? Lui ha mostrato alle telecamere la moglie e i due passaporti russi. Poi ha preso le immagini, e le ha messe sul suo blog. L'unica difesa che abbiamo, spiega, è dire tutto, sempre, su tutto. Solo la trasparenza ci può salvare dall'opacità del potere, che sta provando anche a creare eroi di regime su Internet. Come l'anonimo che si firma "Il ragazzo col gatto", e minaccia dal web: fatevi pure le vostre rivoluzioni ma poi non lamentatevi se l'America finirà per invaderci e se i suoi soldati verranno qui a fare le stesse porcherie che hanno fatto in Vietnam e in Iraq: i nostri bisnonni non hanno certo tagliato la gola ai circassi e i nostri nonni non hanno fermato i nazisti per permettere al signor Navalnyj di distruggere la Russia con la sua propaganda pagata dagli americani. Piantato in mezzo al bulvar, il viale interno più bello di Mosca, lo scrittore Viktor Erofeev alza gli occhi al cielo pulito dal freddo di questi giorni. Un tempo così, spiega, lo aspettavamo da novembre, cielo azzurro, sole, l'aria tersa come capita solo pochi giorni ogni inverno: e su questo paesaggio, è ancor meno sopportabile lo sporco del potere. Putin vincerà alle elezioni presidenziali del 4 marzo, ma Erofeev percepisce l'affanno del Cremlino, il disagio per gli attacchi violenti, l'incertezza non nel risultato, ma nella legittimazione. E a quel punto, si domanda lo scrittore, che Putin sarà? L'europeo, che sorride all'Italia, guarda alla Germania, fa accordi con l'America e accontenta la fascia giovane della popolazione, già occidentale nei consumi? Oppure l'uomo con la memoria del Kgb, che flirta col Venezuela, stuzzica gli Usa, cerca intese con la Cina? Nessuno oggi può dirlo. Il mistero Putin forse diventerà un romanzo di Erofeev. Un mistero che secondo lui gli occidentali non possono capire, perché usano categorie sommarie, e trattano Putin come un dittatore. E invece è un ufficiale del Kgb, pronto a comprare e vendere, perché abituato a negoziare sempre uno scambio. Per lo scrittore, lo scambio che il Cremlino propone ai russi è chiarissimo: vi do la libertà privata che non avete mai avuto in cambio della lealtà politica. Arricchitevi come volete, garantisco io e vi assicuro impunità: ma girate al largo dalla politica, che è roba mia. Come mai questo patto si è rotto? Dice Viktor Loshak, direttore da vent'anni di giornali progressisti, prima Moskovskie Novosti e oggi Ogoniok, che succede così quando si forma una classe media, in un Paese dove non c'è mai stata un'autonomia del sociale, e non è mai nata una pubblica opinione. Loshak ha chiesto poche settimane fa a Grigori Javlinskij, l'eterno antagonista di Putin a cui viene impedito di candidarsi, perché non si decide a dare battaglia. Perché, è stata la risposta, non ho mai visto perdere un leader che in otto anni ha aumentato di cinque volte il reddito medio del Paese: contro Putin è inutile. E tuttavia sono proprio loro, i nuovi ceti medi in formazione che vanno in piazza. Non li avevo mai visti, dice il giornalista, mai come oggi: giovani, colti, professionali, hanno soldi, stanno bene, hanno qualcosa da perdere nella rivolta e invece eccoli che escono dalle case e dagli uffici e ingrossano la protesta. Per la prima volta, è una generazione interamente nuova che si manifesta: non più sovietica, soltanto russa, senza le colpe collettive del passato, la colpa di chi porta il giogo della dittatura comunista. Una generazione mai battuta, mai colpita dal potere sovietico e dalle sue umiliazioni. In questo senso è la rivolta degli "innocenti". Anche se qualcosa del passato rimane in questa democratura che è la Russia 2012. Basta andare a trovare a Kommersant Oleg Kashin, che ha scritto un lungo articolo sulla protesta per difendere il bosco di Khimki, alla periferia di Mosca, minacciato da un raddoppio autostradale, e quando una sera tardi è tornato a casa ha trovato due persone che lo aspettavano sul marciapiede con un mazzo di fiori in mano. Nel mazzo c'era un tubo di ferro, lo hanno colpito più di 50 volte in testa, lasciandolo nel sangue finché ore dopo un netturbino non ha chiamato un'ambulanza. Quel bosco che comincia dove i russi hanno fermato i nazisti, è coperto di neve, col sentiero battuto in mezzo a pioppi e acacie, e subito dietro si allungano le betulle, alte, bianche e flessibili. Soltanto che, appena ti avvicini, c'è una macchia di vernice rossa sopra un vecchio pioppo, su quella betulla, sull'acacia qui di fianco, forte e robusta. È il segno che quegli alberi sono condannati, devono morire, qui passa il tracciato della strada che trasformerà il bosco, come dice il generale Gromov, governatore, in una "infrastruttura". Evghenija Cirikova, che ha 35 anni e due figlie piccole, vive a pochi passi dal bosco, in due stanze al primo piano di una vecchia casa kruscioviana dove Mosca finisce e non comincia nient'altro che periferia. Lei è entrata nella piccola foresta con altre mamme, qualche studente, pochi contadini coi capelli bianchi. Si sono fermati davanti ad un recinto di fortuna: la Zona. Dentro, hanno visto l'inizio della distruzione: alberi tagliati, tronchi piegati, mozziconi di pioppi, ceppi di betulla, un cimitero di alberi, sotto la neve. E attorno tutti quei segni rossi sugli altri alberi da abbattere. Evghenija, che non aveva mai fatto politica in vita sua, si è infilata sotto i bulldozer, e li ha fermati col suo corpo, insieme con i suoi amici. Poi il potere ha cercato di negoziare, offrendole una casa più grande, ma lei ha risposto che vuole capire che fine faranno i boschi e il verde attorno a Mosca, i fiumi e i laghetti. Non sono del potere, ma nostri, spiega, non possono decidere loro. Devono smetterla di trasformare il nostro territorio in soldi, che attraverso soci francesi si infilano in un saliscendi di off-shore e finiscono agli amici del Cremlino: basta con questo potere incontrollato e famelico. Mentre lo diceva, Evghenija ha cominciato a far politica, è finita sul palco di tutte le manifestazioni, vengono ecologisti da lontano a parlarle, oggi le televisioni svedese e finlandese la scortano nel bosco. Qui ha scelto la zona più bella, Bubrova, al confine coi tagli, e ha montato un vagone dove c'è una vigilanza 24 ore su 24, una sorta di sentinella a guardia della natura russa minacciata dal potere. Attorno, hanno scavato qualche trincea di difesa, c'è il riparo per i cani, e dentro ci sta appena un letto, una chitarra e una stufa. Per ora, i lavori proseguono tutt'attorno, e lì Evghenija li ha fermati. Ma non le basta più. Ha creato da un mese una radio ecologista sul web, diretta da Aleksej Massolov, domani una colonna ecologista marcerà alla manifestazione, un'altra novità politica assoluta. Il giorno prima del voto contestato per il Parlamento, il gruppo del bosco di Khimki si è presentato davanti alla Casa Bianca, sede del governo, a chiedere giustizia, Evghenija aveva in mano una bilancia di plastica presa tra i giochi di sua figlia, l'hanno bloccata, portata via, fermata per un giorno. È bastato un barrito dalla sirena del furgone della milizia per disperdere in un attimo tutto il gruppo. Ma il giorno dopo Evghenija ha ricominciato, e non ha più smesso. Se prendi coscienza dei tuoi diritti, spiega, vuoi andare fino in fondo, vuoi semplicemente essere libero. Ecco perché vado in piazza a parlare del bosco, ma anche a chiedere elezioni libere, questo potere se ne deve andare. Dove ha preso la gente questa forza che non ha mai avuto, questa voglia di contare? Per capirlo bisogna entrare nella rete di Navalnyj e dei suoi ragazzi avvocati, accampati in otto in quattro stanze, ognuno davanti al suo computer, e con una sola penna per tutti, relitto del passato. Dunque, ecco come si stimola la cosiddetta società civile, perché si muova. Konstantin Kolmykov, 29 anni, apre il sito di RosPil (vuol dire segatura di Russia, ciò che resta dopo la rapina) che ha come immagine ufficiale l'aquila di Stato a due teste, ma con due seghe al posto degli artigli. Infatti il sito serve a controllare come vengono spesi i denari delle commesse pubbliche, visto che Medvedev ha denunciato come su cinque trilioni di rubli spesi ogni anno uno venga rubato. Funziona così. La gente manda le sue denunce al sito, che le pubblica, 93 avvocati indagano, per ogni materia si apre un portafoglio elettronico, si raccolgono contributi dalla popolazione, e si fornisce il rendiconto. Eccolo qui che scorre sullo schermo: verifiche in corso 212, denunce odierne 41, soldi recuperati più di quaranta miliardi di rubli. Per l'esattezza 40.407.536.066,71, cioè più o meno un miliardo di euro. Il rendiconto delle spese viene subito dopo: 5.660.285 rubli, vale a dire 75mila euro circa. I russi scoprono che possono essere ascoltati, che dopo essere stati sudditi e bolscevichi possono diventare cittadini, capiscono che il potere si può addirittura fermare. Come quando RosPil ha scoperto che il governo della regione di Khabarovsk aveva deciso di farsi realizzare un sito Internet del costo di 25 miliardi di rubli, una cifra pazzesca. Denuncia sul sito, avvocati al lavoro, ricorso all'authority, denuncia per mancata concorrenza. Ricorso vinto, l'appalto è annullato, va fatta una gara. Ma il governo regionale rinuncia alla gara e a tutto. Non gli interessava il sito, evidentemente, ma la montagna di quattrini. Ecco allora che si spiegano gli "Automobilisti organizzati" che si raccolgono attorno a Viktor Klepikov, 35 anni, e Sergej Kanaev, 36. O i seimila iscritti al sito "La buca russa" alimentato da Fedor Ezyev, che aiuta a far denuncia, codice alla mano, per le buche in strada. Fino ad arrivare al lavoro di Dmitryj Volov, 28 anni, che monitorizza le spese delle grandi corporazioni statali, i giganti del petrolio, e fa una battaglia legale continua per la trasparenza dei bilanci delle aziende e delle banche. L'ultima raffica di ingiunzioni spedite a una decina di società riguarda i verbali delle riunioni dei Consigli di amministrazione. Qualcuna ha risposto, molte no, sono partiti i ricorsi, Dmitryj ha vinto contro Transnieft, a cui è stato imposto di rendere pubblici i dati richiesti. Infine, e inevitabilmente, tutto porta e ritorna alla politica. Perché i ragazzi di Navalnyj usano lo stesso sistema per monitorare le prossime elezioni di marzo. Zhora Alburov, 22 anni, ha lanciato il sito di Rosvybori, elezioni russe. Qui si registra liberamente chi vuole fare l'osservatore contro i brogli, non vengono chieste patenti politiche o affiliazioni. Il volontario scrive, un sistema automatico lo indirizza ad un seggio della sua zona dove alle elezioni parlamentari ci sono state percentuali sospette a favore del potere, sempre il sistema fornisce il nome dell'osservatore ai partiti d'opposizione che possono inviarlo come loro rappresentante al seggio. Fino ad oggi i volontari sono già 20mila, 10mila a Mosca, gli altri fuori. È come se un grande computer rovesciato avesse cominciato a controllare il potere. La vera partita per il voto - che dovrebbe dare a Putin secondo tutti la vittoria al primo turno, una vittoria che il movimento considera un'autonomina - si gioca a Mosca. La provincia sterminata della Russia dei villaggi sta con Putin, nell'idea che il potere debba coincidere con la "sila", la forza, con le tradizioni profonde, con l'anima russa eterna che è un'anima imperiale, e che Putin ha restituito intatta dopo la disfatta dell'imperialismo sovietico. Ma il movimento di protesta è cittadino, metropolitano, senza fili, creativo. Se si va di mattina dalle parti della vecchia fabbrica dolciaria "Ottobre Rosso", che spandeva il suo odore di cioccolato sovietico poroso fino al ponte, si scopre una zona di loft, cineforum, pub e birrerie che cambia il volto di Mosca. Qui guardando dai vetri la Moscova ghiacciata il pubblicitario Jurij Saprikin si occupa dell'estetica della rivoluzione. Prima ha selezionato la musica, fermandosi sulle vecchia musiche della perestrojka, cantata dai "Kino'" ("Vogliamo il cambiamento") e soprattutto dal gruppo "Ddt" di Jurij Shevcjuk. Poi ha raccolto gli artisti di strada finché quelli di "Vojna'" hanno cominciato a dare fuoco a finte auto di polizia ad ogni performance. E qui, l'estetica ha cominciato a mescolare codici e linguaggi. Col laser è stato proiettato il teschio con le tibie incrociate dei pirati proprio sulla facciata della Casa Bianca, basta un minuto, tanto l'immagine finisce su YouTube dove verrà moltiplicata all'infinito e vivrà per sempre. Al museo di biologia dieci ragazzi hanno improvvisato scene di vero sesso per festeggiare "l'orsetto Medvedev", prima di fuggire. Poi la protesta degli automobilisti contro l'arroganza dei lampeggianti, con migliaia di auto che sfilavano per Mosca con un secchiello da bambino incollato al tetto, a simulare un lampeggiante, e la polizia che non sapeva che fare. Infine il colore bianco, portatelo tutti, un nastro o un fiore, chiedeva il web quando Putin ha annunciato la sua ricandidatura. Adesso, i palloncini bianchi. Perché la Bolotnaja dove si conclude la manifestazione è infossata, ma se si alzano in cielo anche dall'alto del Cremlino li vedono. E i vecchi, in mezzo a tutti questi ragazzi designer, programmisti, campioni di YouTube: cos'hanno da dire i vecchi? È ancora viva una generazione maledetta, quella dei "Shestidisiatniki", i ragazzi degli anni Sessanta, che avevano fatto in tempo a credere nel breve disgelo di Krusciov per poi finire sepolti sotto la stagnazione brezneviana, e quindi faticosamente erano tornati a sperare - inutilmente - con la perestrojka. Adesso sono ai margini, sanno tutto e non contano nulla, conservano come hanno fatto per decenni la profezia di Bulgakov: "Tutto può ancora accadere perché nulla può durare in eterno". Ma è giusto chiedere cosa sta succedendo a un vecchio dissidente, lo storico Roy Medvedev, che ha 87 anni e vive in fondo al Kutuzovskij Prospekt, dove va ogni giorno a riordinare la carte nel suo piccolo ufficio. Roy Aleksandrovic dice che al contrario del popolo della protesta, lui rispetta profondamente Vladimir Putin, e proprio per le ragioni che l'Occidente non capisce: basta voltarsi indietro, guardare alla stagione terribile degli anni Novanta, l'era di Eltsin, ricordarsi come la Russia stava crollando disfacendosi, tanto che nel suo villaggio sono morti tutti. Oggi, dice Roy Medvedev, il Paese è solido, la gente vive meglio, il timone della Russia è di nuovo governato, anche se capisco che questo possa dispiacere all'Occidente, e che i nostri ragazzi vogliano di più. Ma quel che conta è la Russia, e la Russia si è salvata. Nel suo ufficio da monarca spodestato, pieno di fotografie coi Grandi della terra, Mikhail Gorbaciov dice che è vero, e proprio per questa ragione Putin dovrebbe ritirarsi dopo tre mandati, salvando ciò che ha fatto per la Russia, senza ostinarsi a durare oltre il limite. Mikhail Sergheevic ha 81 anni, si porta addosso la maledizione dell'ultimo Segretario Generale più dei meriti del primo riformatore. Ma una cosa vuole dirla: questi ragazzi hanno coraggio, li chiamano figli della perestrojka, allora vuol dire che noi vent'anni fa abbiamo gettato il seme di qualche speranza, che oggi matura. Adesso si dice che la manifestazione vedrà meno gente, fa molto freddo, nevica e Facebook che moltiplica gli appelli ingigantisce anche i litigi tra i capi del movimento, con le accuse a Navalnyj per il suo passato nazionalista di destra, gli attacchi a Evghenija Cirikova per essere una sorta di hippy fuori tempo e fuori Paese, le critiche ai cosiddetti "ragazzi di Jean Jacques", più attirati dalle mode che dalla protesta, preoccupati solo di ritrovarsi nella birreria con quel nome vicino all'Arbat. Pochi, tanti? Ma vedete, dice Denis Bylunov dagli studi della nuova tv di Solidarnost, che anche voi come loro siete figli di una cultura materiale, per voi contano solo i numeri e le quantità, mentre il muro si è rotto proprio per la qualità della protesta. La madre di Denis ha allenato la nazionale russa di scacchi, e lui stesso è stato assistente di Garry Kasparov, dunque gli scacchi spiegano tutto, la partita è appena cominciata. Noi, dice, siamo una minaccia perenne, e non più eliminabile: e il manuale di scacchi dimostra che la minaccia può essere più devastante dell'attacco frontale, e porta alla vittoria. Al viet café chiedo a Navalnyj quanto può sopravvivere la pura protesta, senza uno sbocco politico. Lui dice che entro cinque anni ci saranno elezioni libere in Russia, e allora si candiderà. Altrimenti? Allarga le braccia, dice che non si può essere eroi di Internet per sempre, la rete mangia e consuma, la gente si stuferà, ma loro saranno stati utili comunque. Poi tace guardando due ragazzi che si baciano sul divano giù in fondo, incuranti del destino di questa rivoluzione da bar, anzi da Internet café.
La Stampa – 3.2.12
Eternit, Casale dice no al risarcimento
Torino - La giunta di Casale, questa mattina, ha messo la parola fine al dibattito sul risarcimento Eternit. Il sindaco ha detto no all’offerta di oltre 18 milioni di euro presentata dall’imputato svizzero Stephan Schmidheiny. In una nota, la giunta ha detto che continuerà lungo il percorso delineato a livello istituzionale con il Ministro della Salute Renato Balduzzi e con il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini. «Questa Amministrazione si è trovata davanti a una decisione difficile e particolarmente complessa – dice il sindaco Giorgio Demezzi – che abbiamo valutato con senso di responsabilità e razionalità, nonostante la forte emotività che evoca il nostro dramma. Abbiamo perseguito sempre e solo l’interesse presente e futuro della Città. E lo abbiamo fatto con l’intento di offrire una possibilità di riscatto al nostro territorio, pensando prima di tutto ad eliminare le criticità ambientali e a favorire la ricerca sanitaria». «Due sono state le motivazioni che ci hanno spinto a prendere in considerazione l’offerta economica di Schmidheiny – prosegue – l’assoluta incertezza sui tempi e sulle somme che eventualmente avremmo potuto ottenere rimanendo parte civile nel processo e la certezza che comunque giustizia sarebbe stata fatta. Non abbiamo però mai smesso di cercare soluzioni alternative per dare una risposta vera e concreta ai problemi di chi soffre e di chi vive nel rischio, senza farci travolgere dalle polemiche o dalla strumentalizzazione dei sentimenti di una popolazione così colpita. Al contrario il sostegno e il costante stimolo da parte della Giunta e dei Consiglieri di maggioranza nel valutare ogni possibilità non sono mai venuti meno e hanno permesso di tracciare insieme un percorso condiviso in ogni sua fase». «Ci siamo impegnati affinché – continua Demezzi – l’emergenza che ormai da troppo tempo vive la nostra città tornasse prepotentemente oggetto dell’interesse pubblico. È con questo spirito che abbiamo colto nell’intervento del Ministro Balduzzi la possibilità di ottenere da parte dello Stato impegni e programmi per fare fronte definitivamente e in maniera strutturata all’emergenza ambientale e sanitaria di Casale Monferrato. Fattori che ci hanno permesso di riconsiderare la nostra posizione nei confronti dell’offerta di Schmidheiny». Il consiglio comunale di Casale il 17 dicembre scorso aveva approvato l’atto di indirizzo con cui metteva la giunta (di centrodestra) nella condizione di accettare il risarcimento di 18,3 milioni offerto dall’Eternit. Il documento era stato approvato dopo un’assemblea durata sei ore e mezza e interrotta quattro volte dalle proteste dei cittadini.
Anime morte il veleno della politica – Federico Geremicca
Ormai è come una caccia all’uomo. Casa per casa, ufficio per ufficio, segretaria per segretaria, vitalizio per vitalizio. Non siamo ancora al clima dei mesi terribili di Tangentopoli, quando politici, ministri e amministratori di qualunque livello non potevano nemmeno mostrarsi in pubblico - pena insulti e lanci di monetine - ma non è detto che non ci si arrivi. E non sarebbe un bene, se è vero (come è vero) quel che ha lamentato ieri Bruno Tabacci, uno che Tangentopoli l’ha vista da vicino: «Siamo passati da Severino Citaristi a Luigi Lusi... La questione morale non è stata affatto risolta. Anzi: negli ultimi venti anni si è andata appesantendo». Si tratta di un giudizio difficilmente contestabile: e di una situazione - quella attuale - della quale i partiti portano, naturalmente, il massimo della responsabilità. Tutti i partiti, con differenze non significative: a cominciare da quella Lega «di lotta e di governo» che un tempo con pessimo gusto - faceva penzolare cappi nell’aula di Montecitorio ma i cui parlamentari, oggi, ricorrono in massa contro la riforma dei vitalizi. E’ ai partiti, dunque, che va imputato l’attuale stato di cose, compreso il perdurante discredito che li circonda: ma se si vuole davvero cambiare questa insostenibile situazione, è precisamente dai partiti (soprattutto in presenza di un governo che per il momento, saggiamente, si tiene alla larga dalla canea montante) che va pretesa una soluzione. Naturalmente, il punto è volerla davvero, una soluzione. E non limitarsi considerata la già provata insufficienza - a campagne di denuncia, invettive e cavalcate moralistiche (nelle quali i partiti stessi sono spesso in prima fila...) che possono tutt’al più fungere da lavacro per troppe cattive coscienze, ma certo non cambiare lo stato delle cose. Se nonostante il moltiplicarsi di censori severissimi e di moralizzatori dell’ultima ora nulla è cambiato da Tangentopoli a oggi, è semplicemente perché nulla di concreto è stato fatto: nulla che impedisse - o rendesse più difficile - il ripetersi di episodi di corruzione e di malcostume politico. Oggi, in tutta evidenza, il bivio è chiaro: si intende far qualcosa o solo dare l’impressione di star facendo qualcosa? Se la maggioranza degli eletti in Parlamento pensasse che sia la seconda la via da battere, sappia che il rischio è elevatissimo, perché non c’è Paese democratico che possa restar tale a lungo con la politica, i partiti e le istituzioni ridotte ad anime morte. Se invece - anche solo per l’evidente impossibilità di difendere posizioni di privilegio non più tollerabili - ci si fosse finalmente convinti ad intervenire, il lavoro da fare è certo molto: ma la strada è tracciata. E sono le stesse forze politiche, del resto, ad elencare da anni (e naturalmente a non fare) le tre, quattro cose da cui partire. Una legge che dia attuazione all’articolo 49 della Costituzione e disciplini ruolo, funzioni e regole interne dei partiti politici; una legge elettorale che ridia ai cittadini il diritto di scegliere i propri eletti, così da poterli cambiare (oggi nemmeno questo è possibile!) in caso di inefficienza o immoralità; norme che disciplinino le primarie, così da assicurarne la regolarità e da renderne vincolante l’esito; una legge che riduca il numero dei parlamentari (è imbarazzante perfino scriverlo per la millesima volta...) e differenzi compiti e ruoli delle due Camere. E poi regolamenti che ristabiliscano - per gli ex presidenti della Repubblica, gli ex presidente di Camera e Senato, gli ex parlamentari e quelli in carica - chi ha diritto a cosa e perché. Senza riferimenti certi - senza leggi, insomma - tutto resterà nell’incertezza e nella discrezionalità più assoluta: e il populismo demagogico imperante (dentro e fuori i partiti) non potrà che ingrossare ulteriormente le proprie fila. Ciò a cui si assiste ormai da mesi, infatti, non è un dibattito (magari duro ma civile) su come rifondare politica e partiti, quanto - piuttosto una sorta di regolamento di conti, una guerra senza quartiere che difficilmente potrà avere vincitori. Accadde lo stesso venti anni fa con Tangentopoli, dopo la quale sul terreno non rimasero che macerie politiche. Su quelle macerie nessuno ricostruì un sistema fatto di regole e leggi che impedissero il ritorno del malcostume e della corruzione: il risultato, oggi, è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che l’errore rischi di ripetersi è avvilente. Avvilente e pericoloso: per il Paese - certo - e per gli stessi partiti ormai sul punto di affogare nel loro stesso discredito.
Nuove regole per vivere senza il posto fisso – Irene Tinagli
La realtà è questa: in Italia ci sono oltre 10 milioni di persone, tra cui moltissimi giovani, che vivono situazioni di lavoro inesistenti oppure estremamente precarie. E per precarie, sia ben inteso, non si intende semplicemente un contratto a tempo determinato, ma si intende una posizione di lavoro in cui non si ha alcuna forma di tutela, dove non ci si può permettere di ammalarsi né tantomeno una gravidanza, dove non ci sono ferie pagate né indennità di fine rapporto e dove, come nel caso delle migliaia di persone costrette ad aprirsi una partita Iva pur non essendo professionisti, bisogna anche pagarsi da soli i contributi che normalmente paga il datore di lavoro. Per queste persone il miraggio non è tanto il posto fisso, ma condizioni di lavoro degne di questo nome, e un qualche supporto che le aiuti quando un contratto finisce e hanno bisogno di tempo o di nuova formazione per trovarne un altro. Milioni di giovani di fatto chiedono questo. Quello che già hanno gran parte dei loro coetanei nel resto d’Europa. Di fronte a questa realtà possiamo fare due cose. Possiamo dire a questi giovani che non devono stare a guardare questi «dettagli», ma che devono aspettare e puntare al posto fisso, come i loro nonni e i loro padri, perché quando ce lo avranno vivranno felici e protetti per il resto dei loro giorni. Poco importa se la competizione internazionale ha reso i mercati talmente instabili che le aziende non assumono più con contratti fissi. Poco importa se quel posto arriverà tra venti anni o forse mai. L’importante è tenere vivo l’obiettivo. Nel frattempo alle aziende che non riescono a sopravvivere offrendo contratti vecchio stampo si concede una serie di possibilità contrattualistiche ad altissima «deregolamentazione». In questo modo le aziende sono più o meno contente, i sindacati pure. I giovani un po’ meno, ma pazienza. Gli resta comunque il sogno di entrare prima o poi a far parte dei lavoratori «veri». Oppure possiamo dire a questi giovani che, viste le turbolenze economiche attuali e con aziende che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, sarà sempre più difficile avere un posto che duri tutta la vita. Che se continua così si ritroveranno in milioni a scannarsi per poche migliaia di posti che arriveranno quando saranno impoveriti e stremati. E possiamo quindi provare a rendere questo percorso meno logorante. Da un lato, cercando di stimolare le imprese ad assumere, allentando le incertezze più gravose (come quelle delle cause di lavoro per reintegro che durano anni), alleggerendo la burocrazia e provando a rilanciare un po’ di investimenti. Dall’altro lato creando per questi giovani lavoratori, col coinvolgimento di Stato e aziende, nuove reti di sicurezza che in caso di malattia, gravidanza o ricerca di nuovo lavoro, non li lascino soli con la promessa che «quando avranno il posto fisso sarà tutto diverso». La prima strada è quella che abbiamo perseguito sino ad oggi. La seconda è quella che il governo Monti dice di voler intraprendere. Si può certamente discutere sui bei tempi che furono, e, più seriamente, sugli strumenti che verranno adottati e sul come implementarli. Ma non si può dire che cercare di riformare un mercato del lavoro e del welfare squilibrato come il nostro sia sbagliato. Perché l’obiettivo, almeno per come è stato presentato fino ad oggi da Monti e da Fornero, non è smantellare un sistema di tutele, ma ridisegnarle per fare in modo che milioni di persone che oggi hanno poco lavoro e zero protezioni, possano finalmente ritrovare un po’ di speranza. Non ci dimentichiamo che oggi, al di là dei due milioni e duecentoquarantamila disoccupati, più della metà dei lavoratori italiani non è protetta né dall’articolo 18 né, molto spesso, da forme di tutela assai più basilari: quattro milioni e centomila dipendenti di imprese con meno di 15 addetti, un milione e mezzo di collaboratori autonomi tipo cocopro, un milione e mezzo di interinali o con contratti a termine, mezzo milione di stagist, un milione di collaboratori domestici, e due milioni e mezzo di irregolari. Per non contare la marea di partite Iva che di fatto operano come lavoratori dipendenti. E’ chiaro che ridisegnare un sistema in questo senso chiama in causa tutti: le aziende - che non potranno più avere l’alibi di regole troppo rigide per andare a questuare sussidi allo Stato; i sindacati - che dovranno trovare un modo di fare lotta sindacale incentrato sulla persona, la sua formazione e crescita più che sul posto di lavoro; e infine lo Stato - che dovrà garantire formazione e servizi efficienti e vigilare sul funzionamento del mercato. Certamente questo ridisegno richiede estrema cura, per evitare gli errori e le distorsioni delle riforme passate. Ma proprio questa cura e questo concorso di forze sono necessarie per ridare a tante persone una serenità che un tempo veniva trovata da molti nel lavoro fisso ma che oggi ha bisogno di nuovi strumenti per essere raggiunta da tutti.
Falkland, dopo 30 anni si riaccende la contesa – Emiliano Guanella
Buenos Aires - L’Union Jack bruciata davanti all’ambasciata del Regno Unito, i poster con gli immancabili Perón e Evita, il tradizionale canto da stadio «chi non salta è un inglese» e le scritte sui muri contro il tenente William Wales, principe sbarcato nel lontano possedimento reale. A quasi trent’anni di distanza le sorti delle Malvinas, Falklands per gli inglesi, tornano ad appassionare gli argentini, mentre le manovre militari decise da Londra non fanno che surriscaldare l’ambiente. Il prossimo 2 aprile è l’anniversario dello scoppio della guerra voluta dai gerarchi della dittatura nel 1982, cinquanta giorni di occupazione dell’arcipelago che da un secolo e mezzo era dominato dalla Corona britannica anche se abbandonato di fatto al suo destino, drappello di isole di pescatori disabitate e battute dal vento gelido dell’Atlantico meridionale. Da allora Buenos Aires non ha mai rinunciato alle sue pretese di sovranità. Uno sforzo diplomatico costante che ha portato negli ultimi mesi a un risultato insperato solo fino a qualche anni fa, la decisione dei governi amici di Uruguay e Brasile di chiudere i loro porti alle navi britanniche dirette verso le isole. Un successo per Cristina Fernandez de Kirchner, presidente decisa a fare «tutto il possibile, salvo la guerra» per riaprire una questione che sembrava ormai chiusa da anni. Una decisione che ha sorpreso il governo di David Cameron, abituato a subire dichiarazioni formali anche altisonanti ma senza conseguenze sul piano pratico. I toni sono cresciuti quando lo stesso Cameron ha accusato il governo della Kirchner di agire con una mentalità colonialista, un’accusa che ha scandalizzato l’opinione pubblica argentina, forgiata fin dalla culla al motto che «las Malvinas son argentinas» e che, prima o poi, torneranno a far parte del territorio nazionale. Dalle parole si è passato ai fatti. Londra ha confermato l’invio dell’incrociatore Hms Dauntless, fiore all’occhiello della Royal Navy, un gigante dei mari costato un miliardo e mezzo di dollari, con missili antiaerei e radar capace di arrivare fino a 400 chilometri, più o meno la distanza che separa Port Stanley, capitale delle isole, dalle coste patagoniche argentine. Il generale David Richard, capo di stato maggiore, ha chiarito che si tratta di un’operazione di routine prevista nelle esercitazioni nelle basi britanniche nel mondo, mentre per gli argentini si tratta di una provocazione bella e buona in un momento assolutamente delicato nelle relazioni fra i due paesi. Proprio ieri sera è sbarcato sulle isole il principe William, erede al trono in servizio come tenente copilota di elicotteri da guerra. È il primo viaggio da solo di William dopo il matrimonio con la bella Kate; per sei settimane sarà alloggiato in una camera spartana con bagno in comune presso la base di Mount Pleasant, che ospita oggi 1.500uomini e il cui mantenimento rappresenta lo 0,5% delle spese militari inglesi. Anche se non è prevista nessuna cerimonia ufficiale i «kelpers», i duemila abitanti delle Falklands, sono pronti a riceverlo con un clima di festa, ricordando la presenza dello zio, il principe Andrew come militare durante il conflitto del 1982. «Lo sbarco del principe conquistatore» ironizza invece via twitter il ministro degli Esteri argentino Timerman. A Buenos Aires intanto ha debuttato ieri nelle sale «The Iron Lady» il film su Margaret Thatcher interpretato da Meryl Streep. In altre epoche sarebbe stato un successo al botteghino; oggi, giudicando dalle numerose missive inviate ai giornali da lettori che suggeriscono di boicottarlo, si avvia ad essere un tremendo flop. Sale vuote per reclamare, ancora una volta, la chimera delle Malvinas argentinas.
Corsera – 3.2.12
Al lavoro 12 ore sottozero. Protestano diciannove operai di una cooperativa: licenziati - Claudio Del Frate
MANTOVA - Turni che duravano anche 12 ore di lavoro, dentro e fuori celle frigorifere dove la temperatura è di 20 gradi sottozero. E il giorno che hanno provato a lamentarsi, il loro appello è stato subito accolto: tutti licenziati. A Mantova ci sono 19 lavoratori che sarebbero ben felici di godersi la monotonia del posto fisso evocata dal premier Monti; purtroppo fanno parte di quell'Italia che tira a campare con rapporti di precariato - prestano servizio nella fattispecie per una cooperativa di lavoro - e per i quali i diritti sono un lusso. La loro storia era già approdata all'attenzione dell'opinione pubblica qualche giorno fa, quando il gruppo di operai, assegnati a una ditta che commercia cibi surgelati, aveva denunciato irregolarità nella busta paga. Tralasciando le facili ironie visto che parliamo di persone costrette a starsene intere giornate al gelo, era la classica punta dell'iceberg: una serie di esposti presentati a Ispettorato del lavoro, Inps e anche alla Procura della Repubblica, stanno facendo emergere adesso uno spaccato del lavoro in Italia, lontano anni luce dai «privilegi» dell'articolo 18 e dalla busta paga assicurata il 27 del mese. La cooperativa in questione è la BBS con sede a Bresso (Milano) assegnataria di un appalto da parte della Primafrost di Mantova. La società milanese, dice l'esposto presentato all'Ispettorato del lavoro, «costringe i lavoratori sotto la minaccia del licenziamento a velocizzare il lavoro in spregio a ogni norma sulla sicurezza... e impone ai propri soci lavoratori turni di 12 ore giornaliere con temperatura di 25 gradi sottozero e con dispositivi di protezione logorati o deteriorati». Le parole sono accompagnate anche da significative fotografie che mostrano alcuni dei magazzinieri arrampicati senza protezioni tra i bancali o con le scarpe da lavoro rotte e riparate alla meno peggio. La denuncia è stata presentata dalla Cisl, alla quale i 19 lavoratori si sono rivolti vincendo paure e ritrosia. In più gli stessi lavoratori avevano denunciato alla Guardia di Finanza che solo una parte del loro compenso (circa 900 euro mensili, pari a circa 130 ore di lavoro) compariva regolarmente in busta paga; il resto veniva mascherato da altre voci o pagato in nero, costituendo di fatto un'evasione delle tasse. «I lavoratori si sono coraggiosamente prestati a denunciare questi fatti - racconta Emmanuele Monti, il funzionario Cisl che segue la vicenda - consapevoli che sarebbero andati incontro a dei rischi». Detto fatto, dopo che era stato chiesto l'intervento delle autorità di controllo, coloro che avevano aderito all'iniziativa sindacale sono stati messi alla porta dalla BBS; la cooperativa si è rifiutata fino a oggi di intavolare qualunque trattativa, benché sollecitata anche da enti locali mantovani. Tira le somme della vicenda Aldo Menini, segretario della Cisl di Mantova: «La storia di queste persone la dice lunga su quanto oggi sia schizofrenico il mondo del lavoro. Va bene la flessibilità, ma questo episodio dimostra che siamo in certo frangenti di fronte a forme di liberismo selvaggio. L'introduzione di qualche norma in più non guasterebbe affatto».
Israele attaccherà l'Iran in primavera - Guido Olimpio
WASHINGTON (USA) - Gli Usa temono che Israele possa attaccare i siti nucleari iraniani in «aprile, maggio o giugno», prima che i mullah trasferiscano il materiale sensibile in bunker più protetti e fuori della portata delle bombe speciali israeliane. La previsione è del segretario alla Difesa americano Leon Panetta ed è stata raccolta da David Ignatius, famoso giornalista del «Washington Post», che era in viaggio con il rappresentante Usa. L'ATTACCO - L’aviazione di Gerusalemme pensa di poter colpire i bersagli con operazioni «limitate» a 4 o 5 giorni che possono creare danni sufficienti per ritardare il programma atomico. O almeno è ciò che sperano. Poi è prevedibile un intervento dell’Onu che impone un cessate il fuoco. Ignatius aggiunge che l’annullamento delle manovre congiunte Israele/Usa previste per la primavera è da imputare ad una richiesta di Gerusalemme che avrebbe comunicato problemi nel mettere a disposizione le proprie forze. E i «problemi» altro non sarebbero che un possibile impegno militare in Iran. Tanto a Washington che nello stato ebraico i generali hanno esaminato le possibili ritorsioni da parte dell’Iran in caso di un attacco. Dal blocco di Hormuz ad attentati: per questo e per evitare «malintesi» gli Stati Uniti hanno moltiplicato i segnali verso Teheran per separare la propria posizione da quella dell’alleato israeliano. Ma, come sottolinea lo stesso Ignatius, non è facile per il Pentagono stare fuori. Se le città israeliane dovessero essere colpite è difficile che gli Usa rimangano a guardare. Ed è anche possibile che i pasdaran possano coinvolgere nella loro risposta le navi o le basi statunitensi nel Golfo. ISRAELE - Gerusalemme – come è già emerso in queste settimane – non sembra invece temere più di tanto la risposta degli ayatollah. La crisi siriana ha di fatto paralizzato l’alleato più prezioso di Teheran nella regione e la minaccia più seria può venire dagli Hezbollah libanesi che dispongono di decine di migliaia di razzi. La gran parte dei quali nascosti in centri abitati e bunker nel Libano sud. Uno scenario tracciato da esperti israeliani ha previsto che le vittime dei bombardamenti Hezbollah potrebbero essere circa 500. Ignatius conclude il suo pezzo affermando che il governo israeliano non ha ancora raggiunto una decisione definitiva sul blitz, anche perché molti esponenti dell’intelligence si sono dichiarati contrari. L’analisi di Panetta combacia con quella apparsa sul «New York Times» a firma di Ronen Bergman dove si dava per scontata un’operazione militare di Israele in primavera. Ma proprio i riferimenti temporali precisi lasciano perplessi gli esperti: non ha senso – osservano – dare queste indicazioni al nemico. E pensano che si tratti di un ulteriore gesto di pressione su Teheran. Quanto alle continue dichiarazioni – «possiamo attaccare» – sarebbero un modo per Israele per apparire come un attore imprevedibile che non si ferma neppure davanti agli alt intimati da Washington. Nulla di nuovo, visto che Gerusalemme nella sua storia ha mostrato sempre una grande autonomia e indipendenza.
VEDI: MOVIMENTO DEI FORCONI
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Un suggerimento di Giuseppina Ficarra: per notizie sulla Libia e la Siria vedere http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm