DI
EUGENIO BENETAZZO
La globalizzazione deve essere considerata come una conseguenza del
turbocapitalismo. Con questo termine si individua una miscela esplosiva
fatta da capitali presi a prestito a bassi tassi di interesse ed un mare di
strumenti finanziari derivati presenti sul mercato.
Questa miscela funziona proprio come il protossido di azoto nelle automobili
da corsa: una volta iniettato nel motore, fa raggiungere performance
strepitose. Tuttavia il protossido d’azoto può anche causare l’esplosione
del motore se usato in maniera irresponsabile o soprattutto per un tempo
eccessivo alla tolleranza meccanica e termica del motore.
Immaginate pertanto la globalizzazione come il raggiungimento di elevata
velocità per un motore (sistema capitalistico) in cui viene iniettato il
protossido d’azoto (capitali di debito a tassi bassi e strumenti di
copertura finanziari).
Il motore può girare con performance da capogiro per qualche decina di
minuti, dopo deve essere completamento smontato e rettificato. Se
l’alimentazione a protossido d’azoto si protrae per oltre i dieci minuti,
potete tranquillamente aspettarvi l’esplosione della testata dei cilindri.
Quindi per analogia come il protossido d’azoto crea conseguenze al motore di
un’auto sportiva, allo stesso modo la globalizzazione crea conseguenze al
sistema economico, conseguenze che in alcuni casi possono assomigliare
all’esplosione della testata dei cilindri.
Nel nostro caso, le conseguenze colpiscono tre sfere tra loro differenti:
quella economica, finanziaria e sociale. Vediamo per iniziare quelle
economiche.
La globalizzazione rappresenta uno stadio terminale in quanto sta portando
il sistema economico odierno al collasso industriale e finanziario. Questa
affermazione può sembrare molto forte da udire, ma lasciatemi fornire le
dovute spiegazioni ed alla fine converrete con me sul raggiungimento di
questa conclusione.
La globalizzazione a dispetto del capitalismo classico è fautrice di enormi
sperequazioni sulla ricchezza prodotta, vale a dire che quest’ultima non
viene suddivisa e distribuita in maniera proporzionata a chi ha contribuito
a crearla.
Attenzione: non che il capitalismo classico sia indenne da critiche, ma
rimane tutt’oggi il sistema economico in grado di creare la maggiore
diffusione di benessere e prosperità a fronte di limitati episodi di
sfruttamento. Si deve al sistema capitalistico classico la nascita della
media borghesia: la classe sociale che rappresenta la componente sociale
trainante per la crescita di ogni nazione.
La globalizzazione, invece, accentua profondamente questa sproporzione e
disomogeneità, arrivando a creare solo due classi sociali: i molto ricchi
(una minoranza) ed i molto poveri (la maggioranza), sopprimendo lentamente,
per le conseguenze economiche e sociali che derivano, proprio la classe
media borghese.
Con la globalizzazione, i grandi stabilimenti ed i posti di lavoro vengono
trasferiti in aree del globo terrestre in cui la manodopera è
particolarmente più a buon mercato. Successivamente l’output produttivo
(beni, prodotti, merci) di questi stabilimenti industriali delocalizzati
viene importato proprio nel stesso paese in cui gli stabilimenti industriali
sono stati chiusi e trasferiti.
Questo processo non crea ricchezza: quanto piuttosto sperequazione. Infatti
non si arricchisce nessuno, se non le multinazionali ed i gruppi industriali
artefici di queste ristrutturazioni aziendali.
Nel paese di origine, migliaia di lavoratori vengono privati del loro posto
di lavoro iniziale, e nel paese in cui la produzione è stata trasferita,
migliaia di nuovi lavoratori vengono sfruttati a fronte di un salario
ridicolo.
Entrambi questi paesi sono uno legato all’altro, entrambi questi paesi sono
destinati a collassare. Il primo, quello originario, a causa di una
progressiva perdita di capacità di consumo dovuta ad una sensibile
contrazione del tenore reddituale (che diventa saltuario o a singhiozzo). Il
secondo paese, quello sfruttato per la manodopera locale, percepisce un
iniziale lieve miglioramento grazie ai posti di lavoro trasferiti, ma rimane
il fatto evidente che la sua popolazione non ha la capacità di spesa del
primo.
Questo determina un vero e proprio effetto stile protossido d’azoto, in
quanto le grandi aziende che hanno delocalizzato aumentano semestre dopo
semestre i loro profitti (in quanto vengono abbattuti i costi di
manodopera).
I ricavi di vendita, tuttavia, trovano manifestazione economica ancora e
solo nel paese originario, in quanto il mercato interno del paese in cui si
è delocalizzato non è in grado di assorbire merci o prodotti per mancanza di
una classe sociale sufficientemente abbiente.
Nel frattempo, e questo è un fenomeno molto lento e progressivo, il paese
originario vede ridursi proprio la sua capacità di consumo interno, in
quanto fenomeni sociali come il lavoro precario o l’impiego a singhiozzo
(che hanno sostituito i posti di lavoro delocalizzati) iniziano a
compromettere il tenore reddituale medio della classe media borghese.
Inizialmente pur di continuare a consumare come prima, si inizia ad
indebitarsi per sopravvivere (e non per fare investimenti). In seguito
quando il sistema diventa saturo e quei pochi stipendi rimasti sono già
spesi ancora prima che siano accreditati, allora inizia il conto alla
rovescia: il default dell’intero paese.
Se ci pensate tutto questo sta accadendo anche all’Italia, la quale nel
momento in cui scrivo si sta gongolando per un PIL al 2 % (dopo quattro anni
di stasi ed una media europea del 2,5 %).
C’è una spiegazione a questo dato: il ricorso al debito attraverso
finanziarie e società di microcredito ha contribuito ad aumentare il valore
dei servizi erogati dal Sistema Italia. Pensate che, solo negli ultimi due
anni, il PIL è stato sostenuto dall’erogazione di mutui ipotecari con un
peso di quasi il 20 % !
Il punto chiave quindi per comprendere il pericolo della globalizzazione, è
proprio il processo di depauperazione di uno stato a vantaggio di un
ristretto gruppo di lobbies industriali e bancarie volto alla
massimizzazione dei profitti. L’essenza è tutta qui.
Non si è arricchito nessuno, né il paese che ha subito la chiusura degli
stabilimenti e né il paese che li ha visti aprire: ci ha spudoratamente
guadagnato solo chi ha spostato la produzione e importato i prodotti con un
margine di guadagno in certi casi anche triplicato.
Ecco spiegato perché le borse salgono: vedono fior di aziende fare grandi
utili e pertanto in futuro si aspettano un flusso di dividendi sempre
maggiori. Purtroppo si sbagliano.
Questo livello di utili elevati non è destinato a durare molto, in virtù del
progressivo indebitamento ed incapacità di consumo che la globalizzazione
indirettamente causa sui mercati in cui si intende riversare le merci ed i
beni prodotti con un artificioso ed ingannevole espediente produttivo.
Non può durare a lungo proprio perché i paesi poveri producono per la
richiesta di quelli ricchi che lentamente perdono il loro stato di benessere
borghese in virtù della perdita dei siti di produzione al loro interno.
Eugenio Benetazzo
Fonte: http://www.eugeniobenetazzo.com/tour.html - http://www.youtube.com/eugeniobenetazzo
14.06.2007
Tratto da BEST BEFORE, edito da Macro Edizioni