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Quali strumenti abbiamo per stabilire qual è la verità? DOCUMENTARCI

Iraq, la morte della storia di Robert Fisk, The Independent

In migliaia a Capitol Hill per dire no alla guerra in Iraq  14.9.2007

Iraq, è emergenza umanitaria  Un bambino su tre è denutrito  La Repubblica 31 luglio 2007

Iraq libero Comitati per la resistenza

30/12/06 Fulvio Grimaldi Saddam impiccato, Bush libero...

30/12/2006 Beppe Grillo Le mani del boia erano irachene, ma il cappio era di Bush.
 

 brano di una lettera di Sara Dipasquale ad un amico inviata il 31.12.2006                                                                                     ...poi ho sentito dell' impiccagione di Saddam e sono stata invasa da una collera sorda disperata e  cattiva 

Robert Fisk 31.12.2006  (Saddam) Ha portato i suoi segreti nella tomba. La nostra complicità muore con lui.

Un primo riscontro alle affermazioni di Grimaldi.  La redazione di Comedonchisciotte.net ha tradotto integralmente in italiano uno dei migliori articoli a livello internazionale sull'Irak. Si tratta di un articolo tratto da Reseau Voltaire a firma di Jack Naffair.

 

Il caso dello sterminio eugenetico dei sefarditi  (2 settembre 2004) Fulvio Grimaldi
 

http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/esteri/iraq-99/iraq-99/iraq-99.html
 

Sotto accusa dirigenti del ministero della Difesa. L'ex premier Allawi
"Usa e Gran Bretagna non hanno fatto nulla per fermare la truffa"

La Cbs: "In Iraq scomparsi 500 milioni
dai fondi per combattere la rivolta sunnita"

Aiuti umanitari a Bagdad
NEW YORK - E' stata ribattezzata la "madre di tutte le truffe in Iraq". E a ragione visto che si tratta della sparizione misteriosa di 500 milioni di dollari, forse addirittura 800. Tutti destinati a combattere la ribellione in Iraq, rubati da responsabili del ministero della Difesa iracheno prima delle elezioni del 2005. A sostenerlo è la rete televisiva americana Cbs che ha scoperto il caso.

Secondo il corrispondente a Bagdad della rete, Steve Kroft, il sospettato numero uno è Ziad Cattan, ex responsabile per gli acquisti al ministero della difesa iracheno, dotato allora di oltre 1,2 miliardi di dollari. Lo ha spiegato nel corso della popolarissima trasmissione dell'emittente, "60 Minutes", citando una inchiesta irachena. Cattan, che si trova attualmente a Parigi e si sta facendo costruire - guarda caso - una mega villa a Varsavia, era stato lodato per le sue capacità dall'allora proconsole americano in Iraq, l'ambasciatore Paul Bremer.

Pesantissime accuse vengono rivolte dall'ex ministro delle finanze iracheno, Ali Allawi, secondo cui la somme rubata potrebbe essere addirittura pari a 750 milioni di dollari, se non 800 milioni. Un giudice che sta investigando sul caso, Radhi al-Radhi, sostiene inoltre che le somme non rubate sono servite ad acquistare materiale militare obsoleto, lasciando intendere che ci sarebbero stati numerosi pagamenti di 'mazzette'.

Nel mirino di Allawi sono finite in particolare le autorità degli Stati Uniti e Gran Bretagna - come anche quelle di alcuni paesi arabi vicini - che secondo l'ex ministro non hanno praticamente fatto nulla, nè per recuperare la somma, nè per individuare i responsabili che sarebbero riusciti in gran parte a lasciare il paese.
 

"60 Minutes" ha mandato in onda alcune registrazioni in cui si vedono i sospetti che discutono come trasferire 45 milioni di dollari sul conto di un consigliere del ministero della difesa. Cattan, contattato da Kroft, ha riconosciuto la sua voce in una delle registrazioni, negando però che una delle parole incriminate sia "dollari", come sostiene l'inchiesta. Cattan ha presentato al giornalista una serie di documenti che a suo avviso dimostrerebbero che molte le forniture da lui acquistate si trovano tuttora in Iraq, e che funzionano come si deve. Ma, un esperto della prestigiosa rivista militare Janès, contattato dalla tv, sostiene che si tratta di documenti molto generici che non dimostrano nulla.

"60 Minutes" racconta infine di avere appreso che Cattan si sta facendo costruire una lussuosissima villa in Polonia, mentre un altro dei sospetti, Naer Jumaili, responsabile di una società di intermediazione che ha gestito numerosi contratti per la difesa irachena, sta investendo in progetti immobiliari in Giordania, dove sta anche costruendo una sua mega villa.

In tutto i casi di corruzione che riguardano il governo iracheno sono circa 2.000, per oltre 7 miliardi di dollari. Vanno ad aggiungersi agli scandali che coinvolgono società americane: viene spesso citato il caso della Halliburton, in passato diretta dal vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney, che ha ottenuto miliardi di dollari di contratti per la ricostruzione in Iraq, tutti per licitazione privata.

(23 ottobre 2006)

 

Uno straordinario servizio del più autorevole inviato del mondo in Medio Oriente, autore del notissimo "Cronache Mediorientali" che è una analisi documentatissima e sopra le parti dei conflitti, degli interessi e delle crudeltà che insanguinano questo scacchiere cruciale dell'umanità - Qui Fisk denuncia il saccheggio del patrimonio archeologico

Iraq, la morte della storia

di Robert Fisk, The Independent -

(Traduzione di Ingrid Colanero per Osservatorio Iraq)

La favolosa Ur dei Caldei: sta disfandosi per i movimenti dei carri armati. Le foto che seguono (alcune di A. Leoni) riguardano tutte questo sito archeologico e il suo museo, ormai saccheggiato

30 settembre - Città sumere che hanno 6.000 anni [1] fatte a pezzi e saccheggiate dai ladri. Le stesse mura della grandiosa Ur dei Caldei si stanno riempiendo di crepe sotto lo sforzo provocato da massicci movimenti di truppe.

La privatizzazione del saccheggio, mentre i possidenti terrieri comprano in blocco i restanti siti dell’antica Mesopotamia per spogliarli dei loro artefatti e della loro ricchezza, sta provocando la quasi totale distruzione del passato storico dell’Iraq, la culla stessa della civiltà umana. La morte della storia è uno dei più vergognosi simboli della disastrosa occupazione.

Le prove accumulate dagli archeologi mostrano che perfino quegli iracheni che hanno avuto una formazione da operatori archeologici durante il regime di Saddam Hussein stanno ora utilizzando le proprie conoscenze per unirsi ai saccheggiatori negli scavi delle antiche città, distruggendo migliaia di vasi di valore inestimabile, bottiglie, e altri manufatti, alla ricerca di oro e di altri tesori.

Nel periodo successivo alla Guerra del Golfo del 1991, eserciti di saccheggiatori arrivarono nelle città del deserto del sud dell’Iraq, e furono depredati almeno 13 musei. Oggi, quasi tutti i siti archeologici del sud dell’Iraq sono sotto il controllo dei saccheggiatori.

In una lunga e devastante valutazione che sarà pubblicata a dicembre, l’archeologa libanese Joanne Farchakh dice che gli eserciti dei saccheggiatori non hanno risparmiato "neppure un metro di queste capitali sumere che erano rimaste sepolte sotto la sabbia per migliaia d’anni."

"Hanno sistematicamente distrutto i resti di questa civiltà nella loro instancabile ricerca di manufatti da vendere: antiche città, che coprono una superficie stimata di 20 chilometri quadrati, che - se adeguatamente scavati - avrebbero potuto fornire ampie nuove informazioni circa lo sviluppo della razza umana.

"L’umanità sta perdendo il suo passato per una tavoletta cuneiforme o per una scultura o per un pezzo di gioielleria che i mercanti acquistano e pagano in contanti in un Paese devastato dalla guerra. L’umanità sta perdendo la sua storia per il piacere di collezionisti privati che vivono al sicuro nelle loro lussuose abitazioni e ordinano oggetti per le loro collezioni".

La Farchakh, che ha contribuito alle indagini originarie sui tesori rubati dal Museo archeologico di Baghdad, nel periodo immediatamente successivo all’invasione dell’Iraq, dice che presto l’Iraq potrebbe finire per non avere più storia.

"Ci sono 10.000 siti archeologici nel Paese. Solo nella zona di Nassiriya ci sono circa 840 siti archeologici sumeri, sono stati tutti sistematicamente saccheggiati. Perfino quando Alessandro Magno distruggeva una città, ne ricostruiva sempre un’altra. Ma ora i rapinatori stanno distruggendo tutto, perché stanno arrivando giù fino alla roccia sottostante il terreno. La novità sta nel fatto che i saccheggiatori stanno diventando sempre più organizzati con, apparentemente, moltissimo denaro.

A parte questo, le operazioni militari stanno danneggiando questi siti per sempre. Da cinque anni a Ur c’è una base statunitense, e le mura si stanno fessurando a causa del peso dei veicoli militari. È come sottoporre un sito archeologico a un terremoto continuo".

Di tutte le antiche città dell’attuale Iraq, Ur è considerata la più importante nella storia dell’umanità.

Menzionata nell’Antico Testamento, e ritenuta da molti il luogo in cui nacque il profeta Abramo – compare anche nelle opere di storici e geografi arabi - dove il suo nome è Qamirnah, la Città della luna.

Fondata verso il 4000 a.C., la sua popolazione sumera vi stabilì i principi dell’irrigazione, vi sviluppò l’agricoltura, e la lavorazione dei metalli. Mille e cinquecento anni dopo - in quella che è diventata nota come l’’Era del Diluvio’ - Ur produsse uno dei primi esempi di scrittura, iscrizioni, e costruzioni. Nella vicina Larsa, mattoni d’argilla cotta erano utilizzati come ordini di pagamento– il primo assegno della storia: la profondità dell’incisione del dito nell’argilla segnava la quantità di denaro da trasferire. Le tombe reali di Ur contenevano gioielli, pugnali, oro, sigilli cilindrici d’azzurrite, e talvolta resti di schiavi.

Ufficiali statunitensi hanno detto ripetutamente che una grande base americana costruita a Babilonia serve a proteggere il sito, ma l’archeologa irachena Zainab Bahrani, docente di storia dell’arte e archeologia alla Columbia University, dice che questo "ha dell’incredibile".

In un’analisi della città, dice: "Il danno arrecato a Babilonia è sia esteso che irreparabile, e, anche se le forze Usa avessero voluto proteggerla, sarebbe stato molto più sensato mettere delle guardie attorno al sito invece che demolirlo e mettere su il più grande quartier generale delle forze armate della coalizione nella regione".

Gli attacchi aerei del 2003 hanno lasciato illesi i monumenti storici, tuttavia la professoressa Bahrani dice: "L’occupazione ha avuto come conseguenza una distruzione tremenda della storia che va ben oltre i musei e le librerie saccheggiate e distrutte alla caduta di Baghdad. Almeno sette siti storici sono stati utilizzati in questo modo dalle forze Usa e da quelle della coalizione dall’aprile del 2003, uno dei quali è il cuore storico di Samarra, dove il santuario al Askari costruito da Nasr-al-Din Shah ha subito un attentato nel 2006".

L’uso dei siti storici come basi militari è una violazione della Convenzione e del Protocollo dell’Aia del 1954 (capitolo1, articolo 5), che copre i periodi di occupazione; nonostante gli Stati Uniti non abbiano ratificato la Convenzione, l’Italia, la Polonia, l’Australia, e l’Olanda, che hanno tutti inviato forze in Iraq, sono parti contraenti.

La Farchakh fa osservare che, mentre i partiti religiosi guadagnano influenza in tutte le province dell’Iraq, anche i siti archeologici stanno cadendo sotto il loro controllo. Racconta di Abdulamir Hamdani, il direttore delle antichità della provincia di Dhi Qar - nel sud - che disperatamente – ma invano – tentò di impedire la distruzione delle città sepolte durante l’occupazione. Lo stesso dr Hamdani ha scritto di poter far poco per impedire il "disastro di cui siamo tutti testimoni e osservatori".

Nel 2006, dice, "abbiamo reclutato 200 ufficiali di polizia perché stavamo tentando di fermare il saccheggio pattugliando i siti il più spesso possibile. Il nostro equipaggiamento non era sufficiente per questa missione perché avevamo solo otto macchine, qualche pistola e altre armi, e qualche radio trasmittente per l’intera provincia, dove è stato fatto un inventario di 800 siti archeologici.

"Naturalmente, questo non è abbastanza, ma stavamo cercando di stabilire un po’ d’ordine, fino a che restrizioni finanziarie all’interno del governo hanno significato che non eravamo più in grado di pagare il carburante per pattugliare i siti. Così siamo finiti nei nostri uffici, cercando di combattere il saccheggio, ma questo era anche prima che i partiti religiosi si impadronissero del sud dell’Iraq".

L’anno scorso, il Dipartimento alle antichità del dr Hamdani ha ricevuto un avviso dalle autorità locali, che approvava la creazione di fabbriche di mattoni crudi nelle aree circostanti i siti archeologici sumeri. Ma presto è diventato chiaro che i proprietari delle fabbriche avevano intenzione di acquistare la terra dal governo iracheno perché sotto c’erano parecchie capitali sumere e altri siti archeologici. Il nuovo proprietario del terreno avrebbe "scavato" il sito archeologico, sciolto il "vecchio mattone crudo" per formare il nuovo per il mercato, e vendere i ritrovamenti portati alla luce ai mercanti d’antichità.

Il dr Hamdani ha coraggiosamente rifiutato di firmare il dossier. Dice la Farchakh: "Il suo rifiuto ha avuto conseguenze rapide. I partiti religiosi che controllano Nassiriya hanno mandato da lui la polizia, con l’ordine di metterlo in prigione con accuse di corruzione. E’ stato in carcere tre mesi in attesa di processo. Il Dipartimento statale responsabile delle antichità e del patrimonio culturale l’ha difeso durante il processo, e lo stesso ha fatto la sua potente tribù. E’ stato rilasciato e ha riavuto il suo posto. Le fabbriche di mattoni crudi sono "progetti congelati", ma sono venute a galla notizie di una strategia simile che si sta impiegando in altre città e in siti archeologici vicini, come la Ziggurat di Aqarquf nei pressi di Baghdad.

Per quanto tempo gli archeologi iracheni riusciranno a mantenere l’ordine? Questa è una domanda a cui solo i politici iracheni affiliati ai diversi partiti religiosi possono rispondere, dato che sono loro ad approvare questi progetti".

Gli sforzi della polizia per porre fine al potere dei saccheggiatori, ora con una struttura di supporto ben organizzata che ha l’aiuto dei leader delle tribù, si sono dimostrati letali.

Nel 2005 la dogana irachena aveva arrestato – con l’aiuto dei soldati occidentali – parecchi mercanti di antichità nella città di al Fajr, vicino Nassiriya. Sequestrarono centinaia di artefatti e decisero di portarli al museo di Baghdad. Fu un errore fatale.

Il convoglio venne fermato a poche miglia da Baghdad, otto degli agenti della dogana vennero assassinati, e i loro corpi bruciati e lasciati a putrefarsi nel deserto. Gli artefatti scomparvero. "Fu un chiaro messaggio al mondo da parte dei mercanti d’antichità", dice la Farchakh.

Le legioni di saccheggiatori di antichità lavorano all’interno di una organizzazione di contrabbando di massa dove tutto fila liscio. Camion, macchine, aerei, e barche portano il bottino del patrimonio storico dell’Iraq in Europa, negli Stati Uniti, negli Emirati Arabi Uniti, e in Giappone. Gli archeologi dicono che un numero sempre crescente di siti Internet offre artefatti mesopotamici, oggetti che hanno anche più di 7.000 anni.

I contadini del sud dell’Iraq sono ora saccheggiatori professionisti, che sanno come tracciare i contorni dei muri di edifici sepolti, e sono capaci di arrivare direttamente a stanze e tombe. Il rapporto degli archeologi dice: "Sono stati formati su come derubare il mondo del suo passato e ne hanno tratto un profitto significativo. Conoscono il valore di ogni oggetto, ed è difficile pensare perché dovrebbero smettere di saccheggiare".

Dopo la Guerra del Golfo del 1991, gli archeologi avevano assunto i vecchi saccheggiatori come operatori, promettendo loro stipendi statali. Questo sistema ha funzionato finché gli archeologi sono rimasti nei siti, ma è stato una delle cause principali della successiva distruzione; la gente ormai sapeva come scavare e cosa poteva trovare.

Aggiunge la Farchakh: "Più a lungo l’Iraq sarà in uno stato di guerra, più la culla della civiltà sarà minacciata. Potrebbe addirittura non durare perché i nostri nipoti possano trarne insegnamento".

articolo originale:http://news.independent.co.uk/fisk/article2970762.ece

[1] L'articolo originale riporta "2.000 anni", ma si tratta evidentemente di un errore tipografico. Ur, Uruk e le altre principali città sumere risalgono al IV millennio a.C. e 2000 anni fa la civiltà sumerica era finita da un pezzo.

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Via dall'Iraq, guerra finita? - Matteo Bosco Bortolaso Manifesto – 20.8.10

Molte famiglie se lo erano segnato sul calendario da tempo: 31 agosto, fine della guerra in Iraq, i figli tornano a casa. Invece la notizia è arrivata con un anticipo di una decina di giorni, sparata dalla tv Nbc. Un giornalista «embedded», intruppato, ha annunciato che la quarta brigata combattente «striker» ha attraversato il confine con il Kuwait. «L'operazione Iraqi Freedom è così terminata», ha detto la rete televisiva che ha fatto lo scoop. Barack Obama lo aveva anticipato durante un comizio in Ohio. «Stiamo mantenendo la promessa che avevo fatto all'inizio della mia campagna per la presidenza», aveva detto ad un evento di raccolta fondi all'Anthenaeum della città di Columbus. «Entro la fine del mese - aveva continuato il presidente - le truppe che avranno lasciato l'Iraq saranno 100mila». E dal prossimo settembre, l'operazione si chiamerà New Dawn, «nuova alba». Obama, comunque, non va in vacanza sereno. Moglie, figlie e consiglieri più stretti saranno di compagnia nell'isola di Martha's Vineyard, l'amata villeggiatura del clan Kennedy. Ad aspettarlo, però, ci saranno anche i numeri dei sondaggi, impietosi e inquietanti, specie a due mesi dalle elezioni che segneranno la metà del suo mandato. Gli americani non sono contenti, soprattutto per l'economia. Ora la Casa Bianca potrà sbandierare una promessa mantenuta, e mostrare i soldati che tornano a casa (anche se tanti continuano a partire per l'altro fronte, l'Afghanistan). E in Iraq, che succederà? Il peso delle tensioni, che potrebbero facilmente esplodere in nuove violenze, ricadrà sulla popolazione locale, sulle deboli forze armate irachene, sui funzionari dell'Onu e soprattutto sui tanti civili spediti da Washington, che saranno circa 2.400. A pensare alla loro sicurezza, saranno i militari privati, i cosiddetti contractor. Si occuperanno un po’ di tutto: controlli radar, prevenzione di attacchi missilistici, disinnesco delle bombe ai bordi della strada. Per proteggere il personale civile ci saranno dai 6 ai 7 mila «mercenari», pronti ad azioni da «forza di reazione rapida». Il governo statunitense, che sui contractor dalla pistola facile si è già scottato, rassicura: non avranno l'immunità speciale riservata ai diplomatici, e ci sarà un'anagrafe per non ripetere i sanguinosi episodi alla «Blackwater», società di sicurezza privata che si è macchiata di efferati crimini contro la popolazione civile. E parecchi soldati americani, a dire il vero, rimarranno in Iraq. Saranno circa 55mila, ma senza una «missione combattente»: il loro compito sarà di addestrare le forze armate irachene, mostrare come funzionano i carri armati M-1, l'artiglieria, gli aerei F-16 (tutti offerti a Baghdad a prezzo scontato, ovviamente). Lo spazio aereo del paese continuerà ad essere controllato dagli Stati Uniti perché non l'aeronautica locale è inesistente. Delicatissimo sarà poi l'addestramento della polizia, affidato in larga parte ai mercenari della sicurezza. Le attività di «training» si concentreranno in tre diversi centri, con l'obiettivo di «focalizzarsi non più sulle sole attività di anti-terrorismo (che continueranno assieme agli americani ndr), ma sulla lotta al crimine tradizionale». James Dubik, generale Usa in pensione che ha seguito l'addestramento delle forze irachene tra il 2007 e il 2008, mette in guardia: «Non si tratterà semplicemente di sviluppare nuove capacità, ma di sostenere un ministero degli interni e i suoi militari, a livello locale e nazionale». Secondo Dubik, il dipartimento di stato, lasciato sul campo con il cerino in mano, «ha poca esperienza in questo senso». E' molto scettico anche Ryan Crocker, ex ambasciatore americano in Iraq secondo cui è necessaria «pazienza strategica», evitando di precipitarsi in decisioni dettate dall'agenda politica americana rispetto a quella irachena. «I nostri calendari - ha detto Crocker - vanno troppo avanti rispetto alla realtà dell'Iraq, che è certamente un partner, ma se ci chiedesse di rivedere la nostra strategia post-2011 (e ripensare il ritiro definitivo), dovremmo essere pronti, con una risposta precisa». Qualche giorno fa il capo di stato maggiore dell'esercito di Baghdad, Babakir Zebari, ha detto che gli americani dovrebbero rimanere di più. Dietro le quinte, sembra che Baghdad voglia rassicurazioni per avere almeno 5-10mila soldati di base in Iraq, per evitare lo spettro di guerre civili o di vuoti di potere dove potrebbe piombare al Qaeda. Per il momento, però, alla Casa Bianca le bocche rimangono cucite. «Adesso come adesso, l'amministrazione non vuole toccare la questione», fa sapere un funzionario al New York Times, chiedendo di mantenere l'anonimato.

 

600 mila morti dopo, il paese resta in alto mare – Giuliana Sgrena Manifesto – 20.8.10

Il 20 marzo 2003 iniziavano i bombardamenti su Baghdad. Una guerra scatenata dal delirio bellico di Bush e i suoi alleati che dopo l'attacco all'Afghanistan si avventuravano in Iraq con il falso pretesto delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam. Le «prove» costruite a tavolino e presentate dal segretario di stato Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell'Onu non avevano convinto le Nazioni unite. Ma la macchina da guerra era già in moto e la «coalizione dei volonterosi» in marcia. Tuttavia la guerra non sarebbe stata quella scampagnata promessa da Bush ai suoi soldati. Il 9 aprile le truppe americane occupavano Baghdad. Gli iracheni erano contenti della caduta di Saddam ma non di come era avvenuta, con l'occupazione del loro paese. Nessuno ha festeggiato l'arrivo degli occupanti, tutti gli iracheni erano chiusi in casa, anche se le immagini trasmesse dalle tv occidentali tendevano a dimostrare il contrario. Così quando è caduta la statua di Saddam sulla piazza Firdous, gli iracheni che si vedevano non erano la popolazione locale ma i collaboratori delle centinaia di giornalisti stranieri presenti a Baghdad, cui si erano aggiunti gli «embedded» arrivati con le truppe. Nei primi giorni di occupazione si erano scatenati i saccheggi, più per vendetta e per vandalismo che per necessità. Presi di mira gli uffici pubblici - ministeri, uffici di polizia e carceri -, gli ospedali, la biblioteca nazionale e il museo. Sotto l'orda distruttrice finivano i simboli del potere ma anche il patrimonio storico e culturale del paese. Il disorientamento lasciava presto spazio all'ostilità contro gli occupanti: l'orgoglio della popolazione irachena si scontrava con l'arroganza e la brutalità dei soldati di occupazione. Le perquisizioni di notte nelle case quando la gente dormiva, la caccia ai ribelli, sparatorie e distruzioni di case hanno alimentato la resistenza, sia quella pacifica che quella armata. La scintilla della rivolta era scoppiata alla fine di aprile (2003) a Falluja, una cittadina a 50 chilometri a ovest di Baghdad, quando gli americani avevano sparato sulla folla che protestava per l'occupazione di una scuola. Da allora Falluja sarebbe diventata un «laboratorio» dell'evoluzione della situazione irachena. Per gli americani era un simbolo della resistenza da distruggere ad ogni costo, soprattutto in vista delle elezioni del 2005. Attaccata nell'aprile del 2004 e poi ancora massicciamente nel novembre dello stesso anno, la città era stata ridotta in macerie, con l'uso anche del fosforo bianco. Il caos creato dall'occupazione e dalla decisione del proconsole americano Paul Bremer di sciogliere l'esercito e mettere fuori legge il partito Baath avrebbe lasciato incontrollate le frontiere (permettendo l'arrivo dei terroristi di al Qaeda) e creato un vuoto oltre che di potere anche istituzionale. Tutti i quadri del governo e dei ministeri erano infatti iscritti al partito unico e dopo la sua messa fuori legge erano spariti. I soldati armati e addestrati lasciati senza lavoro e allo sbaraglio sono andati ad alimentare i gruppi della resistenza che agivano soprattutto nel centro del paese (sunnita). In alcuni casi vi è stata un'alleanza tra alcuni gruppi della resistenza e elementi di al Qaeda, finché non è apparso evidente che gli obiettivi non erano gli stessi: la resistenza voleva liberare l'Iraq dall'occupazione, i jihadisti combattere la guerra santa contro gli infedeli. Che per al Qaeda erano soprattutto gli sciiti, considerati traditori dell'islam. Sono stati i religiosi sunniti a sconfessare coloro che uccidevano altri iracheni. Comunque la violenza era innescata e non colpiva solo gli occupanti, anzi la maggior parte delle vittime erano civili, che si trovavano tra il fuoco americano e quello dei terroristi. Gli anni più duri sono stati tra il 2005 e 2007, quando molti iracheni (oltre 2 milioni) sono fuggiti in Siria e Giordania. La violenza è continuata fino a quando il generale Petraeus, resosi conto degli errori commessi da Bremer e del fatto che solo gli iracheni erano gli unici in grado di combattere il terrorismo, ha fatto un accordo con alcuni gruppi armati e tribali sunniti riunitisi nei Consigli del risveglio. I Consigli, armati e finanziati dagli americani, avrebbero combattuto al Qaeda e alla fine sarebbero entrati a far parte dell'esercito (vero obiettivo dei combattenti). I gruppi sunniti in effetti erano riusciti a riportare la sicurezza nel centro del paese, ma il premier al Maliki non voleva saperne di far entrare i 100.000 combattenti dei Consigli del risveglio nell'esercito (formato quasi esclusivamente da sciiti), alla fine ne ha accettato 25.000 promettendo una soluzione per gli altri, non ancora trovata. Nel frattempo, soprattutto in vista delle elezioni del marzo 2010, sono tornati in azione i gruppi di al Qaeda che si erano ritirati a nord, nelle zone più instabili di Mosul e Kirkuk. La lotta per il potere non risparmia colpi. Interessati al controllo e/o alla destabilizzazione dell'Iraq non sono solo gli americani e gli iraniani (che controllano i gruppi sciiti), ma anche i paesi vicini. Le elezioni del 2005 erano state vinte dall'Alleanza di partiti religiosi sciiti che avevano avuto buon gioco perché i sunniti boicottavano il voto e soprattutto perché il leader sciita, il grande ayatollah al Sistani, aveva emesso una fatwa (sentenza religiosa) in favore del voto all'alleanza sciita. Nelle recenti elezioni (7 marzo 2010) i religiosi sciiti si sono presentati divisi e soprattutto la commistione tra religione e politica ha perso appeal. Infatti ha vinto la lista laica e nazionalista, al Iraqiya, guidata dallo sciita Allawi, ma di misura con 91 seggi sui 325 del parlamento.

La lista del premier al Maliki ha ottenuto 89 seggi, gli altri religiosi sciiti 70. Subito dopo il risultato, l'Iran ha indotto i religiosi sciiti a riunirsi (insieme hanno 159 seggi, 4 in meno della maggioranza), ma non riescono a formare il governo perché il leader radicale sciita Muqtada al Sadr non vuole al Maliki premier. Gli americani sponsorizzano un'alleanza tra Allawi e al Maliki, ma il leader di al Iraqiya ha interrotto le trattative per il comportamento settario di al Maliki. Tutto in alto mare dunque, ma gli americani non rinviano il ritiro.