| RASSEGNA STAMPA |
IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino del 6 giugno 2007
http://www.iraqiresistance.info
1. ACCOGLIAMOLO COME SI DEVE – Sabato tutti a Roma
2. IL DUE GIUGNO DELLA BRIGATA FALLUJA
3. NUMERI
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ACCOGLIAMOLO COME SI DEVE
Sabato 9 giugno tutti a Roma
Sabato prossimo sarà in Italia George W. Bush.
Verrà a ringraziare il governo italiano per la base di Vicenza e per le truppe inviate in Libano ed Afghanistan. Verrà per chiedere ancora più truppe, ancora più spese militari, ancora più partecipazione alla guerra infinita.
Quest’uomo, questo criminale che ha sulla coscienza la vita di centinaia di migliaia di esseri umani, dovrà essere accolto come si deve.
La manifestazione che lo aspetta a Roma sarà certamente in larga misura una manifestazione antimperialista, antiamericana ed a favore delle Resistenze popolari che combattono in Iraq, Afghanistan, Libano, Palestina, Somalia, eccetera.
Ma la manifestazione di sabato sarà anche esplicitamente contro il governo Prodi.
Questo è il governo che ha dato il proprio sì alla base di Vicenza, che ha rifinanziato le cosiddette “missioni”, che ha aumentato le spese militari, che ha confermato in ogni modo il proprio servilismo nei confronti di Washington.
I Comitati Iraq Libero invitano quindi alla massima mobilitazione per la riuscita della manifestazione.
Una manifestazione che non dovrà essere semplicemente contro Bush. Questo criminale sparirà dalla scena politica entro un anno e mezzo, ma questo non modificherà nella sostanza i progetti imperialisti che hanno portato allo scatenamento della guerra a partire dal 2001.
Abbiamo dunque bisogno di una manifestazione non solo contro Bush, ma contro l’imperialismo americano ed il suo progetto di dominio globale.
I Comitati Iraq Libero chiamano a manifestare, anche in questa occasione, il pieno sostegno alle Resistenze popolari.
Purtroppo questo elemento – per noi dirimente e decisivo – è completamente assente dalla piattaforma ufficiale della manifestazione. E’ una grave omissione di chi pensa forse di tornare al generico pacifismo di qualche anno fa, senza fare i conti con la realtà e con la sconfitta subita in questi anni da quella impostazione.
E la realtà è semplice: se oggi il sig. Bush è costretto talvolta a balbettare, questo lo si deve all’impantanamento delle proprie avventure militari, impantanamento causato dall’azione politica e militare delle Resistenze. E’ così in Iraq ed in Afghanistan, ma anche in Libano (realtà completamente dimenticata dagli estensori del testo).
Per questi motivi, come già avvenuto in occasione della manifestazione del 17 marzo scorso, quando si è palesata una chiara involuzione rispetto ai nitidi contenuti antimperialisti del corteo del 30 settembre 2006, i Comitati Iraq Libero non sottoscrivono il testo di convocazione. Troviamo infatti assurdo manifestare contro la guerra e chi l’ha scatenata senza considerare i popoli che la subiscono, senza schierarsi apertamente con chi lotta armi in mano contro gli aggressori.
Detto questo, ribadiamo in pieno l’importanza della manifestazione, sia per il significato politico della visita di Bush, sia perché sarà certamente un’occasione da non perdere per gridare nelle strade di Roma tutto lo sdegno antimperialista ed antiamericano, dato che questo è il sentimento più vero e profondo che anima la maggioranza di chi sente il bisogno di accogliere come si deve il presidente degli Stati Uniti.
Comitati Iraq Libero
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IL DUE GIUGNO DELLA BRIGATA FALLUJA
Leggere per credere.
Il due giugno, in mezzo ad armi sofisticate, generali impettiti, sinistra istituzionale al gran completo, compreso il buffone con la spilletta arcobaleno, è andato in onda uno spettacolo supplementare: quello della visualizzazione estrema della subalternità italiana con la sfilata di reparti americani nel giorno della festa della Repubblica.
Per l’esattezza un battaglione aviotrasportato Usa con base a Vicenza e famoso per essersi “distinto” nel massacro di Falluja.
dal Manifesto del 3 giugno 2007
E ai Fori Imperiali sfila la brigata Falluja
In corteo un battaglione aviotrasportato Usa di stanza a Vicenza e impiegato nel 2004 nell'attacco a Falluja
Manlio Dinucci
Tra i reparti che hanno aperto la parata militare del 2 giugno ai Fori Imperiali ce n'era uno speciale: il 1° battaglione del 503° reggimento da assalto aereo appartenente alla 173a brigata Usa aviotrasportata di Vicenza. Un reparto distintosi nel 2004 in Iraq nell'attacco a Fallujah, nel quale sono state usate anche bombe al fosforo provocando una strage di civili. Non poteva essere scelto un simbolo migliore per mostrare che tra Stati uniti e Italia, come ha ribadito il presidente Bush nell'intervista a La Stampa, esistono «legami molto stretti».
Il 1° battaglione è stato trasferito da Camp Casey (Corea del sud) alla
caserma Ederle di Vicenza nel giugno 2006. Esso è stato così riunito al
reparto gemello, il 2° battaglione del 503° reggimento, inviato da Vicenza a
combattere in Iraq e Afghanistan. Insieme ad altri reparti riattivati, ha
contribuito alla trasformazione della 173a brigata di Vicenza in Squadra di
combattimento 173a brigata aviotrasportata.
Il fatto che la Squadra di combattimento sia stata creata nel settembre
2006, per la maggior parte con nuovi reparti riattivati o trasferiti in
giugno, dimostra che l'esercito Usa dava per sicuro di ottenere dal governo
Prodi quella che il vicepremier Rutelli aveva già definito «un'idonea
sistemazione logistica della 173a Airborne Brigade nella sua nuova
configurazione».
Così è stato: nel gennaio 2007 Prodi ha annunciato il nullaosta del governo al raddoppio della base Usa di Vicenza. La Squadra di combattimento ha infatti bisogno di più spazio.
Essa è l'unica unità aviotrasportata e forza di risposta rapida del Comando europeo degli Stati uniti, la cui area di responsabilità comprende l'Europa, gran parte dell'Africa e parti del Medio Oriente.
Per di più il comando Setaf da cui dipende la Squadra di combattimento, il cui quartier generale è anch'esso a Vicenza, è stato trasformato da comando di appoggio logistico in comando di teatro, responsabile «del ricevimento, della preparazione al combattimento e del movimento avanzato delle forze che entrano nella regione meridionale per una guerra». La base allargata di Vicenza, collegata alle basi aeree di Aviano e Sigonella e a quella logistica di Camp Darby, sarà quindi trasformata sempre più in trampolino di lancio delle operazioni militari statunitensi. Contrariamente a quanto sostiene Prodi, che «per l'ampliamento di una base militare non si pone certo un problema politico», il raddoppio della base Usa di Vicenza ha riportato quindi in primo piano il problema politico nodale: il fatto che né il parlamento né il governo italiano hanno alcun potere decisionale sulle operazioni militari statunitensi che, partendo dal nostro territorio, coinvolgono il nostro paese nelle guerre condotte dagli Stati uniti.
Chissà se qualcuno nella coalizione governativa si ricorderà di tutto questo, quando oggi il presidio permanente No Dal Molin di Vicenza manifesterà a Trento, dove si trova il presidente del consiglio Prodi, per ricordargli che, dopo aver più volte ripetuto di voler dialogare con le comunità locali, ha scavalcato tutti dando il nullaosta al raddoppio della base.
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NUMERI
I numeri non sono tutto, ma in genere qualcosa dicono.
Anche in guerra è così. Ma in guerra è ancor più difficile avere numeri attendibili.
Bisogna allora aspettare che i numeri in qualche modo si stabilizzino, per avere non di certo degli impossibili numeri esatti, ma quanto meno degli ordini di grandezza verosimili.
Vediamo allora cosa ci dicono, in termini generali, le cifre più recenti dell’occupazione americana dell’Iraq.
Il martirio dell’Iraq
Gli iracheni uccisi nei combattimenti assommano a diverse centinaia di migliaia, si dice da un minimo di 350.000 ad un massimo di 700.000 persone.
Ma il computo complessivo delle vittime del conflitto (che include anche l’aumentata mortalità per malattia, denutrizione, eccetera) è certamente superiore. Basti pensare che si calcola che nel solo 2005 siano morti 122.000 bambini, cioè la metà dei neonati di quell’anno.
D’altronde lo stesso personale sanitario è stato falcidiato dall’occupazione. I medici, ad esempio, sono passati dai 34.000 del 2003 ai 18.000 attuali.
Il tutto in una società in ginocchio, dove la disoccupazione è ormai al 50%, con un Pil dimezzato rispetto al 2002 quando pure operavano i nefasti effetti dell’embargo genocida decretato dall’Onu su mandato Usa.
Un altro dato, ormai unanimemente riconosciuto, è quello dei profughi, il cui numero si aggira attorno ai 4 milioni di persone, pari a circa il 16% della popolazione, che è come dire che, grazie alla “normalizzazione democratica” a stelle e strisce, un iracheno su sei è oggi un profugo. La metà di questi profughi è fuggita all’interno dell’Iraq in aree ritenute più sicure. L’altra metà si è riversata all’estero, dove particolarmente imponente è il flusso giornaliero verso la Siria.
Le perdite degli occupanti
E’ questo il dato più difficile da ottenere, dato che gli occupanti tendono, ovviamente, a ridurre le proprie perdite.
E’ sempre stato così. Ad esempio durante la guerra del Vietnam le perdite ufficiali venivano normalmente ridotte di due terzi.
Oggi tutto è reso ancora più difficile, sia per il ferreo controllo mediatico che gli Usa riescono ad esercitare, sia per il gran numero di mercenari (i cosiddetti “contractors”) la cui contabilità è ancora più difficile. Alcune fonti parlano comunque di circa 5.000 morti solo tra i mercenari delle varie agenzie al soldo della Casa Bianca.
Pur sapendo che i dati sulle perdite ufficiali degli eserciti occupanti sono sottostimati, conviene riportarli per dare l’idea delle attuali tendenze sul campo.
Ad oggi i numeri ufficiali dei caduti Usa ci danno 3.503 soldati morti e 25.830 feriti. Tra i soldati degli eserciti alleati vi sarebbero stati altri 276 caduti, di cui 149 inglesi.
Limitandoci al numero delle perdite americane nei primi 5 mesi del 2007, abbiamo una chiara indicazione sulla crescita della Resistenza armata. Questi mesi, come del resto gli ultimi del 2006, sono stati particolarmente pesanti per le truppe Usa. I morti ufficiali sono stati 474, contro i 293 dello stesso periodo del 2006, con un aumento del 62%.
Queste cifre ci parlano chiaramente di un’accresciuta attività della Resistenza, pur in un quadro reso difficile dalle divisioni ancora presenti nel fronte degli oppositori agli occupanti.
Di certo sono dati che non avrebbe immaginato il Bush che il 1° maggio 2003 celebrava la propria “vittoria” a bordo di una portaerei, e che mai avrebbe immaginato lo stuolo di scribacchini ben pagati che aveva creduto (e fatto credere) alla rapida passeggiata dei marines tra due ali di folla in festa sventolanti bandierine americane.