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Liberazione 20-12-2007

Ponte Mammolo rasa al suolo una baraccopoli, distrutti gli arredamenti, i libri, le pentole: tutto. Poi decine di persone per strada, al gelo
La denuncia in Senato di Salvatore Bonadonna, poi il gruppo del Prc si scatena e alla fine ottiene l'intervento del prefetto
Sgomberi shock a Roma
30 bambini da nove giorni all'addiaccio

Laura Eduati
Gianni pesta i piedi sui calcinacci che un tempo erano casa sua. «Manco lo zaino m'hanno fatto prendere». Lo zaino di scuola, i libri, le coperte, la televisione, i vestiti. Le ruspe hanno macinato tutto in poltiglia. E Gianni, 8 anni, quella mattina non è potuto andare a scuola. Da nove giorni vive con la famiglia in un furgone davanti al bar Antico Casello di Ponte Mammolo, a Roma. Nove giorni al freddo, con un maglione arancione e basta, senza sciarpe né guanti, mangiando panini e patatine. Senza un bagno dove lavarsi.
E' successo all'improvviso, alle 8.30 del 10 dicembre. Tre ruspe sono entrate in vicolo di Ponte Mammolo dove la famiglia Djema-Calderas, genitori e 14 figli, vive da 20 anni in una casupola. La polizia municipale li ha allontanati gridando "Fuori di qui, barboni!".
Il fatto è che la famiglia di Gianni non è clandestina: padre, madre e figli hanno la cittadinanza francese e italiana, la baracca era segnata con un numero civico e allacciata alle forniture di acqua e luce. La prova è una bolletta che scade la vigilia di Natale. Settantadue euro virgola quarantacinque.
Quel giorno sono state sgomberate 72 baracche, lasciando centinaia di persone senza un alloggio. Rumeni, rom, italiani, bosniaci, marocchini, francesi. Non importa: andatevene. Gli agenti della polizia non hanno lasciato che i residenti portassero via nulla. Gli assistenti sociali hanno avvicinato i capofamiglia con la soluzione in tasca: i bambini in un istituto, le donne in un residence, gli uomini a spasso. «Naturalmente abbiamo rifiutato» rivendica Adriana Calderas, la portavoce dei due gruppi famigliari (una cinquantina di persone) che da quel momento vive sotto un porticato a pochi metri dal campo che ha visto nascere i loro figli. Hanno avuto la premura, gli operatori della V circoscrizione, di prendere i cani e i gatti. «Forse per portarli al calduccio» ironizzano.
Farid Djema, il padre di Gianni, è un uomo dallo sguardo mite. Figlio di un iracheno naturalizzato francese, si è sposato con Adriana in seconde nozze, da lei ha avuto 7 figli. Campa raccogliendo il ferro e rivendendolo, aiutato dai figli più grandi come Azizo, cittadino italiano e a sua volta padre di un bimbo di 13 mesi, infagottato alla bell'e meglio dentro una carrozzina sfondata. Hamze ha soltanto tre anni, un cappottino fino e un cappelletto blu. Vuole vedere i cartoni animati. Ma la televisione è andata in frantumi.
Nel bivacco di Ponte Mammolo vivono dal giorno dello sgombero 39 bambini, la maggior parte di loro andava a scuola o all'asilo. Ma ora non ci vanno più, perché non riescono a farsi una doccia e si vergognano a presentarsi col viso annerito e le mani unte.

Senza un posto dove andare e senza nemmeno più la possibilità di frequentare la scuola. Ecco come vivono, da dieci giorni, le 50 persone sgomberate a Roma da Ponre Mammolo. Dove vivevano da decenni, dove ricevevano pure le bollette e dove tutti li conoscono. Ma sono ancora insieme, perchè hanno rifiutato le sistemazioni offerte a condizione di separare uomini, donne e bambini

 

Trenta bambini al gelo
dopo lo sgombero
Una cinquantina di persone italiane, francesi, rumene e slave vivono all'aperto
da 9 giorni. La loro casupola aveva numero civico e regolare fornitura di corrente

Laura Eduati
Adulti e bambini accusano il freddo: tosse, febbre, raffreddore. Poco a poco stanno finendo all'ospedale, come la figlia diciassettenne di Adriana che la notte prima, alle 4, ha cominciato a sentire forti dolori al ventre e l'hanno ricoverata al Policlinico. Tra pochi giorni dovrebbe partorire. Un altro bimbo in mezzo alle decine di bimbi senza una casa.
Il nipote di Caterina, francese di origine araba, da 40 in Italia, soffre di convulsioni. Nei giorni scorsi l'hanno portato al pronto soccorso perché la fronte scottava. Prima dello sgombero godeva di una assistenza domiciliare della Asl.
Sono tre in tutto, le donne incinta. O, meglio, le ragazzine. La più giovane ha 14 anni, cammina pensierosa vestita soltanto di una felpa consunta e pantaloni della tuta da ginnastica. «Vuoi sapere una cosa? Finché non morirà uno dei nostri figli per il freddo i giornali non si accorgeranno di noi» dicono.
La maggior parte degli sgomberati se ne è andati altrove. I rumeni in Romania, gli altri hanno trovato rifugio lì intorno. I rom di origine bosniaca possiedono un camper con tutti i comfort, preferiscono non parlare né farsi fotografare. Ma sono costretti a dormire, anche loro, nello spiazzo di Ponte Mammolo in attesa che l'assessora ai servizi sociali Raffaella Milano dia il via libera per il campo attrezzato di via della Martora.
Il giorno delle ruspe i capofamiglia coi bambini hanno bloccato la Tiburtina, sono arrivati i carabinieri. «Mi hanno malmenato, e poi promesso che il giorno dopo i servizi sociali sarebbero venuti a darci una mano». E invece niente. Vivono della carità dei residenti del quartieri che li conoscono bene, i figli hanno frequentato le stesse scuole. La barista dell'Antico casello fa una smorfia: «Non è giusto, sono brave persone». Avevano chiesto pasti caldi alla V circoscrizione, ma gli hanno risposto che questo servizio non esiste.
Adriana non sa leggere ma sventola una copia de L'occhio che riporta la cronaca degli sgomberi. E le parole di Veltroni: «Un fatto concreto che conferma la volontà del Comune di Roma di intervenire nelle situazioni di degrado che influiscono sulla sicurezza dei cittadini». Il giornale scrive che il presidente del V Municipio Ivano Caradonna «esprime grande soddisfazione per l'intervento e per la bonifica delle aree lungo le sponde del fiume Aniene».
Durante "la bonifica" anche Milva, la sorella di Gianni, ha perso i libri di scuola. Aveva appena cominciato la terza media, finalmente poteva tornare sui banchi dopo una lunga malattia.
«Se la polizia scoprisse che sono un criminale, allora prenderei moglie e figlio e me ne andrei» promette agguerrito Juri, imbianchino rumeno in Italia da 7 anni. Ha un contratto di lavoro in regola, Juri. «E invece sono un uomo onesto, e non è giusto sbatterci fuori delle nostre case soltanto perché un altro rumeno ha ucciso Giovanna Reggiani».
Dalla tv della sua baracca Juri ha seguito il dibattito nazionale sull'allarme sicurezza, e durante la trasmissione di una emittente locale ha chiamato per sapere se doveva preoccuparsi. «Mi hanno risposto di no, che se mi comporto bene non mi succede nulla».
Le ruspe hanno risparmiato le casupole in cemento con la scritta nera "No", dove alloggiano principalmente italiani e rumeni che pagano un affitto ai proprietari, italiani. Perché così funzionava in vicolo di Ponte Mammolo, sulle sponde del fiume Aniene. I primi che sono arrivati, come i Djema-Calderas, hanno occupato terreni che servivano da orti. Poi alcuni proprietari degli orti hanno ceduto il piccolo appezzamento per 10mila o 20mila euro, e su quel terreno i nuovi proprietari ci hanno costruito una casupola. Abusiva. Ma che coll'andare del tempo il Comune aveva in qualche modo riconosciuto con tanto di numero civico e allacciamento regolare. Alcuni proprietari italiani avevano invece fiutato l'affare, costruendo una casetta in cemento e dandola in affitto agli stranieri: proprio quelle sono rimaste intatte dopo lo sgombero.
Il marocchino Bouzekri, 28 anni in Italia, tira fuori dalla tasca un documento che prova la legalità delle abitazioni abbattute il 10 dicembre: 10 anni fa i vigili avevano messo i sigilli sulla sua casupola, lui fece ricorso e il giudice gli diede ragione. Quell'alloggio, per quanto misero, era suo di diritto. Bouzekri cucinava il cous cous per tutti. «Sono single. La moglie mi ha abbandonato» confessa con fare sornione. Lavora come autista per la Pirelli, contratto regolare ma uno stipendio di 800 euro. «Come faccio a prendermi in affitto una casa?». E' il problema di queste persone che dormono col termometro vicino allo zero. Juri aveva trovato una abitazione a 350 euro, ma non gliela volevano dare perché aveva un bimbo di pochi anni, poteva dare fastidio. «Non vogliono i negri» traduce Bouzekri.
Camminando verso le macerie che un tempo furono la casa dei profughi di Ponte Mammolo, una volante della Polizia municipale si ferma a parlare con Adriana e Farid: «La soluzione ce l'avevate: il Comune ha offerto a donne e bambini una sistemazione». «Ma che cosa dici, volevano mettere i miei figli in un istituto con la possibilità di vederli soltanto una volta la settimana» si scalda Adriana, che parla sempre in vece del marito.
Caterina è diabetica, la figlia di Camelia ha 6 anni ma porta ancora il pannolino e si esprime a fatica, la madre di Sorina è ricoverata con un grave tumore («dove la metteremo quando la dimettono?»). «Si trova al San Pertini» ci dice Smeralda con candore.
E quando Salvatore Bonadonna propone di portarli in Senato per denunciare la loro situazione, Adriana chiede: «Che cosa è il Senato?». Poi, ricevuta la spiegazione, diventa pragmatica: «Ho paura ad andarci, la polizia ci picchierebbe». Il marito Farid annuisce. Affettuosamente prendono per mano Gianni, che trema dal freddo, Milva e Hamze.


20/12/2007

 

 

Fermare le ruspe
almeno a Natale
Proprio come l'Onu
ha chiesto per i boia
La vicenda romana svela
l'inutilità degli sgomberi

Checchino Antonini
Dice il prefetto di Roma che non ne sapeva nulla delle 39 creature al freddo di Ponte Mammolo. Il gabinetto del sindaco nega. Periferia est di Roma. Strano che nessuno sapesse perché qui, una settimana fa, s'è consumato il secondo atto dello sgombero della baraccopoli sulle sponde dell'Aniene, maleodorante affluente del Tevere. Dice il prefetto di Roma che troverà una soluzione entro la notte. Lo dice al telefono con un senatore del Prc, Salvatore Bonadonna. Dice che la chiederà al Campidoglio quella soluzione. Ma la risposta dell'assessora Milano è la stessa: i figli da una parte - case-famiglia, comunità - le donne da un'altra, gli uomini a spasso. Sotto un altro ponte. E le famiglie accampate intorno a un furgone fatiscente rifiuteranno anche stavolta. Eppure sono italiani. Eppure il Campidoglio ha appena bruciato in partenza l'idea di un registro delle unioni civili in nome del sacro valore della famiglia tradizionale. Forse non sono abbastanza tradizionali queste famiglie rom. Dice il prefetto che spedirà agenti e vigili al capolinea della metropolitana di Rebibbia pre capire la soluzione. Poi, a voce, l'assessora acconsente al trasferimento in un altro campo, come suggerito dal Prc, ma lì mancano le roulotte, il disagio resterebbe tale e quale.
Dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani, nei pressi di una favela abitata da rumeni e rom, soprattutto, l'aria è peggiorata. A Roma e fuori. In nome dell'emergenza la gestione degli sgomberi è passata dai vigili, che prima compivano complesse operazioni preliminari e poi intervenivano, a un nucleo di 70-80 celerini che compie operazioni pianificate dal sottocomitato per l'ordine e la sicurezza. I vigili sono di supporto. E a Ponte Mammolo, dicono gli operatori, «non sono andati per il sottile». Hanno spianato tutto, libri di scuola e caffettiere compresi. Anzi, quasi tutto, visto che in piedi sono restati ex magazzini in muratura, suddivisi in stanze, che i penultimi della società (italiani) affittano in nero agli ultimi (migranti). Economia informale che somiglia molto al "normale" mercato della casa.
Veltroni ha rivendicato gli sgomberi: «Stiamo facendo la nostra parte, il resto sono chiacchiere». Rivendica pure Ivano Caradonna, presidente del Quinto municipio, una città che va da S.Lorenzo a Tivoli. Lui è preoccupato solo di evitare che la primogenitura se la accaparri An. Quando viene a sapere della condizione dei 39 del furgone chiama Luca Odevaine, capo del gabinetto del sindaco, che gli chiede una relazione, senza la quale dice di non poter far nulla, ma poi la firma tardi perché ha altri impegni. Dice Adriana Spera, capogruppo Prc in Campidoglio, che da due giorni insegue l'unica persona del gabinetto che si degna di rispondere al telefono, che il municipio è stato inerte per 48 ore. E chiede anche lei una moratoria degli sgomberi, una moratoria natalizia, come l'Onu ha appena chiesto per la pena di morte. Un primo parzialissimo risultato è la sospensione dello sgombero in un'area dello stesso municipio, previsto per stamattina, l'intervento è stato rinviato. Così ha assicurato a Bonadonna il prefetto di Roma. Resta il problema che una strategia del genere «è criminale - dice il vicepresidente del municipio, Antonio Medici, del Prc - perché non costruisce alcun percorso. Nei campi, è vero, c'è di tutto. Ma, se la parola d'ordine è "ordine & pulizia", per i disperati non c'è altra soluzione che vivere sotto un ponte».
«Siamo all'ulteriore indecente capitolo della guerra ai poveri, della persecuzione di chi non ha altra colpa che quella di non riuscire a pagarsi un salatissimo affitto, Roberta Fantozzi, responsabile area diritti sociali e immigrazione del Prc nazionale, non trova altre parole per definire la vicenda dello sgombero di famiglie che vivevano da più di dieci anni in quel campo sbattute per strada in piena emergenza freddo senza che nessuno si preoccupi di trovare loro una sistemazione alternativa. Non è tollerabile che si continui di sgombero in sgombero, che si gabelli tutto questo come sicurezza, che le nostre città siano attraversate da atti di ordinaria disumanità».


20/12/2007

Bonadonna: «Modo barbaro d'agire»
Intervista al senatore del Prc che ha denunciato quanto accaduto, meravigliato che «accada una cosa
del genere nel terzo millennio e in una città governata dal centrosinistra». E che tollera l'abusivismo edilizio

Romina Velchi
E ' profondamente indignato, il senatore del Prc Salvatore Bonadonna, che ha reso di dominio pubblico il caso dei bambini sgomberati dal campo nomadi di Ponte Mammolo a Roma. Non si capacita che cose del genere possano accadere nel terzo millennio, in una città, oltretutto, governata dal centrosinistra. E il fatto che il campo fosse abusivo non diminuisce le responsabilità di chi doveva provvedere diversamente. Anzi, casomai le aggrava. «La storia di questo campo - dice infatti Bonadonna - è la storia di quasi tutti i campi abusivi che sono sorti nel corso di questi decenni a Roma. Riconosciuti come insediamenti abusivi, ma poi diventati situazioni consolidate. Si possono paragonare in qualche modo alle zone di abusivismo edilizio della Capitale, quando la situazione illegale finiva con l'essere tollerata e l'abusivo aveva anche l'allaccio di luce e acqua. C'era sì l'abusivismo, ma almeno consentiva un equilibrio civile, di vivere. In questo caso, la situazione è analoga; solo che non si tratta di costruzioni in muratura, ma di baracche di cartone, di legno e lamiera. Per altro, la situazione di quel campo era tollerata, ma anche controllata, perché stiamo parlando di una comunità censita».

Magari con i documenti.
Non solo hanno i documenti, ma dal censimento deriva il fatto che i minori frequentassero regolarmente le scuole del municipio di residenza. Le ruspe hanno raso al suolo il campo senza riguardo per le cose delle famiglie, nemmeno per libri e quaderni.

Da quanti anni esistono questi campi?
Almeno una decina d'anni, alcuni anche da prima. Bisogna tenere conto del fatto che sono sempre in trasformazione, anche nel numero: crescono, diminuiscono; i nuclei nomadi magari stanno uno, due anni poi se ne vanno. Se invece si stabilizzano, restano lì. E siccome sono cittadini italiani, hanno diritto anche ad un alloggio e all'assistenza sanitaria.

Ma chi ha deciso questo sgombero e per quali motivi?
Credo che sia una conseguenza del decreto e lo sgombero è stato sicuramente deciso nelle riunioni del comitato per l'ordine e la sicurezza. E infatti, la motivazione è quella della sicurezza. Ma che qualcuno dovesse occuparsi dell'accoglienza e dell'assistenza ai bambini, che non hanno più una casa e da dieci giorni non vanno più a scuola, mi sembra una cosa ovvia e lo doveva fare il comune. Era suo dovere. Il fatto che il comune non se ne sia occupato è un fatto gravissimo, scandaloso.

Adesso che succede?
Il prefetto ha dichiarato che non conosceva la situazione specifica delle famiglie coinvolte nello sgombero e ha promesso che cercherà una soluzione. In effetti, le condizioni per trovare un alloggio ci sono. Sia quelle proposte dai rom stessi, che fanno parte tutti di una famiglia allargata, che vorrebbero andare in un campo della zona; sia quelle dei locali sfitti che si possono utilizzare.

Essendoci le soluzioni, le responsabilità del comune sono ancora più gravi o no?
Assolutamente sì. Tra l'altro il Campidoglio ha strutture dedicate all'accoglienza degli immigrati che risultano non al completo. La cosa che il comune non può fare, e che invece tende a fare abitualmente, è quella di operare in modo barbaro, cioè di mandare gli uomini da una parte, le donne da un'altra e i bambini da un'altra ancora. Questo si può fare con i singoli; ma qui parliamo di famiglie. E dove sono tutti quelli che fanno l'esaltazione della famiglia un giorno sì e l'altro pure? Quando si tratta delle famiglie degli altri, però, se ne fregano altamente. Poi si meravigliano che i rom non accettino le soluzioni di accoglienza che gli vengono proposte. Il fatto che questa situazione vada avanti da dieci giorni è incivile e inaccettabile. Il comune di Roma non ha alcuna giustificazione a lasciare 39 bambini e tre donne incinte in queste condizioni. Ripeto: smembrare le famiglie non è una soluzione. Qui si tratta di organizzare l'accoglienza di cittadini italiani. Anche se hanno radici diverse.

Si poteva, cioè, sgomberare il campo, ma garantendo un alloggio alternativo.
Lo sgombero andava fatto solo dopo aver trovato l'alternativa. In questo caso, invece, non solo non c'è l'alternativa, ma i bambini vengono lasciati all'addiaccio. Il comune dice di aver offerto la possibilità di andare in altre strutture. Ma quale genitore accetterebbe di separarsi da suo figlio, mandandolo in un altro quartiere della città? E' ovvio che hanno rifiutato. Cos'hanno fatto di male? Di quale reato si sono macchiati? Forse giusto quello di essere nati in questo assurdo paese.


20/12/2007