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Laura Eduati
G-- Capolettera -->ianni pesta i piedi sui calcinacci che un
tempo erano casa sua. «Manco lo zaino m'hanno fatto prendere». Lo
zaino di scuola, i libri, le coperte, la televisione, i vestiti. Le
ruspe hanno macinato tutto in poltiglia. E Gianni, 8 anni, quella
mattina non è potuto andare a scuola. Da nove giorni vive con la
famiglia in un furgone davanti al bar Antico Casello di Ponte
Mammolo, a Roma. Nove giorni al freddo, con un maglione arancione e
basta, senza sciarpe né guanti, mangiando panini e patatine. Senza
un bagno dove lavarsi.
E' successo all'improvviso, alle 8.30 del 10 dicembre. Tre ruspe
sono entrate in vicolo di Ponte Mammolo dove la famiglia
Djema-Calderas, genitori e 14 figli, vive da 20 anni in una
casupola. La polizia municipale li ha allontanati gridando "Fuori di
qui, barboni!".
Il fatto è che la famiglia di Gianni non è clandestina: padre, madre
e figli hanno la cittadinanza francese e italiana, la baracca era
segnata con un numero civico e allacciata alle forniture di acqua e
luce. La prova è una bolletta che scade la vigilia di Natale.
Settantadue euro virgola quarantacinque.
Quel giorno sono state sgomberate 72 baracche, lasciando centinaia
di persone senza un alloggio. Rumeni, rom, italiani, bosniaci,
marocchini, francesi. Non importa: andatevene. Gli agenti della
polizia non hanno lasciato che i residenti portassero via nulla. Gli
assistenti sociali hanno avvicinato i capofamiglia con la soluzione
in tasca: i bambini in un istituto, le donne in un residence, gli
uomini a spasso. «Naturalmente abbiamo rifiutato» rivendica Adriana
Calderas, la portavoce dei due gruppi famigliari (una cinquantina di
persone) che da quel momento vive sotto un porticato a pochi metri
dal campo che ha visto nascere i loro figli. Hanno avuto la premura,
gli operatori della V circoscrizione, di prendere i cani e i gatti.
«Forse per portarli al calduccio» ironizzano.
Farid Djema, il padre di Gianni, è un uomo dallo sguardo mite.
Figlio di un iracheno naturalizzato francese, si è sposato con
Adriana in seconde nozze, da lei ha avuto 7 figli. Campa
raccogliendo il ferro e rivendendolo, aiutato dai figli più grandi
come Azizo, cittadino italiano e a sua volta padre di un bimbo di 13
mesi, infagottato alla bell'e meglio dentro una carrozzina sfondata.
Hamze ha soltanto tre anni, un cappottino fino e un cappelletto blu.
Vuole vedere i cartoni animati. Ma la televisione è andata in
frantumi.
Nel bivacco di Ponte Mammolo vivono dal giorno dello sgombero 39
bambini, la maggior parte di loro andava a scuola o all'asilo. Ma
ora non ci vanno più, perché non riescono a farsi una doccia e si
vergognano a presentarsi col viso annerito e le mani unte.
Senza un posto dove andare e
senza nemmeno più la possibilità di frequentare la scuola. Ecco come
vivono, da dieci giorni, le 50 persone sgomberate a Roma da Ponre
Mammolo. Dove vivevano da decenni, dove ricevevano pure le bollette
e dove tutti li conoscono. Ma sono ancora insieme, perchè hanno
rifiutato le sistemazioni offerte a condizione di separare uomini,
donne e bambini
Trenta bambini al gelo
dopo lo sgombero |
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Una cinquantina di
persone italiane, francesi, rumene e slave vivono all'aperto
da 9 giorni. La loro casupola aveva numero civico e regolare
fornitura di corrente |
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Laura Eduati
A-- Capolettera -->dulti e bambini accusano il freddo:
tosse, febbre, raffreddore. Poco a poco stanno finendo
all'ospedale, come la figlia diciassettenne di Adriana che
la notte prima, alle 4, ha cominciato a sentire forti dolori
al ventre e l'hanno ricoverata al Policlinico. Tra pochi
giorni dovrebbe partorire. Un altro bimbo in mezzo alle
decine di bimbi senza una casa.
Il nipote di Caterina, francese di origine araba, da 40 in
Italia, soffre di convulsioni. Nei giorni scorsi l'hanno
portato al pronto soccorso perché la fronte scottava. Prima
dello sgombero godeva di una assistenza domiciliare della
Asl.
Sono tre in tutto, le donne incinta. O, meglio, le
ragazzine. La più giovane ha 14 anni, cammina pensierosa
vestita soltanto di una felpa consunta e pantaloni della
tuta da ginnastica. «Vuoi sapere una cosa? Finché non morirà
uno dei nostri figli per il freddo i giornali non si
accorgeranno di noi» dicono.
La maggior parte degli sgomberati se ne è andati altrove. I
rumeni in Romania, gli altri hanno trovato rifugio lì
intorno. I rom di origine bosniaca possiedono un camper con
tutti i comfort, preferiscono non parlare né farsi
fotografare. Ma sono costretti a dormire, anche loro, nello
spiazzo di Ponte Mammolo in attesa che l'assessora ai
servizi sociali Raffaella Milano dia il via libera per il
campo attrezzato di via della Martora.
Il giorno delle ruspe i capofamiglia coi bambini hanno
bloccato la Tiburtina, sono arrivati i carabinieri. «Mi
hanno malmenato, e poi promesso che il giorno dopo i servizi
sociali sarebbero venuti a darci una mano». E invece niente.
Vivono della carità dei residenti del quartieri che li
conoscono bene, i figli hanno frequentato le stesse scuole.
La barista dell'Antico casello fa una smorfia: «Non è
giusto, sono brave persone». Avevano chiesto pasti caldi
alla V circoscrizione, ma gli hanno risposto che questo
servizio non esiste.
Adriana non sa leggere ma sventola una copia de L'occhio che
riporta la cronaca degli sgomberi. E le parole di Veltroni:
«Un fatto concreto che conferma la volontà del Comune di
Roma di intervenire nelle situazioni di degrado che
influiscono sulla sicurezza dei cittadini». Il giornale
scrive che il presidente del V Municipio Ivano Caradonna
«esprime grande soddisfazione per l'intervento e per la
bonifica delle aree lungo le sponde del fiume Aniene».
Durante "la bonifica" anche Milva, la sorella di Gianni, ha
perso i libri di scuola. Aveva appena cominciato la terza
media, finalmente poteva tornare sui banchi dopo una lunga
malattia.
«Se la polizia scoprisse che sono un criminale, allora
prenderei moglie e figlio e me ne andrei» promette
agguerrito Juri, imbianchino rumeno in Italia da 7 anni. Ha
un contratto di lavoro in regola, Juri. «E invece sono un
uomo onesto, e non è giusto sbatterci fuori delle nostre
case soltanto perché un altro rumeno ha ucciso Giovanna
Reggiani».
Dalla tv della sua baracca Juri ha seguito il dibattito
nazionale sull'allarme sicurezza, e durante la trasmissione
di una emittente locale ha chiamato per sapere se doveva
preoccuparsi. «Mi hanno risposto di no, che se mi comporto
bene non mi succede nulla».
Le ruspe hanno risparmiato le casupole in cemento con la
scritta nera "No", dove alloggiano principalmente italiani e
rumeni che pagano un affitto ai proprietari, italiani.
Perché così funzionava in vicolo di Ponte Mammolo, sulle
sponde del fiume Aniene. I primi che sono arrivati, come i
Djema-Calderas, hanno occupato terreni che servivano da
orti. Poi alcuni proprietari degli orti hanno ceduto il
piccolo appezzamento per 10mila o 20mila euro, e su quel
terreno i nuovi proprietari ci hanno costruito una casupola.
Abusiva. Ma che coll'andare del tempo il Comune aveva in
qualche modo riconosciuto con tanto di numero civico e
allacciamento regolare. Alcuni proprietari italiani avevano
invece fiutato l'affare, costruendo una casetta in cemento e
dandola in affitto agli stranieri: proprio quelle sono
rimaste intatte dopo lo sgombero.
Il marocchino Bouzekri, 28 anni in Italia, tira fuori dalla
tasca un documento che prova la legalità delle abitazioni
abbattute il 10 dicembre: 10 anni fa i vigili avevano messo
i sigilli sulla sua casupola, lui fece ricorso e il giudice
gli diede ragione. Quell'alloggio, per quanto misero, era
suo di diritto. Bouzekri cucinava il cous cous per tutti.
«Sono single. La moglie mi ha abbandonato» confessa con fare
sornione. Lavora come autista per la Pirelli, contratto
regolare ma uno stipendio di 800 euro. «Come faccio a
prendermi in affitto una casa?». E' il problema di queste
persone che dormono col termometro vicino allo zero. Juri
aveva trovato una abitazione a 350 euro, ma non gliela
volevano dare perché aveva un bimbo di pochi anni, poteva
dare fastidio. «Non vogliono i negri» traduce Bouzekri.
Camminando verso le macerie che un tempo furono la casa dei
profughi di Ponte Mammolo, una volante della Polizia
municipale si ferma a parlare con Adriana e Farid: «La
soluzione ce l'avevate: il Comune ha offerto a donne e
bambini una sistemazione». «Ma che cosa dici, volevano
mettere i miei figli in un istituto con la possibilità di
vederli soltanto una volta la settimana» si scalda Adriana,
che parla sempre in vece del marito.
Caterina è diabetica, la figlia di Camelia ha 6 anni ma
porta ancora il pannolino e si esprime a fatica, la madre di
Sorina è ricoverata con un grave tumore («dove la metteremo
quando la dimettono?»). «Si trova al San Pertini» ci dice
Smeralda con candore.
E quando Salvatore Bonadonna propone di portarli in Senato
per denunciare la loro situazione, Adriana chiede: «Che cosa
è il Senato?». Poi, ricevuta la spiegazione, diventa
pragmatica: «Ho paura ad andarci, la polizia ci
picchierebbe». Il marito Farid annuisce. Affettuosamente
prendono per mano Gianni, che trema dal freddo, Milva e
Hamze.
20/12/2007 |
Fermare le ruspe
almeno a Natale
Proprio come l'Onu
ha chiesto per i boia |
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La vicenda romana svela
l'inutilità degli sgomberi |
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Checchino Antonini
D-- Capolettera -->ice il prefetto di Roma che non ne
sapeva nulla delle 39 creature al freddo di Ponte Mammolo.
Il gabinetto del sindaco nega. Periferia est di Roma. Strano
che nessuno sapesse perché qui, una settimana fa, s'è
consumato il secondo atto dello sgombero della baraccopoli
sulle sponde dell'Aniene, maleodorante affluente del Tevere.
Dice il prefetto di Roma che troverà una soluzione entro la
notte. Lo dice al telefono con un senatore del Prc,
Salvatore Bonadonna. Dice che la chiederà al Campidoglio
quella soluzione. Ma la risposta dell'assessora Milano è la
stessa: i figli da una parte - case-famiglia, comunità - le
donne da un'altra, gli uomini a spasso. Sotto un altro
ponte. E le famiglie accampate intorno a un furgone
fatiscente rifiuteranno anche stavolta. Eppure sono
italiani. Eppure il Campidoglio ha appena bruciato in
partenza l'idea di un registro delle unioni civili in nome
del sacro valore della famiglia tradizionale. Forse non sono
abbastanza tradizionali queste famiglie rom. Dice il
prefetto che spedirà agenti e vigili al capolinea della
metropolitana di Rebibbia pre capire la soluzione. Poi, a
voce, l'assessora acconsente al trasferimento in un altro
campo, come suggerito dal Prc, ma lì mancano le roulotte, il
disagio resterebbe tale e quale.
Dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani, nei pressi di una
favela abitata da rumeni e rom, soprattutto, l'aria è
peggiorata. A Roma e fuori. In nome dell'emergenza la
gestione degli sgomberi è passata dai vigili, che prima
compivano complesse operazioni preliminari e poi
intervenivano, a un nucleo di 70-80 celerini che compie
operazioni pianificate dal sottocomitato per l'ordine e la
sicurezza. I vigili sono di supporto. E a Ponte Mammolo,
dicono gli operatori, «non sono andati per il sottile».
Hanno spianato tutto, libri di scuola e caffettiere
compresi. Anzi, quasi tutto, visto che in piedi sono restati
ex magazzini in muratura, suddivisi in stanze, che i
penultimi della società (italiani) affittano in nero agli
ultimi (migranti). Economia informale che somiglia molto al
"normale" mercato della casa.
Veltroni ha rivendicato gli sgomberi: «Stiamo facendo la
nostra parte, il resto sono chiacchiere». Rivendica pure
Ivano Caradonna, presidente del Quinto municipio, una città
che va da S.Lorenzo a Tivoli. Lui è preoccupato solo di
evitare che la primogenitura se la accaparri An. Quando
viene a sapere della condizione dei 39 del furgone chiama
Luca Odevaine, capo del gabinetto del sindaco, che gli
chiede una relazione, senza la quale dice di non poter far
nulla, ma poi la firma tardi perché ha altri impegni. Dice
Adriana Spera, capogruppo Prc in Campidoglio, che da due
giorni insegue l'unica persona del gabinetto che si degna di
rispondere al telefono, che il municipio è stato inerte per
48 ore. E chiede anche lei una moratoria degli sgomberi, una
moratoria natalizia, come l'Onu ha appena chiesto per la
pena di morte. Un primo parzialissimo risultato è la
sospensione dello sgombero in un'area dello stesso
municipio, previsto per stamattina, l'intervento è stato
rinviato. Così ha assicurato a Bonadonna il prefetto di
Roma. Resta il problema che una strategia del genere «è
criminale - dice il vicepresidente del municipio, Antonio
Medici, del Prc - perché non costruisce alcun percorso. Nei
campi, è vero, c'è di tutto. Ma, se la parola d'ordine è
"ordine & pulizia", per i disperati non c'è altra soluzione
che vivere sotto un ponte».
«Siamo all'ulteriore indecente capitolo della guerra ai
poveri, della persecuzione di chi non ha altra colpa che
quella di non riuscire a pagarsi un salatissimo affitto,
Roberta Fantozzi, responsabile area diritti sociali e
immigrazione del Prc nazionale, non trova altre parole per
definire la vicenda dello sgombero di famiglie che vivevano
da più di dieci anni in quel campo sbattute per strada in
piena emergenza freddo senza che nessuno si preoccupi di
trovare loro una sistemazione alternativa. Non è tollerabile
che si continui di sgombero in sgombero, che si gabelli
tutto questo come sicurezza, che le nostre città siano
attraversate da atti di ordinaria disumanità».
20/12/2007 |
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Bonadonna: «Modo barbaro
d'agire» |
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Intervista al senatore
del Prc che ha denunciato quanto accaduto, meravigliato che
«accada una cosa
del genere nel terzo millennio e in una città governata dal
centrosinistra». E che tollera l'abusivismo edilizio |
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Romina Velchi
E-- Capolettera --> '-- Capolettera -->
profondamente indignato, il senatore del Prc Salvatore
Bonadonna, che ha reso di dominio pubblico il caso dei
bambini sgomberati dal campo nomadi di Ponte Mammolo a Roma.
Non si capacita che cose del genere possano accadere nel
terzo millennio, in una città, oltretutto, governata dal
centrosinistra. E il fatto che il campo fosse abusivo non
diminuisce le responsabilità di chi doveva provvedere
diversamente. Anzi, casomai le aggrava. «La storia di questo
campo - dice infatti Bonadonna - è la storia di quasi tutti
i campi abusivi che sono sorti nel corso di questi decenni a
Roma. Riconosciuti come insediamenti abusivi, ma poi
diventati situazioni consolidate. Si possono paragonare in
qualche modo alle zone di abusivismo edilizio della
Capitale, quando la situazione illegale finiva con l'essere
tollerata e l'abusivo aveva anche l'allaccio di luce e
acqua. C'era sì l'abusivismo, ma almeno consentiva un
equilibrio civile, di vivere. In questo caso, la situazione
è analoga; solo che non si tratta di costruzioni in
muratura, ma di baracche di cartone, di legno e lamiera. Per
altro, la situazione di quel campo era tollerata, ma anche
controllata, perché stiamo parlando di una comunità
censita».
Magari con i documenti.
Non solo hanno i documenti, ma dal censimento deriva il
fatto che i minori frequentassero regolarmente le scuole del
municipio di residenza. Le ruspe hanno raso al suolo il
campo senza riguardo per le cose delle famiglie, nemmeno per
libri e quaderni.
Da quanti anni esistono questi campi?
Almeno una decina d'anni, alcuni anche da prima. Bisogna
tenere conto del fatto che sono sempre in trasformazione,
anche nel numero: crescono, diminuiscono; i nuclei nomadi
magari stanno uno, due anni poi se ne vanno. Se invece si
stabilizzano, restano lì. E siccome sono cittadini italiani,
hanno diritto anche ad un alloggio e all'assistenza
sanitaria.
Ma chi ha deciso questo sgombero e per quali motivi?
Credo che sia una conseguenza del decreto e lo sgombero è
stato sicuramente deciso nelle riunioni del comitato per
l'ordine e la sicurezza. E infatti, la motivazione è quella
della sicurezza. Ma che qualcuno dovesse occuparsi
dell'accoglienza e dell'assistenza ai bambini, che non hanno
più una casa e da dieci giorni non vanno più a scuola, mi
sembra una cosa ovvia e lo doveva fare il comune. Era suo
dovere. Il fatto che il comune non se ne sia occupato è un
fatto gravissimo, scandaloso.
Adesso che succede?
Il prefetto ha dichiarato che non conosceva la situazione
specifica delle famiglie coinvolte nello sgombero e ha
promesso che cercherà una soluzione. In effetti, le
condizioni per trovare un alloggio ci sono. Sia quelle
proposte dai rom stessi, che fanno parte tutti di una
famiglia allargata, che vorrebbero andare in un campo della
zona; sia quelle dei locali sfitti che si possono
utilizzare.
Essendoci le soluzioni, le responsabilità del comune sono
ancora più gravi o no?
Assolutamente sì. Tra l'altro il Campidoglio ha strutture
dedicate all'accoglienza degli immigrati che risultano non
al completo. La cosa che il comune non può fare, e che
invece tende a fare abitualmente, è quella di operare in
modo barbaro, cioè di mandare gli uomini da una parte, le
donne da un'altra e i bambini da un'altra ancora. Questo si
può fare con i singoli; ma qui parliamo di famiglie. E dove
sono tutti quelli che fanno l'esaltazione della famiglia un
giorno sì e l'altro pure? Quando si tratta delle famiglie
degli altri, però, se ne fregano altamente. Poi si
meravigliano che i rom non accettino le soluzioni di
accoglienza che gli vengono proposte. Il fatto che questa
situazione vada avanti da dieci giorni è incivile e
inaccettabile. Il comune di Roma non ha alcuna
giustificazione a lasciare 39 bambini e tre donne incinte in
queste condizioni. Ripeto: smembrare le famiglie non è una
soluzione. Qui si tratta di organizzare l'accoglienza di
cittadini italiani. Anche se hanno radici diverse.
Si poteva, cioè, sgomberare il campo, ma garantendo un
alloggio alternativo.
Lo sgombero andava fatto solo dopo aver trovato
l'alternativa. In questo caso, invece, non solo non c'è
l'alternativa, ma i bambini vengono lasciati all'addiaccio.
Il comune dice di aver offerto la possibilità di andare in
altre strutture. Ma quale genitore accetterebbe di separarsi
da suo figlio, mandandolo in un altro quartiere della città?
E' ovvio che hanno rifiutato. Cos'hanno fatto di male? Di
quale reato si sono macchiati? Forse giusto quello di essere
nati in questo assurdo paese.
20/12/2007 |
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