l’Unità – 18.7.05
ilmanifesto 31-Marzo-2007
Israele di fronte a una porta aperta
Zvi Schuldiner
La domanda più puntuale sul vertice arabo è semplice: in caso di
cambiamenti storici nella regione del Medioriente, il governo israeliano
sarà all'altezza del momento o continuerà con una linea politica che
porta alla guerra permanente?
I leader arabi ripetono i contenuti dell'iniziativa che ha sostenuto
Sharon pochi anni fa. Il vecchio sogno di Israele può ora realizzarsi al
prezzo della ritirata dai territori occupati nel 1967. Il vecchio sogno
della pace regionale: contatti normali con un mondo arabo un tempo
ostile ma oggi disponibile a una svolta. Tanto il fondamentalismo
islamico nelle sue versioni radicali, quanto la politica estera
dell'Iran, vista come espansionista dai regimi arabi che temono la
sharia iraniana, giocano un ruolo importante nel cambiamento.
L'instabilità che questi elementi creano, è vista come un pericolo reale
dalla maggioranza dei regimi arabi. Compresa la Siria, un alleato
dell'Iran, che cerca la strada verso l'occidente per conquistarsi un
miglior orizzonte economico nel quadro del neoliberismo imperante. Se a
questo si aggiungono la recente guerra in Libano e il disastro
quotidiano in Iraq, si comprende meglio sia l'iniziativa araba che
l'urgenza che sembrava muovere il vertice in Arabia saudita.La guerra in
Iraq e quella in Libano hanno mostrato i limiti della forza. Ma hanno
anche evidenziato gli effetti devastanti dell'aggressione americana e i
pericoli della furia militare israeliana che non ha sconfitto il
fondamentalismo di Hezbollah, ma ha portato caos e distruzione.
Al vertice arabo hanno partecipato anche i palestinesi. Contro la linea
molto moderata del presidente Abu Mazen e Al Fatah si sono espressi il
presidente Haniyeh, con Hamas e il leader «in esilio» Khaled Meshal. Il
disaccordo di questi ultimi sulla questione dei profughi non può
offuscare il principale risultato del vertice: il mondo arabo - Hamas
compreso - è disposto a riconoscere Israele in cambio della rinuncia
alle conquiste del 1967. Mentre la destra israeliana conta di generare
il panico di fronte a una iniziativa «pericolosa che contiene i germi
della distruzione di Israele» e i circoli fondamentalisti si appellano
di nuovo alla «santità della terra» - Dio ci ordinò di non cedere
neanche un centimetro agli eretici -, si notano però insolite
manifestazioni di pragmatismo, anche se ancora molto limitate quanto a
reale influenza. Il presidente Olmert, politicamente sotto accusa,
secondo molti alla fine della sua carriera, sorprende quando abbandona
l'attitudine di totale rifiuto che ha caratterizzato la leadership
israeliana nelle ultime settimane. Contava di cambiare il segno
dell'iniziativa con l'aiuto dell'America, e ora cambia tono. E così
anche gli americani, immersi nel loro cieco interventismo, capiscono che
nel mondo arabo sta succedendo qualcosa che non possono condizionare
completamente secondo il volere di Washington o quello di Gerusalemme.
Per un verso le dichiarazioni di Olmert contengono elementi positivi, ma
per un altro sono la nuova espressione di una politica israeliana che
porta in un vicolo cieco il paese e la regione, e forse ancora più
guerra. Olmert invita a trattare con l'Arabia saudita e loda gli
elementi positivi (il riconoscimento di Israele da parte del mondo
arabo). Però evita la principale questione: l'apertura dei negoziati con
i palestinesi. E con la coalizione che include Hamas.
I termini sono semplici e problematici: ritiro alle frontiere del 1967,
Gerusalemme, i rifugiati. Il governo israeliano non può continuare a
condizionare il dialogo con la solita linea: il ritorno dei rifugiati
come pericolo mortale, Gerusalemme indivisibile. Oggi, la comunità
internazionale può giocare una carta che non esisteva prima con tanta
forza. Per questo servirebbe una svolta nella politica israeliana, che
però è ben lontana dal confrontarsi con le questioni fondamentali e con
la prospettiva di una coesistenza dei popoli della regione. Gli
israeliani non avranno la sicurezza che tanto li preoccupa se non
abbandoneranno la mentalità paranoica di creare un bastione militare
fortificato in una regione ostile.