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l’Unità – 18.7.05

Da: forumpalestina@libero.it                                               
Data: 15-giu-                                                                            
2007 9.43 PM                                                           
Le ipoteche sulla Palestina
Comunicato del Forum Palestina                                                                             

                                                                                                  

 I drammatici sviluppi della situazione e i violentissimi scontri
interni allo scenario politico palestinese, devono essere valutati
nella loro interezza e nelle loro possibili conseguenze.
  1.. Le
responsabilità di quanto accaduto pesano enormemente sulla cosiddetta
"comunità internazionale" e in modo particolare sull'Unione Europea
(compreso il governo italiano), che ha assecondato la politica di
strangolamento dei Palestinesi voluta da USA e Israele. Aver
contribuito con l'embargo ad affamare la popolazione e a demolire quel
minimo di struttura statale nei Territori Palestinesi - assecondando
l'assedio di Arafat prima e la delegittimazione del governo palestinese
poi, sistematicamente perseguiti da Israele - ha prodotto quella
"africanizzazione" della realtà palestinese che ha aperto la strada
alla ingovernabilità di Gaza. Il degrado, la miseria, l'assedio hanno
prodotto l'autonomizzazione di gruppi e clan che hanno sostituito le
istituzioni nella soluzione dei problemi della vita quotidiana di quasi
un milione di persone rinchiuse in quella prigione a cielo aperto che è
Gaza. La cinica ostinazione con cui Unione Europea e Stati Uniti hanno
impedito al governo palestinese democraticamente eletto di fare fronte
alle esigenze della popolazione, ha volutamente mirato a questo
risultato.


  2.. L'attuale frammentazione dello scenario politico
palestinese spazza via definitivamente l'inganno e le ambiguità del
processo negoziale di Oslo e il conseguente ruolo dell'ANP, attraverso
la quale si è cercato di liquidare l'OLP come organismo unitario della
lotta di liberazione palestinese, rappresentativo sia della popolazione
dei Territori Occupati che dei milioni di Palestinesi della diaspora e
del loro diritto al ritorno. In questo processo, le responsabilità
principali sono di Al Fatah, che è stata la maggiore organizzazione e
la fondatrice dell'OLP ma che si è prestata a tale operazione.
Nonostante le pressanti richieste dei suoi militanti migliori, a
partire dai dirigenti detenuti nelle carceri israeliane, la mancata
autoriforma interna di Al Fatah, che non ha più convocato il suo
congresso, non ha orientato i suoi militanti e soprattutto non ha
voluto fare piazza pulita dei corrotti e dei collaborazionisti filo-
israeliani al suo interno, hanno portato ad una crisi di credibilità
profonda e per molti versi irreversibile. Oggi l'unica soluzione
possibile sarebbe lo scioglimento dell'ANP, la conseguente denuncia
degli accordi di Oslo (mai rispettati dagli occupanti israeliani) e la
convocazione del congresso di Al Fatah che spazzi via la sua attuale
direzione politica e riconsegni quell'organizzazione al suo ruolo
storico di movimento di liberazione del popolo palestinese, accanto
alle altre forze della resistenza.




  3.. Nella specifica
situazione di Gaza, la decisione di Abu Mazen e di Al Fatah di forzare
la mano, affidando nuovamente nei mesi scorsi la sicurezza della
Striscia ad un personaggio inviso come Mohammed Dahalan, è stata una
scelta sciagurata che ha privilegiato l'idea di sostituire una
credibilità perduta con manipoli di uomini armati e finanziati da U.S.
A., Egitto e Israele. Questa decisione ha legittimato e scatenato la
reazione delle correnti più estreme di Hamas, che hanno avuto gioco
facile nella contrapposizione politica, morale e militare con Al Fatah
a Gaza, dove il suo volto era rappresentato da personaggi come Dahlan,
il cui ruolo di collaborazionista, torturatore e corrotto speculatore
non era e non è sconosciuto a nessuno.


  4.. Oggi si affaccia
concretamente il rischio che i Territori Palestinesi si trasformino in
bantustans separati tra loro. Esiste cioè il pericolo che il progetto
coloniale israeliano si realizzi pienamente con la divisione dei
Palestinesi tra Gaza, due enclavi in Cisgiordania e un ghetto sempre
più ridotto a Gerusalemme Est. Questa prospettiva viene oggi invocata
da tutti i circoli sionisti più aggressivi e non trova proposte
alternative da parte della cosiddetta comunità internazionale, che anzi
sembra pronta a collaborare per la realizzazione di questo scenario,
con il dispiegamento di una forza militare multinazionale a Gaza,
irresponsabilmente evocato tempo fa dal ministro D'Alema ed oggi
rilanciato dal premier israeliano Olmert e da Javier Solana per
l'Unione Europea (con accezioni diverse tra loro). Questa forza non
avrebbe altro compito che quello di gendarmeria antipalestinese ed è
stata giustamente respinta sia da Mustafà Barghouti sia da Hamas come
forza occupante da trattare di conseguenza.
 

  5.. E' bene che
questa situazione venga tenuta presente dai tanti, troppi che nel
nostro Paese hanno subito la fascinazione dell'intervento in Libano e
potrebbero ripetere lo stesso errore sostenendo quello a Gaza. A
costoro chiediamo quale pensano possa essere la reazione di una
popolazione che subisce da oltre un anno l'affamamento provocato
dall'embargo cui è stata sottoposta per non aver votato come volevano a
Washington e Tel Aviv: come si pensa verrebbero accolti dai Palestinesi
i soldati dei governi, come quello italiano, che hanno contribuito alla
disperazione ed alla miseria di Gaza e dell'intera Palestina?
 



 
6.. Infine, la situazione sul campo, se da un lato ipoteca fortemente
le prospettive di decenni di lotta di liberazione dei palestinesi,
dall'altro sposta in avanti le soluzioni possibili, mettendo fine
all'ipocrisia dei "due Stati per due popoli" e ponendo nuovamente alla
discussione la prospettiva di "un solo Stato, laico, democratico e
multietnico", fondato sul concetto di cittadinanza piuttosto che su
quello di sangue e religione, uno Stato modernamente inteso che ponga
fine, almeno in quell'area, all'orrore storico degli stati
confessionali ed etnicamente puri.


Il Forum Palestina in questi anni
si è assunto la responsabilità di tenere la questione palestinese
dentro l'agenda politica dei movimenti e nel nostro Paese, di impedire
con ogni mezzo la liquidazione della  "seccatura palestinese" nel
dibattito e nell'azione politica della sinistra italiana. Riteniamo che
oggi questo compito non sia affatto esaurito, semmai è più drammatico
ed urgente. Per questo invitiamo tutte le realtà che in questi anni
hanno animato la rete nazionale attivatasi intorno al Forum Palestina
ad incentivare le occasioni di confronto e di iniziativa. Anche se il
vuoto lasciato dalla scomparsa di Stefano Chiarini non sarà facile da
riempire, riteniamo di dovere e potere mantenere gli impegni e il
lavoro intrapreso in questi anni, con il contributo di tutti gli amici
del popolo palestinese, della pace e della giustizia.

 

Il Forum
Palestina

www.forumpalestina.org

Raid su Gaza, è strage di bambini - Michele Giorgio

Gerusalemme - Rioccupare Gaza o continuare l'ondata di attacchi aerei di questi ultimi giorni? Su questo interrogativo si spacca l'establishment politico-militare israeliano anche se il partito dell'invasione della Striscia si rafforza sotto la pressione di giornali e televisioni. Si dice che sia rimasto solo il ministro dell'interno Meir Shitrit a respingere con forza l'idea di una rioccupazione militare del lembo di terra palestinese evacuato da Israele nel 2005. A Gaza in ogni caso le discussioni all'interno dell'esecutivo israeliano contano ben poco, perché il bagno di sangue è immenso e la gente attende il compiersi di un disegno noto da tempo. Tra mercoledì e giovedì almeno 28 palestinesi sono rimasti uccisi nei raid israeliani, 13 dei quali ieri, tra cui altri quattro bambini. Un'escalation che non risparmia la Cisgiordania: ieri altri due militanti dell'Intifada sono stati uccisi a Nablus. Hamas nel frattempo sta dimostrando tutta la sua capacità di reazione. Anche ieri ha sparato razzi artigianali verso i centri abitati del sud di Israele, otto dei quali hanno raggiunto Ashqelon danneggiando una abitazione e colpendo il cortile di una scuola. Uomini politici e persone comuni si sono recati a Sderot a portare la loro solidarietà alla famiglia dello studente ucciso due giorni fa da un razzo. Israele ormai spara su tutto ciò che si muove lungo la sua frontiera con Gaza e persino con l'Egitto. Ufficialmente, per fermare chi lancia razzi, ma gli effetti sul terreno sono devastanti per i civili palestinesi. Ieri sera un pastore è stato ucciso, a nord della Striscia, da un missile aria-terra sganciato da un elicottero da combattimento. Un paio di ore dopo una ragazzina egiziana di 13 anni è stata ferita alla testa mentre giocava non lontano dal valico di Kerem Shalom, dove si incrociano i territori dello Stato ebraico, di Gaza e dell'Egitto. Secondo testimoni a centrarla è stato il fuoco israeliano. La famiglia ha riferito che suo cugino, un uomo di 40 anni, aveva subìto la stessa sorte all'inizio di gennaio, nella stessa zona. Il gioco si trasforma in morte. Lo dicono i tre bambini uccisi due giorni fa mentre giocavano a pallone a Jabaliya, lo ribadiscono i tre fratelli Darduna - Deib, Omar e Ali, rispettivamente di 11, 14 e 8 anni - e il loro compagno di partitelle di calcio Mohammed Hammuda, 7 anni, uccisi ieri, sempre nei pressi di Jabaliya, in uno dei tanti attacchi aerei che hanno investito Gaza. La «colpa» dei bambini palestinesi è quella di non avere una percezione esatta del pericolo, di non capire cosa significhi esattamente una guerra, di non sapere che la morte può arrivare dal cielo, sbucando all'improvviso dalle nuvole. Per loro, che non hanno a disposizione cortili di scuole e campetti ben curati dove tirare calci a un pallone, le campagne alla periferia dei centri abitati e dei campi profughi sono il terreno dove con due grosse pietre si segna una porta e si comincia a giocare. Terreni agricoli che Israele di fatto considera aree proibite e dove prima apre il fuoco e poi si accerta dell'intenzioni di coloro che vi erano entrati. La giustificazione è, sistematicamente, quella di «figure sospette impegnate a lanciare razzi» individuate dai soldati o dall'aviazione. Poi si scopre che in non pochi casi erano bambini o contadini. Il numero delle vittime aumenta con il passare dei giorni. A morire sono soprattutto i militanti armati o i poliziotti di Hamas. Ieri ne sono stati uccisi nove, in vari attacchi aerei che hanno preso di mira obiettivi non lontano dalla casa del premier del movimento islamico, Ismail Haniyeh. Tra i morti c'è anche Hamza Al-Hayya, figlio del deputato e alto dirigente di Hamas, Khalil al-Hayya. Forte del sostegno espresso dal Segretario di stato Condoleezza Rice e delle ambiguità del Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, soggetto alle pressioni della stampa e dell'opinione pubblica il premier israeliano Olmert esclude l'ipotesi di un cessate il fuoco che pure ieri è stato sollecitato anche dall'Unione europea. «Prenderemo tutti i terroristi, li attaccheremo, proveremo a fermarli», ha detto Olmert, ormai in pieno accordo con il ministro della difesa Barak, pronto a dare luce verde all'invasione di Gaza.

Salviamola noi, subito, la pace in Palestina - Ali Rashid

Tra incursioni dei carri armati e bombardamenti aerei continua da mesi l'offensiva militare israeliana nei territori occupati palestinesi. Il bilancio delle vittime è molto alto, solo negli ultimi due giorni sono caduti nella Striscia di Gaza 27 palestinesi, di cui molti civili, compresi 9 bambini, una di loro di appena cinque mesi. Il numero dei feriti sarebbe il triplo. Mentre sto scrivendo, Al Jazeera parla di un nuovo raid aereo con altre vittime. Il premier israeliano Olmert minaccia di intensificare gli attacchi come rappresaglia ai lanci dei missili artigianali Qassam da parte di Hamas contro le cittadine israeliane prossime alla Striscia, sottolineando che «nessuno di Hamas, dal più grande al più piccolo, può considerarsi al sicuro». Un missile, infatti, ha sfiorato l'ufficio di Haniyeh, già primo ministro del governo d'unità nazionale. Nei prossimi giorni, nonostante che settori della società israeliana parlino di «trattare anche con Hamas», assisteremo ad un ulteriore salto qualitativo nelle operazione militari israeliane e non solo contro la Striscia di Gaza. Eventualità che ha indotto Hussein di Giordania a recarsi negli Stati Uniti per parlare del processo di pace con Bush. Di fronte alla morte quotidiana seminata dall'esercito israeliano, con Hamas si sono schierate le altre organizzazioni palestinesi, compreso il braccio militare di Al Fatah. Cosa che rende ancora più difficile la posizione di Abu Mazen che ha condannato più di una volta il lancio dei Qassam da parte di Hamas chiedendone l'immediata cessazione per non fornire a Olmert e al ministro della difesa Barak un pretesto per disimpegnarsi dalle dichiarazioni, assai vaghe, della conferenza di Annapolis. Di più c'è da dire che Olmert ha il bisogno politico di far dimenticare la sconfitta militare subita da Hezbollah nel 2006 in Libano. Si apre una fase delicata che potrebbe allungare la vita del governo Olmert e offrire a Barak la possibilità di presentarsi come l'uomo forte, in grado di risolvere militarmente tutti i problemi d'Israele, come del resto è sempre avvenuto in passato. La repressione militare non ha risparmiato altre zone come Nablus nel nord della Cisgiordania, dove da mesi non s'erano registrate attività militari dei palestinesi. Addirittura ieri ci sono state altre quattro vittime tra i palestinesi, uccisi a sangue freddo da una pattuglia di soldati israeliani mimetizzati da arabi com'è accaduto spesso nell'Intifada. I caduti fanno parte di Al Fatah, si tratta di giovani che hanno aderito al piano di Abu Mazen e che si erano dissociati dalla resistenza armata. Un atto che viene letto come un schiaffo al presidente palestinese e un ulteriore sfregio alla sua credibilità. Hamas proprio a partire dal ruolo che gioca come unica forza che ha il controllo di Gaza, avrebbe dovuto essere più responsabile e fare in modo di risparmiare ogni nuova sofferenza inutile al suo popolo. Nella Striscia sotto assedio da lunghi mesi ormai scarseggia tutto. Mancano i medicinali, il cibo, quella poca acqua che c'è non è potabile, manca il carburante e tutti i generi di prima necessità. Per rappresaglia, l'esercito Israeliano ha distrutto tre anni fa la centrale elettrica mettendo a rischio il funzionamento di tutto, dagli ospedali alle centrali di smaltimento dei rifiuti che ormai dipendono dalle forniture di Israele. Gaza ormai è una grande prigione a cielo aperto. Un grande campo di concentramento controllata «al microscopio», giorno e notte, attraverso satelliti e aerei spia. Ad Israele non sfugge nulla e nessuno, e fa delle punizioni collettive a largo o intenso spettro un uso sistematico, senza che nessuno intervenga o dica nulla. Dov'è l'Europa? E dove l'Italia? Nel silenzio della comunità internazionale i palestinesi - e non solo loro - avvertono una grave complicità. A differenza di quanto avviene qui, in quel mondo non molto lontano, in Medio Oriente, centinaia di milioni di persone vedono in diretta attraverso le tv satellitari non uno «spettacolo» ma una sofferenza ormai fuori dalla soglia della narrabilità. Queste immagini quotidiane, che è certo non aiutano il senso d'equilibrio, parlano invece del silenzio e dell'omertà che circondano questa tragedia. Tantopiù che la ferita sempre aperta della Palestina rappresenta il cuore delle altre crisi internazionali, delle altre guerre e missioni militari che l'Occidente conduce - in Iraq, in Afghanistan, in Libano - dopo l'11 settembre. Si vuole azzerare ogni possibilità di pace? Perché ieri i missili intelligenti dell'aviazione israeliana hanno colpito la clinica Medical Relief, distruggendone anche l'unica ambulanza. Si tratta di una clinica costruita anche grazie ad una campagna di solidarietà sostenuta da il manifesto e promossa dall'Associazione Gazzella, fondata dalla nostra amica Marina Rossanda e da Giancarlo Lannutti. Due compagni dei quali davvero sentiamo tutto il peso della scomparsa per la loro passione per la pace in Palestina. In questi giorni di campagna elettorale dove la questione della pace e della guerra è incredibilmente scomparsa dai programmi dei grandi come dei piccoli partiti. Eppure anche la tragedia della Palestina come la guerra in generale sono diventati il costante strumento politico nel governo del mondo che abbiamo ereditato. Queste crisi dovrebbero ricordarci quanto sia necessaria una forte affermazione della sinistra. E insieme ricordare alla sinistra che l'impegno contro la guerra non è un lusso o un belletto dei programmi, ma un asse costante e rigoroso. Perché allora non apriamo una sottoscrizione in piena campagna elettorale per ricostruire la clinica Medical Relief e riacquistare l'ambulanza distrutta. Così, almeno, la pace contro la guerra potrebbe tornare ad essere utile anche alla nostra campagna elettorale.


 

Manifesto – 2.3.0

Gaza, il giorno più lungo - Michele Giorgio

Gerusalemme Una carneficina che non ha risparmiato bambini e donne. È questo il risultato dell'incursione terrestre, promessa nei giorni scorsi e puntualmente eseguita ieri da reparti speciali dell'esercito israeliano a Jabaliya e altre località del nord di Gaza con l'appoggio di mezzi corazzati ed aviazione. Almeno 56 morti, una dozzina civili - nove dei quali con un'età compresa fra 12 e 17 anni - e un centinaio di feriti. A cadere sotto le raffiche di mitra, le cannonate e i missili, non sono stati solo militanti di Hamas e di altre organizzazioni armate che si sono opposti all'avanzata israeliana, ma anche tanti civili innocenti. Negli scontri sono morti anche due soldati. Feriti altri cinque militari e sei civili israeliani, tra cui due bambini e una donna nella città di Ashqelon raggiunta nuovamente dai razzi Qassam. Il futuro che attende Gaza fa tremare i polsi. Il bagno di sangue - il più grave da quando Israele ha evacuato la Striscia nel 2005 - non è stato, come sostiene il governo Olmert, solo una risposta al lancio di razzi palestinesi, ma anche una anticipazione di ciò che accadrà se le forze armate israeliane procederanno alla rioccupazione di Gaza per abbattere il potere di Hamas. In quel caso i morti si conteranno a centinaia, forse a migliaia. In segno di protesta in serata la leadership dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annunciato la sospensione dei «colloqui di pace» col governo Israeliano, trattative lanciate nel novembre scorso con la benedizione statunitense che non hanno finora prodotto alcun risultato. Per tutta risposta il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, ha dichiarato che «anche se i palestinesi sospendono i colloqui, ciò non influenzerà in alcun modo le decisioni o le operazioni messe in atto da Israele per difendere i propri cittadini». Per il presidente dell'Anp Abu Mazen, «è molto deplorevole che quello che sta accadendo, è molto più che un Olocausto - ha detto - non penso che quello che Israele sta facendo sia una rappresaglia per il lancio di razzi, che noi condanniamo. Questi razzi non possono essere di una proporzione tale da giustificare questo atto orribile». Ma cosa dirà il presidente palestinese al Segretario di stato Usa Condoleezza Rice, pronta a ribadire il «diritto all'autodifesa» di Israele senza preoccuparsi delle decine di vittime palestinesi, quando nei prossimi giorni la riceverà a Ramallah per discutere dell'andamento dei «negoziati di pace» con Israele. Che ciò che accade a Gaza è «deplorevole»? Non è necessario essere dei fini analisti per comprendere le ragioni del declino dell'Olp e di Fatah, storico movimento di liberazione palestinese, di fronte alla crescita dell'islamismo, che pure non è esente da responsabilità nella situazione che si è creata. Basta osservare il comportamento e le dichiarazioni dei componenti del comitato centrale di Fatah e del Comitato esecutivo dell'Olp. Ultrasettantenni che si aggrappano disperatamente alle loro poltrone e impediscono l'emergere di una nuova generazione di dirigenti politici. E non chiude la falla che sta affondando la barca nemmeno la decisione di Abu Mazen di rivolgersi alla Lega araba, organismo che con i suoi silenzi e la sua debolezza rappresenta alla perfezione il fallimento arabo verso la questione palestinese. Da quando si è tenuto l'incontro di Annapolis che ha «riaperto la strada della pace», le forze armate israeliane hanno ucciso circa 300 palestinesi (nello stesso periodo i razzi «Qassam» hanno ucciso uno studente israeliano a Sderot e provocato diversi feriti, tra cui alcuni bambini). Di questi, 91 soltanto il mese scorso, di cui 36 civili. Le statistiche dicono che almeno il 30% dei morti palestinesi erano civili, una percentuale rispettata anche ieri. Un missile, sganciato pare da un elicottero, è caduto su un'abitazione uccidendo Jacqueline Abu Shbak, 12 anni, e suo fratello Iyad di 14, ma anche Bassam Obeid, 45 anni e suo figlio Mohammad. Due sorelle Salwa e Samah Zedan, rispettivamente di 13 e 17 anni, sono state uccise nella loro casa alla periferia di Jabaliya. Sono soltanto alcuni dei nomi dei civili uccisi e l'elenco ieri sera sembrava destinato ad allungarsi. «Ci sono 12 feriti che non abbiamo nessuna possibilità di tenere in vita qui a Gaza», ha avvertito Khalid Radi, il portavoce del ministero della sanità. Gli ospedali sono al collasso, sotto la pressione dell'enorme flusso di feriti e delle carenze frutto di mesi di embargo. Scarseggia tutto: bende, disinfettanti, kit di pronto intervento, tutto ciò che serve nella chirurgia di guerra. Senza dimenticare il carburante, non tanto per i generatori di corrente - che hanno ancora riserve per diversi giorni - quanto per le ambulanze e gli altri mezzi di soccorso. L'unica cosa che non manca è il sangue. Decine e decine di palestinesi ieri sono rimasti in fila per ore davanti agli ospedali per contribuire a salvare la vita dei feriti. Le scene dell'attacco a Gaza, trasmesse in diretta da al-Jazeera e altre televisioni arabe, hanno scioccato l'intera popolazione palestinese. A Ramallah centinaia di persone hanno protestato nel centro della città, manifestazioni analoghe si sono svolte in altre località. A Bir Zeit, gli studenti universitari si sono scontrati con i soldati israeliani. Oggi a Gerusalemme e nel resto della Cisgiordania è previsto uno sciopero generale in segno di lutto e di protesta. Soprattutto si parla con insistenza di una «terza Intifada», popolare, spontanea, distante dall'Anp e da Hamas. Forse è solo la reazione emotiva a ciò che sta accadendo a Gaza ma i palestinesi sono stanchi e delusi, chiedono una soluzione di pace vera, fondata sulle leggi internazionali, ma davanti a loro vedono solo nuove forme di occupazione.


Il 20% della popolazione palestinese ha trascorso parte della sua vita nelle prigioni di Israele
di Isabel Vega * - 04/02/2008

Fonte: uruknet [scheda fonte]

 

 

 
Il venti per cento della popolazione palestinese ha trascorso parte della sua vita nelle prigioni di Israele
 
Studio dell’organizzazione di sostegno ai prigionieri ADDAMEER
 
Isabel Vega - Europa Press
 
Il venti per cento della popolazione palestinese è passato in qualche momento della sua vita per le prigioni israeliani, una percentuale che arriva al 40% se si analizzano a parte le detenzioni maschili, secondo uno studio realizzato dalla ONG dei Diritti Umani ADDAMEER. In totale, più di 650.000 palestinesi hanno fatto l’esperienza della prigione dal 1967.
 
L’organizzazione ha calcolato che nel 2007 erano in carcere circa 11.300 palestinesi detenuti, 3.800 dei quali si trovano in prigioni civili di Israele, un paese la cui legislazione contempla le cosiddette "detenzioni amministrative", per cui si può incarcerare una persona all’infinito, rinnovando il fermo ogni sei mesi, fino a quando non venga formulata un’accusa formale e un processo preliminare. Nel caso delle donne, la situazione "è peggiore" perché in molti casi "sono detenute per potere esercitare pressione sui mariti, sospettati di qualcosa".
 
La situazione delle prigioniere palestinesi in carceri israeliane
 
In questa situazione si trovano 84 donne, alcune delle quali vivono con i propri figli piccoli in prigione (due vi hanno visto la luce) e la cui liberazione è stata sollecitata dall’organizzazione spagnola Piattaforma delle Donne Artiste contro la Violenza di Genere al Primo Ministro di Israele Ehud Olmert, attraverso una missiva in cui, inoltre, sollecitano un’udienza. L’organizzazione, sebbene non abbia ricevuto conferma formale dell’incontro con il premier, avrà comunque un colloquio con il viceministro degli Affari Esteri del paese e con il massimo responsabile dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmud Abbas.
 
Secondo quanto ha denunciato a Ramallah un gruppo di ex detenute palestinesi e di familiari delle 84 recluse, la situazione nelle prigioni israeliane è caratterizzata dalla "flagrante violazione dei diritti umani" e "dall’omissione completa della legislazione internazionale" in materia. La portavoce del gruppo, che ha scontato nel corso della sua vita sette condanne in distinti centri penitenziari, ha spiegato alla delegazione spagnola quanto le torture e i maltrattamenti siano frequenti in questi centri e ha descritto la condotta del personale carcerario come simile a quella registrata nel carcere iracheno di Abu Ghraib nel 2005 e le cui immagini vennero diffuse.
 
Così, ha riferito quanto sia abituale il fatto che soldati e funzionari denudino le donne e le mettano di fronte a uomini arabi facendo loro credere che saranno violentate. "Utilizzano borse della medesima tela delle loro uniformi, ma più ruvida, per coprire la testa delle detenute"; in alcuni casi, costringono le donne "a stare due giorni in piedi sotto la pioggia senza potersi muovere", "le minacciano di portare via i figli per consegnarli a famiglie ebree", le "rinchiudono in celle di un metro quadrato con un water traboccante di liquami e le obbligano a vivere in questa situazione per più di un mese" e "alla fine consegnano loro un documento scritto in ebraico e, sapendo che non lo sanno leggere, fanno pressione perché lo firmino. Molte lo fanno", ha spiegato.
 
Tanto le detenute come le loro famiglie chiedono che le donne vengano considerate prigioniere politiche, mentre ora sono trattate come prigioniere comuni e convivono con recluse israeliane condannate per delitti di sangue. Allo stesso tempo, chiedono che una delle internate, che tra due settimane partorirà, possa farlo senza tenere esposti mani e piedi durante il parto, perché "è naturale che una donna possa averli liberi in questa situazione".
 
Sciopero della fame e affari di Israele
 
Tanto per le ex detenute come per le famiglie delle recluse, è chiaro che l’incarceramento dei palestinesi è "un affare" per Israele, che impone sanzioni economiche ai reclusi come punizione, obbligando così i loro parenti a consegnare quantità elevate di denaro. Con questi "introiti", lo Stato di Israele "non spende nulla" per il mantenimento degli internati, che soffrono in continuazione di anemia per denutrizione e non dispongono delle condizioni minime di salubrità e igiene.
 
Per le denuncianti, una prova di questa brama di incassi sta nel fatto che, mentre prima era permesso ai familiari di portare cibo tipico ai reclusi in ricorrenze come il Ramadan, ora "con il pretesto di proteggere la salute dei prigionieri" è vietato introdurre alimenti nelle prigioni. Quando gli stessi prodotti sono in vendita negli spacci delle prigioni.
 
In questo momento, una delle recluse, di nome Amu Nahrum, che si è trasformata in un simbolo della lotta di tutte loro, ha ripreso uno sciopero della fame che le ha già procurato il ricovero in ospedale dopo 33 giorni nel 2007. Ora sono quattro settimane che non ingerisce alimenti, rinchiusa in una cella di totale isolamento. Secondo i familiari, l’avvocata di Nahrum ha cercato di visitarla in prigione, ricevendo la risposta che era entrata in ospedale. La sua richiesta è quella di essere trattata come una prigioniera politica, poiché il suo delitto è quello di "opporsi all’occupazione".
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 

Studio dell’organizzazione di sostegno ai prigionieri ADDAMEER

Isabel Vega *, traduzione di www.resistenze.org

 

 

www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 25-01-08 - n. 212

 


Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it


Giornata del Bambino Palestinese:
929 bambini uccisi, 344 rinchiusi nelle prigioni israeliane
GAZA - In occasione della Giornata del Bambino palestinese il dipartimento di relazioni pubbliche dell'Ufficio palestinese di Statistiche ha pubblicato il rapporto annuale "I Bambini della Palestina - Questioni e Censimento 2008". La società palestinese è una società giovane: in base al censimento del 2007, il numero dei minori era di 1.900.000, su una popolazione di 3.791.463 cittadini residenti in Cisgiordania e Striscia di Gaza. Nel sondaggio emerge che la crescita della popolazione minorile (sotto i 15 anni) è del 45%, mentre diminuisce la percentuale di anziani. L'età media Stando all'IRNA, i dati spiegano che il 63,6% del totale delle famiglie povere con almeno un figlio si trova in Cisgiordania, mentre il 36,4% nella Striscia di Gaza. E' prevista una crescita della fascia di povertà tra i bambini a causa delle dure condizioni economiche che attraversano la società palestinese. Un altro dato tragico è che il 18% delle vittime delle aggressioni israeliane sono bambini. Dall'inizio dell'Intifada di al-Aqsa (settembre 2000) e fino al 29 febbraio del 2008, il numero dei caduti è di 5264. Tra questi, 929 sono minori di 18 anni, cioè, il 18,2% del totale delle vittime. Intanto il ministero per gli Affari dei Detenuti riferisce anche che le autorità di occupazione israeliane continuano a tenere in prigione 344 minorenni, sottoposti, come gli adulti, a torture e abusi.

IRNA  lunedì 7 aprile 2008