L'Italia dica a Olmert: la Palestina è un diritto - Ali Rashid
La visita del primo ministro palestinese Ismail Haniyeh a Teheran ha
coinciso con la risoluzione del Congresso Usa che, spinto da Israele, vieta
al governo americano ogni contatto con il governo palestinese guidato da
Hamas; e con la raccomandazione della maggioranza dell'esecutivo dell'Olp ad
indire nuove elezioni politiche e presidenziali. Il primo fatto è un invito
a governi e forze «sensibili» in Medio Oriente, e non solo, a sbarrare la
strada ad Hamas. Il secondo è una forzatura conseguente, che azzera i
risultati ottenuti nella creazione di un governo di unità nazionale e
minaccia l'unità del popolo palestinese, trasformando il conflitto dovuto
all'occupazione israeliana in uno sciagurato conflitto interno. Il fallito
attentato contro il ministro degli interni del governo Hamas e l'uccisione
dei tre bambini a Gaza vanno letti in quest'ottica e autorizzano a pensare
che i più zelanti nell'entourage di Abu Mazen, gli stessi che da sempre
ostacolano il dialogo inter-palestinese e da tempo ricevono soldi e armi da
Stati Uniti e Israele, abbiano raccolto le indicazioni americane e siano
responsabili di questi atti, forse i primi di una saga la cui conseguenza
logica sarà trascinare i palestinesi verso una guerra civile che solo un
grande senso di responsabilità, da parte di Hamas e di Abu Mazen, potrà
impedire. E le dichiarazioni di Haniyeh a Teheran insistono in realtà su
cose già note, come il reciproco non riconoscimento da parte di Hamas e di
Israele. Haniyeh ha però ribadito che l'obiettivo del suo governo rimane la
creazione di uno stato palestinese sui territori occupati dopo la guerra del
'67, compresa Gerusalemme, e la soluzione del problema dei profughi.
Questione dei profughi e costante pulizia etnica, colonie ebraiche, muro di
separazione e annessione: ecco l'essenza stessa del conflitto e della
tragedia palestinese, delineando nel contempo la natura e il ruolo di
Israele nella regione - come ha ben spiegato Danilo Zolo. La tappa iraniana
di Haniyeh si inserisce nella sfida decisiva per il futuro del Medio
Oriente: il rapporto tra le due anime dell'Islam, diviso tra sunniti e
sciiti. Questa divisione assume sempre più importanza nella strategia
americana, che utilizza i sunniti come surrogato del proprio esercito in
chiave anti-sciita e anti-iraniana, fatto evidente in questo momento in
Libano. In questo contesto, Hamas e Hezbollah rappresentano le punte più
avanzate per l'intero Islam contro il dominio americano, l'occupazione e
l'arroganza israeliana. Il fallimento americano in Iraq e gli spaventosi
effetti dell'occupazione e della guerra civile su base confessionale,
trasformano le due forze in risposta a esigenze diffuse, aumentandone
prestigio e rappresentanza. Il fallimento del processo di pace dopo
l'accordo di Oslo, la morte «misteriosa» di Arafat e la demolizione dell'Anp,
in sintonia con l'insensata e feroce aggressione israeliana che mira alla
resa totale del popolo palestinese nel silenzio complice della comunità
internazionale e del mondo arabo, offrono alle due forze consensi
inaspettati che superano i confini nazionali e abbracciano l'intero Islam. È
un fenomeno nuovo, sottovalutato. L'esperienza di governo di Hamas non va
interrotta con i colpi di stato, né si deve impedire ad Hamas di governare,
perché la sfida più importante da vincere è indurre un movimento politico di
matrice islamica ad accettare il sistema democratico e il principio di
rappresentanza parlamentare; e non spingere queste forze ad abbracciare il
modello iraniano di partito islamico unico, fino poi a trasformare le
residue forze laiche in regimi antidemocratici al servizio del dominio
americano e dell'egemonia israeliana. Il braccio di forza in corso in
Palestina e Libano vede coinvolte potenze regionali e internazionali, ma a
difendere la democrazia e lo stato di diritto, per la sovranità e contro la
corruzione, a trovarsi in prima fila sono Hezbollah e l'insieme composito
per tendenza politica e provenienza dei suoi alleati. Rimane il punto fisso
della fine dell'occupazione israeliana dei territori palestinesi e di una
soluzione politica del conflitto basata non su presunte «concessioni» di
Israele ma sul diritto internazionale. La comunità internazionale deve avere
coraggio e un ruolo costruttivo e onesto, lontano dalla leggerezza del
passato. Al premier israeliano Ehud Olmert oggi a Roma, il nostro governo
deve dire con parole chiare che la salvaguardia dei diritti inalienabili del
popolo palestinese è l'unica garanzia per la sicurezza di Israele e per il
suo inserimento a pieno titolo in Medio Oriente, obiettivi incompatibili con
gli strumenti di aggressione e destabilizzazione permanente che oggi
ipotizzano un futuro desolante per la regione.
Da “Il Manifesto”, pag. 2, del 13 dicembre 2006.