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Aggiornamenti su missione ONU in Libano
3) Il Manifesto
02-9-06
Se
l'Europa fa da foglia di fico all'aggressione israeliana
Daniel
Amit
Qui a Gerusalemme abbiamo vissuto questa guerra di distruzione del Libano
con grande angoscia e frustrazione. È apparso subito chiaro che questo orrore era stato premeditato. Non è stato
minimamente conseguenza dell'incidente di frontiera in cui sono stati
catturati i due militari israeliani. È stato invece lanciato con la palese
connivenza (materiale e politica) degli Stati uniti e dalla Gran Bretagna (il cosiddetto «asse del bene»). Eppure,
le forze pacifiste si sono trovate per lo più paralizzate. La manifestazione
più grande ha radunato 2000-3000 persone. I massimi portavoce di quel
movimento - come Yehoshua, Grossmann,
Oz, Sobol - così come il
movimento Peace Now, si
sono lasciati convincere ad assumere, dopo tanto tempo, il ruolo di «violenti
giusti» dalla parte del potere e del consenso nazionale.
Un partito laburista allo sbaraglio
Non minori sono stati la
confusione e il disorientamento creati dal partito laburista, secondo partito
della coalizione. Questo partito era stato eletto con alla
testa Amir Peretz, leader
sindacalista, pacifista, con un'agenda la cui massima priorità era la
situazione sociale, che proprio oggi ha raggiunto (secondo il rapporto
dell'Istituto della previdenza sociale) nuovi massimi di tassi di povertà. Eppure, il governo ha votato tagli alla spesa sociale (per
finanziare la guerra) con i voti dei laburisti. E Peretz,
ministro della difesa, ha assunto fin dal primo istante un atteggiamento estremamente bellicoso.Questa
combinazione tra una vita da oppositore anti-guerra
e la necessità di ottenere una legittimità maggioritaria, è una miscela politico-psicologica
micidiale.
Il nuovo ruolo dell'Italia
In questo contesto per la prima
volta nella memoria israeliana, l'Italia è finita al centro dei notiziari e
molto ben vista dagli ambienti governativi. Tanti bollettini richiamano le
parole del ministro degli esteri italiano e del
rapporto speciale che si è venuto a creare tra lui e la sua omologa
israeliana. Tutto questo in un ambito in cui Israele
interpreta il ruolo dell'Onu come un garante degli
obiettivi militari mancati dalla violenza militare.
Ma le
notizie dal fronte pacifista italiano, sempre da lontano e attraverso
internet, testimoniano di una sindrome simile a quella della sinistra
israeliana. Sembra una corsa al sostegno del ruolo italiano nel sud-Libano
come forza militare sotto l'egida dell'Onu. Da un lato appare una rivincita sul ruolo italiano
umiliante, e assai controverso, in Iraq, in Afghanistan, in Kosovo. Le considerazioni politiche della guerra e del
dopo-guerra nel Libano sembrano del tutto assenti. L'unica cosa che si propone
come giustificazione di quella esultanza è il fatto
che l'intervento militare (perché di intervento militare si tratta) è coperto
dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza. Sembra proprio quella
tipica euforia legata al rovesciamento dei ruoli: eravamo in forte
opposizione alla presenza militare italiana in Iraq perché non era sancita
dall'Onu. Ora stiamo orgogliosamente a favore
perché i nostri sono al governo, e l'Onu siamo noi.
Ma
questo ragionamento rischia di incappare in un errore logico. Essere contrari a un intervento militare non sancito dall'Onu è un dovere categorico. Esso non implica minimamente
che sia giustificato sostenere (in modo acritico) un intervento militare
votato (in extremis) dal Consiglio di sicurezza. Il ruolo dell'Onu in questo
conflitto è quantomeno ambiguo. Se l'Onu fosse
intervenuta tempestivamente dopo l'inizio dell'attacco, puntando
sull'offensore (Israele) e sui complici (Stati uniti e Gran Bretagna) e
imponendo un cessate-il-fuoco e un ritiro
immediati, con pagamento dei danni, e minacciando sanzioni in caso di omissione, si sarebbe guadagnata un minimo di fiducia.
Il silenzio di Kofi
Annan
Invece
l'attacco è stato fatto proseguire per 33 giorni, con flusso continuo di
materiale bellico dagli Stati uniti, con la Rice che definiva gli
obiettivi e Blair che li giustificava.
Inoltre, le esternazioni del segretario generale Kofi
Annan, in visita in questi giorni nella regione,
dimostrano apertamente che il ruolo concepito dalla massima autorità dell'Onu non è ristabilire un ordine internazionale decente. Annan non critica nessuno; richiede la liberazione dei
due militari prigionieri israeliani, obiettivo mancato della guerra, ma non
menziona i detenuti libanesi nelle prigioni israeliane (e ce ne sono
parecchi), né la gravità della violazione (che persiste) dell'integrità
territoriale del Libano; né il fatto che durante le ultime settimane sono
stati uccisi più di 200 palestinesi nella striscia di Gaza; né del fatto che
una gran parte del sistema governativo palestinese, democraticamente eletto,
è stato rapito da Israele (formalmente parlando).
Una deflagrazione
inevitabile
Sembra sempre più logico attribuire all'Onu e al suo
segretario generale il ruolo di «interprete» per coloro che sono militarmente
più forti. E l'Europa, che si vanta di aver trovato il suo ruolo di autonomia in politica estera, purtroppo si presta al
ruolo di foglia di fico in questo schema. Il problema è che questo sviluppo
non rappresenta solo la mancata realizzazione di un ideale di rispetto del
diritto internazionale e dei diritti umani (il che non sarebbe poco), ma che
soprattutto costituisce una ricetta di instabilità
foriera di una prossima deflagrazione, che in Israele è considerata
ineluttabile.
Tutti questi argomenti non toccano molto la gente al
potere, purtroppo. Loro fanno i debiti calcoli di
rischi e benefici. Ma da qualche parte dovrebbero essere preservata una
dimensione di autonomia, che confronti la realpolitik della nostra epoca con uno specchio critico senza compromessi,
e che continui a pensare soluzioni giuste e durature
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4) Libano-Appello di Pace di Zanotelli & c:
Quali condizioni e garanzie irrinunciabili per una Forza d'Interposizione in
Medio Oriente?
APPELLO
PROMOSSO DA: Padre Alex Zanotelli,
Ennio Abate, Cristina Alziati, Angelo Baracca,
Ernesto Burgio, Chiara Cavallaro,
Paola Ciardella, Patrizia Creati, Mauro Cristaldi, Manlio Dinucci,
Antonino Drago, Giuseppe Gozzini, Alberto L'Abate,
Paola Manduca, Alfonso Navarra,
Giorgio Parisi, Claudio Pozzi, Giovanni Sarubbi, Alberto Tarozzi,
Andrea Trentini, Riccardo Troisi, Monica Zoppè, Edoarda Masi.*** Sembra essersi formato un
consenso generale sull'opportunità/necessità che l'Italia partecipi alla
Forza Internazionale di Interposizione in Libano. È
indubbio che per arrestare la spirale di violenza che sempre più insanguina
il Medio Oriente, e si estende pericolosamente al resto del mondo, sia più che mai necessario un impegno attivo della comunità
internazionale, sotto la guida dell'Onu. L'esito di
un tale impegno dipende tuttavia in modo determinante
dalle condizioni in cui verrà attuato e condotto. Sembra più che mai
necessario richiamare l'attenzione del Governo, del Parlamento e di tutti i
cittadini su alcuni punti molto delicati. Una prima considerazione doverosa è
che la guerra in Libano ha occultato il
problema palestinese. Non sembra accettabile, in particolare, che la
comunità internazionale ignori completamente il fatto che Ministri e
Parlamentari di un paese che dovrebbe essere sovrano siano
stati sequestrati (ancora sabato 19 agosto il vice-premier, Nasser-as-Shaer), imprigionati, ed almeno in un caso
anche torturati. In nessun altro Paese un simile intervento straniero
potrebbe venire tollerato: perché nessuno reagisce
nel caso di Israele? È inaccettabile il silenzio del Governo italiano.
Venendo alla costituzione di una Forza Internazionale di Interposizione,
essa deve ubbidire ad alcune condizioni fondamentali ed elementari: è
evidente che non possono farne parte militari di un paese che non sia
rigorosamente equidistante tra i due belligeranti. L'Italia ha stipulato lo
scorso anno un impegnativo Accordo di Cooperazione Militare con Israele, che
inficia in modo sostanziale e irrimediabile la nostra equidistanza. Il
Diritto Internazionale impone, come minimo, la preventiva sospensione di tale
Accordo, i cui termini dettagliati devono
assolutamente essere resi noti all'opinione pubblica. È il caso di ricordare
ancora che Israele ha partecipato a manovre militari della
Nato svoltesi in Sardegna, nelle quali si saranno indubbiamente
addestrati piloti ad altri militari israeliani, impegnati poi nella guerra in
Libano. Da queste circostanze discende una ulteriore
condizione: è necessaria una garanzia assoluta che il comando di questa Forza
di Interposizione rimanga strettamente sotto il comando dell'Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla
Nato. È assolutamente necessario, inoltre, che le spese della missione non gravino ulteriormente sul
bilancio dello stato italiano, e in particolare non comportino
riduzioni delle spese sociali, ma rientrino nel
bilancio del Ministero della Difesa per le missioni militari italiane
all'estero. Queste sembrano condizioni fondamentali e irrinunciabili per la
partecipazione del nostro paese. Rimangono però altre riserve. Appare singolare e tutt'altro
che neutrale il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione
venga schierata sul territorio di uno dei due Paesi belligeranti, quello
attaccato, e non sul loro confine. Deve essere chiaro pertanto che,
finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta
alla sovranità libanese, e che non potrà in
alcun modo essere incaricata del disarmo né dello scioglimento di Hezbollah. Queste condizioni operative esporranno comunque i militari che compongono questa forza ad agire
nel caso in cui avvengano (reali o pretese) provocazioni: come potranno
opporsi con la forza all'esercito israeliano, tutt'ora
presente in territorio libanese? Non ci si facciano illusioni sulle regole
d'ingaggio, che verranno decise dall'organismo che guiderà
la missione, e non dal nostro Governo. Riteniamo giusto richiedere anche che
il contingente militare sia affiancato da un congruo
numero di volontari disarmati. Deve infine risultare
estremamente chiaro che questa Forza di
Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una
ripresa o in una estensione del conflitto. Così come deve essere
escluso un suo impiego per proteggere le ditte italiane che si lanceranno nel
lucroso business della ricostruzione del Libano. É necessario fugare con
molta chiarezza qualsiasi illusione che l'interposizione militare, anche
nelle migliori condizioni, sia risolutiva per il conflitto in Medio
Oriente,
soprattutto per risolvere la fondamentale questione palestinese. Chi
arresterà la distruzione delle case, delle coltivazioni e delle
infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati (in palese violazione di
qualsiasi norma giuridica)? Chiediamo
pertanto che, prima di inviare un contingente italiano, il nostro Governo
ponga con forza a livello internazionale l'esigenza irrinunciabile del
dispiegamento di una forza internazionale di pace anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza di Israele e come condizione per la creazione di uno Stato
Palestinese. Chiediamo che su queste questioni fondamentali vengano prese ufficialmente decisioni chiare, esplicite e
trasparenti, e si esigano le dovute garanzie a livello internazionale. (Fonte: Movimenti nazionali per la Pace )
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5) Il Manifesto 02-9-'06
D'Alema
In missione
«Una Europa unita che vuole impegnarsi anche per riaprire
una speranza di pace per i palestinesi». E' questo il messaggio che secondo
il ministro degli esteri D'Alema è
emerso dalla riunione dei ministri degli esteri Ue
ieri in Finlandia. Il primo passo, ha indicato D'Alema
(che il 7 settembre andrà «in missione» in Medio oriente), è il
raggiungimento di una tregua tra israeliani e palestinesi che porti al
rilascio del caporale Shalit e alla fine dei lanci
di missili Kassam. D'Alema
ha rilevato che all'interno di Hamas si è aperta
«una riflessione critica» per cui «ci possono essere
componenti più ragionevoli».
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6) Il Manifesto 2-9-06
Onu-Siria
Damasco: niente armi a
Nasrallah
Missione Unifil Kofi Annan
riesce a ottenere un altro sostegno
Lea
Ypi
Che mondo sarebbe senza Kofi Annan. Dopo i calorosi
«grazie» di Bruxelles, i sorrisi regalati a Beirut, le promesse fatte a Tel
Aviv, le strette di mano nei Territori occupati, ieri è
stata la volta di Damasco. Dove il segretario generale delle Nazioni unite ha
dichiarato la massima soddisfazione per il modo in cui si sono svolti gli
incontri con il presidente Bashar al-Assad e il ministro degli esteri Walid
al-Muallem.
Nonostante le obiezioni
siriane alla presenza di truppe straniere lungo il confine libano-siriano, «il presidente si è impegnato a prendere
tutte le misure necessarie all'implementazione del paragrafo 15 della
risoluzione», ha dichiarato Annan. Si tratta
del passaggio in cui si ribadisce l'impegno di tutti
gli stati a non fornire armi, equipaggiamento militare o assistenza tecnica
ad alcun gruppo o individuo in Libano a meno che il trasferimento non sia
autorizzato dal governo libanese o dall'Unifil. La Siria sarebbe inoltre
pronta ad aumentare i controlli sul confine e potrebbe anche organizzare
pattugliamenti congiunti con l'esercito libanese. Annan
si è detto convinto che le misure potrebbero funzionare, certo «non al 100%», ma «non ho motivo di credere che non sarà fatto»,
ha aggiunto.
Il segretario dell'Onu ha anche
chiesto alla Siria di riallacciare le relazioni diplomatiche con il Libano,
un suggerimento che Damasco ha accolto con la massima cortesia diplomatica,
rispondendo che «in linea di principio» non vi sarebbero obiezioni, ma che
l'affare riguarda solo i due paesi. Cosa che non ha però intaccato
l'ottimismo di Kofi Annan,
come del resto non è accaduto neanche quando il
Libano ha chiesto la fine del blocco aereo e Israele si è rifiutato, o quando
Israele ha preteso le truppe lungo il confine con la Siria e questa ha detto
che piuttosto lo chiudeva, o ancora quando le sue Nazioni unite hanno chiesto
il cessate-il fuoco e l'esercito israeliano ha
continuato ha sparare. «Fuori da questa tragedia di
guerra c'è una vera opportunità per la pace che noi tutti non dovremmo
sprecare», ha ribadito anche ieri il leader dell'Onu.
Dal canto loro le autorità siriane non hanno ancora
commentato l'incontro, ma l'agenzia di stampa dello stato fa sapere che
durante i colloqui Al-Assad prevedeva
di premere su Annan per un più ampio processo di
pace nella regione, per la fine del blocco aereo e navale israeliano e per il
completo ritiro dal Libano meridionale. Entrambe le parti avrebbero sottolineato il ruolo importante dell'Onu
affinché vi sia una pace giusta e complessiva nella regione, in linea con le
precedenti risoluzioni 242 e 338. Le risoluzioni impongono a
Israele il ritiro sui confini del 1967, e una «giusta soluzione del problema
dei profughi» (senza però esplicitare ulteriormente) in cambio di un trattato
di pace duraturo che riconosca la sovranità delle parti in causa. La
questione del ritiro israeliano entro i confini del 1967 costituisce anche
l'oggetto di un incontro dei ministri degli esteri dell'Ue,
previsto per discutere la possibilità di utilizzare la presenza dei caschi
blu in Libano per rinnovare le discussioni su un processo di
pace più ampio e basato su quelle risoluzioni. Dalla visita di Kofi Annan non è emerso nulla
che vada oltre i buoni auspici su tali questioni, e
nulla sulla questione del ritiro israeliano dalle fattorie di Sheba, che per l'Onu è
territorio siriano. Se l'obiettivo della visita di Annan era quello di assicurare un «nulla-osta» siriano
alla missione Onu in Libano, è stato raggiunto. Con
qualche se e qualche ma.
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7) Il Manifesto 2 settembre ’06
Il disegno strategico degli Usa in
Medio Oriente
Lucio Manisco
Temere il fallimento della Unifil-2 non vuol dire
augurarselo. Motivare tale timore con l'analisi delle circostanze e degli
antefatti politici, diplomatici e militari che hanno preceduto e accompagnato
la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu
e l'invio di una forza internazionale sui confini del Libano non vuol dire
auspicare la ripresa delle ostilità, una improbabile,
definitiva vittoria di Hezbollah sul dispositivo
militare israeliano, altre migliaia di morti, la devastazione ultimativa di
una stato-nazione, la rinuncia a qualsiasi tentativo di avviare a soluzione
la questione palestinese, la conflagrazione di una grande guerra
mediorientale che oltre all'Iraq e all'Afghanistan coinvolga la Siria, l'Iran, la Nato, l'Europa e l'intero
mondo occidentale.
Se così fosse, ha ragione Rossana Rossanda, qualsiasi opposizione, qualsiasi critica
all'intervento dell'Onu e alla partecipazione
italiana sarebbero inficiate non solo da faziosità, pregiudizi ideologici e
«tesi complottistiche» ma da cecità e dissennatezza
assolute.
Ecco perché ci
sembra opportuno contribuire a un dibattito - a dire
il vero pressocché inesistente in Italia dato
l'unanimismo imperante - con qualche dato sulle prese di posizione dell'amministrazione
statunitense, fattore e motore primario delle crisi e dei conflitti
mediorientali, sulle presunte resipiscenze di un presidente alle prese con i
clamorosi fallimenti delle sue direttive di politica militare, estera e
interna (addirittura influenzato secondo il suo portavoce dalla più che
improbabile lettura estiva di Camus) e
sull'importanza, determinante per i prevedibili sviluppi internazionali dei
prossimi due mesi, della scadenza elettorale di martedì 7 novembre nella
repubblica stellata.
Le rivelazioni di Seymour Hersh sulla
pianificazione statunitense della guerra in Libano che ha preceduto di
molti mesi il «casus belli» della cattura di due soldati israeliani
vanno integrate dai documenti e dalle tesi pubblicate nello stesso periodo
dai centri dell'ideologia e della strategia «neocon»
che dettano legge nell'amministrazione Rumsfeld-Cheney,
l'American Enterprise Institute
la Foundation
for Defense of Democracies, il Center for Security Poicy e il
recentemente scomparso Project for a New American Century. Ideologia e strategia perseguite
e attuate sul piano pratico a tutti i livelli da personaggi quali Max Boot, Charles Krauthammer, Michael Ledeen e Eliot Abrams.
Essenziale, esiziale, l'influenza di quest'ultimo
nell'assegnare ad Israele il ruolo di punta di diamante in una grande
strategia destinata a disegnare una nuova mappa geopolitica del medioriente colpendo prima Hezbollah
e poi la Siria
e l'Iran, e portando alle ultime
conseguenze
le guerre in Iraq e in Afghanistan.
Nella sua veste di
primo consigliere per gli affari mediorientali della Casa Bianca e del
Dipartimento di Stato, Eliot Abrams
ha accompagnato le missioni del segretario di stato Condoleeza
Rice che è riuscita con indubbia abilità
diplomatica a bloccare la per 34 giorni la diplomazia internazionale e i suoi
tentativi di ottenere il cessate il fuoco nel Libano. Eliot
Abrams ha trascorso altre settimane a Tel Aviv
prima durante e dopo il conflitto ed ha condizionato, anche se non rientrava
nelle sue competenze, lo stanziamento il 20 giugno di 262 milioni di dollari
in carburanti speciali per gli F-15 e F-16
israeliani, di un altro mezzo miliardo in bombe a grappolo e «intelligenti» e
di una somma più astronomica nel ponte aereo che dagli Stati uniti via le
basi aeree nell'East Angla del Regno Unito sta
rifornendo di nuovi e più letali armamenti le forze armate di Tel Aviv. Non
vi è dubbio che l'inattesa resistenza Hezbollah
organizzata sul territorio con una modulazione di tipo svizzero più che
mediorientale, abbia imposto una battuta d'arresto
ad un'offensiva originariamente programmata sulla durata di dieci, dodici
giorni. Non v'è parimenti alcun dubbio che questa battuta d'arresto non abbia
alterato il gran disegno strategico dei Cheney, Rumsfeld & Co...
Significativo e preoccupante il ruolo
assegnato da Washington alle Nazioni Unite, fino al 14 agosto disconosciuto e
negato da quel gran guastatore dell'organizzazione internazionale che è
l'ambasciatore Usa Bolton, e poi improvvisamente
rivalutato e riportato in primo piano con sollecitazioni martellanti dello
stesso presidente Bush. Mancano testimonianze
documentali e quindi si entra nel campo di interpretazioni
e illazioni alimentate in gran parte dalle difficoltà e dagli ostacoli
incontrati da Kofi Annan
nella sua missione in M.O. Israele ritirerà le truppe e il blocco navale solo
quando la risoluzione 1701 troverà una applicazione completa ed estensiva nella
fascia a sud del fiume Litani, e sarà solo Israele
a decidere quando tale risultato verrà conseguito anche con operazioni non
previste dal mandato Onu come lo smantellamento
delle forze Hezbollah e la presenza di una forza
internazionale sulle frontiere della Siria. C'è chi pensa non solo nel
governo Olmert o in quello statunitense che il
compito primario della forza internazionale sia quello di raggiungere i
traguardi venuti temporaneamente meno con l'offensiva israeliana e che come è avvenuto in Afghanistan sia auspicabile un
passaggio di consegne dall'Onu alla Nato.
Sempre sul piano
delle illazioni, si prospetta l'eventualità di un missile a medio raggio di
fabbricazione iraniana lanciato dal territorio libanese su un giardino
pubblico di Tel Aviv. Non è peraltro materia opinabile che l'amministrazione Rumsfeld-Cheney sia pronta a
misure «estreme» entro ottobre per evitare la debacle elettorale del 7
novembre.
Quei pochi che in
Italia hanno sollevato le argomentazioni di cui
sopra sono stati tacciati di pacifismo suicida e unilateralista,
una campagna preventiva indubbiamente efficace ma del tutto sproporzionata
soprattutto nei confronti di quei vagiti di un'opposizione parlamentare di
sinistra che sembra abbia sostituito il no alla guerra senza se e senza ma
con un «nì alla guerra senza me e poi chissà, Tiritiritù? Tiritirità...».
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8) Il successo della missione in Libano passa per Gaza
Mauro Bulgarelli *
Con lo sbarco dei nostri
soldati, L'Italia si accinge a intraprendere una missione, quella in Libano,
a dir poco impegnativa e densa di incognite. Al di là, infatti, degli oneri
militari ed economici - che pure sono ingentissimi - è in gioco
l'investimento politico fatto dal governo sul piano della credibilità
internazionale e diplomatica e il ruolo guida che esso ha dichiarato di voler
assumere nel devastato scenario medio orientale. La partita, come ha
opportunamente evidenziato Tommaso Di Francesco, si gioca intorno a una
parola d'ordine - l'interposizione pacifica - che ha come presupposto la
ritrovata capacità operativa dell'Onu (una scommessa, visto lo stato in cui
versa) e, parallelamente la risoluzione di una serie di questioni cruciali
che, se rimanessero inevase, renderebbero vani gli sforzi dal governo
italiano. La prima di queste questioni riguarda il ruolo, il peso e gli
interessi dei soggetti fra i quali ci si vuole interporre.
Noi interveniamo in un contesto nel quale uno stato,
Israele, ha praticamente raso al suolo un altro stato, il Libano, procurando
la morte di oltre mille civili e danni per miliardi di dollari. La strage di
Cana, esecrata a parole da tutto il mondo, simboleggia efficacemente quel che
è accaduto e se il colpevole non si fosse chiamato Israele, sarebbe stato
unanimemente additato come capofila dei cosiddetti «stati canaglia». Mentre
era impegnato in quest'opera di distruzione, questo stesso stato ha condotto
operazioni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania che hanno provocato la
morte di centinaia di persone inermi, secondo modalità che proprio l'Onu ha
condannato in passato - con Amnesty International - come «crimini di guerra».
Come se non bastasse, nello stesso periodo Israele ha arrestato mezzo governo
palestinese e tuttora, incurante della tregua, persevera in quegli assassini
mirati che hanno come puntuale corollario altre morti di civili. E cinge da
mesi Gaza in un assedio che ha ridotto alla fame la popolazione, nel
pressoché totale disinteresse della comunità internazionale. Sull'altra
sponda abbiamo una resistenza, quella di Hezbollah, in merito alla quale è
lecito che ognuno esprima le proprie considerazioni e riserve politiche, ma
che è stata capace di sconfiggere clamorosamente la quarta potenza militare
del mondo, che è democraticamente rappresentata nel parlamento libanese e che
assicura da anni un sostegno attivo alle fasce più povere della popolazione,
come continua a fare in questi giorni dopo la distruzione delle città libanesi.
L'annientamento di queste milizie era l'obiettivo dichiarato della guerra
scatenata dal governo Olmert ma rientrava in una strategia più complessa,
ispirata dall'amministrazione Bush, tendente a ridefinire la geografia
politica della regione e a regolare i conti con la Siria e l'Iran.
Bene, questo piano, sotto il profilo militare, è fallito
ma c'è il rischio concreto che Israele punti
ad ottenere ciò che non è riuscito a raggiungere con le proprie forze
attraverso il contingente multinazionale che si accinge a mettere piede lungo
i confini con il Libano. Ciò potrebbe verificarsi se l'azione di
interposizione non si rivelasse equilibrata e si preoccupasse soltanto della
cosiddetta «sicurezza di Israele», a scapito di quella delle altre
popolazioni coinvolte in questo dramma. Per scongiurare questa
eventualità - che vanificherebbe lo stesso obiettivo finale dei «due popoli
in due stati» -, e a garanzia della precarissima tregua fin qui ottenuta, è
necessario lavorare pertanto alla risoluzione del dramma palestinese e
imporre a Israele il rispetto delle 72 risoluzioni dell'Onu che giacciono
inapplicate. È evidente, infatti, che senza il ritiro delle truppe israeliane
dai territori e la fine delle incursioni contro la popolazione civile, è
utopistico parlare di pace nella regione. Per questo è indispensabile che
l'opera di interposizione dell'Onu non rimanga confinata al territorio
libanese ma si estenda a quelli palestinesi e, soprattutto, sia espressione
di una politica nuova per il Medio Oriente. Prodi e D'Alema hanno già
annunciato la volontà di lavorare in questo senso ed è auspicabile che
dedichino a tale obiettivo sforzi pari a quelli messi fin qui nella
costituzione del contingente europeo. L'unica speranza di successo
dell'operazione di interposizione passa da qui. Ma, d'altra parte, sarebbe
necessario che su una questione così importante, come la pace, e su una così
spinosa, come i diritti del popolo palestinese, i movimenti, nella
fattispecie quello pacifista, facessero sentire la loro voce ed esercitassero
la massima pressione politica sulle istituzioni.
Purtroppo, però, da tempo non c'è più traccia di questo
movimento e proprio in occasione della crisi libanese esso è rimasto
sostanzialmente muto, dimostrandosi incapace di articolare la benché minima forma
di mobilitazione unitaria. È un dato su cui occorre riflettere: rimango
convinto che nel paese esistano grandi energie da mettere in campo contro la
guerra ma non c'è dubbio che il movimento pacifista, così come lo abbiamo
conosciuto negli ultimi anni, non esista più e che il suo atto di morte vada
fatto risalire al momento del suo massimo splendore, quando, nonostante i
milioni di persone nelle piazze, non riuscì a impedire la guerra in Iraq. La
rivendicazione della «pace», di per sé, è ormai inadeguata a spiegare e
contrastare le dinamiche della guerra globale, soprattutto nel momento in cui
essa, messa in crisi dai fallimenti dell'Iraq e dell'Afghanistan, pare aver
accantonato l'unilateralismo a stelle e strisce e imboccato la via del
coinvolgimento multilaterale. Questo passaggio implica una lettura più
«politica» e articolata delle strategie di comando e impone scelte di campo
più radicali in difesa dei più deboli e degli aggrediti. Il coinvolgimento
dell'Europa in Medio Oriente può segnare una svolta solo se sarà in grado di
riassegnare il primato alla politica e in questo contesto è lecito riporre
sforzi e aspettative nella missione Onu. Ma se dal basso non si eserciterà
una pressione costante sui governi per orientarli verso la risoluzione delle
ragioni di fondo della crisi mediorientale, le speranze di pace per quei
territori sono pressoché inesistenti. Queste ragioni hanno un nome,
Palestina.
* senatore dei Verdi-Pdci, Insieme con L'Unione
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9)
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/03-Settembre-2006/art7.html
scritto&parlato
Caro manifesto, dopo l'indecente sbornia di orgoglio per quanto siamo stati bravi a imporre la
nostra leadership sulla missione Onu, il
grottesco monito di D'Alema alla Siria (caspita
come siamo temibili!) che gli aiuti in armi alla resistenza libanese non
saranno tollerati svela agli occhi di tutti, soprattutto di quella sinistra
innocente pronta a credere alle buone intenzioni strategiche definite «svolta
di politica estera», come la missione sia un concreto aiuto a Israele che,
mentre mantiene l'assedio aeronavale sul Libano, si serve delle truppe Onu per isolare bloccare gli hezbollah.
Naturalmente le forze Onu non si dislocheranno mai
a difesa dei palestinesi diventati una vera e propria macelleria umana ad uso delle incursioni israeliane. Insomma l'Onu garantisce solo ed esclusivamente Israele la quale ha naturalmente il diritto di radere al suolo una
nazione e massacrarne la popolazione civile. Che
delusione!
Pietro Ancona, Palermo
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ESTERI
Attentato
contro un ufficiale dei servizi di informazione: uccise 4 guardie del corpo
Svolta di Ankara: il parlamento vota a favore dell'invio di circa 1000 soldati
Libano, torna lo spettro del terrorismo
L'Onu nomina un mediatore i soldati rapiti
Il rappresentante di
Annan secondo un giornale libanese sarebbe l'italiano Picco
Dovrà trovare un'intesa tra Gerusalemme ed Hezbollah "per una soluzione
accettabile"
ROMA - Finita la guerra torna il terrorismo in Libano:
una bomba, che aveva come 'destinatario' un alto ufficiale dei servizi di
informazione, ha ucciso 4 persone. E mentre il segretario generale dell'Onu
conferma di aver nominato un mediatore per facilitare una soluzione sul
rilascio di prigionieri tra Israele e Hezbollah, il Parlamento turco ha
approvato la mozione del governo di Ankara favorevole all'invio di militari
nel Paese dei cedri.
L'attentato. In Libano lo spettro di una nuova catena di omicidi politici
è riemerso questa mattina con un fallito attentato contro un alto ufficiale
dei servizi di informazione, impegnato nelle indagini sull'assassinio dell'ex
premier Rafik Hariri. Un potente ordigno esplosivo ha ucciso quattro guardie
del corpo del colonnello Samir Shehade, vice capo dei servizi di informazione
del ministero degli interni. Shehade è rimasto ferito nell'esplosione,
avvenuta nel villaggio di Rmeile ad un trentina di chilometri a Sud di
Beirut. Secondo quanto ha riferito il ministro degli interni Ahmad Fatfat,
due ordigni di 800
grammi ciascuno sono stati fatti esplodere
simultaneamente "con un sofisticato sistema di comando a distanza".
"Elementi locali o stranieri potrebbero esserne gli autori, ma
certamente non la resistenza (Hezbollah)", ha detto Fatfat, aggiungendo
che fino ad ora non ci sono stati arresti. Lo spettro di una possibile
ripresa della campagna di attentati emerge mentre il Libano è sottoposto ad
un blocco aero e navale di Israele per prevenire il riarmo di Hezbollah.
Fine del blocco. Il segretario generale delle Nazioni
Unite Kofi Annan ha detto oggi di sperare di avere notizie
"positive" nelle prossime 48 ore su una revoca del blocco imposto
da Gerusalemme. Il ministero degli Esteri egiziano ha convocato oggi
l'ambasciatore israeliano in Egitto, il solo Paese arabo con la Giordania ad avere
rapporti diplomatici con lo Stato ebraico, per chiedere la revoca del blocco.
Oggi il governo libanese ha indirizzato una lettera al segretario generale
nella quale accusa formalmente Israele di violare la risoluzione 1701 delle
Nazioni Unite che il 14 agosto ha imposto la tregua, in particolare per
quanto riguarda il blocco aeronavale. Annan ha detto di considerare la tregua
in Libano "molto fragile. Ma - ha aggiunto - credo che stiamo prendendo
le misure affinché il cessate il fuoco si consolidi".
Un mediatore per i rapiti. Il segretario generale del'Onu ha poi
confermato di aver nominato un mediatore per facilitare una soluzione sul
rilascio di prigionieri tra Israele e Hezbollah. "Spero che il mio
mediatore sia capace di lavorare con efficacia e rapidamente con le due parti
per trovare una soluzione accettabile", ha detto Annan, che ieri ha
annunciato il suo intervento sulla vicenda dei due soldati israeliani
catturati da Hezbollah al confine tra Libano e Israele il 12 luglio.
Sull'altro soldato israeliano, il caporale Gilad Shalit, dal 25 giugno in
mano a militanti palestinesi, il quotidiano pan arabo al Hayat scrive oggi
che è già in territorio egiziano, in attesa dello scambio con prigionieri
palestinesi. Una fonte della sicurezza egiziana al Cairo ha smentito la
notizia.
Il nome del mediatore di Annan. Il segretario generale dell'Onu, Kofi
Annan, avrebbe chiesto a Giandomenico Picco - già vicesegretario generale
dell'Onu e rappresentante personale di Annan per il 'Dialogo tra le civiltà'
- di svolgere negoziati tra il movimento sciita di Hezbollah ed il governo di
Israele per uno scambio di prigionieri. Lo scrive il quotidiano libanese 'Al
Akhbar,' senza citare alcuna fonte, ma ricordando il ruolo svolto da Picco
negli anni '80 in
negoziati per il rilascio di ostaggi catturati in Libano da diversi gruppi
armati sconosciuti. Annan aveva affermato che non avrebbe mai reso noto il
nome della persona a cui avrebbe affidato l'incarico.
Soldati turchi in Libano. Il Parlamento turco ha approvato a grande
maggioranza la mozione del governo di Ankara favorevole alla missione di
forze turche in Libano nell'ambito della forza di pace dell'Onu, nonostante
le opposizioni diffuse in vari strati della popolazione turca. La mozione
approvata prevede l'invio per un anno di una forza navale di pattugliamento e
di militari per l'addestramento di soldati libanesi. Intervenendo nel
dibattito il vicepremier e ministro degli esteri Abdullah Gul ha affermato
che la partecipazione turca "sarà inferiore a 1000 uomini" e non
prevede la presenza di unità di combattimento. Lo stesso ministro ha più
volte assicurato che la missione turca non potrà essere coinvolta in attività
finalizzate al disarmo degli Hezbollah.
Proteste contro la mozione. Contemporaneamente al
dibattito parlamentare ci sono state nella capitale turca manifestazioni di
varie organizzazioni non governative di sinistra che hanno protestato contro
la mozione sostenendo che essa in pratica serve gli interessi degli Usa e di
Israele. Secondo alcuni sondaggi effettuati da alcuni giornali e tv turche
almeno un 70-75 per cento della popolazione è contrario all'invio di truppe
perché teme che esse possano essere coinvolte in scontri con correligionari musulmani.
(5 settembre 2006)
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11)
Ecco
la dichiarazione, tratta dal sito Hezbollah, che ho parzialmente
tradotta.
A dispetto dei danni causati a settori della sanità del Libano da 34
giorni di guerra tra Israele ed Hezbollah, il suo settore principale
della sanità sta resistendo grazie anche alle agenzie di aiuto.
“ La gente ha ora accesso ai servizi primari della sanità nella
maggior parte delle arre colpite” dice il Dr. Sarmad Suleiman
della Organizzazione mondiale della Sanità e team leader a Tiro a 80 Km a sud di Beirut.
Con la tregua della nazioni Unite raggiunta il 14 Agosto, l’assistenza
umanitaria del governo Libanese e l’aiuto internazionale delle agenzie di
aiuto internazionali ha raggiunto la maggior parte delle aree colpite dal
conflitto.
………………
…………….
Conclude il Dr Sarmad Suleiman:
“La più grande indicazione che possiamo dare circa la riprese del
servizio sanitario è che nessuno dei circa 4.000 feriti della guerra è
stato trasferito altrove per le cure”
|
|
Il
resistibile declino dell'Onu
In Libano l'Onu ha mostrato di avere ancora un ruolo indispensabile
nella soluzione dei conflitti ma ha confermato la sua incapacità di prevenire
guerre e difendere gli aggrediti
Richard Falk *
Va da sé che respiriamo un po' più facilmente dopo la
notizia di un cessate il fuoco nel Libano, anche se le prospettive che esso
possa costituire un argine definitivo alla violenza non sono favorevoli in
questo momento. E dopo aver tremato per 34 giorni mentre le bombe cadevano e
i missili prendevano il volo dobbiamo riconoscere che le Nazioni unite,
nonostante tutte le loro debolezze, svolgono tuttora un ruolo indispensabile
in una vasta gamma di situazioni internazionali di conflitto. È degno di nota
che, in questo caso, nonostante il malcontento di Israele nei confronti
dell'autorità dell'Onu, e la riluttanza degli Stati uniti ad accettare ogni
interferenza nelle priorità della loro politica estera, come è avvenuto in
Iraq, entrambi i paesi siano stati costretti a rivolgersi all'Onu quando la
guerra di Israele contro il Libano si è impennata di fronte alla resistenza
particolarmente forte degli Hezbollah.
Nello stesso tempo bisogna ammettere che questo non è
certamente il momento di celebrare l'Onu per la sua capacità di adempiere al
suo ruolo programmatico di organizzazione intesa a prevenire le guerre e ad
assicurare la difesa di stati vittime di un'aggressione. Può darsi che questa
sia un'occasione per fare un bilancio di ciò che ci si può aspettare dall'Onu
nella prima fase del XXI secolo, concludendo che l'Organizzazione non
può essere considerata né come un fiasco né come un successo, ma come
qualcosa di intermedio fra questi due estremi che è complicato e sconcertante
insieme.
Le origini e le speranze
Dopo la II
guerra mondiale uno stato d'animo di sollievo per la fine della guerra si
mescolava alla soddisfazione (...) e alla preoccupazione (che una futura
guerra su vasta scala potesse essere combattuta con armi nucleari, e, anche
se ciò non fosse avvenuto, che la tecnologia militare fosse destinata a
rendere le guerre sempre più devastanti per la società civile). Una risposta
atta ad alimentare le speranze era costituita dalla fondazione dell'Onu sulla
base di un accordo di fondo sul punto che il ricorso alla forza da parte di
uno Stato, tranne che in casi di stretta necessità di autodifesa, era
incondizionatamente vietato. Si dava per scontato che questa norma dovesse
essere accompagnata da un meccanismo per la sicurezza collettiva destinato a
proteggere le vittime di un'aggressione, ma questo dispositivo, benché
inserito nella Carta dell'Onu, non è stato mai messo in atto.
I paesi vincitori della II guerra mondiale più la Cina furono designati come
membri permanenti del Consiglio di sicurezza e dotati del diritto di porre il
veto a qualsiasi decisione. L'intento era quello di riconoscere che l'Onu non
poteva sperare di assicurare l'osservanza del diritto internazionale da parte
di questi stati dominanti e che, per evitare di alimentare aspettative troppo
elevate, era meglio riconoscere fin dall'inizio che questa deferenza del
«diritto» nei confronti della «potenza» limitava sostanzialmente il ruolo
dell'Onu.
Ma ciò che non era stato previsto nel 1945, e che, ora, è
tornato nuovamente a danneggiare la reputazione dell'Onu, è stata la
realizzazione del fatto che l'Organizzazione avrebbe potuto servire da
strumento della geopolitica fino al punto di scavalcare le limitazioni più
fondamentali al «diritto» di far guerra dei singoli Stati che erano state
incorporate fin dall'inizio nella Carta dell'Onu; esattamente ciò che è
accaduto nel contesto della guerra condotta da Israele contro il Libano.
Il Consiglio di sicurezza è rimasto in silenzio di fronte
alla decisione di Israele di avvalersi del pretesto fornito dalla
provocazione di confine da parte degli Hezbollah del 12 luglio, che aveva
coinvolto solo un piccolo numero di militari israeliani, per scatenare una
guerra in piena regola contro un Libano sostanzialmente privo di difese. Ha
avuto luogo, così, un mese di spietati attacchi aerei israeliani contro
villaggi e città del Libano, mentre le Nazioni unite si rifiutavano perfino
di chiedere un cessate il fuoco immediato e totale (...). E proprio questo
banco di prova è indicativo di quanto siano cadute in basso le aspettative riposte
nell'azione del Consiglio di sicurezza in tutti i casi in cui esiste una
qualche seria divergenza fra la
Carta delle medesime e le priorità della politica degli
Usa, e cioè del membro che esercita il suo controllo su tutto il
funzionamento dell'Organizzazione.
Bisognerebbe ricordare che è stato il governo Usa a
dichiarare le Nazioni unite «irrilevanti» nel 2003, quando il Consiglio di
sicurezza rimase saldo sulle sue posizioni, e si rifiutò di autorizzare
un'invasione del tutto illegale dell'Iraq. Nel caso dell'Iraq, inoltre,
l'esperienza, più di qualsiasi altra cosa, fece toccare con mano la caduta
delle aspettative associate un tempo al Consiglio di sicurezza. Esso fu
applaudito, allora, per il fatto di non avere autorizzato l'aggressione
contro l'Iraq, ma quando l'invasione procedette, nonostante tutto, nel marzo
2003, il Consiglio di sicurezza si rese complice dell'aggressione tramite il
suo silenzio, e più tardi si spinse ancora più oltre, agendo, se si può dir
così, come un «junior partner» nell'occupazione guidata dagli Americani
dell'Iraq.
Il punto che intendiamo sottolineare è che l'Onu è
incapace di impedire ai suoi membri permanenti di violare la Carta, e, ancor peggio,
collabora a tali violazioni con l'appoggio che fornisce al suo membro più
potente.
La «promessa di Norimberga»
L'Onu si è ridotta, purtroppo, ad essere, in situazioni di
questo genere, piuttosto uno strumento di carattere geopolitico che uno
strumento per imporre l'attuazione del diritto internazionale. Questa
regressione tradisce la visione che aveva guidato gli architetti dell'Onu nel
lontano 1945, fra cui un posto di primo piano era occupato da diplomatici
americani.
Bisognerebbe anche ricordare che quando i capi tedeschi e
giapponesi sopravvissuti furono giudicati e puniti in tribunale, dopo la II guerra mondiale, per avere
condotto guerre aggressive contro altri popoli, nei processi tenuti a
Norimberga e a Tokio, i loro accusatori promisero che i principî giuridici
applicati per giudicare gli imputati appartenenti ai paesi sconfitti
sarebbero stati applicabili in futuro per valutare il comportamento della
potenza vittoriosa che allora sedeva in giudizio. Questa «promessa di
Norimberga» è stata da allor dimenticata dai governi in carica, ma non
dovrebbe essere ignorata dall'opinione pubblica e dai cittadini dotati di
coscienza.
Nulla illustra questa condizione decaduta dell'Onu meglio
della Risoluzione unilaterale di cessate il fuoco 1701 approvata con un voto
unanime in data 11 agosto. Questa risoluzione, benché sia, per certi aspetti,
un compromesso che riflette l'esito non conclusivo delle operazioni che si
sono svolte sul campo di battaglia, è sbilanciata, in molti dei suoi
particolari, a favore del paese che, da un lato, ha illegittimamente
«scalato» un incidente di frontiera, esagerandone la portata e le
conseguenze, e che, dall'altro, ha condotto massicce operazioni militari
contro obbiettivi civili in flagrante violazione del diritto di guerra: la Risoluzione 1701 fa
rimprovero agli Hezbollah di aver dato inizio al conflitto; si astiene dal
fare qualsiasi commento critico sui bombardamenti e sulla campagna di
artiglieria israeliani diretti contro l'intero territorio del Libano; impone
un obbligo di disarmare Hezbollah senza sottomettere ad alcuna restrizione le
capacità e le politiche militari israeliane; manca ancora di censurare
Israele per l'espansione del raggio della sua presenza sul territorio
libanese nella misura del 300 per cento, attuata per battere sul tempo la
«deadline» del cessate il fuoco, e si pronuncia per la proibizione di «tutti»
gli attacchi da parte di Hezbollah mentre richiede, da parte di Israele, solo
che esso ponga termine alle «operazioni militari offensive», lasciando la
definizione di che cosa sia «offensivo» nelle mani dei politici di Tel Aviv e
di Washington.
Apprendiamo, da questa esperienza, alcune cose importanti
a proposito delle Nazioni unite. Anzitutto, questa organizzazione è incapace
di proteggere qualsiasi stato, quali che siano le circostanze particolari in
cui si trova, che sia la vittima di una guerra aggressiva che sia stata
iniziata dagli Usai o dai loro alleati più stretti. (...)
In secondo luogo, il Consiglio di sicurezza, pur senza
appoggiare direttamente, nell'immediato, queste pretese di una guerra
aggressiva, finisce per collaborare con l'aggressore nella situazione che si
è venuta a creare dopo il conflitto allo scopo di ratificare gli effetti
dell'aggressione. Questa combinazione significa, di fatto, che la proibizione
della Carta relativa alle guerre non difensive si applica solo ai nemici
degli Usa. Ogni ordine legale che merita rispetto tratta gli eguali in modo
eguale. Le Nazioni Unite sono colpevoli di trattare gli uguali in modo
diseguale, e così facendo minano costantemente la propria autorità.
L'illegittima «autodifesa punitiva»
C'è un altro elemento disturbante che riguarda il modo in
cui gli stati allineati con gli Usa fanno uso della forza contro attori non
statali. Questi stati, di cui Israele è un esempio eminente, s'impegnano in
quella che un analista giuridico, Alì Khan, ha definito «difesa punitiva».
L'articolo 51 della Carta dell'Onu ha cercato deliberatamente di restringere
questa opzione di rivendicare il diritto all'autodifesa con la richiesta di
«un attacco armato precedente» da parte dell'avversario, che era
espressamente inteso come tale da rappresentare un inizio molto più
consistente e più severo di conflitto violento di quanto non possa esserlo un
episodio di violenza dovuto a un attacco isolato o a una scaramuccia di
frontiera. Più concretamente, gli eventi che si sono svolti ai confini di
Gaza e del Libano, e che hanno dato origine a una belligeranza prolungata da
parte di Israele, non davano a quest'ultima il diritto legale di agire in tal
modo in nome della propria autodifesa, anche se, com'è ovvio, autorizzavano
Israele a difendere se stessa con azioni di rappresaglia in misura
proporzionata all'offesa ricevuta. Questa distinzione costituisce un elemento
cruciale della concezione degli usi legittimi della forza nei rapporti
internazionali che è esposta e contenuta nella Carta.
Ciò che si intende per «autodifesa punitiva» è una
politica deliberata di reazione eccessiva, o di superreazione, che ha per
effetto di dar luogo a una grossolana sproporzione fra la violenza inflitta
dall'attore non statale, e cioè, nel caso libanese, da Hezbollah, e la
risposta dell'attore statale, cioè Israele.
Ciò significa, inoltre, in contrasto con la Carta dell'Onu e col
diritto internazionale, che ogni provocazione violenta da parte di un attore
non statale può essere trattata come un'occasione valida per rivendicare il
diritto di condurre una guerra in piena regola basata sul concetto di
autodifesa. Questo approccio punitivo alla condotta di avversari non statali
nega completamente un principio cardinale sia del diritto internazionale che
della tradizione della «guerra giusta», autorizzando e legittimando ogni
sorta di usi sproporzionati della forza di rappresaglia.
Questa interpretazione scoraggiante (...) non dovrebbe
condurre a una liquidazione cinica dell'Organizzazione in quanto tale.
Abbiamo bisogno dell'Onu perché intervenga e aiuti ad avviare e a portare
avanti il processo postbellico (o post-conflittuale) di ripresa e di
ricostruzione delle aree interessate.
Ma non dovremmo farci nessuna illusione circa il fatto che
l'esercizio di una funzione di questo genere possa costituire una
realizzazione adeguata della visione dell'Onu contenuta nella sua stessa
Carta e che esso possa assicurare, di per sé stesso, il rispetto delle norme
fondamentali del diritto internazionale.
Che fare?
Ci sono tre aree di sforzo (o di impegno) che sono degne
di particolare attenzione:
1) Forse la più importante di tutte è rappresentata dal
riconoscimento, da parte degli stati principali, del fatto che la guerra è
quasi sempre un mezzo disfunzionale ai fini del perseguimento dei loro
interessi nel campo della sicurezza, specialmente quando si tratta di
affrontare sfide poste da attori di natura non statale. A questo proposito
l'aderenza ai limiti posti dal diritto internazionale può servire gli
interessi nazionali meglio di quanto si possa ottenere questo scopo
affidandosi alla propria superiorità militare per scavalcare le restrizioni
all'uso della forza previste dalla Carta dell'Onu (...).
2) Di importanza immediatamente secondaria è, per tutti i
membri dell'Onu, prendere più sul serio i propri obblighi di rispettare e di
far valere i principî enunciati nella Carta; può essere appropriato, in
questo spirito, far rivivere l'attenzione di tutti alla Risoluzione 337 A (nota sotto il nome
di "United for Peace"), che conferisce una
responsabilità residuale all'Assemblea generale di tutti i membri dell'Onu di
prendere l'iniziativa di agire per conto proprio quando il Consiglio di
sicurezza si dimostra incapace di farlo.
Più voce all'Assemblea generale
Questa risoluzione, che risale all'anno 1950, fu stesa nel
contesto della Guerra Fredda, nell'intento di aggirare un possibile veto
sovietico, ma il suo impiego fu sospeso dall'Occidente sulla scia del
processo di decolonizzazione, che fu percepito, a un certo punto, come tale
da rendere l'Assemblea Generale meno disposta a supportare gli interessi del
mondo occidentale di quanto non fosse stato il caso nei primi anni di vita
dell'Onu.
L'Assemblea generale potrebbe essere restaurata nei suoi
poteri per fare in modo che possa aggiungersi agli sforzi del Consiglio di
sicurezza in tutti i casi in cui una crisi urgente (...) non è affrontata in
maniera compatibile coi principî enunciati nella Carta; lungo linee analoghe
potrebbe situarsi una tendenza accresciuta a fare affidamento sulla ricerca
di una guida legale da parte della Corte internazionale di giustizia, quando
si presentassero problemi del genere di quelli che sono stati sollevati
dall'escalation israeliana. (...).
3) E finalmente, date queste delusioni determinate dalla
preminenza degli interessi geopolitici nell'ambito Onu, è importante che i
singoli individui e le associazioni di cittadini diano prova della massima
vigilanza. Il Tribunale mondiale sull'Iraq, che ha avuto luogo a Istanbul nel
giugno 2005, ha
formulato un giudizio «legale» sulla guerra irachena e sulle persone
responsabili del suo avvio e della sua condotta. Ha compiuto, cioè, quella
specie di processo legale che le Nazioni unite si sono rivelate incapaci di
compiere (...). Ha fornito un esame complessivo delle politiche e dei loro
effetti, e formulato, in definitiva, un giudizio di merito insieme a una
serie di raccomandazioni stese da un "giurì di coscienza"
presieduto dalla nota scrittrice e attivista indiana Arundathi Roy.
Questi pronunciamenti da parte dei rappresentanti della
società civile non possono, ovviamente, porre termine alla guerra irachena,
ma hanno tuttavia due effetti positivi: anzitutto, essi mettono a
disposizione dei "media" e del pubblico un'analisi complessiva della
rilevanza del diritto internazionale e della Carta dell'Onu ai fini della
valutazione di una guerra altamente controversa e tuttora in corso; e in
secondo luogo, così facendo, essi mettono a nudo le carenze e le inadempienze
delle istituzioni ufficiali (...) nel loro compito di proteggere il benessere
e di garantire la sicurezza di tutti i popoli del mondo.
* Professore "emerito", docente dell'Università
di Princeton, storico della II guerra mondiale e della guerra del Vietnam. Il
presente testo è stato pubblicato sul sito della TFF (www.transnational.org)
come PressInfo # 241.
(Traduzione di Renato Solmi)
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Israele
toglie il blocco e lo affida agli europei
Accordo
tra Stati uniti e Kofi Annan: i porti e gli aeroporti libanesi saranno
controllati dalle forze italiane, francesi e tedesche che assumono così un
vero e proprio mandato sul «paese dei cedri» La grande armada occidentale
riunitasi davanti alle coste libanesi, due portaerei, settantacinque caccia
bombardieri a lungo raggio, quindici navi da guerra e migliaia di marines,
secondo l'agenzia russa Interfax non servirebbe per proteggere i 5.000 uomini
dell'Unifil ma da supporto ad un attacco americano-isr
Il
governo israeliano, dopo un accordo tra il segretario dell'Onu Kofi Annan e
il segretario di stato Condoleezza Rice che affida il pattugliamento delle
coste libanesi e il controllo dell'aeroporto di Beirut alle forze
multinazionali, con un ulteriore limitazione delle sovranità libanese, ha
annunciato la revoca a partire dalle diciotto di oggi, ora locale, del blocco
aereo-navale che da 57 giorni sta soffocando il paese bloccando qualsiasi
possibilità di ripresa e di ricostruzione. Israele però ha annunciato la sua intenzione
di riservarsi il diritto di intervenire in qualsiasi momento per bloccare
qualsiasi rifornimento alla resistenza libanese, anche sul confine siriano.
L'accordo raggiunto ieri dagli Stati Uniti, dal segretario
generale dell'Onu e dal governo israeliano è giunto al termine di una
giornata drammatica nel corso della quale il ministro degli esteri libanese
Sallouk aveva annunciato la decisione di rompere l'embargo israeliano nelle
successive 48 ore se la comunità internazionale non avesse posto fine al
blocco. La decisione di ieri di affidare alle forze multinazionali il
controllo dei porti e degli aeroporti dà un po di respiro al Libano, ormai
allo stremo, ma al prezzo di un'ulteriore limitazione della
sua sovranità e allo stabilirsi di una sorta di mandato coloniale sulla
repubblica dei cedri con il governo di Beirut ridotto sempre più al rango di
quello di Karzai in Afghanistan e di al Maliki in Iraq, con il relativo rischio di una rottura dell'unità nazionale e
di un possibile uso del paese in un prossimo attacco Usa alla Siria e
all'Iran. L'accordo di ieri ci riguarda direttamente in quanto configura un
ulteriore allargamento del nostro impegno in Libano dal momento che il
compito di fermare e ispezionare le navi dirette in Libano - con la possibilità
di gravi incidenti con quelle battenti bandiera iraniana o siriana che non
accettassero questo sopruso - è stato assegnato per il momento, come
annunciato nel comunicato del governo israeliano, alle navi italiane,
francesi e greche. Queste saranno poi sostituite in parte dalla marina
tedesca mentre il controllo dell'aeroporto di Beirut sarà anch'esso affidato
ai consiglieri militari e della sicurezza già arrivati ieri da Berlino.
L'accordo sul controllo delle coste libanesi sancisce e in
qualche modo legittima a posteriori un'inedita concentrazione di forze
militari occidentali al largo delle coste libanesi con un potenziale di fuoco
del tutto sproporzionato rispetto al compito affidatole di proteggere le
poche migliaia di soldati Unifil sul terreno ma assai congruo se si prevede
invece un possibile, imminente, attacco americano-israeliano all'Iran e alla
Siria. Si tratta, secondo i servizi israeliani di due
portaerei con 75 cacciabombardieri, aerei spia ed elicotteri, di 15 navi da
guerra - 7 francesi, 5 italiane due greche, 5 tedesche e cinque americane con
migliaia di uomini e 1800 marines americani. In
particolare la Francia
ha in zona la portaerei Charles De Gaulle con i suoi 40 «Rafale» con un
raggio di azione di oltre 3.000 chilometri e con altre 7 navi da guerra
con 2.800 marines. Gli Stati uniti dispongono della «Uss Mount Whitney» che
avrebbe uno dei più avanzati sistemi di comando e di comunicazione della
marina, alla testa di una task force con circa 1.800 marines e cinque navi
tra le quali la «Uss Barry», la «Uss Trenton», la «Hsv Swift» e la «Uss
Kanawha». Il gruppo navale americano, chiamato «Task Force Lebanon» è guidata
dal vice ammiraglio J Stufflebeem il quale sarebbe in grado di far arrivare
qualsiasi elemento di intelligence a qualsiasi comandante americano in
qualsiasi punto tra il Meditterraneo orientale, il Golfo e l'Iran. Al largo
di Tiro incrocia poi la portaerei portaelicotteri Garibaldi con i suoi
Harrier a decollo verticale e i suoi elicotteri Sikorski particolarmente
adatti in funzione antisottomarini e anti-nave. Tutte queste forze, non certo
parte di un'operazione di pace ma piuttosto di guerra, si aggiungono a quelle
già presenti nell'area: la sesta flotta Usa con base in Italia, 15 navi
lanciamissili israeliane con almeno sei sottomarini in grado di portare
testate nucleari di fabbricazione tedesca, e la flotta Nato con navi da
guerra del Canada, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Spagna, Grecia e Turchia
e quelle britanniche con base a Cipro. In questa situazione le
navi Usa ed in particolare la «Uss Mount Whitney», pur costituendo il centro
nevralgico operativo e di intelligence delle navi europee sono sotto
l'esclusivo comando dell'ammiraglio Stufflebeem così come le forze Nato
restano sotto l'Alleanza e sarà piuttosto difficile che Parigi, il prossimo
febbraio, quando il generale Pellegrini lascerà il suo posto a capo
dell'Unifil ad un generale italiano, affiderà a quest'ultimo anche il
controllo della sua prestigiosa portaerei Charles De Gaulle. Una grande armada nella quale le nostre navi e i nostri
soldati rischiano di pagare le conseguenze di politiche sulle quali non hanno
alcuna influenza. Una Armada cha ha chiaramente come obiettivo
la Siria e
l'Iran. E che questo sia il prossimo obiettivo
degli Usa e di Israele lo ha sostenuto ieri l'agenzia russa «Interfax»
citando il vice capo del dipartimento per il Medioriente al ministero degli
esteri, Vladimir Trofimov alla vigilia dell'arrivo nella regione del ministro
degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov.
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14 )http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Settembre-2006/art56.html
Il Manifesto 16 settembre pag. 13
Quell'Occidente
ferito dal ritorno di fiamma di un mondo calpestato
«Perché ci odiano», un
saggio di Paolo Barnard per Rizzoli. Dall'Iran all'Indonesia, genesi e ideologie
del terrorismo fondamentalista, interpretato come una violenta reazione al
colonialismo dei paesi occidentali nei confronti dell'Islam
Tommaso Di Francesco
Prendendo a prestito le
parole di Akiva Orr, uno dei partigiani fondatori d'Israele che dice all'autore
del libro: «Noi israeliani abbiamo un grande problema: non conosciamo la
nostra storia. Siamo convinti che l'odio arabo generi conflitto; ma è vero il
contrario, è il conflitto che genera odio. E il conflitto siamo noi»,
possiamo dire che anche l'occidente non conosce la storia, per questo è
convinto che esista un mondo islamico terrorista e pieno d'odio - perfino
strutturalmente, sostiene papa Ratzinger. Quando è vero il contrario: i
portatori di terrore e guerra siamo noi, ed è per questo che ci odiano. È la
tesi sostenuta da Paolo Barnard in Perché ci odiano (Rizzoli, collana
«Futuro-passato», pp. 347, euro 9,60) straordinario libro di denuncia.
Boicottato finora da una spessa cortina di recensioni bloccate dalla censura
dei giornali, in primis dello stesso Corriere della Sera. Forse perché è un libro
pericoloso. Nasce dall'assunto - illuministico? - delle parole di Noam
Chomsky: «Il mondo non tollera la barbarie e la Storia ci ha insegnato
che quando la scopre si attiva per porle fine».
Paolo Barnard, tra i primi inviati della trasmissione Reporter, pensa ad un ruolo dei media e dell'informazione
come ad un grande sistema di conoscenza civile e preventiva. Nella
convinzione che la mostruosità e la criminalità del terrorismo islamico siano
«il prodotto di un terrorismo più feroce e immensamente più sanguinario del
loro, e cioè il nostro, quello praticato su larga scala dalle politiche
estere delle maggiori potenze occidentali». E soprattutto che senza una
consapevolezza e una rettifica da parte dei cittadini dei paesi cosiddetti
civili di «quanto abbiamo fatto sulla pelle di milioni di nostre vittime nel
mondo, l'odio contro di noi non si placherà», anzi si estenderà e siamo
destinati a morirne.
Ritorno di fiamma
Assolutamente distante dalle tesi complottarde - sia
di «Al Qaeda» che di «Bush e neocon» - Paolo
Barnard vede nell'11 settembre, da poco celebrato, l'emergere e l'avviarsi di
questo odio di ritorno. L'occhio è rivolto alle vittime delle Torri gemelle,
ai pendolari dilaniati della stazione Atocha a Madrid e a quelli della
metropolitana e dei bus di Londra, ai turisti di Bali, Sharm el Sheik, Il
Cairo e Istanbul. È certo che gli esecutori materiali di quelle stragi sono
stati i terroristi dell'Islam estremo e che vanno fermati, meno noto è il sistema
di menzogne con cui la maggior parte dei governi e dei media hanno nascosto
il perché, le «ragioni» e le motivazioni del loro odio contro di noi. Tutti
raccontano che ci vogliono salvare. Ma tutti ci nascondono la «natura della
malattia»: il «nostro terrorismo», il nostro sistema di violenza. Se non
abbiamo un'idea fondata di cosa possa aver prodotto una mostruosità come Bin
Laden e Al Qaeda, sostiene Paolo Barnard, «è perché quasi tutto quello che
abbiamo sempre saputo di politica internazionale e di terrorismo è in gran
parte falso. Falsa è l'immagine di un occidente che esporta progresso e
democrazia, così come falso è stato il ruolo di portatori e mediatori di pace
dei nostri diplomatici». Perché chi ha ospitato, protetto, armato e
addestrato terroristi più di chiunque altro al mondo siamo stati noi
occidentali: Stati uniti, Gran Bretagna, Russia e Israele hanno primeggiato e
primeggiano in questa categoria. Un elenco certo ben più lungo delle
trecentocinquanta pagine del libro Perché ci
odiano - che si avvale anche di un pregevole saggio sulla Cecenia di
Giorgio Fornoni - rigorosamente documentato da Paolo Barnard con materiali
spesso inediti o da poco resi «pubblici» dall'intelligence Usa.
Dall'Iran al Cile
Comincia dall'assoluto silenzio sulla grande
espulsione, la Nakba,
che dal 1948 al 1949 cacciò dalla Palestina settecentomila persone, gli
abitanti che c'erano prima della fondazione dello Stato d'Israele, come ha
testimoniato la nuova storiografia israeliana guidata da Ilan Pappe, con
tante stragi terroriste contro i palestinesi - a cominciare dal massacro di
Deir Yassin fino all'occupazione militare dei territori palestinesi nel 1967,
che continua tuttora in Cisgiordania impedendo la nascita dello Stato di
Palestina, con il Muro, gli insediamenti «legali» e i ritiri «unilaterali»
quanto velleitari solo da Gaza.
Quel filo rosso-sangue del nostro terrorismo è stato
tessuto negli anni Cinquanta con il golpe in Iran contro il laico Mossadeq ad
opera della Cia e - Vietnam a parte, con due milioni di morti - è proseguito
in Indonesia nel 1965 con l'eliminazione fisica di un milione di comunisti e
il genocidio delle popolazioni cinesi (anche nella già turistica Bali). La
terribile parola «Jakarta» è poi tornata sui muri di Valparaiso nel 1973, il
cuore del pronunciamento militare del generale Augusto Pinochet contro il
governo democratico di Salvador Allende in Cile, con annessi altri golpe
dell'Operazione Condor in America latina, a cominciare dall'Argentina. Negli
anni Ottanta ha visto il disastro della guerra Iraq-Iran, per interposti
interessi petroliferi e strategici occidentali - allora Saddam Hussein era il
nostro miglior alleato. Con la premessa sanguinosa del Libano dove, oltre
alla guerra tra le opposte fazioni spesso in chiave anti-palestinese, a
ripetizione si sono susseguiti gli interventi militari e l'occupazione da
parte israeliana con il massacro di Sabra e Shatila il 16 settembre 1982.
Il silenzio occidentale
È in questo momento che il Libano diventa il punto
cruciale di questo «terrorismo di ritorno». Alla fine degli anni Ottanta il
nostro terrorismo lavorerà alla destabilizzazione del Centroamerica
(Nicaragua e Salvador) e in Africa (Sudafrica, Angola e Mozambico). Ed
arruolerà un nuovo islamismo combattente, i mujaheddin,
dall'Afghanistan occupato militarmente dai sovietici alla Bosnia. Qui si farà
le ossa l'ex giovane imprenditore Osama bin Laden. Ma la sua ideologia e
prospettiva criminale avevano preso le mosse proprio dal Libano. Ecco il
testo del messaggio di Bin Laden dell'ottobre 2004, certificato come sempre
dalla Cia: «Gli eventi che ebbero una influenza diretta su di me si svolsero
nel 1982, e poi successivamente, quando gli Usa permisero a Israele di
invadere il Libano con l'aiuto della Sesta flotta americana. Cominciarono a bombardare,
e tanti morirono, altri dovettero fuggire terrorizzati. Ancora ricordo quelle
scene commoventi - sangue, corpi dilaniati, donne e bambini morti; case
sventrate ovunque e interi palazzi che furono fatti crollare sui loro
residenti... Tutto il mondo vide e sentì e non fece nulla. In quei momenti
critici fui sopraffatto da idee che non posso neppure descrivere, ma esse
svegliarono in me un impulso potente a ribellarmi all'ingiustizia, e fecero
nascere in me la ferma determinazione a punire l'oppressore». Incredibile
come la descrizione ricordi la guerra d'estate in Libano, che abbiamo
guardato impotenti per trentaquattro giorni. L'autore è convinto che un moto
di verità e di risarcimento - accadde nel 2004 in Spagna contro
Aznar, pur in presenza degli attentati dei terroristi islamisti - prenda il
sopravvento nel mondo «civile» dove, come ha scritto lo storico americano
Edward Herman, «nell'assurdo teatro della guerra al terrorismo, è come se la Mafia si fosse posta alla
guida della Corte internazionale di giustizia dell'Aja». E perché ci guardano
«le giovani e i giovani musulmani degli slums di Karachi e Rabat, delle
periferie di Berlino o di Parigi, di Londra o di Roma, gli inascoltati, quelli
che gli Stati abbandonano nelle mani di un welfare sotterraneo e parallelo»,
offesi e inferociti dalla caparbia negazione delle nostre ingiustizie
storiche.
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15 )---- Original Message -----
From:
Conques
To:
Undisclosed-Recipient:;
Sent: Monday, September 18, 2006
11:39 AM
Subject: missione
Unifil 2.. (secondo l'Ernesto)
PERCHE’ NON SIAMO CONTRARI ALLA
MISSIONE ‘UNIFIL 2’
(di Bruno Steri)
1. L’invio della
missione “Unifil 2” in Libano è
oggetto di giudizi differenziati all’interno delle
forze che in questi anni hanno dato vita al movimento contro la guerra, oltre
che tra i partiti comunisti. Poiché riteniamo politicamente essenziale, pur in presenza di valutazioni divergenti, mantenere tra
queste stesse forze ancora ben teso il filo della discussione e
dell’approfondimento sui dati di fatto, proviamo a fornire qualche
considerazione analitica a supporto della posizione non sfavorevole che la componente
di minoranza del Prc “Essere comunisti” ha maturato
in relazione alla suddetta questione. Detto per inciso, restiamo fortemente
preoccupati per gli sviluppi che il teatro mediorientale può riservare
nell’immediato futuro; così come ci sono sembrati del tutto fuori luogo
alcuni toni trionfalistici - comparsi anche su ‘Liberazione’ - con cui è
stata accolta la decisione dell’impegno militare italiano in Libano. Non
siamo tuttavia d’accordo con quanti hanno su di essa
espresso un giudizio radicalmente e pregiudizialmente negativo.
2. Muoviamo,
intanto, dalla giusta indicazione dell’ “ambiguità”
che grava sulla risoluzione 1701, con cui l’Onu ha
dato il via libera alla missione lo scorso 21 agosto. La risoluzione non
contiene infatti alcuna condanna di Israele, non
distingue con chiarezza tra aggressore e aggredito, disloca il contingente Onu sulla frontiera israelo-libanese
ma integralmente entro i confini del Paese dei Cedri, non fa alcun cenno alle
passate e ripetute aggressioni al territorio libanese (la cui porzione
meridionale è restata sotto l’occupazione delle truppe di Tel Aviv per 18
anni a partire dal 1982, da quando cioè l’esercito di Sharon
lanciò la sua offensiva militare causando tra le 15 e le 20 mila vittime tra
la popolazione civile). Soprattutto, essa lascia margini di
ambiguità in ordine ad un eventuale uso della forza e - di riflesso -
al cosiddetto “disarmo di Hezbollah”. Infine, la
risoluzione non fa parola della questione palestinese, vero punto di svolta
per qualsiasi ipotesi di pace duratura in Medio Oriente. E’ evidente che i
silenzi e le interpretazioni capovolte cui è
costretta tale mediazione condensano ancora una volta lo strabismo ipocrita
che ha caratterizzato sin qui l’atteggiamento della cosiddetta “comunità
internazionale” nei confronti dei principali attori mediorientali.
3. In merito alla
condanna della politica coloniale di Israele occorre
essere chiari. Questa ennesima aggressione al Libano non è un
evento imprevedibile e determinato da circostanze contingenti. Esso si inquadra nella logica della “guerra preventiva e
permanente”, resa operativa all’indomani dell’11 settembre 2001 ma concepita
ben prima di tale data, in sintonia con i “vitali” interessi economici e geopolitici degli Usa: l’espansionismo neocoloniale
israeliano, in cui nei fatti si traduce la costante mobilitazione
dell’opinione pubblica attorno all’uso della forza e al fantasma della
sicurezza nazionale, costituisce il caposaldo mediorientale di tale politica
globale. Anche in riferimento a quest’ultimo
massacro bellico, non vi è alcuna giustificazione etico-politica
che possa attenuare le responsabilità di Israele. Con rarissime eccezioni, la
stampa occidentale ha mischiato le carte, individuando nel 24 giugno scorso -
giorno della cattura del caporale israeliano Gilad Shalit - la data di inizio
delle ostilità. Ma, come ha osservato Noam Chomsky, nessuno ha ricordato che appena il giorno prima
i soldati israeliani avevano rapito due civili da Gaza; esattamente come era successo a decine di altri civili palestinesi.
Allo stesso modo, con estrema disinvoltura i giornali occidentali hanno
rapidamente archiviato il fatto che, ben prima del
“rapimento” (ma perché non “cattura”?) dei due militari della Tsahal, le truppe d’occupazione israeliane avevano sequestrato
e imprigionato nove ministri del governo palestinese legittimamente in carica
e una trentina di parlamentari eletti in libere elezioni, tutti appartenenti
ad Hamas. Assordante, davanti a simili azioni, il
silenzio dei difensori nostrani di diritti individuali e democrazia: peraltro
già anticipato dal gravissimo atteggiamento adottato dall’Unione Europea, in
complice e servile sintonia con le reazioni di Usa e Israele, nei confronti
della (democraticamente ineccepibile) vittoria
elettorale di Hamas. Così, alla cattura dei due
suoi soldati, Israele risponde devastando un intero Paese e lasciando sotto i
bombardamenti un migliaio di vittime inermi. Tutto ciò va chiamato col suo proprio nome: terrorismo di stato.
4. Stati Uniti e
Israele da tempo avevano pianificato l’attacco israeliano al sud del Libano:
lo riferisce, documenti alla mano, il giornalista americano Seymour M. Hersh sul New Yorker del 21 agosto. Si
pensava che, colpendo le infrastrutture e annichilendo la vita civile del
Paese, si sarebbe potuto ottenere il risultato immediato di una sollevazione
popolare contro Hezbollah da parte della
maggioranza della popolazione cristiana e sunnita.
Una tale azione – aggiunge Hersh – avrebbe dovuto
supportare l’obiettivo a lungo termine della costituzione di una coalizione arabo/sunnita,
alimentata da Arabia Saudita, Egitto e Giordania, contro lo stesso Hezbollah e l’Iran a maggioranza sciita. Secondo la
ricostruzione di Joseph Halevi
- professore
di
economia internazionale,
nonché ebreo comunista e assiduo collaboratore de ‘Il Manifesto’ - l’attacco era stato tuttavia
preventivato per un periodo successivo, all’approssimarsi dell’inverno: in
concomitanza cioè con l’intensificarsi della pressione Usa sull’Iran e
all’indomani del rifiuto da parte di quest’ultimo
di piegarsi al diktat di interrompere il suo programma nucleare. La pressione
della destra e dell’apparato militare, già impennatasi
con il sequestro del soldato israeliano, ha infine indotto il governo Olmert a cogliere al volo l’opportunità della cattura dei
suoi due militari e ad anticipare il lancio dell’operazione, mantenendo comunque inalterati i suoi obiettivi immediati:
eliminazione di Hezbollah, insediamento in Libano
di un governo filo Usa-Israele, consolidamento
dell’occupazione delle porzioni di territorio libanese, isolamento politico
della Siria. Grazie alla resistenza di Hezbollah,
nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto. Anzi, possiamo dire che l’apertura del “terzo fronte” - dopo
l’Afghanistan e l’Iraq - ha aggiunto problemi a problemi, ponendo ancora più
a nudo gli esiti fallimentari della politica di “guerra preventiva e
permanente”: Hezbollah, fermando sul campo quello
che è considerato uno dei più potenti eserciti del mondo, ha conseguito un
enorme risultato politico e simbolico, guadagnando la quasi totalità dei
consensi all’interno del Libano e aumentando il suo prestigio nell’intero
mondo arabo; al contrario, la politica guerrafondaia di Bush
e Olmert – e non la Siria – è oggi
più isolata di ieri presso le rispettive opinioni pubbliche e, all’esterno,
nell’opinione internazionale.
5. Sino a questo
punto, le opinioni presenti nel movimento contro la guerra, nelle sue
varianti di pacifismo integrale e di ispirazione
antimperialista, grosso modo si trovano concordi. La forte preoccupazione per
la stretta correlazione tra vicenda israelo-libanese
e anglo-iraniana, con la seria prospettiva a breve di una conflagrazione più
generale, è di tutti. Che la tregua possa essere concepita non come un passo
verso la pace, ma come una temporanea interruzione della guerra, è cosa a tutti presente. In proposito è istruttiva, nonché sinceramente impressionante, la lettura dei
resoconti della stampa in lingua ebraica di questi giorni, con dichiarazioni
di autorevoli esponenti del governo e di alti ufficiali dell’esercito di Tel
Aviv, così come sono riportati dallo stesso Halevi
e da Uri Avnery. Su Ha-Aretz
del 29 agosto, Ari Shavit così sintetizza la
prospettiva: “Sul fronte iraniano il quadro è limpido: il momento della verità cadrà in inverno. Se gli Usa attaccheranno
l’Iran, Israele verrà attaccata. Se
gli Stati Uniti non attaccheranno, allora Israele dovrà far fronte alla più
seria minaccia alla sua esistenza dalla data della sua fondazione”. La strada
dell’escalation bellica, posta su queste basi, appare obbligata.
I termini analitici
di tutta questa vicenda sono dunque chiari; ma la discussione si problematizza
quando si passa al giudizio sul “che fare” , o meglio su quello che
già si sta facendo. Si è detto della grave ambiguità della
risoluzione 1701. Ma da qui a sostenere che tale risoluzione e
la missione che essa autorizza “avallano la guerra israeliana”, che in
sostanza la missione in Libano non si distingue dalle precedenti in
Afghanistan e Iraq, poiché tutte insieme sono
l’espressione di una medesima e uniforme politica di aggressione
imperialista, ce ne corre. Queste ultime sono, a nostro parere, valutazioni
schematiche e sbagliate, sia sotto il profilo dell’analisi delle forze in
campo, dei conflitti e delle contraddizioni che le attraversano, sia sotto
quello della possibilità di garantire all’azione politica passaggi stretti ma
possibili, prima che sia troppo tardi.
6. Diciamo per
inciso che la discussione andrebbe depurata da fattori spuri. A cominciare
dall’influenza che qui in Italia può avere su di essa
la battaglia politica interna e la posizione di ciascuno rispetto all’attuale
governo. E’ evidente che il giudizio sul governo può trascinare con sé un
giudizio premeditato su ogni azione, quale che sia, del governo stesso. Dal momento che, in ogni caso, tale interferenza può
riguardare chiunque operi politicamente nel nostro Paese, è bene contemplarla
in parentesi e stare al merito specifico delle questioni.
Torniamo dunque ai
fatti. L’incontro internazionale di Roma aveva visto prevalere
l’oltranzismo bellicista degli Usa, aprendo la strada per ulteriori
vittime e devastazioni. Sul fatto che vi fosse la
drammatica urgenza di un ‘cessate il fuoco’ non può
ovviamente esservi disquisizione alcuna: averlo poi raggiunto ha -
soprattutto per la popolazione libanese - un valore umanitario in sé. Ma va
detto che, lungi dall’ ”avallare” l’aggressione
israeliana, la risoluzione 1701 è stata - nonostante tutto - manifestamente
subita da Israele. Sino ad ora, quest’ultimo non
aveva mai accettato la presenza di truppe Onu a
dirimere controversie che lo riguardassero o
comunque in funzione di interposizione. Israele ha acconsentito alla tregua
perché è stato fermato sul piano militare. Possiamo dire quindi che la
resistenza hezbollah ha costituito la base
materiale sulla quale si è potuta inserire l’azione di mediazione europea e,
in particolare, franco-italiana. Non è insomma la tregua dei vincitori;
è la tregua imposta dalla resistenza. Interpretare ogni cosa come derivante dalla forza e dall’astuzia
dell’avversario fa perdere di vista pezzi importanti di realtà. Ad
esempio, il valore delle dichiarazioni ufficiali che hanno
accompagnato le trattative per la composizione della missione. Si è detto che la risoluzione non scioglie le ambiguità sulla
natura di quest’ultima. Ma va anche detto che in merito al punto più delicato non solo Prodi e
D’Alema ma lo stesso segretario generale delle
Nazioni Unite hanno ripetutamente ed esplicitamente dichiarato - in contrasto
con le reiterate pressioni israelo-statunitensi -
che il disarmo di Hezbollah non fa parte dei
compiti del contingente. Non è un punto da poco. Beninteso, noi pensiamo che Hezbollah abbia tutto il diritto di non smobilitare la
sua organizzazione militare finché il territorio libanese rimarrà minacciato
e parzialmente occupato. Nel contempo, non
pretendiamo che D’Alema o Annan
dicano esplicitamente la stessa cosa, impegnati come sono a cercare una mediazione
possibile con la parte anglo-israeliana. E’ tuttavia importante il fatto che
si riconosca tale tema come appartenente per intero al dibattito interno alle
forze politiche libanesi: ciò che Hezbollah ha più
volte ribadito.
7. Allo stesso modo,
è un fatto significativo che la pressione di Annan per la revoca del blocco aero-navale sul Libano
abbia raggiunto lo scopo. Va ricordato che Israele era all’inizio
rigidamente intenzionata a mantenere il blocco finché la risoluzione
1701 non avesse trovato a sud del fiume Litani
un’applicazione “completa ed estensiva”: dando ovviamente per scontato che a
decidere di un tale riscontro sarebbe stato solo e soltanto Israele. Ancora:
Israele si era nettamente opposta all’ipotesi che facessero parte della
missione ‘Unifil 2’ Paesi di fede
musulmana. Anche su questo ha dovuto recedere dalle
sue posizioni iniziali: Malaysia e Indonesia non intrattengono rapporti
diplomatici con Israele, ciononostante daranno il loro contributo alla
missione. In effetti, il coinvolgimento di Paesi islamici e non europei era
stato uno dei punti di intesa tra Prodi e Chirac. Confermato, peraltro, nelle recenti dichiarazioni
di quest’ultimo: ”Era significativo
che i Paesi musulmani si impegnassero. Era fondamentale che le nazioni dell’Estremo
Oriente come la Cina e la Corea del Sud si
impegnassero per mostrare l’unità della comunità internazionale nel sostegno
alla ricostruzione e alla pace in Libano” (Il Sole 24 Ore,
12-9-06). Sappiamo bene che Chirac non è un buon
samaritano. Ma non può sfuggire ad una seria
valutazione il carattere dirimente mantenuto dalla stessa composizione della
missione: è evidente che l’orientamento dei Paesi che vi partecipano
contribuisce a determinarne la natura.
Infine: la
risoluzione 1701 non fa parola della questione palestinese. Ciò tuttavia non ha impedito a D’Alema
di rilasciare, nel corso di un recente incontro con Abu
Mazen, un inequivoco
pronunciamento per la costituzione di uno stato palestinese. Si tratta, è vero, della mera espressione di un’intenzione.
Ma perché dovremmo azzerare il valore del contenuto politico che essa veicola? Perché dovremmo
impedirci di vedere che essa allude ad un percorso post-tregua diverso da
quello che abbiamo visto descritto nei resoconti di Halevi?
Essa è evidentemente parte di un atteggiamento complessivo nei confronti del
mondo arabo: che non è quello di Bush.
Tutti questi sono
fatti. Ma con l’ultima notazione siamo giunti,
forse, al cuore di una questione rilevante. Si diceva di Chirac
e D’Alema: essi sono, seppure con diverse collocazioni, entrambi parte della compagine capitalistica
europea. E incarnano il nuovo protagonismo
“multilaterale”, che ha a che vedere con gli interessi che la suddetta
compagine detiene nell’area mediorientale. In questo senso, concordiamo senz’altro
con l’affermazione che la risoluzione 1701 sia anche
frutto di “un compromesso tra interessi capitalistici” (Salvatore Cannavò). Questo però non significa che tale compromesso sia in sé ricompositivo delle
evidenti linee di frattura che - pur se contenute dallo strapotere militare
Usa - continuano a sussistere tra questi diversi poli. Molto banalmente: Bush non è Chirac; e non è
nemmeno D’Alema (non lo vedrete mai accanto a
rappresentanti di Hezbollah tra le rovine di
Beirut). Si tratta di capire bene il perché.
8. Come si vede, il
giudizio sulla missione ‘Unifil 2’ è condizionato
anche dai differenziati approcci ad un tema che è a tutt’oggi oggetto di dibattito tra i partiti comunisti,
così come all’interno del movimento contro la guerra: il tema del peso delle
cosiddette “contraddizioni interimperialistiche” nei rapporti tra Usa e Ue, nonché quello - strettamente connesso - del ruolo
sull’arena internazionale di nuove potenze economiche emergenti, quali la Cina o l’India.
E’ bene, intanto, ribadire che la contrapposizione agli Usa di Francia e
Germania in occasione dell’aggressione statunitense all’Iraq non è stata un
accidente della storia ed è anzi derivata dal perseguimento di interessi
strutturalmente divergenti. Ricordiamo anche che la prima guerra del Golfo fu
da più parti ribattezzata “una guerra contro l’Europa”. L’Unione
Europea non è interna al piano statunitense del cosiddetto “Nuovo Medio
Oriente”: il quale prevede l’appoggio all’espansionismo di Israele,
vero e proprio gendarme dell’intera area, l’obbedienza filo-atlantica -
quali che siano i loro governi - di Afghanistan e Iraq, l’annichilimento di
Iran e Siria, la subordinazione politica - seppur entro una forma pseudo-statuale - dei palestinesi. La posta è in
definitiva il controllo politico e militare dell’area mediorientale e delle
sue risorse energetiche. Come è stato ampiamente e
da più parti tematizzato, si tratta della messa in opera di due dispositivi
conflittuali e, ognuno a suo modo, riconducibili alla nozione di imperialismo.
Con il primo, espressione di una conflittualità
imperialistica “classica”, si ha di mira il controllo delle risorse
energetiche, in una fase critica di surriscaldamento planetario della corsa
alle fonti di petrolio e gas naturale: proprio la politica espansionista Usa
in Medio Oriente serve a mostrare che il controllo dell’area non serve
semplicemente a soddisfare il proprio fabbisogno energetico, ma anche – e
soprattutto – a condizionare la produzione (ad esempio, russa) e
l’approvvigionamento altrui (in particolare, di Europa e Cina). Il
secondo dispositivo rappresenta una forma contemporanea di competizione tra
poli capitalistici, concretizzatasi nel confronto/scontro tra aree monetarie.
La maggior parte delle transazioni internazionali avviene in dollari e la
quota principale di esse è costituita appunto
dall’interscambio energetico: ciò ha sin qui fatto del dollaro la moneta
egemone. E’ noto che, prima di essere attaccato, l’Iraq di Saddam aveva deciso di passare
dal dollaro all’euro per le riscossioni petrolifere. Anche se in primo piano
campeggia soprattutto la vicenda del nucleare, il medesimo confronto
“monetario” sembra riproporsi con l’Iran; ed anche
con questo Paese, come già con l’Iraq, gli interessi e i legami economici
dell’Europa (e della Cina) sono giganteschi.
9. Si tratta di
questioni sufficientemente note: non per questo esse vanno derubricate dalla discussione. Esse contribuiscono
certamente a rendere conto di atteggiamenti
politici, di “sensibilità” differenti verso il mondo arabo e, per converso,
di una certa tradizionale “diffidenza” di Israele nei confronti dell’Europa.
Si pensi ad esempio all’Italia, alla sua vocazione mediterranea che fu già
propria di settori della “prima repubblica” (penso ad Andreotti
e allo stesso Bettino Craxi), che Berlusconi interruppe
drasticamente e che presumibilmente D’Alema cerca
ora di riesumare. Che poi, contemporaneamente, quest’ultimo
sia il ministro degli Esteri di un governo che ha
ereditato dai suoi predecessori un patto pluriennale di cooperazione militare
con Israele (Paese nucleare, che non aderisce al Trattato di non
proliferazione) è una contraddizione che pesa gravemente sul preteso
cambiamento di passo in merito alle questioni internazionali e mediorientali
in particolare.
In
ogni caso, abbiamo a che fare con una realtà non semplificabile, che
coinvolge le politiche di blocchi economici e di singoli stati, di cui
occorre tenere conto. Sappiamo che nel movimento contro la guerra coesistono culture diverse e che, tra queste, il pacifismo
antimilitarista diffida per principio delle divise militari e delle armi
(nonché, per certi versi, degli stati di cui gli eserciti sono emanazione).
Rispettiamo tale impostazione pur non trovandola affine alla nostra. Non amiamo affatto la retorica militarista, ma riteniamo
giusto contemplare la possibilità di missioni militari di interposizione,
laddove sia effettivamente garantito tale carattere. Ad esempio, in riferimento alla natura e agli esiti possibili di ‘Unifil 2’, non può dal nostro punto di
vista lasciare indifferenti il fatto che Cina e Russia - due membri con
diritto di veto del Consiglio di sicurezza dell’Onu
– abbiano ufficializzato la loro partecipazione al contingente
internazionale. Ciò contribuisce in maniera determinante,
a nostro avviso, a caratterizzare il prevalente segno politico della missione
in direzione di una reale interposizione. Non è privo di significato il fatto
che Cina e Russia abbiano da un po’ di tempo coordinato le loro politiche,
entrando ad esempio a far parte del cosiddetto Gruppo di Shanghai (assieme a Uzbekistan, Kazakistan, Tajikistan e Kyrgyzstan), costituendo così nel cuore dell’Asia un
patto di cooperazione che raccoglie insieme un miliardo e mezzo di persone e
che chiaramente punta a riequilibrare i rapporti di forza planetari rispetto
all’area filo-atlantica. Ciò dovrebbe rappresentare anche agli occhi del
mondo arabo un’ulteriore garanzia che la missione
stessa non si trasformi in una sorta di ‘cavallo di Troia’
al servizio degli intenti aggressivi di Usa e Israele.
10. In conclusione. Siamo
perfettamente consapevoli dei rischi. L’abbiamo detto: essi si condensano
nella propensione bellica dell’establishment statunitense e israeliano. E la prospettiva delle elezioni americane di novembre non
contribuisce certo a diminuire le preoccupazioni. Non siamo indovini e non
sappiamo quale piega possano prendere gli
avvenimenti: in un contesto come quello descritto non vi sono garanzie
assolute. Sta di fatto che Hezbollah e Hamas, pur mantenendo nel merito un atteggiamento
critico, hanno comunque accettato la mediazione.
Crediamo che al movimento contro la guerra spetti non il compito di essere “più Hezbollah di Hezbollah” ma quello di vigilare e operare tutte le
pressioni necessarie affinché la missione mantenga caratteristiche
compatibili con lo sviluppo di un vero ed equo processo di pace in Medio
Oriente. Per questo occorre pazientemente lavorare per ritrovare l’unità del
movimento contro la guerra. Nei prossimi mesi sarà determinante la sua presenza e visibilità per far compiere
passi concreti in direzione della pace: chiedendo con forza il ritiro delle
truppe italiane dall’Afghanistan, denunciando il patto militare tra Italia e
Israele, sollecitando la convocazione di una Conferenza internazionale per la Pace in Medio
Oriente, che riunisca tutte le principali forze ivi presenti. Senza uno
scatto in avanti della politica, la stessa missione di interposizione
resterebbe drammaticamente priva di prospettive.
torna indietro
Roma, 15 settembre
2006
(Prc Essere Comunisti – www.lernesto.it)
1) Israele rifiuta la tregua con Hamas L'Unità
22-09-06
Nessuna trattativa, nessun riconoscimento, comunque, in ogni caso e a
nessun costo. Sembra questa ancora la posizione del governo di Tel Aviv
nei confronti di Hamas, il movimento integralista islamico che ha vinto
le elezioni palestinesi.
Israele non sembra più disposto a fidarsi neppure del presidente Abu
Mazen che ieri all´Onu ha garantito, impegnandosi davanti all´intera
comunità internazionale, che il prossimo governo di unità nazionale con
Hamas riconoscerà il diritto ad esistere dello Stato ebraico e rinuncerà
alla violenza. Il governo, non Hamas direttamente come movimento
politico organizzato. Una mediazione, se si vuole un escamotage: perché
impegnandosi a sostenere il governo con la maggioranza assoluta dei
seggi di fatto Hamas accetta di sostenere questa linea. Che Hamas non
sia disposto a riconoscere direttamente Israele lo ha ribadito anche il
primo ministro Ismail Haniyeh durante un discorso in una moschea di Gaza
nel venerdì di preghiera dei musulmani. «Per quel che mi riguarda, non
ho intenzione di guidare alcun governo che riconosca Israele», ha
dichiarato. «Siamo disposti a permettere la creazione di uno Stato
palestinese entro in confini del 1967 ma in cambio di una tregua e non
del riconoscimento», ha concluso il premier.
E una tregua, di durata decennale, è la proposta che è stata
ufficializzata da Hamas a Israele. Una proposta rigettata però dallo
Stato ebraico.«È una proposta che non ci interessa, quel che esigiamo da
qualsiasi governo palestinese per poter riprendere un dialogo è che
rispetti le condizioni poste dalla comunità internazionale», ha spiegato
il portavoce del governo israeliano, Avi Pazner, precisando che tali
condizioni sono «il riconoscimento dello Stato ebraico, la fine delle
violenze e il rispetto degli accordi precedentemente firmati
dall'Autorità Nazionale palestinese». Cioè gli accordi Oslo. Sono queste
le condizioni che ha ribadito il Quartetto – il gruppo di contatto nato
proprio per monitorare il processo di pace dopo Oslo – pur considerando
positivamente la nascita di un governo di unità nazionale tra i due
gruppi politici più rappresentativi, Fatah e Hamas. Tre condizioni che
Abu Mazen si è impegnato a garantire ma non Haniyeh.
Del resto il presidente dell'Anp non ha chiesto ad Hamas di
sottoscrivere il riconoscimento dello Stato ebraico, ma solo di
rispettare gli accordi firmati dall'Olp, compresi quelli di Oslo, che
però a loro volta riconoscono l'esistenza di Israele.
Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert sembra invece ancora fidarsi
di Abu Mazen – uno dei sottoscrittori degli accordi insieme al suo
predecessore Arafat - per quanto riguarda la questione dei prigionieri.
Il primo ministro israeliano si è detto pronto a negoziare un eventuale
scambio di prigionieri palestinesi al presidente palestinese. «Ho detto
al presidente egiziano Hosni Mubarak che sono pronto al rilascio (dei
prigionieri) ad Abu Mazen», ha affermato Olmert, escludendo ogni
possibilità di trattativa con Hamas.
In questo scenario politico da venerdì sera, in concomitanza con
l´inizio delle feste per il capodanno ebraico, le forze di sicurezza
israeliane hanno sigillato la Cisgiordania. Per tre giorni, fino a
lunedì mattina, nessun palestinese potrà entrare in territorio
israeliano. Resteranno chiusi anche i varchi di frontiera tra Israele e
la Striscia di Gaza. Saranno autorizzati solo medici, religiosi,
insegnanti e agricoltori con documenti in regola. Mentre va ancora
avanti, da oltre tre mesi, un assedio a Gaza che ha già messo in
ginocchio la popolazione palestinese della Striscia.
Anche per le ong è divenuto quasi impossibile operare nei Territori.
Hina Jilani, rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu
Kofi Annan per i difensori dei diritti umani ha criticato oggi Israele
per la poca tolleranza mostrata nei confronti dei volontari che operano
nei territori palestinesi. «Ho ricevuto informazioni attendibili di
gravi attacchi, anche di uccisioni, subite da attivisti dei diritti
umani», ha dichiarato Jilani riferendo al Consiglio dell'Onu per I
Diritti Umani.
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17) La Repubblica 22-09-06
E' la prima apparizione in pubblico del leader sciita dal 12 luglio
scorso
Accolto da migliaia di sostenitori con appalusi e raffiche di mitra
Beirut, Nasrallah torna in piazza
"Nessuno disarmerà Hezbollah"
"Il Libano è in crisi politica, serve un governo
di unità nazionale"
Poi rivela: "Abbiamo ancora a disposizione 20mila razzi"
Nasrallah in piazza a Beirut.
L'immagine è stata trasmessa dalla tv di Hezbollah
BEIRUT - Il leader del movimento sciita
Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah è apparso oggi alla grande manifestazione
indetta "per festeggiare la vittoria divina" su Israele nel recente
conflitto in Libano. Nasrallah ha salutato, alzando il braccio, la folla di
migliaia di sostenitori del 'Partito di Dio', che ha risposto acclamandolo a
gran voce e applaudendolo.
"Oggi celebriamo la nostra vittoria divina, strategica e storica", ha
affermato il leader, scatenando un lungo applauso. Non solo: Nasrallah ha
poi spiegato che "nessun esercito al mondo potrà disarmare Hezbollah"
augurando sì il benvenuto alla forza multilaterale Unifil "a sostegno
dell'esercito libanese", a patto che "non spiino la resistenza o tentino di
disarmarla o interferiscano negli affari libanesi".
Quindi Nasrallah ha rivendicato la necessità di "un nuovo governo per il
Libano". Ha detto: "Il Libano è in una crisi politica" e la soluzione è "la
formazione di un governo di unità nazionale". Riferendosi allo stato di
militarizzazione delle milizie, il leader carismatico sciita ha rivelato che
Hezbollah può contare ancora su un arsenale di 20mila razzi.
Circa mezzo milione di persone lo ha omaggiato con un boato di applausi e
diverse raffiche di armi automatiche sparate verso il cielo in diverse zone
della città.
Sin dalle prime ore del giorno, una folla oceanica si è radunata in una
grande piazza nei pressi della zona di Beirut più pesante bombardata durante
i 34 giorni guerra. L'intera zona è stata decorata con migliaia di bandiere
gialle del movimento Hezbollah e rosse e bianche del Libano, portate a
migliaia anche dai manifestanti. L'intero evento viene trasmesso in diretta
dall'emittente Tv di Hezbollah, al Manar.
Era dal 12 luglio che il leader di Hezbollah non appariva in
pubblico, da quando cioè annunciò in una conferenza stampa la cattura di due
soldati israeliani da parte di suoi guerriglieri. Cattura che ha poi
innescato l'offensiva israeliana in Libano durata 34 giorni.
(22 settembre 2006)
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Nei 34 giorni di guerra contro le milizie di Hezbollah, l'esercito israeliano ha lanciato piu' di 1 milione e 200mila bombe a grappolo sul Libano. Lo sostiene un ufficiale dell'esercito israeliano che, dalla colonne del quotidiano progressista "Haaretz" ha denunciato come "folle e mostruosa" l'operazione israeliana. "Abbiamo coperto interi villaggi con bombe a grappolo", ha rivelato il militare, secondo il quale a un milione e 200 mila ordigni lanciati dal sistema missilistico vanno aggiunte le bombe a grappolo sganciate dagli aerei e lanciate con i mortai da 155 millimetri.
Secondo altri militari, citati nell'articolo, l'esercito dello Stato ebraico ha fatto uso di bombe al fosforo per provocare incendi. Un portavoce del Comando militare israeliano ha smentito il resoconto di "Haaretz". "Tutte le armi e munizioni usate dall'esercito sono legali, autorizzate dalle leggi internazionali e il loro uso e' conforme agli standard internazionali", ha commentato.
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19)
«No al disarmo» Naim Khassem, numero due di Hezbollah: «La resistenza continua finché non sarà completo il ritiro israeliano». Sparatoria a Beirut tra i seguaci Hariri e militanti sciiti di Amal
Stefano Chiarini
Il mancato completamento del ritiro israeliano dal sud del Libano, dove l'esercito di Tel Aviv ancora controlla il centro di Ghajar e le fattorie di Sheba, darà ad Hezbollah «il diritto di far fronte all'occupazione». Lo ha sostenuto ieri il numero due del movimento sciita, Sheikh Naim Khassem, a poche ore dal ritiro delle truppe israeliane da una decina di centri libanesi a ridosso del confine ma non dalle due strategiche località laddove si incontrano i confini tra Israele, Libano e Siria. «Riteniamo la comunità internazionale - ha continuato l'esponente di Hezbollah, in un'intervista rilasciata al quotidiano progressista «As Safir» con una prima critica alle Nazioni unite - responsabile della continuazione dell'occupazione israeliana». Gli ha fatto eco il «moderato» leader del movimento sciita «Amal», alleato e concorrente degli Hezbollah, Nabih Berri, attualmente presidente del parlamento, secondo il quale «La nostra resistenza rimarrà totale fino a quando Israele manterrà posizioni in territorio libanese» . La dura presa diposizione dei due movimenti della resistenza sciita, se da una parte deriva dalla continuazione dell'occupazione israeliana di parti del territorio libanese, strategicamente molto importanti, come il paese di Ghajar , con le vicine fonti del Wazzani e dell'Hasbani, dall'altra avrebbe anche a che fare con le indiscrezioni dell'Agenzia francese «Afp» secondo la quale le truppe dell'Unifil avrebbero in realtà due «regole di ingaggio», una ufficiale e l'altra «riservata»: per la prima il loro ruolo si limiterebbe al sostegno dell'esercito libanese mentre nelle seconde, avrebbero anche il potere di arrestare eventuali militari degli Hezbollah, di fermare autoveicoli «sospetti» e aprire il fuoco contro chiunque venga visto girare armato nella regione. In altri termini le forze dell'Unifil avrebbero la possibilità di «usare la forza al di là dell'autodifesa per fare in modo che l'area di operazioni Onu (a sud del fiume Litani ndr) non venga utilizzata per attività ostili di qualsiasi natura». Il comandante del contingente francese, interrogato al proposito, ha sostenuto che «non si tratta di disarmare gli Hezbollah o di cercare le loro armi ma di impedirgli di muoversi». Più in generale se l'esercito libanese non dovesse intervenire allora le truppe Unifil avrebbero vasti poteri di intervento: «Se ad esempio dovessimo incontrare dei miliziani armati - ha sostenuto un ufficiale dell'Unifil - e se questi si arrendessero allora li consegneremo all'esercito libanese ma se dovessero resistere possiamo aprire il fuoco». Il tutto sulla base della risoluzione 1701 secondo la quale la zona a sud del fiume Litani non dovrà più vedere una presenza della resistenza libanese. Sarebbero queste le assicurazioni che avrebbero convinto i comandi israeliani a ritirare i loro uomini, sabato scorso, da una decina di villaggi in territorio libanese ma allo stesso tempo a rimanere nella parte libanese del paese di Ghajar, alle pendici del Golan, diviso a metà dalla «linea blu», il confine tra i due paesi stabilito dall'Onu, e a minacciare nuovi raid nel Libano del sud. A tale proposito il comandante in capo dell'esercito libanese, generale Michel Sleiman, ha esortato ieri i suoi uomini «ad essere pronti a rispondere ad ogni aggressione o violazione israeliana» del cessate il fuoco. Intanto le ingerenze internazionali per un disarmo degli Hezbollah stanno esasperando sempre più il conflitto interno al Libano. Ieri si sarebbe avuto un nuovo scontro armato, questa volta sulla Cornish al- Mazra'ah, nei pressi della moschea Abdel Nasser, tra un centinaio di seguaci (sunniti) della Hariri Inc., il partito-azienda «Al Mustaqbal», e un gruppo di militanti sciiti di Amal. Nello scontro, durato più di mezzora, vi sarebbe stato un morto e una ventina di feriti.
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20)Il gioco delle regole d'ingaggio - Stefano Chiarini
Le forze dell'Unifil II nel Libano meridionale, con buona pace del loro presunto ruolo di interposizione, non solo avranno diritto, per la prima volta, all'«autodifesa preventiva» nei confronti di possibili attacchi ma potranno anche «far uso della forza, anche letale, per impedire o eliminare attività ostili, compreso il traffico illegale di armi, munizioni ed esplosivi nella loro area di responsabilità (tra il fiume Litani e il confine con Israele)». Non solo. L' Unifil II metterà in piedi a tal fine posti di blocco lungo le strade e requisirà direttamente le armi della resistenza nel caso l'Esercito libanese non fosse capace o non volesse farlo. Questi i compiti dell'Unifil in Libano - che aprono la strada ad uno scontro frontale con gli Hezbollah e che configurano una grave violazione della sovranità libanese- quali emergono dal «Manuale di Area» elaborato dai servizi militari spagnoli e distribuito nei giorni scorsi ai soldati di Madrid diretti in Libano il cui contenuto è stato reso noto due giorni fa dal quotidiano «El Pais». Secondo quanto scrive l'autorevole organo di stampa queste regole di ingaggio, le più dure mai applicate in una missione dei «caschi blu», sarebbero state approvate nel corso di lunghe trattative, lo scorso agosto, al palazzo di vetro dell'Onu, tra i responsabili delle Nazioni Unite e i governi di Francia, Italia e Spagna. Le «regole di ingaggio» prevedono che l' «autodifesa preventiva» potrà applicarsi non solo contro eventuali attaccanti ma anche contro gruppi o persone pronti a compiere azioni ostili - anche se in questo caso le truppe Onu dovranno basarsi su «informazioni attendibili» - contro coloro che stiano progettando un sequestro o che minaccino le autorità libanesi, gli operatori umanitari o non meglio precisati civili. Non solo. La «forza letale» potrà anche essere impiegata - e questo è un aspetto particolarmente preoccupante - da parte delle truppe dell'Unifil «per realizzare i loro compiti»: in particolare contro chiunque volesse limitare la libertà di movimento delle forze Onu, contro chi intenda forzare un check point e più in generale per impedire e reprimere i rifornimenti di armi alla resistenza libanese a sud del fiume Litani. Fino ad oggi l'Unifil, ma anche il nostro governo, avevano sostenuto che il compito di disarmare gli Hezbollah (comunque una violazione della sovranità libanese e del diritto di ogni paese a liberare con i mezzi che ritiene più opportuni i propri territori occupati da forze straniere), in particolare a sud del Fiume Litani sarebbe spettato unicamente all'esercito libanese. Una rassicurazione che ha portato anche parte della sinistra pacifista e radicale a sostenere l'invio delle nostre truppe in Libano nonostante la risoluzione 1701 sul cessate il fuoco si ponesse, anche se con una certa ambiguità, l'obiettivo di bloccare le attività degli Hezbollah nel sud senza che Israele abbia accettato di ritirarsi dai territori occupati libanesi. Ora invece, a meno di non pensare che le «regole di ingaggio» spagnole siano diverse da quelle italiane, abbiamo sufficienti elementi per dire che l'Unifil svolgerà direttamente il compito di reprimere la resistenza libanese istituendo posti di blocco, requisendo armi, e «disarmando gruppi o individui armati» anche in assenza dell'esercito libanese. Esercito che per bocca dei suoi capi degli stati maggiori, citati sul suo sito on line, ha sostenuto più volte, da parte sua, di voler difendere il paese dalle aggressioni israeliane e di non voler affatto disarmare gli Hezbollah. Ne consegue la scomoda verità che l'Unifil II non avrà affatto un ruolo di «interposizione» ma piuttosto cercherà di impedire direttamente le attività della resistenza libanese contro l'occupazione e le aggressioni israeliane. Con tutte le conseguenze che ne deriveranno anche per il nostro contingente.
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21)«Abbiamo il diritto di difenderci. Non siamo un paese in vendita» - G. Colotti
«La forza multinazionale non dovrebbe controllare solamente il lato libanese della «linea blu» (il confine con Israele fissato dall'Onu ndr.). Non può esserci un diritto internazionale a senso unico. La pace non può basarsi su un'ingiustizia», dice con voce ferma Marie Nassif-Debs. Docente universitaria, membro dell'ufficio politico del partito comunista libanese, in questi giorni in Italia per un giro di conferenze. Il suo partito ha espresso un giudizio critico sulla Unifil II... Gli organismi internazionali rappresentano interessi concreti legati ad un determinato momento storico. A seguito della risoluzione 425 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, in Libano abbiamo avuto una forza di interposizione internazionale per 30 anni. Nel solo 2005, la precedente Unifil ha rilevato 1400 violazioni del territorio libanese da parte di Israele, ma questo non è stato per nulla preso in considerazione nella decisione di «condannare» Hezbollah per il rapimento dei due soldati israeliani oltre la 'linea blu'. Cosa ha detto l'Onu quando Israele ha inglobato le fattorie di Sheba? O in occasione del massacro di Qana? Oggi le grandi potenze che compongono l'Unifil - in gran parte paesi della Nato - subiscono l'egemonia degli Usa. La Francia segue una politica di pesante intervento nel quadro politico del nostro paese e altri paesi, come l'Italia, hanno firmato degli accordi di cooperazione con Israele nel settore militare. La nuova Unifil deve chiarire il suo ruolo e le prerogative. Se, come vuole angela Merkel, sta lì per difendere gli interessi di Israele, diventerà un organismo occupante... Il partito Hezbollah auspica un governo di unità nazionale. Qual è posizione del Pc libanese? La proposta di un governo di unità nazionale è stata fin da subito la nostra posizione. Siamo contenti che oggi sia stata assunta anche da Hezbollah. Nashrallah è popolarissimo nel mondo arabo, ma se proponesse un modello di società basato sull'islamismo radicale, neanche questo gli basterebbe. Hezbollah, oggi, non è più così chiuso come all'inizio in un'idea di società islamica da cui noi comunisti non potevamo che rimanere fuori. Infatti, i rapporti fra quel partito e il nostro sono stati alquanto tormentati in passato: loro hanno ucciso i nostri, noi abbiamo reagito organizzando manifestazioni di massa. Lo abbiamo attaccato pubblicamente quando ha partecipato all'alleanza quadripartita con le forze che avevano in precedenza appoggiato Israele. Abbiamo tenuto duro e, allo stesso tempo, non abbiamo chiuso tutte le porte, e se oggi s'intravedono delle aperture il merito è anche nostro. Quanto conta oggi il Pc libanese sullo scacchiere politico? Fino all'83 siamo stati la forza maggioritaria nella resistenza. Gli israeliani chiamavano O Chi Min la via che va da Beirut verso sud. Poi, una lunga fase difficile, e ora la ripresa. Non abbiamo l'egemonia, ma abbiamo contribuito a fermare l'aggressione israeliana in molti villaggi del Libano sud e nella Bekaa. Abbiamo perso nove compagni. Abbiamo partecipato alle ultime elezioni legislative nel 2005 e nel 2004 alle municipali. Alle legislative, le statistiche ci davano al 12%. Eppure non abbiamo rappresentanti in parlamento perché in Libano non c'è il sistema proporzionale, ma un maggioritario di stampo confessionale. Molti municipi, però, hanno sindaci comunisti, e se cambierà la legge elettorale, potremo avere almeno 10 parlamentari. Quale ricostruzione postguerra? Il governo non ha fatto altro che agevolare nella concessione degli appalti a Beirut un gruppo di imprenditori vicini ai moderati del «14 marzo» mentre sta prendendo piede una sorta di ricostruzione confessionale: per esempio l'Arabia saudita si è occupata di certi villaggi , la Curia di Liegi, in Belgio, ha ricostruito un paese cristiano... Sono i risultati della «destabilizzazione costruttiva» voluta da Bush: la balcanizzazione della regione, che non riguarderà solo il Medioriente, ma anche l'Europa. Se passa il progetto del «Grande medioriente» - tanti mini stati confessionali in guerra fra loro - sarà come liberare un genio cattivo che provocherà danni incalcolabili.
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