Giordano chiede per la Palestina forze di interposizione Onu
«La manifestazione nazionale del 18 a MILANO per la Palestina e la pace in Medio Oriente ha una valenza straordinaria per il momento che stiamo vivendo globalmente, perché così può tornare a farsi sentire la voce del popolo pacifista in un passaggio particolarmente delicato e complicato della vicenda politica internazionale». Il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, parla della mobilitazione fissata per sabato prossimo. Ma lo fa qualificandola come la tappa immediata di un impegno ben più ampio e di respiro strategico. L’agenda della politica estera non è - come d’altronde difficilmente potrebbe essere - un pensiero secondario, subordinato, nelle preoccupazioni e nelle proposte di un Prc che costruisce la Sinistra europea. Né un aspetto rimovibile della valutazione sul governo Prodi e sull’Unione, pur in tempo di priorità urgenti come l’esame della legge finanziaria. Anche perché il momento vissuto mondialmente è, appunto, molto particolare.


Segretario, le elezioni di mid term negli Usa hanno marcato un rovescio dell’Amministrazione Bush e il diffuso dissenso rispetto alle scelte di guerra, a partire dall’Iraq. Ma la Mesopotamia continua a sprofondare nella tragedia bellica, lo mostrano i nuovi sanguinosi raid delle truppe statunitensi come i sequestri e le uccisioni di massa a Baghdad. E in Medio Oriente, in assenza di un intervento deciso della comunità internazionale, con l’Onu bloccata dal veto dell’ambasciatore Usa Bolton contro ogni iniziativa che si rivolga ad Israele, la Palestina vive le ore peggiori. Dov’è l’uscita dall’unilateralismo?

E’ proprio questo il quadro che bisogna mutare. Da una parte la situazione catastrofica in Palestina e in primo luogo lo stremo cui è ridotta la sua popolazione. Dall’altra l’incancrenirsi della vicenda della guerra in Iraq. E tutto ciò a fronte del fallimento organico della politica di guerra preventiva promossa dall’Amministrazione di George W. Bush. Quel che salta all’occhio è il degenerare ulteriore delle condizioni di vita reali, mentre crolla l’impostazione strategica che per tanta parte ne è causa. Un crollo sanzionato persino da un deficit di consenso interno, come hanno indicato le elezioni politiche statunitensi. Insomma: c’è un fallimento che si manifesta, ma lo fa spargendo i suoi veleni. Per questo è necessaria un’iniziativa decisa e articolata del governo italiano. E insieme una capacità di trascinare un intervento dell’Europa. La partita, anzitutto, si gioca sulla Palestina, per la Palestina.


Perché, oggi, la questione palestinese è decisiva?

Perché lo scopo proclamato della guerra preventiva era la “stabilizzazione” dell’intera regione mediorientale. Invece tutti vediamo cos’è oggi l’Iraq, mentre Iran e Siria sono ad un apice di tensione internazionale. E in questo quadro il conflitto israelo-palestinese è giunto ad un punto estremo, che interagisce con tutte le crisi: con Israele già lanciata quest’estate in una nuova guerra, in Libano. Ci vuole un’azione fortissima: diplomatica, politica e pacifista. Un’azione che sia grimaldello per una stabilizzazione reale, fondata sul cambiamento nella giustizia. Che passa per la costituzione riconosciuta di uno Stato di Palestina. Per questo dico che la manifestazione del 18 è un’occasione di svolta.


Una svolta che, però, richiede la conquista d’una nuova stagione nei rapporti internazionali generali: ne intravvedi la possibilità?

Io penso che l’unilateralismo sia in una crisi organica, sia nella sua forma più violenta all’insegna della guerra preventiva, sia in quella apparentemente meno devastante com’era il ritiro da Gaza deciso da Ariel Sharon. C’è poco da fare: occorre il riconoscimento degli interlocutori. Così come in Libano l’intervento dell’Onu è stato possibile in virtù del riconoscimento di tutte le parti sul campo, oggi bisogna che il negoziato per la pace in Medio Oriente riparta dal riconoscimento degli interlocutori palestinesi. Perciò scegliamo MIlano e non Roma, tra le piazze italiane del 18: perché la piattaforma dell’appuntamento milanese è quella in cui più esplicitamente viene ribadito «due popoli, due Stati». Questo è essenziale, in un momento così decisivo.


Detta così, pare non basti ad evitarsi paradossali accuse di unilateralismo: com’è capitato allo stesso Massimo D’Alema...

Per noi la sicurezza d’Israele è un valore. Ma non può essere affidata allo stravolgimento d’ogni legalità internazionale, al Muro, alla quotidiana vessazione delle popolazioni civili. La sicurezza d’Israele va depositata sulla pace. E sul negoziato per conseguirla. Intanto, c’è il dato di realtà: io credo che l’offensiva su Gaza e le sue conseguenze pongono un problema di umanità. Ci dev’essere una rivolta etica. In assenza della quale ci dovremmo tutti, terribilmente, rassegnare ad un punto di non ritorno. La ripresa del negoziato e una Conferenza internazionale di pace possono essere il deterrente contro il perpetuarsi della logica delle spirali di violenza dove, per asimmetrici che siano, ai lanci di razzi Qassam rispondono i raid di Tsahal e viceversa.


Ma l’Italia, che cosa può e deve fare per contribuire a cambiare questa scena e conseguire quella negoziale?

A me pare che l’Italia possa svolgere un ruolo. Ho trovato giuste e positive le affermazioni recenti del ministro D’Alema. Dico che bisogna portarle alle loro conseguenze. E che si deve trovare il modo di coinvolgere l’Europa per un’azione su queste linee.


Nel medio periodo ci sarà anche la carta del seggio italiano in Consiglio di Sicurezza dell’Onu: come giocarla?

Il primo obiettivo dev’essere la pace per la Palestina. Anche con un impegno diretto, fattivo delle Nazioni Unite: come nel caso che si sperimenta in Libano.


Dunque, anche con un’interposizione dei “caschi blu”?

Sì: anche là, per Gaza e per i Territori, si può realizzare sul campo la garanzia dei confini. Con una forza simile e soprattutto sostenuta da un analogo vincolo a negoziare.

La posta però si alza di continuo, sull’Iraq come sul Medio Oriente; anche con la querelle sul nucleare dell’Iran, di cui l’Italia è primo partner commerciale ma restando fuori dalla “troijka” dei negoziatori europei. Non sarà il caso di assumere qualche responsabilità anche qui?

Penso che il nostro Paese possa svolgere utilmente anche una funzione negoziale nel caso iraniano. Noi siamo stati contrari a tutte le ipotesi di sanzioni. Come lo siamo ad ogni armamento nucleare: siamo d’accordo sul disarmo, bisogna applicare la non proliferazione, ma occorre farlo per tutta la regione.


Tornando all’Ue e sapendo che ad esempio il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri una posizione sul Medio Oriente l’ha pur assunta, ma senza indicare mezzi politici: cosa occorre per realizzare una collocazione decisa ed efficace?

Parto dall’Italia: per svolgere quel ruolo che dicevo, e che porta con sé le possibilità di un riorientamento dell’Europa, non basta collocarsi internazionalmente in modo positivo. Occorre un salto di paradigma. Perché la guerra fa sistema insieme al modello liberista. Dunque deve mutare il modello sociale proposto, occorre fare della cooperazione e della ricerca d’incontro con l’altra sponda del Mediterraneo gli impegni principali. Persino per collocazione geografica, l’Italia ha interesse a guardare a Sud, cambiando molte cose: dalle politiche dell’immigrazione a quelle culturali.


Dici d’una svolta verso Sud: ma tuttora siamo alle prese con altro, con missioni militari che ereditano gli esiti della guerra preventiva...

Per questo dico che bisogna disinvestire strategicamente dall’Afghanistan e investire risorse, piuttosto, su un’altra politica per il Medio Oriente. So bene che c’è differenza fra noi e l’Ulivo sul giudizio e sulle dinamiche; anche se, vorrei notare, queste non fanno che darci ragione. E ho apprezzato il fatto che D’Alema ha rilevato il limite dell’intervento militare. Io direi che si tratta di un fallimento. Con un corollario: la guerra non sconfiggerà mai il terrorismo. Ma quel che mi preme indicare, adesso, è che si può trovare una via d’uscita appunto rimettendo la bussola a Sud.

Anubi D’Avossa Lussurgiu (mercoledì 15 novembre

torna a missione Onu

«Gli Usa non mediano. E i fanatici crescono» - Michelangelo Cocco
«Sedersi attorno a un tavolo e negoziare. Non c'è altra soluzione. Non basteranno uno o due anni, ci vorranno lunghi anni di trattative. Ci vorrà del tempo per ricostruire l'atmosfera di fiducia degli Accordi di Oslo, delle strette di mano tra Rabin e Arafat». La riflessione di Boutros Boutros-Ghali è a prima vista segnata da profondo pessimismo. In realtà il sesto Segretario generale delle Nazioni unite (dal gennaio 1992 al dicembre 1996) affronta il dibattito suscitato dall'Iniziativa per il Medio Oriente dell'International crisis group - di cui è firmatario - con il realismo che gli viene dai suoi 84 anni, la maggior parte dei quali vissuti nella diplomazia internazionale. Già professore di diritto internazionale all'Università del Cairo, Boutros-Ghali ha lavorato, dal 1977 al 1991, nel ministero degli esteri egiziano, dove ha rivestito l'incarico di vice ministro prima di sbarcare, al culmine della sua carriera politica, al Palazzo di vetro di New York, dove il 1 gennaio 1992 entrò in carica come Segretario generale. Il predecessore di Kofi Annan ha accettato di rispondere alle domande del manifesto da Parigi, dalla sede dell'Organizzazione internazionale della francofonia all'interno della quale riveste il ruolo di vice-presidente dell'Alto consiglio. Il documento che lei ed altri insigni diplomatici avete sottoscritto definisce quella attuale «la peggior crisi in Medioriente da anni», con possibili sviluppi molto pericolosi. Cosa intende segnalare il vostro campanello d'allarme? Si tratta di una crisi che non è stata risolta negli ultimi 50 anni, sfociata, a intervalli regolari, in scontri militari - l'ultimo dei quali è stato la guerra dei 34 giorni (tra Israele ed Hezbollah, ndr) dell'agosto scorso. Questo dimostra che si tratta di una crisi estremamente pericolosa. In giro per il mondo ci sono molte crisi che hanno trovato una soluzione pacifica nel giro di due, tre, cinque, dieci anni. Quella israelo-palestinese no, resta senza soluzione da più di 50 anni. Ma fino a quando non verrà risolta, ci saranno sempre interventi dall'esterno a favore dei diversi protagonisti: appoggio a Israele da parte degli Stati uniti, o ai palestinesi da altri paesi del Medioriente. È necessario capire che non si tratta di una crisi limitata a uno scontro tra palestinesi e israeliani. Negli ultimi 50 anni la crisi ha contrapposto i paesi arabi a Israele, con diverse guerre e l'intervento di molti eserciti. Una situazione di tensione capace di sviluppare una serie di azioni e reazioni tra tutti gli stati dell'area. Può avere ripercussioni sui regimi arabi, come quando l'Egitto entrò nel conflitto contro Israele nel 1948 e nel 1952 arrivò il colpo di stato militare (dei Liberi ufficiali Nasser e Neghib, ndr). La contesa permanente tra arabi e israeliani offre inoltre un terreno favorevole per lo sviluppo dell'estremismo nella regione. Gli estremisti hanno bisogno di avere un nemico e trovano nella disputa tra arabi e israeliani il modo migliore per propagandare le proprie idee di odio. Perché oggi, dopo i fallimenti di Oslo nel 1993, di Camp David nel 2000 e Taba nel 2001, una nuova conferenza internazionale dovrebbe funzionare? Non ho mai sostenuto che funzionerà, ma ciò che è importante è evitare di restarsene con le mani in mano. Fino a quando si negozia, anche se le trattative non portano risultati concreti, il negoziato stesso costituisce un mezzo per evitare il confronto militare. Non dico che è la strada migliore, ma rappresenta comunque un percorso. Il negoziato non serve necessariamente a trovare una soluzione definitiva, ma anche una via d'uscita temporanea che eviti lo scontro armato. L'iniziativa dell'International crisis group prende come riferimento le risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni unite (ritiro d'Israele dai Territori occupati nel 1967, secondo la formula "Terra in cambio di pace", ndr). Sul terreno però, con il muro e l'espansione delle colonie, il governo di Tel Aviv ha già cambiato profondamente la realtà... Israele ha trasformato la realtà sul terreno. Gli accordi internazionali possono cambiarla una seconda volta. Quelle risoluzioni devono rappresentare la base per una soluzione. Il fatto che il governo israeliano abbia deciso di evacuare le colonie di Gaza prova che la realtà sul terreno può essere modificata. E anche se in Cisgiordania vengono costruite decine di nuove case ogni giorno all'interno degli insediamenti, se vuole la pace, Israele deve avere il coraggio di cambiare anche questa realtà. Sottolineate anche l'importanza di una parte "terza", imparziale, che sovrintenda ai negoziati. Ma gli Usa, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, hanno appena posto il veto contro una moderata risoluzione di condanna d'Israele per il massacro di Beit Hanoun. L'Europa da parte sua continua il boicottaggio del governo palestinese eletto democraticamente. Chi può essere quella parte terza a cui fate appello? La parte terza restano, sfortunatamente, gli Stati uniti. Dobbiamo essere realistici: rappresentano l'unico paese che può giocare questo ruolo, così come hanno fatto per il trattato di pace tra Egitto e Israele, per la conferenza di Madrid del 1991 e all'inizio del processo noto come Oslo. Per altri conflitti si possono trovare anche mediatori differenti: è il caso del Darfur, della Costa d'Avorio o della Somalia, dove Francia, Gran Bretagna e anche paesi scandinavi possono svolgere un ruolo. Ma in questo caso speciale rappresentato dal conflitto tra arabi e israeliani c'è un solo mediatore. Washington può essere un mediatore disonesto, ma è l'unico che esiste attualmente. E l'Europa? L'Europa non ha la volontà politica, su questo problema è divisa. Alcuni paesi pensano di non poter fare nulla, altri dicono: potremmo provare a muoverci anche noi. Altri ancora se ne disinteressano. Ma ripeto, per la relazione molto speciale che esiste tra gli Stati uniti e Israele, per il fatto che gli Usa rappresentano ancora una super-potenza e per loro stessa volontà l'unico mediatore possibile è attualmente la Casa bianca. I diplomatici italiani si stanno mostrano molto attivi in Medio Oriente. Quale ruolo vede per D'Alema e compagni? La diplomazia italiana può esercitare la pressione necessaria sul mediatore, gli Stati uniti. Un'azione di questo tipo rappresenterebbe un contributo molto importante. Così come c'è una relazione speciale tra America e Israele, esiste un rapporto altrettanto stretto tra Roma e Washington. Se l'Italia ne avrà la volontà politica, potrà usare la sua relazione particolare per convincere il mediatore statunitense a impegnarsi per la pace tra palestinesi e israeliani. Quali sono oggi gli ostacoli principali per la riapertura del negoziato? Mancano leader dotati di carisma e popolarità tra la propria gente, come accadde con Sadat in Egitto e Begin in Israele, con Arafat e Rabin prima che quest'ultimo venisse assassinato. Con capi di stato o di governo di questo tipo, e un mediatore disposto a spendere tempo, soldi, energie e immaginazione, una soluzione può essere trovata. Ma il problema principale è che in questo momento chi dovrebbe fare il mediatore non è interessato a svolgere questo ruolo. Gli Stati uniti hanno altre priorità e non stanno spendendo abbastanza attenzione alla riconciliazione in questa parte del mondo. Se da mediatori facessero la giusta pressione sui governi israeliano e palestinese, i moderati nei rispettivi governi verrebbero rafforzati. Se al contrario - come stanno facendo gli Usa - non viene mosso un passo, gli estremisti dei due campi acquistano automaticamente un potere sempre maggiore.

torna a missione Onu

 

 

Medioriente, la fiera dei piani di pace - Michele Giorgio
Gerusalemme - Ormai siamo alla fiera dei piani di pace. Ma se la proposta di Spagna-Francia-Italia e quella dell'International Crisis Group puntano sulla fine delle ostilità, l'invio di caschi blu dell'Onu e un recupero della legalità internazionale che l'unilateralismo israeliano e statunitense hanno messo da parte, tutte le altre «soluzioni» non sono altro che minestre riscaldate, ovvero versioni, neppure tanto aggiornate, di iniziative presentate negli anni passati. Si continua a girare intorno al problema senza imboccare con decisione la strada della applicazione delle risoluzioni dell'Onu (e non solo) che appare l'unica in grado di condurre alla fine del conflitto. Non servono altre proposte di pace, nuove o riciclate. Il ritiro totale e immediato di Israele dai territori palestinesi (ma anche siriani) che ha occupato quasi 40 anni fa e l'assegnazione a Gerusalemme di uno status internazionale, così come prevedono alcune delle più importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, sono l'unico «piano di pace» possibile. Gli altri non fanno altro che perpetuare e legittimare l'occupazione. Non sorprende perciò il ritorno sulla scena dell'ex ministro laburista Yossi Beilin, oggi leader del partito della sinistra sionista «Meretz». Beilin, che è stato uno dei protagonisti degli anni della cosiddetta «pace di Oslo» (1993-2000) e che nel 2003 ha scritto con l'ex ministro palestinese Yasser Abed Rabbo il testo della «Iniziativa di pace di Ginevra», propone la cessazione immediata delle ostilità tra israeliani e palestinesi e l'avvio di uno scambio di prigionieri tra le due parti. In una seconda fase l'esponente politico pensa alla attuazione di un rispiegamento israeliano in Cisgiordania ma non in modo unilaterale - come avvenuto lo scorso anno a Gaza - ma concordato con l'Autorità nazionale palestinese. In seguito verrebbe proclamato uno Stato palestinese «provvisorio» e, dopo negoziati della durata di due anni, le due parti concorderanno il territorio definitivo dello Stato palestinese sulla base delle linee di armistizio precedenti alla guerra del 1967. Tenendo però conto dei «cambiamenti demografici» avvenuti sul terreno, ovvero dell'esistenza degli insediamenti colonici costruiti da Israele sulle terre confiscate ai palestinesi in violazione delle leggi e convenzioni internazionali. Beilin ha aggiunto che il suo è un tentativo di mettere insieme l'annunciato progetto del premier Ehud Olmert per un ritiro parziale dalla Cisgiordania con una «attiva partecipazione palestinese». Si riferisce alla disponibilità che Abu Mazen e un gruppo ben definito di dirigenti di Al-Fatah, guidati dall'ex ministro Mohammed Dahlan, hanno dato all'idea della proclamazione di uno Stato palestinese dai confini provvisori che, sospettano in tanti, finiranno per diventare permanenti, soprattutto se legati allo sviluppo del piano di Olmert che prevede annessioni di ampie porzioni della Cisgiordania a Israele e la creazione di fatto di «bantustan» palestinesi. Beilin ha aggiunto che la sua proposta è stata accolta con interesse da Abu Mazen. I due peraltro divennero noti nel 1993 per aver scritto a quattro mani una soluzione del problema di Gerusalemme che porta il nome di «Piano Beilin-Abu Mazen». Secondo quel piano i palestinesi dovrebbero proclamare il villaggio di Abu Dis, a tre km da Gerusalemme Est, capitale del loro futuro Stato e accontentarsi di raggiungere la spianata delle moschee nella Città Santa grazie un «corridoio» controllato da Israele. La proposta è finita nella pattumiera della storia, ma visti i tempi non è detto che non venga riciclata. Ad una soluzione per Gerusalemme si è dedicato anche lo scrittore israeliano A.B. Yehoshua, che si vanta di essere tra coloro che hanno suggerito all'ex premier Ariel Sharon di costruire il muro in Cisgiordania. Yehoshua, durante un incontro con i giornalisti italiani promosso dal Console generale d'Italia, Nicola Manduzio - al quale hanno preso parte anche il suo collega David Grossman e la scrittrice palestinese Soad Umari - si è detto convinto che le tre fedi monoteistiche potranno gestire al meglio i luoghi santi, e mettere fine al conflitto. I palestinesi, ha aggiunto, avranno il diritto di esercitare la loro sovranità sui quartieri orientali di Gerusalemme mentre Israele su quelli occidentali. Un perplesso David Grossman ha definito «prematura» l'idea avuta da Yehoshua il quale, per motivi non del tutto chiari, ha detto di ritenere l'Italia il paese più adatto a portarla avanti.
 

torna a missione Onu

Libano, nuova polveriera - Maurizio Matteuzzi
Il Libano è, non da ora, il luogo forse più ideale al mondo del cui prodest. A chi giova l'assassinio, ieri a Beirut, di Pierre Gemayel, oscuro come ministro dell'industria ma chiarissimo come rampollo di una genìa famosa nella storia recente del paese dei cedri? Il cui prodest s'impose quando furono assassinati il premier Rafiq Hariri, il giornalista Samir Kassir, il comunista George Hawi. E ora, dopo Pierre Gemayel? Il Libano, da sempre, è un tale guazzabuglio - politico, etnico, confessionale - che l'a-chi-giova diventa un giochino troppo facile. E inconcludente. A voler eliminare quelli che sono stati eliminati erano in tanti. Dentro il Libano e fuori. Con fior di argomenti. I sunniti del premier Siniora che temono di perdere il potere, gli sciiti che vorrebbero più spazio, il campo cristiano che potrebbe ricompattarsi per l'occasione, i drusi della banderuola Jumblatt, gli hezbollah che non riescono a far passare il governo di unità nazionale o l'idea di doversi prima o poi disarmare, poi i siriani che non si rassegnano alla perdita del Libano, il Mossad israeliano che ha interesse a renderlo ingovernabile, i francesi che continuano a brigare come fosse ancora un protettorato, gli americani che sono impantanati in Medio Oriente, i terroristi islamici di al Qaeda, l'Iran che sponsorizza il Partito di dio... Eppure scommetteremmo che oggi il dito sarà puntato solo sulla Siria e, in seconda battuta, sull'Iran. Noi non diciamo che è escluso possa esserci il loro zampino. Anche se, volendo attenersi al cui prodest, sarebbe difficile credere che i siriani (e anche gli iraniani), nel momento in cui Bush è costretto dalla deriva irachena a farli rientrare in gioco, siano così stupidi da far saltare il tavolo. Volendo sempre attenersi al cui prodest, si potrebbe dire che, dopo la loro prima non-vittoria (o peggio) nella guerra al Libano dell'estate scorsa, agli israeliani potrebbe fare comodo far saltare di nuovo i fragilissimi equilibri del Libano, specie adesso dopo che sono stati costretti a subire la forza multinazionale dell'Onu sul confine. O agli americani e i francesi per portare avanti l'idea insana di una cantonalizzazione etnico-religiosa del Libano. Come è accaduto nella ex-Jugoslavia e come si vorrebbe accadesse in Iraq. Mettiamo da parte il cui prodest. L'assassinio di Pierre Gemayel e i suoi effetti immediati sulla situazione libanese dimostrano una volta di più che il Libano e la Palestina e l'Iraq e il Medio Oriente sono arrivati a un punto di non ritorno. E' giusto chiedere che l'Italia si ritiri, subito, dall'Iraq e dall'Afghanistan, guerre di aggressione che hanno reso ancor più incontrollabile una situazione esplosiva. E' giusto aver mandato una forza multinazionale in Libano - nonostante le ambiguità e i rischi - e mandarne una a Gaza e Cisgiordania - anche se Olmert ha già liquidato l'iniziativa di Francia-Italia-Spagna come «un fattore di disturbo» -, per cercare di tenere a freno le smanie aggressive di Israele (che, secondo qualcuno dentro il centro-sinistra, «ha sempre ragione»), il vero fattore destabilizzante della regione, anche più di Hezbollah o di Hamas. Ma ormai non basta, bisogna fare di più e presto perché, se ai più poco importa - evidentemente - della sorte dei libanesi e dei palestinesi, il rischio è di fare il gioco di al-Qaeda.
torna a missione Onu

La Falange, la saga dei Gemayel - Stefano Chiarini
Il ministro dell'industria Pierre Gemayel, ucciso ieri a Beirut, era il più giovane esponente di una delle più importanti famiglie dell'ultradestra cristiano maronita, protagonista della guerra civile che ha insanguinato il paese per oltre quindici anni (1975-1989) e più in generale della storia del Libano degli ultimi trent'anni. Pierre Gemayel Jr. non aveva però nulla del carisma e del potere, spesso sinistro, di suo nonno Pierre - fondatore delle falangi dopo un viaggio a Berlino negli anni trenta - o dello zio Bechir, feroce unificatore delle milizie falangiste negli anni settanta, protagonista della pulizia etnica a danno dei palestinesi e dei musulmani di Beirut est durante la guerra civile, nonché alleato degli Usa e di Israele che lo insediarono alla presidenza durante l'occupazione del 1982. Ma anche della spregiudicatezza di suo padre Amin succeduto alla presidenza dopo l'uccisione del fratello Bechir Gemayel il 14 settembre del 1982, firmatario del trattato di pace separata del 1983 con Israele e poi rimasto al potere sino al 1998 dopo aver raggiunto una precaria intesa con il potente vicino di Damasco. Il ministro dell' industria ucciso ieri, avvocato di 34 anni, era il più giovane deputato del Parlamento anche se era stato eletto nel giugno 2005 grazie al via libera del suo acerrimo nemico il generale Michel Aoun da sempre contrario ai signori feudali della guerra, come i Gemayel e alle loro milizie. Pierre Gemayel era inoltre uno degli esponenti del gruppo di politici cristiani fondato sotto gli auspici del patriarca maronita Nasrallah Butros Sfeir nel 2000 con l'obiettivo di far cessare l'influenza di Damasco iniziata nel paese dei Cedri nel 1976 quando proprio l'ultradestra cristiano-maronita invocò l'intervento di Damasco contro i palestinesi e le forze musulmane e progressiste che stavano prevalendo nel corso della guerra civile. Un intervento «provvidenziale» quello della Siria a fianco delle feroci milizie della destra maronita che permise a quest'ultime, guidate da Bechir Gemayel, di completare a colpi di inenarrabili massacri la pulizia etnica dei palestinesi, dei «non cristiani» e dei «cristiani progressisti» nella parte orientale di Beirut. Una pulizia etnica che vide la distruzione di interi quartieri come la Qarantina, sul porto, con oltre mille morti, e del campo palestinese di Tal al Zataar, dove oltre 4.000 palestinesi, arabi, e immigrati vennero massacrati durante un assedio durato oltre un anno. Un massacro avvenuto sotto gli occhi degli ufficiali dell'esercito israeliano, finanziatore e sostenitore delle milizie falangiste, e grazie all'intervento di Damasco. Dimentico di questo grande «favore» fattogli da Damasco Pierre Gemayel, come suo padre Amin, ha partecipato poi in questi ultimi due anni al lancio della coalizione pro-Usa e pro-Francia delle forze del «14 marzo» che, dalla primavera 2005, dopo l'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri, assieme a forti pressioni internazionali, avrebbe spinto il regime di Bashar al- Assad a ritirarsi dal Libano. Pierre Gemayel, non era comunque un uomo di potere tanto che di lui si era parlato soprattutto quando, due anni fa, sostenendo la «superiorità genetica» dei cristiani libanesi argomentò che questi esprimevano «la qualità» contro la «quantità» dei musulmani. Un pilastro questo dell'idelogia del partito delle Falangi fondato da suo nonno Pierre nei primi anni trenta e da questi guidato dal 1937 al 1982 con al fianco, dagli anni settanta in poi suo figlio Bechir Gemayel, capo delle milizie e successivamente del partito stesso. Nel 1982 Bechir Gemayel fu eletto alla presidenza protetto dalle baionette israeliane ma venne ucciso nell'esplosione della sede centrale del partito ad Ashrafieh con gran parte dei dirigenti del partito prima ancora dell'insediamento. Nessun'altra famiglia come i Gemayel ha dato un contributo così rilevante alla nascita di una forma di ideologia di tipo vagamente popular-fascista con la quale l'ultradestra cristiano maronita, con alcuni settori dello stesso clero, ha cercato di dominare il paese dei cedri utilizzando il potere lasciato loro istituzionalmente dagli occupanti francesi e sancito nel «patto nazionale» del 1943 con la comunità sunnita. Ai cristiani, considerati maggioritari sulla base del censimento del 1932 (per questa ragione l'ultimo tenutosi in Libano), spettava la presidenza della repubblica con ampi poteri e il controllo dell'esercito, nonché la maggioranza dei deputati, ai sunniti la poltrona di premier e agli sciiti le briciole con la presidenza del parlamento. Un assetto istituzionale che già negli anni cinquanta non corrispondeva più alla realtà demografica, con una maggioranza musulmana, e che sarebbe stato messo in discussione prima nei moti del 1958, soffocati sul nascere dal primo sbarco dei marines e successivamente nel corso della guerra civile del 1975-1989 con oltre 150.000 morti. Guerra civile alla quale posero fine gli accordi di Taif del 1989-90 che imposero un riequilibrio parziale dei rapporti di forza a livello istituzionale con una diminuzione dei poteri del presidente maronita a favore del premier sunnita e che stabilirono una divisione a metà dei seggi del parlamento tra i musulmani, ormai oltre il 70% della popolazione, e i cristiani. Il tutto mettendo il paese sotto la tutela siriano-saudita, autorizzata dagli Usa. Questa intesa è stata poi rimessa poi in discussione negli ultimi tre anni proprio dal nuovo potere unipolare degli Usa decisi a disgregare, dopo l'Iraq anche la Siria e il Libano, premessa necessaria questa per imporre al mondo arabo una «pax israeliana» senza alcun ritiro dalla West Bank, dalle fattorie di Sheba e, soprattutto, dalle alture del Golan.
 

 

torna a missione Onu