Giordano chiede per la Palestina forze di
interposizione Onu
«La
manifestazione nazionale del 18 a MILANO per la Palestina e la pace in Medio
Oriente ha una valenza straordinaria per
il momento che stiamo vivendo globalmente, perché così può tornare a farsi
sentire la voce del popolo pacifista in un passaggio particolarmente delicato e
complicato della vicenda politica internazionale». Il segretario di Rifondazione
comunista, Franco Giordano, parla della mobilitazione fissata per sabato
prossimo. Ma lo fa qualificandola come la tappa immediata di un impegno ben più
ampio e di respiro strategico. L’agenda della politica estera non è - come
d’altronde difficilmente potrebbe essere - un pensiero secondario, subordinato,
nelle preoccupazioni e nelle proposte di un Prc che costruisce la Sinistra
europea. Né un aspetto rimovibile della valutazione sul governo Prodi e
sull’Unione, pur in tempo di priorità urgenti come l’esame della legge
finanziaria. Anche perché il momento vissuto mondialmente è, appunto, molto
particolare.
Segretario, le elezioni di mid term negli
Usa hanno marcato un rovescio dell’Amministrazione Bush e il diffuso dissenso
rispetto alle scelte di guerra, a partire dall’Iraq. Ma la Mesopotamia continua
a sprofondare nella tragedia bellica, lo mostrano i nuovi sanguinosi raid delle
truppe statunitensi come i sequestri e le uccisioni di massa a Baghdad. E in
Medio Oriente, in assenza di un intervento deciso della comunità internazionale,
con l’Onu bloccata dal veto dell’ambasciatore Usa Bolton contro ogni iniziativa
che si rivolga ad Israele, la Palestina vive le ore peggiori. Dov’è l’uscita
dall’unilateralismo?
E’ proprio questo il quadro che bisogna mutare. Da
una parte la situazione catastrofica in Palestina e in primo luogo lo stremo cui
è ridotta la sua popolazione. Dall’altra l’incancrenirsi della vicenda della
guerra in Iraq. E tutto ciò a fronte del fallimento organico della politica di
guerra preventiva promossa dall’Amministrazione di George W. Bush. Quel che
salta all’occhio è il degenerare ulteriore delle condizioni di vita reali,
mentre crolla l’impostazione strategica che per tanta parte ne è causa. Un
crollo sanzionato persino da un deficit di consenso interno, come hanno indicato
le elezioni politiche statunitensi. Insomma: c’è un fallimento che si manifesta,
ma lo fa spargendo i suoi veleni. Per questo è necessaria un’iniziativa decisa e
articolata del governo italiano. E insieme una capacità di trascinare un
intervento dell’Europa. La partita, anzitutto, si gioca sulla Palestina, per la
Palestina.
Perché, oggi, la questione palestinese è
decisiva?
Perché lo scopo proclamato della guerra preventiva
era la “stabilizzazione” dell’intera regione mediorientale. Invece tutti vediamo
cos’è oggi l’Iraq, mentre Iran e Siria sono ad un apice di tensione
internazionale. E in questo quadro il conflitto israelo-palestinese è giunto ad
un punto estremo, che interagisce con tutte le crisi: con Israele già lanciata
quest’estate in una nuova guerra, in Libano. Ci vuole un’azione fortissima:
diplomatica, politica e pacifista. Un’azione che sia grimaldello per una
stabilizzazione reale, fondata sul cambiamento nella giustizia. Che passa per la
costituzione riconosciuta di uno Stato di Palestina. Per questo dico che la
manifestazione del 18 è un’occasione di svolta.
Una svolta che, però, richiede la
conquista d’una nuova stagione nei rapporti internazionali generali: ne
intravvedi la possibilità?
Io penso che l’unilateralismo sia in una crisi
organica, sia nella sua forma più violenta all’insegna della guerra preventiva,
sia in quella apparentemente meno devastante com’era il ritiro da Gaza deciso da
Ariel Sharon. C’è poco da fare: occorre il riconoscimento degli interlocutori.
Così come in Libano l’intervento dell’Onu è stato possibile in virtù del
riconoscimento di tutte le parti sul campo, oggi bisogna che il negoziato per la
pace in Medio Oriente riparta dal riconoscimento degli interlocutori
palestinesi. Perciò scegliamo MIlano e non Roma, tra le piazze italiane del 18:
perché la piattaforma dell’appuntamento milanese è quella in cui più
esplicitamente viene ribadito «due popoli, due Stati». Questo è essenziale, in
un momento così decisivo.
Detta così, pare non basti ad evitarsi
paradossali accuse di unilateralismo: com’è capitato allo stesso Massimo D’Alema...
Per noi la sicurezza d’Israele è un valore. Ma non
può essere affidata allo stravolgimento d’ogni legalità internazionale, al Muro,
alla quotidiana vessazione delle popolazioni civili. La sicurezza d’Israele va
depositata sulla pace. E sul negoziato per conseguirla. Intanto, c’è il dato di
realtà: io credo che l’offensiva su Gaza e le sue conseguenze pongono un
problema di umanità. Ci dev’essere una rivolta etica. In assenza della quale ci
dovremmo tutti, terribilmente, rassegnare ad un punto di non ritorno. La ripresa
del negoziato e una Conferenza internazionale di pace possono essere il
deterrente contro il perpetuarsi della logica delle spirali di violenza dove,
per asimmetrici che siano, ai lanci di razzi Qassam rispondono i raid di Tsahal
e viceversa.
Ma l’Italia, che cosa può e deve fare per
contribuire a cambiare questa scena e conseguire quella negoziale?
A me pare che l’Italia possa svolgere un
ruolo. Ho trovato giuste e positive le affermazioni recenti del ministro D’Alema.
Dico che bisogna portarle alle loro conseguenze. E che si deve trovare il modo
di coinvolgere l’Europa per un’azione su queste linee.
Nel medio periodo ci sarà anche la carta
del seggio italiano in Consiglio di Sicurezza dell’Onu: come giocarla?
Il primo obiettivo dev’essere la pace per la
Palestina. Anche con un impegno diretto, fattivo delle Nazioni Unite: come nel
caso che si sperimenta in Libano.
Dunque, anche con un’interposizione dei
“caschi blu”?
Sì: anche là, per Gaza e per i Territori, si può
realizzare sul campo la garanzia dei confini. Con una forza simile e soprattutto
sostenuta da un analogo vincolo a negoziare.
La posta però si alza di continuo, sull’Iraq come sul Medio Oriente; anche con
la querelle sul nucleare dell’Iran, di cui l’Italia è primo partner commerciale
ma restando fuori dalla “troijka” dei negoziatori europei. Non sarà il caso di
assumere qualche responsabilità anche qui?
Penso che il nostro Paese possa svolgere utilmente anche una funzione negoziale
nel caso iraniano. Noi siamo stati contrari a tutte le ipotesi di sanzioni. Come
lo siamo ad ogni armamento nucleare: siamo d’accordo sul disarmo, bisogna
applicare la non proliferazione, ma occorre farlo per tutta la regione.
Tornando all’Ue e sapendo che ad esempio
il Consiglio europeo dei ministri degli Esteri una posizione sul Medio Oriente
l’ha pur assunta, ma senza indicare mezzi politici: cosa occorre per realizzare
una collocazione decisa ed efficace?
Parto dall’Italia: per svolgere quel ruolo che dicevo, e che porta con sé le
possibilità di un riorientamento dell’Europa, non basta collocarsi
internazionalmente in modo positivo. Occorre un salto di paradigma. Perché la
guerra fa sistema insieme al modello liberista. Dunque deve mutare il modello
sociale proposto, occorre fare della cooperazione e della ricerca d’incontro con
l’altra sponda del Mediterraneo gli impegni principali. Persino per collocazione
geografica, l’Italia ha interesse a guardare a Sud, cambiando molte cose: dalle
politiche dell’immigrazione a quelle culturali.
Dici d’una svolta verso Sud: ma tuttora
siamo alle prese con altro, con missioni militari che ereditano gli esiti della
guerra preventiva...
Per questo dico che bisogna disinvestire
strategicamente dall’Afghanistan e investire risorse, piuttosto, su un’altra
politica per il Medio Oriente. So bene che c’è differenza fra noi e l’Ulivo sul
giudizio e sulle dinamiche; anche se, vorrei notare, queste non fanno che darci
ragione. E ho apprezzato il fatto che D’Alema ha rilevato il limite
dell’intervento militare. Io direi che si tratta di un fallimento. Con un
corollario: la guerra non sconfiggerà mai il terrorismo. Ma quel che mi preme
indicare, adesso, è che si può trovare una via d’uscita appunto rimettendo la
bussola a Sud.
Anubi D’Avossa Lussurgiu (mercoledì 15 novembre
«Gli Usa non mediano. E i fanatici crescono»
-
Michelangelo
Cocco
«Sedersi attorno a un tavolo e negoziare. Non c'è altra soluzione. Non
basteranno uno o due anni, ci vorranno lunghi anni di trattative. Ci vorrà
del tempo per ricostruire l'atmosfera di fiducia degli Accordi di Oslo,
delle strette di mano tra Rabin e Arafat». La riflessione di Boutros
Boutros-Ghali è a prima vista segnata da profondo pessimismo. In realtà il
sesto Segretario generale delle Nazioni unite (dal gennaio 1992 al dicembre
1996) affronta il dibattito suscitato dall'Iniziativa per il Medio Oriente
dell'International crisis group - di cui è firmatario - con il realismo che
gli viene dai suoi 84 anni, la maggior parte dei quali vissuti nella
diplomazia internazionale. Già professore di diritto internazionale
all'Università del Cairo, Boutros-Ghali ha lavorato, dal 1977 al 1991, nel
ministero degli esteri egiziano, dove ha rivestito l'incarico di vice
ministro prima di sbarcare, al culmine della sua carriera politica, al
Palazzo di vetro di New York, dove il 1 gennaio 1992 entrò in carica come
Segretario generale. Il predecessore di Kofi Annan ha accettato di
rispondere alle domande del manifesto da Parigi, dalla sede
dell'Organizzazione internazionale della francofonia all'interno della quale
riveste il ruolo di vice-presidente dell'Alto consiglio. Il documento che
lei ed altri insigni diplomatici avete sottoscritto definisce quella attuale
«la peggior crisi in Medioriente da anni», con possibili sviluppi molto
pericolosi. Cosa intende segnalare il vostro campanello d'allarme? Si
tratta di una crisi che non è stata risolta negli ultimi 50 anni, sfociata,
a intervalli regolari, in scontri militari - l'ultimo dei quali è stato la
guerra dei 34 giorni (tra Israele ed Hezbollah, ndr) dell'agosto scorso.
Questo dimostra che si tratta di una crisi estremamente pericolosa. In giro
per il mondo ci sono molte crisi che hanno trovato una soluzione pacifica
nel giro di due, tre, cinque, dieci anni. Quella israelo-palestinese no,
resta senza soluzione da più di 50 anni. Ma fino a quando non verrà risolta,
ci saranno sempre interventi dall'esterno a favore dei diversi protagonisti:
appoggio a Israele da parte degli Stati uniti, o ai palestinesi da altri
paesi del Medioriente. È necessario capire che non si tratta di una crisi
limitata a uno scontro tra palestinesi e israeliani. Negli ultimi 50 anni la
crisi ha contrapposto i paesi arabi a Israele, con diverse guerre e
l'intervento di molti eserciti. Una situazione di tensione capace di
sviluppare una serie di azioni e reazioni tra tutti gli stati dell'area. Può
avere ripercussioni sui regimi arabi, come quando l'Egitto entrò nel
conflitto contro Israele nel 1948 e nel 1952 arrivò il colpo di stato
militare (dei Liberi ufficiali Nasser e Neghib, ndr). La contesa permanente
tra arabi e israeliani offre inoltre un terreno favorevole per lo sviluppo
dell'estremismo nella regione. Gli estremisti hanno bisogno di avere un
nemico e trovano nella disputa tra arabi e israeliani il modo migliore per
propagandare le proprie idee di odio. Perché oggi, dopo i fallimenti di
Oslo nel 1993, di Camp David nel 2000 e Taba nel 2001, una nuova conferenza
internazionale dovrebbe funzionare? Non ho mai sostenuto che funzionerà,
ma ciò che è importante è evitare di restarsene con le mani in mano. Fino a
quando si negozia, anche se le trattative non portano risultati concreti, il
negoziato stesso costituisce un mezzo per evitare il confronto militare. Non
dico che è la strada migliore, ma rappresenta comunque un percorso. Il
negoziato non serve necessariamente a trovare una soluzione definitiva, ma
anche una via d'uscita temporanea che eviti lo scontro armato.
L'iniziativa dell'International crisis group prende come riferimento le
risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni unite (ritiro d'Israele dai Territori
occupati nel 1967, secondo la formula "Terra in cambio di pace", ndr). Sul
terreno però, con il muro e l'espansione delle colonie, il governo di Tel
Aviv ha già cambiato profondamente la realtà... Israele ha trasformato
la realtà sul terreno. Gli accordi internazionali possono cambiarla una
seconda volta. Quelle risoluzioni devono rappresentare la base per una
soluzione. Il fatto che il governo israeliano abbia deciso di evacuare le
colonie di Gaza prova che la realtà sul terreno può essere modificata. E
anche se in Cisgiordania vengono costruite decine di nuove case ogni giorno
all'interno degli insediamenti, se vuole la pace, Israele deve avere il
coraggio di cambiare anche questa realtà. Sottolineate anche l'importanza
di una parte "terza", imparziale, che sovrintenda ai negoziati. Ma gli Usa,
al Consiglio di sicurezza dell'Onu, hanno appena posto il veto contro una
moderata risoluzione di condanna d'Israele per il massacro di Beit Hanoun.
L'Europa da parte sua continua il boicottaggio del governo palestinese
eletto democraticamente. Chi può essere quella parte terza a cui fate
appello? La parte terza restano, sfortunatamente, gli Stati uniti.
Dobbiamo essere realistici: rappresentano l'unico paese che può giocare
questo ruolo, così come hanno fatto per il trattato di pace tra Egitto e
Israele, per la conferenza di Madrid del 1991 e all'inizio del processo noto
come Oslo. Per altri conflitti si possono trovare anche mediatori
differenti: è il caso del Darfur, della Costa d'Avorio o della Somalia, dove
Francia, Gran Bretagna e anche paesi scandinavi possono svolgere un ruolo.
Ma in questo caso speciale rappresentato dal conflitto tra arabi e
israeliani c'è un solo mediatore. Washington può essere un mediatore
disonesto, ma è l'unico che esiste attualmente. E l'Europa? L'Europa
non ha la volontà politica, su questo problema è divisa. Alcuni paesi
pensano di non poter fare nulla, altri dicono: potremmo provare a muoverci
anche noi. Altri ancora se ne disinteressano. Ma ripeto, per la relazione
molto speciale che esiste tra gli Stati uniti e Israele, per il fatto che
gli Usa rappresentano ancora una super-potenza e per loro stessa volontà
l'unico mediatore possibile è attualmente la Casa bianca. I diplomatici
italiani si stanno mostrano molto attivi in Medio Oriente. Quale ruolo vede
per D'Alema e compagni? La diplomazia italiana può esercitare la
pressione necessaria sul mediatore, gli Stati uniti. Un'azione di questo
tipo rappresenterebbe un contributo molto importante. Così come c'è una
relazione speciale tra America e Israele, esiste un rapporto altrettanto
stretto tra Roma e Washington. Se l'Italia ne avrà la volontà politica,
potrà usare la sua relazione particolare per convincere il mediatore
statunitense a impegnarsi per la pace tra palestinesi e israeliani. Quali
sono oggi gli ostacoli principali per la riapertura del negoziato?
Mancano leader dotati di carisma e popolarità tra la propria gente, come
accadde con Sadat in Egitto e Begin in Israele, con Arafat e Rabin prima che
quest'ultimo venisse assassinato. Con capi di stato o di governo di questo
tipo, e un mediatore disposto a spendere tempo, soldi, energie e
immaginazione, una soluzione può essere trovata. Ma il problema principale è
che in questo momento chi dovrebbe fare il mediatore non è interessato a
svolgere questo ruolo. Gli Stati uniti hanno altre priorità e non stanno
spendendo abbastanza attenzione alla riconciliazione in questa parte del
mondo. Se da mediatori facessero la giusta pressione sui governi israeliano
e palestinese, i moderati nei rispettivi governi verrebbero rafforzati. Se
al contrario - come stanno facendo gli Usa - non viene mosso un passo, gli
estremisti dei due campi acquistano automaticamente un potere sempre
maggiore.
Medioriente, la fiera dei piani di pace
-
Michele Giorgio
Gerusalemme - Ormai siamo alla fiera dei piani di pace. Ma se la proposta di
Spagna-Francia-Italia e quella dell'International Crisis Group puntano sulla
fine delle ostilità, l'invio di caschi blu dell'Onu e un recupero della
legalità internazionale che l'unilateralismo israeliano e statunitense hanno
messo da parte, tutte le altre «soluzioni» non sono altro che minestre
riscaldate, ovvero versioni, neppure tanto aggiornate, di iniziative
presentate negli anni passati. Si continua a girare intorno al problema
senza imboccare con decisione la strada della applicazione delle risoluzioni
dell'Onu (e non solo) che appare l'unica in grado di condurre alla fine del
conflitto. Non servono altre proposte di pace, nuove o riciclate. Il ritiro
totale e immediato di Israele dai territori palestinesi (ma anche siriani)
che ha occupato quasi 40 anni fa e l'assegnazione a Gerusalemme di uno
status internazionale, così come prevedono alcune delle più importanti
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, sono l'unico «piano di pace»
possibile. Gli altri non fanno altro che perpetuare e legittimare
l'occupazione. Non sorprende perciò il ritorno sulla scena dell'ex ministro
laburista Yossi Beilin, oggi leader del partito della sinistra sionista «Meretz».
Beilin, che è stato uno dei protagonisti degli anni della cosiddetta «pace
di Oslo» (1993-2000) e che nel 2003 ha scritto con l'ex ministro palestinese
Yasser Abed Rabbo il testo della «Iniziativa di pace di Ginevra», propone la
cessazione immediata delle ostilità tra israeliani e palestinesi e l'avvio
di uno scambio di prigionieri tra le due parti. In una seconda fase
l'esponente politico pensa alla attuazione di un rispiegamento israeliano in
Cisgiordania ma non in modo unilaterale - come avvenuto lo scorso anno a
Gaza - ma concordato con l'Autorità nazionale palestinese. In seguito
verrebbe proclamato uno Stato palestinese «provvisorio» e, dopo negoziati
della durata di due anni, le due parti concorderanno il territorio
definitivo dello Stato palestinese sulla base delle linee di armistizio
precedenti alla guerra del 1967. Tenendo però conto dei «cambiamenti
demografici» avvenuti sul terreno, ovvero dell'esistenza degli insediamenti
colonici costruiti da Israele sulle terre confiscate ai palestinesi in
violazione delle leggi e convenzioni internazionali. Beilin ha aggiunto che
il suo è un tentativo di mettere insieme l'annunciato progetto del premier
Ehud Olmert per un ritiro parziale dalla Cisgiordania con una «attiva
partecipazione palestinese». Si riferisce alla disponibilità che Abu Mazen e
un gruppo ben definito di dirigenti di Al-Fatah, guidati dall'ex ministro
Mohammed Dahlan, hanno dato all'idea della proclamazione di uno Stato
palestinese dai confini provvisori che, sospettano in tanti, finiranno per
diventare permanenti, soprattutto se legati allo sviluppo del piano di
Olmert che prevede annessioni di ampie porzioni della Cisgiordania a Israele
e la creazione di fatto di «bantustan» palestinesi. Beilin ha aggiunto che
la sua proposta è stata accolta con interesse da Abu Mazen. I due peraltro
divennero noti nel 1993 per aver scritto a quattro mani una soluzione del
problema di Gerusalemme che porta il nome di «Piano Beilin-Abu Mazen».
Secondo quel piano i palestinesi dovrebbero proclamare il villaggio di Abu
Dis, a tre km da Gerusalemme Est, capitale del loro futuro Stato e
accontentarsi di raggiungere la spianata delle moschee nella Città Santa
grazie un «corridoio» controllato da Israele. La proposta è finita nella
pattumiera della storia, ma visti i tempi non è detto che non venga
riciclata. Ad una soluzione per Gerusalemme si è dedicato anche lo scrittore
israeliano A.B. Yehoshua, che si vanta di essere tra coloro che hanno
suggerito all'ex premier Ariel Sharon di costruire il muro in Cisgiordania.
Yehoshua, durante un incontro con i giornalisti italiani promosso dal
Console generale d'Italia, Nicola Manduzio - al quale hanno preso parte
anche il suo collega David Grossman e la scrittrice palestinese Soad Umari -
si è detto convinto che le tre fedi monoteistiche potranno gestire al meglio
i luoghi santi, e mettere fine al conflitto. I palestinesi, ha aggiunto,
avranno il diritto di esercitare la loro sovranità sui quartieri orientali
di Gerusalemme mentre Israele su quelli occidentali. Un perplesso David
Grossman ha definito «prematura» l'idea avuta da Yehoshua il quale, per
motivi non del tutto chiari, ha detto di ritenere l'Italia il paese più
adatto a portarla avanti.
Libano,
nuova polveriera
- Maurizio Matteuzzi
Il Libano è, non da ora, il luogo forse più ideale al mondo del cui prodest. A
chi giova l'assassinio, ieri a Beirut, di Pierre Gemayel, oscuro come ministro
dell'industria ma chiarissimo come rampollo di una genìa famosa nella storia
recente del paese dei cedri? Il cui prodest s'impose quando furono assassinati
il premier Rafiq Hariri, il giornalista Samir Kassir, il comunista George Hawi.
E ora, dopo Pierre Gemayel? Il Libano, da sempre, è un tale guazzabuglio -
politico, etnico, confessionale - che l'a-chi-giova diventa un giochino troppo
facile. E inconcludente. A voler eliminare quelli che sono stati eliminati erano
in tanti. Dentro il Libano e fuori. Con fior di argomenti. I sunniti del premier
Siniora che temono di perdere il potere, gli sciiti che vorrebbero più spazio,
il campo cristiano che potrebbe ricompattarsi per l'occasione, i drusi della
banderuola Jumblatt, gli hezbollah che non riescono a far passare il governo di
unità nazionale o l'idea di doversi prima o poi disarmare, poi i siriani che non
si rassegnano alla perdita del Libano, il Mossad israeliano che ha interesse a
renderlo ingovernabile, i francesi che continuano a brigare come fosse ancora un
protettorato, gli americani che sono impantanati in Medio Oriente, i terroristi
islamici di al Qaeda, l'Iran che sponsorizza il Partito di dio... Eppure
scommetteremmo che oggi il dito sarà puntato solo sulla Siria e, in seconda
battuta, sull'Iran. Noi non diciamo che è escluso possa esserci il loro zampino.
Anche se, volendo attenersi al cui prodest, sarebbe difficile credere che i
siriani (e anche gli iraniani), nel momento in cui Bush è costretto dalla deriva
irachena a farli rientrare in gioco, siano così stupidi da far saltare il
tavolo. Volendo sempre attenersi al cui prodest, si potrebbe dire che, dopo la
loro prima non-vittoria (o peggio) nella guerra al Libano dell'estate scorsa,
agli israeliani potrebbe fare comodo far saltare di nuovo i fragilissimi
equilibri del Libano, specie adesso dopo che sono stati costretti a subire la
forza multinazionale dell'Onu sul confine. O agli americani e i francesi per
portare avanti l'idea insana di una cantonalizzazione etnico-religiosa del
Libano. Come è accaduto nella ex-Jugoslavia e come si vorrebbe accadesse in
Iraq. Mettiamo da parte il cui prodest. L'assassinio di Pierre Gemayel e i suoi
effetti immediati sulla situazione libanese dimostrano una volta di più che il
Libano e la Palestina e l'Iraq e il Medio Oriente sono arrivati a un punto di
non ritorno. E' giusto chiedere che l'Italia si ritiri, subito, dall'Iraq e
dall'Afghanistan, guerre di aggressione che hanno reso ancor più incontrollabile
una situazione esplosiva. E' giusto aver mandato una forza multinazionale in
Libano - nonostante le ambiguità e i rischi - e mandarne una a Gaza e
Cisgiordania - anche se Olmert ha già liquidato l'iniziativa di
Francia-Italia-Spagna come «un fattore di disturbo» -, per cercare di tenere a
freno le smanie aggressive di Israele (che, secondo qualcuno dentro il
centro-sinistra, «ha sempre ragione»), il vero fattore destabilizzante della
regione, anche più di Hezbollah o di Hamas. Ma ormai non basta, bisogna fare di
più e presto perché, se ai più poco importa - evidentemente - della sorte dei
libanesi e dei palestinesi, il rischio è di fare il gioco di al-Qaeda.
torna a
missione Onu
La Falange, la saga dei Gemayel
-
Stefano Chiarini
Il ministro dell'industria Pierre Gemayel, ucciso ieri a Beirut, era il più
giovane esponente di una delle più importanti famiglie dell'ultradestra
cristiano maronita, protagonista della guerra civile che ha insanguinato il
paese per oltre quindici anni (1975-1989) e più in generale della storia del
Libano degli ultimi trent'anni. Pierre Gemayel Jr. non aveva però nulla del
carisma e del potere, spesso sinistro, di suo nonno Pierre - fondatore delle
falangi dopo un viaggio a Berlino negli anni trenta - o dello zio Bechir,
feroce unificatore delle milizie falangiste negli anni settanta,
protagonista della pulizia etnica a danno dei palestinesi e dei musulmani di
Beirut est durante la guerra civile, nonché alleato degli Usa e di Israele
che lo insediarono alla presidenza durante l'occupazione del 1982. Ma anche
della spregiudicatezza di suo padre Amin succeduto alla presidenza dopo
l'uccisione del fratello Bechir Gemayel il 14 settembre del 1982, firmatario
del trattato di pace separata del 1983 con Israele e poi rimasto al potere
sino al 1998 dopo aver raggiunto una precaria intesa con il potente vicino
di Damasco. Il ministro dell' industria ucciso ieri, avvocato di 34 anni,
era il più giovane deputato del Parlamento anche se era stato eletto nel
giugno 2005 grazie al via libera del suo acerrimo nemico il generale Michel
Aoun da sempre contrario ai signori feudali della guerra, come i Gemayel e
alle loro milizie. Pierre Gemayel era inoltre uno degli esponenti del gruppo
di politici cristiani fondato sotto gli auspici del patriarca maronita
Nasrallah Butros Sfeir nel 2000 con l'obiettivo di far cessare l'influenza
di Damasco iniziata nel paese dei Cedri nel 1976 quando proprio
l'ultradestra cristiano-maronita invocò l'intervento di Damasco contro i
palestinesi e le forze musulmane e progressiste che stavano prevalendo nel
corso della guerra civile. Un intervento «provvidenziale» quello della Siria
a fianco delle feroci milizie della destra maronita che permise a quest'ultime,
guidate da Bechir Gemayel, di completare a colpi di inenarrabili massacri la
pulizia etnica dei palestinesi, dei «non cristiani» e dei «cristiani
progressisti» nella parte orientale di Beirut. Una pulizia etnica che vide
la distruzione di interi quartieri come la Qarantina, sul porto, con oltre
mille morti, e del campo palestinese di Tal al Zataar, dove oltre 4.000
palestinesi, arabi, e immigrati vennero massacrati durante un assedio durato
oltre un anno. Un massacro avvenuto sotto gli occhi degli ufficiali
dell'esercito israeliano, finanziatore e sostenitore delle milizie
falangiste, e grazie all'intervento di Damasco. Dimentico di questo grande
«favore» fattogli da Damasco Pierre Gemayel, come suo padre Amin, ha
partecipato poi in questi ultimi due anni al lancio della coalizione pro-Usa
e pro-Francia delle forze del «14 marzo» che, dalla primavera 2005, dopo
l'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri, assieme a forti pressioni
internazionali, avrebbe spinto il regime di Bashar al- Assad a ritirarsi dal
Libano. Pierre Gemayel, non era comunque un uomo di potere tanto che di lui
si era parlato soprattutto quando, due anni fa, sostenendo la «superiorità
genetica» dei cristiani libanesi argomentò che questi esprimevano «la
qualità» contro la «quantità» dei musulmani. Un pilastro questo dell'idelogia
del partito delle Falangi fondato da suo nonno Pierre nei primi anni trenta
e da questi guidato dal 1937 al 1982 con al fianco, dagli anni settanta in
poi suo figlio Bechir Gemayel, capo delle milizie e successivamente del
partito stesso. Nel 1982 Bechir Gemayel fu eletto alla presidenza protetto
dalle baionette israeliane ma venne ucciso nell'esplosione della sede
centrale del partito ad Ashrafieh con gran parte dei dirigenti del partito
prima ancora dell'insediamento. Nessun'altra famiglia come i Gemayel ha dato
un contributo così rilevante alla nascita di una forma di ideologia di tipo
vagamente popular-fascista con la quale l'ultradestra cristiano maronita,
con alcuni settori dello stesso clero, ha cercato di dominare il paese dei
cedri utilizzando il potere lasciato loro istituzionalmente dagli occupanti
francesi e sancito nel «patto nazionale» del 1943 con la comunità sunnita.
Ai cristiani, considerati maggioritari sulla base del censimento del 1932
(per questa ragione l'ultimo tenutosi in Libano), spettava la presidenza
della repubblica con ampi poteri e il controllo dell'esercito, nonché la
maggioranza dei deputati, ai sunniti la poltrona di premier e agli sciiti le
briciole con la presidenza del parlamento. Un assetto istituzionale che già
negli anni cinquanta non corrispondeva più alla realtà demografica, con una
maggioranza musulmana, e che sarebbe stato messo in discussione prima nei
moti del 1958, soffocati sul nascere dal primo sbarco dei marines e
successivamente nel corso della guerra civile del 1975-1989 con oltre
150.000 morti. Guerra civile alla quale posero fine gli accordi di Taif del
1989-90 che imposero un riequilibrio parziale dei rapporti di forza a
livello istituzionale con una diminuzione dei poteri del presidente maronita
a favore del premier sunnita e che stabilirono una divisione a metà dei
seggi del parlamento tra i musulmani, ormai oltre il 70% della popolazione,
e i cristiani. Il tutto mettendo il paese sotto la tutela siriano-saudita,
autorizzata dagli Usa. Questa intesa è stata poi rimessa poi in discussione
negli ultimi tre anni proprio dal nuovo potere unipolare degli Usa decisi a
disgregare, dopo l'Iraq anche la Siria e il Libano, premessa necessaria
questa per imporre al mondo arabo una «pax israeliana» senza alcun ritiro
dalla West Bank, dalle fattorie di Sheba e, soprattutto, dalle alture del
Golan.