| RASSEGNA STAMPA |
Manifesto – 15.11.08
Un'Onda inarrestabile - Stefano Milani
ROMA - Altro che Onda, è un fiume in piena quello che ieri ha allagato le strade di Roma. «Siamo più di duecentomila»: il primo megafono entra a piazza Venezia intorno alle 13 e fa andare i decibel alle stelle. Ma in pochi riescono a sentire. Sicuramente la voce non arriva a chi sta in coda al corteo, in quella stessa ora fermo alla stazione Termini. Per chi non mastica le strade della Capitale circa due chilometri e mezzo più indietro. Un serpentone lunghissimo agli occhi di tutti, non per quelli della Questura (sai che novità) che stavolta estrae il numero 30.000 sulla ruota dei partecipanti. Più ragionevoli dei matematici rinchiusi nei piani alti del Viminale sono (per fortuna) i loro colleghi mandati in strada a presidiare. Polizia e carabinieri ci sono, e pure in gran numero, ma mai come stavolta controllano distanti. L'area è più distesa. Si dialoga, ci si confronta con la testa del corteo. La scintilla poteva nascere intorno alle 14, quando l'Onda decide (come da programma ufficioso) di non confluire a piazza Navona sotto il palco della Cgil, ma virare verso Montecitorio. Un'invasione pacifica in un luogo altamente simbolico, rivendicano gli studenti. Ma anche altamente rischioso e logisticamente ingestibile, rispondono dalla Questura, per via di quello sterminato dedalo di viuzze che risalgono fino al piazzale antistante la Camera dei deputati. Comincia la trattativa. Le due parti sembrano distanti. «Di qua non si passa», dice categorico un funzionario di polizia con le spalle rivolte a Palazzo Madama. E lì non si passerà. Ma un varco si apre qualche metro prima. Ed è lì che il corteo vira, e i caschi blu lasciano fare. Nessuna tensione, nessun momento caldo. A quel punto l'Onda prende tutta la sua spinta e risale. Un paio di elicotteri guardano tutti dall'alto. Camionette con i lampeggianti blu presidiano l'intera zona, ma con discrezione. Sarà perché le manganellate dello scorso venerdì agli universitari che tentarono di invadere i binari della stazione ferroviaria di Ostiense, sono sembrate eccessive un po' a tutti. Sarà perché è il giorno dopo la sconcertante, per non dire vergognosa, sentenza della Diaz e la reputazione nei confronti degli uomini in divisa da parte degli studenti (e tra questi c'è anche chi nel 2001 era a Genova manifestava) è ai minimi storici. E davanti a Montecitorio la sentenza shock non può non essere rimarcata a gran voce: «Noi la Diaz non la scordiamo». Ma lo slogan più gettonato è un altro: «Siete tutti pregiudicati». Rivolto ad entrambi: forze dell'ordine e parlamentari. Cori, scritte, striscioni irriverenti e mani alzate. «Sarà un corteo pacifico» avevano giurato alla vigilia i collettivi universitari. Sono stati di parola. Dopo una buona mezzora di «assedio» si riparte, destinazione piazza Venezia. Qualche turista, intrappolato nel caos calmo del centro storico, non capisce: «What happens?». «Manifestescion», gli risponde un celerino. Continua a non capire. Qualche studente poi devia per piazza del Pantheon e fa una pausa pranzo, proprio vicino a uno striscione con scritto "Gelmini, facce du' panini". Non tutti quelli che sono arrivati da fuori a Roma torneranno a casa, molti (sei-sette mila) passeranno la notte alla Sapienza, dove oggi e domani c'è l'assemblea nazionale. E' tempo di controriforma. Nel frattempo si sono fatte le quattro del pomeriggio, l'Onda arriva sotto l'Altare della patria e da lì comincia il deflusso verso le proprie facoltà. Si percorre a ritroso il tragitto d'andata. Ci si divide tra via Cavour e il Colosseo. Da una parte la Sapienza dall'altra Roma Tre. La tranquillità regna sovrana. E non poteva essere altrimenti. Basta guardarli fin dalla mattina per capire che gli intenti dell'Onda sono tutt'altro che bellicosi. Per difendersi, l'esercito del surf usa scudi di gommapiuma. Così si presenta la testa del corteo partito dalla Sapienza. Scudi personalizzati, ognuno con un titolo di un libro e relativo autore. E la biblioteca umana spazia tra i generi più diversi: da Alice nel paese delle meraviglie a l'Iliade, da Il maestro e Margherita di Bulgakov a Gomorra, dall'Etica di Spinoza fino al Kamasutra (quest'ultimo di gran lungo il più testo gradito dalla folla e non solo). A simboleggiare la «cultura come unico mezzo di difesa», ma anche a sottolineare le tante, tantissime anime che compongono quest'Onda sterminata. Che si ingrossa man mano che si avvicina alla stazione Termini. Ad aspettarli ci sono gli studenti medi e tutte le altre onde anomale arrivate con treni più o meno "speciali", da ogni angolo del Belpaese. Milano, Venezia, Torino, Firenze, Napoli. Senza trascurare chi è arrivato in pullman o in macchina ed è stato ore imbottigliato nel famelico traffico capitolino, prima di poter sciogliere il proprio striscione e schiarire la voce. O chi, come Paolo studente al terzo anno di Giurisprudenza, partito ventiquattr'ore prima da Frosinone è arrivato pedalando in sella alla sua inseparabile "Graziella". «Quella usata da mio padre sessantottino». Siamo quasi a metà di via Cavour quando l'Onda appare davvero. Anche visivamente. E' un telone azzurro, di quelli dei lavori in corso, e davanti centinaia di bandierine blu sventolanti a simulare «l'Onda che vi travolge». Dietro ancora migliaia di studenti con le loro storie, i loro striscioni, le loro speranze. Ci sono i precari dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare con la scritta "RICERCAti in Europa, senza futuro in Italia". C'è "Geologia in lotta" che protesta «contro la fossilizzazione della cultura». E, ancora dietro, "Pisa per il sapere" insieme agli studenti napoletani che marciano al suono rullante dei tamburi. Altro simbolo dell'Onda. Culturale sì, ma anche gioiosa e spensierata. Che non sventola nessuna bandiera politica, che non ostenta nessuna ideologia particolare, ma che canta a squarciagola una hit di qualche estate fa del Piotta: «Mai quest'onda mai mi affonderà/gli squali non mi avranno mai/quest'onda mai mi affonderà/Sha la la la la/Sha la la la la/Sha la la la la la/un'altra volta un'altra onda/Sha la la la la/Sha la la la la la/quanto resisterai...». Punto interrogativo. Questa è la vera scommessa dell'Onda adesso. Quanto resisterà? Perché dopo aver toccato ieri il suo apice ora è a rischio riflusso, in pericolo secca. «Non credo che siamo ai titoli di coda», rassicura Giorgio Sestili, studente di Fisica e uno dei leader del movimento. «Certo dopo oltre un mese di mobilitazioni e occupazioni nelle varie facoltà la stanchezza si fa sentire. Ma è solo una questione fisiologica, il progetto dell'Onda si è ben cementificato tra gli studenti, e sono convinto che questo progetto durerà nel tempo. Ci sono ancora troppe battaglie da portare avanti, e tutte importantissime». Oltre la 133, i tagli all'istruzione, le università pubbliche destinate a trasformarsi in fondazioni, c'è anche aria di aumento delle tasse, di ridimensionamento delle strutture didattiche e di chiusura dei laboratori. Insomma dopo l'autunno caldo, seguiranno un inverno e una primavera tutt'altro che tiepidi nelle università italiane. E a quel punto l'Onda è pronta a straripare nuovamente.
Professione ricercatore - Eleonora Martini
ROMA - Fisici, biologi, filosofi, chimici, statistici. Fa una strana impressione vederli sfilare insieme nelle strade di Roma, abituati come sono più agli angusti laboratori nostrani che alle manifestazioni di piazza. Eppure si sono armati di striscioni megafoni e volantini dove hanno spiegato per filo e per segno i motivi della loro protesta. Indossano magliette bianche dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, o arancione con su scritto «+tagli -precari -ricerca = zero futuro». Concreti, sobri, razionali. Sono i cervelli italiani, non quelli in fuga ma quelli schiacciati dallo stivale italico. Scienziati, docenti e ricercatori, quasi tutti precari. Non hanno certo l'entusiasmo trascinante dell'Onda studentesca che anche ieri ha invaso la capitale, perché la loro angoscia ha il respiro corto: non guarda al futuro, si ferma al presente. I tagli della legge 133 e l'ormai famigerato decreto Brunetta non lasciano loro alcuno scampo: il limite dei tre contratti da precario in cinque anni lo hanno superato quasi tutti da un pezzo. Hanno belle idee e si sentono cittadini d'Europa, ma di serie B. Davanti a loro c'è solo delusione, oltre alla disoccupazione. In tanti hanno aderito ieri allo sciopero nazionale indetto da Cgil e Uil (ma forse solo oggi si sapranno i dati di astensione dal lavoro), e in diecimila, forse più, provenienti dalle tante università e da ogni ente di ricerca d'Italia, hanno sfilato da Bocca della Verità fino a piazza Navona, dietro lo striscione d'apertura «Flc-Cgil, Uil Università Afam e ricerca, insieme per il futuro del paese». Non solo docenti e ricercatori, ma anche personale tecnico amministrativo, pochi però gli studenti. Molti, i più giovani, hanno preferito infatti l'altro corteo, magari solo per partecipare alla grande festa dell'Onda. Ma chi ha scelto di sfilare tra le bandiere rosse e azzurre dei sindacati (quasi tutta Cgil) non a caso ha lasciato la testa della manifestazione ai precari degli enti pubblici di ricerca con il loro striscione unitario. Infn, Ingv, Inaf, Ispra, Isfol, Cnr, Istat, Enea: dietro anonime sigle ci sono migliaia di giovani e non più giovani ricercatori grazie ai quali, per dirla con una battuta in voga, «Berlusconi può permettersi i capelli». Ma se fosse solo per questo, si potrebbe anche fare a meno della ricerca. Le conseguenze ben più serie dei provvedimenti governativi invece si capiscono meglio se ci si addentra nei laboratori del Centro di ricerca sperimentale del Regina Elena di Roma. Dove decine di ragazze, che ieri sfilavano in camice bianco, si occupano di «onconogenesi molecolare». Grazie a queste biologhe, tra i 25 e i 40 anni, progredisce nel nostro paese la ricerca contro il cancro. Annalisa, che ha 39 anni ed è precaria da dieci, studia il tumore alla prostata. Sembra quasi una beffa, ma il suo staff è composto solo da donne. E nessuna, tranne la capogruppo, è assunta a tempo indeterminato. Con contratti a progetto o borse di studio, i loro stipendi variano da 700 a 1.100 euro al mese, senza copertura per malattie e ferie, senza Tfr e senza contributi per la pensione. E per comprarsi un'auto a rate hanno ancora bisogno della garanzia finanziaria dei genitori. «Se mi venisse un cancro, o se aspettassi un figlio - racconta Francesca, 37 anni e borsista da 12 - perderei la borsa di studio senza alcuna possibilità di recuperarla». Racconta di aver cambiato nella sua lunga carriera precaria cinque laboratori e tutti «fatiscenti, con i topi, con strumenti vecchi di vent'anni, senza stampanti o un buon collegamento internet, assolutamente inutili per la ricerca e poco sicuri per noi». Eppure la sua capogruppo ha vinto il premio Nusug, molto ambito e assegnato ai migliori ricercatori del mondo. «Con quei soldi ci ha pagato i nostri stipendi, i computer, le sedie e la cancelleria». Nessuna di loro ha mai potuto accedere ai concorsi, anche perché l'ultimo, «che risale a dieci anni fa, l'ha vinto la mia direttrice, l'unica che aveva i requisiti legali per farlo, e non è stato facile nemmeno per lei». «Con questi tagli, la ricerca la faremo...su Google», è scritto su un lenzuolone. «Autonomia universitaria è sapere e democrazia», è invece il contributo della II Università di Napoli. A chiedere autonomia finanziaria sono anche i fisici dell'Infn, «perché si possano stabilizzare i 600 precari senza più limiti e poter finalmente far progredire i progetti di ricerca». «È assurdo - spiega Tommaso Spadaro - che si regali ad altri paesi l'esperienza unica di quei giovani che sanno far funzionare, ad esempio, le strutture del Cern di Ginevra. Dobbiamo a tutti i costi evitare che i criteri di valutazione siano come quelli scelti per l'università, che sono definite virtuose solo in base al bilancio». Doppiamente colpiti dal decreto Brunetta e dalla legge Gelmini sulle scuole, i «precari da sempre» dell'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica (ex Indire) fanno sapere che il contratto della maggior parte dei loro 154 lavoratori è in scadenza a fine anno. E poco importa che tra i loro compiti ci sia l'innovazione tecnologica delle scuole, «come ad esempio l'introduzione delle lavagne interattive multimediali», fiore all'occhiello della ministra dell'Istruzione. I giovani dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr portano per cappello la sagoma di uno scarpone-Italia che schiaccia cervelli. «Quelli che non sono fuggiti e soffrono in patria». Fanno parte di uno staff di cui nemmeno il capogruppo è assunto regolarmente e che è appena riuscito a farsi finanziare un progetto con fondi europei. «È incredibile che Brunetta metta un limite ai contratti a tempo determinato, che di solito durano non più di un anno, senza sapere che un progetto ha una durata standard di 4 anni e non è pensabile cambiare ricercatori a metà percorso - spiega Gianluca Baldassarre - e tra l'altro il Dl del ministro non considera i contratti di assegno di ricerca e i co.co.co come forma di precariato». «Ma ricordate - è l'augurio scandito in uno slogan - pestare cervelli non porta fortuna».
Chi paga la crisi - Galapagos
«Noi la crisi non la paghiamo» hanno gridato ieri decine di migliaia di studenti contro contro i tagli. Una speranza che rischia di rimanere tale. E non solo in Italia: i governi di tutto il mondo finora hanno dimostrato di avere a cuore più il denaro che gli uomini. Per il sistema finanziario le risorse sono arrivare a pioggia, mentre per chi perderà il lavoro e per rilanciare la crescita - possibilmente con un modello di sviluppo differente - nulla è stato fatto. Ma ora il ministro Scajola ha fatto una promessa: entro Natale il governo varerà un pacchetto per il sostegno delle imprese e dei redditi, ma solo quelli molto bassi. Non trattandosi di buttare soldi in aeroporti liguri, il ministro non ha fretta: se la prende comoda. Purtroppo Natale è già fuori tempo massimo. Ma la colpa non è solo di questo governo: la crisi che avanzava era evidente da mesi. Già nell'ultimo periodo del governo Prodi i segnali di scricchiolii si avvertivano, ma nessuno li ha sentiti. Ora la crisi è esplosa e rimettere l'economia italiana sul sentiero di crescita sarà durissimo. Ieri l'Istat ci ha detto che nel terzo trimestre il Pil è diminuito dello 0,5% rispetto al secondo trimestre che già aveva segnato una caduta dello 0,4%. Siamo in recessione «tecnica» dicono gli esperti con riferimento ai due trimestri consecutivi di declino del prodotto lordo. Di tecnico, però, non c'è nulla: la recessione è «reale». Lo dimostra un dato: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno il Pil segna una caduta dello 0,9%: non solo non si è creata ricchezza, ma siamo diventati più poveri. I dati indicano che sarà una recessione lunga e dura. Il ricordo va a quella del '92-'92 quando il Pil per sei trimestri consecutivi registra cadute. Da quella recessione l'Italia uscì solo «grazie» alla feroce svalutazione della lira che rilanciò la competitività delle merci italiane. Ma il risultato per il lavoro fu drammatico: un milione di posti di lavoro furono distrutti e il reddito di milioni di persone cadde pesantemente. Negli anni successivi - a partire dal '93 - i conti con l'estero dell'Italia segnarono enormi attivi, anche 50 mila miliardi di lire. Quell'enorme tesoretto non fu sfruttato dalle imprese per investire e innovare, ma per buttarsi nella finanza, pretendendo (e ottenendo) dai vari giorni di allora una riforma del mercato del lavoro. Ovvero flessibilità per contenere non solo i salari, ma anche per iniziare a frantumare le organizzazioni sindacali. Oggi siamo allo stesso punto. Con l'aggravante delle «raccomandazioni» della Bce che invita i governi a frenare le richieste salariali. Cioè a far pagare la crisi al reddito fisso. E rispetto a 15 anni fa c'è una differenza non da poco: non c'è più la lira, capace con le continue svalutazioni a ridare «droga» alle imprese. E la crisi sarà pesante soprattutto nel tessuto più industrializzato del paese: il Nord Est che soffrirà pesantemente della recessione che coinvolge anche la Germania del quale è un fornitore di semilavorati, un terzista collettivo.
«Chi non c'è sbaglia». Epifani attacca Bonanni - Sara Farolfi
ROMA - «Chi non c'è sbaglia». Non si può dar torto al segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ieri in corteo nella giornata di mobilitazione di università e enti pubblici di ricerca indetta da Cgil e Uil. Revocare la propria adesione a trentasei ore da una manifestazione, come ha fatto la Cisl, è un fatto che dovrebbe avere dell'incredibile. Non per chi non pensa di avere un mandato di rappresentanza, di dovere cioè rendere conto a qualcuno delle proprie decisioni. E' quanto spiegavano ieri anche alcuni delegati Uil durante il corteo: «Fidarsi solo della parola del governo non può essere sufficiente per ritirarsi da uno sciopero e la cosa ha creato parecchi problemi nei rapporti tra vertice e territori. La Uil ha confermato l'adesione perché nessuna garanzia è stata messa per iscritto». A Bonanni è bastato invece mettere piede nelle stanze del ministero per pensare di avere già incassato qualcosa. Ma con i tempi che corrono - con il leader Cisl ancora ieri pervicace nel negare l'intimo parterre di qualche giorno prima a casa del premier Berlusconi - stupisce fino a un certo punto. La manifestazione, come era facilmente prevedibile, è stata un successo (100 mila persone in piazza, secondo gli organizzatori). Trainata da un'Onda incontenibile, rinvigorita da una partecipazione eccedente quella dei soli iscritti Cgil o Uil, e in un clima di protesta montante che punta dritto allo sciopero generale del 12 dicembre. «Il massimo che la categoria potesse esprimere», per dirla con le parole di un navigato dirigente sindacale. «Non ci fermeremo - dice dal palco di piazza Navona Mimmo Pantaleo, neo segretario generale Flc Cgil - Il governo ha il dovere di discutere e di rispondere alla nostra piattaforma e chiediamo che la stessa posizione di soggetto contrattuale venga riconosciuta anche al grande movimento studentesco». Dell'incontro con la ministra Gelmini, Pantaleo fornisce tutt'altra versione: «Mettete da parte la vostra piattaforma e si può iniziare a discutere, questo ci ha detto Gelmini, e sono parole inaccettabili». «Strana idea di innovazione, trasformare l'istruzione in un fatto privato», dicono i tanti precari dal palco. Dal dottorando consapevole di essere alla mercè del 'barone' di turno, ai tanti precari degli enti pubblici di ricerca, in molti vincitori di concorso pubblico e ciò nonostante a concreto rischio di essere spediti a casa. «C'è una richiesta forte di riforme e non di tagli - commenta Epifani - Gelmini apra un vero confronto, senza soldi e con i tagli non c'è riforma che tenga». Curioso il fatto che a manifestazione in corso (indetta, ricordiamo, non dalla sola Cgil ma anche dalla Uil), il segretario della Uil, Luigi Angeletti, si sperticasse a dare del «partito politico» al sindacato di corso d'Italia. Le stesse parole usate dal ministro Brunetta, ma la cosa è curiosa fino a un certo punto dopo il precedente della scuola, con Bonanni e Angeletti, il 30 ottobre scorso, a precipitarsi giù dal palco della protesta per correre nella sede del ministero a firmare il rinnovo del contratto. Il clima, in quanto a relazioni sindacali, è pessimo. E, aggiungiamo, il livello è molto basso: ieri era anche la terza giornata di mobilitazione dei dipendenti pubblici (nel Sud e isole) e la Cisl ha non solo fatto le veci del ministro, ribaltando i dati di partecipazione forniti dalla Cgil, ma preparato il tutto - pare - organizzando assemblee ad hoc per boicottare lo sciopero. La Fp Cgil ha annunciato ieri un'altra giornata di mobilitazione, nazionale questa volta, tra gennaio e febbraio. Il combinato disposto di tutto ciò ha avuto come unica conseguenza positiva di ricompattare ciò che fino a pochi mesi fa sembrava incomponibile in casa Cgil, dove ora si lavora alacremente per preparare lo sciopero generale del 12 (che alcune categorie, come gli edili, hanno già dichiarato di 8 ore). E non ha mancato (prevedibilmente) di scatenare malumori in casa Pd, dove le diverse anime vicine alla Cgil (ex Ds) o alla Cisl (ex Margherita) sembrano convivere ultimamente da separati in casa. Forse a scanso di polemiche, il silenzio del partito democratico sulla manifestazione di ieri è stato quasi assordante. In piazza c'era il Prc: Ferrero e Bertinotti. Mentre, pressoché unico esponente «democratico», l'ex dirigente Cgil, Achille Passoni: «Rispetto tutte le posizioni in campo, ma in questo caso la Cisl ha sbagliato», dice Passoni. Walter Veltroni si dice «molto preoccupato per le divisioni sindacali»: «Il governo lavora per dividere e il Pd giudica questo tentativo grave e contrario all'interesse del paese». Sui tentativi (riusciti) del governo non ci sono dubbi, ma c'è anche qualcuno - e questo Veltroni non lo dice - che evidentemente si presta al gioco senza tante storie.
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Manifesto – 14.11.08
Vi spieghiamo il perché del nostro no alla Gelmini – Sapienza occupata
Sapienza occupata Abbiamo attraversato settimane di intensa mobilitazione, che hanno visto la partecipazione di migliaia di studenti e precari di tutte le università, nelle occupazioni, nelle manifestazioni spontanee, nei blocchi dei nessi produttivi nelle città. La parola d'ordine, che ha viaggiato con la rapidità della propagazione delle onde, «Noi la crisi non la paghiamo!», è l'espressione di un'intelligenza collettiva che si forma nelle lotte ed esprime completa il rifiuto a pagare i costi della crisi globale. Da più di un mese assistiamo al crollo sistematico delle borse mondiali, preludio alla vera crisi, quella dell'economia reale. Chi è sopravvissuto fino ad oggi indebitandosi con le banche sarà esposto al rischio di perdere da un lato la capacità d'acquisto e dall'altro la fonte principale di finanziamento dell'apparato produttivo e industriale. In Italia la risposta del governo è chiara: racimolare soldi tagliando indiscriminatamente la spesa pubblica per sostenere il sistema bancario. La legge 133 prevede infatti una serie di provvedimenti volti a «razionalizzare e ridurre la spesa e il debito pubblico». Tra i settori che più vengono colpiti da tagli e privatizzazioni ci sono scuole, università e ricerca. Infatti, insieme alla drastica riduzione del personale, si prevede la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazione di diritto privato, cancellando così il carattere pubblico dell'istruzione come sancito dalla Costituzione. Non ci sorprendiamo, sono ormai 15 anni che università e ricerca non vengono considerati come settori strategici in cui investire, sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra. Crediamo che l'uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. «Noi la crisi non la paghiamo» significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi 133 e 137, in quanto strumenti principali di dismissione di scuola ed università. Occorre ora continuare ad immaginare una nuova analisi adeguata alla controffensiva proposta dal governo proprio in questi ultimi giorni. Le linee guida dell'ultimo decreto Gelmini sull'università, aldilà delle presunte «astuzie» comunicative, ci consegnano il quadro più complessivo del tentativo di riforma: differenziare i finanziamenti per gli atenei, usare la retorica del merito per dequalificare i saperi e costruire gerarchie nel mercato del lavoro, imporre una presunta logica dell'efficienza produttiva per innalzare le rette, rafforzare i numeri chiusi e introdurre i prestiti d'onore, ovvero quel meccanismo del debito che sostanzia i processi di finanziarizzazione del welfare, così come la loro crisi. Proprio tale dispositivo (ampiamente dispiegato nella corporate university , ma che già qualifica in nuce la specificità del sistema didattico del 3+2 e dell'ultimo decreto di Mussi) diventa proposta politica ed economica da un lato per privatizzare l'università, dall'altro far pagare direttamente agli studenti i costi della formazione. Di fronte a questo programma, la proposta di copertura delle borse di studio per gli idonei non vincitori è una magra consolazione, il tentativo di un governo in profonda crisi di avanzare una mediazione minima, nel tentativo di innalzare una flebile diga per arginare qualcosa di molto travolgente. Questo qualcosa si chiama onda anomala. L'assemblea nazionale di domani e domenica sarà un'occasione di discussione importante per tutte le facoltà e gli atenei in mobilitazione, non solo per intensificare la critica rispetto alla legge 133 e ai futuri sviluppi delle politiche di governo, ma soprattutto per concepire una prima discussione che si ponga come obiettivo quello di garantire l'estensione e la durata di questo movimento. Progetto solo in apparenza ambizioso, se si considera che le condizioni per dare una dimensione di complessività e di continuità a questa protesta già si stanno affermando: questo movimento, infatti, nel contestare delle riforme specifiche, già rivolge una critica più ampia a tutto il sistema della formazione e del lavoro. Nel corso di questa mobilitazione, infatti, ogni giorno già poniamo in essere un modo radicalmente differente di attraversare e vivere le nostre università, di creare saperi, di condividere conoscenze e relazioni, di costruire e ripensare alla radice il concetto di pubblico. Si tratta ora, con questa prima discussione nazionale, di definire un progetto ampio che riesca ad immaginare i discorsi e le pratiche comuni attraverso cui continuare a far vivere la straordinarietà di quello abbiamo fin qui prodotto. E di progettare un'autoriforma, cioè di dar vita non solo a un'assemblea programmatica, ma a un momento costituente, in cui tutti insieme definire una proposta di riforma possibile per l'università. Criticare il definanziamento e il progetto di dismissione del sistema formativo significa infatti non attestarsi alla conservazione dell'università esistente, come l'abbiamo vissuta fino ad ora, perché quell'università è il luogo di moltiplicazione della precarietà, di dequalificazione dei saperi, della subordinazione al potere baronale. La sfida, ben più radicale, è di individuare le tracce progettuali attraverso cui trasformare l'università, non in un più o meno lontano futuro ma nel presente. L'unica riforma possibile è quella che abbiamo già iniziato a praticare come studenti, ricercatori e dottorandi. L'autoriforma è per noi l'affermazione concreta di quell'esercizio di libertà collettiva che stiamo conquistando, la pretesa minima di un movimento che già si sta esprimendo in tutta la propria indipendenza e irrappresentabilità da partiti e sindacati. Rifiutare di delegare ad altri la decisione sull'università significa cominciare a definire linee di autonormazione attraverso cui far vivere un nuovo modello della formazione. L'autoriforma è infine il modo per continuare ad agire all'altezza e oltre la crisi, per costruire tutti insieme un campo nuovo di possibilità dentro e fuori le università, continuando a propagare e a organizzare le onde. Perché il tempo della trasformazione è qui e comincia ora. Anzi, è già cominciato.
L'invasione dei 100 mila - Stefano Milani
ROMA - Quanto sarà alta l'Onda? Ce la farà ad allagare Roma? E, soprattutto, riuscirà straripare nei piani alti di Palazzo Chigi e far cambiare rotta alla Gelmini? Oggi la risposta, per quella che si prospetta come la più grande manifestazione dell'università e della ricerca vista negli ultimi anni in Italia. Le previsioni di affluenza sorridono agli organizzatori, un po' meno quelle metereologiche. Dopo il nubifragio di ieri nuvoloni neri minacciano anche oggi il cielo della capitale. Ma come fa l'Onda ad aver paura dell'acqua? E difatti sarà invasione. «Saremo più di centomila», confidano dai collettivi. La macchina (auto)organizzativa è stata fin qui perfetta. Decine di treni sono partiti da diverse stazioni del Belpaese: Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Bari. Vagoni "speciali" a prezzo politico chiedevano gli studenti, "sconto comitiva", ha risposto picche Trenitalia. Chi non si è accontentato allora ha tirato fuori la propria auto dal garage o si è fatto otto ore di pullman stipato come una sardina. Ogni mezzo è buono per esserci. Troppa è la voglia di manifestare, perché «la legge 133 deve essere ritirata. Subito», continuano a chiedere insistentemente i ragazzi dell'Onda. Ma chi non riuscirà a partire per Roma non starà certo con le mani conserte. Stessi slogan riecheggeranno in diverse città italiane: da Palermo a Ragusa, a Caltanissetta, Trani, Barletta, Foggia, Perugia, Teramo, Prato, Siena, Treviso, Venezia, Padova, Torino, Cuneo, Bergamo, Genova. Contro una legge «ammazza futuro» e ammazza istruzione che fino al 2010 taglierà di un terzo il finanziamento ordinario alle università (702 milioni di euro in meno nel 2010 e 835 milioni nel 2011) e limiterà i fondi da erogare agli enti di ricerca. In piazza contro la 133 ma non solo. Gli studenti oggi chiederanno anche altro: una progressiva riduzione delle tasse universitarie, l'eliminazione dei blocchi all'accesso (numero chiuso), lo scardinamento del sistema 3+2 con l'abolizione dei crediti, più borse di studio, alloggi e servizi, maggiori fondi alla ricerca, trasparenza nei concorsi, abolizione dei contratti atipici e lavoro stabile ai precari. Richieste che diventeranno motivi di discussione nella prima assemblea nazionale dell'Onda (in programma domani e domenica sempre a Roma nelle facoltà occupate della Sapienza, www.ateneinrivolta.org per consultare il programma completo dei vari workshop) e che poi si materializzeranno in una controproposta degli studenti da presentare al governo e al ministro Gelmini. In totale saranno quattro i cortei di oggi a Roma. La partenza è per tutti fissata alle 9:30. Dalla Sapienza, al grido «Noi la crisi non la paghiamo», si muoverà il troncone più numeroso, composto dagli universitari del più grande ateneo d'Europa, che aumenterà di volume man mano che si avvicinerà a piazza dei Cinquecento. Lì, infatti, si accoderanno gli studenti medi, arrivati dalla vicina piazza Barberini, e i fuorisede e i ritardatari scesi dalla stazione Termini. Poi il tragitto classico: via Cavour, via dei Fori imperiali, piazza Venezia. Sotto il Vittoriano l'Onda toccherà la sua altezza massima venendo a contatto con il terzo corteo proveniente da piazzale dei Partigiani a Piramide, con gli universitari e ricercatori di Roma Tre. A questo punto si tenterà l'intentabile: fuoriuscire dalla manifestazione ufficiale indetta dai sindacati (che parte dalla Bocca della Verità e diretto a piazza Navona) e marciare compatti verso Montecitorio per «un'invasione simbolica e pacifica, a mani alzate e volto scoperto». Ma solo il sentore è bastato a far scattare l'allerta in Questura che domani schiererà sulle strade capitoline un numero "speciale" di caschi blu e camionette. Ordine del Viminale che vede fantasmi travestiti da «facinorosi» aggirarsi per le vie dell'Urbe, perciò ribadisce: linea dura contro chiunque proverà a violare le "zone rosse". Ma l'Onda alza le mani e rassicura: «Siamo sì anomali, ma soprattutto non violenti».
Se l’Italia vuole far l’americana - Benedetto Vecchi
L'università regolata secondo una logica imprenditoriale, con fonti di finanziamento diversificate, che vanno dal generoso flusso di investimenti pubblici alle donazioni di fondazioni private legate a grandi corporation, dai ricavati delle royalties dei brevetti derivanti all'attività di ricerca «interna» alle rette degli studenti, acquisite direttamente o attraverso il prestito d'onore. A questo va aggiunta la possibilità di «reclutare» i docenti e i ricercatori sul mercato, puntando a una individualizzazione del rapporto di lavoro. E visto che le merci prodotte sono alquanto particolari - l'immateriale sapere, ma anche una forza-lavoro acculturata vanno attivate tutte le procedure per certificare la loro qualità e per valorizzare il marchio, cioè il nome dell'università. Sicuramente un laureato in legge a Harvard ha maggiori possibilità di trovare un buon lavoro di chi è laureato, ad esempio, a Austin, nel Texas. Ma se la laurea riguarda un master in computer science, il campus di Austin è più titolato del campus di Miami. In altri termini, va ricercata l'eccellenza, perché questo garantisce la riproduzione del flusso di finanziamenti. È questa, schematicamente, la composizione del bilancio e la spinta alla competizione di una research university o di una teaching university statunitense proposti sia dall'attuale compagine governativa che da alcuni opinion makers per il nostro paese, come testimonia l'editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della sera di alcuni giorni fa. Certo, a leggere le notizie e le analisi che vengono dall'altra parte dell'Atlantico ogni dubbio è lecito sul buon stato di salute dell'università made in Usa. Ma la critica al modello della formazione statunitense non dovrebbe sottolinearne solo le crepe e le antinomie. Semmai dovrebbe rintracciare il venir meno della forza propulsiva di un modello formativo che si è andato affermandosi nel corso del Novecento da quando il filosofo John Dewey ne definì le linee essenziali. È noto che Dewey sottolineò che il compito principale della scuola e dell'università era di fornire un sapere fortemente orientato alle richieste del mercato del lavoro. Da buon pragmatico, l'autore di Scuola e società e Democrazia e educazione era altresì convinto che un sistema della formazione efficiente dovesse prevedere una ricerca scientifica di base impermeabile alle pressioni delle imprese, ma comunque aderente agli imperativi degli «interessi nazionali». Per questo motivo, Washington doveva mettere a punto un insieme di norme affinché i risultati della ricerca potessero essere di pubblico dominio per tradurli in innovazioni tecnologiche, di prodotto e organizzative. Un modello, quello di John Dewey, sopravvissuto al suo ispiratore, avendo tuttavia la capacità di modificarsi al ritmo dei mutamenti intervenuti nel mercato del lavoro e delle necessità dell'economia capitalista statunitense. Ma è con gli anni Ottanta che entra in una crisi che costringe a una diversa modulazione nel rapporto tra formazione scolastica e mercato del lavoro. Un decennio, quello della controrivoluzione neoliberale, che vede insediarsi al centro della scena il tema della formazione permanente. Le università devono quindi adeguarsi e proiettare la loro azione su un piano globale. Da qui la crescita dell' e-learning e delle università telematiche. La rete accentua così la crisi dell'università come centro deputato alla formazione superiore, ma al tempo stesso è il dispositivo che potrebbe consentire il suo superamento, grazie alla trasformazione dell'università come nodo di una rete deputata alla formazione di una forza-lavoro flessibile e adeguata alle competenza necessarie richieste da una organizzazione produttiva altrettanto flessibile. Ma se questa è la tendenza al di là dell'Atlantico, nel vecchio continente e in Italia la formazione e il lavoro sono mondi che cercano di tessere un legame che trova un ostacolo nel carattere peculiare della merce, il sapere, che la formazione dovrebbe produrre. È da oltre un decennio che ogni proposta di riforma del sistema universitario incontra resistenza. Nella Francia degli anni Novanta e all'alba del nuovo millennio, c'è rivolta della «materia grigia», così come si sono autodefiniti i movimenti sociali universitari di protesta. Lo stesso in Spagna e in Grecia. La rivendicazione è di un'autonomia del sapere dalla logica economica dominante. E mentre i governi nazionali e il parlamento europeo parlano della costruzione di una «società della conoscenza», di formazione permanente e di rapporto tra lavoro e formazione, nelle università tematiche dell'autoformazione e della costituzione di «università autonome» costituiscono lo sfondo in cui collocare la critica contro i tentativi di importare il modello statunitense e l'altrettanto radicale presa di distanza da una concezione dell'università come dispositivo preposto alla formazione della futura classe dirigente e di una forza-lavoro che fa sue le regole dominanti fuori le mura degli atenei. In altri termini, le università diventano il laboratorio per la costituzione di un sistema della formazione di una forza-lavoro adeguata al capitalismo contemporaneo, ma anche le forme di resistenza ad esso. E questo è evidente nella riforma Berlinguer-Zecchino, in quella di letizia Moratti e nelle linee guida presentate nelle settimane scorse daall'attuale ministro Mariastella Gelmini. In primo luogo, perché è cambiata la composizione sociale della popolazione studentesca. L'accesso al sapere e il diritto allo studio sono oramai considerati diritti sociali di cittadinanza non mediabili. È questa una delle eredità del Sessantotto che viene oramai considerato un a priori insindacabile che rende impraticabili tutti i tentativi di riforma dell'università che vogliono limitare o solo regolamentare l'accesso al sapere. C'è poi il fatto che molti giovani sperimentano un rapporto intermittente con il mondo del lavoro sin da quando frequentano le università. La condizione studentesca attuale contempla dunque l'esperienza dell'intermittenza lavorativa, mentre l'università funziona come un dispositivo che deve educare proprio a quella precarietà che diviene il carattere dominante nei rapporti di lavoro nel capitalismo dominante. Da qui la rivendicazione di un'autonomia del sapere e dell'università dal mondo delle imprese. Non per riproporre l'antico modello universitario, ma come critica permanente della sapere in quanto forza produttiva. Ma ciò che è dirimente in queste settimane di mobilitazione nelle università italiane è il venir meno di quell'alleanza con i docenti, che hanno sempre costituito uno dei poteri forti negli atenei. La condizione studentesca non è più un «rito di passaggio» alla vita adulta, ma una forma di vita che assume la precarietà e la formazione permanente come terreni conflittuali. È forse in questo fattore che l'onda mostra la sua anomalia. Non c'è più separazione tra condizione studentesca e mondo del lavoro. Gli studenti si presentano in società come forza-lavoro già attiva, che ha imparato la lezione del modello statunitense e di quello vigente nei paesi europei. Entrambi sono considerati propedeutici a una limitazione delle libertà: di movimento, di espressione, di progettare la propria vita. Non è una fuga in avanti, ma l'onda anomala di queste settimane è espressione di quella mutazione delle forme di assoggettamento alle regole del lavoro salariato che tanto nella vecchia Europa che negli Stati Uniti sono la posta in palio nella ridefinizione delle università come un nodo di un sistema della formazione che dovrebbe accompagnare uomini e donne dalla culla alla tomba all'interno di un mercato del lavoro dove la precarietà è condizione necessaria e sufficiente. L'anomalia di questo movimento sta proprio nel rifiutare questo nesso tra formazione e lavoro.
L'ideologia tardo liberista della riforma - Marco Bascetta
C'è una ragione più profonda dell'arroganza, della stupidità e dell'approssimazione che sottendono la riforma Gelmini (quella della scuola e quella, nota per il momento solo nelle sue linee guida, dell'università) che spiega il rifiuto deciso e generalizzato con cui si è scontrata. Pur essendo perfettamente in linea con le riforme di destra e di sinistra degli ultimi decenni (con la sola aggiunta di qualche indigesta molestia ideologica) essa paga lo svantaggio di giungere al termine di un ciclo, quello dell'ubriacatura neoliberista, che ha ormai sperimentato tutti i possibili fallimenti, disatteso promesse, frustrato aspettative, aperto una lunga e tetra prospettiva di crisi. Un solo esempio. I nostri turboriformatori arrivano oggi a proporre il «prestito d'onore», un dispositivo che indebita gli studenti fino al collo per finanziarsi gli studi. Una volta laureati e oberati di debiti, questi ultimi saranno costretti, in una condizione di estrema incertezza del mercato del lavoro, ad accettare qualunque cosa per saldare il conto e difficilmente riusciranno a saldarlo. Come suona in un mondo che sta affogando in un mare di debiti impagabili e di crediti inesigibili una siffatta trovata? Comprereste un derivato che contiene il debito studentesco? L'intero disegno della riforma, accecato dall'ideologia, putrefatto prima di nascere, ha qualcosa di postumo. Procede come se ci trovassimo in una fase di espansione dell'economia liberista, in un pullulare di aziende che investono in ricerca e innovazione, in presenza di una crescita dei redditi familiari pronti ad investire in formazione e cultura. Procede, insomma, tra menzogne e patetici decisionismi, in un mondo di pura fantasia. Si continua a farneticare di «capitale umano» (espressione ripugnante quant'altre mai) quando questo «capitale» è in continuo deprezzamento, di «imprenditori di sé stessi» quando questi ultimi sono tutti alla bancarotta. Quanto all' «economia reale» o alla «politica reale» non restano che i tagli della spesa e il salasso per chi ancora aspira al «lusso» di una formazione culturale. Riproporre una idea aziendalista della formazione a questo punto e in questo contesto non è solo asineria, è crimine. Gli esiti di questa impostazione, inaugurata dalla sinistra, con l'intento del tutto velleitario, e quindi mai realizzato, di adeguare l'istruzione al mercato del lavoro, sono sotto gli occhi di tutti: precarietà del reddito e precarietà del sapere stesso, prodotto con pochi soldi e in tempi tanto rapidi quanto rapida è l'obsolescenza delle scarne conoscenze acquisite. Questo chiedevano infatti il famoso mercato del lavoro e la leggendaria lungimiranza delle imprese italiane, quel tanto di formazione sufficiente a soddisfare la contingenza e al prezzo più basso possibile. E questa è anche la sostanza reale del feticcio del momento: la meritocrazia. Il merito, fuor di retorica, è una misura che appartiene a chi lo elargisce, ai suoi bisogni e alle sue aspettative: fai quel che serve, nel tempo che siamo disposti a concederti e a costi compatibili. Roba da Renato Brunetta, gustosa caricatura del responsabile di un piano quinquennale sovietico. Questo «merito» non ha nulla a che spartire con il talento o con il sapere, che puntano sempre «oltre» le aspettative della contingenza, che comportano generosità e «spreco», guardano al futuro e non alla piatta riproduzione del presente. Per merito non si intende, invece, altro che un disciplinato processo di adeguamento. Un amico con il gusto del paradosso mi disse una volta scherzosamente che tra i raccomandati, per caso, qualche mente brillante ci poteva pure scappare, ma nel gregge dei disciplinati meritevoli era una eventualità da escludere del tutto. Tra i giovani del movimento circola insistentemente un paragone tra la disponibilità del governo (di tutti i governi liberisti) a investire denaro pubblico nel salvataggio di banche e assicurazioni e la volontà incrollabile di risparmiare nel settore dell'istruzione e della ricerca. È un confronto pertinente e tutt'altro che demagogico. L'intervento pubblico nel settore finanziario si motiva con l'argomento che lì sono racchiuse ormai tutte le nostre vite e le nostre risorse, pensioni, previdenza, risparmi e redditi. Si tratterebbe cioè di un problema che riguarda ormai l'interesse generale della società. Nel sistema della formazione, si potrebbe obiettare, è racchiuso il nostro futuro inteso non solo come potenzialità di sviluppo economico, ma anche come il grado di civiltà cui una collettività può aspirare. E quest'ultimo non si misura con un gretto rapporto costi-benefici, ma comporta, proprio perché proiettato in avanti, sempre un'eccedenza rispetto alle necessità del momento, al pareggio dei conti. Tutto questo riguarda o no l'interesse generale di una società ben più che la «capitalizzazione umana» dei singoli? Ma nelle università, insistono i riformatori armati di mannaia, ci sono sprechi, baronie, clientelismi, privilegi, stravaganze didattiche. Certamente. E le banche non sono forse infestate di truffatori veri e propri, manager privi di scrupoli, taglieggiatori, trabocchetti, burocrazie, indecenti spese di rappresentanza? Chi chiederà conto di ciò? Tra queste due antiche istituzioni la differenza è semplice, l'una sviluppa il sapere (che oggi è comunque appropriato e sfruttato), l'altra il profitto, l'una è istituzione della società, l'altra un potere forte. E non è bastato a una lunga scia di solerti riformatori applicare la terminologia bancaria al mondo della formazione per cancellare le differenze. Quanto al grado di crisi in cui versano il sistema creditizio e quello della formazione è una bella lotta. I tagli all'istruzione sono una scelta politica, come politico è il movimento che li avversa. Sotto attacco è infine il carattere pubblico dell'istruzione. Non solo sul versante dei tagli. L'aver reso precario ed effimero il sapere trasmesso attraverso la frammentazione e l'immiserimento del percorso formativo (più per delirio pedagogico dei programmatori di stato che per tornaconti baronali) ha costretto un gran numero di giovani, comunque disoccupati e precari, ad acquistare continuativamente sul lucroso mercato privato della formazione nuove competenze, a loro volta, quando non truffaldine (si veda il catalogo demenziale dei master), scadenti e a breve scadenza. Adesso si agita il miraggio della trasformazione delle università in fondazioni private alla ricerca di fantomatici finanziamenti, che comunque, già nella loro spettrale improbabilità, spingeranno gli atenei a riorganizzare la didattica secondo un gretto utilitarismo estraneo a ogni spirito critico di autonomia e innovazione. Ma bisogna tenere ben distinta, nella polemica contro i processi di privatizzazione della formazione, l'idea di istruzione pubblica da quella di istruzione statale. L'idea cioè di una sfera in cui si eserciti lo spirito critico dei soggetti che vi operano collettivamente e che interpretano i molteplici e diversificati bisogni culturali di una società in trasformazione, dall'omogeneizzazione dell'istruzione intorno a un rigido repertorio di valori nazionali o patriottici, col dovuto contorno di inni e alzabandiera, cui probabilmente tendono la nuova «educazione alla cittadinanza» targata Gelmini e certamente gli oscuri desideri delle formazioni di estrema destra che cercano di parassitare il movimento. È questo lungo processo di degenerazione e disciplinamento della formazione, che è anche un preciso disegno gerarchico, autoritario e statico di società, che l'onda anomala investe in queste settimane, riallacciandosi a un filo di pensiero critico che si era cominciato a tessere ai tempi della pantera, nel passaggio tra gli anni '80 e i '90. Ma allora la forza intatta della controrivoluzione liberista, il dilagare dell'ideologia aziendalista e le sue promesse di promozione sociale per tutti, nonché l'affezione della sinistra per rapporti sociali e forme di lavoro giunti al tramonto, avevano costituito un solido argine contro il discorso critico Oggi sono Berlusconi e la Gelmini, i giapponesi nella giungla, nel loro intento di assoggettare scuola, università e ricerca a un sistema economico che frana da tutte le parti. «Non pagheremo la vostra crisi» non significa solamente rifiutare i tagli che si accingono a demolire l'istruzione pubblica, ma rifiutare anche di essere risucchiati nel gorgo di regole e di credenze che la crisi economica sta mettendo alle corde. Dall'università e dalla natura extraeconomica della ricchezza che vi si può produrre parte un forte messaggio rivolto all'intera società.
«Una fisica d'asporto» - Iaia Vantaggiato
Roberto Casalbuoni si è «innamorato» della ricerca quando - ancora ragazzo - gli capitò tra le mani un libro di Paul de Kruif titolato Cacciatori di microbi . La sua passione, all'epoca, era la biologia. L'amore per la fisica teorica sarebbe arrivato solo dopo. Casalbuoni leggeva Cock e Pasteur ma frequentava un istituto tecnico che poco quella passione gli consentiva di coltivare. E tuttavia. «E tuttavia - racconta - l'amore per la ricerca era troppo forte perché potessi resistergli. Un amore che fa soffrire quando non riesci a risolvere un problema ma che, al tempo stesso, diventa fonte di gioia indescrivibile quando quella soluzione arriva». Oggi Roberto Casalbuoni è preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali presso l'università di Firenze nonché direttore dell'Istituto Galileo Galilei per la fisica teorica. Ricerca di base e vita quotidiana. Da profani, qual è il nesso e perché dovrebbe interessarci la pura speculazione? Le rispondo con un esempio. Quando negli anni '20 è nata la meccanica quantistica si trattava solo di un gioco per fisici teorici e sperimentali, fisici che si 'occupavano' di atomi ma che raramente si 'preoccupavano' delle possibili applicazioni delle loro ricerche. Ebbene, senza quelle ricerche la maggior parte degli oggetti tecnologici con cui abbiamo ormai a che fare tutti i giorni - dai cd player ai computer ai transistor alle cellule fotoelettriche - non esisterebbero. Stiamo parlando di ottant'anni fa. Veniamo a tempi più recenti. Internet. E le spiego. Quando al Cern si è cominciato a progettare l'Lhc - l'acceleratore di particelle antesignano del Lep - oltre quattromila fisici di tutto il mondo hanno preso a collaborare tra loro così che si è posto il problema della diffusione e della condivisione delle informazioni. Internet è nato allora e, con Internet, tutti i diversi protocolli di comunicazione che sul web si trovano. Quattro eccellenze su sei - in Italia e secondo i dati del Che, l'agenzia tedesca specializzata nel ranking delle migliori università europee in campo scientifico - riguardano la fisica. Quando, dove e con chi nasce la nostra tradizione? Sicuramente le due figure italiane più importanti - prima della guerra - sono state Orso Maria Corvino a Roma e Antonio Garbasso a Firenze. Ed entrambi hanno cercato di attuare proprio quella politica di cui oggi si sente tanto bisogno. Vale a dire? Reclutare le menti più brillanti. Enrico Fermi, appena laureato, venne a Firenze chiamato da Garbasso e vi rimase dal '22 al '25. Quindi, questa volta su invito di Corvino, si trasferì a Roma. E lo stesso accadde, di nuovo a Firenze, a personaggi come Rossi, Gilberto Bernardini e Beppe Occhialini. Firenze e Roma, dunque. Sì, sono questi i due poli che in qualche maniera hanno contribuito a far nascere la tradizione della fisica italiana. Una fisica, preciso, che si indirizzò verso quello all'epoca rappresentava il campo d'indagine d'avanguardia, la fisica nucleare. Ma nel '38 arrivano le leggi razziali. Già. Dopo le leggi razziali la maggior parte di questi studiosi lasciò il Paese e in Italia rimase solo Edoardo Amaldi, uno dei famosi ragazzi di via Panisperna, che mise su l'Istituto nazionale di fisica nucleare e che divenne il primo direttore del Cern. Una figura chiave quella di Amaldi. Assolutamente sì. Innanzitutto perché fece in modo che l'Infn non finanziasse solo ricerche di fisica nucleare ma favorisse anche altri campi della fisica. E poi perché, grazie ai suoi rapporti con i ricercatori americani, contribuì a far sì che la fisica italiana - a differenza di altre discipline - si internazionalizzasse immediatamente. E oggi qual è il ruolo dell'Italia? In molti ambiti, soprattutto in quello delle particelle elementari, l'Italia è leader nel mondo. Ma non è tutto. Solo per restare all'acceleratore di particelle di cui parlavamo primo, sono circa 600 i fisici impegnati alla sua realizzazione. Lavorano in tutti gli atenei italiani e a coordinarne l'attività è l'Infn. E' pronta l'industria italiana a investire nella ricerca di base? La nostra industria è basata su piccole entità più che altro interessate alla ricerca applicata. Tutto il contrario di ciò che accade in Usa o, addirittura, in Corea. In Corea? Già, la Corea del sud ha fortemente finanziato la ricerca di base, in particolare quella biofisica, e ciò ha determinato un circolo virtuoso che alimenta, insieme alla ricerca, lo sviluppo industriale. Lo stesso, in Cina. Noi, invece, decidiamo per i tagli. All'università, ci viene detto, non alla ricerca. La gran parte della ricerca in Italia si fa nelle università così che i tagli all'università non possono che ripercuotersi sulla ricerca. Che senso ha produrre fior fiori di ricercatori per poi costringerli ad emigrare? Un laureato ci costa sull'ordine dei 500 milioni, 250mila euro. E noi questi soldi li buttiamo letteralmente via. Solo per fornirle un dato: lo sa che quasi il 50% dei ricercatori dell'analogo francese del Cnr, il Cnrs, sono italiani e con regolare contratto? Ma in Italia non viene mai nessuno? Un fisico teorico giapponese che è venuto a Pisa tanti anni fa ha deciso di restare. Sì, può succedere che qualcuno ci rimanga. Per sbaglio.
«Ma l'eccellenza non si diagnostica» - Iaia Vantaggiato
Una vita «normale», quella di Salvatore Settis che della massima eccellenza Italia - la Scuola Normale di Pisa appunto - è stato studente, docente e direttore. Che cos'è l'eccellenza e come se ne accerta l'esistenza? La prima regola è che l'eccellenza non può essere autodiagnosticata. Non a caso, per misurarla, esistono già dei parametri internazionali ampiamente elaborati e tuttavia più adatti alla valutazione delle scienze dure che a quelle umane. Si riferisce alla cosiddetta classificazione di Shangai? Quella di Shangai è di certo la classificazione più famosa anche se spesso riportata dalla maggior parte della stampa italiana in maniera grossolana. Non si può fornire una classifica delle università di tutto il mondo senza tenere conto della loro dimensione. Ora è chiaro che una università con 3-4mila professori come la Sapienza 'produce' molto di più rispetto a un'università al cui interno lavorano 40 docenti. Parametri di produttività scientifica, lei dice. Cosa intende? Certo non il numero di pagine stampate quanto piuttosto il loro valore, un valore quantificabile - sempre ammesso che una quantificazione oggettiva sia possibile - attraverso gli indici di citazione e il cosiddetto «impact factor», il fattore di impatto della ricerca. In molti lamentano l'assenza, in Italia, di un sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Si tratta di una considerazione troppo netta e poco veritiera. Per anni, presso il ministero, ha operato un Comitato per la valutazione del sistema universitario nazionale (Cnvsu) e recentemente, con il ministro Moratti, è stato anche creato un comitato per la valutazione della ricerca, il Civr, che ha prodotto dei risultati tutto sommato accettabili. Poi che è successo? Poi, purtroppo, è successo che Mussi, per fare meglio, ha ideato un'Agenzia per la valutazione che avrebbe dovuto tenere unite la valutazione della didattica e quella della ricerca. Un'idea ottima, sembrerebbe. Assolutamente sì anche se l'ex ministro ha sottovalutato le difficoltà insite nel progetto. Difficile, con quella maggioranza così rissosa, condurre in porto un disegno di legge di questo tipo. Conclusione? L'Agenzia non è partita e il lavoro dei comitati già esistenti è rimasto bloccato. Ora pare che l'idea del ministro Gelmini sia quello di riattivare entrambi i comitati. In fondo mi sembra un'idea giusta anche se non mi piace l'idea di una valutazione che mantenga separate didattica e ricerca. Ricerca e didattica. Tagli a parte, si può pensare di separarle? Per noi, per la Scuola Normale intendo, didattica e ricerca sono una cosa sola. Dunque se la scure si abbatte sull'università, a cadere sarà anche la ricerca. Certo. Consideri peraltro che, in regime di autonomia, le università sono autorizzate a spendere i soldi del bilancio come meglio credono. Sa cosa significa questo o, perlomeno, cosa ha significato per noi? Che negli ultimi anni io e altri miei colleghi siamo riusciti ad aumentare i fondi interni per la ricerca istituendo borse di 30-50mila euro per i migliori progetti presentati. Un'esperienza che, sotto la scura dei tagli, è destinata a non ripetersi più. Rimarranno pur sempre altri enti di ricerca come il Cnr. E' vero anche se voglio sottolineare, ancora una volta, che buona parte della ricerca - in Italia si fa nell'università e con i fondi delle università anche a fronte di progetti congiunti come il laboratorio di neurofisiologia che la Normale «condivide» con il Cnr. Mettiamo pure che i fondi del Cnr non vengano tagliati ma se ad essere tagliati saranno i fondi della Normale, metà o forse più di questo laboratorio non potrà più funzionare e i ricercatori saranno costretti a tornarsene a casa. E' inutile continuare a dire che i provvedimenti del decreto Tremonti non colpiranno la ricerca. L'hanno già colpita. Ma le «eccellenze», in Italia, riguardano solo le scienze «dure»? Possibile che non ci sia neanche un'eccellenza morbida? Le dirò una cosa che pochi si aspettano e solo perché si tratta di un'università giovane. La facoltà di archeologia dell'ateneo leccese, in Puglia, può vantare laboratori e ricerche di primissimo ordine e non solo a livello nazionale. Prima studente, poi docente. Una vita «eccellente» la sua. Quello che c'è di veramente eccellente alla Normale di Pisa è l'ambiente di ricerca, la qualità del dialogo che si stabilisce fra studenti e fra studenti e docenti, la vita comune e residenziale che ricorda molto esperienze collegiali come quelle di Oxford o di Cambridge. Un lusso, soprattutto se si pensa agli atenei considerati oggi - e arbitrariamente - poco competitivi. Atenei che rischiano di essere colpiti. La 133, è indubbio, colpisce nel mucchio ma è anche vero che le università italiane hanno creduto di poter crescere in tutti i settori dello scibile umano mantenendo livelli eccellenti in tutte le discipline. Una pretesa, io credo, impossibile.
Il simulacro dell'eccellenza per mantenere lo status quo - Gigi Roggero
Le parole non sono né neutre né oggettive: disegnano un campo di battaglia. Così, Gelmini invoca il cambiamento per conservare lo status quo, trovandosi non a caso i baroni come unici alleati nel mondo della formazione. Oppure si può sostenere l'eccellenza per organizzare quel processo di dequalificazione dei saperi che permea l'università della (fallita) riforma. L'eccellenza, scriveva negli anni Novanta il teorico nordamericano Bill Readings, non è un criterio o uno standard valutativo: è la risposta ai movimenti studenteschi del '68, il «simulacro dell'idea di università», la riformulazione in termini aziendali dell'accademia humboldtiana, trasmutata in sito per coltivare le «risorse umane» attraverso il calcolo costi-benefici. L'eccellenza - e il suo concetto gemello, la meritocrazia - sono parole prive di un referente. Come il caso anglosassone dimostra, nei cosiddetti centri di eccellenza non necessariamente si trasmettono conoscenze qualificate: sono luoghi che consentono di accumulare «capitale sociale» e «umano», di entrare a contatto con lo star system (figure di fama mondiale strapagate per portare lustro a istituzioni il cui quotidiano carico didattico è interamente scaricato sui precari), di accumulare credito nei meccanismi di inclusione differenziale che governano il mercato della formazione. Al suo interno il valore - delle corporate university e della forza lavoro - viene prodotto attraverso unità di misura artificiali, dal sistema dei crediti a una sorta di reference economy . Ciò non ha nulla a che vedere con la qualità della ricerca e della didattica: è noto come si creino lobby accademiche in cui ci si cita vicendevolmente per aumentare il proprio valore e così decidere la posizione delle riviste nel mercato dei crediti e la composizione della peer review . Allora i sistemi di valutazione, lungi dall'essere quel criterio oggettivo descritto dai liberali italiani, costituiscono in realtà l'imposizione di un rapporto di forza. Un'altra unità di misura del valore è costituito dal numero dei brevetti, la cui nocività per l'innovazione e la qualità della ricerca - dalle nuove tecnologie al genoma - è ormai tema dominante tra gli stessi teorici neoliberali. Eccellenza e meritocrazia sono la cifra retorica che organizza l'aziendalizzazione dell'università, la misurazione artificiale dei saperi e i processi di gerarchizzazione del mercato del lavoro. Ma sono anche la contraddizione centrale del capitalismo contemporaneo, che deve continuamente bloccare la potenza del sapere vivo per poterlo controllare e segmentare. Attenzione, però: la lotta contro la retorica dell'eccellenza non può celare alcuna nostalgia per l'università del passato, proprio perché sono oggi i residui di quel passato, ovvero il governo feudale degli atenei, la via italiana all'aziendalizzazione, una paradossale forma di difesa dei privilegi baronali. L'onda anomala sta invece rovesciando la retorica della meritocrazia: ciò che è stata chiamata autoformazione è la fuga dalle macerie dell'università per sottrarre l'eccellenza dalle gabbie del declassamento e coniugarla con la libertà, in quanto autonomia delle forze produttive e del sapere vivo. Il problema non sono i finanziamenti al sistema universitario spaccato al suo interno da linee di potere e subordinazione. La questione è quella della rivendicazione di fondi per l'autonoma attività di formazione e ricerca di studenti e precari. Questa è la sfida che il movimento ha lanciato con l'autoriforma. Una sfida, questa sì, d'eccellenza.
Liberazione – 14.11.08
Oggi il "No alla Gelmini" invade Roma. Sfilano studenti e sindacati (senza Cisl) - Castalda Musacchio
Nessun passo indietro. «L'Onda vi travolgerà», e oggi Roma ne sarà totalmente investita. Si attendono oltre 100mila persone tra studenti e universitari da tutt'Italia per tornare a dire forte e chiaro al Governo "no alla riforma Gelmini", "no ai tagli del settore", "no al disfacimento del sapere", "no al decreto 133". Tre cortei attraverseranno la città. Il primo degli studenti universitari che partirà da piazzale Aldo Moro, il secondo degli studenti medi da piazza dei Cinquecento, il terzo alla stessa ora dei sindacati, ad eccezione della Cisl come noto che ha deciso di tendere la mano al governo defilandosi all'ultimo momento dallo sciopero proclamato che si muoverà alla stessa ora da Bocca della Verità. E attraverseranno tutti il centro storico, via Cavour, via dei fori Imperiali, piazza Venezia, un corteo che - giurano in molti - sarà festoso gioioso colorato pacifico, per giungere a piazza Navona, anche se alcuni nei giorni scorsi avevano resa pubblica la volontà di «andare a Montecitorio» per un simbolico «assedio» al Parlamento. Ieri è stata, però, una giornata frenetica di preparativi per quella che per molti significativamente sarà - come dicono dai collettivi - la più grande manifestazione studentesca dal varo dei provvedimenti governativi. Preparativi che non hanno mancato di registrare momenti di vera e propria tensione per non parlare di veri e propri assalti "squadristi". Così è stato per l'azione protratta dal movimento giovanile studentesco vicino ad An alla sede romana della Cgil scuola in via Leopoldo Serra, da parte di una trentina di esponenti contro il sindacato definito «simbolo dello strapotere dei professori, vero cancro della scuola italiana». Così, ancora, si è verificato alla stazione centrale di Milano quando gli studenti, alla richiesta di "biglietti per Roma a prezzo politico, 15 euro" si sono ritrovati di fronte un imponente schieramento delle forze dell'ordine con tutti gli accessi ai binari presidiati. A fianco degli studenti si sono presentati anche Moni Ovadia e lo stesso consigliere regionale del Prc lombardo Luciano Muhlbaeur oltre al consigliere di sinistra critica Pietro Maestri. In mattinata proprio una delegazione dei collettivi aveva tentato un incontro con il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, conclusosi con un nulla di fatto. E proprio gli studenti avevano consegnato un documento al prefetto in cui si chiedeva espressamente la possibilità di concedere ai ragazzi una tariffa accessibile contro i prezzi altissimi - 40 euro - imposti ai biglietti. «La nostra parola è stata piuttosto chiara - urlavano i ragazzi -. Se non riusciremo a partire la stazione centrale sarà bloccata e questa non è certo una minaccia ma un dato di fatto». In verità, riferiscono da Milano, il cordone di polizia era quasi inaccessibile persino agli stessi passeggeri. Anche se nessun treno è stato soppresso non sono neppure mancati dei veri e propri momenti di tafferugli con le forze dell'ordine. «Questi ragazzi - ha sottolineato Moni Ovadia - sono il nostro futuro. Sono la parte sana della società ed è anche grazie a loro che anche noi in futuro avremo un presidente meticcio come Obama». Ma fino a tarda sera, la stazione è stata accerchiata e si temeva non si riuscisse ad arrivare ad alcun accordo. Solo a tarda sera, e grazie alla mediazione in campo di Rifondazione, ma anche della Cgil e soprattutto della Camera di lavoro di Milano che è stato possibile risolvere il problema. Si è arrivati così a predisporre un treno charter per Roma. «E dire - sottolinea Muhlbaeur - che è stata netta l'impressione che l'input al no di Trenitalia sia arrivato direttamente dal ministero dei Trasporti e solo - aggiunge - dopo ore e ore di presidi si è ottenuta una cosa normalissima: garantire il diritto pacifico a manifestare». «Noi - urlano i ragazzi - arriveremo a Roma». Ad attenderli i colleghi della Sapienza che, ieri, per tutta la notte hanno predisposto la facoltà di Fisica occupata per l'accoglienza. Ma oggi sarà il gran giorno. Un giorno atteso da migliaia di ragazzi che puntano le carte sul loro futuro. Una protesta che certo non si fermerà. I prossimi appuntamenti sono già in bacheca: per domani e dopodomani assemblea nazionale promossa dalla Sapienza Occupata per l'Autoriforma dell'Università. I temi sul tappeto sono molteplici, la parola d'ordine unica: "Noi la crisi non la paghiamo!". «Crediamo - scrivono gli studenti - che l'uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. Noi la crisi non la paghiamo - denunciano - perché questo significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi 133 e 137 in quanto strumenti principali di dismissione della scuola e dell'università. Ma l'Onda - giurano - vi sommergerà!».
Netstrike. Fermo il sito del ministro
Ore: 14 di ieri pomeriggio. Luogo: un posto preciso della rete. Esattamente quel «posto» virtuale raggiungibile digitando l'indirizzo «www.miur.it». Bene, chiunque si fosse avventurato su quelle pagine Web, dalla due - e per un'ora - avrebbe letto sul proprio computer sempre la stessa risposta: «Error». Sito inaccessibile, riprovare più tardi. Dati precisi ancora non se ne conoscono, ovviamente, ma tutti ieri pomeriggio hanno potuto valutare il successo del netstrike contro il sito del ministero dell'Istruzione, contro il sito della Gelimini. L'iniziativa, promossa dal gruppo «informatica in movimento» - ospitato sul sito degli «autistici» - ha paralizzato quelle pagine Web per almeno due ore. Il risultato della richiesta di accesso da parte di decine di migliaia di utenti. Il netstrike si fa esattamente così: si va in massa in un sito, provocandone il rallentamento e il blocco. Il sito riparte quando gli accessi calano ma tutti hanno possono di misurare l'adesione all'iniziativa. E anche fra gli utenti della rete, sembrano davvero pochi quelli che sembrano d'accordo con la Gelmini.
Il movimento inonda il potere contro l'università dei padroni
Fabio de Nardis*
Oggi il movimento sarà nuovamente in piazza e lo farà con la consapevolezza di dover affrontare la rabbia di un sistema di dominio che agisce da bestia ferita. L'onda anomala si attrezza per la grande mareggiata e difficilmente potrà essere ostacolata nel suo grande obiettivo di riforma democratica dell'università nella critica ferma a un modello di società ormai insostenibile. Il Governo ha tentato inutilmente la scommessa della smobilitazione attraverso un provvedimento fantoccio che non da alcuna risposta a chi protesta da settimane mostrando la forza viva del mondo della scuola e dell'università. Il DL 180 svela le difficoltà del Governo rispetto a un movimento che cresce di giorno in giorno mostrando la vitalità del conflitto sociale che deve oggi estendersi senza tentennamenti. Il governo, con la complicità del partito democratico che veste il ruolo di mediatore sociale, mostra i primi segni di cedimento. Dietro la parvenza di alcune piccole concessioni, mantiene solido l'impianto regressivo presente nella legge 133 che deve essere semplicemente ritirata. Prevedibile la reazione accondiscendente della finta opposizione parlamentare e di alcuni rettori che fin dall'inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di conflitto. Miope la reazione di Cisl e Uil che cadono nel tranello governativo rompendo l'unità dei lavoratori. Nel decreto si confermano i tagli. Questo porterà gran parte degli atenei a sforare i vincoli di bilancio nei prossimi tre anni facendo scattare quasi ovunque il blocco di fatto delle assunzioni con ricadute gravi su didattica e ricerca. Permane la possibilità, che per alcuni atenei diventerà una necessità, di trasformarsi in fondazioni private. Pertanto l'approvazione del decreto non fa in alcun modo venir meno le motivazioni della protesta. Ciò premesso, crediamo che le novità introdotte dal governo vadano analizzate. Moderatamente positivo è il giudizio sulle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (abolizione di scritti e orali, membri esterni nominati per sorteggio, criteri unici nazionali per la valutazione dei titoli), perché vanno nella direzione auspicata dalla parte sana del mondo accademico e dalle associazioni dei precari. Dobbiamo però tenere alta l'attenzione sulla definizione dei criteri di valutazione che il governo non specifica e che a nostro avviso andrebbero discussi democraticamente, non demandandone la definizione solo ai potentati accademici. Positiva sarebbe anche l'introduzione del vincolo di destinazione del 60% del budget all'assunzione di nuovi ricercatori favorendo l'ingresso dei giovani attualmente destinati a infoltire la già troppo vasta schiera dei lavoratori precari. Ma il governo non si smentisce inserendo nel decreto la clausola con cui si consente alle università di utilizzare quelle risorse per assumere ricercatori a tempo indeterminato o determinato. Questa formulazione, oltre a costituire un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario, vanifica di fatto il vincolo di destinazione. È infatti prevedibile un aumento di assegni precari della durata di sei mesi in modo da recuperare rapidamente risorse da utilizzare quasi esclusivamente per gli avanzamenti di carriera. Chiediamo un investimento straordinario per il reclutamento di nuovi ricercatori a tempo indeterminato. Chiediamo inoltre che la figura del ricercatore a tempo determinato divenga sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca. Per quanto riguarda i concorsi, la novità introdotta del sorteggio nell'ambito di una rosa di nomi precedentemente eletta non avrà di fatto alcun impatto sostanziale se non quello di allungare i tempi dei concorsi già banditi dal momento che, visti i tagli, difficilmente ve ne saranno altri. Condividiamo la scelta di mantenere il piano di reclutamento straordinario approvato dal precedente governo e di escludere i 3000 posti ancora da bandire dai vincoli sul turnover. Il governo deve però cancellare il comma del decreto che esclude gli atenei "non virtuosi" dall'assegnazione di questi posti, facendo ricadere sui giovani e i precari le responsabilità finanziarie di organismi amministrativi alla cui elezione essi attualmente non partecipano. Tale novità è addirittura peggiorativa rispetto alla stessa legge 133. Piccole novità procedurali possono accontentare qualche rettore e i partiti pseudopposizione. Ben poco rispetto alla domanda di civilizzazione espressa dall'Onda che per questo non ha ragioni per smobilitare. Oggi l'università democratica si riverserà nelle strade di Roma e noi saremo al suo fianco rispettandone l'autonomia come è stato fin dall'inizio. Domani comincerà la grande assemblea di movimento per discutere l'università nuova che si costruisce a partire da oggi attraverso l'approfondimento di tre grandi assi tematici: il diritto allo studio, nel quale occorre a nostro avviso rivendicare una formazione pubblica, di massa e gratuita; la grande questione della didattica e del suo nesso con la ricerca, che vanno a nostro avviso ridefinite svincolandole da ogni condizionamento mercatistico e produttivistico; il lavoro, rivendicando il diritto di donne e uomini ad essere liberati dall'obbrobrio della precarietà. A questo noi aggiungiamo la difesa della scuola e dell'università della Costituzione, nella quale è radicata la convinzione del carattere libero, laico, autogestionario della formazione pubblica. Saremo ancora una volta in piazza per gridare il nostro progetto di università di massa e di qualità dentro un modello di società libero dallo scontro irrazionale tra capitali.
*responsabile Università e Ricerca Prc-Se
La Stampa – 14.11.08
Tutti a Roma contro la Gelmini – Flavia Amabile
Sono arrivati da Milano in circa 500 per la manifestazione contro i tagli nelle università. Poco prima della partenza dal treno qualcuno di loro ha lanciato un grosso petardo e acceso alcuni fumogeni al grido di "Dax è vivo e lotta insieme a noi", l'esponente dei centri sociali ucciso da militanti di destra alcuni anni fa. Poco prima ancora c'erano stati spintoni con le forze dell'ordine, un tentativo di bloccare l'accesso ai binari, passeggeri dirottati su passaggi protetti per evitare problemi. Sono giunti a Roma questa mattina gli studenti milanesi dopo aver strappato, senza che si sia capito davvero come, un prezzo politico di 15 euro a testa in una trattativa durata ore con Trenitalia mentre la stazione di Milano era presidiata da decine di poliziotti in assetto antisommossa. Trenitalia ha messo a disposizione un treno charter e ha parlato di una concessione "al prezzo di mercato" - come confermato da una nota della Prefettura. Gli studenti hanno ipotizzato una somma di 18.000 euro, per far partire il convoglio: 8.000 raccolti dai manifestanti, 5.000 messi a disposizione dalla Cgil e 5.000 da Rifondazione Comunista. Tutti hanno ammesso il ruolo della Camera del Lavoro di Milano, sottoscrittrice del contratto per il treno charter. Nel frattempo a Roma un gruppo di giovani di destra di Azione Studentesca occupava la sede della Flc-Cgil, come avrete visto dal video in cima al post. Alla Sapienza alcuni professori impegnati in una lezione di diritto venivano invitati a sgomberare. E gli studenti annunciavano l'occupazione della facoltà per fare posto ai ragazzi che arrivano oggi da tutt'Italia per la manifestazione e poi per l'assemblea nazionale contro la riforma universitaria che si terrà sabato e domenica prossimi. Eccoci al 14 novembre. E pensare che quando scrissi l'articolo 'E la protesta continua' in molti mi dissero: 'vedrai, tempo due giorni e tutto sarà finito'. Ne sono trascorsi dieci di giorni, da allora ho scritto altrettanti post sulla scuola: la protesta continua davvero. Con la speranza che si eviti di trasformarla in qualcos'altro.
Epifani attacca: "Gli assenti sbagliano"
ROMA - Sono arrivati alla Stazione Termini da tutta Italia, con autobus e treni partiti all’alba o a notte fonda, per partecipare al corteo degli studenti, uno dei «serpentoni» che oggi attraversano Roma: il corteo dei sindacati Cgil e Uil è partito da Bocca della verità, i cortei degli universitari hanno preso il via dalla Sapienza e da Roma Tre e quello che si è mosso dalla fontana dell’Esedra. È proprio la stazione centrale di Roma il punto di partenza di moltissimi universitari e studenti medi che confluiranno a breve in uno dei tre tronconi del corteo. Un centinaio di ragazzi dell’Università di Brescia, ad esempio, si aggregherà a quello delle scuole superiori che partirà da Piazza della Repubblica, insieme a diverse delegazioni delle Università di Bologna, Torino e Gorizia. Centinaia di studenti arrivati da tutte le Marche, Senigallia, Ancona, Macerata e Falconara si aggregheranno a quello della Sapienza che parte da Piazzale Aldo Moro. Intanto Piazza della Repubblica inizia a riempirsi di striscioni e slogan di protesta: «Rilanciamo la scuola, tagliamo la Gelmini», «Non faremo mai economia del nostro sapere. Firmato Torino», «Facoltà di dissentire. Scienze internazionali e diplomatiche». «Chi non c’è sbaglia», attacca il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha raggiunto il corteo. Un affondo contro l’assenza della Cisl. «È una manifestazione molto ampia, con tante anime. Chi non c’è sbaglia. Ogni volta che provano a isolarci -afferma Epifani rispondendo a chi gli chiede se vi sia un tentativo in tal senso- gli va male. Però persistono e perseverare è diabolico. Sto preparando -annuncia riferendosi agli incontri che ci sarebbero stati a Palazzo Grazioli - le lettere a Bonanni e Angeletti. Chi dice le bugie ha le gambe corte». Tornando al corteo di oggi Epifani evidenzia che «ancora una volta si conferma una grande manifestazione di giovani e di lavoratori. C’è una richiesta forte di riforma e non di tagli. La Gelmini - conclude - continua a dire che non vogliamo la riforma. Non è così. È lei che continua a contrabbandare i tagli come una riforma. Apra un tavolo e vedrà che c’è disponibilità e ci sono proposte». La protesta sbarca dunque nella Capitale. Dopo aver contestato "in casa", gli studenti di tutta Italia - ma anche ricercatori, precari, docenti, allievi di accademie e conservatori - sono arrivati a Roma per trovare un momento di sintesi e gridare tutti insieme il loro "no" alla riforma Gelmini, alla manovra estiva (la famigerata legge 133), ai tagli dei finanziamenti, al blocco del reclutamento, alla possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni. Una protesta, quella di oggi, che sarà amplificata anche da iniziative e cortei a livello locale e che si muove su due binari: quello dei sindacati, rappresentati, dopo la rinuncia delle rispettive categorie di Cisl, Ugl e Snals, da Cgil e Uil; e quello degli studenti, dell'"Onda", come è stato battezzato il movimento che da settimane agita gli atenei italiani. I primi hanno organizzato un loro corteo (partenza Bocca della Verità, destinazione piazza Navona), i secondi sfileranno in più cortei: tutti (centomila è la stima) punteranno su piazza Navona. Presenza massiccia dunque delle forze dell’ordine che già ieri hanno monitorato le partenze. Il timore è che nei cortei, soprattutto in quello dove confluiranno i Collettivi studenteschi, possano infiltrarsi personaggi dell’antagonismo e di alcuni centri sociali, "agitatori" di professione. Attenzione alta, dunque, soprattutto nelle stazioni ferroviarie, già da ieri pomeriggio. A Milano studenti delle superiori e universitari - tra le 300 e le 400 unità - sono partiti dalla stazione Centrale a bordo di un treno speciale. Il clima è tornato sereno dopo che, ieri pomeriggio, si era registrata tensione con le forze dell’ordine in seguito al tentativo degli stessi studenti di bloccare con i loro striscioni e con la loro presenza l’accesso ai varchi che conducono ai binari. Dalla stazione di Venezia un treno speciale (15 carrozze), noleggiato dalle rappresentanze degli studenti medi e universitari (i biglietti sono stati pagati anche attraverso sottoscrizioni e collette autogestite), è partito in tarda serata, facendo tappa a Mestre e a Padova. Millecinquecento fra studenti e docenti delle università e delle accademie arrivano a Roma dalle Marche (25 i pullman organizzati dal sindacato) e un treno straordinario (700-800 posti) ha lasciato alle 6 di questa mattina Napoli dove molte scuole superiori si sono organizzate per raggiungere la capitale in pullman. In tanti, tra studenti e lavoratori, arrivano dalla Calabria a bordo di torpedoni e mezzi propri. In tanti poi hanno raggiunto Roma, in queste ore, a bordo di mezzi privati per partecipare all’assemblea nazionale del movimento in programma sabato e domenica alla Sapienza e dieci sono gli autobus predisposti dal sindacato. In Sicilia, dove circa 200 persone su iniziativa della Flc regionale sono in partenza per la Capitale, iniziative di protesta sono in programma nelle principali città sedi di Atenei. Ma la protesta degli studenti italiani si colora anche d’Europa: oggi è in calendario, infatti, anche una manifestazione davanti all’ambasciata italiana a Bruxelles, una mobilitazione dei ricercatori italiani di Monaco di Baviera, lo sciopero degli studenti che seguono l’Erasmus a Siviglia e un sit-in di studenti, ricercatori e professori davanti al consolato italiano a Parigi.