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Manifesto – 7.9.10

 

Il pane dentro. «Una poetica della vita materiale» - Tommaso Di Francesco

«Alla fine ci sono riuscito, sono stati venti anni di lavoro e di viaggi, tra un asilo e un esilio. Ma alla fine sono riuscito a scrivere, a completare il libro che avevo promesso, soprattutto a me stesso». Appare giustamente soddisfatto, sollevato da una responsabilità positiva, Predrag Matvejevic, arrivato ieri in Italia dalla Croazia per una iniziativa di presentazione - giovedì 9 al Palazzo ducale di Genova - del libro Pane nostro (edito da Garzanti, pp. 233, euro 18,60, con prefazione di Enzo Bianchi e postfazione di Erri De Luca), in questi giorni in libreria. Se «Breviario mediterraneo», pur affrontando contenuti storici e geopolitici, appariva come una cosmogonia immaginaria, «Pane nostro» sembra invece una sorta di scavo archeologico sul tema del pane, un tentativo di restituzione di valori che stanno sotto, nascosti, in profondità. Che ne pensi? Innanzitutto voglio dire che si tratta di una preghiera laica. In questo senso sono andato verso il passato e verso il Mediterraneo che mi offriva una grande cornice per il mio Breviario mediterraneo. Libro che vede ormai 10 edizioni e 23 traduzioni in varie lingue. A quel punto lo sguardo mi si è allargato costringendomi a trovare elementi che avessero maggiori capacità di unire, che potevano essere alimenti concreti, un nutrimento. Ho visto tutto questo nel pane. Allora mi sono venuti alla memoria i miei anni, quelli che ho cominciato a chiamare anni fra asilo ed esilio, quando mi sono opposto al fascismo di Tudjman e dei nazionalisti della ex Jugoslavia. Ci siamo conosciuti quando arrivavo in Bosnia e vedendo i nuovi affamati e dappertutto la fame, ecco che il pane piano piano è diventato per me una ispirazione. A questo si aggiungeva una memoria che ritengo molto importante per capire il libro. Mio padre fu rinchiuso in un lager nazista. Venne catturato in Jugoslavia, era un esule russo fra quelli che erano accusati di essere trotzkisti, l'unica colpa che aveva era di voler salvare i contenuti del primo comunismo. Fu fatto prigioniero nel 1941 e deportato in un campo di lavoro nel nord della Germania, costretto a fare lavori durissimi. Una sera tornando con gli altri deportati dal lavoro forzato, mentre attraversava una zona abitata da civili, fu fermato e invitato con gli altri compagni davanti ad una casa da un uomo: «Venite, entrate in questa casa», disse l'uomo. Era un pastore protestante che offrì ad ognuno di loro vino e pane. Allora mio padre parlò a quest'uomo: «Da questo momento non identificherò tutti i tedeschi con i nazisti». Così questo racconto di mio padre - che è tornato dal campo di lavori forzati, magrissimo, con 40 kg di meno, lui che era grande, grosso e fortissimo - è stato per me fondativo negli anni in cui vivevamo con mia madre e mia sorella affamati a Mostar, la storica e piccola città della Bosnia Erzegovina dove sono nato. È stata l'idea che ha preparato il mio approccio al Mediterraneo e al pane. Allora, che cosa è per te il pane? Un valore simbolico, un segmento di memoria, le radici del corpo umano? Peraltro nel libro racconti bene il legame tra pane e potere, tra chi controlla i granai e il comando, come il nesso con la rivelazione religiosa. Inoltre parli anche di poetica del pane... C'è una sociologia e una sociopolitica del pane. Chi controlla la produzione del pane, chi «dirige» il pane, può anche influenzare il potere, tenere il potere e conservarlo. Ma c'è anche un'antropologia del pane. Non è un caso che questa identificazione che vediamo attraverso i secoli tra pane e corpo, sia poi passata nella religione, soprattutto cristiana, con l'eucarestia. Naturalmente per me anche questo fa parte di una antropologia laica. Poi c'è una più esplicita teologia del pane, che è stata per me più difficile da interpretare, io non avevo la cultura teologica necessaria per poter seguire come evolve il pane, dal pane ebraico verso il pane cristiano, le divisioni sono lo scisma cristiano tra il pane degli ortodossi e l'ostia, il pane dell'eucarestia per i cattolici. Erano periodi molto polemici, di scontro. Ogni volta mi sono reso conto come il soggetto fosse molto complesso. Sono stati praticamente 20 anni di lavoro, senza contare le piccole note che avevo preso già da giovane studente. Ho dovuto fare i conti con la realtà politica, con le previsioni di alcuni scienziati che affermano che fra 25-30 anni saremo 8 miliardi sul pianeta e di questi 2 miliardi saranno senza pane. Pensavo anche al pane di Manzoni, alla rivolta di Milano di tutta quella gente, pensavo al pane della Rivoluzione francese «del pane, del pane...». E poi c'è il nostro, caro, «pane-pace-lavoro e libertà» e anche «il pane e le rose». Devo confessarti che sono stato molto influenzato dall'anarchico russo Kropotkin che cito e che ha scritto un bellissimo libro di cui noi della sinistra possiamo essere orgogliosi, La conquista del pane. Kropotkin non era un anarchico violento, Lenin lo chiamò subito e lui tornò in Unione sovietica nel 1919. Lenin voleva che gli si dedicasse un monumento. Questi orientamenti si sono messi in comunicazione quando mi sono reso conto che potevo legarli soltanto con una poetica. E se il Breviario è una poetica del Mediterraneo, il Pane nostro è una poetica del nutrimento dell'uomo. Ora l'uscita di questo libro corrisponde ad un'attualità drammatica. Esattamente in questi giorni c'è la rivolta del pane in Mozambico. Noi dimentichiamo che quella che chiamiamo in Occidente «crisi», nel Terzo e Quarto mondo vuol dire semplicemente fame. Da questo punto di vista in «Pane nostro» parli della «preziosità delle briciole»... Sì. Di queste briciole, che con gli «scarti» del pane compaiono anche nelle versioni sacre, si parla già nella nostra educazione, nella nostra famiglia: non buttate nessun pezzo, se cade per caso bisogna sollevarlo, «baciarlo», dicevano in alcune realtà. Era un insegnamento morale di cui i nostri genitori, soprattutto i genitori dei nostri genitori, forse non si rendevano nemmeno conto. Un peso morale che aveva un peso nel racconto, perché le briciole dovevano anche servire a sfamare gli uccelli, e talvolta venivano conservate da qualche parte se gli uccelli non erano ancora vicini. E non erano per tutti gli uccelli, ma per alcune specie prescelte. Un argomento che mi ha preso un enorme tempo, dovevo scoprire quali regioni erano coinvolte in questa donazione e quali erano i volatili fortunati. Per esempio il corvo: era innanzitutto un uccello non amato, dicevano che durante il diluvio era stato allontanato dall'arca di Noè e non era più tornato. Era odiato. Ma poi ecco che lo stesso corvo ricompare portando pezzi di pane al deserto. Ho dovuto viaggiare molto e, forte delle edizioni in tante lingue di Breviario mediterraneo, mi sono sentito in dovere di raggiungere la vecchia Mesopotamia. Sono stato tante volte in Iraq e in Egitto, ho visto tutto quello che è rimasto. Sono stato nei musei, in particolare in quello egiziano di Torino dove sono esposte una cinquantina di pani, eccellentemente conservati. Inoltre quel che rimane a Pompei, tre o quattro pani che ho inserito tra le illustrazioni del libro. Un lavoro lungo, attraverso gli anni, attraverso una parte della vita. Ha corrisposto a quello che io penso dell'impegno. Il primo libro che ho scritto quando ero all'università, una specie di tesi, alla Sorbona di Parigi, è un saggio sull'impegno, su quello che Goethe chiamava «poesia d'occasione», poesia in una occasione che si presenta. Così questa ricerca sul pane ha dato senso e simbolo all'impegno: dare pane a tutti. È l'unico slogan che non ho mai tradito, tra i tanti che ci hanno tradito, che non abbiamo corrisposto e che ci hanno deluso. Con il tuo lavoro rincorri valori che poi vengono devastati. Il «Breviario» parlava dell'unicità di pace del mondo mediterraneo e scoppiavano divisioni e guerre, in Medioriente e nei Balcani. Ora il «Pane nostro» sembra cadere dentro un mondo che, per salvare il neoliberismo in crisi, cancella i beni comuni... Assolutamente. In questo senso il pane ha un significato simbolico antagonista al neoliberismo. Perché questo mondo diseguale è fra l'altro diviso fra mondo con pane e mondo senza. Il pane con tutti i suoi significati potrebbe essere anche un grande simbolo necessario in un'epoca che ha perduto simboli e valori, che ha perduto obiettivi e finalità fondamentali. Con questa mia riflessione, con questa poetica sul pane, con questa proiezione del pane attraverso la storia, ho voluto costruire una piattaforma su cui si possano costruire simboli necessari all'umanità.

 

Tra asilo ed esilio, jugoslavo di Mostar

Predrag Matvejevic è nato a Mostar, in Bosnia Erzegovina, da madre croata e padre russo. Ha insegnato letteratura francese all'Università di Zagabria e letterature comparate alla Sorbona di Parigi, dove ha vissuto dal 1991 al 1994, dopo aver abbandonato la ex Jugoslavia all'inizio della guerra tra nazionalismi, scegliendo una posizione particolare che lui chiama «tra asilo ed esilio». Dal 1994 è stato professore ordinario di slavistica all'Università la Sapienza di Roma, dove ha vissuto fino all'estate del 2009. Ritornato in Croazia, è stato condannato a cinque mesi di carcere per la sua presa di posizione contro i nazionalismi - serbo ma, soprattutto croato - definendo i leader estremisti come «talebani cristiani». Alla fine grazie ad una mobilitazione internazionale, la pena è stata annullata dalle autorità di Zagabria. Tra le sue opere Garzanti ha pubblicato «Breviario mediterraneo» (1991), «Epistolario dell'altra Europa» (1992), «Mondo ex» (1996), «Il Mediterraneo e l'Europa», «Lezioni al Collège de France» (1998), «I signori della guerra» (1999).

 

Blogger d’Egitto - Teresa Pepe

Si definiscono mudawaneen, la parola araba per blogger, o anche «giornalisti del popolo» e sostengono di aver realizzato in cinque anni di attività (dal 2005 ad oggi) ciò che in passato si sarebbe potuto realizzare in 5 secoli. Aggiornano regolarmente i loro blog, si coordinano tramite Facebook e Twitter e poi scendono in strada, filmano, fotografano, protestano nelle piazze. Secondo il rapporto dell'Egyptian Cabinet of Information del 2008, la blogosfera egiziana conta più di 160mila unità, ovvero il trenta per cento dei blog nel mondo arabo. Nel 2005, anno della cosiddetta «rivolta dei blogger», il presidente Mubarak ha accettato di aprire la candidatura alle elezioni presidenziali ad altri partiti politici. Mentre islamisti socialdemocratici, laici di sinistra e liberali si riunivano nel movimento politico Kifeya («Basta!»), il governo egiziano, ignaro delle possibilità offerte delle rete, elargiva contributi per incoraggiare i cittadini ad acquistare un pc, e riduceva i costi del collegamento a Internet. Così, a fronte della censura dei mezzi di informazione, delle violazioni di diritti umani e degli abusi di potere, i blog offrivano una valvola di sfogo per la dissidenza, affermandosi come lo strumento più efficace per il cambiamento politico e sociale del paese. «I blog sono l'unico strumento di comunicazione libero, che ti consente di pubblicare articoli, video, foto e allo stesso tempo di interagire con un numero illimitato di persone», conferma Wael Abbas, attivista di Kifeya e noto blogger egiziano. Nel 2006 Wael pubblica sul suo blog Digital Misr un video, girato da un cellulare, in cui si vede un poliziotto che sodomizza un autista di microbus con un'asta di ferro. Il tam tam della rete diffonde il video in modo talmente capillare che il governo egiziano non può fingere di ignorare: per la prima volta nella storia nazionale due poliziotti vengono condannati a tre anni di prigione per violenza sessuale. Nello stesso periodo, Nora Younis, trent'anni, (vincitrice del premio Human Rights First 2008) pubblica sul suo omonimo blog storie e foto di violenze sessuali e aggressioni su donne che partecipano a manifestazioni politiche. Degna di nota è anche l'esperienza del blog Shayfeen («Vi osserviamo»), fondato da un'annunciatrice televisiva, da una professoressa universitaria e da una consulente di marketing che, stanche delle menzogne del governo Mubarak e delle aggressioni della polizia contro i manifestanti, armano alcuni collaboratori di videocamere e li spediscono ai seggi elettorali per monitorare lo svolgimento delle elezioni. I video pubblicati sul blog mostrano le intimidazioni e le frodi perpetrate a danno dei votanti nelle «democratiche» elezioni del 2005. I «giornalisti del popolo» hanno inoltre portato alla luce episodi terribili di vita quotidiana ignorati dalla stampa governativa, sempre intenta a costruire un'immagine idilliaca della società egiziana. Come nel caso delle aggressioni avvenute nel corso dell'eid el-fitr, la festa di fine Ramadan del 2006, quando decine di ragazzi si sono avventati sulle donne che passeggiavano per le strade del Cairo e le hanno spogliate, molestandole: un episodio di violenza collettiva indicativo della repressione anche sessuale che grava sul paese. Tre blogger assistono all'accaduto e non esitano a pubblicare foto e video mostranti le urla e i volti terrorizzati delle donne riverse sui marciapiedi, o in fuga, alla ricerca di riparo nei taxi e dietro le saracinesche dei negozi. La stampa ufficiale ha, in un primo momento, rifiutato di pubblicare i documenti, accusando i blogger di menzogna, finché la notizia ha raggiunto le agenzie di stampa internazionale, costringendo il Ministero degli Interni a pubblicare un comunicato ufficiale per denunciare l'accaduto. L'anonimità dei blog ha permesso inoltre a molti giovani di creare un dibattito su argomenti considerati taboo. Nel suo blog Haramlek (termine di origine turca che indicava lo spazio domestico riservato alle donne), «Zabady» discute del rapporto della donna col proprio corpo, del diritto al piacere sessuale, di mutilazioni genitali maschili e femminili. I blog danno voce anche alle minoranze politiche, sessuali e religiose normalmente ignorate dagli altri mezzi di comunicazione. «Scrivendo sul blog spero di cambiare la mentalità delle persone riguardo all'omosessualità femminile», mi scrive via e-mail Emraa Methalyah (letteralmente: «donna esemplare», ma il titolo gioca con le parole, poiché mithli è anche il termine per indicare «omossessuale»), che utilizza il suo blog per raccontare la vita ordinaria di una donna lesbica in Egitto. «Molti visitatori all'inizio mi insultano, ma io cerco semplicemente di spiegare, di abbattere i taboo sull'omosessualità. Naturalmente adotto delle precauzioni, ovvero utilizzo dei software che nascondono il mio indirizzo IP». Wael Abbas conferma che, sebbene non esista una censura diretta sul materiale pubblicato in rete, il governo continuamente colpisce i blogger con forti intimidazioni, incarcerazioni (che lui stesso ha subito), facendo pressione affinché rivelino le proprie password. Il caso più famoso di incarcerazione di blogger è sicuramente Kareem Amer arrestato nel 2006 e tuttora in prigione per aver criticato i metodi di insegnamento dell'Università di Al-Azhar. A lui sono seguiti molti altri, «ma non possono fermarci, siamo in troppi e siamo in rete con organismi internazionali, come Amnesty International, Human Rights Watch, Freedom House, l'Istituto di Ricerca Kamal Adham dell'American University del Cairo e il Danish Egyptian Dialogue Institute». E alla mia domanda su cosa si aspetta dai blog in futuro risponde: «Utilizzeremo i blog finché ce ne sarà bisogno. Seguirà maggiore repressione ma noi continueremo a organizzare campagne, scioperi e cambiare la coscienza delle persone».

 

Stereotipi tristi nel segno di un patriarcato «d'antan» - Lucia Sorbera

L'editrice Epoché, di solito attenta nelle sue scelte in ambito africano e mediorientale, ha dato un titolo accattivante, Che il velo sia da sposa!, alla traduzione italiana del blognovel Ayza Atgawwiz («Voglio sposarmi»), della trentenne egiziana Ghada Abdel Aal. Un titolo che sprizza ironia, evocando non solo gli stereotipi sul foulard indossato da molte donne musulmane, ma anche quelli sui (presunti?) sogni di nozze di molte ragazze nostrane. Peccato che la bellezza del volume (che si fa fatica a definire romanzo), sia tutta lì, nella copertina, sul cui sfondo rosa si staglia la caricatura di una formosa fashion victim, adorna di velo e tacchi a spillo. A chiunque abbia dimestichezza con il mordente umorismo della letteratura egiziana, bastano poche righe per arrendersi all'evidenza di una prosa sciatta e zeppa di luoghi comuni: «Sento che ci sono molte ragioni che mi spingono a desiderare di sposarmi. E così la pensano sinceramente tutte le ragazze, di ogni classe sociale e appartenenza culturale». Dopo un secolo di femminismo arabo, impegnato a produrre immagini articolate delle relazioni di genere, l'essenzialismo dell'autrice ricaccia le donne fuori dalla storia, omologandole a un modello univoco e immutabile. Notoriamente, non c'è stereotipo che non riposi su uno sfondo di verità. A dispetto di un apparato legislativo sostanzialmente egualitario, la realtà egiziana condivide con le altre del Mediterraneo una cultura che conserva forti tratti misogini. Le espressioni di questa cultura sono peraltro le più variegate, in un contesto in cui, a differenza di quanto accadeva fino a un secolo fa, il patriarcato è delegittimato. Qui l'autrice coglie nel segno e, non a caso, i personaggi più caricaturali sono quelli che in un vero sistema patriarcale terrebbero le fila delle transazioni matrimoniali: i goffi pretendenti, i grotteschi sensali e i disperati genitori della protagonista Bride. Quest'ultima è tuttavia perfettamente organica al sistema e, docile, appare pronta a indossare un set di stereotipi sul devenir donna. Forse per questo il capitolo più problematico è quello giocato su un'opaca contrapposizione tra femminilità e intelligenza, che si conclude invitando agli uomini a non cercare nelle spose la bellezza ma l'acume, come se le due cose dovessero escludersi a vicenda. Sbaglia quindi la stampa italiana quando saluta il testo come un «romanzo rosa di denuncia», perché, al contrario, questo è un lavoro che di un grande tabù della cultura araba, il corpo e la sessualità femminile, si nutre spudoratamente, senza metterlo in seria discussione. Forse è solo l'ennesima operazione commerciale sul corpo delle donne, il cui esito rischia però di contribuire a stigmatizzare la blogfiction come scrittura di profilo basso, cosa che non è.

 

Rapporti dialettici tra narrativa su carta e scritture online - Maria Elena Paniconi

A fronte dei blog che parlano - e denunciano - in arabo, abbondano in Egitto anche blog anglofoni, il più famoso dei quali è Baheyya. Diario di politica e cultura egiziana di una cittadina dotata di una stanza tutta per sé. Non si sa chi si celi dietro questo antico nome di donna, ma è certo è che la signora - apprezzata quanto temuta per la sua sagacia - accoppia felicemente analisi di politica interna a divagazioni letterarie. Siti e diari online dalla vocazione letteraria costituiscono invece un sottocampo limitato nella blogosfera che, tuttavia, inizia ora a destare interesse anche critico. Sin da un primo sguardo ci si accorge comunque che la scrittura online, in Egitto come altrove, in arabo o in inglese, è pratica largamente femminile. Entriamo in Hawadith (qui significa «racconti») di Rehab Bassam. Ci accoglie il minuscolo ritratto di una bambina dai capelli corvini, unica immagine dell'autrice, «nata per i racconti e la fragranza di rose». In un post la narratrice gioca a nascondino con i primi capelli bianchi, dono degli «anni che via via si infilano l'uno appresso all'altro». Il suo arabo classico è elegante e la prosa fitta di rimandi alla narrativa egiziana contemporanea. Solo brevi tratti in 'ammiya, la lingua parlata egiziana, traducono i pensieri che si vorrebbero immeditati, o non mediati dalla scrittura. A giudicare dai commenti, Rehab è presenza nota nella comunità blogger. Messaggi di lettori-autori (i ruoli si confondono nelle dinamiche di interazione) ne salutano il ritorno dopo una lunga assenza, altri rassicurano l'autrice: «l'ultimo post suscita empatia e in qualche modo parla di me». Altri ancora la interpellano nell'arabo reinventato dagli sms e dalla rete, traslitterato in numeri e caratteri latini, quasi a imitare non solo le sonorità ma anche il colore della parlata: «2olely ra2yek fel blog bta3y lw 7abety t2reeh» («dimmi che ti pare del mio blog, se ti va di leggerlo»). Un'altra e-writer, Ghada, tiene invece un blog di poesia intitolato Ma' nafsi (con me stessa); sfondo bianco e citazioni di poeti arabi e stranieri a delimitare uno spazio che ricorda, fin dal titolo, il tono intimista della scrittura di Rehab. Più che una nuova forma di letteratura, o un'evoluzione della corrente intimista che in Egitto è andata affermandosi sin dalla seconda metà degli anni '80, i blog letterari egiziani sembrano offrire uno spazio alternativo alla letteratura tradizionalmente intesa. Tra le due forme di scrittura è però in corso un rapporto dialettico: da un lato, alcuni blog o siti propongono recensioni, segnalazioni di incontri, concorsi letterari. D'altro lato, la narrativa contemporanea egiziana, già permeata di nuovi linguaggi (pensiamo a colloquialismi, emoticon e sms in Essere Abbas al-Abd di Ahmad al-Aidi e all`influenza dei manga in Rogers del blogger Ahmed Naji, entrambi editi di recente in italiano dal Sirente) ha aperto varchi verso il mondo dei blog. E autori come Mazen al-Aqqad, ad esempio, iniziano a esplorare Internet, trattandolo come il nuovo luogo di aggregazione giovanile. Alcuni blog sono stati pubblicati da case editrici come Dar al-Shuruk: è il caso di Ayza atgawwiz! («Voglio sposarmi!»), di cui scrive qui a fianco Lucia Sorbera. Sarebbe però errato, anche di fronte a casi di blognovel che hanno funzionato sul piano commerciale, parlare di «nuovi autori» o, peggio, di nuovi romanzieri. Significherebbe ignorare che le vetrine delle librerie del Cairo propongono decine di narratori talentuosi, anche se meno pubblicizzati, negando al contempo la vera conquista dei blogger egiziani: una stanza tutta per sé appunto, uno spazio privato dal quale fare (o parlare di) politica, nel quale perdersi nelle parole e attraverso il quale mostrare agli altri un «io» anche pubblico.

 

Indagine sulle origini della attuale decadenza italiana - Claudio Vercelli

Riprendendo i versi del poeta Giorgio Caproni, Guido Crainz dice di essere giunto alla «disperazione calma, senza sgomento». Per sfuggire alla morsa delle antropologie negative, esercizio di cinismo per menti tanto raffinate quanto imbelli, l'autore si impegna in un lavoro di riflessione sul nostro paese che è anche un esercizio di gobettiana autoriflessione. Dinanzi alla sensazione sgradevolissima di una irrimediabile caduta, Crainz si domanda come si possa articolare e declinare il senso del disastro che stiamo vivendo evitando quei luoghi comuni che sono parte stessa della tragedia. Ne esce fuori un volumetto polifonico, che è tutto fuorché di agile colloquio: mentre la narrazione dell'autore è limpidamente scorrevole, e si nutre a una pluralità di fonti - dalla letteratura alla storiografia, passando per il cinema -, gli occhi del lettore si fanno, di pagina in pagina, sempre più affaticati dal rintracciare nelle righe il disegno di una decadenza che ha più di un riscontro nella nostra storia. La mente non può che andare al fascismo, per associazione di idee. Ma mentre allora la nazione si costruiva sotto la rassicurante apparenza collettiva di un'adolescenza tracotante e bullista, di cui il mussolinismo si faceva garante, oggi la «casa degli italiani» è lo spirito infantiloide e regressivo di un narcisismo amorale, dove l'«individualismo protetto» è il suggello del decesso del diritto e dell'apoteosi dell'arbitrio e della discrezionalità. Nella morte della politica si celebra l'apogeo del familismo, dei nepotismi, della riduzione della sfera pubblica a fatto individuale. La prima volta nella quale si toccò con mano l'oltrepassamento della separazione tra pubblico e privato, che avrebbe poi trionfato nella biopolitica berlusconiana non senza transitare attraverso l'immagine di Bettino Craxi, fu durante la liturgia stanca che si svolse dopo la morte di Aldo Moro, vuota pantomima di un potere che si voleva eterno e invece era già morto. La vicenda di Vermicino nel 1981, con la morte in diretta di un ragazzino caduto in un pozzo, ossessivamente ripresa e raccontata con voyerismo esasperato, introduceva poi gli anni del grande cambiamento, quelli che avrebbero portato alla videocrazia odierna, forma concreta della democrazia populista mediterranea. I «lunghi anni Ottanta», infatti, furono segnati dal declino dell'identificazione nella classe dei produttori, sostituita sempre più spesso da quella dei consumatori. Dall'interclassismo democristiano, che voleva fare transitare il paese da proletari a proprietari, si stava così andando verso un nuovo orizzonte, fatto del ritorno del plebeismo come matrice profonda (e rassicurante) di una identità nazionale basata su una accumulazione bulimica e del tutto priva di qualsiasi retroterra culturale. In questo, il già decantato nord-est della modernizzazione senza sviluppo si incontrava con il sud di una nazionalizzazione senza progresso. Tra i tanti che hanno entomologicamente raccontato la discesa verso il basso di una Italia che non ha mai aspirato a nessuna forma di elevazione c'è Walter Siti in Contagio che, nelle sue iperboli, ben si accompagnerebbe, come contrappunto letterario, a certe pagine di Crainz. Non a caso entrambi gli autori rivelano una sospettabilissima vena pasoliniana, sia pure da due sponde intellettuali distinte. Il mutamento si è consumato trent'anni fa ma quell'insofferenza verso le regole del gioco, che tradisce l'indisponibilità verso qualsiasi competizione ad armi pari, è lo stigma di un modo di essere che dura da sempre. Crainz è indisponibile verso qualsiasi forma di autoindulgenza. Il suo libro, che registra, con impietosità, anche il nostro smarrimento, sembra essere il prodotto di una mente calvinista. Anche per questo ci dice che rischiamo di morire senza essere democratici né, tanto meno, cristiani.

GUIDO CRAINZ, AUTOBIOGRAFIA DI UNA REPUBBLICA: LE RADICI DELL'ITALIA ATTUALE, DONZELLI, PP. 241, EURO 16,50

 

Pensare il presente, nel presente. Una scuola a Roccella

Alessandra Mallamo, Angelo Nizza

Anche nella Locride si può fare filosofia. Anzi, si deve. È proprio un territorio ricco di potenzialità, ma spesso povero di occasioni, la sede giusta in cui il dialogo attecchisce e la riflessione acquista un significato politico. Questo è accaduto a Roccella Jonica il 29, 30 e 31 agosto, durante la prima edizione della Scuola estiva di alta formazione in filosofia dal titolo Riflessi del presente: individuo vs. politica. Le tre giornate di studio sono state momento di vero dialogo e serrato confronto, cui hanno partecipato più di cinquanta iscritti tra docenti, studenti e cittadini. La necessità di far uscire la riflessione filosofica dall'accademia, l'esigenza di pensare e politicizzare il vissuto quotidiano hanno costituito il basso continuo dell'intera iniziativa. La riuscita è stata segnata da un genuino fare collettivo, grazie alla mobilitazione di personalità e istituzioni diverse: organizzata dal Liceo Scientifico «P. Mazzone» in collaborazione con l'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli e il Centro per la filosofia italiana la Scuola ha goduto del sostegno finanziario dell'assessorato alla pubblica istruzione della provincia di Reggio Calabria e del comune. Dalla dimensione sociale dell'esperienza fino alla crisi della politica contemporanea i punti più impegnativi del confronto. La lezione d'apertura, di Mario Alcaro, ha proposto un'originale lettura di Tommaso Campanella come precursore del paradigma biopolitico. In chiave biopolitica anche l'intervento di Ida Dominijanni sull'antropologia berlusconiana: la società italiana, seppur innervata dal biopotere berlusconiano, può ancora attivare processi di riattivazione della libertà. Giuseppe Cantarano, direttore della Scuola, si è concentrato, invece, sullo svuotamento della politica d'oggi: abbracciando la logica del fare assoluto, produce soltanto perdita di valori e disincanto. Su questa scia l'atteso contributo di chiusura di Pietro Barcellona ha ragionato sul declino della soggettività umana, in termini di morte dell'immaginario, azzeramento del desiderio e assenza di contraddittorio. Fin qui si è trattato di illustrare alcuni caratteri della crisi del presente e dei suoi effetti biopolitici. Resta da individuare l'origine dell'impasse e le condizioni per superarla. È lecito pensare che sia il modello capitalista il fondo in cui la vita umana è tenuta sotto scacco: proprio oggi le più importanti doti della nostra condotta, come il linguaggio e le relazioni sociali, sono diventate il fulcro della produzione di beni e servizi e, quindi, sono oggetto di governo imprenditoriale. Pratiche di incontro simili a quella roccellese rappresentano una modalità di comunicazione pubblica scardinata da questi meccanismi. Già la tavola rotonda conclusiva è stata l'occasione per discutere delle prossime edizioni. Della possibilità di far interagire la riflessione con altri linguaggi, come quello cinematografico, dell'importanza di approfondire senza rinchiudersi e di coinvolgere senza disperdersi, della forma politica e sociale che la filosofia deve assumere per coniugarsi alla nostra esperienza vissuta.

 

Spettri di guerra - Antonello Catacchio

Il 26 aprile di quest'anno Army Times, periodico dell'Esercito americano ha fornito questi dati: tra i soldati in cura nelle strutture del ministero per i veterani ci sono 950 tentativi di suicidio ogni mese e nel 2009 il numero dei militari suicidi ha superato quello dei soldati morti in guerra. La struttura che dovrebbe farsi carico dei problemi psicologici dei soldati che tornano dalla guerra in Afghanistan o in Iraq è il Ward54, il braccio psichiatrico del Walter Reed, l'ospedale che si fa carico dei veterani a Washington. Negli altri reparti i feriti, i mutilati, qui invece quasi un braccio fantasma, perché lì non si entra. L'esercito non ama far vedere che molti, troppi, non hanno retto psicologicamente. Anche perché dovrebbe risarcirli. Ecco allora che il Ptsd, il termine che definisce un «Disturbo post-traumatico da stress» viene praticamente bandito. Utilizzando cavilli burocratici, anche se hanno terminato la ferma, alcuni vengono rimandati nelle zone operative, chi ha tentato il suicidio viene cacciato dall'esercito con disonore (e senza soldi). E dietro questi suicidi, tentati o riusciti, ci sono storie di persone che Monica Maggioni, giornalista del Tg1, ha voluto raccontare nel documentario Ward54, presentato a Venezia nell'ambito del Controcampo italiano, seppure in modo semiclandestino (una sola proiezione pubblica in una saletta da 150 posti). La storia segue le vicende di alcuni veterani che hanno tentato il suicidio. In particolare quella di Kristofer Goldsmith. Kris è andato in Iraq, il suo compito era quello di fotografare e classificare i cadaveri iracheni. Un giorno però l'orrore di una fossa comune fa scattare qualcosa da cui non riesce a liberarsi. Ritorna in patria e la prima cosa che fa è entrare in un negozio di liquori e prendersi litri di whisky. Per un paio di mesi beve a dismisura «prima di allora avevo bevuto cinque o sei volte», afferma. È chiaramente malato, ma l'esercito non ci sta, lo vuole rimandare in Iraq. Lui allora il Memorial Day tenta di suicidarsi. E l'esercito lo congeda. Con disonore. Kris è a Venezia per accompagnare il film, a sua volta accompagnato dalla sua ragazza «non mi sentirei a mio agio senza di lei, questa è la prima volta che vengo in Italia, gli unici miei contatti con l'Europa sinora erano stati un aeroporto in Germania e uno a Dublino». Ma questa è l'unica nota leggera in un contesto durissimo dove appaiono immagini crude. Alcune, quelle delle fosse comuni, sono state riprese proprio da Kris, altre dalla troupe di Monica Maggioni che ha inquadrato prigionieri iracheni devastati dopo tre giorni abbandonati nel deserto, oppure nel Mash, l'ospedale da campo dove si vede un intervento a cuore aperto, o sulla tristissima processione di militari feriti che salgono sul 130 che li riporta in patria. Immagini che Bush non voleva far vedere ai suoi cittadini. I soldati da inviare nella guerra bugiarda erano pescati tra le fasce più deboli della popolazione. «I giovani erano reclutati tra coloro che non avevano alternative - racconta Maggioni - ragazzini che arruolandosi speravano di raggranellare il denaro necessario per andare all'università, immigrati di seconda generazione che arruolandosi ottenevano la cittadinanza, addirittura persone condannate per reati minori che così avevano qualche sconto di pena». Poi però dovevano confrontarsi con una guerra odiosa. Così viene spontaneo chiedere a Kris perché lui, di Long Island, quindi vicino a New York, si sia arruolato, soprattutto in un periodo di guerra. «Fin da bambino sognavo di entrare nell'esercito. Mi piacevano le mimetiche, collezionavo mostrine militari, ero affascinato dalle divise. Sognavo di fare la carriera militare sino in fondo, diventando alla fine ufficiale. Mentre ero al liceo ci fu l'11 settembre. A quel punto al sogno di una vita si abbinava un nemico concreto. Alla fine del 2003 mi sono arruolato. All'epoca la guerra era quella in Afghanistan. L'Iraq doveva essere una guerra lampo. Poi l'Afghanistan è stato dimenticato e l'Iraq è stato quel che è stato». E allora viene da chiedergli quale sia oggi la sua percezione del nemico che aveva visto concretamente. «Questo argomento di chi sia il nemico è un pensiero costante per me. Più imparo, conosco, cerco di comprendere e analizzare, più cambia il mio punto di vista. Da ragazzo, il primo anno in cui mi sono arruolato, mi avevano insegnato che iracheni e afghani erano tutti jihadisti, erano nostri nemici perché avevano come unico obiettivo uccidere americani . Avevamo allora un presidente che ci diceva queste cose, affermando che loro odiavano la nostra libertà. Ora mi sembra sciocco. La guerra fu fatta col pretesto di cercare armi di distruzione di massa che avrebbero potuto distruggere le città americane, anche se la scusa era Libertà in Iraq. Poi vidi Bush che scherzava su queste cose, fingendo di cercare le armi di distruzione di massa sotto la sedia, nello studio ovale. Lì ho cominciato a aprire gli occhi. Mentre tanti al fronte soffrivano, cominciavo a trovare spaventoso quel che diceva». Kris ha dovuto abbandonare il suo sogno infantile di diventare ufficiale, poi anche quello più modesto di andare all'università con i soldi dell'esercito che non gli riconosce alcuna malattia. Lui non rinnega la sua storia militare, anzi vuole che gli venga riconosciuta. «In prima istanza, ho ricevuto un rifiuto alla mia richiesta; voglio riaprire il caso, l'esercito non può ignorare queste cose, alcuni miei amici sono finiti in galera per avere tentato il suicidio». La Ptsd è una sorta di insormontabile senso di colpa per quel che si è visto e fatto in guerra e uno dei momenti emotivamente più forti del documentario è la visita di Kris ai genitori di Jeffrey Lucey. Giovanissimo, Jeffrey aveva firmato per arruolarsi contro il parere di mamma. Poi era stato addestrato per partire prima ancora dell'invasione. L'impatto con l'Iraq, a Nassiriya è devastante. Quando si trova di fronte due giovani della sua stessa età, disarmati, Jeffrey esita. Qualcuno invece lo spinge a tirare il grilletto. Spara. Davanti a lui due cadaveri. Jeffrey prende le loro piastrine e non le mollerà più. Quando rientra a casa è devastato, la sua idea fissa è il suicidio, addirittura gli capita di chiedere al padre di tenerlo sulle ginocchia. Una sera il babbo vede la luce accesa in veranda, apre la porta, lungo le scale vede delle fotografie, disposte con attenzione, scende gli scalini, cammina ancora, vede suo figlio, sembra in piedi, invece ha qualcosa intorno al collo. Si è impiccato. Il padre lo solleva e lo tiene in braccio. Per l'ultima volta. Il prezzo pagato dagli iracheni per la guerra criminale voluta da Bush e co. è spaventoso, ma c'è anche un conto da saldare nei confronti di chi, per ingenuità o ignoranza, ha creduto in buona fede di combattere per la libertà e la giustizia e si è ritrovato privato proprio di libertà e giustizia.

 

Renato Vallanzasca, romanzo criminale in salsa classica - M.C.

VENEZIA - Vallanzasca - gli angeli del male di Michele Placido, fuori concorso (prodotto dalla Rai) è stato accompagnato al Lido dallo «scandalo» preventivo. Il bandito (in regime di semilibertà) alla Mostra? E poi la lettera dei familiari delle vittime e le accuse al regista di simpatizzare per «Renatino», il gangster «nato per rubare» che piaceva alle donne e non dispiaceva neppure a Radio popolare che lo intervistò durante la latitanza, in quegli anni 70 di scontri nelle piazze (di cui il film non parla). Placido come ex poliziotto passato a sinistra sa maneggiare bene la materia (meglio del '68) e mette in scena un film che non sfigurerà all'estero e neppure in prima visione tv. «Non assolvo Vallanzasca ma aveva una sua etica del male», dice il regista che racconta il romanzo criminale sul filo del cinema classico, quello del bandito romantico, attorniato da mezzi uomini, colpevoli di molti dei delitti attribuiti a Vallanzasca. Il film è tutto nella recitazione superlativa degli attori, a cominciare da Kim Rossi Stuart (co-sceneggiatore con Placido), un Vallanzasca beffardo, fragile e spinto dal «suo lato oscuro», interpretazione magnifica su dialoghi mai sopra le righe. Lo stesso vale per Filippo Timi, gregario strafatto, capace di sparare in un piede al compagno mentre gioca con il mitra, e poi assassino a ripetizione di agenti, passanti, funzionari di banca, amico d'infanzia del bel René. Bravissimo anche Francesco Sciacca, sensuale Turatello, prima rivale poi amico di Vallanzasca che esce a testa alta dal film e dalla prigione. Non ama le armi, e ha non solo un'etica del male ma anche una del bene, un po' come un personaggio di Bonnie & Clyde. Rapina come spinto da una vocazione, e se sarà costretto a trucidare l'amico delatore lo farà dopo avergli fornito preventivamente un coltello. Insomma, Vallanzasca/Kim Rossi Stuart è una simpatica canaglia e il film lo insegue nella più tradizionale delle pellicole d'azione, crash di auto, assalti a furgoni, claustrofobia del carcere, amori interrotti (con l'intensa Valeria Solarino), fuga... le evasioni non si contano e neppure le esternazioni spettacolari, arroganti. Insomma, niente di scandaloso per il nostro Al Capone, se non che Placido azzarda in un'Italia molto suscettibile sui malfattori che «la nostra è una rilettura onesta. Non dimentichiamo che, in questo paese delle stragi mafiose e del terrorismo, in parlamento c'è chi ha fatto peggio di lui...». Apriti cielo. Qualcuno si scandalizzerà per il trattamento riservato a Vallanzasca dai questurini? Vediamo il prigioniero massacrato di botte dai poliziotti, e se lo dice Placido... Ancora un italiano che ha fatto (stra) parlare di sé per motivi extra-cinematografici è 20 sigarette (Controcampo) di Aureliano Amidei, documentarista al suo primo lungometraggio. Film autobiografico sulle strade di militari italiani a Nassirya, di cui è diretto testimone, il sopravvissuto. Il film è una farsa interpretata da Vinicio Marchioni nella parte di Aureliano, un mix tra Sordi e Gassman, l'italiano fanfarone che capita in Iraq per caso, in veste di aiuto-regista di Stefano Rolla, morto nell'attentato, un autore eccentrico (Giorgio Colangeli ne fa una macchietta romanesca). Il regista, smentito dai produttori, grida alla censura, ma «de che?» direbbe uno dei suoi simpatici soldati. Basta la carrellata pubblicitaria sul suo libro Einaudi sparata mentre l'«eroe» lamenta la spettacolarizzazione dei funerali di stato.

 

Tsui Hark, lampi di filosofia politica - Roberto Silvestri

VENEZIA - I fisiocratici del cinema regnano sul Lido. Marco Mueller (e la sua band) ci ha regalato un week-end fantastico. La giuria avrà così le mani nei capelli. Aspettando Martone, Larrain, Skolimovski, Tsui Hark, Vincent (van Gogh) Gallo si aggiungono a Aranofsky e Reichardt... Altro che noia (e come tediano poi i film programmaticamente «non noia» che pulsano a 180 battiti al minuto). La storia, la politica, la responsabilità etica, dalla dinastia Tang ai celebrati necrofori di Los Angeles, dal golpe in Cile al movimento dei «cento fiori e delle scuole», dal Risorgimento capovolto (anche nell'impressionante documentario di Gianfranco Pannone «ma che Storia...») all'infamia d'Iraq, dalla guerra di Spagna alla Frontiera americana, entrano e escono da queste rielaborazioni disintossicanti e perturbanti di immagini e suoni, come «altra realtà», «altra bellezza», «nuovo sapere», dimostrando, come ha detto in questi giorni il derattizzatore imprevisto della politica italiana, che vive la contemporaneità solo chi cerca e esplora i giacimenti culturali, con la tecnologia dell'arte più complessa, per sapere cosa farsene dei giacimenti petroliferi. L'acqua, il fuoco, la terra e l'aria, come sappiamo aggrediscono l'umanità con provocazioni apocalittiche. In questi film gli elementi diventano, certo anche, qualche volta, divertissement new age, ma soprattutto armi di combattimento «primarie» per la giustizia e la libertà, vengono strappati dalle mani di chi li usa contro l'uomo (e ci ride pure sopra). Non è la vendetta il punto. È il rosselliniano riequilibrio delle risorse a vantaggio di tutti, non dell'3% dell'umanità. I palestinesi (come tutti gli abitanti non solo rom delle periferie di Roma, si veda il doc Et in terra pax) lo sanno bene. Senza terra senza acqua senza aria e senza fuoco che stato possono costruire, che vita possono pretendere di vivere? Ed è davvero sorprendente sentircelo spiegare da un magistrato (!), da una toga rossa rossa del 700 d.C, da quella sorta di Toni Negri dell'epoca Tang, il nemico dell'Impero, il capo dell'opposizione, il sovversivo imprigionato che, liberato per salvare l'Imperatrice, non meno omicida di qualunque presidente degli Usa, sa interpretare come Sherlock Holmes e Mario Tronti la nuova fase, fiancheggia lo stato globalizzato, contro il localismo feudale e il fanatismo opportunista falsamente spirituale, comprende la legittimità sia della violenza che della tattica del Sistema. E, nello stesso tempo, come artista-teorico, cioè come società civile, come «movimento dal basso», pretende più diritti e pratica la dissidenza e la deriva della «libertà di coscienza». È il protagonista del film più bello visto finora in concorso, è un testo di filosofia politica che gioca leggiadramente con la fantasia, Il detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, diretto dal Nicola Tesla dell'immaginario, l'hongkonghese Tsui Hark (nel senso che è il cineasta che ha trasformato in realtà il sogno dell'inventore serbo: impressionare lo schermo direttamente, e velocemente, con il pensiero). Chi non ha letto Adam Smith a Pechino, perché, come dice Elisabetta Sgarbi, nessuno più legge in Italia, non ne perderà un paragrafo, se Detective Dee arriverà nei multiplex. Già, è quasi un requiem a Luciano Arrighi. È vero, è un film in costume, con i soliti combattimenti con le spade e il kung fu, i guerrieri ninja e i cerbiatti che parlano, i malefici che rafforzano la nostra credulità e superstizione (pare che la magia sia un'altra delle sciagura della Cina a-maoista di oggi), e tutto quel digitale dilagante per ricostruire le metropoli mozzafiato della Cina imperiale «frenando un po' la spregiudicatezza dinamica» di un visionario che è stato il maestro del cinema americano dagli anni 80 a oggi. Ma non è così. Tsui Hark connette come non mai, ieri e oggi. Sconvolgente è il raccordo con l'attualità di quegli eventi storici, quasi impressionante: c'è l'Imperatrice «donna» (Obama o...Hillary?), ci sono le Twin Towers e, contemporaneamente, la statua gigante del Buddha, fotocopia di quelle di Bamyan abbattute dai talebani dell'epoca (e anche qui utilizzata per un atto di terrorismo) e c'è la polemica sulla lotta armata che, utilizzabile a secondo della fasi storiche, non deve comunque mai trasformarsi in pratica terroristica monomaniaca, e che colpisca indifferenziatamente civili o «simboli» del Potere. La Cina di allora costruì la basi per una civiltà non aggressiva, fondata sull'agricoltura dei piccoli appezzamenti familiari che sosteneva la crescita industriale, un capitalismo secondo Smith, «naturale», opposto a quello perverso dell'industrializzazione in Europa. E con una rete commerciale fantastica che unificava l'intero estremo oriente. Proprio quella area integrata che, qualche secolo dopo, l'occidente tentò di destabilizzare e terroristicamente distruggere. E non fu certo la magia a salvarla, perché anche su questo piano il film è, spiritoso e commuovente, schierato dalla parte di Lu Shun, compreso l'appoggio a quelle metamorfosi nelle identità sessuali che, nelle scene digitalmente più riuscite, ci offrono il morfing inquietante delle ambiguità sessuali di una magnifica super star cinese... Cinese anche il film a sorpresa, Le fosse, di Wang Bing, un documentarista di una certa forza, qui mal consigliato dalla produzione francese che, volendo pepare come un rotocalco il livello di critica alle autorità politiche di oggi, smorza troppo la cupa visionarietà di un set che riflette sul passato: nel deserto del Gobi vengono messi ai lavori forzati, e muoiono di fame e di stenti, dopo aver cercato di sopravvivere mangiando cadaveri o residui di vomito, come nelle stereotipo di qualunque affresco realistico sui gulag sovietici, i membri centrali e locali del partito comunista cinese che si sono smascherati, come elementi di destra, controrivoluzionari, perché ingannati perfidamente dalla politica maoista «dei cento fiori e delle cento scuole» e dalla «grande marcia verso il nord ovest»... E in alcune scene torna proprio l'eco di quei pamphlet anti maoisti dell'estrema destra francese anni 50. Il che impedisce di ammirare altre sequenze magnifiche, come l'ossessione del Pcc di riforestalizzare i deserti (un progetto che hascadenze millenarie) e quel, davvero orrido, affiorare dei corpi mal sepolti nella sabbia dei «quadri comunisti che sbagliarono», scene così simili e così opposte a quelle dei documentari d'epoca che avevano congelato i martiri della guerra patriottica anti-giapponese e le agghiaccianti, gigantesche «fosse comuni» degli anni 40.

 

Autopsie della storia, Vincent Gallo e Larrain - Mariuccia Ciotta

VENEZIA - Tris di Vincent Gallo, protagonista del film di Jerzy Skolimowski, Essential Killing, regista e attore di Promises Written in Water, entrambi in concorso, e autore del cortometraggio The Agent. Il regista di La ragazza del bagno pubblico (Four nights with Anna, l'ultimo, del 2008) immagina una storia alla Jack London, un uomo, la neve, i lupi e la vita in gioco, nel ricordo del suo L'australiano ('78), corpo a corpo con la natura. Gli piace anche evocare le fiabe del fratelli Grimm e la foresta nera dove si annida la paura e Biancaneve lotta contro i rami adunchi disegnati da Doré. Solo che la principessa non c'è. Mohammed è un taleban catturato in Afghanistan, torturato e trasferito dalla Cia in Polonia per finire il lavoretto, l'operazione si chiama extraordinary (illegal) rendition. Il copione è così piovuto in testa a Skolimoski, non indifferente alla notizia top secret che il giardino di casa sua sarebbe diventato un Abu Ghraib, e dunque simpatizzante del «cattivo», il più debole, sanguinante, affamato, congelato e braccato da un esercito fantasma. A scaldarlo sono solo i flash back assolati del suo paese (il set è israeliano) e un burka azzurro svolazzante mentre risuonano i precetti degli integralisti a proposito di un aldilà gratificante per i martiri. «Un film né politico né apolitico», dice il regista interessato all'umanità sepolta dalla guerra, che nel prologo furoreggia e semina cadaveri. Il nemico ha freddo, ha fame, è ferito, sta morendo, chi lo salverà? Lo sguardo si rivolge allo spettatore di un film senza eroi. Prove di sopravvivenza dell'uomo che mangia formiche, ammazza sempre per difesa, e s'incanta davanti a un branco di cervi, inconsapevoli di fronte alla pistola spianata del taleban, Vincent Gallo, presenza materica, energia della terra, animale umano sospinto tra laghi di ghiaccio, avvistato dagli elicotteri, in fuga. Molto morale, quasi una preghiera di Skolimoski rivolta all'occidente, che avrà il volto di Emmanuelle Seigner, la donna muta apparsa in soccorso dell'uomo. Silenzi polacchi e afghani. I lineamenti di Vincent Gallo emergono dalla maschera inespressiva dell'integralista, dell'icona del terrore, e non è difficile capirne il linguaggio. Uscito dalla foresta del male, l'attore, regista, artista figurativo, musicista americano, confeziona tutto da solo Promise Written in Water, bianco e nero godardiano, scossa salutare per il festival, prove di «cinema totale». Autore prismatico, Gallo è lì a dirigere ogni spiraglio di luce, a testare ogni fuori campo, a fare «provini» di dialogo, una progressiva messa a fuoco di un cerimoniale macabro. Prima che la vita lasci il suo involucro, il cinema allestisce il suo funerale, ed ecco il protagonista direttore di pompe funebri esercitarsi alla macchina fotografica per immortalare la flessuosa ragazza bionda, nuda nella vasca da bagno e poi nuda sul tavolo della morgue. Fare l'autopsia alla pellicola, e distillarne ogni bellezza. Gallo è al suo terzo lungometraggio, dopo lo «scandalo» di The Brown Bunny a Cannes 2003. Uno dei film più ambiziosi alla ricerca di un altro lessico visivo, Promise Written in Water riconnette la scuola di New York, la sua poetica del reale, rivitalizza le sperimentazioni di Cassavetes con le sue ombre, tracce metropolitane in dissolvenza, geroglifici scritti nell'acqua, sul laghetto di Echo Park. Autopsia ancora nel film del cileno Pablo Larrain, Post mortem (concorso), il più gelido horror sulla fine di Salvador Allende, sezionato all'obitorio, indagato in ogni foro prodotto dal proiettile che gli ha sventrato il volto. Chi non ne vuol sapere, parla di suicidio, come il protagonista, un ometto qualunque, né buono né cattivo, e sarà il peggiore davanti alla livida catasta di cadaveri che ingombrano l'ospedale, pronto a servire il paese di Pinochet con il suo cardigan beige, il caschetto di capelli grigi e il sorrisetto ammiccante rivolto alla vicina di casa, una ballerina in via di pensionamento. Anche lei allergica ai cortei di dimostranti e alla politica mentre intorno il Cile si infiamma. Il regista di Tony Manero è minuziosamente crudele nei suoi tempi lenti, le geometrie visive, e un andamento iniziale da commedia, prima di strascinarci davanti ai ragazzi morti, distesi nei corridoi della clinica piantonata dai militari. Pietrificata e insostenibile immagine dell'ordinario espletamento delle funzioni di un trascrittore di referti mortuari. Un Eichman in piccolo. Un funzionario. Così si presenta l'ometto innamorato della vicina, che per dimenticare lei e le vittime del colpo di stato militare deve rimuovere la loro memoria, e sigillare la porta delle urla. In tempo reale, assistiamo alla metaforica barriera eretta dalla borghesia cilena. Una sequenza terrificante con l'ometto che accumula tavoli, sedie e armadi contro la porta dove si è rifugiata la donna e il suo amante. Cosa mai sarà un delitto privato, direbbe monsieur Verdoux, di fronte ai delitti di stato? Ma c'è qualcuno che protesta e grida forte dall'alto della scalinata dove rotolano le vittime. Fermo immagine sul risveglio di chi era distratto mentre accadeva.

 

Stanza 164, a lezione dal sicario dei narcos - Cristina Piccino

VENEZIA - Gli amici della stampa straniera hanno della Mostra una visione molto diversa da quella (incomprensibilmente) polemica che, in questi giorni, appare su molti quotidiani italiani. Ne ammirano il coraggio delle scelte - è molto piaciuto a Le Monde Pecora nera, il critico Jacques Mandelbaum si dichiara stupito di fronte alle polemiche sulla scelta di metterlo in concorso - e la capacità di guardare alle diverse tendenze presenti nel cinema contemporaneo. Al di là dei singoli film, che si possono più o meno amare, indubbiamente questa Mostra dichiara un progetto forte nel concorso principale come nella sezione di ricerca, Orizzonti, quest'anno con formati lunghi, corti, medi che sono anche diversi approcci all'immagine - tra questi il molto intenso Jean Gentile. El Sicario - Room 164 era in Orizzonti uno dei titoli più attesi. Gianfranco Rosi, il regista, ha vinto alla Mostra (Orizzonti doc) due anni fa col magnifico e autoprodotto Below Sea Level, premiatissimo nei festival internazionali, mai distribuito in Italia né in sala né in televisione - ma se si pensa al «format» prediletto da Doc 3, il contenitore sulla terza rete di documentari se ne capisce la ragione: non c'è spazio per i film che spiazzano lo sguardo. Cineasta indipendente e solitario anche stavolta Rosi ha trovato i suoi interlocutori all'estero (Les Film d'Ici, Arte) cominciando a lavorare ancora prima da solo col coraggio e l'ostinazione necessari a affrontare la storia che racconta. Nella stanza 164 di un anonimo motel al confine tra Stati uniti e Messico lo aspettava Il sicario, un killer al servizio dei narcos di Ciudad de Juarez, spietata città sulla «Frontera» che dopo anni di omicidi e torture, alcol e droga, violenza senza rimorsi ha lasciato tutto, ha trovato Dio e vive nascosto con una taglia di 250mila dollari sulla testa. Seduto laddove in passato ha nascosto e orribilmente seviziato e ucciso le sue vittime, l'uomo si racconta: formazione alla scuola di polizia, metodo di lavoro, tecniche, priorità dell'omicidio. Una «lezione» lucida, supportata dai particolari anche più terribili. «Volevo servire» dice, e su questo fonda la sua esistenza. Il volto è coperto da un velo nero, quasi una grata attraverso la quale «confessare» le proprie azioni. Ne vediamo solo le mani, tozze, che tracciano su un quaderno disegni per aiutarsi a spiegare: omini, automobili, numeri, il tratto è quasi infantile, potrebbe essere lo storyboard di una regia che funziona solo con impeccabile pianificazione. Rosi ha scoperto Il Sicario leggendo su Harper's Bazaar un articolo di Charles Bowden che firma insieme a lui la sceneggiatura, anche se nel suo cinema non c'è nulla di prestabilito, la sua costruzione è la scoperta, il corpo a corpo imprevedibile con la realtà che si vive girando. Da questo arriva la forma dell'immagine, qui essenziale, e per questo implacabile, scandita dalla narrazione (e dal montaggio secco di Jacopo Quadri), in quel «documentario di parola» che non è la voce off o l'intervista, al contrario conduce lo spettatore nel suo dispositivo senza autoritarismo. Non si esce mai dalla stanza, che è l'universo del sicario, la città la vediamo da lontano, la stessa distanza con cui la misurano le parole dell'uomo. Ci deve essere una fiducia reciproca per costruire una simile relazione ma questo non significa che Rosi indugi nai nella seduzione, i confini tra lui e il personaggio sono chiari, è l'essenza del suo agire che interessa il regista, il racconto del male organizzato, pagato, febbrile nella sua freddezza analitica quasi come la possessione con cui il sicario alla fine metterà in scena tra le lacrime la sua conversione. Non ci sono spezzoni di corpi, fotografie di morti e di massacri. E anche i narcos continueranno a non avere nomi e cognomi perché non è l'inchiesta su cui lavora il regista. La sua indagine riguarda la violenza, e il suo funzionamento, in qualcuno che non è un pazzo ma un Sicario che crede in quanto fa. Qualcosa di antico e di terribilmente contemporaneo a cui Rosi sa trovare un'immagine senza orpelli.

 

Quel Nichi Vendola da sposare... - A. C.

Andrea Costantino ha titolato il suo corto di diciotto minuti Sposerò Nichi Vendola (Controcampo italiano). Un raccontino sulla crisi economica e la difficoltà nel far quadrare i conti. Un Vendola preso in prestito quindi perché c'entra come personaggio eccentrico e intrigante nel desolante panorama politico italiano, ma non altro. E Vendola è venuto a Venezia, non per narcisismo esasperato, al momento della presentazione del film era già ripartito, ma come presidente della regione Puglia per raccontare le iniziative della Apulia Film Commission, a qualche anno dalla sua creazione. Abito grigio che si apre però su una magnifica maglietta da cui fa capolino James Dean, Nichi racconta di come quanti abbiano messo in dubbio la sua leadership su Facebook nei confronti di Berlusconi, abbiano scatenato i suoi «amici». Così, qualche giorno fa, in occasione del suo compleanno, Vendola si è ritrovato inondato da messaggi d'auguri anche creativi, costringendolo a passare la giornata a guardarli, non senza piacere per l'affetto dimostrato nei suoi confronti. La logica di Nichi e dei suoi complici della dinamica Film commission è l'opposto di quella governativa. «Se fosse per loro, taglierebbero Fellini e Pasolini», dice. Invece in Puglia si investe in ricerca, innovazione, cultura e cinema con professionalità e senza strumentalità. E i dati turistici fanno segnare dati da primato per il terzo anno consecutivo e probabilmente il cinema in generale e Mine Vaganti in particolare per questa stagione non sono estranei a questo risultato. E chiude così: «Non sarà un buon momento, ma noi lavoriamo come se fosse il nostro momento». Speriamo.

 

La Stampa – 7.9.10

 

A Venezia il Risorgimento di Martone. "Mazzini? Era un vero terrorista"

VENEZIA - È il giorno del terzo film italiano in cartellone all’interno del concorso veneziano, il kolossal risorgimentale Noi credevamo di Mario Martone. In tre ore e venti di film il regista napoletano vuole raccontare il lato oscuro e «terroristico» celato dietro alcuni episodi che portarono all’Unità d’Italia. E alla proiezione per la critica la pellicola è stata molto applaudita. Ispirato ad un romanzo di Anna Banti, moglie dello storico dell’arte Roberto Longhi e dimenticata autrice di racconti, il film impressiona per la sua durata (tre ore e venti) e per l’immane sforzo produttivo dietro all’operazione. Nel cast Luca Zingaretti nella parte di Crispi e Toni Servillo in quella di Mazzini. Nel Risorgimento di Martone non c’è spazio per i grandi avvenimenti e personaggi storici. Quattro episodi narrano altrettante pagine oscure del processo risorgimentale attraverso le storie di tre ragazzi del sud che in seguito alla repressione borbonica dei moti del 1828 maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Le vite dei tre verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari. Sullo sfondo la storia più sconosciuta della nascita del paese, i conflitti implacabili tra padri della patria, e l’insanabile frattura tra nord e sud. Martone lascia da parte Cavour («ci vorrebbe un film a parte e quindi ho deciso di concentrarmi sui repubblicani», dice) e porta al cinema un Mazzini che non è molto diverso da un terrorista dei giorni nostri, come ammette il regista, che ha deciso di dedicarsi a questo film dopo l’11 settembre: «Non c’è una sola parola che Mazzini pronuncia nel film che non derivi dai suoi scritti. Questo aspetto terroristico, perchè così veniva definito del resto Mazzini dalle polizie di tutta Europa ma anche da Marx ed Engels, non è un’invenzione mia nè di Giancarlo de Cataldo (cosceneggiatore del film col regista, ndr.) è qualcosa che appartiene alla storia. Naturalmente Mazzini è un personaggio immenso e quindi lungi da me l’idea di ridurlo solo a terrorista. È stato un uomo che ha saputo immaginare l’Italia unita in anni in cui era inconcepibile. Certo, la lotta così lunga, l’ostinazione per il credo repubblicano, una forma di mistica religiosa nella forma della lotta, è innegabile. Ma d’altronde fare un Paese è un processo doloroso. Abbiamo cercato di raccontarlo, anche perchè la stragrande maggioranza di noi non sa nulla su come è nata l’Italia ma sa tutto su come sono nati gli Stati Uniti grazie ai film western». Sempre in concorso anche il ’bad boy’ del cinema americano, l’attore e regista Vincent Gallo che con il suo ultimo film The Brown Bunny scandalizzò Cannes sei anni fa. Si vedrà se Promises written in water riuscirà a fare altrettanto al Lido, per adesso si sa solo che è la storia di una giovane ragazza malata terminale, e che Vincent Gallo ne ha finanziato lui stesso le riprese. Completa il trittico in competizione lo spagnolo Alex de la Iglesia con Balada triste de trompeta. Marco Muller e gli organizzatori del festival, infine, oggi tracceranno un primo bilancio della manifestazione.

 

"Vallanzasca? In politica c'è di peggio". Ciclone Placido alla Mostra di Venezia

VENEZIA - «Ci sono persone che stanno in Parlamento e hanno fatto peggio di Vallanzasca. Prima di fare questo film mi sono posto il problema perchè sono stato prima in un collegio di preti e poi ho fatto il poliziotto». Così Michele Placido stamani alla conferenza stampa ufficiale del film ’Vallanzasca - Gli angeli del male’ passato oggi fuori concorso a Venezia 67 tra mille polemiche. Insomma, come è nel suo stile, il regista ci va pesante quando deve dire o difendere qualcosa. In questo caso il suo film attaccato fin dalla sua ideazione dai familiari delle vittime che trovano assurdo mettere sul grande schermo la storia di un criminale. «Il presidente dell’Associazione di volontariato Vittime del Dovere, Emanuela Piantadosi - che oggi ha scritto una lettera al Corriere della Sera definendo libro e film su Vallanzasca inaccettabili - si informi perchè il cinema è libero e in altri paesi più che da noi», ha replicato poi Michele Placido. «Faccio solo un caso: il film su Jacques Mesrin, il nemico pubblico n.1 in Francia , finanziato addirittura dal ministero. Noi - ha aggiunto Placido - siamo condizionati da un certo moralismo. Però che dire: abbiamo fatto anche una fiction sul Capo dei capi, Riina, e Gomorra dal libro di Saviano. Noi Abbiamo rifiutato per questo il concorso a Venezia: tutti avrebbero protestato». Ma le polemiche non finiscono qui, perchè c’è anche l’accusa che l’immagine del ’bel Renè sia anche troppo valorizzata in positivo in questo lungometraggio.«Questo mio film - aveva detto più volte Michele Placido anche per difendersi sempre dagli attacchi ripetuti dei familiari delle vittime - è un film contro Vallanzasca. Aspettate a vederlo». Oggi, dopo averlo visto è più difficile sostenere questa tesi. Sia il regista Michele Placido che il protagonista Kim Rossi Stuart non hanno potuto che riconoscere che il capo delle banda della Comesina affascinate lo era e lo è davvero. «I ragazzi italiani non credo siano capaci di dedicarsi al male dopo aver visto un film simile - spiega Placido al Lido -. Che dire poi di Renato? Era un angelo del male e sicuramente aveva una grande capacità di seduzione . Così, se nel film appare seduttivo è solo perchè siamo stati fedeli al suo personaggio. Tra l’altro - dice ancora - nella sua vita di criminale non ha mai tradito nessuno. Pensava prima agli altri che a se stesso e non si è neppure arricchito». Rossi Stuart che ha convinto Placido a fare questo film di cui è anche co-sceneggiatore rinforza la dose: «Quello che mi colpisce di lui è la sua capacità di auto-ironia. Certo oggi non è felice di aver lasciato a terra tante persone. Insomma non incarna il male assoluto, ma una persona in cui male e bene convivono in una lotta estrema».

 

Repubblica – 7.9.10

 

Quando Charlie Chaplin voleva sfidare Dorando Pietri – Marco Patucchi

"Maratoneti, storie di corse e di corridori" di Marco Patucchi (Baldini Castoldi Dalai Editore) esce in questi giorni in libreria. Una galleria di personaggi, da Abebe Bikila a Stefano Baldini, da Alberto Salazar al matematico Alan Turing, dal desaparecido Miguel Sanchez a Haile Gebrselassie, raccontati nel loro doppio percorso agonistico e umano. Ne pubblichiamo uno stralcio. "Hei, ma quello è Charlot...". I bambini gridavano sgranando gli occhi. L'omino in costume da bagno aveva iniziato a correre lungo la spiaggia di Santa Monica. Su e giù da un molo all'altro, seguito da un gruppo di persone che erano lì con lui a prendere il sole. La gente, affacciata al pontile, trascurò per qualche minuto i pescatori e i gabbiani e si gustò quella imprevista scena podistica in riva al mare di California. Sì, quello lì era Charlie Chaplin e, mentre dai lettini Doug Fairbanks e Samuel Goldwyn sorridevano divertiti, uno dopo l'altro gli atleti improvvisati - tutta gente di Hollywood - mollarono piegandosi sulle ginocchia per la fatica. Charlot proseguì invece la sua corsa regolare: dieci, quindici volte tra i due moli. "Oggi le persone si meravigliano quando vengono a sapere che, con la mia corporatura esile, riesco a correre per lunghi tratti - raccontò Chaplin nel 1921 a Frank Vreeland del New York Herald - . Sa, ho i polmoni piuttosto sviluppati e poi le mie gambe si erano formate abbastanza bene a forza di ballare con gli "Eight Lancashire Lads" sul palcoscenico. Ero entrato nel gruppo podistico di Kennington, e per me correre una ventina di chilometri non era niente. Anzi, ho perfino preso in considerazione l'idea di iscrivermi alla maratona delle Olimpiadi di Londra, ma più o meno in quel periodo mi sono ammalato. Riesco ancora a correre per quindici chilometri senza problemi. La resistenza e la capacità polmonare non si perdono mai". Chaplin podista a Kennington Road, la via londinese che lo aveva visto bambino e poi ragazzo, prima dell'inizio dell'avventura americana. Un'infanzia segnata dalla povertà, dalla separazione dei genitori, dalla malattia della madre, dagli orfanotrofi e dalle prime esperienze teatrali. A Kennington era nata anche l'andatura di Charlot: "Il mio vecchio zio gestiva un pub - ha raccontato Chaplin nel 1916 - e c'era uno di quegli ubriaconi inveterati che se ne stava appoggiato al muro per ore e ore di fila in attesa di un'occasione per elemosinare o guadagnarsi qualche spicciolo. Quando una vettura si fermava davanti alla porta lui si precipitava arrancando a tenere fermi i cavalli, e si affannava talmente con i suoi poveri piedi doloranti nelle scarpe vecchie e sfondate, che camminava più meno nel modo in cui cammino io nei miei film". La camminata di Charlot, i calzoni abbondanti, le scarpe enormi, il bastoncino flessibile, la bombetta sollevata ogni volta davanti ai poliziotti: "Quando studio qualche gag che mi piace in modo particolare, e poi vado al cinema per vedere l'effetto che fa, quello che ride per primo è invariabilmente un bambino. Afferrano al volo, sempre". E solo i bambini resteranno fedeli fino in fondo all'omino con i baffi e la bombetta. Dopo le mille comiche, "Il monello", "Luci della città", "Tempi moderni", "Il grande dittatore"... gli adulti americani decideranno che Charlie Chaplin non era persona gradita negli Stati Uniti perché sospettato di filocomunismo. "Sono stato così fin da bambino - replicò Chaplin al fuoco di fila dei giornalisti nella drammatica conferenza stampa del 12 aprile 1947 a New York, per l'uscita di "Monsieur Verdoux" - . Non posso farci niente. Ho viaggiato in tutto il mondo, e il mio patriottismo non si basa su una sola classe. Si basa sul mondo intero... sulla pietà per il mondo intero e per la gente comune". E ancora: "I miei film sono sempre storie raccontate dalla parte dei perdenti, e con grande pietà e comprensione. Credo che la pietà sia una dote grandiosa. Senza di essa non avremmo la civiltà". Il podista Chaplin non partecipò, per un soffio, alle Olimpiadi di Londra del 1908, quelle di un altro omino con i baffi che commosse tutti. Ma la maratona di Dorando Pietri sarebbe piaciuta anche a lui: la corsa del perdente più famoso del mondo. "Come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto e ha perso la vittoria".