| RASSEGNA STAMPA |
Laici clericali e restaurazione
Giuseppe Giarrizzo
Da qualche tempo, sull'onda delle «esternazioni» di George
W. Bush, che famiglia e
religione avevano redento per destinarlo a «reggitore del mondo», e del nesso
che i teocons, le sue teste d'uovo, hanno rivisitato tra pratica religiosa e conservatorismo
politico, è in atto anche da noi una minicrociata all'italiana di laici (o autoproclamati tali) per la «conversione» o riconversione
di altri laici alla religione. La figura di punta, il «crociato» dell'impresa
è Marcello Pera, filosofo della scienza e presidente del Senato. Colse al balzo l'incidente europeo di Buttiglione, si schierò con accento devoto per «le radici cristiane
dell'Europa», scrisse di «Verità» in un discorso amebeo con
l'allora card. Ratzinger, tornò con autorevole
cipiglio a spiegarci «perché non possiamo non dirci cristiani» - superando
così d'un balzo le residue riserve di Benedetto Croce. E per il
momento ha concluso, con accenti profetici, che il
trattato europeo, alias la costituzione europea «è morta» per la stessa
ragione per cui era malnata, giacché, non avendo l'anima religiosa, non
interpretava questo «ritorno alla religione» che è - a giudizio di Pera - il
vero segno dei nostri tempi, di tempi tribolati.
Prima di altre considerazioni, rendo esplicito il
disegno argomentativo che regge la crociata: i
nostri tempi sono tempi difficili (terrorismo islamico, globalizzazione,
crisi di valori, razzismo, insicurezza, ecc.); l'umanità europea si affida
alla «religione» per sottrarsi all'angoscia di minacce locali e planetarie e
per trovare al tempo stesso sbocchi positivi alle proprie incertezze. Si affida
o deve affidarsi? Religione o religione
cattolica? Non sono, come ognun vede, alternative da
poco. Laico, da sempre rispettoso del bisogno e del diritto individuale e
collettivo della «ricerca religiosa», trovo questo
chiacchiericcio un documento tra i tanti dell'impoverimento drammatico della
vita morale, etico-politica di questa Italia del
terzo millennio. La storia moderna dell'Europa è piena di questi annunci
sulla religione che se ne va, e sulla religione che torna: e quegli annunci
sono stati allora come ora un modo di leggere gli astri, vale a dire
l'illusione di poter tradurre in «fede» il dubbio su passate certezze, su
tradizioni morali e comportamenti anacronistici, cioè
nell'affidarsi a portatori istituzionali di verità non soggette, né assoggettabili
a dubbio. La polemica, che non è di ora, di
Benedetto XVI contro il «relativismo» ha qui il suo centro: è un grave errore
per papa Ratzinger dubitare di Verità che mutati
rapporti socio-culturali, dall'accesso di nuovi soggetti alla partecipazione
politica alla «liberazione sessuale», dal rigetto dell'autoritarismo alla
«ricerca del benessere», hanno messo in discussione - soprattutto in materia
di istituzioni ecclesiastiche (matrimonio dei preti, sacerdozio femminile,
ecc.) e di pratiche morali (rapporti sessuali extraconiugali e non diretti a
procreazione legittima, prevenzione di malattie genetiche, ecc.) - principi
dichiarati della tradizione cattolica.
Presupposto costante è l'accumulo di riserve, ancor esse consuete, sui poteri
della ragione, sulla pretesa razionale di conferire senso e significato alle
cose, ed il conseguente ricorso al «pensiero reazionario». Nel caso italiano,
ciò è facilitato da un evidente declino sul versante della pedagogia civile:
il revisionismo storico a pagamento, il ricorso concitato a «commissioni
parlamentari d'inchiesta» per la ricerca del vero storico, l'apologetica
della «sincerità» dei fascisti o della statura «storica» dei loro esponenti,
insieme con
V'ha chi voglia leggere in questa «restaurazione»
d'un passato che pareva sepolto un ritorno alla religione? Lo scontro sui
quesiti referendari, il modo con cui è stato segnato il fronte tra gli
schieramenti, il suggerimento «politico» delle gerarchie cattoliche ad uno
dei fronti in causa, quale che sia l'esito nel merito, lasceranno perciò nel
corpo del paese ferite destinate a lenta rimarginazione,
esposte a diventare torpide o infette: dal momento che
si attribuirà alla Sinistra il monopolio della morale laica, e alla Destra la
domanda di un «ritorno alla religione». La «religione», come un corpo di
valori tradizionali e non più ricerca individuale della Verità, diventerà
l'elemento di divisione tra gli schieramenti politici - nella pretesa di
surrogare la proclamata morte delle ideologie con
una camuffata «guerra di religione».
Con la conseguenza di imporre ad un paese stremato moralmente e preoccupato
della presente condizione il sudario d'una falsa lotta di principi che o non
sono tali, e comunque non rispondono agli appelli
responsabili di chi invoca sinergie e convergenze, e insiste sulla ricerca di
valori condivisi; o svuotano ad astuzia tattica l'auspicio solenne che cessi
ogni guerra mossa in nome della religione. E vorranno i cattolici nostrani ridurre
a meschina ipocrisia la reiterata domanda di perdono per crimini del passato,
e la correlata «purificazione della memoria» - oggetto di estenuate
sottigliezze teologiche del prefetto della Congregazione per la verità della
fede?
Storicamente, nella tradizione intellettuale dell'Europa, la «religione» - al di là del ricorso del potere ecclesiastico al braccio
secolare, generosamente compensato con l'alleanza fra Trono e Altare - è
stata ricerca, e tale è apparsa anche a chi «crede», vale a dire possiede un
patrimonio di persuasioni ereditate o acquisite di cui ha affidato la tutela,
la gestione a soggetti abilitati entro una chiesa, che può essere o uno
spazio fisico o ideale, o ricevere persino la sublimazione teologica a corpo
mistico. Il percorso della «modernità», in cui il laico si riconosce, è stato
il passaggio dalla domanda di tolleranza per soggetti e persuasioni «diverse»
alla libertà religiosa - che non appartiene solo al «laico» identificato per
comodo col miscredente o con l'ateo, ma anche al credente, ad un laico che è
tale perché non sottoscrivendo una delega in bianco ad alcuno, istituzione o
individuo, affida alla sua morale responsabilità la ricerca del vero e della
salvezza: non perciò rinuncia a cercarli, a governare i principi dei quali
risponde, e che, anche all'interno di una struttura ecclesiale, di cui
riconoscesse la origine divina, non delega ad altri
lo sforzo di (ri)visitarne i fondamenti. Quel che
importa per dirsi laici è di non accettare come definitive le «certezze» del
superiore, ma di continuare la ricerca della Verità con gli strumenti che la
sua umanità possiede e adegua nel tempo: se il tempo
non deve essere solo chiamato a nascondere, ma a disvelare
le verità che cerchiamo e di cui abbiamo bisogno.