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                                                               ATEI  e AGNOSTICI          referendum fecondazione assistita

 

17 Giugno 2005
Il Paese resta laico
Colloquio con Piero Fassino, di Chiara Valentini - l'Espresso


Se volete irritare Piero Fassino provate a chiedergli se è pentito di aver impiegato fino in fondo se stesso e il suo partito nella campagna elettorale per i referendum sulla fecondazione assistita.
“Le battaglie giuste vanno combattute anche se è presumibile che non paghino subito”, ripete con la stessa piemontese cocciutaggine che l’aveva portato da una parte all’altra d’Italia quasi avesse il dono dell’ubiquità, che gli aveva fatto convocare sulla legge 40 gli stati maggiori dei DS, senza preoccuparsi troppo della solitudine in cui lo lasciavano gli altri leader, fra un Prodi che prometteva di votare ma non diceva come e un Rutelli che faceva il suo outing per l’astensione.

Insomma, se potesse tornare indietro rifarebbe le stesse scelte?
“Sì. Qui c’erano in campo valori irrinunciabili, dalla libertà individuale alla laicità dello Stato, dalla tutela di chi deve nascere al diritto delle donne di decidere del
loro corpo. Temi come questi non possono essere valutati con il metro della convenienza elettorale, perfino se possono apparire battaglie di minoranza”

Non è la logica che specie in passato ha guidato spesso il suo partito.
“E infatti in questa battaglia c’è un elemento di innovazione culturale che difendo, c’è il segno di una concezione laica e liberale della politica che oggi è la nostra. Ci sono scelte che vanno fatte non perché sono elettoralmente convenienti, ma moralmente giuste”.

Però troppi elettori non l’hanno capito, visto che solo uno su quattro è andato a votare.
“Ci muovevamo su un terreno che suscita inquietudini e su cui molti si sentono impreparati. Quando ti interroghi sulla vita, sulla sua trasmissione, sulla genetica tocchi campi nuovi, inesplorati per la grande maggioranza dei cittadini. È facile agitare fantasmi su questi argomenti, spaventare la gente invece che farla ragionare. In questo c‘è un’analogia con quel che è successo in Francia con il referendum sulla Costituzione europea”.

Lì però erano in gioco cose del tutto diverse.
“Sì, ma non era diversa l’ansia che può manifestarsi di fronte alle novità, ai cambiamenti della nostra epoca. In Francia ha giocato l’incertezza del futuro, la paura dell’idraulico polacco, da noi l’inquietudine di fronte alla vita e ai suoi misteri. In tutti e due i casi c’è stato un ritrarsi, , c’è stato un ripiegamento, una presa di distanza dal peso della decisione”.

Questo vuol dire però che non siete riusciti a comunicare a sufficienza, a spiegare la posta in gioco.
Certamente sarebbe stato necessario più tempo, si sarebbe dovuti partire prima, con un lavoro di informazione capillare. Perché le persone, una volta raggiunte, capivano eccome. DUrante la campagna per il referendum se c’e una cosa che mi colpiva, era il silenzio assoluto del pubblico, la voglia di farsi un’opinione”.

Perché allora avete aspettato le Ultime Settimane?
“Non potevamo sovrapporre il referendum alla campagna per le regionali, sarebbe stato un grave errore. I tempi sono stati obbligati dalle scadenze della politica”.

Non pensa che a sconcertare gli elettori abbia contribuito anche la diversità di posizioni del centro-sinistra, frastornato fra il vostro impegno per il si, l’esprimersi solo a metà di Prodi e l’astensionismo di Rutelli?
“Se c’è un rimprovero che possiamo farci è proprio quello di non aver cercato di costruire in anticipo un punto di vista unitario sU questi temi. Non ci abbiamo provato seriamente, bisogna ammetterlo. Solo quando eravamo ormai in fase avanzata c’è stato il tentativo di Giuliano Amato. Arrivava tardi, ma era ancora una proposta che poteva mettere d’accordo le diverse sensibilità. Quella proposta è stata scartata da altri e non da noi. E ne abbiamo pagato il prezzo”.

L’anno prossimo vi troverete a fare campagna elettorale in un’Italia meno laica, che sembra aver cambiato marcia rispetto alle svolte storiche del divorzio e dell’aborto.
“Non interpreto il risultato dei referendum come un rigurgito di conservatorismo. Neanche il Cardinal Ruini ha puntato su questo. E intatti non ha scelto la strada dello scontro frontale del no. Ha giocato tutto sull’astensione, che appunto intercetta il senso di incertezza e di paura”.

Insomma, vuole dire che il referendum non CI consegna la fotografia di che cos‘è davvero oggi la società italiana?
“L’Italia è un paese molto più laico di quel che può sembrare in questi giorni. È il paese che non più tardi di un mese fa ha cambiato la geografia politica dell’Italia consegnandoci 12 regioni su 15. non è giusto allargare troppo il risultato di questo referendum”.

Dalle prime analisi del voto però di Italie ne vengono fuori due, con il Mezzogiorno che è la roccaforte dell‘astensionismo.
“Non c’è contraddizione. Dove la società è più disgregata e le strutture politiche più deboli è maggiore la diffidenza e l’estraneità verso un tema così nuovo e difficile. Mi hanno colpito due notizie solo apparentemente lontane. Vibo Valentia, la città che ha avuto l’astensione più alta d’Italia, è anche la città dove l’altro giorno la ‘ndrangheta ha mandato a fuoco nell’indifferenza generale la fabbrica di un’imprenditrice che si era opposto al racket”.

Parecchi pensano che la Chiesa, dopo questa vittoria, cercherà di condizionare molto più di prima la politica italiana.
“Dubito che il Cardinal Ruini potrebbe trovare la stessa coesione su altri temi e mi sembra significativo che lo stesso Cardinale si sia affrettato a rassicurare di non voler intervenire sull’aborto. Da sempre la Chiesa ha un rapporto critico e dialettico con la modernità. E certamente nella campagna referendaria ha dimostrato di sapersi imporre come un soggetto forte. Ma questo deve sollecitare chi crede nella laicità a battersi per un principio irrinunciabile per qualunque stato moderno come la distinzione tra etica e diritto. Anche le culture laiche devono misurarsi con le inquietudini che suscita la modernità. Un filosoto come Habermas si interroga sul senso della vita non meno di Ratzinger”.

Non le sembra che Rutelli sia su una lunghezza d'onda diversa? In questi giorni si parla molto di un futuro partito trasversale dei cattolici.
“Tornare a questo dieci anni dopo la morte della Democrazia cristiana mi sembra antistorico. L’Ulivo è stato pensato da Prodi, da me e da Rutelli proprio per realizzare l'incontro fra laici, cattolici e riformisti, per superare definitivamente steccati politici e culturali. Dopo questo referendum un obiettivo di questo genere è ancora più attuale”.

Uno strappo però c'è stato. Come pensa che potrete ricucirlo? Che cosa scriverete nel programma elettorale del centro-sinistra a proposito della legge 40?
“Abbiaino l’ambizione di governare questo paese e quindi non potremo eludere di certo i temi eticamente senibili. Quando riportetemo in Parlamento la legge 40 bisognerà trovare soluzioni fondate su un principio di laicità e che rispettino le sensibilita di ciascuno. Non è un’impresa impossibile. Prendidmo un altro esempio, le coppie di fatto. Ribadito il valore della famiglia e del matrimonio che è nella Costituzione, una legge che regoli i rapporti delle convivenze può essere accettata da tutti”.

In conclusione, lei non crede che questa sconfitta referendaria avrà cattivi influssi sul nostro futuro? La nostra convivenza civile non ha ricevuto qualche ferita?
“Si deve essre consapevoli che l’astensione non è una modalità di voto, è un modo per vanificare il voto degli altri. In questo sono d’accordo con Fini, è un atto diseducativo che non deve più ripetersi”.

Gianfranco Fini sta pagando cara la sua scelta di laicità. Tutto tranquillo invece nei Ds?
“Da noi la decisione era stata presa a larghissima maggioranza, è un tema su cui c’è un grande accordo. E il referendum era una strada obbligata. Visto l’assoluto rifiuto di questa maggioranza a modificare la legge in Parlamento. Certo questa sconfitta può provocare disagio e scoraggiamento nelle nostre file. È anche per questo che occorre dare uno sbocco positivo alla dicussione sull'Ulivo, con una soluzione che tenga insieme Prodi e la Margherita”.