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La repubblica LE IDEE
Se il Parlamento concede
un ruolo civile alla Chiesa
di STEFANO RODOTÀ
9)17 Giugno 2005
Il Paese resta laico
Colloquio con Piero
Fassino, di Chiara Valentini - l'Espresso
1)Liberazione
15.6.2005
La chiesa rinuncia alle anime
ed entra in politica Rina Gagliardi
2) La Repubblica
14.6.05 Le ragioni
del naufragio laico
di EZIO MAURO
3)L'Unità 14 Giugno
2005 La Cei «senza filtro»
e quella tentazione
di neointegralismo
Roberto Cotroneo
4)Corriere della
Sera 14 giugno
Verdetto chiaro
diagnosi incerta
di Paolo Franchi
5)Corriere della
Sera 15.6.2005
L'onnipotenza che ci fa paura
di Claudio Magris
6)La Sicilia 13-giugno 2005
7)Cosa dice la stampa estera
14 giu 2005
8)
Vendola La vittoria di Pirro del cardinal Ruini
15 Giugno 2005
10)
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La Repubblica 13.6.05 vedi
altri articoli di Rodotà
LE IDEE
Se il Parlamento concede
un ruolo civile alla Chiesa
di STEFANO
RODOTÀ
PROTETTI dal velo d'ignoranza
sul voto referendario, proviamo ad immaginare quale potrebbe o dovrebbe
essere la situazione a partire da questa sera, quale che sia l'esito di quel voto. O forse da domani mattina, essendo
difficile che nei commenti a caldo, appena conosciuto il risultato, si riesca
a mutare di colpo un clima fin troppo avvelenato.
In che modo dovrebbe riprendere la discussione? Dico
riprendere, e non continuare. Guai, infatti, se toni
e argomenti continuassero ad essere quelli delle ultime settimane, sull'onda
del modo aggressivo in cui i difensori della legge hanno impostato le diverse
questioni. È vero che il referendum ha confermato
d'essere un importante, per certi versi insostituibile, strumento di promozione di consapevolezza pubblica su
questioni d'interesse generale.
Ma è vero pure che molte rozzezze della discussione sono
pure figlie del modo in cui il Parlamento è arrivato ad approvare la legge
sulla procreazione medicalmente assistita, senza approfondimenti adeguati,
senza un dialogo con l'opinione pubblica, con una attenzione rivolta più agli argomenti della Chiesa cattolica che
agli interessi delle persone, delle donne in primo luogo. Lo testimoniano i
molti ripensamenti di parlamentari che pure avevano
votato la legge. E' possibile affrontare la fase
prossima evitando di rimanere di nuovo prigionieri di approssimazioni e ideologizzazioni?
Se consideriamo il cammino percorso in paesi come la Gran Bretagna, la
Spagna, la
Francia quando si
è deciso di affrontare anche con strumenti legislativi le questioni della
procreazione assistita, ci accorgiamo subito che all'inizio di quel cammino
vi sono rapporti affidati a personalità autorevoli che avevano non solo o non
tanto la funzione di offrire un contributo ai parlamentari, quanto piuttosto
quella di aprire, come in effetti avvenne, una discussione pubblica di cui
tener conto nel momento in cui si decideva di passare all'approvazione una
legge.
Il rapporto
inglese,
affidato ad una studiosa di filosofia morale, Mary Warnock, viene ancor oggi letto e utilizzato in tutto il mondo; il
Rapporto Palacio è
all'origine della legislazione spagnola; e in Francia, dopo un importante
contributo del Consiglio di Stato, il Rapporto Braibant, le leggi di bioetica del 1994 si giovarono assai del ricco
materiale, anche comparativo, messo a disposizione dal Rapporto Lenoir.
Diversi nelle impostazioni e in molte conclusioni, tutti
questi rapporti avevano però un elemento in comune: la consapevolezza di quanto fosse complesso,
difficile, contorto persino, il percorso "dall'etica al diritto"
(era questo il titolo del rapporto del Consiglio di Stato francese).
Ci si liberava così dall'illusione e dalla pretesa
pericolosa di un'etica, qualsiasi etica, che agisse in presa diretta sulla
società, usando il diritto come braccio secolare, come inammissibile
scorciatoia autoritaria. È vero che il ritmo incalzante delle innovazioni
scientifiche e tecnologiche produce sconcerto, difficoltà sociale nel
metabolizzarle.
Ma la risposta, quando si decide di ricorrere al diritto,
dovrebbe forse essere cercata ricordando una vecchia definizione del diritto
come "minimo etico" all'interno di una società. Che non voleva dire
indifferenza per principi o valori forti, ma additava il diritto come strumento che non può limitarsi a
chiudere autoritativamente
un conflitto: deve cercare punti di unione, e su questi costruire la regola,
permettendo così la prosecuzione della discussione e la produzione di più
forti e condivisi valori comuni.
Questa sobrietà non serve soltanto per salvaguardare la
laicità dello Stato, per evitare la nascita di Stati confessionali, di teocrazie, di dittature portatrici di
un'indiscutibile ideologia. È la regola della democrazia, che si ritrova
nell'elogio del compromesso fatto da Hans Kelsen: "Compromesso significa risoluzione di un
conflitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di
una parte, né totalmente contraria agli interessi dell'altra. Ed è proprio in
virtù di questa tendenza al compromesso che la democrazia è una approssimazione all'ideale
dell'autodeterminazione completa".
Per l'Italia del dopo referendum non si può auspicare che il
cammino riprenda da qualche rapporto, perché comunque è urgente riparare i guasti maggiori già prodotti dalla legge n.
40 (e neppure voglio pensare a quali bagarre, lottizzazioni, cencellate e simili si andrebbe incontro
nella scelta delle persone alle quali affidare un rapporto del genere). Ma si
dovrebbe pretendere il recupero di questo aspetto della democrazia, che significa insieme civiltà del
confronto, riscoperta della dimensione propria dell'etica, rinuncia all'uso
puramente autoritario del diritto, anzi individuazione dei limiti dello
stesso diritto, dunque delle situazioni nelle quali è bene che non entri.
Non è cosa facile. Ma bisogna almeno prendere in parola
quanti hanno sostenuto che l'astensione serviva proprio a far sì che la
legge, improvvidamente
sottoposta a cittadini sprovveduti, potesse tornare nelle mani di illuminati legislatori. Se ciò dovesse
avvenire, si potrebbe per un momento (ma solo per un momento) dimenticare il disprezzo che così si
esprime, al tempo stesso, nei confronti del cittadino e di un istituto, il
referendum, attraverso il quale la Costituzione
ha voluto il popolo come "legislatore negativo" (a proposito: dove
sono finiti in queste settimane quelli che in ogni momento invocano il popolo
come fonte d'ogni potere?).
Si torni in Parlamento, allora. Consapevoli,
però del fatto che senza l'iniziativa referendaria gli spiriti critici ed
autocritici nei confronti della legge n. 40 sarebbero rimasti silenziosi. Questo risveglio è già un'indicazione politica, che obbliga a
guardare, al di là degli
stessi quesiti referendari, all'intera legge, perché non si tratta tanto di
rimediare a questa o a quella sua imperfezione, ma di cercare almeno di
renderla non del tutto incompatibile con l'essenzialità del ruolo femminile
in tutto il processo procreativo, con principi come quello d'eguaglianza, con
diritti come quello alla salute. Questo vuol dire far cadere i divieti riguardanti la fecondazione eterologa, l'obbligo d'impianto degli
embrioni, la diagnosi preimpianto.
La discussione resa possibile dai referendum, infatti, ha
mostrato che sono superabili le obiezioni alla fecondazione eterologa riconoscendo eventualmente il
diritto alla conoscenza dell'identità del donatore e sicuramente la
conservazione delle sue informazioni genetiche; che le linee guida ministeriali hanno solo in parte
superato l'assurdo obbligo di farsi impiantare gli embrioni prodotti; che
proprio la caduta di quest'obbligo
ripropone il tema della diagnosi preimpianto, che potrebbe ad esempio essere introdotta con le cautele
previste dalla recentissima legge francese.
Ma le discussioni hanno pure mostrato l'insostenibilità di
un divieto di ricerca sulle cellule staminali esteso anche agli embrioni congelati. E hanno fatto nitidamente
emergere come siano possibili
forme differenziate ed adeguate di tutela delle forme di vita a partire dal
concepimento, ponendo così le premesse per abbandonare la secca equiparazione
tra concepito e persona: si riaprirebbe così la feconda discussione già
avviata sullo statuto dell'embrione e si eviterebbe il rischio di giocare la
legge sulla procreazione assistita contro quella sull'aborto.
Ma né il voto referendario, quale che sia, né una possibile
ripulitura parlamentare
possono far venire meno il controllo di costituzionalità sulla legge. Basta
ricordare soltanto che i divieti riguardanti l'accesso alle tecnologie della riproduzione da parte di donne sole
o di coppie non sterili con rischio di trasmissione di malattie genetiche
appaiono sicuramente in contrasto con il principio di eguaglianza e con il
diritto fondamentale alla salute. E già si annunciano ricorsi alla Corte costituzionale, che sarà
dunque la sede dove la legge nel suo insieme troverà ulteriori e molteplici
occasioni per verificarne proprio la compatibilità con principi di base del
nostro sistema.
La vicenda referendaria lascia comunque una più lunga e profonda eredità. Prima
in Parlamento, e poi più intensamente nella campagna elettorale, si è
manifestato un programma politico di riscrittura dei valori fondativi della convivenza civile che travolge valori
costituzionali; li subordina non all'etica, ma alla religione; postula un
ruolo civile della Chiesa.
Sarebbe dunque profondamente sbagliato
considerare la vicenda referendaria come una parentesi, Nella storia politica
italiana si è aperta una nuova fase, che può essere fronteggiata solo se si
ha consapevolezza della sua portata. Guai a darne letture riduttive,
rinunciando a provvedersi di adeguati strumenti culturali e politici.
http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/politica/dossifeconda6/rodorefe/rodorefe.html
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