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da tempo la Corte costituzionale ha ammesso referendum manipolativi, attraverso i quali, abrogando qua e là pezzi di leggi esistenti, si ottiene l'effetto di una legge nuova. Di questo tipo è il referendum di cui oggi si discute. Esso produrrà un'altra legge elettorale

Intervento del senatore
Cesare Salvi
presidente della commissione Giustizia

l'Unità  28 aprile 2007
IL REFERENDUM E IL RISCHIO DEL "SUPERPORCELLUM"
 
La vogliamo smettere con questa sciocchezza del referendum, come stimolo al Parlamento, per legiferare in materia elettorale? Il referendum non è una sorta di «supposta» da somministrare a governo e Parlamento per agevolare la produzione di qualcosa. Il referendum è un importante istituto di partecipazione democratica, previsto dalla Costituzione, con il quale i cittadini decidono di abrogare o no una legge esistente. Da tempo la Corte costituzionale ha ammesso referendum manipolativi, attraverso i quali, abrogando qua e là pezzi di leggi esistenti, si ottiene l'effetto di una legge nuova. Di questo tipo è il referendum di cui oggi si discute. Esso produrrà un'altra legge elettorale. La vera domanda allora è: questa nuova legge elettorale prodotta dal referendum è un buon sistema, o è almeno meglio del «porcellum»? La risposta è negativa su entrambi i versanti.
Si dice che il referendum ridurrà il numero dei partiti. Non è affatto vero. La legge elettorale che verrebbe dal referendum prevede che invece di due coalizioni di liste si confronteranno due liste uniche (due liste ben inteso, non due partiti!). Ai tavoli delle trattative prima del voto si riuniranno quindi tutti i capi dei vari partiti e partitini oggi esistenti per formare il listone: tanti a te tanti a me; subito dopo il voto torneranno a dividersi per 25, con relative rappresentanze parlamentari.
Mentre oggi i cittadini, sia pure con l'aberrante porcellum, possono almeno scegliere dentro la coalizione il partito che preferiscono, con il nuovo sistema non avranno nemmeno questa scelta: dovranno scegliere tra due contenitori e se non gli piace nessuno dei due, peggio per loro.
Come giustamente si sforza di spiegare il ministro Chiti, unica voce di saggezza istituzionale, il referendum non solo non gioverebbe, ma danneggerebbe il costituendo partito democratico. O qualcuno si illude che un partito dato tra il 25 e il 30 per cento dei voti andrebbe solo alle elezioni, regalando alla destra la vittoria? (A parte il fatto che puntare alla maggioranza assoluta partendo da quei numeri non mi pare molto «democratico»: riemerge l'illusione descritta a proposito della legge-truffa da Ennio Flaiano: «per effetto di nuove leggi, si perdon voti e si guadagnan seggi»).
In secondo luogo, rimane il sistema delle liste bloccate imposte dall'alto, la maggiore vergogna del «porcellum». È vero che verrà eliminata la possibilità dei capi-partito di candidarsi in più di una circoscrizione, ma questo modesto vantaggio è più che compensato dall'orrido effetto di trovarsi comunque in ogni circoscrizione un listone unico, nei quali i partiti si saranno preliminarmente spartiti l'ordine di lista e quindi decideranno loro (tanto più in assenza di una legge di attuazione dell'articolo 49 della Costituzione sul metodo democratico nei partiti), i sommersi, i salvati e quelli della fascia intermedia che forse entreranno e forse no. Con questo sistema inoltre sarà ovviamente impossibile il ricorso alle primarie per scegliere i candidati.
Nel 1993 ci fu un altro referendum elettorale. Era giusto sostenerlo, perché il sistema che ne risultava, pur essendo imperfetto, come i fatti avrebbero dimostrato, era comunque migliore del precedente proporzionale puro. Non ci fu nessuno «stimolo»: i partiti l'attuarono, salvo peggiorarlo per la parte relativa alla Camera dei Deputati. Oggi la situazione è opposta: con il quesito referendario i promotori sono riusciti ad immaginare, impresa improba, un sistema persino peggiore del «porcellum», un «superporcellum». Ho ragione, o sbaglio? Se ne discuta: ma sul merito della nuova legge elettorale che sarebbe prodotta dal referendum.
L'importante è che non ci sia l'imbroglio. Chi sostiene il quesito deve dire con chiarezza se gli piace o no il sistema elettorale che verrebbe fuori dall'approvazione del quesito, e per quali ragioni. Tutto il resto sono chiacchiere.
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 La Corte costituzionale ha stabilito che sulle leggi elettorali non ci può essere referendum totalmente abrogativo (come è stato invece quello recente sulla Costituzione voluta dal centro destra) ma solo manipolativo rispetto al sistema esistente. I promotori sono stati quindi costretti a operare sul «porcellum» onde ottenere, come la Corte costituzionale esige, una legge di risulta che sia di per sé applicabile
 
Intervento del senatore
Cesare Salvi
presidente della commissione Giustizia
l'Unità 4 novembre 2006
 
DIMENTICARE IL "PORCELLUM"


La legge elettorale voluta dal centro destra è pessima. Giustamente è stata definita «porcellum». Quali sono i suoi principali difetti? In primo luogo costringe a un bipolarismo forzato. In secondo luogo agevola la moltiplicazione di partiti e partitini. In terzo luogo dà alle segreterie dei partiti, con il meccanismo della lista bloccata, il potere di decidere chi andrà in Parlamento. Va assolutamente cambiata, adottando un sistema di tipo europeo: il doppio turno come in Francia, o il proporzionale con sbarramento di tipo tedesco o spagnolo. Convinto di ciò, ho guardato con interesse all'iniziativa per un nuovo referendum elettorale. Le intenzioni di almeno un parte dei proponenti sono ottime, ma purtroppo il risultato è pessimo. Infatti, se passasse questo referendum avremo un «superporcellum», perché i quesiti aggravano tutti i difetti della legge attuale.
Una premessa indispensabile. La Corte costituzionale ha stabilito che sulle leggi elettorali non ci può essere referendum totalmente abrogativo (come è stato invece quello recente sulla Costituzione voluta dal centro destra) ma solo manipolativo rispetto al sistema esistente. I promotori sono stati quindi costretti a operare sul «porcellum» onde ottenere, come la Corte costituzionale esige, una legge di risulta che sia di per sé applicabile. Certo, si può sostenere che il referendum è uno stimolo al Parlamento, che poi potrà fare la legge come meglio crede. Ma l'esperienza dimostra che di solito non è così. Se il referendum passasse, dovremo tenerci il suo risultato.
E quale sarebbe questo risultato? Il referendum abroga la possibilità di presentare coalizioni di liste. Il premio di maggioranza va alla lista che arriva prima, e la soglia di sbarramento è del 4 per cento alla Camera e dell'8 per cento su base regionale al Senato. Ci si è esercitati in simulazioni. In base al recente voto, si dice: la lista dell'Ulivo con il 30 per cento avrebbe il 55 per cento dei seggi della Camera, essendo il secondo partito (Forza Italia) distanziato di qualche punto. Degli altri partiti, entrerebbe in Parlamento solo chi supera la predetta soglia. Ma a parte il carattere non particolarmente democratico di un sistema siffatto, che ricorda più la «legge Acerbo» che i moderni sistemi maggioritari, i promotori e i sostenitori del referendum si fanno delle beate illusioni. Se si votasse col sistema emergente dal referendum, infatti, nessuno sarebbe così sciocco da andare al voto con liste di un solo partito, rischiando così di perdere, magari per 25 mila voti. Il referendum infatti non impone, né ovviamente lo potrebbe, partiti unici, ma solo liste uniche, o meglio, listoni unici. I partiti molto piccoli, che resterebbero fuori dalla soglia di sbarramento, chiederanno posti nel listone, come è già avvenuto stavolta per Di Pietro e Mastella, minacciando altrimenti liste di disturbo; per i partiti più forti, tipo Rifondazione comunista, se il centrosinistra vuole vincere, dovrebbe chiedere la confluenza nel listone; partiti di quella dimensione, del resto, sarebbe sicuri di essere comunque rappresentati in Parlamento, superando la soglia di sbarramento. Quindi il bipolarismo forzato e la moltiplicazione di partiti e partitini aumenterebbero. Altrettanto, se non addirittura più grave, è che si accentuerebbe, nelle mani di coloro che saranno chiamati a formare i due inevitabili listoni di centro destra e di centro sinistra, il potere di designare tutti i parlamentari, non essendo questo deleterio aspetto chiave del «porcellum» minimamente toccato dai neoreferendari.
I cittadini ne sarebbero quindi duramene colpiti: almeno con il porcellum possono scegliere nell'ambito della coalizione il partito preferito; con il superporcellum derivante dal referendum non avrebbero neppure questa unica possibilità di scelta.
Si capisce pertanto perché ritengo sbagliato il nuovo referendum elettorale e se le firme dovessero essere raccolte mi pronuncerò per il no. Voglio aggiungere però che ho letto con interesse, nell'articolo del responsabile nazionale del Dipartimento istituzioni DS Marco Filippeschi, il sostegno al varo di una legge sui partiti in attuazione dell'articolo 49 della Costituzione. È materia che con il referendum non c'entra niente; vorrei ricordare piuttosto che la Commissione Affari costituzionali del Senato ha già deciso di avviare l'esame dei disegni di legge in materia già presentati da parlamentari di diverse forze politiche, tra i quali uno da Massimo Villone e da me. Invito pertanto il gruppo dell'Ulivo del Senato a sostenere questa iniziativa, e i colleghi senatori del centro sinistra, se ritengono insoddisfacenti le proposte finora presentate, di formularne altre. È un tema decisivo per la riforma della politica e per riavvicinare i cittadini ai partiti e alle istituzioni. Non c'è bisogno, per far questo, di attendere alcunché; qualunque riforma elettorale si voglia fare, infatti, una legge sui partiti, che istituzionalizzi regole democratiche, comprese le primarie per la scelta dei candidati, ne è presupposto indispensabile.

 

 

Manifesto – 24.4.07

 

Sulle riforme è subito rissa

Roma - La riforma elettorale sbarca alle camere e all’esordio è già bagarre. La relazione del ministro per le riforme Vannino Chiti sulle ipotesi allo studio dopo gli infiniti sondaggi preliminari porta tutti i «piccoli» dell’Unione, dall’Italia dei valori e Udeur a Rifondazione a salire sulle barricate. A preoccupare è soprattutto la fitta partita (a carte ben coperte) tra l’Ulivo da un lato e Berlusconi e Fini dall’altro. Con l’aggravante del referendum verso il «bipartitismo» che inizia oggi a scaldare i motori con la raccolta delle firme. «Siamo molto preoccupati dal flirt tra il partito democratico e Berlusconi», avverte il capogruppo dei Verdi alla camera Angelo Bonelli. «Si preparano a una legge liberticida, la bozza Chiti è un passo indietro e non corrisponde all’intesa nell’Unione», tuona Mauro Fabris, capogruppo del partito di Mastella a Montecitorio. A fare ancora meno chiarezza, l’arrivo della «bozza Chiti» nelle commissioni Affari costituzionali di camera e senato, i risultati dell’esplorazione effettuata dal premier Romano Prodi con tutte le forze politiche in round tanto lunghi quanto almeno per ora sterili. Il ministro delle Riforme ha ribadito che il governo non presenterà un suo testo, che la riforma dovrà nascere dal confronto in parlamento sulla base delle posizioni espresse dai partiti. Il «Roman consensus» sarebbe un sistema basato sulla proporzionale, con una soglia di sbarramento graduale e il premio di maggioranza da assegnare alla lista singola. Non è prevista l’introduzione delle preferenze il ritorno dei collegi uninominali, così come non è sul tavolo l’elezione diretta del presidente del consiglio. La proposta del governo suggerisce una soglia di sbarramento graduale che nell’arco della prossima legislatura arrivi al 5%. Una soglia e un obiettivo simili a quelli in vigore in Germania sui quali, un po’ a sorpresa, pare aver fatto più di un ragionamento Silvio Berlusconi, che stamattina parlerà ai microfoni Rai di Radio anch’io. Tanto che un anonimo dirigente di Forza Italia citato dalle agenzie di stampa vocifera già di un accordo, con Massimo D’Alema, per «arrivare a una grande coalizione che grazie all’adozione del modello tedesco consenta di liberarsi sia di Prodi che dei piccoli partiti». Fantapolitica? Voglia di seminare zizzania? Probabile. A parte il Cavaliere, il sistema utilizzato per eleggere il Bundestag piace soltanto, come sottolinea il ministro per le Riforme Vannino Chiti, a Rifondazione, Udc, Pri, Mpa e dunque senza passare per l’Ulivo è difficile che possa essere davvero la soluzione al rebus elettorale. In ogni caso tirarla tanto per le lunghe potrebbe avere alla fine un esito solo: il referendum elettorale promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che iniziano oggi a raccogliere le firme per i loro quesiti. Una riforma che qualora fosse approvata potrebbe consegnare a un solo partito il controllo del parlamento e dunque potrebbe tentare Pd da un lato e Federazione delle libertà dall’altro. Non a caso, nel comitato promotore ci sono dirigenti di tutti i partiti e personalità di primo piano come Gianfranco Fini, Arturo Parisi e Antonio Martino. In mezzo a tanto bailamme Ds e Margherita tacciono. Come il governo. Proposte e voci che per l’Italia dei valori sono tutte «avvolte nella nebbia». E’ ovvio che la partita, già rovente, determinerà il destino di tutte le formazioni politiche, quelle presenti e quelle che verranno. Se vuole recuperare nei sondaggi (anche ieri affatto lusinghieri), il partito democratico deve forzatamente puntare sulla semplificazione del quadro politico. E in questa chiave le aperture di Franco Marini al congresso della Margherita sarebbero da leggere più come un tentativo di ampliare i confini del nuovo soggetto politico all’elettorato post-democristiano (secondo quello che era l’obiettivo originario del partito rutelliano) che come una risposta alle larghe intese berlusconiane. Di certo è che il Pd vorrà dimostrare ancora una volta di non essere condizionato dalla sua ala sinistra.

 

L'incognita sbarramento

Soglia variabile. La proposta presentata dal ministro Chiti è su base proporzionale. Per le soglie di sbarramento sono due le ipotesi: una soglia nazionale più alta di quella attuale che raggiunga nel giro di due legislature il 5%; in questo caso sono possibili anche soglie territoriali per le rappresentanze politiche molto radicate sul territorio che non superino la soglia nazionale. In entrambi i casi il quorum è deciso dal parlamento. La seconda ipotesi prevede uno sbarramento territoriale, a livello circoscrizionale su base regionale o sub regionale. Niente preferenze. Non sono previste preferenze né candidature plurime. Il premio di maggioranza è assegnato alla lista singola di partito o alla lista di coalizione che ha preso il maggior numero di seggi, e non consente di superare più del 54% dei seggi. Viene assegnato attribuendo il 10% del totale dei seggi a condizione che la lista o la coalizione conquisti almeno il 40% dei seggi, e che non risultino maggioranze diverse tra camera e senato. Sono previsti collegi più piccoli, con pochi candidati. Si garantisce il 40% di quote a uno dei due sessi..

 

  

Manifesto 25.4.07

 

Referendum per Prodi e Silvio - Matteo Bartocci

Roma – Potrebbe essere un governo-ombra o, ancora meglio, la manifestazione plastica del tanto temuto «inciucio» del Pd con le destre. A sollecitare con la propria firma la corsa referendaria arrivano nella centralissima via del Corso, a due passi dal parlamento, la veltroniana Giovanna Melandri, l'ulivista Arturo Parisi, il braccio destro del premier Giulio Santagata, i forzisti Stefania Prestigiacomo e Gianfranco Miccichè , Daniele Capezzone, il presidente di An Gianfranco Fini. E ovviamente loro, i promotori del referendum che forse verrà e forse no, Mario Segni e Giovanni Guzzetta. E' iniziata ieri sotto i flash dei fotografi la raccolta delle firme per i referendum che, se tutti i passaggi formali saranno rispettati, potrebbero tenersi nel giugno del 2008. Tre quesiti che dal «porcellum» portano direttamente a una riforma «bipartitica» del quadro politico italiano: il partito che prende più voti si prende tutto sia alla camera che al senato. Un esito che perfino molti degli stessi promotori giudicano peggiore dell'attuale legge elettorale, derubricando in partenza la lotta a un'arma di pressione sul parlamento perché provveda per tempo. L'incredibile giravolta di Vannino Chiti all'esordio in parlamento lunedì scorso ha portato i «piccoli» sul piede di guerra. Soprattutto perché Romano Prodi prima a preteso di guidare daccapo tutto il processo di ascolto delle forze politiche e poi, al dunque, si è trincerato nel silenzio mentre metà del suo governo accorre alla chiamata dei referendari. Un clima che preoccupa anche forze intermedie come Prc e Udc. L'Udeur ha già minacciato la crisi di governo, mentre i Verdi ieri hanno chiesto ufficialmente con Angelo Bonelli un vertice dei segretari della maggioranza che torni all'accordo sul modello delle regionali emerso all'unanimità (Ulivo compreso) alla fine delle prime consultazioni. Dal padre nobile Roberto Calderoli in giù c'è unanimità totale nel voler modificare la legge elettorale «porcata». Ma è sul come che ministri, segretari e partiti discutono animatamente. Anche perché con la nascita del Pd il quadro politico che arriverà alle urne dal 2008 sarà completamente diverso dall'attuale. E la riforma elettorale è una questione di vita e di morte per partiti e fusioni appena «nate» o in procinto di nascere. E' inevitabile che i partiti maggiori, in vista del mare aperto democratico o federativo (nel centrodestra), vogliano garantirsi una navigazione più tranquilla. Usandola come arma di pressione per scopi privati fin quasi a una legge su misura. Per questo Enrico Boselli ( Sdi) parla di «bomba a orologeria sotto il governo Prodi», e accusa Ds e Margherita, i pilastri della coalizione e del suo leader Romano Prodi, di progettare «strani marchingegni con il solo scopo di eliminare dalla scena partiti che sono indispensabili alla maggioranza». Si susseguono le manovre, e alimentano sospetti a catena su tutti i temi in discussione (basti pensare allo scontro sul «tesoretto», con il Ds Cesare Damiano che lo userebbe per aumentare le pensioni, Francesco Rutelli per tagliare l'Ici sulla casa e Padoa Schioppa per far quadrare i bilanci come preteso da Bruxelles). Sospetti che non sono certo un buon viatico per una maggioranza che arriva al voto delle amministrative con un calo di consensi senza precedenti (-20% nel primo anno) e fortemente divisa perfino all'interno del «timone» democratico. Non tanto meglio vanno le cose nel centrodestra. Con la Lega e l'Udc che forzano la mano, il Cavaliere minaccia il «rompete le righe» che gli consentirebbe, dalla montagna di consensi di cui ancora godrebbe, una salvezza certa (aumentata dall'ingresso in Telecom) a fronte cancellazione certa degli alleati più riottosi. Minacce, parole grosse. Ma in un quadro politico così confuso, con la «grande riforma» che si allontana sempre di più, l'unico ad avvantaggiarsene è Romano Prodi. Dalla crisi di governo sotto la spada di Damocle del presidente della Repubblica: «riforma elettorale subito». Ma è noto che la riforma del suffragio una volta approvata porta dritta dritta di nuovo alle urne. E rimandarla, per il Professore, è uno dei modi per tenere in vita il suo governo. Tutte le contraddizioni quindi aiutano il governo a vivere. Anche se non a farlo funzionare.

   
La Repubblica 25-05-2006
 
Referendum oscurato dalla politica-show

Stefano Rodotà

È legittimo chiedere ai politici una tregua, una moratoria, una provvisoria rinuncia, una temporanea astinenza che arresti la bulimia con la quale si avventano voracemente su tutti i talk-show che quotidianamente li convocano per discutere di qualsiasi tema?
E’ legittimo chiedere ai politici del centrosinistra di partecipare solo alle trasmissioni nelle quali possano parlare del referendum costituzionale del 25 giugno?

Credo che vi siano molte buone ragioni per fare queste domande, e rispondere di sì. Si è creato un generale e indistinto contenitore televisivo, che ingoia politica e politici, che ormai ha poco a che fare con una giusta e diretta comunicazione con l’opinione pubblica, trasformato com’è in una triste e ripetitiva vetrina, in un palcoscenico dove si mettono in scena prevedibili risse e tic ormai familiari, che gli spettatori più o meno smaliziati aspettano come se assistessero ad un serial.
I n quest'unico, grande contenitore (o frullatore?) è cancellata ogni gerarchia, il delitto truculento, la baruffa nel mondo dello spettacolo o le questioni dell’occupazione si vedono attribuito lo stesso valore proprio dalla presenza degli stessi attori,
Da qui nasce la seconda domanda.
L’agenda politica è stata sequestrata, o almeno distorta, dal sistema dei talk-show. Così la richiesta di parlare solo del referendum non riflette soltanto l’importanza del tema e dell’occasione, ma anche un tentativo della politica di avere voce nella fissazione di questa agenda pubblica parallela (e talvolta soverchiante), nella definizione delle priorità. . .
Finora questa voce non si e manifestata. Nella campagna elettorale dell’Unione la questione referendaria non ha trovato un posto significativo (eufemismo), pur trattandosi della materia maggiormente espressiva della distanza profonda tra i due schieramenti, della logica sostanzialmente eversiva dell’ordine costituzionale che ha accompagnato l’intero operare di Governo e maggioranza nella passata legislatura.
Si dirà che non v’è stata nessuna sottovalutazione, ma soltanto un rinvio legato alla separazione temporale tra voto elettorale e voto referendario. E questo è stato un errore, non tanto perché non si è utilizzato un argomento politicamente forte, ma soprattutto perché, scorporato dal contesto politico generale, il tema referendario rischia di essere percepito come questione tecnica, per molti versi difficile da comprendere.
Ora la forza dirompente del referendum costituzionale è, o dovrebbe essere, davanti agli occhi di tutti. Berlusconi ha dichiarato di volerne fare una occasione di rivincita. E quale rivincita sarebbe! Lo sconfitto catturerebbe il vincitore, obbligato in futuro ad obbedire alle regole fissate dall’altro. La strategia referendaria dovrebbe essere lineare, e invece rischia di complicarsi. Si dice: non al muro contro muro, trasferendo impropriamente sul voto di giugno le preoccupazioni sulla “spaccatura” del paese. Ma il referendum ha nella sua natura l’alternativa secca, è il regno del “sì o no”, e l’esperienza mostra che i referendum sono stati vinti solo quando ci si è presentati con assoluta chiarezza. E poi: per evitare il muro contro muro bisogna essere in due, e non sembra che l’attuale opposizione sia percorsa da questi spiriti, tanto che ha richiamato all’ordine i riottosi, ottenendo dichiarazioni di fedeltà assoluta anche da chi, come l’Udc, aveva in passato dichiarato che si trattava di materia da affidare alla libertà di voto. Se vi fosse da parte dell’Unione un sia pur lieve disarmo unilaterale, gli elettori non capirebbero e si regalerebbe un vantaggio non piccolo ai sostenitori della sciagurata riforma, In realtà, il ricorso all’argomento del muro contro muro è anteriore all’esito elettorale e svela un obiettivo politico consistente nel tentativo di definire fin d’ora quella che dovrebbe essere una possibile politica costituzionale per il dopo referendum. Su questo bisogna essere chiari. Solo dicendo che quella riforma è pessima, ed eliminandola, sarà possibile riprendere seriamente la discussione sulla Costituzione, senza ipoteche preventive. Solo abbandonando le velleità dell’ingegneria costituzionale, che hanno già fatto troppi danni, si potrà avviare una equilibrata “manutenzione” di una Costituzione che rima ne buona, che richiede interventi solo su pochi e precisi punti, che dev’essere salvaguardata nella sua prima parte dedicata alle libertà e ai diritti. Solo recuperando nel suo significato profondo la cultura costituzionale è possibile vincere la prova referendaria ed avviare una stagione affidata ad un costituzionalismo maturo.
L’appannamento della cultura costituzionale è grave, evidente, ha molte cause. Molti segnali recenti lo confermano. Nel tentativo di superare il muro contro muro, durante l’elezione del Presidente della Repubblica, si è offerto all’opposizione un negoziato su regole e principi costituzionali che non sono disponibili per nessuna trattativa politica.
Assistiamo in questi giorni all’aggressione ai senatori avita, doppiamente avvilente: perché vuole ridurli a figure puramente decorative, incapaci d’intendere e di volere nell’esercizio pieno della loro funzione istituzionale; perché ha determinato una spinta ad attrarre un alto ruolo istituzionale nella perversa e logica della spartizione. Non è la prima volta che ciò avviene. Mai, però, in modo così conclamato, e spudorato. Si è chiesto ad alta voce un “riequilibrio”. In sostanza, il Presidente della Repubblica dovrebbe nominare un senatore a vita doc, a denominazione di origine controllata di destra, che garantisca così preventivamente il modo in cui voterà.
Sarebbe anche questa una delle condizioni per superare il muro contro muro?
O questo modo d’intendere le istituzioni non è pure la conseguenza del modo approssimativo e frettoloso con cui si è corsi verso il bipolarismo, che ci ha regalato anni terribili e sul quale pare che nessuno sia disposto a riflettere?
Ma le questioni costituzionali non sono affare del solo ceto politico. Oggi sono in campo i cittadini, che decideranno con il loro voto il futuro costituzionale dell’Italia. E questo momento ha una forza politica dirompente, perché il modo in cui si ridisegnano la forma di Stato e di governo è destinato ad incidere profondamente sugli stessi valori fondativi del patto costituzionale. E’ un momento nel quale non può essere assente o flebile la voce degli studiosi di diritto costituzionale, se essi non intendono la loro funzione culturale soltanto come l’accompagnamento più o meno rassegnato di quel che fa una politica sempre più autoreferenziale, sempre più prigioniera di un uso puramente congiunturale delle istituzioni.
Si indichi pure, se si vuole, qualche intervento specifico da attuare se si riuscirà a cancellare l’attuale testo (a cominciare dalle indispensabili modifiche alla cattiva riforma del titolo V della Costituzione a suo tempo approvata dal centrosinistra). Ma il punto forte della campagna elettorale deve essere appunto un richiamo esplicito ai valori fondativi della Costituzione, al collegamento tra questi e i valori espressi nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, allargando così l’orizzonte culturale e politico e rendendo esplicita l’ispirazione ideale che deve guidare il nuovo governo.
Questa è la via per costruire quel consenso popolare che nessuna argomentazione puramente tecnica può far nascere. E si avvierebbe pure quella rigenerazione della politica che non può essere affidata soltanto alle alchimie ed agli annusamenti tra partiti.

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da il pane e le rose

Referendum: è ora di fare chiarezza tra "mezzi No", "Sì mascherati" e ricerca di "maggioranze trasversali"

(1 giugno 2006)

Inizialmente erano i soliti rompiscatole, i soliti "mai contenti" a lamentare qualche silenzio e qualche ambiguità di troppo. Da alcuni giorni, però, che vi sia qualcosa di poco convincente nel comportamento del centrosinistra comincia ad essere denunziato anche da penne sicuramente degne di attenzione quali Stefano Rodotà e Giovanni Sartori.

Certamente, e si è ormai giunti a soli 25 giorni dalla scadenza referendaria, non può essere sfuggito a nessuno come da parte del centrosinistra gli aspetti legati al Referendum siano stati sino ad oggi trattati in maniera molto superficiale. Continue dichiarazioni per il NO non sono mancate, certo, ma sempre con la chiara intenzione di evitare di usare il tema per marcare profonde differenze con il centrodestra. Le critiche su alcune parti della riforma, in modo particolare sulla figura del Primo ministro, sono via via divenute sempre più blande e limitate alle questioni di tipo funzionale, lasciando inalterate le "durezze di toni" per la sola "Devolution". Del resto, c'è da passare per matti nel dirsi fortemente contrari ad un progetto di revisione che introduce "norme antiribaltone" e, al tempo stesso, dirsi disponibili a fornire garanzie al centrodestra, come ha fatto l'On. Fassino quando si è trattato di arrivare ad una scelta del Presidente della Repubblica "condivisa", che altro non erano che l'esatta riproposizione di quanto contenuto nel progetto di revisione sottoposto a referendum confermativo (L'on. Fassino tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale?). E non essendoci appunto dubbi circa le piene capacità d'intendere e di volere dell'On. Fassino, il timore che le idee di una certa area del centrosinistra siano molto affini a quelle del centrodestra è più che motivato.

Tanto più che è di questi giorni un'appello (No al referendum per una riforma migliore), largamente sottoscritto da costituzionalisti e esponenti politici di centrosinistra, nel quale non vengono messi in discussione i principi ispiratori, bensì gli strumenti attraverso i quali realizzarli: "Siamo infatti contro questa riforma perché i meccanismi in essa prescelti distorcono o addirittura capovolgono i punti di partenza ispirati ad alcuni validi principi (legittimazione diretta del Primo Ministro, superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento del sistema delle autonomie)". E che si tratti di un "indietro tutta" a tutti gli effetti, un ritorno alla "Bozza Amato del dicembre 2003", è confermato dalla franchezza con la quale i firmatari dell'appello scrivono chiaramente di non condividere "il simmetrico ricorso di alcuni oppositori del testo ad allarmismi esagerati e ingiustificati sui poteri del Primo Ministro e sulla divisione dell’Italia. Per bocciare il testo, basta e avanza criticare ciò che c’è davvero, senza bisogno di aggiungere ulteriori pericoli e c’è bisogno di indicare esplicitamente una prospettiva migliore di riforma."

A fronte di queste esternazioni di un'area politicamente significativa del centrosinistra, il fronte del NO che nella battaglia parlamentare era arrivato a sostenere gli scenari più apocalittici si è improvvisamente dissolto. O meglio: chi l'ha mai visto?

Considerate quindi le raccomandazioni di chi ora dice di non esagerare con gli allarmismi e visto il silenzio di chi invece sosteneva di esserlo, ci sarà poco da sorprendersi se il 25-26 giugno ci ritroveremo a votare in pochi per un referendum che parrebbe non possedere più "motivi dirompenti".

Un film già visto con il referendum costituzionale del 2001, dapprima fortemente voluto dal centrodestra quando era all'opposizione e poi messo in sordina dallo stesso centrodestra una volta divenuto maggioranza di governo. Più che una battaglia referendaria, quindi, in grado di marcare nette differenze tra centrosinistra e centrodestra, ciò che si va prospettando è una sorta di prova generale delle larghe intese. Un fronte trasversale per le riforme istituzionali senza riguardo alcuno per i compagni di viaggio. Ed è questa la verità scomoda che oggi imbarazza l'intero centrosinistra.

I sostenitori del No con "la porta aperta" sanno benissimo che non potrebbero mai compattare l'intero centrosinistra sugli stessi obiettivi portati avanti dal centrodestra con la riscrittura della Costituzione che ci apprestiamo a votare. Quale strada migliore, quindi, se non quella di riaprire il dialogo con il centrodestra, come fu con la Bicamerale presieduta da D'Alema, al fine di ottenere i numeri in grado di superare le resistenze di chi, invece, nei confronti della riforma del centrodestra oppone differenze sostanziali circa il ruolo del Parlamento, gli strumenti di garanzia, i poteri e il modo di elezione del Premier? "Dalle riforme votate a maggioranza alle riforme votate contro parti della propria maggioranza", questo, in sintesi, lo scenario al quale qualcuno sembra stia cercando di lavorare proponendo comitati per il NO più preoccupati di marcare le differenze con il comitato promotore presieduto dall'ex Presidente Scalfaro piuttosto che contro i principi ispiratori del centrodestra. In tal senso, di fronte a questo panorama politicamente e intellettualmente desolante, l'auspicio è quello di essere smentiti con i fatti.

Ma per fugare ogni dubbio è d'obbligo avviare, pur nell'imminenza della scadenza referendaria, un confronto immediato sulle prospettive future che coinvolga, in primo luogo, l'intero fronte del No. Per essere credibili, i costituzionalisti Barbera e Ceccanti sono chiamati a fare uno sforzo. Se ritengono che possano essere salvaguardati i principi ispiratori della riforma del centrodestra, indichino dove il centrodestra avrebbe sbagliato e quali le correzioni possibili.

Chiaramente, è facile sparare a zero su quello che può essere definito il passaggio dal Bicameralismo perfetto al Bicameralismo impossibile, e non è certamente questo un tema rispetto al quale valga la pena spendere più di due parole. Quello che interessa capire è come realizzare alcuni principi contenuti nell'appello e, nelle intenzioni, nella riforma del centrodestra: - solo agli elettori spetta scegliere il Governo nelle elezioni politiche per l‘intera legislatura, senza aprire la strada ad inaccettabili forme di trasformismo post-elettorale; - spetta solo agli elettori scegliere il governo per l'intera legislatura e che a tale scopo vanno riconosciuti al Primo Ministro quei poteri che consentono allo stesso di mantenere coesa la maggioranza, ivi compresa, con adeguati contrappesi, la proposta di ricorso anticipato alle urne.

Non si può infine concludere senza un accenno alle questioni legate alla legge elettorale. Come anche l'appello Barbera-Ceccanti dimostra, è impossibile affrontare i temi della Forma di Governo senza tenere conto della legge elettorale. L'attuale legge elettorale, un maggioritario di coalizione, per quanto riguarda la Camera dei Deputati ha ampiamente dimostrato di poter garantire la formazione di una maggioranza parlamentare solida e il bipolarismo. Voler quindi tornare ad un maggioritario uninominale di collegio senza verificare quali modifiche potrebbero essere apportate all'attuale legge elettorale, introducendo ad esempio la preferenza, per restituire così agli elettori anche la possibilità di scelta dei candidati oltre a quella già riconquistata di essere loro a scegliere gli equilibri interni alle coalizioni (e non il mercato delle vacche da bassi corridoi della politica), puzza di manovra egemonica dagli scopi inconfessabili.

Ma al di là di questo, se c'è un'esperienza che ha prodotto un livello di degrado politico senza precedenti, questa è stata proprio la forzatura bipolare. Ed è sorprendente come non si riesca a reintrodurre un concetto plurale che possa restituire, sia agli elettori che alle forze politiche, un livello minimo di libertà e agibilità politica. Garantire la governabilità non significa spaccare il paese, a tutti i costi, in due schieramenti. La legge elettorale, certamente, come strumento per agevolare la formazione di maggioranze stabili, ma mai e poi mai come strumento per appiattire il quadro politico. Garantire la governabilità non può e non deve significare la riduzione al lumicino di alcune forze di opposizione che rappresentano quote significative di elettorato. Soffocare sul nascere, attraverso i meccanismi di conta di tipo maggioritario, ogni istanza politica di peso che potrebbe portare contenuti nuovi, non può che condurre all'ingessatura e al degrado dell'intero sistema politico.

Franco Ragusa

fonte: http://www.riforme.net/editoriali/ed06-04.htm

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