| RASSEGNA STAMPA |
da tempo la Corte costituzionale ha ammesso referendum manipolativi, attraverso i quali, abrogando qua e là pezzi di leggi esistenti, si ottiene l'effetto di una legge nuova. Di questo tipo è il referendum di cui oggi si discute. Esso produrrà un'altra legge elettorale
Manifesto – 24.4.07
Sulle riforme è subito rissa
Roma - La riforma elettorale sbarca alle camere e all’esordio è già bagarre. La relazione del ministro per le riforme Vannino Chiti sulle ipotesi allo studio dopo gli infiniti sondaggi preliminari porta tutti i «piccoli» dell’Unione, dall’Italia dei valori e Udeur a Rifondazione a salire sulle barricate. A preoccupare è soprattutto la fitta partita (a carte ben coperte) tra l’Ulivo da un lato e Berlusconi e Fini dall’altro. Con l’aggravante del referendum verso il «bipartitismo» che inizia oggi a scaldare i motori con la raccolta delle firme. «Siamo molto preoccupati dal flirt tra il partito democratico e Berlusconi», avverte il capogruppo dei Verdi alla camera Angelo Bonelli. «Si preparano a una legge liberticida, la bozza Chiti è un passo indietro e non corrisponde all’intesa nell’Unione», tuona Mauro Fabris, capogruppo del partito di Mastella a Montecitorio. A fare ancora meno chiarezza, l’arrivo della «bozza Chiti» nelle commissioni Affari costituzionali di camera e senato, i risultati dell’esplorazione effettuata dal premier Romano Prodi con tutte le forze politiche in round tanto lunghi quanto almeno per ora sterili. Il ministro delle Riforme ha ribadito che il governo non presenterà un suo testo, che la riforma dovrà nascere dal confronto in parlamento sulla base delle posizioni espresse dai partiti. Il «Roman consensus» sarebbe un sistema basato sulla proporzionale, con una soglia di sbarramento graduale e il premio di maggioranza da assegnare alla lista singola. Non è prevista l’introduzione delle preferenze il ritorno dei collegi uninominali, così come non è sul tavolo l’elezione diretta del presidente del consiglio. La proposta del governo suggerisce una soglia di sbarramento graduale che nell’arco della prossima legislatura arrivi al 5%. Una soglia e un obiettivo simili a quelli in vigore in Germania sui quali, un po’ a sorpresa, pare aver fatto più di un ragionamento Silvio Berlusconi, che stamattina parlerà ai microfoni Rai di Radio anch’io. Tanto che un anonimo dirigente di Forza Italia citato dalle agenzie di stampa vocifera già di un accordo, con Massimo D’Alema, per «arrivare a una grande coalizione che grazie all’adozione del modello tedesco consenta di liberarsi sia di Prodi che dei piccoli partiti». Fantapolitica? Voglia di seminare zizzania? Probabile. A parte il Cavaliere, il sistema utilizzato per eleggere il Bundestag piace soltanto, come sottolinea il ministro per le Riforme Vannino Chiti, a Rifondazione, Udc, Pri, Mpa e dunque senza passare per l’Ulivo è difficile che possa essere davvero la soluzione al rebus elettorale. In ogni caso tirarla tanto per le lunghe potrebbe avere alla fine un esito solo: il referendum elettorale promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che iniziano oggi a raccogliere le firme per i loro quesiti. Una riforma che qualora fosse approvata potrebbe consegnare a un solo partito il controllo del parlamento e dunque potrebbe tentare Pd da un lato e Federazione delle libertà dall’altro. Non a caso, nel comitato promotore ci sono dirigenti di tutti i partiti e personalità di primo piano come Gianfranco Fini, Arturo Parisi e Antonio Martino. In mezzo a tanto bailamme Ds e Margherita tacciono. Come il governo. Proposte e voci che per l’Italia dei valori sono tutte «avvolte nella nebbia». E’ ovvio che la partita, già rovente, determinerà il destino di tutte le formazioni politiche, quelle presenti e quelle che verranno. Se vuole recuperare nei sondaggi (anche ieri affatto lusinghieri), il partito democratico deve forzatamente puntare sulla semplificazione del quadro politico. E in questa chiave le aperture di Franco Marini al congresso della Margherita sarebbero da leggere più come un tentativo di ampliare i confini del nuovo soggetto politico all’elettorato post-democristiano (secondo quello che era l’obiettivo originario del partito rutelliano) che come una risposta alle larghe intese berlusconiane. Di certo è che il Pd vorrà dimostrare ancora una volta di non essere condizionato dalla sua ala sinistra.
L'incognita sbarramento
Soglia variabile. La proposta presentata dal ministro Chiti è su base proporzionale. Per le soglie di sbarramento sono due le ipotesi: una soglia nazionale più alta di quella attuale che raggiunga nel giro di due legislature il 5%; in questo caso sono possibili anche soglie territoriali per le rappresentanze politiche molto radicate sul territorio che non superino la soglia nazionale. In entrambi i casi il quorum è deciso dal parlamento. La seconda ipotesi prevede uno sbarramento territoriale, a livello circoscrizionale su base regionale o sub regionale. Niente preferenze. Non sono previste preferenze né candidature plurime. Il premio di maggioranza è assegnato alla lista singola di partito o alla lista di coalizione che ha preso il maggior numero di seggi, e non consente di superare più del 54% dei seggi. Viene assegnato attribuendo il 10% del totale dei seggi a condizione che la lista o la coalizione conquisti almeno il 40% dei seggi, e che non risultino maggioranze diverse tra camera e senato. Sono previsti collegi più piccoli, con pochi candidati. Si garantisce il 40% di quote a uno dei due sessi..
Manifesto 25.4.07
Referendum per Prodi e Silvio - Matteo Bartocci
Roma – Potrebbe essere un governo-ombra o, ancora meglio, la manifestazione plastica del tanto temuto «inciucio» del Pd con le destre. A sollecitare con la propria firma la corsa referendaria arrivano nella centralissima via del Corso, a due passi dal parlamento, la veltroniana Giovanna Melandri, l'ulivista Arturo Parisi, il braccio destro del premier Giulio Santagata, i forzisti Stefania Prestigiacomo e Gianfranco Miccichè , Daniele Capezzone, il presidente di An Gianfranco Fini. E ovviamente loro, i promotori del referendum che forse verrà e forse no, Mario Segni e Giovanni Guzzetta. E' iniziata ieri sotto i flash dei fotografi la raccolta delle firme per i referendum che, se tutti i passaggi formali saranno rispettati, potrebbero tenersi nel giugno del 2008. Tre quesiti che dal «porcellum» portano direttamente a una riforma «bipartitica» del quadro politico italiano: il partito che prende più voti si prende tutto sia alla camera che al senato. Un esito che perfino molti degli stessi promotori giudicano peggiore dell'attuale legge elettorale, derubricando in partenza la lotta a un'arma di pressione sul parlamento perché provveda per tempo. L'incredibile giravolta di Vannino Chiti all'esordio in parlamento lunedì scorso ha portato i «piccoli» sul piede di guerra. Soprattutto perché Romano Prodi prima a preteso di guidare daccapo tutto il processo di ascolto delle forze politiche e poi, al dunque, si è trincerato nel silenzio mentre metà del suo governo accorre alla chiamata dei referendari. Un clima che preoccupa anche forze intermedie come Prc e Udc. L'Udeur ha già minacciato la crisi di governo, mentre i Verdi ieri hanno chiesto ufficialmente con Angelo Bonelli un vertice dei segretari della maggioranza che torni all'accordo sul modello delle regionali emerso all'unanimità (Ulivo compreso) alla fine delle prime consultazioni. Dal padre nobile Roberto Calderoli in giù c'è unanimità totale nel voler modificare la legge elettorale «porcata». Ma è sul come che ministri, segretari e partiti discutono animatamente. Anche perché con la nascita del Pd il quadro politico che arriverà alle urne dal 2008 sarà completamente diverso dall'attuale. E la riforma elettorale è una questione di vita e di morte per partiti e fusioni appena «nate» o in procinto di nascere. E' inevitabile che i partiti maggiori, in vista del mare aperto democratico o federativo (nel centrodestra), vogliano garantirsi una navigazione più tranquilla. Usandola come arma di pressione per scopi privati fin quasi a una legge su misura. Per questo Enrico Boselli ( Sdi) parla di «bomba a orologeria sotto il governo Prodi», e accusa Ds e Margherita, i pilastri della coalizione e del suo leader Romano Prodi, di progettare «strani marchingegni con il solo scopo di eliminare dalla scena partiti che sono indispensabili alla maggioranza». Si susseguono le manovre, e alimentano sospetti a catena su tutti i temi in discussione (basti pensare allo scontro sul «tesoretto», con il Ds Cesare Damiano che lo userebbe per aumentare le pensioni, Francesco Rutelli per tagliare l'Ici sulla casa e Padoa Schioppa per far quadrare i bilanci come preteso da Bruxelles). Sospetti che non sono certo un buon viatico per una maggioranza che arriva al voto delle amministrative con un calo di consensi senza precedenti (-20% nel primo anno) e fortemente divisa perfino all'interno del «timone» democratico. Non tanto meglio vanno le cose nel centrodestra. Con la Lega e l'Udc che forzano la mano, il Cavaliere minaccia il «rompete le righe» che gli consentirebbe, dalla montagna di consensi di cui ancora godrebbe, una salvezza certa (aumentata dall'ingresso in Telecom) a fronte cancellazione certa degli alleati più riottosi. Minacce, parole grosse. Ma in un quadro politico così confuso, con la «grande riforma» che si allontana sempre di più, l'unico ad avvantaggiarsene è Romano Prodi. Dalla crisi di governo sotto la spada di Damocle del presidente della Repubblica: «riforma elettorale subito». Ma è noto che la riforma del suffragio una volta approvata porta dritta dritta di nuovo alle urne. E rimandarla, per il Professore, è uno dei modi per tenere in vita il suo governo. Tutte le contraddizioni quindi aiutano il governo a vivere. Anche se non a farlo funzionare.
Stefano Rodotà
È legittimo chiedere ai politici una tregua, una moratoria, una provvisoria rinuncia, una temporanea astinenza che arresti la bulimia con la quale si avventano voracemente su tutti i talk-show che quotidianamente li convocano per discutere di qualsiasi tema?
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da il pane e le rose
(1 giugno 2006)
Inizialmente erano i soliti rompiscatole, i soliti "mai contenti" a
lamentare qualche silenzio e qualche ambiguità di troppo. Da alcuni giorni,
però, che vi sia qualcosa di poco convincente nel comportamento del
centrosinistra comincia ad essere denunziato anche da penne sicuramente
degne di attenzione quali
Stefano
Rodotà e
Giovanni Sartori.
Certamente, e si è ormai giunti a soli 25 giorni dalla scadenza
referendaria, non può essere sfuggito a nessuno come da parte del
centrosinistra gli aspetti legati al Referendum siano stati sino ad oggi
trattati in maniera molto superficiale. Continue dichiarazioni per il NO non
sono mancate, certo, ma sempre con la chiara intenzione di evitare di usare
il tema per marcare profonde differenze con il centrodestra. Le critiche su
alcune parti della riforma, in modo particolare sulla figura del Primo
ministro, sono via via divenute sempre più blande e limitate alle questioni
di tipo funzionale, lasciando inalterate le "durezze di toni" per la sola "Devolution".
Del resto, c'è da passare per matti nel dirsi fortemente contrari ad un
progetto di revisione che introduce "norme antiribaltone" e, al tempo
stesso, dirsi disponibili a fornire garanzie al centrodestra, come ha fatto
l'On. Fassino quando si è trattato di arrivare ad una scelta del Presidente
della Repubblica "condivisa", che altro non erano che l'esatta
riproposizione di quanto contenuto nel progetto di revisione sottoposto a
referendum confermativo (L'on.
Fassino tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale?). E non
essendoci appunto dubbi circa le piene capacità d'intendere e di volere
dell'On. Fassino, il timore che le idee di una certa area del centrosinistra
siano molto affini a quelle del centrodestra è più che motivato.
Tanto più che è di questi giorni un'appello (No
al referendum per una riforma migliore), largamente sottoscritto da
costituzionalisti e esponenti politici di centrosinistra, nel quale non
vengono messi in discussione i principi ispiratori, bensì gli strumenti
attraverso i quali realizzarli: "Siamo infatti contro questa riforma perché
i meccanismi in essa prescelti distorcono o addirittura capovolgono i punti
di partenza ispirati ad alcuni validi principi (legittimazione diretta del
Primo Ministro, superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero
dei parlamentari, rafforzamento del sistema delle autonomie)". E che si
tratti di un "indietro tutta" a tutti gli effetti, un ritorno alla "Bozza
Amato del dicembre 2003", è confermato dalla franchezza con la quale i
firmatari dell'appello scrivono chiaramente di non condividere "il
simmetrico ricorso di alcuni oppositori del testo ad allarmismi esagerati e
ingiustificati sui poteri del Primo Ministro e sulla divisione dell’Italia.
Per bocciare il testo, basta e avanza criticare ciò che c’è davvero, senza
bisogno di aggiungere ulteriori pericoli e c’è bisogno di indicare
esplicitamente una prospettiva migliore di riforma."
A fronte di queste esternazioni di un'area politicamente significativa del
centrosinistra, il fronte del NO che nella battaglia parlamentare era
arrivato a sostenere gli scenari più apocalittici si è improvvisamente
dissolto. O meglio: chi l'ha mai visto?
Considerate quindi le raccomandazioni di chi ora dice di non esagerare con
gli allarmismi e visto il silenzio di chi invece sosteneva di esserlo, ci
sarà poco da sorprendersi se il 25-26 giugno ci ritroveremo a votare in
pochi per un referendum che parrebbe non possedere più "motivi dirompenti".
Un film già visto con il referendum costituzionale del 2001, dapprima
fortemente voluto dal centrodestra quando era all'opposizione e poi messo in
sordina dallo stesso centrodestra una volta divenuto maggioranza di governo.
Più che una battaglia referendaria, quindi, in grado di marcare nette
differenze tra centrosinistra e centrodestra, ciò che si va prospettando è
una sorta di prova generale delle larghe intese. Un fronte trasversale per
le riforme istituzionali senza riguardo alcuno per i compagni di viaggio. Ed
è questa la verità scomoda che oggi imbarazza l'intero centrosinistra.
I sostenitori del No con "la porta aperta" sanno benissimo che non
potrebbero mai compattare l'intero centrosinistra sugli stessi obiettivi
portati avanti dal centrodestra con la riscrittura della Costituzione che ci
apprestiamo a votare. Quale strada migliore, quindi, se non quella di
riaprire il dialogo con il centrodestra, come fu con la Bicamerale
presieduta da D'Alema, al fine di ottenere i numeri in grado di superare le
resistenze di chi, invece, nei confronti della riforma del centrodestra
oppone differenze sostanziali circa il ruolo del Parlamento, gli strumenti
di garanzia, i poteri e il modo di elezione del Premier? "Dalle riforme
votate a maggioranza alle riforme votate contro parti della propria
maggioranza", questo, in sintesi, lo scenario al quale qualcuno sembra stia
cercando di lavorare proponendo comitati per il NO più preoccupati di
marcare le differenze con il comitato promotore presieduto dall'ex
Presidente Scalfaro piuttosto che contro i principi ispiratori del
centrodestra. In tal senso, di fronte a questo panorama politicamente e
intellettualmente desolante, l'auspicio è quello di essere smentiti con i
fatti.
Ma per fugare ogni dubbio è d'obbligo avviare, pur nell'imminenza della
scadenza referendaria, un confronto immediato sulle prospettive future che
coinvolga, in primo luogo, l'intero fronte del No. Per essere credibili, i
costituzionalisti Barbera e Ceccanti sono chiamati a fare uno sforzo. Se
ritengono che possano essere salvaguardati i principi ispiratori della
riforma del centrodestra, indichino dove il centrodestra avrebbe sbagliato e
quali le correzioni possibili.
Chiaramente, è facile sparare a zero su quello che può essere definito il
passaggio dal Bicameralismo perfetto al Bicameralismo impossibile, e non è
certamente questo un tema rispetto al quale valga la pena spendere più di
due parole. Quello che interessa capire è come realizzare alcuni principi
contenuti nell'appello e, nelle intenzioni, nella riforma del centrodestra:
- solo agli elettori spetta scegliere il Governo nelle elezioni politiche
per l‘intera legislatura, senza aprire la strada ad inaccettabili forme di
trasformismo post-elettorale; - spetta solo agli elettori scegliere il
governo per l'intera legislatura e che a tale scopo vanno riconosciuti al
Primo Ministro quei poteri che consentono allo stesso di mantenere coesa la
maggioranza, ivi compresa, con adeguati contrappesi, la proposta di ricorso
anticipato alle urne.
Non si può infine concludere senza un accenno alle questioni legate alla
legge elettorale. Come anche l'appello Barbera-Ceccanti dimostra, è
impossibile affrontare i temi della Forma di Governo senza tenere conto
della legge elettorale. L'attuale legge elettorale, un maggioritario di
coalizione, per quanto riguarda la Camera dei Deputati ha ampiamente
dimostrato di poter garantire la formazione di una maggioranza parlamentare
solida e il bipolarismo. Voler quindi tornare ad un maggioritario
uninominale di collegio senza verificare quali modifiche potrebbero essere
apportate all'attuale legge elettorale, introducendo ad esempio la
preferenza, per restituire così agli elettori anche la possibilità di scelta
dei candidati oltre a quella già riconquistata di essere loro a scegliere
gli equilibri interni alle coalizioni (e non il mercato delle vacche da
bassi corridoi della politica), puzza di manovra egemonica dagli scopi
inconfessabili.
Ma al di là di questo, se c'è un'esperienza che ha prodotto un livello di
degrado politico senza precedenti, questa è stata proprio la forzatura
bipolare. Ed è sorprendente come non si riesca a reintrodurre un concetto
plurale che possa restituire, sia agli elettori che alle forze politiche, un
livello minimo di libertà e agibilità politica. Garantire la governabilità
non significa spaccare il paese, a tutti i costi, in due schieramenti. La
legge elettorale, certamente, come strumento per agevolare la formazione di
maggioranze stabili, ma mai e poi mai come strumento per appiattire il
quadro politico. Garantire la governabilità non può e non deve significare
la riduzione al lumicino di alcune forze di opposizione che rappresentano
quote significative di elettorato. Soffocare sul nascere, attraverso i
meccanismi di conta di tipo maggioritario, ogni istanza politica di peso che
potrebbe portare contenuti nuovi, non può che condurre all'ingessatura e al
degrado dell'intero sistema politico.
Franco Ragusa
fonte: http://www.riforme.net/editoriali/ed06-04.htm
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