scienza e religione
Corriere della Sera 29/9/2005
James D. Watson
Premio
Nobel per la medicina e la fisiologia
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Idee in lotta Se l’universo fosse opera di un Creatore, il pipistrello avrebbe le piume: James Watson, lo studioso che rivoluzionò la biologia, spiega come Darwin abbia liberato l’uomo dalla superstizione. Offrendogli un mondo naturale che non era mai stato così meraviglioso In principio fu il Verbo o il Dna? Alcuni scienziati
influenzati dalla religione trattano l’evoluzionismo come una semplice
teoria. Negando l’evidenza |
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È straordinario quanto le osservazioni
di Darwin abbiano cambiato non solo la visione del mondo
dei suoi contemporanei ma siano ancora oggi fonte di
grande stimolo intellettuale per scienziati e non. L’origine delle specie fu
giustamente definito dal biologo Thomas
Henry Huxley «... lo
strumento più potente che gli uomini hanno sottomano, dopo la pubblicazione
dei Principia di Newton, per ampliare il campo della conoscenza naturale». Al
suo ritorno dai cinque anni di viaggio a bordo della goletta Beagle, Darwin mostrò le sue varie raccolte a esperti di uccelli, scarafaggi, molluschi e simili. Lo
studioso di riferimento di Darwin in materia di
volatili era John Gould.
Darwin rimase sorpreso nel sentirgli dire che i
fringuelli che aveva preso alle isole Galapagos avevano una stretta
somiglianza con uccelli simili presenti nel continente sudamericano, a un
migliaio di chilometri di distanza, mentre i fringuelli di un’isola delle
Galapagos erano molto diversi da quelli delle altre isole. Come mai, si chiedeva Darwin, i fringuelli delle Galapagos somigliano tanto a quelli del continente vicino se ogni fringuello è stato creato indipendentemente? La risposta logica era che le isole erano state popolate da uccelli arrivati dal Sudamerica, spinti, forse, da forti venti. Come avevano fatto, allora, gli uccelli che stavano su isole diverse delle Galapagos a diventare diversi l’uno dall’altro? Si erano evoluti adattandosi a nicchie ecologiche diverse, così che alcuni avevano sviluppato becchi per triturare i semi, altri per mangiare insetti e altri ancora per raccogliere il nettare delle piante. L’evoluzione forniva una spiegazione molto più parsimoniosa rispetto a quella della creazione ad hoc. «Quale fatto può essere più strano—scriveva Darwin—di quello per cui la mano dell’uomo, formata per afferrare, quella della talpa, fatta per scavare, la gamba del cavallo, la pinna del delfino e l’ala del pipistrello debbano essere tutte strutturate secondo uno stesso modello, e debbano contenere le stesse ossa nella stessa posizione reciproca? ».Richard Owen, grande anatomista inglese e implacabile nemico di Darwin e delle idee evoluzionistiche, aveva detto che tali omologie (somiglianze che suggeriscono un’origine comune) rivelano il lavoro artigianale di un creatore che, forse, aveva risparmiato tempo e fatica modificando semplicemente un archetipo. Ma aveva poco senso, tutto questo bricolage creativo. Un creatore non avrebbe forse potuto fare di meglio creando un mammifero volante efficiente, dando per esempio ali piumate al pipistrello? «Come sono inspiegabili questi fatti — esclamava Darwin — per l’opinione corrente sulla creazione! Nessuna impresa può essere più disperata del tentativo di spiegare questa somiglianza... in base all’utilità o alla dottrina delle cause finali». Ciò che invece aveva senso di tutta questa serie di fatti era la prospettiva evoluzionistica di Darwin: le somiglianze di forma suggerivano una discendenza da un antenato comune con modificazioni.L’origine delle specie forniva una prova schiacciante dell’evoluzione, ma Darwin lasciò aperti due interrogativi importanti, ammettendone la significativa difficoltà per la sua teoria. Non riuscì a spiegare che cosa dava luogo alle modificazioni osservate negli organismi, come questi e altri tratti si trasmettessero di generazione in generazione. Questi problemi li affrontò di petto nelÈ una delle grandi occasioni mancate della scienza : Darwin non sapeva che un contemporaneo, Gregor Mendel, aveva già gettato le basi dell’analisi scientifica dell’ereditarietà. Il lavoro dei genetisti impegnati in studi di popolazione prendeva i concetti mendeliani e li applicava a popolazioni di organismi, dando una solida base scientifica alle idee darwiniane di cent’anni prima. Ci vollero però tre naturalisti —Julian Huxley (nipote di T.H. Huxley), Theodosius Dobzhansky (che lavorava col genetista del moscerino della frutta Thomas Hunt Morgan) ed Ernst Mayr (allora all’American Museum of Natural History di New York) — per produrre un rapporto biologicamente più fondato su questa fase del pensiero evoluzionistico. Huxley colse l’attimo nel titolo del suo libro Evoluzione. Sintesi moderna. Finalmente un’integrazione ragionevolmente completa fra evoluzione, genetica e selezione naturale.Così stavano le cose quando sono entrato all’università di Chicago nel 1943 per diventare zoologo, ispirato dal bird-watching e dalle visite con mio padre al Field Museum. A Chicago insegnava il genetista di popolazione Sewall Wright, che divenne il mio primo eroe scientifico. Frequentavo due dei suoi corsi, uno sull’evoluzione e l’altro sulla genetica fisiologica. Fu nel secondo che mi imbattei per la prima volta nelle scoperte di Oswald Avery sul Dna, che sembrava in grado di trasmettere caratteri ereditari fra due tipi diversi di batteri pneumococchi. Più o meno in quel periodo Erwin Schrödinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica, pubblicò il suo libretto Che cos’è la vita?, che mi capitò fra le mani nella biblioteca di biologia mentre ero al terzo anno, nel 1946. Che cos’è la vita? è uno di quei libri che cambiano la vita: e la mia, come quella di parecchi altri colleghi, cambiò irrevocabilmente. Schrödinger capì che l’elemento chiave dell’ereditarietà doveva essere il trasferimento di informazioni genetiche in forma di molecola di generazione in generazione. La mia passione per gli uccelli sembrava mal riposta quando uno dei grandi interrogativi del ventesimo secolo era ancora senza risposta: qual è la natura del gene, l’essenza della vita? E qual è la chimica, per quanto allora non pensassi in questi termini, da cui dipendono la selezione naturale e l’evoluzione?Darwin sarebbe stato entusiasta di sapere che lo stesso set di 25-30 mila geni è presente nella maggior parte degli animali. Quasi ogni gene del nostro Dna possiede un gene omologo nel Dna di altri mammiferi, per esempio nel topo. Il che appare persino più straordinario se osserviamo organismi fra loro più lontani:Possiamo vivere la nostra vita senza
il costante timore di aver offeso questa o quella divinità
che va placata con incantesimi o sacrifici, o di essere alla mercé dei demoni o delle Parche. Se aumenta la
conoscenza, l’oscurità intellettuale che ci circonda viene
illuminata e impariamo di più della bellezza e della meraviglia del mondo naturale.
Non giriamoci attorno: l’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione
attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente
com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata.
L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto
qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro. L’evoluzione è un
dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare
l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla
saggezza immutabili si arrivi soltanto con James D. Watson Premio Nobel per la medicina e la fisiologia 29 settembre 2005 http://www.unita.it/carta/today.asp?data=20051006&ediz=NAZIONALE&npag=23 L'Unità 06 Ottobre 2005 Perché Dio dovrebbe Le scaramucce, ormai, sono infinite. C’è
quella del 6 settembre, quando i giornali locali della Mid-America
annunciano che il Kansas State Board of education’s, la commissione per l’educazione dello stato
del Kansas, ha deciso di riaprire le procedure per sfidare Darwin nelle
scuole, portando in classe le teorie alternative all’evoluzione biologica per
selezione naturale. E c’è quella del 26 settembre, quando
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REPUBBLICA VENERDÌ, 07 OTTOBRE 2005 |
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Pagina 18 - Esteri |
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Con Noè nel Grand Canyon scontro sull´origine del mondo |
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Per i positivisti, invece, |
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I neo-creo: "Queste rocce hanno 4.500 anni e sono opera di Dio" |
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Evoluzionisti e creazionisti si sfidano sulle acque del Colorado |
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La moglie di un pastore battista: " |
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DAL NOSTRO INVIATO |
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VITTORIO ZUCCONI |
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Mostratemi la scienza
di Daniel C. Dennett (Blue Hill, Maine)
Mentre annunciava recentemente di essere a favore dell'insegnamento
scolastico del "progetto intelligente", il presidente Bush ha detto:
«Penso che parte dell'istruzione consista nel sottoporre la gente
all'influenza di differenti scuole di pensiero». Un paio di settimane
più tardi il senatore Bill Frist
(Tennessee, R), ha detto la stessa
cosa. Insegnare sia la teoria del "progetto intelligente" che quella
dell'evoluzione «non forza verso alcuna teoria in particolare»,
aggiungendo inoltre «penso che in una società pluralista questa sia la
via più corretta di agire per istruire la gente per il futuro».
Il "progetto intelligente" è una legittima scuola di pensiero?
Ve n'è
traccia, oppure ci si trova di fronte a una delle più
ingegnose bufale
della storia scientifica? Non è impossibile una tale burla? No.
Ecco
come hanno fatto.
Innanzitutto immaginiamo quant'è
facile per un cacadubbi minare la
fiducia della gente nella fisica quantistica («Quant'è
strana!») o
nella relatività di Einstein. Nonostante un secolo di istruzione da
parte dei fisici, poca gente maneggia in maniera disinvolta tali
concetti. Molti hanno comunque una ragione più o meno
abborracciata
per dare fiducia a tali fisici: «In fondo sostanzialmente sono tutti
d'accordo, inoltre sostengono che è grazie a queste conoscenze che
maneggiano strani argomenti come l'energia atomica, hanno fatto i
transistor, i laser, tutta roba che funziona».
Meno male per i fisici che non esiste una forte motivazione a
disinformare la gente sulle loro conoscenze e sul loro operato. Non
devono perder tempo a spiegare che la fisica quantistica e la
relatività sono state dimostrate al di là di ogni
ragionevole dubbio.
Così non è per l'evoluzione. Il fondamento scientifico dell'evoluzione
basato sulla selezione naturale non cattura la mente; la selezione
naturale, lungi dall'affermare il disegno originario di Dio creatore
di tutte le piccole e grandi creature, sembra inoltre negare una delle
principali ragioni che noi abbiamo per credere in Dio. Quindi
vi è una
vastità di motivi per contestare le affermazioni dei biologi. Nessuno
resiste all'irrazionale.
Ci vuole rigore scientifico per proteggerci dalla nostra stessa
credulità, ma troviamo sempre vie ingegnose per prenderci in giro, e
prendere in giro gli altri. Alcuni metodi sono facili
da analizzare,
altri richiedono un po' più di lavoro.
Qualche anno fa ricevetti un libello creazionista. Ad
un certo punto
trovai una pagina, apparentemente parte di un semplice questionario:
Test n. 2
Ti risulta che vi siano edifici che non abbiano avuto
un costruttore?
(Sì - No)
Ti risulta che vi siano quadri che non abbiano avuto un pittore? (Sì
- No)
Ti risulta che vi siano automobili che non abbiano avuto un
fabbricante? (Sì - No)
Se avete risposto Sì a una o più domande, dettagliate la risposta.
Tie', darwinisti! Il supposto imbarazzo del
risolutore del test quando
si trova di fronte a queste domande è il perfetto
specchio
dell'incredulità che molta gente prova di fronte alle teorie di
Darwin. Sembra ovvio, no? che non può esservi progetto
senza
progettista, creazione senza creatore?
Ebbene, invece sì, fintantoché si guarda a quanto la moderna biologia
ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio: cioé
che la
selezione naturale, il processo in cui entità riproducibili devono
competere per assicurarsi risorse finite e pertanto ingaggiare una
cieca lotta di prove ed errori finché un miglioramento non emerga
automaticamente, ha il potere di generare sorprendentemente ingegnosi
processi.
Prendiamo ad esempio lo sviluppo dell'occhio, una delle sfide
preferite dei creazionisti.
Come può tale prodigio di ingegneria
essere il risultato di una serie di passetti non programmati, essi
chiedono? Solo un progettista intelligente può aver creato un congegno
di lenti mobili, iride ad apertura variabile, retina fotosensibile, il
tutto ospitato in una sfera che può mettere a fuoco in un centesimo di
secondo e infine inviare megabyte di informazioni al
secondo alla
corteccia.
Ma mano a mano che impariamo la genetica e risaliamo
la storia dei
geni fino a quella dei batteri senza vista, da cui gli organismi
pluricellulari presero origine più di cinquecento milioni di anni fa,
possiamo raccontarvi di come punticini fotosensibili
gradualmente
evolvettero in crateri sensibili alla luce, capaci di
intuire a spanne
la direzione della luce che li colpiva, e col tempo abili a sviluppare
lenti e gradualmente migliorando la loro capacità di acquisire
informazioni.
Non possiamo ancora raccontare tutta la storia fino ai minimi
dettagli, ma in giro per il regno animale esistono a tutt'oggi occhi
veri in ogni stadio intermedio di evoluzione, senza citare i
dettagliati modelli informatici che spiegano come il processo funzioni
esattamente secondo quanto previsto dalla teoria.
Tutto quel che serve è un incidente imprevisto che causa in
un
fortunato animale una mutazione che gli aumenta la vista rispetto agli
altri simili. Se questa miglioria è utile, gli dà un significativo
vantaggio sui rivali e fa scattare in avanti l'evoluzione di un altro
passo. E la situazione migliora senza l'ausilio di alcun
progettista
intelligente man mano che questi colpi di fortuna si accumulano.
Pur così brillante, il progetto dell'occhio tradisce
le sue origini
da un errore rivelatore: la rétina è sottosopra. Il nervo ottico, che
raccoglie il segnale visivo dai coni e bastoncelli (rilevatori risp.
del colore e della luce) parte dalla faccia superiore della rétina e
si getta attraverso un (relativamente) largo buco nella stessa per poi
raggiungere il cervello, causando il cosiddetto "punto cieco"
dell'occhio: nessun progettista intelligente arrangerebbe un accrocco
del genere in una videocamera.
Quello citato è solo una delle centinaia di incidenti
congelati
nell'evoluzione e arrivati pari pari fino a noi, che
tuttavia
confermano la totale casualità di tale processo storico.
Se, tuttavia, dopo tutto ciò trovate ancora interessante
il succitato
test n° 2, una tesi suggestiva che vi attira anche
quando la
rifiutate, non siete diversi da chiunque altro: l'idea che
l'evoluzione crei tali meccanismi complessi non è immediatamente
intuitiva, a primo acchito. Francis Crick, uno degli scopritori del
DNA, una volta per scherzo accreditò il suo collega Leslie
Orgel della
cosiddetta "Seconda Legge di Orgel":
«L'evoluzione è più intelligente
di te».
I biologi dell'evoluzione sono spesso sbigottiti dal potere della
selezione naturale di rivelare un'ingegnosa soluzione a qualche
problema teorico di laboratorio.
Questa osservazione ci porta a considerare una versione meno
elaborata della tesi inferita nel citato Test n° 2. Quando un convinto
evoluzionista come Crick si meraviglia dell'intelligenza
di un
processo selettivo naturale, egli non sta riconoscendovi un "progetto
intelligente" alla base. I progetti di natura sono in
effetti niente
meno che brillanti, ma il progetto che li genera manca totalmente di
intelligenza di per sé.
I sostenitori del "progetto intelligente", però, sfruttano
l'ambiguità tra i termini "processo" e "prodotto" che si
cela dietro
la parola "progetto". Per essi, la presenza
di un prodotto finito (nel
caso citato, un occhio perfettamente evoluto) è la prova di un
progetto intelligente. Ma la biologia dell'evoluzione ha dimostrato
proprio che una tesi del genere, per quanto suggestiva,
è sbagliata.
Certo, gli occhi servono per vedere, ma essi, come altre cose
sviluppatesi nel mondo naturale, possono benissimo essere stati
generati da processi senza scopo e senza intelligenza. Duro da
digerire, ma è anche quello che spiega perché il colore degli oggetti
è dato dagli atomi e dagli elettroni che non sono colorati di per sé,
così come il calore non è formato da piccolissime particelle calde.
L'attenzione sul "processo intelligente", ha
paradossalmente oscurato
un altro aspetto della questione: l'abbondanza di genuini dibattiti
sull'evoluzione. In ogni campo vi sono sfide tra teorie consolidate.
La via maestra per creare una tempesta nel mondo scientifico è
presentare una teoria alternativa le cui ipotesi siano
fieramente
negate da qualche teoria dominante di segno contrario, e che alla fine
tale teoria: 1) si riveli esatta; 2) oppure spieghi qualcosa che
disorienta i sostenitori dello statu quo oppure
ancora 3) unifichi due
teorie contrapposte anche a costo di abbandonare certezze consolidate.
A tutt'oggi,
i sostenitori della teoria del "progetto intelligente"
non hanno ancora prodotto nulla di tutto ciò. Nessun esperimento i cui
risultati sfidino le teorie correnti, nessun esame dei
fossili, dei
genomi o della geografia biologica; nessun esame
anatomico comparativo
che metta in discussione le teorie evoluzionistiche standard.
Invece, lo schema di questa gente è più o meno questo:
prendono una
teoria scientifica e la presentano in modo incompleto se non proprio
infedele. Poi la rigettano con rabbia. Alla fine, invece di
riconsiderarla alla luce dei giusti parametri, dicono
che la tesi è
discutibile perché è oggetto di controversia, quella stessa
controversia da essi creata.
Fateci caso, il trucco si applica a un po' tutti i campi del sapere:
«Gli studi geologici di Smith avvalorano la mia tesi
che la terra sia
piatta», voi sostenete, deformando il lavoro di Smith.
Quando il prof.
Smith protesta perché voi avete usato i suoi studi in
maniera infedele
o inesatta, voi direte «Come vedete, c'è una
controversia. Il prof.
Smith ed io siamo coinvolti
in una grossa disputa scientifica. Urge
dibattito in classe». E qui il pezzo sublime: voi potrete sfruttare a
vostro vantaggio il tecnicismo della materia, contando sul fatto che
la gente non coglie appieno i dettagli più difficili (per cui
il
segreto è non accettare il dibattito, nota mia).
William Dembski, uno dei più accesi sostenitori del
"progetto
intelligente", si vanta di aver costretto il biologo Thomas
Schneider
a rispondergli in un modo che lo stesso Dembski
definisce «un cavillo
che non può che risultare ridicolo a qualsiasi osservatore neutrale».
Quella che agli occhi di uno scienziato serio è un'obiezione
fondamentale posta da Schneider non importa, perché Dembski la
raffigura ai più come un ridicolo cavillo.
In breve, niente scienza. Infatti nessuna ipotesi di
progetto
intelligente è stata mai proposta come contro-spiegazione di
qualsivoglia fenomeno biologico. Sembra strano, se si pensa che tale
ipotesi ha la pretesa di competere contro una teoria anti-progettuale
come la selezione naturale. Ma non basta dire che
«l'evoluzionismo non
ha ancora provato tutto», perché tale frase suoni come un'ipotesi
scientifica. La biologia dell'evoluzione di certo non ha spiegato
ancora tutto. Ma il "progetto intelligente" non ha nemmeno provato a
spiegare alcunché.
Per formulare una teoria competitiva, ti devi buttare nella mischia e
fornire dettagli verificabili. Finora, chi sostiene il "progetto
intelligente" ha furbescamente evitato tale fondamentale passo, con la
scusa che la teoria non specifica chi - o cosa - tale progettista
dovrebbe essere.
Per darvi un'idea dell'inconsistenza di tale teoria, prendiamo
l'ipotesi di un progetto intelligente che spieghi l'insorgenza della
specie umana sul pianeta.
Circa sei milioni di anni fa, alcuni intelligenti
ingegneri genetici
provenienti da un'altra galassia visitarono la terra e decisero che
sarebbe stata un pianeta molto interessante, qualora si fossero
sviluppate specie dotate di linguaggio e capaci di creare una
religione. Quindi presero alcuni primati, li riprogrammarono
geneticamente per dar loro l'istinto del linguaggio e allargarono i
loro lobi frontali per aumentare le capacità progettuali. Funzionò.
Se una ipotesi del genere fosse vera potrebbe spiegare
come e perché
gli umani differiscono dalle scimmie, i loro parenti più stretti, e
sconfesserebbe le teorie evoluzioniste correntemente accettate.
Ovviamente abbiamo ancora il problema di spiegare come tali ingegneri
siano nati sul loro pianeta, ma possiamo
tranquillamente ignorare
questa complicazione, dal momento che tanto questa è un'ipotesi
palesemente infondata.
Ma c'è qualcosa che alla comunità del "progetto intelligente" proprio
non va di discutere: altre ipotesi di progetto intelligente.
Effettivamente la mia seducente ipotesi ha il vantaggio di essere
confutabile dal principio. Possiamo confrontare genoma
umano e di
scimpanzé, cercare inequivocabili tracce del
passaggio di questi
ingegneri provenienti da chissà quale galassia. Trovare una specie di
"Manuale d'istruzioni" codificato in qualche apparente "inutile
catena
di DNA" sarebbe un colpo da Nobel per qualche banda di propugnatori
del "progetto intelligente". Ma se cercano
prove del genere, finiranno
per non trovare nulla da citare.
Val la pena rimarcare che nel ramo biologico vi è una pletora di
significative controversie scientifiche che ancora non
sono finite sui
libri di testo o nelle scuole. La contesa avviene nell'ambito delle
comunità di esperti che si confrontano sulle riviste
specializzate, e
scrittori ed editori di libri di testo attendono che certe scoperte
abbiano raggiunto un certo grado di attendibilità - non ancora
"verità" - per considerarle degne di essere sottoposte all'attenzione
degli studenti di liceo o dell'università.
Quindi, mettetevi in riga, progettisti intelligenti. Mettetevi in riga
dietro all'ipotesi che la vita sia nata su Marte e
portata qui da un
impatto cosmico. Mettetevi in riga dietro all'ipotesi della scimmia
d'acqua, l'origine gestuale del linguaggio e l'ipotesi che il canto
sia venuto prima del linguaggio, tanto per citare
alcune delle più
suggestive ipotesi strenuamente difese ma insufficientemente sostenute
da fatti concreti.
Il Discovery Institute,
l'associazione conservatrice che ha spinto il
"progetto intelligente", lamenta l'ostilità incontrata dai suoi
membri
da parte della stampa scientifica istituzionale. Ma
l'ostilità non è
certamente il vero ostacolo a tale teoria. Se essa
fosse un'idea
scientifica seria, giovani scienziati ci lavorerebbero freneticamente
sopra sperando di vincere il premio Nobel, di sicuro in serbo per
chiunque fosse capace di ribaltare una teoria consolidata come quella
evoluzionistica. Ricordate la fusione fredda? Vi fu ostilità nei suoi
confronti, ma gli scienziati di tutto il mondo ci lavorarono
sopra
sperando di condividere la gloria con i proponenti di tale teoria, se
si fosse rivelata vera.
Quindi, invece di spendere più di un milione di dollari all'anno
in
pubbliche relazioni e per pubblicare articoli e libri per gente
estranea alla scienza, il Discovery Institute dovrebbe sostenere la
propria rivista specializzata per esperti. In questo modo,
l'organizzazione potrebbe affermare di agire secondo i principî che
professa, ovvero: gli strenui difensori di irriverenti iconoclasti che
sfidano l'establishment.
Per adesso, comunque, la teoria che Discovery Institute è esattamente
quella che un loro affiliato di lungo corso, George Gilder, ha così
enunciato: «La teoria del progetto intelligente è in sé una scatola
vuota».
Quindi senza contenuto. Niente contenuto, niente da
opporre alle
teorie consolidate. Quindi niente controversie da spiegare a
lezione
di biologia. Però c'è un buon argomento da spiegare nelle classi di
sociologia e scienze politiche delle superiori: «La
teoria del
progetto intelligente è una bufala? E se sì, come è
stata perpetrata?».
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Daniel C. Dennett, professore di filosofia alla Tufts University, è
l'autore di "Freedom Evolves"
(Libertà in evoluzione) and "Darwin's
Dangerous Idea" (Le pericolose idee di Darwin).
(C) The New York Times, 28/8/2005
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Miseria
del creazionismo - CLAUDIO
MAGRIS
Se qualcuno mette in dubbio la virtù di mia madre, ha detto una volta Borges,
lo ammazzo; se diffama mia nonna, lo schiaffeggio; se insinua che ad essere
stata una puttana è la mia bisnonna, reagisco con minor furore e quasi con
una punta di curiosità, e ci si può immaginare il progressivo intiepidimento
delle sue reazioni man mano l’offesa risale indietro, al buio delle origini.
Come dovremmo rispondere a chi insultasse la nostra trisavola Lucy, la
giovane e graziosa femmina di australopiteco vissuta 3,5 milioni di anni fa,
il cui scheletro è stato trovato in Africa, nell’Afar etiopico, da Yves
Coppens nel 1974, insieme ad altri ricercatori? D a tempo sappiamo che
l’universo, a differenza da quanto affermava il vescovo anglicano Ussher,
non è stato creato il 23 ottobre 4004 avanti Cristo, di domenica, ma sino a
poco fa la conoscenza dei miliardi di anni di esistenza del
cosmo e dei milioni di quella dell’uomo restava un sapere teorico e astratto
che non pervadeva la sensibilità, non influenzava la vita né il modo di
percepirla. Nato a Vannes nel 1934, professore di Paleoantropologia e
Preistoria al Collège de France, membro delle più grandi accademie
scientifiche e insignito dei più prestigiosi riconoscimenti, Yves Coppens
non è soltanto uno dei grandi scienziati e ricercatori che hanno contribuito
a fondamentali scoperte sulle origini dell’uomo e sulla sua storia di
lunghissima durata, che coinvolge quella del clima,
del pianeta e dell’universo. Grazie alle sue
singolari capacità di scrittore, egli è stato anche capace di divulgare le
più audaci scoperte scientifiche senza perdere nulla della loro complessità.
La combinazione di ricerca sul campo, scoperte scientifiche e chiara
esposizione narrativa ha permesso a Coppens di farci sentire concretamente,
direi quasi fisicamente, che Lucy è una nostra antenata: che la nostra
storia non inizia con le ziqqurat, le arcaiche misteriose torri
mesopotamiche forse modello di quella di Babele, e nemmeno con le mirabili
pitture delle grotte di Altamira (ventimila anni fa, ieri), bensì milioni di
anni prima, con quei nostri avi che nelle savane africane colpite da una
spaventosa siccità hanno dovuto alzar la mano all’albero e trovare la
posizione eretta, fare quei primi passi - i «pre-amboli», cui s’intitola un
suo libro - che li hanno diversificati da altri primati rimasti nella
foresta nutrita dalle piogge. Sino a poco fa, sapevamo - sia pur
imprecisamente - tutto questo ma lo consideravamo un prologo che non ci
riguardava; per noi la Storia aveva qualche migliaio d’anni, la caduta
del mondo antico e l’avvento del
Cristianesimo erano per la nostra sensibilità il suo spartiacque e il suo
momento di svolta, come se Adamo ed Eva fossero apparsi pochi millenni fa e
prima non ci fosse nulla che per noi contasse veramente. Il Cristianesimo
era sorto «nella pienezza dei tempi», al centro del
divenire storico; ora si situa in un punto qualsiasi di una linea evolutiva
la cui vista si perde. Tutto ciò sconcerta, ma anche arricchisce - pur nel
brivido dell’immenso e dell’ignoto - il caldo senso dell’appartenenza di
ogni individuo a una vastissima famiglia, a un tempo dilatato oltre
l’immaginabile; ci fa sentire partecipi della vita dell’universo, presente
nelle nostre vene. Con i suoi studi e le sue ricerche - frutto, come sempre
nella scienza, pure di lavoro di équipe - Coppens ha individuato il momento
in cui in Africa, culla del genere umano, dagli
ominoidi, dai Panidi, si staccano gli ominidi e poi si evolvono gli uomini.
Dal purgatorius, il più antico primate conosciuto, si passa - non in linea
diretta - ai primi primati superiori; al piccolo egiptopiteco (34-35 di anni
fa); al proconsul dal cranio già più sviluppato, al kenjapiteco (14-15
milioni di anni fa), all’australopiteco e a quell’individuo che appare circa
tre milioni di anni fa, con un encefalo più sviluppato e più vascolarizzato,
che è già l’uomo, il quale coabita circa per un milione di anni con l’australopiteco,
forse incrociandosi talvolta con lui e soppiantandolo e sviluppandosi via
via nell’homo habilis, erectus, sapiens, il quale ultimo distrugge quello di
Neanderthal, che dunque non è un nostro antenato quanto piuttosto un nostro
cugino estinto. Contrariamente alla vulgata corrente, l’uomo non discende
dalla scimmia e men che meno da scimmie oggi esistenti, bensì discende da un
antenato comune ai primati ed è meno vicino ad alcuni di essi come l’orango
e più ad altri come lo scimpanzé, col quale condivide più
del 98% del corredo genetico, come ricorda
Jared Diamond nel suo libro Il terzo scimpanzé. Dal punto di vista puramente
genetico quello che ci accomuna allo scimpanzé è più di ciò che accomuna
quest’ultimo all’orango; il che dimostra che il patrimonio genetico non è
tutto. La teoria dell’evoluzione, di cui Darwin è stato incomparabile
scopritore e geniale narratore, ci inserisce in una storia più grande. Il
creazionismo che si oppone - irosamente e sempre più
goffamente - ad essa offende il senso religioso cui si appella, perché ha
una rozza, riduttiva concezione antropomorfica di un Dio che fabbrica mondi
e creature come si fabbricano giocattoli robot. La storia dell’evoluzione,
da quei pezzi di materia sparati dal big bang alle prime alghe all’uomo
preistorico che dipinge sulle pareti delle grotte di Altamira capolavori
degni di Michelangelo, può dare invece il senso del
divino e della creazione come un processo continuo, dell’Eterno il quale
vive nei mutamenti che mette in opera - quell’Eterno, scriveva in una
memorabile lettera Biagio Marin al suo traduttore cinese, che le nostre
contingenze sono chiamate a decorare per un istante; come, potremmo
aggiungere, le irripetibili sfumature di colore di un tramonto decorano la
grande legge che presiede al moto degli astri e alla rifrazione della luce.
Nel suo ottimo libro Dio e Darwin , Orlando Franceschelli parla pure della
grande poesia che può nascere da questo sentimento sereno di appartenenza
alla tela del cosmo nelle sue perenni combinazioni e
dissoluzioni: la poesia di Lucrezio, di Leopardi, della lirica T’ang cinese
immersa nel fluire grande delle cose. Certo, altre volte si prova orrore
dinnanzi all’infinita ripetizione di morte, distruzione e sofferenze forse
inutili e si vorrebbe che il big bang non avesse mai avuto luogo. Le
reazioni più trivialmente infastidite alla teoria dell’evoluzione provengono
non tanto dalle religioni quanto dalle filosofie vagamente spiritualiste,
come ad esempio lo storicismo crociano: quando Croce contesta a Darwin di
propagare «la vergogna di origini animalesche» dell’uomo e dello Spirito,
gli si potrebbe chiedere - visto che egli non può appellarsi a un Dio che
colloca d’un tratto Adamo ed Eva in un giardino - da chi e da cosa egli
pensa provengano gli uomini e il loro Spirito, quali siano i suoi antenati.
Lo Spirito non è meno nobile se fa i conti con la materia che lo
costituisce, a cui dà senso e da cui è indissolubile; il Verbo, dice la
Scrittura, si è fatto carne (sinapsi di neuroni, sudore di sangue nella
notte del Getzemani) e in cui consiste la sua
verità. Anche lo sguardo col quale ogni tanto un cane ci guarda con
autentico e toccante amore è il prodotto di un complesso processo
neurofisiologico formatosi nel corso di migliaia di anni e ciò non toglie
nulla all’affettività che lo lega a noi e ci lega a lui. Nella «complessità
crescente» dell’organizzazione della materia Teilhard de Chardin, sacerdote,
ha visto il concreto agire di Dio. Sì, se siamo gentiluomini dovremmo
schiaffeggiare chi offendesse bisnonna Lucy. Altri, più seri interrogativi
ci turbano e ci danno un senso di vertigine. Anzitutto, come osserva Roberto
Finzi, è certo che si possa definire «progresso» il percorso dal purgatorius
a noi oppure questo giudizio di valore è un arbitrario punto di vista della
nostra specie elaborato dal meccanismo dell’evoluzione, una menzogna vitale
per poterci credere i signori dell’universo o addirittura il suo fine? Se
giustamente rifiutiamo di considerare, come i positivisti volgari, la donna
meno intelligente dell’uomo perché ha un cervello più piccolo, si chiede
Finzi, perché invece questo stesso criterio deve valere per considerarci più
intelligenti dell’australopiteco? E se fosse vero che i batteri sono meglio
organizzati di noi per sopravvivere ai mutamenti della natura - quei
mutamenti climatici che, secondo Coppens, sono stati essenziali per la
nascita dell’uomo, ma ora potrebbero essere altrettanto determinanti per la
sua estinzione, grazie alle trasformazioni cui egli sottopone la natura? Ma
non è tanto questo che turba i nostri rapporti con i cugini discendenti dal
purgatorius. La nostra esistenza e la nostra morale si basano su una
radicale distinzione tra gli uomini e le altre creature viventi. Possiamo e
dobbiamo essere meno crudeli possibile con gli animali, ma non possiamo
vivere senza far loro violenza; anche il vegetariano uccide con ogni respiro
esseri invisibili ma non perciò meno vivi; pure l’animalista cerca di
annientare i microbi che lo assaltano. Non è possibile applicare l’etica
kantiana agli animali né porre sullo stesso piano il genocidio di esseri
umani e la distruzione di specie animali. Per l’universo, la Shoah e
l’estinzione dei dinosauri sono probabilmente due fenomeni non troppo
diversi, ma per noi no. Non è la religione ma sono l’etica e l’umanesimo a
venir messi in crisi da un naturalismo radicale e a costringerci a
separarci, nettamente e anche violentemente, dalla totalità dell’universo
vivente, da tutte le altre creature. Può darsi sia questo il peccato
originale. Lucy ci è ancora relativamente vicina, ma il nostro albero
genealogico risale ancora più indietro: al momento in cui la materia
elementare cominciava ad aggregarsi in strutture via via più complesse, alla
materia incandescente che precedeva la comparsa delle stelle, a quei
frammenti impazziti nello spazio subito dopo il big bang prima di trovare un
ordine. Sarebbe veramente difficile schiaffeggiare chi offendesse una di
quelle molecole che iniziavano i loro pasticci. Eppure, quando a Trieste
vado a trovare Primo Rovis e a vedere la sua straordinaria collezione di
minerali e fossili, forse unica al mondo, quelle druse di ametista e
citrino, quei geodi giganti fioriti di rose, quei carbonati, quei cristalli
di assoluta perfezione geometrica all’interno di una pietra di ametista
mostrano il volto di una realtà che anch’essa è a suo modo viva, perché la
sua morfologia obbedisce a precise leggi che creano una bellezza incredibile
e al di là dell’umano. Tutto ciò sembra indicare che perfino la frontiera
tra vita organica e inorganica, tra vita e non vita è labile e
inconsistente. Anche quelle gemme di miliardi di anni fa incutono un
rispetto verso venerande madri e non solo per la forma di grembo e di organo
femminile che spesso assumono. E ci si chiede se i nostri bispronipoti fra
millenni e millenni non potranno essere altrettanto diversi da noi quanto
noi lo siamo dal proconsul o dalle alghe azzurre unicellulari delle origini,
cosa ancor più difficile da accettare. Oggi, miliardi di anni fa, miliardi
di anni futuri; il tempo si contrae, si rapprende nel cristallo o nell’agata
che lo contiene. «Sono il fiume ansioso di gettarsi nel tuo mare» - scriveva
nel 600 il poeta gesuita Angelus Silesius rivolgendosi a Dio - «ma sono
anche già il tuo mare».