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scienza e religione

Corriere della Sera 29/9/2005

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Documento/2005/09_Settembre/28/index.shtml#

 

James D. Watson

Premio Nobel per la medicina e la fisiologia

Idee in lotta Se l’universo fosse opera di un Creatore, il pipistrello avrebbe le piume: James Watson, lo studioso che rivoluzionò la biologia, spiega come Darwin abbia liberato l’uomo dalla superstizione. Offrendogli un mondo naturale che non era mai stato così meraviglioso

In principio fu il Verbo o il Dna?

Alcuni scienziati influenzati dalla religione trattano l’evoluzionismo come una semplice teoria. Negando l’evidenza

 

 

È straordinario quanto le osservazioni di Darwin abbiano cambiato non solo la visione del mondo dei suoi contemporanei ma siano ancora oggi fonte di grande stimolo intellettuale per scienziati e non. L’origine delle specie fu giustamente definito dal biologo Thomas Henry Huxley «... lo strumento più potente che gli uomini hanno sottomano, dopo la pubblicazione dei Principia di Newton, per ampliare il campo della conoscenza naturale». Al suo ritorno dai cinque anni di viaggio a bordo della goletta Beagle, Darwin mostrò le sue varie raccolte a esperti di uccelli, scarafaggi, molluschi e simili. Lo studioso di riferimento di Darwin in materia di volatili era John Gould. Darwin rimase sorpreso nel sentirgli dire che i fringuelli che aveva preso alle isole Galapagos avevano una stretta somiglianza con uccelli simili presenti nel continente sudamericano, a un migliaio di chilometri di distanza, mentre i fringuelli di un’isola delle Galapagos erano molto diversi da quelli delle altre isole.

Come mai, si chiedeva Darwin, i fringuelli delle Galapagos somigliano tanto a quelli del continente vicino se ogni fringuello è stato creato indipendentemente? La risposta logica era che le isole erano state popolate da uccelli arrivati dal Sudamerica, spinti, forse, da forti venti. Come avevano fatto, allora, gli uccelli che stavano su isole diverse delle Galapagos a diventare diversi l’uno dall’altro? Si erano evoluti adattandosi a nicchie ecologiche diverse, così che alcuni avevano sviluppato becchi per triturare i semi, altri per mangiare insetti e altri ancora per raccogliere il nettare delle piante. L’evoluzione forniva una spiegazione molto più parsimoniosa rispetto a quella della creazione ad hoc. «Quale fatto può essere più strano—scriveva Darwin—di quello per cui la mano dell’uomo, formata per afferrare, quella della talpa, fatta per scavare, la gamba del cavallo, la pinna del delfino e l’ala del pipistrello debbano essere tutte strutturate secondo uno stesso modello, e debbano contenere le stesse ossa nella stessa posizione reciproca? ».

Richard Owen, grande anatomista inglese e implacabile nemico di Darwin e delle idee evoluzionistiche, aveva detto che tali omologie (somiglianze che suggeriscono un’origine comune) rivelano il lavoro artigianale di un creatore che, forse, aveva risparmiato tempo e fatica modificando semplicemente un archetipo. Ma aveva poco senso, tutto questo bricolage creativo. Un creatore non avrebbe forse potuto fare di meglio creando un mammifero volante efficiente, dando per esempio ali piumate al pipistrello? «Come sono inspiegabili questi fatti — esclamava Darwin — per l’opinione corrente sulla creazione! Nessuna impresa può essere più disperata del tentativo di spiegare questa somiglianza... in base all’utilità o alla dottrina delle cause finali». Ciò che invece aveva senso di tutta questa serie di fatti era la prospettiva evoluzionistica di Darwin: le somiglianze di forma suggerivano una discendenza da un antenato comune con modificazioni.

L’origine delle specie forniva una prova schiacciante dell’evoluzione, ma Darwin lasciò aperti due interrogativi importanti, ammettendone la significativa difficoltà per la sua teoria. Non riuscì a spiegare che cosa dava luogo alle modificazioni osservate negli organismi, come questi e altri tratti si trasmettessero di generazione in generazione. Questi problemi li affrontò di petto nel 1868 in Le variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico. Darwin ipotizzava che durante un processo che chiamava «pangenesi» tutte le parti del corpo rilasciassero delle «gemmule» che si accumulavano nelle cellule germinali. Quest’ipotesi venne meno dopo gli esperimenti di Francis Galton, cugino di Darwin. Galton cercò di cambiare il colore di conigli bianchi e neri trasmettendo loro delle gemmule mediante trasfusioni di sangue. Non ebbe alcun risultato. Nella sua autobiografia Darwin cita la pangenesi come la «mia ipotesi tanto abusata».

È una delle grandi occasioni mancate della scienza: Darwin non sapeva che un contemporaneo, Gregor Mendel, aveva già gettato le basi dell’analisi scientifica dell’ereditarietà. Il lavoro dei genetisti impegnati in studi di popolazione prendeva i concetti mendeliani e li applicava a popolazioni di organismi, dando una solida base scientifica alle idee darwiniane di cent’anni prima. Ci vollero però tre naturalisti —Julian Huxley (nipote di T.H. Huxley), Theodosius Dobzhansky (che lavorava col genetista del moscerino della frutta Thomas Hunt Morgan) ed Ernst Mayr (allora all’American Museum of Natural History di New York) — per produrre un rapporto biologicamente più fondato su questa fase del pensiero evoluzionistico. Huxley colse l’attimo nel titolo del suo libro Evoluzione. Sintesi moderna. Finalmente un’integrazione ragionevolmente completa fra evoluzione, genetica e selezione naturale.

Così stavano le cose quando sono entrato all’università di Chicago nel 1943 per diventare zoologo, ispirato dal bird-watching e dalle visite con mio padre al Field Museum. A Chicago insegnava il genetista di popolazione Sewall Wright, che divenne il mio primo eroe scientifico. Frequentavo due dei suoi corsi, uno sull’evoluzione e l’altro sulla genetica fisiologica. Fu nel secondo che mi imbattei per la prima volta nelle scoperte di Oswald Avery sul Dna, che sembrava in grado di trasmettere caratteri ereditari fra due tipi diversi di batteri pneumococchi. Più o meno in quel periodo Erwin Schrödinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica, pubblicò il suo libretto Che cos’è la vita?, che mi capitò fra le mani nella biblioteca di biologia mentre ero al terzo anno, nel 1946. Che cos’è la vita? è uno di quei libri che cambiano la vita: e la mia, come quella di parecchi altri colleghi, cambiò irrevocabilmente. Schrödinger capì che l’elemento chiave dell’ereditarietà doveva essere il trasferimento di informazioni genetiche in forma di molecola di generazione in generazione. La mia passione per gli uccelli sembrava mal riposta quando uno dei grandi interrogativi del ventesimo secolo era ancora senza risposta: qual è la natura del gene, l’essenza della vita? E qual è la chimica, per quanto allora non pensassi in questi termini, da cui dipendono la selezione naturale e l’evoluzione?

Darwin sarebbe stato entusiasta di sapere che lo stesso set di 25-30 mila geni è presente nella maggior parte degli animali. Quasi ogni gene del nostro Dna possiede un gene omologo nel Dna di altri mammiferi, per esempio nel topo. Il che appare persino più straordinario se osserviamo organismi fra loro più lontani: la Ciona intestinalis, un animaletto invertebrato, possiede metà soltanto dei nostri geni, ma due-terzi dei suoi hanno geni omologhi nel Dna umano. Oggi è in atto un tentativo concertato da parte di alcuni scienziati influenzati dalla religione di trattare l’evoluzione come una teoria, come se questo in qualche misura ne diminuisse l’autorevolezza e la forza nello spiegare come funziona il mondo. Uno dei doni più grandi che la scienza ha fatto al mondo è la continua eliminazione del soprannaturale, ed è una lezione che mi ha trasmesso mio padre: la conoscenza libera il genere umano dalla superstizione.

Possiamo vivere la nostra vita senza il costante timore di aver offeso questa o quella divinità che va placata con incantesimi o sacrifici, o di essere alla mercé dei demoni o delle Parche. Se aumenta la conoscenza, l’oscurità intellettuale che ci circonda viene illuminata e impariamo di più della bellezza e della meraviglia del mondo naturale. Non giriamoci attorno: l’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro. L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.

James D. Watson

Premio Nobel per la medicina e la fisiologia

29 settembre 2005

 

http://www.unita.it/carta/today.asp?data=20051006&ediz=NAZIONALE&npag=23

L'Unità 06 Ottobre 2005

 

Perché Dio dovrebbe
odiare Darwin?
 
di Pietro Greco


 

Le scaramucce, ormai, sono infinite. C’è quella del 6 settembre, quando i giornali locali della Mid-America annunciano che il Kansas State Board of education’s, la commissione per l’educazione dello stato del Kansas, ha deciso di riaprire le procedure per sfidare Darwin nelle scuole, portando in classe le teorie alternative all’evoluzione biologica per selezione naturale. E c’è quella del 26 settembre, quando la Corte federale di Harrisburg, in Pennsylvania, su denuncia dei genitori di 11 ragazzi, ha iniziato il processo contro il comitato scolastico del distretto di Dover che gli avversari di Darwin, i creazionisti, li ha già portati a scuola. L’accusa è di violazione di uno dei principi fondanti della Costituzione americana, la separazione tra Chiesa e Stato, con conseguente separazione tra l’insegnamento della religione e l’insegnamento della scienza.
Tra le scaramucce potremmo inserire, a pieno titolo, quelle italiane. Come i lettori dell’Unità ricorderanno, all’inizio del 2004 il Ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, cassò l’insegnamento della teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici delle scuole medie. Provocando l’indignata reazione dell’intera comunità scientifica del paese. Il Ministro nominò, allora, una commissione di indubbio prestigio, presieduta da Rita Levi Montalcini, per decidere ciò che non aveva bisogno di essere deciso: se la teoria di Darwin poteva essere insegnata. La commissione ha concluso i suoi lavori con una relazione consegnata il 23 febbraio 2005, dal contenuto scontato: l’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto non solo può, ma deve essere esposta ai nostri ragazzi, fin dalle elementari. Ma da allora nulla ancora sappiamo sul se e quando Darwin potrà tornare nelle scuole medie italiane. Il Ministro tace.
Nelle baruffe c’è sempre chi profitta. È dei giorni scorsi la notizia che l’università americana di Harvard ha pensato bene di farsi finanziare un progetto da un milione di dollari l’anno per studiare «le origini della vita nell’universo». Progetto che è stato interpretato dagli avversari di Darwin come l’implicito riconoscimento della inadeguatezza della sua teoria della selezione naturale.
Tutte queste scaramucce e altre ancora ci dicono, come sostiene il settimanale americano Time, che una guerra è in atto: la guerra dell’evoluzione (Time, The Evolution Wars, 15 agosto 2005). Una guerra che gli scienziati di tutto il mondo farebbero bene a prendere molto sul serio, sosteneva il direttore della rivista scientifica inglese Nature in un editoriale, Dealing with Design, del 28 aprile scorso. Sia perché la guerra sta uscendo fuori dai confini degli Stati Uniti. Sia perché in gioco non c’è più solo la verità, ma - come ha evidenziato su queste colonne il filosofo della scienza Giulio Giorello - anche il potere. La guerra scoppiata intorno a Darwin, dunque, non è solo e non è tanto un conflitto tra scienza e religione, ma è anche e soprattutto un conflitto politico per il potere.
Chi nutrisse qualche dubbio vada a rileggersi l’intervista rilasciata da Richard Viguerie a The New York Times il 4 novembre 2004, all’indomani della rielezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Viguerie è un collaboratore del Presidente. Che ha ben presente come gli oppositori storici di Darwin, i gruppi più estremi di protestanti evangelici fautori del «creazionismo», siano stati il «collante culturale» che ha consentito il coagulo di una maggioranza tanto vasta quanto variegata intorno al candidato repubblicano. Quell’intervista è l’annuncio di un vero programma politico. Un programma squisitamente «teocon». Dopo la vittoria su Kerry, sostiene Richard Viguerie, occorre affermare i «valori» della gente che l’ha resa possibile. In pratica la nuova Amministrazione dovrà abolire l’aborto, vietare i matrimoni gay e magari escludere gli omosessuali da ogni incarico politico. Inoltre occorrerà varare una «politica scientifica» molto chiara: dire no a ogni ricerca sulle cellule staminali embrionali ed elaborare uno nuovo statuto ontologico dell’embrione. Far prevalere sempre la «ragione religiosa» sulla «ragione scientifica». Escludere o, almeno, rompere il monopolio della teoria darwiniana nelle scuole e persino nelle università.
L’intervista è passata abbastanza inosservata in Italia.Per due motivi, probabilmente. Sia perché, all’indomani di una vittoria di estrema importanza, sembrava l’esternazione un po’ su di giri di un comprimario che non rappresentava il pensiero politico del Presidente. Sia perché appariva, nei toni e nella cultura, lontana dall’Europa e dall’Italia.
Non c’è voluto davvero molto tempo per capire che quell’intervista non andava affatto sottovalutata. Bush, infatti, ha dato corpo quasi per intero al progetto. Specie nella parte di containment della «ragione scientifica» a favore della «ragione religiosa»: dalla mobilitazione contro il diritto a una buona morte (vicenda Terri Schiavo) a quella contro la clonazione terapeutica. Fino alla dichiarazione, rilasciata il primo agosto scorso, in cui il Presidente degli Stati Uniti ha sostenuto che in tema di origine della vita a scuola vanno insegnate anche le teorie alternative a quella darwiniana. Dichiarazione che ha indotto il Time a proporre la sua copertina sulle «guerre dell’evoluzione». Quella di Viguerie non era dunque un’intervista un po’ sopra le righe di un comprimario. Ma l’annuncio di un programma teso ad affermare, in sede politica, i «valori» dei gruppi che costituiscono il collante culturale del variegato blocco sociale che sostiene Bush. Compreso il valore primigenio: il creazionismo, in tutte le sue forme. Ma quell’intervista non andava sottovalutata neppure sul fronte internazionale. Non riguardava solo gli Stati Uniti. Riguarda noi tutti. Ce ne siamo accorti in occasione della morte di papa Wojtyla, quando l’ancora cardinale Ratzinger ha proposto ai cardinali il progetto su cui fondare il nuovo papato: lotta a ogni forma di relativismo, forti limiti allo sviluppo delle biotecnologie umane (considerate una patologia della ragione), affermazione nella vita pubblica della «ragione religiosa» sulla «ragione laica». Il progetto, riaffermato da papa Benedetto XVI ancora una volta nei giorni scorsi, ha avuto una sua concreta incarnazione nella mobilitazione dei vescovi italiani e, in particolare, del loro presidente, il cardinale Camillo Ruini, in occasione del referendum sulla Procreazione medicalmente assistita.
Proprio in questa occasione, peraltro, abbiamo avuto la prova diretta che il progetto di Ruini è un progetto politico, capace di coagulare intorno a sé persino delle maggioranze parlamentari. E qualche giorno dopo abbiamo avuto la prova che non è un progetto limitato a poche questioni di etica applicata. Il 7 luglio scorso, infatti, il cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, ha rilasciato un’intervista al New York Times in cui si dimostra solidale con gli evangelici creazionisti e dichiara la «non verità» della teoria dell’evoluzione per selezione naturale del più adatto. La «verità» scientifica in merito all’origine e all’evoluzione dell’uomo va ricercata, invece, in quell’intelligent design, in quel progetto intelligente, che promana - a dire del cardinale - dall’osservazione stessa della natura.
L’esternazione del cardinale ha avuto riflessi anche in Italia, dove non solo i soliti «atei devoti», ma anche alcuni raffinati intellettuali cattolici - dal filosofo Evandro Agazzi al teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti - hanno fatto propria nella sostanza e pubblicamente rilanciato l’idea che quella di Darwin è solo una teoria. Una tra le tante. E che l’intelligent design, l’evoluzione cosmica guidata da una mano trascendente e intelligente, è un’altra teoria scientifica che, quanto meno, merita la medesima attenzione di quella proposta nel 1859 dal naturalista inglese.
Nelle medesime settimane dalla Spagna all’Italia si è venuta palesando una strategia piuttosto aggressiva delle autorità della Chiesa di Roma in merito all’aborto, ai diritti degli omosessuali, alla biologia umana. Proprio i temi suggeriti undici mesi fa da Viguerie al New York Times. L’impressione di alcuni è che si vada dispiegando, di qua e di là dell’Atlantico, un progetto culturale e politico abbastanza omogeneo che, con una certa approssimazione, potremmo definire di matrice «teocon». Ma abbastanza suggestivo da poter coinvolgere sia i sanguigni contadini del Kansas sia molti raffinati intellettuali cattolici europei. Un progetto in cui la posta in gioco, come dice Giorello, è il potere. Ma in cui la querelle sulla «verità» dell’origine e dell’evoluzione della vita gioca un ruolo decisivo, il ruolo appunto di collante culturale - uno dei pochi possibili - di un variegato blocco sociale che oggi è maggioranza negli Usa. Ma che ambisce a divenire maggioranza anche in molti paesi europei, compresa l’Italia inclusa. Dove nasce questa capacità? Certo non da un’esigenza scientifica. La teoria darwiniana è l’unica oggi in grado di spiegare i fatti noti della biologia. Mentre non c’è nessun fatto noto che consenta di far assurgere a teoria scientifica il sentimento religioso e/o filosofico dell’intelligent design.
La capacità dell’antidarwinismo militante di fungere da collante culturale di un variegato blocco sociale nasce ha ragioni diverse. Lo storico Christopher Toumey, (God’s Own Scientists, Rutgers University Press, 1994) ha mostrato come esso sia nato, quasi un secolo fa, nell’America profonda e contadina per corrispondere sia al bisogno di certezze - le certezze bibliche - in un momento in cui la società era percorsa da profonde inquietudini, sia al prevalere, in ambito tecnoscientifico, di una cultura utilitaristica e, insieme, elitaria. Oggi l’antidarwinismo militante sta uscendo dalla sua condizione di minorità e assurge addirittura a collante culturale di un blocco sociale maggioritario, o che aspira a divenire maggioritario, sia perché quei valori - la certezza assoluta e insieme il rifiuto di un’interpretazione elitaria e utilitaristica della tecnoscienza - si sono diffusi in una società, quella occidentale, attraversata da nuove e profonde inquietudini, sia perché la critica al darwinismo offre una sponda non solo ai sanguigni pastori evangelici americani, ma anche ai raffinati intellettuali cattolici e alle gerarchie della Chiesa di Roma alla «ricerca di senso». L’intelligent design offre un senso - il senso che gli conferisce una mano trascendente - a una storia della vita che non ne ha perché nasce, per dirla con Jacques Monod, dal caso e dalla necessità.
Ha ragione, pertanto, il direttore di Nature. Gli scienziati e, più in generale, i laici (credenti e non) non devono sottovalutare la sfida dell’antidarwinismo. Perché è una sfida per il potere. Ma se intendono vincerla questa sfida devono agire su almeno due fronti. Da un lato fornire il loro contributo a rimuovere la cause dell’inquietudine che attraversa l’Occidente. Dall’altra rimuovere la cause che generano un’immagine della tecnoscienza insieme utilitaristica ed elitaria.


 


LA GUERRA DELL’EVOLUZIONE: così il settimanale Time ha chiamato la battaglia che i teocon americani stanno combattendo contro la teoria dell’evoluzionismo. La stessa battaglia che la destra e la Chiesa combattono anche in Italia

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REPUBBLICA VENERDÌ, 07 OTTOBRE 2005

 

 

Pagina 18 - Esteri

 

Con Noè nel Grand Canyon scontro sull´origine del mondo

 

 

 

Per i positivisti, invece, la Terra è vecchia di miliardi di anni

I neo-creo: "Queste rocce hanno 4.500 anni e sono opera di Dio"

Evoluzionisti e creazionisti si sfidano sulle acque del Colorado

La moglie di un pastore battista: "La Bibbia ci dice che Dio camminò sul volto della Terra e il Canyon è la sua impronta"

 

DAL NOSTRO INVIATO


VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - In barca con Noè, ma senza ingombranti coppiette di ippopotami, di tigri o di elefanti, i crociati del Creazionismo, i lettori Neo-Creo della Bibbia come un testo scientifico guardano a bocca aperta le pareti mostruose del Grand Canyon e mormorano attoniti la preghiera del peccatore: «Se Dio ha potuto sterminare l´umanità peccatrice con il Diluvio Universale che ha creato il Grand Canyon, non possiamo che affidarci alla Sua Misericordia» avvisa il loro Noè, il pastore della nuova arca dei penitenti che guida la mistica crociera nella fossa più profonda della Terra. Ma qualche miglio più avanti, il gommone degli infedeli li precede, traboccante di infedeli e apostati intestarditi nel credere che anche questa meraviglia geologica sia il prodotto di millenni e milioni di anni di erosione ed evoluzione. Il Colorado River, le sue acque dense e scure, le anse e le pareti del Grand Canyon sono diventati l´ultimo campo di battaglia tra i neo-creazionisti, versione mistica dei più maneschi neo-con, e i neo-pos, i neo positivisti che restano aggrappati alla loro fede nella scienza.
Se Darwin e Noè, le scimmie e il Diluvio Universale, ora si affrontano anche tra le rapide del Colorado, come racconta il New York Times, è il segno che la battaglia per riportare trionfalmente il Creatore dell´Universo nelle aule scolastiche e ridimensionare il darwinismo infuria ormai oltre i confini di quegli stati particolarmente pii, come il Kansas, dove la fede nel "Disegnatore Intelligente" (l´eufemismo utilizzato per non spaventare i non credenti) è tornata nei curriculum. O come la Pennsylvania, dove la querela di un genitore laico contro l´insegnamento scientifico della Bibbia è davanti a un tribunale. La possibilità che le due tesi non siano necessariamente contraddittorie, che anche l´evoluzione geologica e biologica possa essere stata disegnata e avviata da un Creatore, come Einstein sospettava nella sua celebre frase, "Dio non gioca a dadi con l´Universo", non tocca gli opposti fondamentalismi. E la maestà stordente del Gran Canyon, la sua incomprensibile enormità, è il genere di apparizione capace di scaldare le anime più infiammabili.
Il Noè di queste arche è Tom Vail, auto ordinato "Pastore del Grand Canyon", un ex banchiere che 23 anni or sono, dopo una gita qui in Arizona, gettò i mocassini alle ortiche per infilarsi i sandali del predicatore e "tour animator" mistico. «Chiaramente, guardando queste formazioni geologiche, si arriva alla conclusione che non possono essere più vecchie di 4.500 anni» che è, non per caso, l´età nella quale, secondo le interpretazioni della Bibbia, il Signore perse la pazienza e ordinò il repulisti noto come il Diluvio Universale. Questa dei 4.500 anni, o l´insistenza sulla "Giovane Terra", misurata dai neo-creo in non più di sei mila anni (la Bibbia non specifica, ma abbondano indizi cronologici che portano a questo calendario) è tra le credenze che più offendono la scialuppa della scimmie evolute, la barca dei Darwinisti.
L´età della Terra, per tutta la comunità scientifica accreditata, si misura non in migliaia, ma in miliardi di anni, 4,5 miliardi, un tempo che ridicolizza la brevità dell´anagrafe biblica e, offre agli evoluzionisti un margine di tempo abbastanza lungo per rendere accettabile il progresso dalle amebe monocellulari a organismi complessi come George Bush. E che può difficilmente essere smentito misurando nei pochi decenni della esistenza umana abissi di tempo calcolati in miliardi di anni. Ma se sei mila anni sembrano davvero pochini anche ai più agnostici (le sole piramidi egiziane risalgono a tre millenni or sono) il National Center for Science Education ha dovuto muoversi per rintuzzare la marcia dei neo creazionisti e «affiancare» nell´insegnamento scientifico, secondo il Presidente Bush, la Bibbia ai testi classici.
Sulla barca sponsorizzata dal Centro, i neo positivisti naturalmente digrignano i denti al pensiero che l´arca di Noè possa confondere la mente di buoni cristiani e di ingenui turisti con spiegazioni mitiche spacciate per verità sperimentali. Il fatto che soltanto l´1 per cento dei geologi e biologi prenda sul serio la «scientificità» della Bibbia, secono la Gallup, non rassicura il dottor Eugene Scott, la "tour guide" degli infedeli, perché altri sondaggi della stessa Gallup dicono che un terzo degli americani sono persuasi della verità letterale della Bibbia, quindi convinti che realmente sull´Arca si imbarcarono coppie, ovviamente eterosessuali, di ogni specie animale, che Giona fu inghiottito da una balena, che Eva abbia commesso l´imprudenza di mangiare la mela. «Basta un esame di campioni di roccia in questo Canyon, basta lo studio di un fossile di dinosauro - predica ai suoi turisti - per vedere che la teoria della Giovane Terra, fondamento dei neo-creo, crolla. Se la Bibbia dice che la terra non ha più di sei mila anni, dove abitavano i primi popoli indigeni d´America, che arrivarono qui dall´Asia 10 mila anni or sono, come sappiamo per certo?». I Darwninisti del pianeta delle scimmie annuiscono e scuotono la testa. Sono insegnanti, medici e ricercatori, gente che ha votato, dice l´inchiesta, quasi unanimemente per Kerry. Come i profughi dell´Arca del Noè che scivola sulle stesse acque hanno votato, in grande maggioranza, per Bush.
La saldatura tra fede e politica, rende insanabile come un Canyon il rancore reciproco. La moderazione e la ragionevolezza non sono tratti che oggi caratterizzino questo, come ogni altro dibattito nelle società occidentali incarognite dalle inquietudini del cambiamento ed eccitate dagli sfruttatori di ansie. «Tutti sappiamo che l´arcobaleno è fatto semplicemente da goccioline d´acqua che rifrangono la luce bianca» tenta di dire il dottor Charlie Webb, uno specialista in medicina d´emergenza che naviga coi neo positivisti «ma questo non nega né afferma l´esistenza di Dio, è un fatto, come l´età di questo Canyon scavato dal fiume». «No», gli risponde dall´Arca Kathryn Crotts, moglie di un pastore battista del North Carolina saldamente seduto sull´Arca dei fedeli «la Bibbia ci dice che Dio camminò sul volto della Terra e questo Canyon è la sua impronta». Vade retro, scimmia.

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Mostratemi la scienza
di Daniel C. Dennett (Blue Hill, Maine)

Mentre annunciava recentemente di essere a favore dell'insegnamento
scolastico del "progetto intelligente", il presidente Bush ha detto:
«Penso che parte dell'istruzione consista nel sottoporre la gente
all'influenza di differenti scuole di pensiero». Un paio di settimane
più tardi il senatore Bill Frist (Tennessee, R), ha detto la stessa
cosa. Insegnare sia la teoria del "progetto intelligente" che quella
dell'evoluzione «non forza verso alcuna teoria in particolare»,
aggiungendo inoltre «penso che in una società pluralista questa sia la
via più corretta di agire per istruire la gente per il futuro».
Il "progetto intelligente" è una legittima scuola di pensiero? Ve n'è
traccia, oppure ci si trova di fronte a una delle più ingegnose bufale
della storia scientifica? Non è impossibile una tale burla? No. Ecco
come hanno fatto
.
Innanzitutto immaginiamo quant'è facile per un cacadubbi minare la
fiducia della gente nella fisica quantistica («Quant'è strana!») o
nella relatività di Einstein. Nonostante un secolo di istruzione da
parte dei fisici, poca gente maneggia in maniera disinvolta tali
concetti. Molti hanno comunque una ragione più o meno abborracciata
per dare fiducia a tali fisici: «In fondo sostanzialmente sono tutti
d'accordo, inoltre sostengono che è grazie a queste conoscenze che
maneggiano strani argomenti come l'energia atomica, hanno fatto i
transistor, i laser, tutta roba che funziona».
Meno male per i fisici che non esiste una forte motivazione a
disinformare la gente sulle loro conoscenze e sul loro operato. Non
devono perder tempo a spiegare che la fisica quantistica e la
relatività sono state dimostrate al di là di ogni ragionevole dubbio.

Così non è per l'evoluzione. Il fondamento scientifico dell'evoluzione
basato sulla selezione naturale non cattura la mente; la selezione
naturale, lungi dall'affermare il disegno originario di Dio creatore
di tutte le piccole e grandi creature, sembra inoltre negare una delle
principali ragioni che noi abbiamo per credere in Dio. Quindi vi è una
vastità di motivi per contestare le affermazioni dei biologi. Nessuno
resiste all'irrazionale.
Ci vuole rigore scientifico per proteggerci dalla nostra stessa
credulità, ma troviamo sempre vie ingegnose per prenderci in giro, e
prendere in giro gli altri. Alcuni metodi sono facili da analizzare,
altri richiedono un po' più di lavoro.
Qualche anno fa ricevetti un libello creazionista. Ad un certo punto
trovai una pagina, apparentemente parte di un semplice questionario:

Test n. 2
Ti risulta che vi siano edifici che non abbiano avuto un costruttore?
(Sì - No)
Ti risulta che vi siano quadri che non abbiano avuto un pittore? (Sì
- No)
Ti risulta che vi siano automobili che non abbiano avuto un
fabbricante? (Sì - No)

Se avete risposto Sì a una o più domande, dettagliate la risposta.

Tie', darwinisti! Il supposto imbarazzo del risolutore del test quando
si trova di fronte a queste domande è il perfetto specchio
dell'incredulità che molta gente prova di fronte alle teorie di
Darwin. Sembra ovvio, no? che non può esservi progetto senza
progettista, creazione senza creatore?
Ebbene, invece sì, fintantoché si guarda a quanto la moderna biologia
ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio: cioé che la
selezione naturale, il processo in cui entità riproducibili devono
competere per assicurarsi risorse finite e pertanto ingaggiare una
cieca lotta di prove ed errori finché un miglioramento non emerga
automaticamente, ha il potere di generare sorprendentemente ingegnosi
processi.
Prendiamo ad esempio lo sviluppo dell'occhio, una delle sfide
preferite dei creazionisti. Come può tale prodigio di ingegneria
essere il risultato di una serie di passetti non programmati, essi
chiedono? Solo un progettista intelligente può aver creato un congegno
di lenti mobili, iride ad apertura variabile, retina fotosensibile, il
tutto ospitato in una sfera che può mettere a fuoco in un centesimo di
secondo e infine inviare megabyte di informazioni al secondo alla
corteccia.
Ma mano a mano che impariamo la genetica e risaliamo la storia dei
geni fino a quella dei batteri senza vista, da cui gli organismi
pluricellulari presero origine più di cinquecento milioni di anni fa,
possiamo raccontarvi di come punticini fotosensibili gradualmente
evolvettero in crateri sensibili alla luce, capaci di intuire a spanne
la direzione della luce che li colpiva, e col tempo abili a sviluppare
lenti e gradualmente migliorando la loro capacità di acquisire
informazioni.
Non possiamo ancora raccontare tutta la storia fino ai minimi
dettagli, ma in giro per il regno animale esistono a tutt'oggi occhi
veri in ogni stadio intermedio di evoluzione, senza citare i
dettagliati modelli informatici che spiegano come il processo funzioni
esattamente secondo quanto previsto dalla teoria.
Tutto quel che serve è un incidente imprevisto che causa in un
fortunato animale una mutazione che gli aumenta la vista rispetto agli
altri simili
. Se questa miglioria è utile, gli dà un significativo
vantaggio sui rivali e fa scattare in avanti l'evoluzione di un altro
passo. E la situazione migliora senza l'ausilio di alcun progettista
intelligente man mano che questi colpi di fortuna si accumulano.
Pur così brillante, il progetto dell'occhio tradisce le sue origini
da un errore rivelatore: la rétina è sottosopra. Il nervo ottico, che
raccoglie il segnale visivo dai coni e bastoncelli (rilevatori risp.
del colore e della luce) parte dalla faccia superiore della rétina e
si getta attraverso un (relativamente) largo buco nella stessa per poi
raggiungere il cervello, causando il cosiddetto "punto cieco"
dell'occhio: nessun progettista intelligente arrangerebbe un accrocco
del genere in una videocamera.

Quello citato è solo una delle centinaia di incidenti congelati
nell'evoluzione e arrivati pari pari fino a noi, che tuttavia
confermano la totale casualità di tale processo storico.
Se, tuttavia, dopo tutto ciò trovate ancora interessante il succitato
test 2, una tesi suggestiva che vi attira anche quando la
rifiutate, non siete diversi da chiunque altro: l'idea che
l'evoluzione crei tali meccanismi complessi non è immediatamente
intuitiva, a primo acchito. Francis Crick, uno degli scopritori del
DNA, una volta per scherzo accreditò il suo collega Leslie Orgel della
cosiddetta "Seconda Legge di Orgel": «L'evoluzione è più intelligente
di te».
I biologi dell'evoluzione sono spesso sbigottiti dal potere della
selezione naturale di rivelare un'ingegnosa soluzione a qualche
problema teorico di laboratorio.
Questa osservazione ci porta a considerare una versione meno
elaborata della tesi inferita nel citato Test 2. Quando un convinto
evoluzionista come Crick si meraviglia dell'intelligenza di un
processo selettivo naturale, egli non sta riconoscendovi un "progetto
intelligente" alla base. I progetti di natura sono in effetti niente
meno che brillanti, ma il progetto che li genera manca totalmente di
intelligenza di per sé.
I sostenitori del "progetto intelligente", però, sfruttano
l'ambiguità tra i termini "processo" e "prodotto" che si cela dietro
la parola "progetto". Per essi, la presenza di un prodotto finito (nel
caso citato, un occhio perfettamente evoluto) è la prova di un
progetto intelligente. Ma la biologia dell'evoluzione ha dimostrato
proprio che una tesi del genere, per quanto suggestiva, è sbagliata.

Certo, gli occhi servono per vedere, ma essi, come altre cose
sviluppatesi nel mondo naturale, possono benissimo essere stati
generati da processi senza scopo e senza intelligenza. Duro da
digerire, ma è anche quello che spiega perché il colore degli oggetti
è dato dagli atomi e dagli elettroni che non sono colorati di per sé,
così come il calore non è formato da piccolissime particelle calde.
L'attenzione sul "processo intelligente", ha paradossalmente oscurato
un altro aspetto della questione: l'abbondanza di genuini dibattiti
sull'evoluzione. In ogni campo vi sono sfide tra teorie consolidate.
La via maestra per creare una tempesta nel mondo scientifico è
presentare una teoria alternativa le cui ipotesi siano fieramente
negate da qualche teoria dominante di segno contrario, e che alla fine
tale teoria: 1) si riveli esatta; 2) oppure spieghi qualcosa che
disorienta i sostenitori dello statu quo oppure ancora 3) unifichi due
teorie contrapposte anche a costo di abbandonare certezze consolidate.
A tutt'oggi, i sostenitori della teoria del "progetto intelligente"
non hanno ancora prodotto nulla di tutto ciò. Nessun esperimento i cui
risultati sfidino le teorie correnti, nessun esame dei fossili, dei
genomi o della geografia biologica; nessun esame anatomico comparativo
che metta in discussione le teorie evoluzionistiche standard.
Invece, lo schema di questa gente è più o meno questo: prendono una
teoria scientifica e la presentano in modo incompleto se non proprio
infedele. Poi la rigettano con rabbia. Alla fine, invece di
riconsiderarla alla luce dei giusti parametri, dicono che la tesi è
discutibile perché è oggetto di controversia, quella stessa
controversia da essi creata.

Fateci caso, il trucco si applica a un po' tutti i campi del sapere:
«Gli studi geologici di Smith avvalorano la mia tesi che la terra sia
piatta», voi sostenete, deformando il lavoro di Smith. Quando il prof.
Smith protesta perché voi avete usato i suoi studi in maniera infedele
o inesatta, voi direte «Come vedete, c'è una controversia. Il prof.
Smith ed io siamo coinvolti in una grossa disputa scientifica. Urge
dibattito in classe». E qui il pezzo sublime: voi potrete sfruttare a
vostro vantaggio il tecnicismo della materia, contando sul fatto che
la gente non coglie appieno i dettagli più difficili (per cui il
segreto è non accettare il dibattito, nota mia).
William Dembski, uno dei più accesi sostenitori del "progetto
intelligente", si vanta di aver costretto il biologo Thomas Schneider
a rispondergli in un modo che lo stesso Dembski definisce «un cavillo
che non può che risultare ridicolo a qualsiasi osservatore neutrale».
Quella che agli occhi di uno scienziato serio è un'obiezione
fondamentale posta da Schneider non importa, perché Dembski la
raffigura ai più come un ridicolo cavillo.

In breve, niente scienza. Infatti nessuna ipotesi di progetto
intelligente è stata mai proposta come contro-spiegazione di
qualsivoglia fenomeno biologico. Sembra strano, se si pensa che tale
ipotesi ha la pretesa di competere contro una teoria anti-progettuale
come la selezione naturale. Ma non basta dire che «l'evoluzionismo non
ha ancora provato tutto», perché tale frase suoni come un'ipotesi
scientifica. La biologia dell'evoluzione di certo non ha spiegato
ancora tutto. Ma il "progetto intelligente" non ha nemmeno provato a
spiegare alcunché.
Per formulare una teoria competitiva, ti devi buttare nella mischia e
fornire dettagli verificabili. Finora, chi sostiene il "progetto
intelligente" ha furbescamente evitato tale fondamentale passo, con la
scusa che la teoria non specifica chi - o cosa - tale progettista
dovrebbe essere.

Per darvi un'idea dell'inconsistenza di tale teoria, prendiamo
l'ipotesi di un progetto intelligente che spieghi l'insorgenza della
specie umana sul pianeta.
Circa sei milioni di anni fa, alcuni intelligenti ingegneri genetici
provenienti da un'altra galassia visitarono la terra e decisero che
sarebbe stata un pianeta molto interessante, qualora si fossero
sviluppate specie dotate di linguaggio e capaci di creare una
religione. Quindi presero alcuni primati, li riprogrammarono
geneticamente per dar loro l'istinto del linguaggio e allargarono i
loro lobi frontali per aumentare le capacità progettuali. Funzionò.
Se una ipotesi del genere fosse vera potrebbe spiegare come e perché
gli umani differiscono dalle scimmie, i loro parenti più stretti, e
sconfesserebbe le teorie evoluzioniste correntemente accettate.
Ovviamente abbiamo ancora il problema di spiegare come tali ingegneri
siano nati sul loro pianeta, ma possiamo tranquillamente ignorare
questa complicazione, dal momento che tanto questa è un'ipotesi
palesemente infondata.

Ma c'è qualcosa che alla comunità del "progetto intelligente" proprio
non va di discutere: altre ipotesi di progetto intelligente.
Effettivamente la mia seducente ipotesi ha il vantaggio di essere
confutabile dal principio. Possiamo confrontare genoma umano e di
scimpanzé, cercare inequivocabili tracce del passaggio di questi
ingegneri provenienti da chissà quale galassia. Trovare una specie di
"Manuale d'istruzioni" codificato in qualche apparente "inutile catena
di DNA" sarebbe un colpo da Nobel per qualche banda di propugnatori
del "progetto intelligente". Ma se cercano prove del genere, finiranno
per non trovare nulla da citare.
Val la pena rimarcare che nel ramo biologico vi è una pletora di
significative controversie scientifiche che ancora non sono finite sui
libri di testo o nelle scuole. La contesa avviene nell'ambito delle
comunità di esperti che si confrontano sulle riviste specializzate, e
scrittori ed editori di libri di testo attendono che certe scoperte
abbiano raggiunto un certo grado di attendibilità - non ancora
"verità" - per considerarle degne di essere sottoposte all'attenzione
degli studenti di liceo o dell'università.

Quindi, mettetevi in riga, progettisti intelligenti. Mettetevi in riga
dietro all'ipotesi che la vita sia nata su Marte e portata qui da un
impatto cosmico. Mettetevi in riga dietro all'ipotesi della scimmia
d'acqua, l'origine gestuale del linguaggio e l'ipotesi che il canto
sia venuto prima del linguaggio, tanto per citare alcune delle più
suggestive ipotesi strenuamente difese ma insufficientemente sostenute
da fatti concreti.
Il Discovery Institute, l'associazione conservatrice che ha spinto il
"progetto intelligente", lamenta l'ostilità incontrata dai suoi membri
da parte della stampa scientifica istituzionale. Ma l'ostilità non è
certamente il vero ostacolo a tale teoria. Se essa fosse un'idea
scientifica seria, giovani scienziati ci lavorerebbero freneticamente
sopra sperando di vincere il premio Nobel, di sicuro in serbo per
chiunque fosse capace di ribaltare una teoria consolidata come quella
evoluzionistica. Ricordate la fusione fredda? Vi fu ostilità nei suoi
confronti, ma gli scienziati di tutto il mondo ci lavorarono sopra
sperando di condividere la gloria con i proponenti di tale teoria, se
si fosse rivelata vera.
Quindi, invece di spendere più di un milione di dollari all'anno in
pubbliche relazioni e per pubblicare articoli e libri per gente
estranea alla scienza, il Discovery Institute dovrebbe sostenere la
propria rivista specializzata per esperti. In questo modo,
l'organizzazione potrebbe affermare di agire secondo i principî che
professa, ovvero: gli strenui difensori di irriverenti iconoclasti che
sfidano l'establishment.

Per adesso, comunque, la teoria che Discovery Institute è esattamente
quella che un loro affiliato di lungo corso, George Gilder, ha così
enunciato: «La teoria del progetto intelligente è in sé una scatola
vuota».
Quindi senza contenuto. Niente contenuto, niente da opporre alle
teorie consolidate. Quindi niente controversie da spiegare a lezione
di biologia
. Però c'è un buon argomento da spiegare nelle classi di
sociologia e scienze politiche delle superiori: «La teoria del
progetto intelligente è una bufala? E se sì, come è stata perpetrata?».


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Daniel C. Dennett, professore di filosofia alla Tufts University, è
l'autore di "Freedom Evolves" (Libertà in evoluzione) and "Darwin's
Dangerous Idea" (Le pericolose idee di Darwin).

(C) The New York Times, 28/8/2005
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Corsera 25-1-2007

Miseria del creazionismo - CLAUDIO MAGRIS

Se qualcuno mette in dubbio la virtù di mia madre, ha detto una volta Borges, lo ammazzo; se diffama mia nonna, lo schiaffeggio; se insinua che ad essere stata una puttana è la mia bisnonna, reagisco con minor furore e quasi con una punta di curiosità, e ci si può immaginare il progressivo intiepidimento delle sue reazioni man mano l’offesa risale indietro, al buio delle origini. Come dovremmo rispondere a chi insultasse la nostra trisavola Lucy, la giovane e graziosa femmina di australopiteco vissuta 3,5 milioni di anni fa, il cui scheletro è stato trovato in Africa, nell’Afar etiopico, da Yves Coppens nel 1974, insieme ad altri ricercatori? D a tempo sappiamo che l’universo, a differenza da quanto affermava il vescovo anglicano Ussher, non è stato creato il 23 ottobre 4004 avanti Cristo, di domenica, ma sino a poco fa la conoscenza dei miliardi di anni di esistenza del cosmo e dei milioni di quella dell’uomo restava un sapere teorico e astratto che non pervadeva la sensibilità, non influenzava la vita né il modo di percepirla. Nato a Vannes nel 1934, professore di Paleoantropologia e Preistoria al Collège de France, membro delle più grandi accademie scientifiche e insignito dei più prestigiosi riconoscimenti, Yves Coppens non è soltanto uno dei grandi scienziati e ricercatori che hanno contribuito a fondamentali scoperte sulle origini dell’uomo e sulla sua storia di lunghissima durata, che coinvolge quella del clima, del pianeta e dell’universo. Grazie alle sue singolari capacità di scrittore, egli è stato anche capace di divulgare le più audaci scoperte scientifiche senza perdere nulla della loro complessità. La combinazione di ricerca sul campo, scoperte scientifiche e chiara esposizione narrativa ha permesso a Coppens di farci sentire concretamente, direi quasi fisicamente, che Lucy è una nostra antenata: che la nostra storia non inizia con le ziqqurat, le arcaiche misteriose torri mesopotamiche forse modello di quella di Babele, e nemmeno con le mirabili pitture delle grotte di Altamira (ventimila anni fa, ieri), bensì milioni di anni prima, con quei nostri avi che nelle savane africane colpite da una spaventosa siccità hanno dovuto alzar la mano all’albero e trovare la posizione eretta, fare quei primi passi - i «pre-amboli», cui s’intitola un suo libro - che li hanno diversificati da altri primati rimasti nella foresta nutrita dalle piogge. Sino a poco fa, sapevamo - sia pur imprecisamente - tutto questo ma lo consideravamo un prologo che non ci riguardava; per noi la Storia aveva qualche migliaio d’anni, la caduta del mondo antico e l’avvento del Cristianesimo erano per la nostra sensibilità il suo spartiacque e il suo momento di svolta, come se Adamo ed Eva fossero apparsi pochi millenni fa e prima non ci fosse nulla che per noi contasse veramente. Il Cristianesimo era sorto «nella pienezza dei tempi», al centro del divenire storico; ora si situa in un punto qualsiasi di una linea evolutiva la cui vista si perde. Tutto ciò sconcerta, ma anche arricchisce - pur nel brivido dell’immenso e dell’ignoto - il caldo senso dell’appartenenza di ogni individuo a una vastissima famiglia, a un tempo dilatato oltre l’immaginabile; ci fa sentire partecipi della vita dell’universo, presente nelle nostre vene. Con i suoi studi e le sue ricerche - frutto, come sempre nella scienza, pure di lavoro di équipe - Coppens ha individuato il momento in cui in Africa, culla del genere umano, dagli ominoidi, dai Panidi, si staccano gli ominidi e poi si evolvono gli uomini. Dal purgatorius, il più antico primate conosciuto, si passa - non in linea diretta - ai primi primati superiori; al piccolo egiptopiteco (34-35 di anni fa); al proconsul dal cranio già più sviluppato, al kenjapiteco (14-15 milioni di anni fa), all’australopiteco e a quell’individuo che appare circa tre milioni di anni fa, con un encefalo più sviluppato e più vascolarizzato, che è già l’uomo, il quale coabita circa per un milione di anni con l’australopiteco, forse incrociandosi talvolta con lui e soppiantandolo e sviluppandosi via via nell’homo habilis, erectus, sapiens, il quale ultimo distrugge quello di Neanderthal, che dunque non è un nostro antenato quanto piuttosto un nostro cugino estinto. Contrariamente alla vulgata corrente, l’uomo non discende dalla scimmia e men che meno da scimmie oggi esistenti, bensì discende da un antenato comune ai primati ed è meno vicino ad alcuni di essi come l’orango e più ad altri come lo scimpanzé, col quale condivide più del 98% del corredo genetico, come ricorda Jared Diamond nel suo libro Il terzo scimpanzé. Dal punto di vista puramente genetico quello che ci accomuna allo scimpanzé è più di ciò che accomuna quest’ultimo all’orango; il che dimostra che il patrimonio genetico non è tutto. La teoria dell’evoluzione, di cui Darwin è stato incomparabile scopritore e geniale narratore, ci inserisce in una storia più grande. Il creazionismo che si oppone - irosamente e sempre più goffamente - ad essa offende il senso religioso cui si appella, perché ha una rozza, riduttiva concezione antropomorfica di un Dio che fabbrica mondi e creature come si fabbricano giocattoli robot. La storia dell’evoluzione, da quei pezzi di materia sparati dal big bang alle prime alghe all’uomo preistorico che dipinge sulle pareti delle grotte di Altamira capolavori degni di Michelangelo, può dare invece il senso del divino e della creazione come un processo continuo, dell’Eterno il quale vive nei mutamenti che mette in opera - quell’Eterno, scriveva in una memorabile lettera Biagio Marin al suo traduttore cinese, che le nostre contingenze sono chiamate a decorare per un istante; come, potremmo aggiungere, le irripetibili sfumature di colore di un tramonto decorano la grande legge che presiede al moto degli astri e alla rifrazione della luce. Nel suo ottimo libro Dio e Darwin , Orlando Franceschelli parla pure della grande poesia che può nascere da questo sentimento sereno di appartenenza alla tela del cosmo nelle sue perenni combinazioni e dissoluzioni: la poesia di Lucrezio, di Leopardi, della lirica T’ang cinese immersa nel fluire grande delle cose. Certo, altre volte si prova orrore dinnanzi all’infinita ripetizione di morte, distruzione e sofferenze forse inutili e si vorrebbe che il big bang non avesse mai avuto luogo. Le reazioni più trivialmente infastidite alla teoria dell’evoluzione provengono non tanto dalle religioni quanto dalle filosofie vagamente spiritualiste, come ad esempio lo storicismo crociano: quando Croce contesta a Darwin di propagare «la vergogna di origini animalesche» dell’uomo e dello Spirito, gli si potrebbe chiedere - visto che egli non può appellarsi a un Dio che colloca d’un tratto Adamo ed Eva in un giardino - da chi e da cosa egli pensa provengano gli uomini e il loro Spirito, quali siano i suoi antenati. Lo Spirito non è meno nobile se fa i conti con la materia che lo costituisce, a cui dà senso e da cui è indissolubile; il Verbo, dice la Scrittura, si è fatto carne (sinapsi di neuroni, sudore di sangue nella notte del Getzemani) e in cui consiste la sua verità. Anche lo sguardo col quale ogni tanto un cane ci guarda con autentico e toccante amore è il prodotto di un complesso processo neurofisiologico formatosi nel corso di migliaia di anni e ciò non toglie nulla all’affettività che lo lega a noi e ci lega a lui. Nella «complessità crescente» dell’organizzazione della materia Teilhard de Chardin, sacerdote, ha visto il concreto agire di Dio. Sì, se siamo gentiluomini dovremmo schiaffeggiare chi offendesse bisnonna Lucy. Altri, più seri interrogativi ci turbano e ci danno un senso di vertigine. Anzitutto, come osserva Roberto Finzi, è certo che si possa definire «progresso» il percorso dal purgatorius a noi oppure questo giudizio di valore è un arbitrario punto di vista della nostra specie elaborato dal meccanismo dell’evoluzione, una menzogna vitale per poterci credere i signori dell’universo o addirittura il suo fine? Se giustamente rifiutiamo di considerare, come i positivisti volgari, la donna meno intelligente dell’uomo perché ha un cervello più piccolo, si chiede Finzi, perché invece questo stesso criterio deve valere per considerarci più intelligenti dell’australopiteco? E se fosse vero che i batteri sono meglio organizzati di noi per sopravvivere ai mutamenti della natura - quei mutamenti climatici che, secondo Coppens, sono stati essenziali per la nascita dell’uomo, ma ora potrebbero essere altrettanto determinanti per la sua estinzione, grazie alle trasformazioni cui egli sottopone la natura? Ma non è tanto questo che turba i nostri rapporti con i cugini discendenti dal purgatorius. La nostra esistenza e la nostra morale si basano su una radicale distinzione tra gli uomini e le altre creature viventi. Possiamo e dobbiamo essere meno crudeli possibile con gli animali, ma non possiamo vivere senza far loro violenza; anche il vegetariano uccide con ogni respiro esseri invisibili ma non perciò meno vivi; pure l’animalista cerca di annientare i microbi che lo assaltano. Non è possibile applicare l’etica kantiana agli animali né porre sullo stesso piano il genocidio di esseri umani e la distruzione di specie animali. Per l’universo, la Shoah e l’estinzione dei dinosauri sono probabilmente due fenomeni non troppo diversi, ma per noi no. Non è la religione ma sono l’etica e l’umanesimo a venir messi in crisi da un naturalismo radicale e a costringerci a separarci, nettamente e anche violentemente, dalla totalità dell’universo vivente, da tutte le altre creature. Può darsi sia questo il peccato originale. Lucy ci è ancora relativamente vicina, ma il nostro albero genealogico risale ancora più indietro: al momento in cui la materia elementare cominciava ad aggregarsi in strutture via via più complesse, alla materia incandescente che precedeva la comparsa delle stelle, a quei frammenti impazziti nello spazio subito dopo il big bang prima di trovare un ordine. Sarebbe veramente difficile schiaffeggiare chi offendesse una di quelle molecole che iniziavano i loro pasticci. Eppure, quando a Trieste vado a trovare Primo Rovis e a vedere la sua straordinaria collezione di minerali e fossili, forse unica al mondo, quelle druse di ametista e citrino, quei geodi giganti fioriti di rose, quei carbonati, quei cristalli di assoluta perfezione geometrica all’interno di una pietra di ametista mostrano il volto di una realtà che anch’essa è a suo modo viva, perché la sua morfologia obbedisce a precise leggi che creano una bellezza incredibile e al di là dell’umano. Tutto ciò sembra indicare che perfino la frontiera tra vita organica e inorganica, tra vita e non vita è labile e inconsistente. Anche quelle gemme di miliardi di anni fa incutono un rispetto verso venerande madri e non solo per la forma di grembo e di organo femminile che spesso assumono. E ci si chiede se i nostri bispronipoti fra millenni e millenni non potranno essere altrettanto diversi da noi quanto noi lo siamo dal proconsul o dalle alghe azzurre unicellulari delle origini, cosa ancor più difficile da accettare. Oggi, miliardi di anni fa, miliardi di anni futuri; il tempo si contrae, si rapprende nel cristallo o nell’agata che lo contiene. «Sono il fiume ansioso di gettarsi nel tuo mare» - scriveva nel 600 il poeta gesuita Angelus Silesius rivolgendosi a Dio - «ma sono anche già il tuo mare».