Iran
vedi anche
Afghanistan
In Iran un tentativo di colpo di stato di Domenico Losurdo
Tutti contro l'Iran di
Tommaso Di Francesco
Lo scandalo Sakineh
Sscritto
da Thierry Meyssan Sabato 18 Settembre 2010 00:06 sul sito megachip
Sakineh Woody
Allen: “La stampa racconta ballea
Ahmadinejad all’Onu: pari opportunità
per tutti gli Stati di Alessia Lai21
settembre 2010
Ahmadinejad:
"L'era delle tirannie prevaricatrici è finita". lunedì 20 settembre
2010
Iran /
Onu: versione integrale
del discorso del Presidente Mahmoud Ahmadinejad
ANSA) - ROMA, 19 SET 2010-
Sakineh Mohammadi Ashtiani 'non e'
mai stata condannata alla lapidazione''.
Lo ha detto il presidente iraniano
Mahmoud Ahmadinejad.
La
notizia, ha aggiunto Ahmadinejad, e' un'invenzione e non e' corretta.
'Sfortunatamente, - ha riferito il presidente alla rete Usa Abc -
l'Occidente, influenzato dai media Usa... e' stato contaminato dai politici
americani, per rendere questa una notizia''.
leggi
Mentre
l'Occidente si é vergognosamente prestato a manifestazioni bipartisan
di una campagna di odio contro l'Iran diffondendo una notizia falsa, Israele
e la Nato preparano un attacco che Gore Vidal prevede prossimo appostando
navi da guerra nel mare antistante l'Iran. <<Nessun paese del Primo Mondo si
era mai prestato prima a eliminare così totalmente ogni obiettività da
tutti i suoi mezzi d'informazione.>> (Gore Vidal)
Una gigantografia di Sakineh, oltre che allo
Steri, pende a Palermo dal Castello Utveggio al posto di quella che ci
dovrebbe stare: una gigantografia di Falcone e Borsellino
_____________________________________________
Agosto 2010 "La condanna a morte di
Sakineh è stata già annullata il 9 luglio scorso e quindi tutti gli
"appelli" sono non solo inutili ma anche ridicoli; inoltre mai viene
ricordato che in Iran è in vigore da tre anni una moratoria voluta proprio
dal "mo...stro" Ahmadinejad,per effetto della quale ogni condanna a morte
per lapidazione viene poi annullata in secondo grado di giudizio. La
lapidazione, è bene ricordarlo, sopravvive nella legislazione in quanto
residuo di un'antica usanza, ma unicamente in pochissime zone rurali,
difatti il tribunale che ha giudicato e condannato Sakineh non ha niente a
che fare con il Governo Iraniano ma è un Tribunale locale nella regione
autonoma di Tabriz.In ogni caso le notizie sull'Iran sono sempre distorte
dai mezzi di informazione perché è necessario "preparare" l'opinione
pubblica alla guerra imperialista che intendono scatenare contro quel
paese."
La campagna di odio e di disinformazione
che si fa attorno all'Iran ricorda molto quelle contro Allende, contro
Castro, contro Milosevic, contro ...Sadam Hussein. Posso immaginare cosa
direbbe oggi Oriana Fallaci che tanto male ha fatto alla causa della
comprensione tra le culture ed i popoli.
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Gigantografie Lettera al Rettore dell'Università di Palermo di
Pietro Ancona
Iran: Mehmanparast,
sospesa sentenza di morte per Sakineh Ashtiani, le 99 frustate una bugia
Obama, Israele e
Iran di Ángel Guerra Cabrera
Panorama apocalittico, senza precedenti, nella
storia delle guerre
Quando i mandanti della
pena di morte siamo noi italiani
rifondazionenichelino
Le Icone dell'Impero
Ordinaria
(Dis)informazione Occidentale: Sakineh è soltanto una povera adultera?
PERCHE' GLI EBREI IRANIANI STANNO MEGLIO DEI
PALESTINESI DI GAZA DI MIKE WHITNEY
IRAN: UN'INTERPRETAZIONE DI QUANTO
STA ACCADENDO di Daniele Scalea 
L'Iran ha diritto all'atomica
di
Pietro Ancona
Un mostro fuori controllo? La minaccia nucleare israeliana
di Alan Hart - 31/01/2010
La
sinistra e l'Iran -
un articolo di Fosco Giannini e Mauro Gemma, su La Rinascita della
Sinistra, settimanale del PdCI
IRAN la destra e ..... la sinistra
La militarizzazione dell'Iran Cara Dott.ssa
Spinelli,
di
Pietro Ancona
Con Ahmanedinejd per la libertà dell'Iran
di
Pietro Ancona
IL CAPO DELLA RIVOLUZIONE
LIBERAL IN IRAN
In Iran un tentativo di colpo di Stato
filo-imperialista
27 giugno 2009
Domenico Losurdo
IRAN: MOUSSAVI, NO A RICONTEGGIO VOTI MA NUOVE
ELEZIONI 27/6/2009
drone Usa contro funerale; almeno 83 i morti
25/06/2009
Pietro Ancona
Il ruolo del Parlamento e il Consiglio dei Guardiani nella Costituzione
attuale Iraniana
La
rivoluzione ingannata 22/06/2009
Pietro Ancona
Il golpe di
Mousavi e della Cia 21/06/2009 Pietro Ancona
Un interessante analisi di Fulvio Grimaldi sui fatti Iraniani!!
21/06/2009
la guerra preventiva degli
Usa con l'Iran 19/06/2009 Pietro Ancona
Gli USA e LA GUERRA CENTOSEIMILIARDI DI DOLLARI PER LA GUERRA
Pietro Ancona 19/06/2009
Elezioni in
Iran e l'invidia rapace dell'Occidente
Pietro Ancona
June 13, 2009
Iran Cia e
Mossad e Ned tra tulipani, rose, e colori vari
Pietro Ancona 16-06-2009
La vera arma letale di
Teheram
Martin Walzer e
Il progetto della borsa petrolifera
iraniana Economia degli imperi
di Noam
Chomsky*
Liberazione
24 agosto 2005
Nucleare in Iran? Balle come le armi di
Saddam
Sulla via di Teheran
Noreena
Hertz 6 aprile 2006
vedi
anche L'Ernesto
|
IRAN la destra e ..... la sinistra
ANSA) - PARIGI, 8 FEB - Francia e Usa intendono lavorare
in seno al Consiglio di sicurezza Onu per ottenere
sanzioni contro il programma nucleare dell'Iran
Iran, Frattini: "Servono
sanzioni"
"Da Teheran
provocazioni inaudite"
"Nei confronti
dell'Iran credo che sia il tempo delle sanzioni".
Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco
Frattini, 10/2/2010
Iran.
I quattro centri di potere che si contendono il paese
- Ian Morrison il Manifesto, 9
febbraio Sosteniamo anche Musavi, perché
è rimasto fermo e risoluto a difesa del popolo: finché
continua così, merita tutto il nostro sostegno.
Quanche tempo fa
Martino Mazzonis su Liberazione Il rispetto
dei diritti umani, quello sì, la comunità internazionale
deve chiederlo. Magari inasprendo le sanzioni
economiche. Per fare una scelta così servirebbe che
le grandi potenze fossero d'accordo.
in una lettera di
Marcello Buttazzo a Liberazione
<<L’Ue, l’America,
tutta la comunità internazionale non possono
tergiversare, non possono stare alla finestra o
guardare il precipitare degli eventi.......
L’Iran brucia e l’Occidente non può solo condannare
formalmente, perché le strade insanguinate di
Teheran sono le nostre strade, il nostro stesso
universo offeso, mortificato>>
Ma
c'è anche la sinistra sinistra: DOMENICO LOSURDO E
GIANNI VATTIMO Fosco Giannini
|
|
Mentre tutto l'occidente strepita contro
l'Iran e invoca sanzioni per strangolarlo, la signora
filoamericana Timoscenko, sebbene abbia perso le elezioni,
rifiuta di abbandonare il potere e di cederlo ai legittimi
vincitori. Ma questo non desta scandalo
e non preoccupa le anime belle amanti della libertà
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE61A06A20100211
Le anime belle che sono preoccupate
per la libertà degli iraniani farebbero bene a dedicare un
po' di attenzione e magari qualche momento di lotta a due
milioni di esseri umani condannati a morte nella striscia di
gaza dalla quale non possono scappare
Pietro Ancona
|
4 idee chiare di Pietro Ancona sull’Iran
<<Conosco la
posizione anti geopolitica che vorrebbe prescindere dai rapporti di
forza internazionali per richiamare l'attenzione soltanto sui rapporti
di classe interni e sui contenuti delle lotte indipendentemente dal
fatto che coincidano o meno con gli interessi dello imperialismo. Questa
posizione è
sbagliata e serve solo a giustificare lo spostamento del PRC sotto lo
scudo del Patto
Atlantico per
dirla con Berlinguer. Non si può spacciare una politica estera
bipartisan con la destra italiana per lotta alla tirannia e di classe!!!
Questa linea bipartisan è apparsa chiaramente nella polemica della
Menapace con padre Zanotelli.
Nel merito
dell'Iran la posizione è anche menzognera dal momento che spaccia il
golpe continuato di Mousavi e Rafsanjani per il movimento di libertà e
democrazia. Se in Iran fossero le rivendicazioni dei giovani
protagoniste della "rivoluzione" e tutto fosse interno ad un movimento
antiimperialistico sarei certamente d'accordo. Ma non è così. I capi
della rivolta sono vecchi e sanguinari arnesi del regime che si sono
messi come Abu Mazen al servizio del nemico dell'Iran e dell'umanità.
Purtroppo queste
forze è probabile che vincano. Ai giovani resteranno in mano un pugno
di mosche.
Non identifico
nella "rivoluzione verde" che una manovra con altri mezzi del colpo di
stato
in Honduras.
(del quale non si parla!).
Dismettendo la
visione globale degli interessi del socialismo e la giusta valutazione
degli interessi geostrategici dell'occidente, porterete acqua al mulino
di coloro che hanno in atto dislocato nella zona oltre duecentomila
soldati armati fino ai denti e forse altrettanti contractors che ogni
notte in Iraq ed Afgghanistan danno vita ad eccidi di massa come del
resto gli USA sono abituati a fare da sempre in America Latina.
Uno dei capi del
tentato golpe è tra le prime cariche dello Stato. Rafsanjani è il
ricchissimo proprietario di trecento università private. Mousavi è noto
per avere foraggiato i contras contro il legittimo governo sandinista
del Nicaragua.
E' legittimo supporre che abbiano stretti legami con i servizi segreti
occidentali che puntano ad insediare in Iran un Quisling, un Petain da
aggiungere ai Quisling ed ai Petain al vertice di Iraq ed Afghanistan
e della Cisgiordania.
Se il golpe sarà sconfitto, (la cosa non è certa), non è da escludere
iniziative militari dirette o indirette dello Occidente per ridurre
l'Iran al servizio degli interessi geostrategici e delle multinazionali
dell'imperialismo.>>
_________________________________________________________
<<L’alternativa
non è tra il regime teocratico e le masse assetate di libertà ma tra
l’Iran autonomo e Mausavi agente americano!
Irak ed Afghanistan hanno due regimi fantocci travestiti di democrazia
diretti dagli Usa e dalla Nato. Dobbiamo farne un terzo?
La tristissima esperienza della Palestina di Abu Mazen dimostra che la
scelta di una direzione “moderata e filooccidentale” non c
ambia
niente e non ottiene niente. L’Occidente non ha rispetto per niente,
vuole solo espandere i suoi interessi economici e militari.>>
La
rivoluzione ingannata
22/06/2009
======================
Gli obiettivi della
"rivoluzione" in corso in Persia non
sono libertà, democrazia
eguaglianza sociale, laicizzazione
dello Stato e separazione della
religione dalla politica. Niente di
tutto questo certamente assai
presente nell'animo dei tantissimi
giovani che sfidano il Regime è
presente e ravvisabile nelle parole
d'ordine imposte da chi ha fatto la
"griffe" ed ha assegnato un colore
(verde) alla rivolta. Le parole
d'ordine sono: Morte ad Ahmaninejd e
potere a Mousovi. La rivoluzione è
scoppiata a causa di una profonda
frattura interna
all'estambliscement del Regime da
coloro che aspirano alla
collaborazione con Israele e
l'occidente, a spartire con le
multinazionali la ricchezza
escludendone il popolo e lo Stato a
vantaggio di una oligarchia già
assai potente. La rivoluzione è
nelle loro mani. I giovani sono
soltanto carne da macello da
immolare per svergognare il Regime.
Uno dei capi del tentato golpe è
tra le prime cariche dello Stato.
Rafsanjani è il ricchissimo
proprietario di trecento università
private. Mousavi è noto per avere
foraggiato i contras contro il
legittimo governo sandinista del
Nicaragua.
E' legittimo supporre che abbiano
stretti legami con i servizi segreti
occidentali che puntano ad insediare
in Iran
un Quisling, un Petain da aggiungere
ai Quisling ed ai Petain al
vertice di Iraq ed Afghanistan e
della Cisgiordania.,
Se il golpe sarà sconfitto (la cosa
non è certa) non è da escludere
iniziative militari dirette o
indirette dello Occidente per
ridurre l'Iran al servizio degli
interessi geostrategici e delle
multinazionali dell'imperialismo.
http://www.altrainformazione.it/wp/2009/06/17/una-connessione-tra-mir-hossein-mousavi-e-lirangate/
Pietro Ancona
_____________________________---
June 21, 2009
3:54 PM
Il golpe di Mousavi e della Cia
altre considerazioni sul golpe di
Mousavi
Il golpe tentato da Mousavi con
l’appoggio anglosassone forse
fallirà ma comunque ha già ferito
l’Iran. L’Iran da sempre è preda
dell’Occidente per via del petrolio
ed ora della sua posizione
strategica nel mondo globalizzato.
L’Occidente non avrà pace fino a
quando non lo ridurrà in macerie
come Gaza, come l’Irak, come l’Adghanistan.
Sempre in nome della libertà e della
democrazia….. Escludere
aprioristicamente l’intervento della
Cia o del Mossad è davvero
irrazionale ed è comunque diventata
una moda. Le sollevazioni dei
contadini colombiani contro il
regime militare vengono subito
coperte dal silenzio delle batterie
massmediatiche dell’occidente e
duramente represse con le torture e
la morte. Ma i contadini colombiani
non contano niente per la sinistra
italiana che oggi si rinnova
accettando il libero arbitrio delle
masse iraniane che si sono mosse
spontaneamente ed in nome della
libertà contro il Regime.
Riflettete: l’alternativa non è tra
il regime teocratico e le masse
assetate di libertà ma tra l’Iran
autonomo e Mausavi agente americano!
Irak ed Afghanistan hanno due regimi
fantocci travestiti di democrazia
diretti dagli Usa e dalla Nato.
Dobbiamo farne un terzo?
La tristissima esperienza della
Palestina di Abu Mazen dimostra che
la scelta di una direzione “moderata
e filooccidentale” non cambia niente
e non ottiene niente. L’Occidente
non ha rispetto per niente, vuole
solo espandere i suoi interessi
economici e militari.
http://wapedia.mobi/it/Rivoluzioni_colorate
pietro ancona
Iran Cia e
Mossad e Ned tra tulipani, rose, e colori vari
Pietro Ancona
Chissà
quale nome ha in codice e quale colore ha dato la Cia alla "rivoluzione"
iraniana. In Georgia, per cacciare via Sevardnadze e mettere al suo
posto Saakasvile assai più servile dell' orgoglioso ex Ministro agli
Esteri di Gorbaciov, si diede vita ad una operazione denominata
"Rivoluzione delle Rose". In Ucraina l'operazione Cia si chiamò
"rivoluzione arancione" e si vedevano in tv enormi attendamenti di
colore arancione, abitate da dimostranti vestiti di arancione, che
agitavano stendardi arancione. Qui come in Georgia la ciambella riuscì
con il buco ed il candidato filooccidentale ottenne la ripetizione delle
elezioni e la vittoria. C'è stata una rivoluzione dei "tulipani" in
Kirghizistan anche questa coronata dal successo del filooccidentale che
poi si è installato al potere con il novanta per cento dei voti (non
controllato da nessuno)
Qualche
ciambella però è venuta senza buco come in Birmania dove sono stati
inquadrati e mobilitati i monaci buddisti contro il regime che non
permette penetrazione degli interessi americani. Abbiamo anche avuto la
recita dello stesso copione in Bielorussia con la rivoluzione dei
"Jeans" ed in Mongolia, in Serbia, dappertutto gli americani ed i loro
alleati hanno ritenuto di dover destabilizzare governi e nazioni
considerati se non veri e propri stati-canaglia perlomeno non funzionali
al loro dominio imperiale. In occasione delle Olimpiadi fu intensissima
la mobilitazione dei seguaci del DalaiLama per avvelenare alla Cina il
successo internazionale e destabilizzare il Tibet teatro di pogrom di
monaci armati dalla Cia contro i civili cinesi.
Esistono teorie e manuali su questa strategia adottata dagli Usa in
alternativa ai bombardamenti ed alle occupazioni militari che a volte
risultano troppo costosi. Teorici come Gene Sharp hanno scritto manuali
che propongono ed analizzano le sequenze di una destabilizzazione dalla
denunzia dei brogli alla disobbedienza civile alle manifestazioni di
piazza, agli assedi dei Parlamenti e dei Governi.
La
giustificazione dei movimenti di rifiuto del responso elettorale e di
denunzia dei brogli e richiesta o di ripetizione delle elezioni o di
immediato riconoscimento del leader della "rivoluzione" è sempre la
stessa: difesa della democrazia e della libertà, lotta al tiranno o ai
tiranni, rinnovamento in senso filooccidentale dello Stato. Se
analizziamo le conseguenze che si sono registrate dove questi movimento
hanno avuto successo notiamo la massiccia penetrazione di multinazionali
e di interessi stranieri e la svendita delle risorse locali al mercato
oligopolistico.
In
Iran l'operazione Cia-Mossad è stata eseguita da maldestre maestranze
capeggiate da Maussavi. Questi, ad urne ancora aperte, si è
autoproclamato vincitore e ha dato il via a violente agitazioni dei
suoi seguaci con assalti ai negozi ed alle banche e falò nelle pubbliche
piazze. Una vera e propria insurrezione contro il responso elettorale
mancata, ma che sarà ampiamente sfruttata dal potentissimo apparato
massmediatico occidentale per gridare al regime che si macchia le mani
di sangue e che organizza la repressione. Le urla di brogli elettorali
non sono convincenti ed il broglio non viene invocato da tanti
opinionisti dell'occidente che si limitano a sottolineare la delusione o
la sconfitta di Obama per la riconferma di Ahmadinejad e quanto possa
essere sgradevole il regime iraniano. Israele ha già ribadito al mondo
intero la sua proposta di distruggere l'Iran prima che possa dotarsi di
armamento nucleare e molti incitano l'Occidente a menare le mani, a
liquidare l'autonomia della nazione persiana.
Credo
che questa "rivoluzione" frutto di collaudate e sofisticatissime
metodologie di penetrazione e rovesciamento non riuscirà dal momento
che non si potranno sfruttare situazioni come quelle date dai
sentimenti antisovietici delle repubbliche caucasiche e l'Occidente è
sempre più nudo e smascherato nella sua voglia di potenza e di
sopraffazione.
pietroAncona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
Elezioni in Iran e
l'invidia rapace dell'Occidente
June 13, 2009 Pietro Ancona
LE ELEZIONI IN IRAN E L'INVIDIA RAPACE DELL'OCCIDENTE
===================================================
Le immagini che arrivano dall'Iran (che io chiamerei Persia in onore
della sua antichissima civiltà) che vota sono davvero un documento
civile di eccezionale valore. Siamo davanti ad un popolo che con
grandissimo entusiasmo e partecipazione ha dato vita al rito più
importante della democrazia, il rito del voto, del recarsi in un luogo
stabilito dove stanno le urne, fare la fila per poi esprimere la propria
volontà sul governo della nazione. Questo entusiasmo,confrontato alla
stanchezza della sfregiata democrazia italiana, ci fa capire di quanto
siamo stati allontanati dall'esercizio concreto dei nostri diritti.
Una nazione giovane fatta di sessantasemilioni di persone dall'età
media di 27 anni ( in Italia 43 anni!) proiettata verso il futuro, una
nazione sopravvissuta ad un secolo di massacri e di spoliazioni del
colonialismo anglosassone e tedesco ed alla guerra dolorosissima durata
quasi dieci anni provocata dall'Irak che ha causato oltre un milione di
morti, milioni di invalidi e mutilati per sempre, molte vittime delle
armi chimiche fornite dagli USA a Sadam Hussein.
Questa nazione tanto ricca di gioventù, con università piene zeppe di
ragazze, aperta al mondo con oltre ventidue milioni di utenti internet,
è stata per anni nel mirino di Bush che l'ha assediata e non l'ha
aggredita per mancanza di mezzi e perchè non poteva delegare l'attacco
alla sola Israele che tuttavia non esiterebbe un solo istante ad
azzannarla e si prepara ogni giorno all'ora x con esercitazioni navali e
terrestri.
La Persia ha una antica voglia di democrazia e di libertà. Ricordo per
tutti il Primo Ministro Mossadek al quale gli americani fecero fare la
fine di Allende per gli interessi delle compagnie petrolifere e poi
installarono
al potere lo Scià, un individuo feroce, sanguinario, ligio ai padroni
mondiali del petrolio. Mossadek aveva aperto la strada ad una
rivoluzione democratico-borghese che, se aiutata a radicarsi, avrebbe
cambiato il volto dell'intera regione medioorientale ma fu rovesciato ed
ucciso da un complotto organizzato dalla Cia. La rivoluzione religiosa
che ha portato al potere l'attuale regime parte dalle stesse motivazioni
profonde della Persia che Mossadek avrebbe voluto ma si è materializzata
in uno Stato che comunque evolve verso forme superiori di civiltà e di
democrazia se l'assedio, il malanimo, l'ostilità dell'Occidente non la
costringeranno a difendersi ed a spendere sopratutto nelle armi le
risorse che si potrebbero destinare alla cultura ed al progresso civile.
L'invidia dell'Occidente per il possibile itinerario di progresso e di
benessere della Persia susciterà tensioni e forse nuove guerre. E'
destino di tutte le Nazioni che si sottraggono all'abbraccio mortale
dell'imperialismo Usa essere riportate alla loro preistoria, all'anno
zero. Il Libano dei meravigliosi cedri per ben due volte è stato raso al
suolo dagli israeliani. La sua prosperità è stata distrutta e
ridistrutta con sadico piacere di gente come Condolence Rice che si fece
una storica passeggiata nel corso di Beirut fiancheggiato a destra ed a
inistra da palazzi in fiamme o ridotti in macerie. L'Iraq di Sadam
Hussein era un treno in piena corsa con una alfabetizzazione
elevatissima, migliaia e migliaia di ingegneri, di tecnici, scienziati,
centri culturali pulsanti di vita. Ebbene, dopo essere stato spinto alla
guerra contro l'Iran è stato distrutto dagli USA ed i suoi volenterosi
alleati da guerra interminabile e tuttora occupato da un esercito di
occupazione fiancheggiato da contractors, spesso killers assassini con
licenza di uccidere. Maddalena Albright dichiarò senza provocare alcun
rimorso che i cinquecentomila bambini irakeni morti a causa
dell'isolamento del boicottaggio erano "un prezzo" da pagare agli
interessi degli USA e del "mondo libero"!!!
Insomma, se qualcuno comincia ad alzare la testa ed a partecipare al
progresso, viene subito fatto regredire
alla condizione della massima emarginazione economica sociale e
culturale.
Avevo sperato nelle dichiarazioni di Obama all'Università del Cairo e
vorrei continuare a sperare. Ma ritengo che non farà niente di diverso
dal suo predecessore. Democratici o Repubblicani fanno la stessa
politica estera e magari quella repubblicana, a volte, ha maggiore
apertura dal momento che non hanno l'ansia dei democratici di mostrarsi
abbastanza "patriottici".
Pietro Ancona
*************
June 20, 2009
2:21 PM
Subject: la guerra preventiva
degli Usa con l'Iran
Pietro Ancona
La guerra preventiva degli USA
con l'Iran
================================
Gli Usa escono allo scoperto
per spalleggiare apertamente il
golpe "populista" del loro
quisling Mausavi che, appena
iniziato lo spoglio, si era
proclamato subito immediatamente
vincitore per dare il via alla
grande eversione antidemocratica
di questi giorni. Non ci sono
dubbi sulla vittoria di
Ahmaninejad come ben sanno gli
stessi americani che avevano
monitorato le elezioni con ben
due sondaggi di pubblico
dominio. Ma tutto era stato
preparato minuziosamente per
dare vita ad una "rivoluzione
colorata" come le tante che
abbiamo visto e che sono state
dimenticate presto dalla
opinione pubblica occidentale
sempre pronta a difendere
libertà e democrazia dei cattivi
di turno o trattati come tali
dagli Usa. Ieri il Congresso
americano, dopo avere stanziato
altre centoseimiliardi di
dollari per le guerre con l'Iraq
e l'Afghanistan ha espresso
simpatie per la
"rivoluzione"iraniana ed oggi
Obama-Bush che fino all'altro
ieri si dichiarava indifferente
e pudicamente guardava da
un'altra parte ricordando che
per lui Mousavi equivaleva ad
Ahmaninejad oggi minaccia lo
Stato iraniano dicendo di stare
attento perchè gli occhi del
mondo sono tutti fissati su di
lui. Questa uscita di aperto
appoggio smaschera la natura di
sovversismo e di tradimento
della patria del movimento
"verde" ma dimostra anche la
difficoltà a fare come in
Ucraina, in Georgia, in
Bielorussia ed altrove...
Gli Usa sono in guerra
preventiva con tutto il mondo.
La loro pax è fatta di
distruzioni, montagne e montagne
di cadaveri, bombardamenti,
occupazioni militari,
asservimento colonialistico,
inquinamento, distruzione dei
beni archeologici e della storia
dell'umanità. Ma anche di
"rivoluzioni colorate". Le
uniche nazioni che "rispettano"
sono quelle che hanno affidato
dopo l'intervento degli
squadroni della morte ad
incalliti criminali, a regimi
militari come quello colombiano
che tiene in galera diecine di
migliaia di contadini dopo
averli depredati delle loro
terre assegnate alle loro
multinazionali. Il pianeta è
stretto in una rete di basi
militari Usa che hanno lo scopo
di controllare innanzitutto la
nazione dove sono collocate. In
Italia le basi militari ed i
depositi nucleari USA servono
innanzitutto a controllare la
fedeltà del nostro Paese.
L'Iran (lo chiamerei volentieri
Persia) non minaccia nessuno ed
è minacciato da vicino da una
Israele dotata di oltre mille
testate nucleari e di un
esercito tra i più potenti del
mondo.
L'Iran è in pericolo come lo
sono la Russia, la Cina, l'India
e tutti i paesi che non sono
stati marchiati dalla presenza
di una base militare Usa. Ma
forse questa ennesima ciambella
al signor Obama- Bush terzo non
riuscirà con il buco.
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=7771
Pietro Ancona
____________________________________________________________________________--
June 19,
2009 7:42 AM
Subject: Gli USA e LA GUERRA
Pietro Ancona
CENTOSEIMILIARDI DI DOLLARI PER
LA GUERRA
========================================
Il mondo bipolare uscito dalla
seconda guerra mondiale era
certamente assai più sicuro del
mondo unipolare
in cui abitiamo dal 1990. La
fine dell'Unione Sovietica non
ha generato la fine della storia
ma l'inizio di una dominazione
alla quale gli USA si erano
preparatI nei cinquanta anni
precedenti con numerose
iniziative militari e politiche
tutte rivolte all'affermazione
della loro assoluta supremazia
militare, economica e politica.
Dall'alternanza di Presidenti
democratici a Presidenti
repubblicani non c'è molto da
aspettarsi. La strategia USA è
di lungo periodo, può subire
variazioni o attenuazioni, ma
non viene meno ad i suoi
obiettivi fondamentali di
dominazione imperiale.
Tutto il mondo dove gli USA sono
riusciti ad allungare le mani è
in una rete fittissima di loro
basi militari che si allargano
con l'espansione della loro
influenza politica. Dovunque si
incontrano resistenze o ostilità
sono pronte opzioni di
intervento che possono essere
militari o politiche. In Polonia
e Cecoslovacchia si sfrutta il
sentimento anticomunista delle
popolazioni per installare basi
missilistiche praticamente a
ridosso della Russia la quale,
peraltro, individuata come
obiettivo da abbattere o da
sottomettere è già dentro un
grande reticolato di basi
strategiche installate dagli Usa
negli ultimi anni in tutte le
Repubbliche ex sovietiche a
volte dopo la sostituzione
incruenta ma manovrata dei
governi attraverso le
rivoluzioni colorate.
Gli USA non hanno mai ritenuto
di dare spiegazioni al mondo
della occupazione dell'Iraq
dopo la diffusione
della verità sulla inesistenza
delle armi di distruzione di
massa. Si sono resi responsabili
del macabro rito di potere della
impiccagione di Sadam Hussein e
della distruzione del governo e
della classe dirigente irakena.
Mi hanno molto colpito le carte
di poker con le immagini dei
"ricercati" distribuite ai
soldati ed ai contractors quasi
si trattasse di selvaggina da
cacciare. Non ha alcuna
giustificazione l'invasione
dell'Afghanistan dal momento che
è ridicola la tesi dei talebani
che minaccerebbero la sicurezza
del pianeta con il loro
terrorismo!
Oramai è abbastanza accettata
una spiegazione dell'11
settembre che esclude il
complotto "terroristico" mentre
continuano a risultare assai
ambigui i rapporti degli USA con
Bin Laden. Altre guerre sono in
preparazione in Africa per
costringerla dentro binari
rirogosamente filo occidentali
Il Congresso .ha approvato la
spesa di 106 miliardi di dollari
per la guerra in Iraq ed
Afghanistan e varato blande
norme per il controllo dei
mercati finanziari preda delle
scorrerie di finanzieri privi di
scrupolo che hanno piazzato
patacche in tutto il mondo e
provocato la crisi che ne ha
messo in ginocchio l'economia.
Fa senso e mette paura la
decisione di continuare a
bombardare ed occupare due
grandi nazioni islamiche
stanziando enormi cifre che
vengono sottratte al welfare
necessario ad una America priva
di servizio sanitario, priva di
ammmortizzatori sociali, con
centinaia di migliaia di
famiglie che vivono in tenda non
potendo più permettersi una
casa.
Cìè da chiedersi a chi serve
tutto il potere militare ed
economico che gli USA si sono
procurati e continuano a
procurarsi nel mondo se la
popolazione americana nella sua
stragrande maggioranza vive in
condizioni di grande disagio e
soltanto le multinazionali e la
casta militare-industriale ne
ricavano vantaggi. Gli
stanziamenti
per finanziare le guerre
sottraggono risorse ad una
nazione in cui la solidarietà e
la coesione sociale non esistono
ed ha zone di sofferenza
sociale.
Insomma, la supremazia USA,
il bellicismo militarista non
servono alla popolazione
americana e tengono il mondo in
costante pericolo.
Obama non ha cambiato di una
virgola niente nè per il suo
popolo nè per il mondo. Si va
avanti come negli ultimi venti
anni verso il peggio della
rottura con gli Stati renitenti
(Russia,Cina,Iran...)
Pietro Ancona
___________________________________-
Liberazione 24 agosto 2005
Nucleare in Iran? Balle come le armi di
Saddam
Il Washington post: le tracce di uranio
sono pakistane
Angela Nocioni
Sorpresa. Le tracce di uranio che tanti guai stanno causando a Teheran non
possono provare l'intenzione dell'Iran di produrre armi nucleari perché
iraniane quelle tracce non sono. Appartengono a una vecchia attrezzatura
pakistana contaminata. Lo rivela il quotidiano statunitense "Washington
post". A questa conclusione è giunto un gruppo di scienziati americani,
francesi, giapponesi, russi e britannici che per nove mesi, in gran segreto,
ha spulciato i dati raccolti in Iran dagli ispettori dell'Aiea, l'agenzia
dell'Onu per l'energia atomica. Risultato: il campione dell'uranio
arricchito trovato in Iran non appartiene a impianti illegali iraniani, ma a
un vecchio macchinario contaminato arrivato da Islamabad. I risultati
definitivi della ricerca non sono ancora stati resi pubblici, ma la fonte
riservata del "Washington post" si dice certa delle conclusioni dello
studio: «La "pistola fumante" - dichiara riferendosi alle accuse e alle
minacce piovute su Teheran - è eliminata». L'Iran, per la verità, ha sempre
affermato che le tracce di uranio appartenevano ad attrezzature pachistane
contaminate, ma l'Amministrazione Bush ha continuato ad indicare quel
materiale come la prova inconfutabile dell'esistenza di un programma
nucleare illegale.
Così come in Iraq non sono state mai
trovate le armi di distruzione di massa che furono evocate in sostegno alla
decisione di attaccare Bagdad, quindi, neanche l'Iran avrebbe un programma
attivo per la produzione dell'arma nucleare. Se quei dati fossero
considerati attendibili, potrebbe diventare complicato per l'Amministrazione
Bush convincere la comunità internazionale a fare pressioni su Teheran con
la minaccia di sanzioni dell'Onu.
I dati definitivi dello studio saranno
presentati in un rapporto all'Aiea nella prima settimana di settembre. Nelle
conclusioni, a quanto risulta al "Washington Post", ci sarà scritta la
frase: «e con questo la questione della contaminazione è risolta».
http://www.liberazione.it/giornale/050824/archdef.asp
indietro
****
http://cubauchancasalbertone.myblog.it:80/archive/2009/06/21/un-interessante-analisi-di-fulvio-grimaldi-sui-fatti-iranian.html
21/06/2009
Un interessante analisi di Fulvio Grimaldi sui fatti Iraniani!!
Stavolta la “rivoluzione” è verde e assomiglia come una sfilata di cacchette
di capra a quelle precedenti, o riuscite come in Serbia, Georgia e Ucraina,
o fallite come in Venezuela, Bolivia, Libano, Uzbekistan. Ovunque un voto
non sia andato come auspicato dal Nuovo Ordine Mondiale del saccheggio e
della morte. E ci risiamo inesorabilmente con l’unanimità
destra-centro-sinistra su "giovani e donne contro tirannia, oscurantismi,
fondamentalismi, terrorismi, brogli". Quella dei brogli, poi, venendo da un
mondo che il voto l’ha sfigurato fino al suo contrario, è degna del
Bagaglino: vai avanti tu, chè a me viene da ridere. Quanto ai “giovani” e
alle “donne”, a guardar bene le immagini che simpatizzanti ed accorati
inviati dirittoumanisti filo-Mussavi ci trasmettono da Tehran, si capisce
subito tutto.
A voler capire, s’intende. Come a Belgrado, a Kiev, a Tblisi, a Beirut, lo
jato antropologico è drastico che più drastico non si può: nella folla dei
filo-Mussavi, volti pariolini, lisci, curati, truccati, fighetti in mise che
sembrano usciti da una selezione di “Amici”, o da un cartellone di Benetton;
nei cortei dei sostenitori di Ahmadinejad, le solite facce proletarie e
contadine del Sud del mondo, rughe, veli, abiti stazzonati, i volti del
nostro neorealismo. Plebaglie. Come andrebbe ripetuto ad nauseam , quando
sono concordi sinistre e destre, è la destra che vince e la sinistra che la
prende nel culo. E’ un teorema così incontrovertibile che quello di Pitagora
al confronto pare un’affermazione del guitto mannaro su Noemi. Non dovrei
aver bisogno di rivendicare la mia militanza giornalistica contro l’Iran
degli ayatollah.
Ci sono decine di mie pubblicazioni a ribadirla. Critiche, certo, per motivi
diversi, a volte opposti, rispetto ai sensocomunisti (non male, come
calambour, no?), agli unanimisti umanitaristi, cercando di non farmi
imbrigliare dal senso comune, appunto, di ideologhi a scatola chiusa,
ignoranti e opportunisti, con dentro i batteri dell’infiltrazione. Siamo
stati in pochi a ricordare che il “rivoluzionario” Khomeini, ospitato e
foraggiato dall’Occidente, giunto da Parigi a Tehran su aereo Usa, per prima
cosa ha fatto piazza pulita di coloro, comunisti e marxisti islamici, che a
milioni avevano cacciato lo Shah: necessità di ricambio e aggiornamento
imperialista-sionista per un regime feudal-gossiparo privo di base di massa,
logoro e sputtanato. Ricambio di elites, per sventare il rischio che
l’insurrezione
popolare facesse entrare l’Iran nell’orbita sovietica o non-allineata. Voces
clamantes in deserto, abbiamo documentato il complotto khomeinista per
falciare il moderato Carter e promuovere il cane rabbioso Reagan con il
rilascio degli ostaggi Usa in coincidenza con la vittoria dell’attoruccolo
da mezzogiorno di fuoco. Ne abbiamo illustrato il pagamento di pegno a
USraele quando, rifornito di armi e istruttori israeliani, ha assaltato
l’Iraq
di Saddam Hussein, ultimo baluardo di una nazione araba da unificare nel
segno della laicità, del progressismo sociale, dell’antimperialismo e
dell’identificazione
con la causa palestinese.
Con i quattrini pagati dal regime degli ayatollah ai fornitori USraeliani e
indi trasferiti ai mercenari Contras, Khomeini ha restituito il favore
contribuendo alla distruzione del Nicaragua e alla cacciata dei sandinisti.
In un’affascinante altalena tra collusione e collisione, i due compari
anti-arabi hanno poi sbranato l’Iraq, aggredito l’Afghanistan dei Taliban
(odiato da Tehran fin dal primo giorno) e chiuso il cerchio con un’alleanza
di burattinai e fantocci che s’è vista consacrare dall’Occidente nella
recente processione a Tehran della fraternita di Ahamedinejad, Al Maliki,
Karzai e Zardari. Tutto questo sta molto bene all’imperialismo-sionismo, in
quanto contributo all’eliminazione di popoli di troppo.
Ma ancora meglio andrebbe un sodale meno pretenzioso e autonomo, magari un
fiduciario assai più ossequioso, senza pretese di egemonia regionale, magari
un agente Cia, magari un corrotto ladrone ricattabile che, magari,
rinunciasse a certi equilibri tra cosche assassine e, magari, abbandonasse
Hezbollah e Hamas al destino programmato dagli sterminatori israeliani. E,
visto che il padrino della cosca, Rafsanjani, lo “squalo”, ha perso un po’
di smalto a furia di ladrocini e complotti antipopolari, vada per il
vecchio, fidato arnese della guerra all’Iraq con armi USraeliane, Musavi,
primo ministro al tempo di quell’impresa congiunta, e delfino del satrapo
filo-Usa, Akbar Rashemi Rafsanjani. Abbiamo cercato di spiegare come i
persiani, nella loro millenaria strategia di potenza regionale, siano astuti
biscazzieri che giocano su vari tavoli, anche opposti: con gli Usa e Israele
a sventrare l’Iraq e vanificare l’unità araba, con Hezbollah e Hamas (la cui
autonomia palestinese e araba non si ha il minimo motivo di mettere in
discussione: i sostegni si accettano leninisticamente anche dal diavolo), a
contrastare l’avanzata dell’altra potenza regionale: Israele. Quelli che
tagliano la geopolitica con l’accetta, secondo schemi prefissati e
incartapecoriti, succubi di sparate demagogiche dell’uno o dell’altro
protagonista dello scenario, farebbero bene a studiarsi qualche manuale
della realpolitik degli Stati.
E farebbero benissimo a estrarre il “moderato” e “democratico” Mir-Hossein
Musavi, virtuoso antagonista dell’oscurantista radicale Ahmadinejad, dalle
nebbie soffiategli addosso dagli specialisti delle rivoluzioni colorate e
collocarlo sul vetrino del loro microscopio. Chi è Mir-Hussein Mussavi? Cosa
hanno in comune l’ultrà neocon Michael Ledeen, amico dei fascisti italiani,
il saudita Adnan Kashoggi, massimo mercante d’armi mondiale con logo Cia e
Mir-Hussein Musavi? Sono tutti amici e associati di Manucher Ghorbanifar,
anche lui grande mercante d’armi, doppio agente iraniano del Mossad, figura
centrale nella porcata Iran/Contra, l’affare triangolare armi in cambio di
ostaggi e dell’assalto all’Iraq messo in piedi con i persiani di Khomeini e
Musavi dall’amministrazione Reagan. Del compare di Mussavi, Ghorbanifar, si
legge nel rapporto Walsh su Iran/Contra: “Ghorbanifar, informatore Cia,
fiduciario del primo ministro Musavi, si fece prestare da Kashoggi milioni
di dollari, con pieno consenso di Washington, per l’acquisto delle armi
israeliane da usare per distruggere l’Iraq (colpevole di aver creato il
Fronte del rifiuto contro la svendita egiziana di arabi e palestinesi a Tel
Aviv e Washington) Ottenuti fondi dal governo di Tehran, Ghorbanifar
compensò Kashoggi con una tangente del 20% . Sfiduciato in un primo momento
da Khomeini, Ghorbanifar rientrò nel gioco diventando il fiduciario e
braccio operativo di Mir-Hossein Musavi, primo ministro iraniano.
A questo proposito, ecco il commento di Michael Ledeen, allora consulente
del Pentagono per l’antiterrorismo, sulla coppia di compari: “Si tratta
delle persone più oneste, istruite e affidabili che abbia conosciuto”. Per
altri si tratta di bugiardi che non saprebbero dire la verità sugli abiti
che indossano”. Il rapporto Walsh si dilunga poi su certe lamentele di
Musavi al presidente Reagan per una spedizione di elicotteri Hawk non
corrispondenti al modello ordinato (dovevano servire contro l’opposizione
laica e di sinistra non ancora del tutto domata e contro l’Iraq). E
aggiunge: “All’inizio di maggio, 1985, il colonello Oliver North (il
gangster che raggirò il Congresso per occultare l’operazione Contra), il
capostazione Cia, George Cave, Ghorbanifar e Musavi si incontrarono a Londra
per discutere questa ed altre collaborazioni Iran-Usa-Israele. Ledeen fu
incaricato di informarsi presso il primo ministro israeliano, Shimon Peres,
sul suo accesso a buone fonti e a buoni contatti in Iran. Israele diede
garanzie in tal senso e Reagan approvò che all’Iran di Mussavi si spedissero
missili Usa Tow in cambio del rilascio degli ostaggi statunitensi in mano
alla resistenza libanese.
Il capo della Cia, Casey, raccomandò che il Congresso fosse tenuto
all’oscuro
di tutto l’affare”. ll rapporto di amicizia e collaborazione tra Ledeen,
Ghorbanifar e il candidato “riformista” Musavi resistette nel tempo, fino ad
alimentare il sostegno dei “moderati” Usa alla candidatura del provato
fiduciario. Fino all’attuale tentativo di regime change alla serba, o
all’ucraina.
Davvero un bell’eroe riformista che s’è scelto la sinistra italiota. Fattosi
le ossa con le cinque pagine di lirica esaltazione per un discorso di Obama
al Cairo, zeppo di banalità e retorica e di sostanziale identificazione con
i nazisionisti di Tel Aviv (fatta salva la “preoccupazione” per la
“continuità” dell’espansione delle colonie in Cisgiordania), il “manifesto”,
in assoluta sintonia con il coro delle destre, si è fatto reclutare, con la
nota Marina Forti, nelle schiere colorate della spia Musavi, quasi fosse un
novello Mossadeq o Dubcek. Astutamente l’inviata ha messo le mani avanti fin
dai giorni della vigilia, sia anticipando brogli (è la regola dalla Serbia
di Milosevic in qua), sia dando voce esclusivamente a intervistati
dell’eversione
filoccidentale. Viaggiava sottobraccio a quella Lucia Goraci del TG3 che,
rinnovando i fasti collaborazionisti e mistificatori dell’ancor più nota
collega Giovanna Botteri, nuotava felice nell’elegante piscina verde delle
masse scese dai quartieri alti. Accodatisi tutti quanti alle geremiadi su
brogli, conclamati senza un’ombra di evidenza dalle centrali della
disinformazione ontologica (CNN, Reuters, Fox di Murdoch, NBC, New York
Times, Time), hanno dovuto subire l’onta di una smentita addirittura di
fonte statunitense.
Un sondaggio condotto da un’organizzazione non profit, “The Center for
Public Opinion”, che da tre anni monitora le posizioni dei cittadini
iraniani cogliendo sempre nel segno e venendo per questo premiata con un
“Emmy Award”, aveva constatato una prevalenza di Ahmadinejad sul diretto
rivale addirittura superiore all’esito finale del 66% contro il 32%. 12
milioni di voti di differenza, all’anima dei brogli! La ricerca era stata
condotta dall’11 al 20 maggio in tutte le 30 province del paese. Sul campo
aveva operato con una società di ricerca che da anni lavora per le
televisioni ABC e BBC e aveva previsto una vittoria del presidente in carica
per 2 a 1. Nei media infervorati per i “riformisti” si rivendicava a Musavi
la gran maggioranza dei giovani dotati di internet. Peccato che solo un
terzo degli iraniani ha accesso a tale tecnologia e che il gruppo di età fra
i 18 e i 24 è risultato il blocco dal sostegno più forte per Ahmadinejad.
Dove il suo rivale primeggiava era tra studenti, laureati e ceti dal reddito
elevato. Il che dovrebbe far riflettere anche quegli integerrimi puristi
della lotta di classe che individuavano in Musavi il vindice delle richieste
sociali delle masse. Quanto ai wrestlers per la “democrazia” contro la
“tirannia” dei mullah, che confrontino l’ultralibero e vivacissimo dibattito
pre-elettorale di quel paese, la quota dei suoi votanti (80%), con l’assetto
mediatico del nostro paese e il numero di elettori e votanti nel
paese-modello Usa, questo sì organizzatore di brogli vincenti a casa sua
(due presidenze fasulle) e nei paesi satelliti.
Dice, ma alla protesta degli sconfitti (anzi, “derubati del voto”) si sta
reagendo con la repressione, le bastonate, gli spari, la censura ai media
stranieri. Vogliamo vedere cosa farebbe qualsiasi governo occidentale se
bande istigate a foraggiate dal Cremlino facessero tutto questo ambaradan,
bloccassero il paese, in seguito a un’elezione non vinta? Vogliamo ricordare
cosa capitò ai militanti scesi in strada perchè non tollerarono il ritorno
del fascismo in salsa tambroniana? Se i media stranieri sparano balle al
servizio degli destabilizzatori di un governo, compiono reati che vanno
puniti perlomeno con l’espulsione. Da noi i giornalisti che pubblicheranno
le nefandezze del guitto mannaro e dei suoi commensali finiranno in carcere
e, quanto alla censura, si guardi al modello israeliano, che non ha ammesso
neanche un giornalista alla carneficina di Gaza, che ha espulso il
sottoscritto perché non assecondava la ferocia e le menzogne della Guerra
dei sei giorni. Gli assassini mirati e le stragi di bambini per mano
israeliana, gli stermini di oppositori in Iraq, sono stati oggetto di
analoga indignazione? Perché non se la prendono con le milizie di tagliagole
controllate da Tehran che hanno fornito il contributo decisivo
all'assassinio di quasi due milioni di inermi iracheni? Perché in quel caso
sta bene all’Occidente e punisce un popolo che ha sostenuto Saddam? Tutti
allineati e coperti nelle formazioni d’assalto dell’eurocentrismo, nel
disprezzo e nella persecuzione di popoli e culture, costumi e fedi generati
da altre storie, altri ambienti, necessitati da altre priorità e
sensibilità. Tutti ostinatamente incorreggibili. Nel 2001, quando un colpo
di Stato promosso dalle stesse matrici Usa ed eseguito dalle bande CIA-NED
di Otpor incendiando il parlamento e distruggendo le schede, rovesciò il
democratico governo serbo e sventrò la trincea jugoslava contro l’espansione
UE-Nato, riducendo i Balcani a sette malavitosi micro-protettorati del
vampirismo occidentale, “Liberazione” titolò, all’unisono con i bollettini
mafio-imperiali: “Belgrado ride” . Ancora meglio il “manifesto” con “La
primavera di Belgrado”. Una primavera finita nella ghiacciaia. Oggi lo
stesso giornale, sotto le foto del manutengolo USraeliano e dei suoi fan in
maglietta verde, spara in prima pagina: “I giorni dell’Iran” e, il giorno
dopo, “Iran contro” . Perseverare diabolicum.
Ma nei covi dei cospiratori e serial killer USraeliani si brinda a tale
stampa come Nelson ai rincalzi di Bluecher a Waterloo. Se avesse vinto
Mussavi si rallegrerebbero, costoro, che i patrioti libanesi e palestinesi
verrebbero a perdere l’unico punto d’appoggio in tutto il mondo, almeno
politico, forse strumentale ma tant’è, e che il fronte USraeliano, con il
corredo dei suoi vassalli e fantocci alla Abu Mazen, si avvantaggerebbe di
un ancora più disciplinato e incondizionato apporto persiano per meglio
sistemare Afghanistan, Pakistan, pieni di odiati sunniti, la Russia, la
Cina, tutti noi? Ma ci sono o ci fanno? E’ così che si sostiene
l’autodeterminazione
dei popoli? Mettendovi a capo spioni dell’impero, chiamandone i manichini
estratti dal sangue dei loro popoli “governo”, “presidente”, “primo
ministro”, come una qualsiasi Ong di merda? Sempre su questa linea quattro
donne stronze, quattro studenti imbecilli, indegni dell’Onda, quattro
fascisti revanscisti, un capopartito che di politica internazionale ne
capisce quanto io di astrofisica (Di Pietro), hanno fatto casino contro
Muhammar Gheddafi, il dittatore, il pagliaccio. E quando sono venuti il
nazista nucleare Lieberman, l’assassino seriale Olmert, il licantropo in
gonnella Condoleezza, il fantoccio Karzai, il macellaio Uribe? Zitti e
mosca.
Prima di aprire bocca su un presidente di un paese che dal buco nero del
colonialismo ha tirato fuori un popolo e gli ha dato dignità e benessere,
dove le leggi vengono formulate e votate da assemblee di popolo, costoro
dovrebbero sfondarsi il petto di mea culpa per i connazionali che, tra il
1911 e il 1941, hanno massacrato un libico su sette, ne hanno gassato,
torturato e impiccato decine di migliaia, sono corresponsabili della
catastrofe inflitta all’Africa intera dal colonialismo europeo. Quella
catastrofe per la quale la Libia diventa l’imbuto in cui finiscono i
profughi delle tragedie sociali, politiche, ambientali da noi provocate in
tutto il continente. E’ Gheddafi che dovrebbe sistemare a proprio agio e a
tempo indeterminato questi profughi delle terre da noi devastate, o dovremmo
essere noi, solo noi, smettendola intanto di esaltare o riconoscere i vari
tirannelli indiamantati che le nostre multinazionali mettono su troni con le
gambe radicate nel sangue, eurocentristi del cazzo?
EURASIA Rivista di studi geopolitici
La fantasia al potere: le invenzioni
della propaganda occidentale contro la Repubblica Islamica dell’Iran 24
Giugno 2009 di Enrico Galoppini*
In questi giorni, a chi segue le notizie
provenienti dall’Iran e cerca d’interpretare la portata degli eventi in
corso, non sarà sfuggito il totale allineamento pro-“dimostranti” di tutte
le opinioni ammesse dal sistema mediatico occidentale. Non solo quello
“ufficiale” delle tv e dei giornali ad alta visibilità (garantita dal
meccanismo delle rassegne stampa), ma anche di gran parte di quello per così
dire “alternativo” dei siti e delle agenzie “pacifiste”. La voce unanime che
accomuna tutti costoro è che le elezioni presidenziali iraniane sono state
“falsate da brogli” e che gli iraniani vogliono “libertà e democrazia”. E
tanto basterebbe per convincere un pubblico naturalmente distratto e non
qualificato della bontà dei motivi per cui “gli iraniani” scendono in piazza
per protestare contro “il regime”.
Tra tutti i motivi messi in giro dalla
macchina disinformativa ci ha colpito in particolare quello di chi è giunto
– in una sede considerata “autorevole”, gestita da “accademici” - a definire
"resistenza" un'organizzazione come quella dei “Mujahidin del Popolo” resasi
responsabile di una catena ininterrotta di attentati in tutto l’Iran (v. il
famoso "terrorismo" contro cui tutti dovremmo unirci). Forse costoro credono
sia giunto il loro momento di gloria? Ci si può documentare facilmente sulle
imprese di questa organizzazione e la scia di sangue che sin dall’inizio
della Rivoluzione del ’79 ha colpito la Repubblica Islamica dell’Iran.
Purtroppo per gli sponsor di questi "resistenti", accolti non molto tempo fa
con grandi onori presso il Parlamento Europeo (!) dagli agenti che in quella
sede ha il partito americano-sionista, la nuova "rivoluzione colorata" (di
verde!) pare già abortita prima di condurre all'agognato abbattimento del
"regime". Non ce la possono fare dall'esterno, militarmente, sia perché
impantanati in Iraq e Afghanistan, sia perché l'Iran è inattaccabile,
iperprotetto ed armato com’è fino ai denti, quindi hanno scelto di giocare
la carta della sovversione interna, resa difficilissima però dall'assenza in
loco delle ONG delle "rivoluzioni colorate" e delle tv private.
La macchina della propaganda occidentale,
come detto, va a tutto gas, sempre più patetica e dalla fervida
immaginazione. Gli inviati-fotocopia che si dolevano di non poter più
"informare" a causa della scadenza dei visti (hanno mai intervistato, questi
"professionisti", un sostenitore di Ahmadinejad?) si sono ridotti a
smanettare su Facebook e su qualche altro arnese simile alla ricerca
dell’ultimo “video-verità”. S’è narrato d’un inesistente "attentato suicida"
al mausoleo dell'Imam Khomeyni, sul quale ora, guarda caso, s’allunga
postumo lo zolfo della “benevolenza” del Mossad nei mesi che precedettero la
rivoluzione (“potevamo ucciderlo, ma non lo facemmo: ne siamo pentiti”,
hanno messo in circolazione)... Si sparano cifre tonde di "martiri" senza
uno straccio di prova: anche la "martire Neda" presto si rivelerà essere
l'ennesima trovata mediatica da affiancare al mitico “cormorano iracheno”
inzuppato di petrolio (del Mare del Nord). In apici di sbornia mediatica s’è
gridato anche all’acido lanciato dagli elicotteri dei Basij!
Le foto che circolano dalla rete anche nei
tg dimostrano solo che c'è una “mobilitazione di piazza” dei sostenitori di
Moussavi contro Ahmadinejad e quel che rappresenta, in politica interna ed
estera. Dimostrano anche che c'è una "repressione". Ma la cosa finisce qui.
Perché se i risultati delle elezioni sono veritieri (ed i "brogli" non
possono essere dell'ordine dei 30 punti di scarto!), questa operazione si
chiama "colpo di Stato". E come ad ogni latitudine le autorità non possono
non intervenire per sedare ogni tentativo di questo tipo. Nel “democratico”
Occidente, per molto meno, non succederebbe una carneficina (al di là del
giudizio su quelle vicende, ci si ricordi di quel che accadde a margine del
G8 di Genova)? Si assiste, inoltre, a tentativi di “colonialismo
elettorale”; così, sulle prime, i “verdi” hanno sperato di far ripetere le
elezioni alla presenza di "osservatori". Ma da quando un Paese sovrano
accetta simili imposizioni?
Ahmadinejad viene presentato sempre più
come un "nuovo Hitler", mentre giganti eurasiatici del calibro di Turchia e
Russia, a margine della riunione della Organizzazione della Conferenza di
Shanghai gli riconoscono la rielezione (e poi sarebbero loro, due terzi
d’Eurasia, che “si isolano”…). Un presidente che è amato dalle classi
popolari perché incarna i valori della "tradizione", detestato dalle classi
già agiate (simili a quelle mandate a ''spentolare' a Caracas nel 2002,
aizzate dalla Cia e dalle tv private) che vorrebbero diventarlo sempre di
più! Il Presidente iraniano – nella neolingua dei megafoni dell’informazione
– sarebbe addirittura ‘reo' d'aver aumentato pensioni e stipendi, il che ha
dato lo spunto, per i soliti in malafede, di dire che "è in campagna
elettorale da 3 anni": insomma, non è importante cosa si fa, ma "chi fa
cosa"! Quanto al posizionamento dell'Iran in politica estera, un'inversione
di rotta farebbe molto comodo a Usa e soci. La linea seguita sin qui è
quella giusta, compreso il "nucleare iraniano", che nasconde la vera posta
in gioco, quella energetica (quindi, politica con la P maiuscola). Ecco cosa
sono gli “studenti e gli operai” di cui vaneggiano vecchie ciabatte
dell’”antimperialismo” totalmente a digiuno di geopolitica.
Ma chiediamoci: perché tutta questa
agitazione intorno all'Iran? Perché il risultato delle elezioni (alle quali
ha partecipato l'85% degli aventi diritto, a differenza delle nostre
elezioni, che ormai non entusiasmano più nessuno) dovrebbe essere "falsato"?
Chi lo dice? Qualche istituto "indipendente"? E chi è che ha l'autorità per
ficcare il naso in questo modo in casa d'altri? Noi lo sopporteremmo (in
effetti lo facciamo, dal '45 in poi, passando per i "casi" Mattei, Moro,
“misteri d’Italia”, servizi cosiddetti "deviati" e "terrorismo rosso” e
“stragismo nero", Cermis, Mani Pulite, fino alle ultime uscite su "Papi&Noemi",
e la cosa non ci fa molto onore come "popolo italiano"). Insomma, qual è il
"problema" con l'Iran? Quale "pericolo" rappresenta per noi? Parliamone,
magari in un confronto tra “punti di vista” divergenti così come piace alla
retorica “democratica”, così vediamo di chiarire una cosa che altrimenti
rischia di non assumere connotati chiari (le manfrine sui "diritti umani"
lasciamole perdere, perché chi ne fa uno strumento di pressione in giro per
il mondo è il primo che dovrebbe starsene zitto).
La verità – oltre al dato geopolitico - è
che non si vuol prendere atto da trent'anni che nel 1979 in Iran è avvenuto
un evento di quelli che andrebbero studiati sui manuali di Storia, come l'89
della Rivoluzione francese o il '17 della Rivoluzione bolscevica, che a
torto o a ragione sono considerate delle date-simbolo. Questo rifiuto di
accettare che anche i non europei possano scrivere pagine di "storia
universale" è uno dei tanti segni della boria della cosiddetta "civiltà
occidentale" e dei suoi rappresentanti. Una cosa è certa: dall'esito di
questa situazione in Iran dipenderà molto di quel che resta di speranza, per
noi italiani ed europei, di affrancarsi dalla presa del dominio occidentale.
*Enrico Galoppini, saggista e traduttore
dall'arabo, diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato
nell’ambito di progetti internazionali (ad es. in Yemen) ed ha insegnato per
alcuni anni Storia dei Paesi islamici presso le Università di Torino e di
Enna. È nel comitato di redazione della rivista di Studi geopolitici
“Eurasia” (www.eurasia-rivista.org). Particolarmente interessato agli
aspetti religioso e storico-politico del mondo arabo-islamico, alla storia
del colonialismo, all'attualità politica internazionale, ma anche ai viaggi
e a fenomeni di costume, collabora o ha collaborato a riviste e quotidiani
tra cui "LiMes", "Imperi", "Eurasia", "Levante", "La Porta d'Oriente", "Kervàn",
"Africana", "Meridione. Sud e Nord del mondo", "Diorama Letterario", "Italicum",
"Rinascita". Tra le sue pubblicazioni: "Il Fascismo e l'Islàm" (Edizioni
All'Insegna del Veltro, Parma 2001), Islamofobia (Edizioni All'Insegna del
Veltro, Parma 2008).
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli
IL CAPO DELLA RIVOLUZIONE
LIBERAL IN IRAN

Mousavi: un mostro che l’Occidente fa finta di non vedere di
Fabristol
FONTE:
http://www.giornalettismo.com/archives/29389/mousavi-il-ritratto-di-un-mostro-che-l%E2%80%99occidente-fa-finta-di-non-vedere/
Mentre
l’Occidente sta con il fiato sospeso sperando che la piazza rovesci
il regime iraniano, nessuno si rende conto che quella piazza è
aizzata da un candidato peggiore di Ahmadinejad.
È
curioso come l’opinione pubblica e i media dell’Occidente in questi
giorni si siano schierati a favore di Mousavi senza minimamente
essersi informati sul suo passato e soprattutto sulle sue idee
politiche attuali. Con questo articolo cercheremo di rispondere a
due domande: chi è Mousavi?; e, soprattutto, l’Iran sarebbe diverso
con Mousavi?
CHI È
MOUSAVI? – Mir-Hossein Mousavi Khameneh è stato il principale
candidato dell’opposizione nelle appena svolte elezioni iraniane.
All’interno del panorama politico iraniano è considerato un
riformatore. Il che per i canoni dell’occidente democratico rimane
comunque un conservatore di stampo fascista. Mousavi non arriva dal
nulla. Non è parte di un progetto rivoluzionario nato
nell’illegalità, nel sottosuolo della resistenza, fuori dai palazzi
del regime. Mousavi è stato parte del regime per quasi un decennio.
Fu infatti il Primo Ministro (la più alta carica in Iran prima della
riforma presidenziale) della Repubblica Islamica d’Iran dal 1981 al
1989. Fu prima ancora tra i rivoluzionari che nel 1979 seguirono
Khomeini nella sua rivoluzione culturale islamica e scacciarono lo
Shah. Fu quindi uno tra i fondatori del regime attuale. Come Primo
Ministro iraniano condusse la guerra contro l’Iraq in cui morirono
quasi un milione tra irakeni e iraniani. Fu durante il suo mandato
che il governo iraniano decise di mandare sul campo di battaglia
100.000 bambini per pulire i campi di mine, arruolandoli nel corpo
dei volontari Basij. Negli anni terribili del rapimento degli
americani all’ambasciata americana di Teheran nel 1979, Mousavi
dichiarò che quell’atto era necessario e faceva parte del “secondo
stadio della nostra rivoluzione”. Sotto il suo mandato vennero
uccisi per impiccagione migliaia di dissidenti politici, criminali,
donne fedifraghe e omosessuali. Altri vennero uccisi dai servizi
segreti e dai Pasdaran. È del 1988 invece la fatwa di Khomeini
contro lo scrittore Salman Rushdie, reo di aver scritto “Versetti
satanici”. Fondamentalisti in tutto il mondo si mobilitarono per
ucciderlo e diversi traduttori della sua opera furono assassinati o
feriti (incluso quello italiano). Mousavi appoggiò in pieno la
condanna a morte di Rushdie e si felicitò della mobilitazione
internazionale dei fedeli khomeinisti, definendo Rushdie “uno
strumento dei sionisti contro l’Islam”. Nello stesso anno Mousavi
dichiarò Israele un “tumore canceroso” da eliminare. L’anno prima
definì gli Stati Uniti d’America “il grande Satana”. Tutte frasi e
concetti ricorrenti nella retorica iraniana. Di fatto Mousavi fu il
fondatore della politica isolazionista e fondamentalista dell’Iran.
Negli anni ’80 fondò e finanziò il gruppo terroristico sciita
Hezbollah in Libano e fu accusato di essere tra i mandanti degli
atti di terrorismo internazionale di quegli anni, dalla Germania
all’Argentina. Fu anche l’architetto dietro il MOIS, i servizi
segreti iraniani, su modello del KGB sovietico, che in quegli anni
torturava e uccideva i dissidenti interni.
L’IRAN
SAREBBE DIVERSO CON MOUSAVI? – Per rispondere a questa domanda
bisogna capire quale sia la faccia che si nasconde dietro la
maschera di Mousavi e la sua pseudorivoluzione. È ormai assodato che
si tratti di Rafsanjani. E, allora, conviene chiedersi chi sia anche
Akbar Hashemi Rafsanjani. Fu Presidente della Repubblica alla fine
degli anni ’80, fa parte della casta clericale e del Consiglio degli
Esperti, il potentissimo organo di potere iraniano (secondo solo
alla Guida Suprema, l’Ayatollah). È considerato uno tra gli uomini
più ricchi del paese e la sua famiglia tiene in mano l’industria del
petrolio. Nel parlamento iraniano viene soprannominato “lo squalo”,
per la sua tenacia e i suoi modi duri. Ma, soprattutto, fu grande
amico di Mousavi negli anni della sua presidenza. Nei giorni scorsi
la folla di centinaia di migliaia di persone scese in piazza per
sostenere la vittoria di Ahmadinejad urlava il suo nome con rabbia,
stramaledicendolo. Tutti sanno che dietro le rivolte c’è lui.
Avversario storico dell’attuale ayatollah Khamenei (considerato
debole), molti pensano che stia progettando di prendere il suo
posto.
RIVOLUZIONE O RESA DEI CONTI? - Ma allora che sta succedendo in
Iran? In poche parole, trattasi non di rivoluzione, ma di resa dei
conti all’interno del regime degli ayatollah. Nei prossimi giorni
potrebbe anche diventare guerra civile. Altro non è che una lotta
per la supremazia all’interno del regime. Nessuno dei contendenti
mette in discussione il clero, le sue leggi e le sue guide e di
fatto nessuno mette in discussione il regime iraniano. Men che meno
il “riformatore” Mousavi, dipinto come un rivoluzionario, ma che
altro non è che un gerarca del regime in cerca di potere. Sulla
carta poi, tra Mousavi e Ahmadinejad, è il primo ad essere stato il
più sanguinario, integralista e di fatto “il più cattivo”.
Quest’uomo, che tutti in Occidente vedono come il buon salvatore, ha
sulla coscienza centinaia di migliaia di morti, mutilazioni,
torture, impiccagioni, sofferenze. È responsabile dell’odio contro
Israele, della fondazione di Hezbollah e di attentati terroristici
al’estero. Ahmadinejad in confronto pare un agnellino.
FONTE:
http://www.giornalettismo.com/archives/29389/mousavi-il-ritratto-di-un-mostro-che-l%E2%80%99occidente-fa-finta-di-non-vedere/
________________
IRAN: MOUSSAVI, NO A
RICONTEGGIO VOTI MA NUOVE ELEZIONI
AGI) - Teheran, 27 giu. -
Il leader dell'opposizione iraniana Mir Hossein Moussavi continua a
sfidare i vertici della Repubblica Islamica. L'ex premier non intende
partecipare alla commissione speciale istituita per verificare il
riconteggio del 10% delle schede, concesso dal Consiglio dei Guardiani,
e insiste nel chiedere l'annullamento delle presidenziali del 12 giugno
che hanno visto la riconferma di Mahmoud Ahmdinejad. Lo riferiscono
fonti vicine a Moussavi. Ieri il Consiglio per il Discernimento del
Sistema, chiamato a verificare la correttezza del voto, ha invitato i
candidati a collaborare. La commissione all'interno del Consgilio
"chiede a tutti i candidati di collaborare con il Consiglio dei
Guardiani e di sfruttare questa corretta opportunita' (per far valere i
propri diritti) inviando i loro documenti e le prove a loro disposizione
per un esame completo e preciso". Il Consiglio, nato come organo
consultivo della Guida Suprema, e' guidato dall'ex presidente Akbar
Hashemi Rafsanjani, sostenitore del leader dell'opposizione Mir Hossein
Moussavi.
sabato 27 giugno 2009
Domenico Losurdo
In Iran un tentativo
di colpo di Stato filo-imperialista
Non c'è dubbio che in questi giorni si è assistito a un tentativo di
colpo di Stato, fomentato e appoggiato dall'esterno. Ovviamente,
tentativi del genere possono aver chances di successo solo in presenza
di una consistente opposizione interna. E, tuttavia, la sostanza del
problema non cambia.
La tecnica dei colpi di Stato filo-imperialisti, camuffati
da«rivoluzioni colorate», segue ormai uno schema ben consolidato:
1) Alla vigilia delle elezioni o immediatamente dopo il loro svolgimento
una gigantesca potenza di fuoco multimediale, digitale e persino
telefonica bombarda ossessivamente la tesi secondo cui a vincere è stata
l'opposizione, che dunque viene spinta a scendere in piazza per
protestare contro i «brogli».
2) Il «colore» e le parole d'ordine delle manifestazioni sono state già
programmate da tempo; la «guerra psicologica» è stata già definita in
tutti i suoi dettagli per fare apparire l'opposizione filo-imperialista
come «pacifica» espressione della volontà popolare e per bollare come
intrinsecamente fraudolente e violente le forze di orientamento diverso
e contrapposto.
3) La rivendicazione è quella dell'annullamento delle elezioni e della
loro ripetizione. Non sarà ritenuto valido nessun risultato che nonsia
avallato dai giudici inappellabili che risiedono a Washington e a
Bruxelles. E comunque, la ripetizione della consultazione elettorale già
di per sé è destinata a produrre un rovesciamento del risultato
precedente. Il blocco politico-sociale che aveva espresso il vincitore
considerato illegittimo a Washington e a Bruxelles tende a sgretolarsi:
appare ora privo di senso opporsi ai padroni del mondo, che già con
l'annullamento delle elezioni hanno dimostrato la loro onnipotenza;
donchisciottesco risulta ora tentare di opporsi alla corrente
«irresistibile» della storia. Donchisciottesco e anchepericoloso: come
dimostra in particolare il caso di Gaza, un risultato elettorale non
gradito ai padroni del mondo spiana la stradaall'embargo, al blocco, ai
bombardamenti terroristici, alla morte per inedia o sotto il fosforo
bianco. Su versante opposto i «democratici» legittimati e benedetti da
Washington e da Bruxelles, oltre a disporre della strapotenza economica,
multimediale, digitale e telefonica dell'Occidente, saranno
ulteriormente caricati dalla sensazione di muoversi in consonanza con le
aspirazioni dei padroni del mondo e con la corrente «irresistibile»
della storia.
Alla luce di queste considerazioni evidente è la miseria intellettuale e
politica di buona parte della «sinistra» italiana. Essa non presta
nessuna attenzione ad esempio alla presa di posizione del presidente
brasiliano Lula: in base a quale principio l'Occidente può pretendere di
proclamare in modo inappellabile la legittimità delle elezioni in
Messico dell'anno scorso e l'illegittimità delle elezioni di due
settimane fa in Iran? Eppure anche nel primo caso il candidato sconfitto
denunciava brogli e nel far ciò dava voce a un sentimento largamente
diffuso nella popolazione, che infatti scendeva in piazza in
manifestazioni non meno massicce di quelle che si sono viste a Teheran.
Ed è da aggiungere che in Messico il margine di vantaggio del vincitore
era assai risicato, al contrario di quello che si è verificato in
Iran...
Rinvio a altra occasione l'analisi complessiva della rivoluzione e
situazione iraniana. Ma una cosa intanto è chiara. Nel suo conformismo,
una certa «sinistra» crede di difendere la causa della democrazia: in
realtà essa prende posizione a favore di un ordinamento internazionale
profondamente antidemocratico, nell'ambito del quale le potenze oggi
economicamente e militarmente più forti avanzano la pretesa di decidere
sovranamente della legittimità delle elezioni in ogni angolo del mondo,
nonché di condannare all'inferno dell'aggressione militare e dello
strangolamento economico quei popoli che esprimono preferenze elettorali
«sbagliate»: Gaza docet!
Domenico Losurdo
Pubblicato da Domenico Losurdo
http://domenicolosurdoiran.blogspot.com/2009/06/in-iran-un-tentativo-di-colpo-di-stato.html
Domenica 28 giugno 2009 7 28 /06 /2009 07:13 La “Rivoluzione Verde”: il
copione è stato riproposto; questa volta in Iran Il set
Colore: Verde
Slogan: “Dov’è il mio voto?”
Attori principali: Studenti e giovani delle classe media e alta,
dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale, nuove
tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS, Internet).
Attori secondari: Organizzazioni non governative (ONG)
internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Freedom House,
Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR),
Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC), Istituto
Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione Nazionale
dell’Intelligence USA per l’Iran.
Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato ufficiale, Mahmud
Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene una linea molto dura
contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano e gode di un
alto grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per gli
investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei voti; il
candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe medio-alta,
che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua elezione alla
presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”, frase che
stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei confronti
di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una
frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di intervenire;
gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe media e
alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma
provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e
immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte
ai media internazionali; dicono che il presidente eletto è un
“dittatore”.
Luogo: L’Iran, quarto produttore di petrolio nel mondo e il secondo
di riserve di gas naturale. In piena flagranza dell’embargo commerciale
imposto da Washington, la Cina ha firmato un accordo con l’Iran
nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di dollari, per
l’acquisto di gas naturale iraniano nei prossimi 25 anni. Negli ultimi
quattro anni, l’Iran ha stretto relazioni commerciali con i paesi
dell’America Latina, nonostante le minacce di Washington, e attualmente
sviluppa tecnologia nucleare a scopi pacifici.
Vi
suona familiare? Di certo suona familiare ai venezuelani e alle
venezuelane che da tre anni, senza ombra di dubbio, stanno vivendo in
questo scenario. Le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che cominciarono
in Serbia nell’anno 2000, con il rovesciamento e la demonizzazione di
Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la Georgia, l’Ucraina, il
Kirghiztan, il Libano, la Bielorussia, l’Indonesia e il Venezuela,
sempre con l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli
interessi di Washington con governi “più amichevoli”, sono adesso
arrivate in Iran. Il copione è identico. Un colore, un logotipo, uno
slogan, un gruppo di studenti e giovani di classe media, un processo
elettorale, un candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse
strategiche con un governo che non rispetta l’agenda dettata
dall’impero. Sono sempre le stesse ONG e agenzie straniere quelle che
appoggiano, finanziano e promuovono la strategia, fornendo contributi
finanziari e formazione strategica ai gruppi studenteschi perché
eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione colorata”, si
trovano anche l’USAID, il National Endowment for Democracy, Freedom
House, il Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento, il CANVAS
(ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto Repubblicano
Internazionale e l’Istituto Democratico Nazionale, per citarne alcuni.
Si
esamini questo testo, intitolato “Una guida non violenta per l’Iran”,
scritto dall’ex direttore dell’Istituto Albert Einstein, fondatore del
Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento (INCR) e presidente
di Freedom House, Peter Ackerman, e dal suo collega, coautore del libro
“Una forza più potente: un secolo di conflitto non violento” e direttore
dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in propaganda e cofondatore
dell’Istituto Arlington, insieme con l’ex direttore della CIA, James
Woolsey:
“Manifestazioni ripetute, guidate da studenti a Teheran, devono
accelerare a Washington il dibattito sull’Iran. Ci si sta ponendo due
domande? Le manifestazioni sono in grado di produrre un cambiamento di
regime? Che tipo di appoggio esterno servirebbe?
La
storia dei movimenti civili, come quello che attualmente si sta creando
in Iran, evidenzia che il riscaldamento della piazza non è sufficiente a
rovesciare un governo. Se l’aiuto degli Stati Uniti apporta
semplicemente più legna al fuoco e l’opposizione interna non lavora per
indebolire le fonti reali del potere del regime, non funzionerà.
La
lotta vittoriosa del movimento civile ha l’obiettivo di promuovere
l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi, del boicottaggio, della
disobbedienza civile ed altre tattiche non violente – oltre alle
proteste di massa -, allo scopo di indebolire e distruggere i pilastri
di sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran.
Gli
avvenimenti in Iran sono simili a quelli della Serbia appena prima che
il movimento diretto da studenti sconfiggesse Slobodan Milosevic. Il suo
regime si era alienato non solamente gli studenti, ma anche la
maggioranza della classe media… Anche la classe politica era divisa e
molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo l’opportunità,
l’opposizione si mobilitò per separare il regime dalle sue fonti di
potere…”
L’elemento maggiormente rivelatore di questo articolo non è solo l’ovvia
visione interventista che cerca di promuovere un colpo di stato in Iran,
ma il fatto che esso fu scritto il 22 luglio 2003, quasi sei anni fa
(vedere l’originale:
http://www.nonviolent-conflict.org/rscs_csmArticle.shtml). In questi sei
anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall, insieme ai soci, CANVAS a
Belgrado e l’Istituto Albert Einstein a Boston, ha lavorato per formare
e rendere efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe morbido
in Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom House e delle agenzie
del Dipartimento di Stato. Non è casuale che CANVAS, composto dai leader
del gruppo OTPOR della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche
tempo cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi e in arabo. Una
delle pubblicazioni principali, realizzata con il finanziamento del
Dipartimento di Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della
Pace, dal titolo “La lotta non violenta: i 50 punti critici”, è
considerata come “un manuale di perfezionamento della lotta strategica
non violenta, che offra una molteplicità di informazioni pratiche…” E’
un libro elettronico diretto a un pubblico giovanile, come evidenzia una
grafica, un disegno e un linguaggio per i giovani. Scritto originalmente
in serbo, nel corso dell’ultimo anno è stato tradotto in inglese,
spagnolo, francese, arabo e farsi (la lingua parlata in Iran). La
versione in farsi: http://www.canvasopedia.org/files/various/50CP_Farsi.pdf.
Questo libro è una versione moderna, con un disegno più attraente per la
gioventù, del libro originale scritto dal guru della lotta “civile” per
il cambiamento di regimi non favorevoli a Washington: Gene Sharp. Il suo
libro, “Sconfiggendo un dittatore”, che si è tradotto anche in un film
prodotto da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato in tutte le
rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in Venezuela, ed è
considerato dai movimenti studenteschi come la propria “bibbia”.
L’introduzione del libro di CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che
applica l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le tecniche
presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto successo in molti luoghi
del mondo… Questo libro contiene lezioni apprese attraverso diverse
lunghe e difficili lotte non violente contro regimi non democratici e
oppositori delle libertà umane fondamentali… Gli autori sperano e
credono che comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi aiuterà
a rendere più operativa l’azione strategica non violenta, affinché
possiate recuperare i vostri diritti, superiate la repressione,
resistiate all’occupazione, realizziate la democrazia e stabiliate la
giustizia nella vostra terra; impedendo che questo secolo sia un’altra
“Era degli estremi”.
Ovviamente non è una coincidenza che il libro sia uscito in farsi e in
arabo proprio qualche mese prima delle elezioni presidenziali dell’Iran,
dal momento che queste organizzazioni avevano già cominciato a lavorare
con l’opposizione iraniana per preparare lo scenario del conflitto. E
ora, veniamo al contenuto e agli obiettivi di questo libro, che ora
vengono perseguiti all’interno del territorio iraniano. (E’ pure
interessante segnalare che l’edizione spagnola uscì proprio prima del
referendum costituzionale in Venezuela e che la traduzione fu realizzata
da un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza in Azione”
(NOVA). Un paese in cui ha soggiornato lungamente l’ex dirigente
studentesco venezuelano Yon Goicochea, che ha ricevuto addestramento e
finanziamento da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).
Inoltre, la grande agenzia di destabilizzazione, National Endowment for
Democracy (NED), ha anch’essa lavorato attivamente per destabilizzare la
rivoluzione iraniana ed imporre un regime favorevole agli interessi di
Washington. Dopo le elezioni presidenziali in Iran nell’anno 2005,
l’allora segretaria di Stato Condoleeza Rice annunciò la creazione di un
nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85
milioni di dollari approvato dal Congresso statunitense. Gran parte di
questo denaro fu dirottato verso il lavoro della NED e di Freedom House,
che già stavano finanziando alcuni gruppi all’interno e all’esterno
dell’Iran, i quali operavano diffondendo informazioni sugli abusi dei
diritti umani in Iran, e la formazione di giornalisti “indipendenti”.
Organizzazioni come l’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) hanno
ricevuto finanziamenti della NED fin dal 1991 per promuovere la
pubblicazione di una rivista politica che contribuiva alla costruzione
di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un Iran Democratico (FDI),
con base negli Stati Uniti, è stata uno dei principali recettori dei
fondi della NED. Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei diritti
umani, principalmente per presentare il governo iraniano come violatore
dei diritti dei suoi cittadini. Questa organizzazione è strettamente
legata agli istituti dell’ultradestra negli Stati Uniti, come l’American
Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che
hanno fatto pressione per le guerre in Medio Oriente*.
La
NED ha anche finanziato gruppi come la Fondazione Abdurrahman Boroumand
(ABF), una ONG che presumibilmente promuove diritti umani e democrazia
in Iran. Questa organizzazione si è incaricata di creare pagine web e
biblioteche elettroniche sui diritti umani e la democrazia. Nel 2003,
ABF ricevette un fondo di 150.000 dollari per un progetto dal titolo “La
transizione alla democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF ottenne 140.000
dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche dall’inizio
della rivoluzione iraniana nel 1979, promuovere la democrazia e i
diritti umani tra i cittadini e rafforzare la capacità organizzativa
della società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un consigliere per
le comunicazioni e a condurre campagne mediatiche”.
Quantità di denaro non rivelate pubblicamente dalla NED sono state
concesse a diverse ONG tra il 2007 e il 2009, per costruire un appoggio
internazionale alle ONG e agli attivisti dei diritti umani nazionali…
favorire la società civile iraniana e i rappresentanti dei mezzi di
comunicazione a relazionarsi e a comunicare con la comunità
internazionale…”
Inoltre, i gruppi più importanti della NED, come il Centro Americano di
Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela ha sostenuto il
sindacato golpista dell’opposizione, la Confederazione dei Lavoratori
Venezuelani (CTV), ha finanziato e consigliato il “movimento operaio
indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto Repubblicano
Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi dalla NED per “legare attivisti
politici in Iran a riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro
capacità di comunicazione e organizzazione”. Si tratta delle stesse
attività e delle stesse agenzie di Washington che conducono le azioni di
ingerenza in Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui
attualmente gli Stati Uniti cercano di promuovere un cambiamento del
governo con un altro più favorevole ai loro interessi.
Anche
la manipolazione mediatica su ciò che avviene attualmente in Iran segue
un proprio copione. In Venezuela, quando il presidente Chavez vinse le
elezioni presidenziali nel 2006 con il 64% dei voti e più del 75% di
partecipazione popolare, l’opposizione gridò alla frode (come in
generale è abituata a fare in tutti i processi elettorali che perde) e
ricevette copertura mediatica allo scopo di formulare e promuovere le
sue denunce, nonostante non presentasse nessuna prova che desse
fondamento alle accuse. Tale presenza mediatica viene attivata
semplicemente per continuare a promuovere correnti di opinione che
pretendono di demonizzare il presidente Chavez, definendolo un
dittatore, e di gettare discredito sul governo venezuelano, per poi
giustificare qualsiasi intervento straniero.
Nel
caso dell’Iran, in questo momento vediamo titoli come “Proteste in
Europa contro il voto in Iran” (AP), “Khamenei v. Musavi” (Atantic
Online), “Grande manifestazione di lutto a Teheran” (Reuters), “Una
nuova inchiesta indica la frode” (Washington Post), “Biden esprime
“dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009), e “Analisti rivedono
i risultati “ambigui” in Iran” (CNN, 16/06/2009). I titoli generano
l’impressione di una possibile frode elettorale in Iran, giustificando
di conseguenza le proteste violente dell’opposizione, sebbene
Ahmadinejad abbia vinto con un risultato impressionante, il 63% dei
voti, dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama negli Stati
Uniti lo scorso mese di novembre. Per spiegare la reazione mediatica,
secondo l’ex ufficiale della CIA incaricato della regione del Medio
Oriente, Robert Baer, “la maggior parte delle manifestazioni e delle
proteste che trovano spazio nelle notizie sono ubicate nella zona nord
di Teheran… Si tratta, principalmente, di settori dove vive la classe
media liberale iraniana. Sono anche settori in cui, senza dubbio, si è
votato per Mir Hossein Mussavi, il rivale del presidente Mahmud
Ahmadinejad, il quale ora denuncia la frode elettorale. Ma non abbiamo
ancora visto immagini del sud di Teheran, dove vivono i poveri… Per
molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran attraverso lo
specchio della classe media liberale iraniana – una comunità che ha
accesso a Internet e alla musica statunitense, che ha maggiori
possibilità di parlare con la stampa occidentale e che dispone di denaro
per comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma rappresenta davvero
l’Iran?”
Baer,
in un articolo pubblicato nella rivista Time, afferma che una dei pochi
sondaggi affidabili, elaborati da analisti occidentali negli ultimi
giorni della campagna elettorale, dava la vittoria ad Ahmadinejad – con
percentuali ancora più alte del 63% che ha ottenuto… Il sondaggio è
stato effettuato in tutto l’Iran e non solo nelle zone della classe
media”.
Eva
Golinger
20
giugno 2009 http://classeoperaia.it.over-blog.it/article-33184581.html
Da L'Ernesto:
La
sinistra e l'Iran -
un articolo di Fosco Giannini e Mauro Gemma, su La Rinascita della
Sinistra, settimanale del PdCI
Anche se non ne condividiamo l’impianto dichiaratamente
filo-occidentale, invitiamo alla lettura di questo commento editoriale
di Barbara Spinelli (La Stampa, 28 giugno 2009) che fornisce alcuni
utili criteri interpretativi per capire la natura dello scontro politico
e sociale che si svolge oggi in Iran, al di là di luoghi comuni
superficiali e manichei – diffusi malauguratamente anche a sinistra –
che impediscono di comprendere la diversa natura delle forze in campo e
dei rispettivi riferimenti internazionali.
Quali
sono le forze che si scontrano in Iran?
Iran: Chavez sostiene Ahmadinejad
(ASCA-AFP) - Caracas, 17 giu - Come previsto il leader del Venezuela,
Hugo Chavez, ha dato il suo sostegno al presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad dopo la sua vittoria elettorale definendo le proteste in
atto a Teheran come la parte di una ''campagna diffamante'' sostenuta
dai Paesi stranieri. Il Venezuela ''esprime la propria ferma opposizione
alla terribile e ingiustificata campagna'' condotta ''dall'esterno'', ha
spiegato una nota dal ministero degli Esteri. Gli attacchi cercano di
''infiammare il clima politico'', ha affermato il ministero. Poco dopo
il risultato elettorale, Chavez ha telefonato all'omologo iraniano
felicitandosi per la sua vittoria. ''E' una vittoria grande e importante
per i popoli che lottano per un mondo migliore'', aveva affermato Chavez
al telefono.
Lula: Regolari le elezioni in Iran
Il Presidente brasiliano Lula da Silva ha riconosciuto la validità del
risultato delle elezioni tenutesi in Iran, dove Ahmedinejad è stato
rieletto con ampio margine. Lula ha fatto il paragone con le
controversie sorte nel 2006 dopo le elezioni presidenziali in Messico, e
quelle degli Stati Uniti dove si "affermò" G.W.Bush.
Dal Kazakistan, dove si trova in visita ufficiale, Lula sostiene che è
impossibile manipolare un risultato elettorale dove il vincitore ha
ottenuto più del 60% dei voti. "Credo che è impossibile per chiunque
manipolare più del 30% dei suffragi. Impossibile in Iran e altrove".
Ahmedinejad ha vinto, "...mi piacerebbe che mi spiegassero alcune cose.
Non molto tempo fa, in Messico si tennero elezioni presidenziali e la
differenza fu dell'1%", ricordò Lula. Eppure i Paesi che oggi sono in
prima fila a protestare, ignorarono gli argomenti del candidato
oppositore López Obrador e riconobbero la vittoria di Calderón.
Lula ha sottolinento che il Presidente dell'Iran "..ha ottenuto una gran
vittoria, è bene aspettare che diminuiscano le tensioni, però non è la
prima volta che un oppositore che perde protesta con tanta veemenza".
Il popolo iraniano deve poter decidere in modo sovrano delle proprie
questioni
Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)
denuncia i tentativi
di Europa e Stati Uniti di interferire negli affari interni iraniani
Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) denuncia i
tentativi di Europa e Stati Uniti di interferire negli affari interni
iraniani dopo le elezioni nel Paese, chiede la cessazione dei suddetti
tentativi e il diritto per il popolo iraniano di determinare le proprie
questioni e gestire le differenze interne senza dover subire nessuna
influenza esterna da parte di alcuno.
La dichiarazione del Fronte chiede la cessazione immediata di questi
interventi, e finiscano i tentativi di indebolire il governo iraniano e
minare la sicurezza e la stabilità del popolo iraniano e di tutta la
regione. L’FPLP ha espresso la sua solida fiducia nell’abilità del
popolo iraniano, dei suoi leader e delle forze politiche e sociali a
gestire le proprie questioni attraverso mezzi pacifici.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)
Fonte:
http://www.pflp.ps/english/
La
“Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto, questa volta in Iran
di Eva Golinger
Eva Golinger è molto vicina al presidente Chavez, è una delle più
prestigiose e coraggiose sostenitrici della causa della rivoluzione
bolivariana.
In
Iran un tentativo di colpo di stato filo-imperialista di
Domenico Losurdo
Perché
la borghesia iraniana è diventata verde dalla rabbia?
di Spartaco Puttini
Ma
Ahmadinejad ha ragione: l’Iran della povera gente è con lui
di Massimo Fini su "il Sole 24 Ore"
http://www.fgciroma.it/index.php/2009/07/06/ma-ahmadinejad-ha-ragione-l%E2%80%99iran-della-povera-gente-e-con-lui/
Vi invitiamo infine a leggere questo articolo apparso sul n. 83
della rivista francese “Recherches Internationales” col titolo “Mettre
en deroute l’islam politique et l’imperialisme” e tradotto dal compagno
Sergio Ricaldone che, pur non essendo condivisibile in ogni suo aspetto,
è molto documentato ed interessante.
Sconfiggere
l’Islam politico e l’imperialismo
di Samir Amin (Presidente del Forum Mondiale delle Alternative)
----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: barbara spinelli
Sent: Monday, July 20, 2009 10:19 AM
Subject: la militarizzazione dell'Iran
Cara Dott.ssa Spinelli,
Lei scrive una bellissima prosa ricca di riferimenti culturali.
Spesso si ha il piacere, leggendola, di fare una lettura colta,
informata, stimolante.
Quando questa bella scrittura è applicata alla dimostrazione di una
falsa verità, cioè di una menzogna, è doppiamente riprovevole. E'
preferibile la prosa ruvida ed aggressiva di quanti apertamente vogliono
e preparano un'altra apocalisse per l'Iran, l'apocalisse per la quale
sommergibili israeliani con la complicità dell'Egitto, (il cui regime
anche Lei si guarda bene dall'analizzare con lo stesso microscopio che
usa per l'Iran),hanno attraversato lo stretto di Suez e si sono
piazzati, magari con microbombe nucleari, alle spalle dell'Iran.
Forze navali israeliane, con l'assistenza europea e statunitense, da
molti mesi si esercitano al largo di Gibilterra in vista appunto di una
aggressione all'Iran.
Lei fa discendere le involuzioni del regime iraniano verso il
nazionalismo ed il militarismo da dinamiche interne, come se quanto
accade in Iran possa prescindere e non dipenda dalla situazione di
accerchiamento internazionale e di isolamento in cui è costretto da
anni dall'Occidente. Si potrebbe salvare da ciò se tornasse ad essere
come lo Scia il guardiano feroce e sanguinario degli interessi
occidentali nell'area e se
collaborasse militarmente con gli Usa in Afghanistan. Mousavi e
Rafsanjani sono i grimaldelli per distruggere
l'autonomia dell'Iran e farne quello che Abu Mazen ha fatto della
Gisgiordania, una nazione non "canaglia" ma
serva di un padrone che si fa rappresentare in loco dalla enorme e
minacciosa potenza atomica israeliana.
Non ho dubbi che l'anelito di libertà e di democrazia dei giovani
iraniani sia oggi strumentalizzato alla causa della ennesima
rivoluzione colorata attentamente studiata da Gene Sharp e di già
applicata con successo in tanti posti di grande interesse strategico per
gli Usa come la Georgia, la Bielorussia, l'Ucraina........
La responsabilità dell'indurimento del regime iraniano è
dell'Occidente e delle sue politiche di strangolamento di ogni
opposizione ad una omologazione sottomessa. Tutti i popoli che si sono
dati regimi ideologicamente diversi dal capitalismo hanno subito la
stessa tragica sorte. Dalla Russia di Lenin a Cuba di Fidel Castro. Non
sappiamo se i comunismi sarebbero stati dittature senza l'accerchiamento
delle diverse "guardie bianche". Forse non lo sapremo mai. Di
certo,sotto la spada di Damocle dell'invasione e della distruzione non
prospera la libertà e con essa la democrazia.
La situazione iraniana è assai pericolosa dal momento che
l'Occidente ha spaccato il gruppo dirigente della Rivoluzione ed ha
assoldato un'ala peteinista che è assai potente e può darsi che riesca
a rovesciare Ahmanidjed ed ad aprirsi alle pretese imperiali degli Usa e
del suo pretoriano Israele. In questo caso la popolazione di Gaza
continuerà a soffrire la fame e la sete e la prigionia fino alla sua
estinzione fisica e magari il Libano, appena qualcuno avrà finito di
ricostruirlo, sarà ridotto in macerie per la terza volta. Il destino
dell'Iran sarà segnato da governi del genere di quelli che gli americani
puntellano con le spade in Irak ed Afganistan.
Che cosa avranno i giovani iraniani dalla vittoria del movimento in
corso?
Pietro Ancona
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=162&ID_sezione=55&sezione=
Liberazione
Obama: «Dietro l'attentato di Natale c'è la mano yemenita di al Qaeda»
Barack Obama ha scelto di rompere gli indugi e di puntare il dito sullo
Yemen per indicare i responsabili dell'attentato fallito contro il volo
Delta-Northwest. Per il presidente statunitense non ci sono dubbi: dietro
l'opera del giovane nigeriano che il giorno di Natale voleva farsi esplodere
sull'aereo in viaggio da Amsterdam a Detroit c'è la testa yemenita di al
Qaeda. «Sappiamo che quest'uomo è stato nello Yemen, un paese che deve
lottare contro una povertà devastante e una guerriglia micidiale» ha detto
Obama riferendosi al nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab. «Sembra» ha
aggiunto, «che si sia unito a un gruppo legato ad al Qaeda, e che questo
gruppo lo abbia addestrato e mandato a colpire quell'aereo». Non è la prima
volta che i terroristi nascosti in Yemen attaccano gli Usa: «Negli anni
scorsi hanno bombardato edifici governativi yemeniti, alberghi occidentali,
ambasciate, compresa la nostra, nel 2008, provocando la morte di uno
statunitense». Obama ha assicurato che Al Qaeda nella penisola araba pagherà
per l'attacco: gli Usa sono «in guerra con una diffusa rete di violenza e di
odio». Frasi che preannunciano un cambio di strategia da definire per la
regione. Obama ha difeso gli sforzi della sua amministrazione. Oggi
l'entourage del presidente sta cercando di far luce sul buco informativo che
ha consentito ad Abdulmutallab di imbarcarsi. Obama è in attesa di
informazioni che completino le notizie contenute nel rapporto preliminare
sulla revisione dei controlli nelle procedure di imbarco e nella creazione
di una «lista di attenzione». Dalle Hawaii, dove è in vacanza, il presidente
aveva chiesto uno studio immediato dei «fallimenti umani e sistemici» che
hanno dato al 23enne Abdulmutallab la possibilità di salire sul volo
Delta-Northwest. «L'indagine va avanti e abbiamo saputo di più sul
sospettato» ha aggiunto Obama, che nel suo messaggio radio si è difeso dagli
attacchi della destra repubblicana, secondo cui non è stato fatto abbastanza
per impedire il fallito attentato. Il presidente ha posto in evidenza il
ritiro programmato dall'Iraq, la nuova strategia in Afghanistan e il
rafforzamento dei rapporti con lo Yemen, dove gli Usa già addestrano ed
equipaggiano le forze di sicurezza locali, condividendo informazioni di
intelligence per colpire al Qaeda. L'anno scorso per interventi nel paese
arabo gli Usa hanno speso nel programma antiterrorismo 67 milioni di
dollari. Solo il Pakistan, con 112 milioni, ha avuto di più. Soldi ben
spesi, per Obama. Il presidente ha convocato per il prossimo martedì i capi
dell'intelligence in una riunione alla Casa Bianca. «Al Qaeda, le
organizzazioni che le sono affiliate e i singoli kamikaze hanno esaminato le
nostre misure di difesa e stanno progettando attacchi per superarle» ha
aggiunto, «questi attacchi saranno più difficili da scoprire, interpretare e
fermare». In vista della riunione, il presidente si è tenuto in contatto con
il capo di gabinetto del Consiglio di sicurezza nazionale, Dennis McDonough,
e con il consigliere per l'antiterrorismo, John Brennan. Molto, ha
sottolineato Obama, è stato fatto, anche nello Yemen, un paese amico nella
lotta al terrorismo e ai gruppi estremisti: «Chiunque sia coinvolto
nell'atto di terrorismo di Natale è avvertito: la pagherà». Il presidente ha
anche ricordato quanto disse nel giorno del suo insediamento, quasi un anno
fa: «faremo ciò che sarà necessario per sconfiggere questa rete di odio e di
violenza, difenderemo il nostro Paese e ci terremo saldi a quei valori che
hanno sempre distinto l'America». r.es.
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Yemen, la nuova-vecchia frontiera
dell’internazionale qaedista Martino Mazzonis Una striscia di deserto
con un’economia di semi-sussistenza in fondo alla penisola araba. Il Paese
di origine del padre di Osama bin Laden e uno dei centri di reclutamento dei
jihadisti stranieri che si precipitarono in Afghanistan a combattere contro
l’invasione sovietica. E poi il porto di Aden è il luogo in cui era
ormeggiata la USS Cole quando venne colpita da un’imbarcazione che ne
sfasciò la fiancata e uccise 17 marinai - quacuno ricorda Syriana, il film
con George Clooney? La presenza di al Qaeda in Yemen non è dunque una
sorpresa per nessuno. Non è il passaggio di Umar Farouk Abdulmutallab per il
Paese prima di imbarcarsi con le mutande esplosive a svelarcelo. Lo stesso
generale Usa Petraeus ne ha parlato più volte nei mesi passati. Ci sono
radici storiche, elementi recenti e alcune caratteristiche simili alla
situazione afghana o somala che rendono relativamente facile la possibilità
di organizzare delle basi senza essere troppo infastiditi dalle autorità
locali. Ad esempio un rivolta nel nord e un tentativo di secessione nel sud
e una crisi economica galoppante. Oppure vaste aree tribali nelle quali
l’autorità del governo è relativa. Negli ultimi mesi non sono mancati
neppure segnali di una ripresa - o di un rilancio - delle attività
terroristiche. La rete originaria era stata colpita duramente dopo il 2001,
quando la crociata di George W. Bush, sporca e disumana fin che si vuole,
era diretta contro il nemico vero. Poi sono venute le armi di distruzione di
massa in Iraq e al Qaeda è passata in second’ordine. E si è riorganizzata.
Le cellula yemenita e saudita di al Qaeda si sono fuse in un’organizzazione
regionale guidata da Nesser al Walhishi e dall’ex detenuto a Guantanamo
Saeed al Shihiri. La loro rete ha basi solide nelle province montagnose e
isolate di Marif e Jouf. Come per la branca maghrebina, quella yemenita-
saudita è un’organizzazione regionale e le sue attività nei mesi passati
indicano un passaggio da un modus operandi nazionale e di relativo basso
profilo, a un ritorno al pensare in grande. Negli ultimi mesi diversi memri
dell’anti-terrorismo sono stati uccisi, diversi europei rapiti, un gruppo di
turisti sudcoreani attaccati da un’autobomba. Le autorità saudite, dal canto
loro, hanno scoperto di recente un tentativo di contrabbandare diverse
decine di cinture da kamikaze. Lo scorso agosto, poi, un kamikaze 23enne,
riuscì a salire a bordo del capo della sicurezza nazionale saudita, il
principe Mohammed bin Nayef, promettendo di avere rivelazioni da fare. Il
giovane si è ucciso, sembra, riuscendo a ferire lievemente il principe. In
Yemen si nasconde, predica e si collega ad internet anche il predicatore
americano-yemenita Anwar al- Awlaqi che nei mesi precedenti il massacro di
Fort Hood si era scritto a lungo con il maggiore Nidal Malik Hasan, che poi
ha ucciso 13 persone nella base. La punta della penisola araba, a un passo
dalla Somalia senza tregua e altro luogo di mille traffici è insomma la
nuova zona franca di rifugio del terrorismo qaedista. Molte fonti indicano
che con l’intensificarsi delle operazioni dell’esercito pakistano nelle aree
tribali di confine con l’Afghanistan, decine di combattenti stranieri hanno
lasciato il Paese per la nuova destinazione. La tragica crisi economica in
cui versa lo Yemen non aiuta il governo ad avere una sua politica. E questo
non è un bene.
..........................
| Dieci anni dopo, al Qaeda c'è |
|
|
Al Qaeda (o il suo marchio utilizzabile da chi
creda) torna ad essere visibile e attiva in ogni sua espressione. Si
chiude un decennio che ha visto emergere la vilenza fondamentalista
nei Paesi musulmani così come tra i giovani ideologizzati immigrati
di seconda generazione. Ieri a Copenaghen un giovane di orignie
somala ha tentato di uccidere il vignettista Wettergaard, l'autore
della vignette che ritraevano Maometto. Il ragazzo, collegato in
qualche forma alle milizie qaediste somale è stato ferito e
arrestato. Dall'altra parte dello mare, in Yemen, era passato Umar
Farouk Abdulmutallab, il giovane nigeriano che ha fallito
l'attentato di Natale. E nello Yemen, dove la rete ispirata da Osama
bin Laden si è riorganizzata predica e si nasconde Anwar al Awlaqi,
che ha ispirato il massacro di Fort Hood. Ieri Obama ha promesso di
colpire duro al Qaeda nel Paese e convocato una riunione degli
eserti per martedì.
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Pubblichiamo di seguito l’articolo denuncia di Vattimo e Losurdo,
da cui abbiamo appreso la notizia dell’appello manipolatorio:
Iran, un appello che alimenta il fuoco di guerra
Il manifesto di sabato 6 febbraio ha pubblicato un Appello «Per
la libertà di espressione e la fine della violenza in Iran». A
firmarlo, assieme a intellettuali inclini a legittimare o a
giustificare tutte le guerre e gli atti di guerra (blocchi e
embarghi) scatenate e messi in atto dagli Usa e da Israele, ce ne
sono altri che in più occasioni, invece, hanno partecipato
attivamente alla lotta per la pace e per la fine dell'interminabile
martirio imposto al popolo palestinese. Purtroppo a dare il tono
all'Appello sono i primi:
1) Sin dall'inizio si parla di «risultati falsificati
dell'elezione presidenziale del 12 giugno 2009» e di «frode
elettorale». A mettere in dubbio o a ridicolizzare questa accusa è
stato fra gli altri il presidente brasiliano Lula. Perché mai
dovremmo prestar fede a coloro che regolarmente, alla vigilia di
ogni aggressione militare, fanno ricorso a falsificazioni e
manipolazioni di ogni genere? Chi non ricorda le «prove» esibite da
Colin Powell e Tony Blair sulle armi di distruzione di massa
(chimiche e nucleari) possedute da Saddam Hussein?
2) L'Appello prosegue contrapponendo la violenza del regime
iraniano alla «non-violenza» degli oppositori. In realtà vittime si
annoverano anche tra le forze di polizia. Ma è soprattutto grave
un'altra rimozione: da molti anni l'Iran è il bersaglio di attentati
terroristici compiuti sia da certi movimenti di opposizione sia dai
servizi segreti statunitensi e israeliani.
Per quanto riguarda questi ultimi attentati, ecco cosa scriveva
G. Olimpio sul Corriere della Sera già nel 2003 (7 ottobre): «In
perfetta identità di vedute con Washington», i servizi segreti
israeliani hanno il compito di «eliminare», assieme ai «capi dei
gruppi palestinesi ovunque si trovino», anche gli «scienziati
iraniani impegnati nel progetto per la Bomba» e persino coloro che
in altri Paesi sono «sospettati di collaborare con l'Iran».
3) L'Appello si sofferma con forza sulla brutalità della
repressione in atto in Iran, ma non dice nulla sul fatto che questo
paese è sotto la minaccia non solo di aggressione militare, ma di
un'aggressione militare che è pronta ad assumere le forme più
barbare: sul Corriere della Sera del 20 luglio 2008 un illustre
storico israeliano (B. Morris) evocava tranquillamente la
prospettiva di «un'azione nucleare preventiva da parte di Israele»
contro l'Iran. In quale mondo vivono i firmatari dell'Appello:
possibile che non abbiano letto negli stessi classici della
tradizione liberale (Madison, Hamilton ecc.) che la guerra e la
minaccia di guerra costituiscono il più grave ostacolo alla libertà?
Mentre non è stupefacente che a firmare (o a promuovere) l'Appello
siano gli ideologi delle guerre scatenate da Washington e Tel Aviv,
farebbero bene a riflettere i firmatari di diverso orientamento:
l'etica della responsabilità impone a tutti di non contribuire ad
alimentare il fuoco di una guerra che minaccia il popolo iraniano
nel suo complesso e che, nelle intenzioni di certi suoi promotori,
non deve esitare all'occorrenza a far ricorso all'arma nucleare.
Domenico Losurdo e Gianni Vattimo Fonte: www.ilmanifesto.it
9.02.2010
E chiamiamo tutti i cittadini, tutte le coscienze deste a
respingere con tutte le loro forze ogni istigazione ed incitamento
alla guerra.
Non chiedamo ai nostri Lettori di dare il loro nome per un
Controappello per la pace, alimentando una contrapposizione fra
“interventisti” e “pacifisti” che non intendiamo esasperare.
Chiediamo però di aderire alla costituzione di un Comitato europeo
per la difesa della libertà di pensiero, in primo luogo nella stessa
Europa, che pretende di insegnare ad altri, nella specie all’Iran,
cosa sia libertà di pensiero e democrazia. Possono inviare il loro
nome, cognome, qualifica è ogni altro dato utile all’indirizzo email:
comitatoeuropeo@gmail.com. I loro dati saranno strettamente
riservati e verranno utilizzati solo per le finalità associative.
CIVIUM LIBERTAS
Iconografia: – Le foto, eccetto il ritratto di Ahamadinejad,
raffigurano tutte l’Università islamica di Gaza, prima e dopo
”Piombo Fuso”: vera rappresentazione dello spirito “accademico”
israeliano, per non parlare degli immensi ed incalcolabili danni
irreparabili compiuti in Iraq, sede storica della cultura babibonese,
luogo di nascita della scrittura. Video: – Cosa pensa il popolo
iraniano dei teppisti verdi.
Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30554
|
IRAN, UN APPELLO CHE ALIMENTA IL FUOCO
DI GUERRA
vedi in calce all'appello il commento
di Fulvio Grimaldi
DI
DOMENICO LOSURDO E GIANNI VATTIMO
Il manifesto 9.02.2010
Il manifesto di sabato 6 febbraio ha pubblicato un Appello
«Per la libertà di espressione e
la fine della violenza in Iran» . A firmarlo,
assieme a intellettuali inclini a legittimare o a
giustificare tutte le guerre e gli atti di guerra (blocchi e
embarghi) scatenate e messi in atto dagli Usa e da Israele,
ce ne sono altri che in più occasioni, invece, hanno
partecipato attivamente alla lotta per la pace e per la fine
dell'interminabile martirio imposto al popolo palestinese.
Purtroppo a dare il tono all'Appello sono i primi:
1) Sin dall'inizio si parla di «risultati falsificati
dell'elezione presidenziale del 12 giugno 2009» e di «frode
elettorale». A mettere in dubbio o a ridicolizzare questa
accusa è stato fra gli altri il presidente brasiliano Lula.
Perché mai dovremmo prestar fede a coloro che regolarmente,
alla vigilia di ogni aggressione militare, fanno ricorso a
falsificazioni e manipolazioni di ogni genere? Chi non
ricorda le «prove» esibite da Colin Powell e Tony Blair
sulle armi di distruzione di massa (chimiche e nucleari)
possedute da Saddam Hussein?
2) L'Appello prosegue contrapponendo la violenza del regime
iraniano alla «non-violenza» degli oppositori. In realtà
vittime si annoverano anche tra le forze di polizia. Ma è
soprattutto grave un'altra rimozione: da molti anni l'Iran è
il bersaglio di attentati terroristici compiuti sia da certi
movimenti di opposizione sia dai servizi segreti
statunitensi e israeliani.
Per quanto riguarda questi ultimi attentati, ecco cosa
scriveva G. Olimpio sul Corriere della Sera già nel 2003 (7
ottobre): «In perfetta identità di vedute con Washington», i
servizi segreti israeliani hanno il compito di «eliminare»,
assieme ai «capi dei gruppi palestinesi ovunque si trovino»,
anche gli «scienziati iraniani impegnati nel progetto per la
Bomba» e persino coloro che in altri Paesi sono «sospettati
di collaborare con l'Iran».
3) L'Appello si sofferma con forza sulla brutalità della
repressione in atto in Iran, ma non dice nulla sul fatto che
questo paese è sotto la minaccia non solo di aggressione
militare, ma di un'aggressione militare che è pronta ad
assumere le forme più barbare: sul Corriere della Sera del
20 luglio 2008 un illustre storico israeliano (B. Morris)
evocava tranquillamente la prospettiva di «un'azione
nucleare preventiva da parte di Israele» contro l'Iran. In
quale mondo vivono i firmatari dell'Appello: possibile che
non abbiano letto negli stessi classici della tradizione
liberale (Madison, Hamilton ecc.) che la guerra e la
minaccia di guerra costituiscono il più grave ostacolo alla
libertà? Mentre non è stupefacente che a firmare (o a
promuovere) l'Appello siano gli ideologi delle guerre
scatenate da Washington e Tel Aviv, farebbero bene a
riflettere i firmatari di diverso orientamento: l'etica
della responsabilità impone a tutti di non contribuire ad
alimentare il fuoco di una guerra che minaccia il popolo
iraniano nel suo complesso e che, nelle intenzioni di certi
suoi promotori, non deve esitare all'occorrenza a far
ricorso all'arma nucleare.
Domenico Losurdo e Gianni Vattimo
Fonte: www.ilmanifesto.it
9.02.2010
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6752
Fulvio
Grimaldi mercoledì 10 febbraio 2010 IRAN:
UNA LEZIONE AGLI UTILI IDIOTI
Quando i dirigenti diventano
più stupidi dei sottoposti, si va verso la catastrofe .
(Antonio Gramsci) Ogni volta che ti ritrovi dalla parte
della maggioranza, è tempo di fermarsi e riflettere (Mark
Twain)
Rubo un’altra volta, ma rubo
ai ricchi di intelligenza per dare ai poveri di conoscenza.
Dunque, qui sotto troverete un appello di Domenico Losurdo e
Gianni Vattimo, due delle migliori teste che la nostra
disastrata sinistra possa vantare, contro i furbi e i fessi
che si precipitano a firmare il solito appello “umanitario”
spurgato dalle viscere Cia-Mossad del’impero. Stavolta si
tratta dell’Iran e quella di Losurdo e Vattimo è
un’eccellente risposta – che mi permetto di integrare con
poche considerazioni – non tanto ai furbi, che sanno quello
che fanno e sanno altrettanto bene che i due compagni hanno
perfettamente ragione, ma ai fessi che insistono a
ingurgitare la psyop (“operazione psicologica” secondo i
manuali Cia) “rivoluzione verde” come fosse una lattina di
Coca Cola (e anche più tossica). Fa impressione sentire
esternare le stesse argomentazioni sull’Iran “sotto
dittatura, carnefice di oppositori, studenti, intellettuali,
riformisti”, da voci che si piccano di essere di sinistra
(“il manifesto”, “liberazione”, corifei viola, detriti
vari), o perlomeno antimperialisti (Uruknet e altri siti di
informazione anti-Usa e anti-israeliani), e da quelle che si
sanno dichiaratamente imperialiste o nazisioniste (da
Hillary Clinton a Netaniahu, da Angela Merkel a Gordon Brown,
dal rumeno che ha appena accettato lo scudo missilistico
obamiano al nostrano guitto mannaro). Va incidentalmente
ricordato anche come il silenzio, l’ignavia, di questi
umanitaristi di sinistra sia stato la migliore copertura al
colpo di stato alla cilena allestito dagli Usa in Honduras,
con specialisti israeliani a provvedere alla necessaria
liquidazione degli oppositori. Chiediamoci come mai tutti
questi benpensanti non abbiano denunciato il regime del
terrore in Honduras, quanto hanno starnazzato sulla
repressione iraniana contro gli agenti della
destabilizzazione.
La dabbenaggine politica di
questi sicofanti che guaiscono nel coro di chi prepara
l’attacco, probabilmente nucleare, all’Iran, o perlomeno ai
suoi siti nuclerari, con gli effetti collaterali alla
Cernobyl che ne conseguirebbero, supera la presunzione della
buonafede e si colloca nella zona grigia tra infantilismo
ideologico e collaborazionismo cosciente. A questo punto,
non importa nemmeno se questa gente sia consapevole o
ottusa: l’effetto benefico per i papponi che gestiscono il
bordello è lo stesso, che entrino clienti, o curiosi
dell’arredo. Tutti sostengono l’impresa. Non ci vuole
davvero una laurea in geopolitica per collocare i pezzi
sulla scacchiera e ipotizzarne le opzioni e mosse. E non c’è
bisogno di tifare per uno dei giocatori, quando entrambi
barano, chi in una partita e chi nell’altra. Basta vedere
chi bara per cosa. Quando si pronosticavano guerre imminenti
all’Iran mentre era in corso quella all’Iraq, con successiva
occupazione e nazionicidio operati in armonica congiunzione,
per quanto a volte concorrenziale, da Usa, Israele e Iran,
si vendevano lucciole per lanterne e si copriva la
confluenza di interessi dell’uno e degli altri: degli Usa
per il petrolio e l’avanzata geostrategica verso l’Asia
centrale, dell’Iran per il congenito espansionismo verso
l’ovest arabo. Del resto non erano stati gli Usa di Reagan e
Israele ad armare l’Iran e a pretendere da Khomeini, in
cambio del suo insediamento a capo e corruttore di una
rivoluzione fatta e vinta dalle sinistre persiane, l’assalto
al comune nemico, il laico, socialista e davvero
antimperialista e antisionista Iraq di Saddam Hussein?
Allora gli strepiti di un’imminente guerra occidentale al
compare Iran aveva la stessa fondatezza dell’attribuzione di
una matrice islamica all’11 settembre e seguenti. Oggi,
invece, dopo che l’Iran ha sostanzialmente soffiato l’Iraq
agli Stati Uniti e, nella sua strategia del doppio binario,
tipica di qualsiasi potenza che per affermarsi deve giocare
su più tavoli, fatto fuori (per il momento e nemmeno tanto)
l’ostacolo iracheno, si ritrova a collidere con il colluso
di prima: Israele e, dietro, gli Usa. Abbandonato il binario
iracheno sul quale correvano la locomotiva Usa con al traino
i vagoni iraniani, lungo quest’altro binario corre il
sostegno iraniano a Hezbollah che, in Libano, rappresenta il
catenaccio nord contro l’espansionismo israeliano, e Hamas,
che è quanto rimane a minare la normalizzazione genocida del
tritacarne israeliano. Possiamo arrampicarci quanto vogliamo
lungo i fili ai quali siamo appesi dalle Parche, per
individuare se l’antimperialismo di Tehran nasca da una base
antiborghese e popolare e, soprattutto, se sia sincero o
strumentale il suo appoggio alle forze che in Medioriente o
in America Latina s’infilano negli ingranaggi del rullo
compressore imperialista. E’ davvero come discutere del
sesso degli angeli, esercizio narcotizzante praticato
utilmente dalla Chiesa per duemila anni. Non caschiamoci. Il
dato di fatto è che, apparentemente risolta la questione
irachena, ora se la vedono tra di loro, Israele, gli Usa e
l’Iran, su chi dalla mattanza irachena debba trarre il
massimo beneficio in termini di egemonia regionale. E ora,
dunque, anche alla luce dell’ululare bellico sempre più
forsennato dei dirigenti israeliani e euro-statunitensi,
degli allestimenti logistico-militari in zona,
dell’immagazzinamento in Israele di quantitativi spaventosi
di armi d’attacco Usa, l’ipotesi di un assalto dei necrofori
occidentali all’Iran, preparato dalla rivoluzione verde cara
ai coglioni dirittoumanisti, si fa concreto. Non rimane che
l’Iran come grande stato nazionale islamico, non domato. Non
rimane che l’Iran come trincea tra le armate occidentali e
quelle dell’India sionistizzata ai blocchi di partenza, e
l’Asia centrale, la Russia, la Cina, il resto del mondo.
Intollerabile per i cannibali di Washington, Tel Aviv e
Bruxelles. Per cui non sapere da che parte stare in questa
congiuntura, significa davvero non aver capito niente e
lavorare per il Re di Prussia. Quanto a veli, turbanti e
barbe, lasciamo questi arnesi alle fisime teodem di Giuliana
Sgrena e del suo codazzo di ginocrate, vivandiere dei
lanzichenecchi. La parola a Losurdo e Vattimo.
“La libertà di pensiero e
di espressione”, quando fa comodo ed a sproposito! di
Antonio Caracciolo - 11/02/2010
Fonte: Civium Libertas
[scheda fonte]
Non crediamo ad una sola
parola dell’Appello menzognero, in nome della “libertà di
espressione” che è apparso su “il Manifesto” di sabato
6 gennaio, accompagnato da un elenco di firmatari. Non
crediamo più neppure agli Appelli, che quando non sono
“politicamente corretti” ed in sintonia con il regime
servono solo a dare i propri nomi alla psicopolizia del
pensiero. Pertanto “Civium Libertas” non si farà promotore
di un Controappello di contrasto ad ogni incitamento,
diretto o indiretto, alla guerra contro il popolo iraniano,
un’operazione che da anni viene condotta con incessante
accanimento.
Non possiamo credere a
quanti gridano per una supposta mancanza di libertà di
pensiero e di espressione in Iran, ma tacciono quando la
libertà di pensiero e di espressione viene calpestata in
Italia. Non vedono come nella sola Germania ogni anno 15.000
persone vengono perseguite per meri reati di opinione.
Simili leggi liberticide esistono in Francia, in Austria, in
Svizzera ed in altri paesi, dopo che nel 1986 Israele diede
l’ordine di scuderia perché analoghe legislazioni venissero
introdotte in Europa. Costoro ci vengono a parlare della
libertà in Iran, quando non si preoccupano della libertà in
casa loro, della libertà dei loro concittadini. Abbiamo già
assistito alla campagna di menzogne che ha preceduto la
guerra contro l’Iraq, costata oltre un milione di morti
civili ed ancora in atto.
Ricordiamo che la nostra
costituzione al suo articolo 11 ripudia la guerra ed è
inaccettabile ogni elusione del chiaro dettato
costituzionale. Quest’articolo è stato però ripetutamente
violato. L’Italia si trova oggi in guerra in Afghanistan ed
ora con la politica estera di Frattini e della Lobby di cui
è espressione vogliono portare il popolo italiano in guerra
anche contro il popolo iraniano. A questa Lobby che sa quel
che vuole ed a chi ubbidisce si accodano gli eredi di quella
“cupidigia di servilismo” che Vittorio Emanuele Orlando già
denunciò oltre mezzo secolo fa. La storia dell’atomica
iraniana è una colossale bufala come furono una bufala gli
armamenti di Saddam. Costoro non guardano a chi l’atomica ce
l’ha: Israele. È qui il vero pericolo per la pace con
rischio serio di Olocausto Nucleare: ne abbiamo già
predisposto la giornata commemorativa. Con rara ipocrisia i
soliti chierici gridano all’Atomica che non c’è e chiudono
occhi e bocca davanti ai loro committenti che l’Atomica
possiedono e ne fanno arma di ricatto!
Costoro chiedano in primo
luogo che vengano smantellati gli impianti nucleari di
Israele. Solo allora ci vengano a parlare di pace, libertà
di pensiero, democrazia.
****
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La
“Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto; questa volta in Iran
lunedì 22 giugno 2009 di Eva Golinger
Il set
Colore: Verde
Slogan: “Dov’è il mio voto?”
Attori principali: Studenti e giovani delle
classe media e alta, dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione
internazionale, nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS,
Internet).
Attori secondari: Organizzazioni non
governative (ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti,
Freedom House, Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS”
(ex OTPOR), Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC),
Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione
Nazionale dell’Intelligence USA per l’Iran.
Scenario: Elezioni Presidenziali; il
candidato ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene
una linea molto dura contro l’imperialismo statunitense e il sionismo
israeliano e gode di un alto grado di popolarità tra le classi popolari
iraniane per gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei
voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe
medio-alta, che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua
elezione alla presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”,
frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei
confronti di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione
denuncia una frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di
intervenire; gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe
media e alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma
provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e
immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte ai
media internazionali; dicono che il presidente eletto è un “dittatore”.
Luogo: L’Iran, quarto produttore di
petrolio nel mondo e il secondo di riserve di gas naturale. In piena
flagranza dell’embargo commerciale imposto da Washington, la Cina ha firmato
un accordo con l’Iran nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di
dollari, per l’acquisto di gas naturale iraniano nei prossimi 25 anni. Negli
ultimi quattro anni, l’Iran ha stretto relazioni commerciali con i paesi
dell’America Latina, nonostante le minacce di Washington, e attualmente
sviluppa tecnologia nucleare a scopi pacifici.
Vi suona familiare? Di certo suona
familiare ai venezuelani e alle venezuelane che da tre anni, senza ombra di
dubbio, stanno vivendo in questo scenario. Le cosiddette “rivoluzioni
colorate”, che cominciarono in Serbia nell’anno 2000, con il rovesciamento e
la demonizzazione di Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la Georgia,
l’Ucraina, il Kirghiztan, il Libano, la Bielorussia, l’Indonesia e il
Venezuela, sempre con l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli
interessi di Washington con governi “più amichevoli”, sono adesso arrivate
in Iran. Il copione è identico. Un colore, un logotipo, uno slogan, un
gruppo di studenti e giovani di classe media, un processo elettorale, un
candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse strategiche con un
governo che non rispetta l’agenda dettata dall’impero. Sono sempre le stesse
ONG e agenzie straniere quelle che appoggiano, finanziano e promuovono la
strategia, fornendo contributi finanziari e formazione strategica ai gruppi
studenteschi perché eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione
colorata”, si trovano anche l’USAID, il National Endowment for Democracy,
Freedom House, il Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento, il
CANVAS (ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto Repubblicano
Internazionale e l’Istituto Democratico Nazionale, per citarne alcuni.
Si esamini questo testo, intitolato “Una
guida non violenta per l’Iran”, scritto dall’ex direttore dell’Istituto
Albert Einstein, fondatore del Centro Internazionale per il Conflitto Non
Violento (INCR) e presidente di Freedom House, Peter Ackerman, e dal suo
collega, coautore del libro “Una forza più potente: un secolo di conflitto
non violento” e direttore dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in
propaganda e cofondatore dell’Istituto Arlington, insieme con l’ex direttore
della CIA, James Woolsey:
“Manifestazioni ripetute, guidate da
studenti a Teheran, devono accelerare a Washington il dibattito sull’Iran.
Ci si sta ponendo due domande? Le manifestazioni sono in grado di produrre
un cambiamento di regime? Che tipo di appoggio esterno servirebbe?
La storia dei movimenti civili, come quello
che attualmente si sta creando in Iran, evidenzia che il riscaldamento della
piazza non è sufficiente a rovesciare un governo. Se l’aiuto degli Stati
Uniti apporta semplicemente più legna al fuoco e l’opposizione interna non
lavora per indebolire le fonti reali del potere del regime, non funzionerà.
La lotta vittoriosa del movimento civile ha
l’obiettivo di promuovere l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi, del
boicottaggio, della disobbedienza civile ed altre tattiche non violente –
oltre alle proteste di massa -, allo scopo di indebolire e distruggere i
pilastri di sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran.
Gli avvenimenti in Iran sono simili a
quelli della Serbia appena prima che il movimento diretto da studenti
sconfiggesse Slobodan Milosevic. Il suo regime si era alienato non solamente
gli studenti, ma anche la maggioranza della classe media… Anche la classe
politica era divisa e molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo
l’opportunità, l’opposizione si mobilitò per separare il regime dalle sue
fonti di potere…”
L’elemento maggiormente rivelatore di
questo articolo non è solo l’ovvia visione interventista che cerca di
promuovere un colpo di stato in Iran, ma il fatto che esso fu scritto il 22
luglio 2003, quasi sei anni fa (vedere l’originale:
http://www.nonviolent-conflict.org/rscs_csmArticle.shtml). In questi sei
anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall, insieme ai soci, CANVAS a
Belgrado e l’Istituto Albert Einstein a Boston, ha lavorato per formare e
rendere efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe morbido in
Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom House e delle agenzie del
Dipartimento di Stato. Non è casuale che CANVAS, composto dai leader del
gruppo OTPOR della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche tempo
cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi e in arabo. Una delle
pubblicazioni principali, realizzata con il finanziamento del Dipartimento
di Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della Pace, dal titolo
“La lotta non violenta: i 50 punti critici”, è considerata come “un manuale
di perfezionamento della lotta strategica non violenta, che offra una
molteplicità di informazioni pratiche…” E’ un libro elettronico diretto a un
pubblico giovanile, come evidenzia una grafica, un disegno e un linguaggio
per i giovani. Scritto originalmente in serbo, nel corso dell’ultimo anno è
stato tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e farsi (la lingua
parlata in Iran). La versione in farsi:
http://www.canvasopedia.org/files/various/50CP_Farsi.pdf.
Questo libro è una versione moderna, con un
disegno più attraente per la gioventù, del libro originale scritto dal guru
della lotta “civile” per il cambiamento di regimi non favorevoli a
Washington: Gene Sharp. Il suo libro, “Sconfiggendo un dittatore”, che si è
tradotto anche in un film prodotto da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato
in tutte le rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in Venezuela,
ed è considerato dai movimenti studenteschi come la propria “bibbia”.
L’introduzione del libro di CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che
applica l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le tecniche
presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto successo in molti luoghi del
mondo… Questo libro contiene lezioni apprese attraverso diverse lunghe e
difficili lotte non violente contro regimi non democratici e oppositori
delle libertà umane fondamentali… Gli autori sperano e credono che
comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi aiuterà a rendere più
operativa l’azione strategica non violenta, affinché possiate recuperare i
vostri diritti, superiate la repressione, resistiate all’occupazione,
realizziate la democrazia e stabiliate la giustizia nella vostra terra;
impedendo che questo secolo sia un’altra “Era degli estremi”.
Ovviamente non è una coincidenza che il
libro sia uscito in farsi e in arabo proprio qualche mese prima delle
elezioni presidenziali dell’Iran, dal momento che queste organizzazioni
avevano già cominciato a lavorare con l’opposizione iraniana per preparare
lo scenario del conflitto. E ora, veniamo al contenuto e agli obiettivi di
questo libro, che ora vengono perseguiti all’interno del territorio
iraniano. (E’ pure interessante segnalare che l’edizione spagnola uscì
proprio prima del referendum costituzionale in Venezuela e che la traduzione
fu realizzata da un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza in
Azione” (NOVA). Un paese in cui ha soggiornato lungamente l’ex dirigente
studentesco venezuelano Yon Goicochea, che ha ricevuto addestramento e
finanziamento da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).
Inoltre, la grande agenzia di
destabilizzazione, National Endowment for Democracy (NED), ha anch’essa
lavorato attivamente per destabilizzare la rivoluzione iraniana ed imporre
un regime favorevole agli interessi di Washington. Dopo le elezioni
presidenziali in Iran nell’anno 2005, l’allora segretaria di Stato
Condoleeza Rice annunciò la creazione di un nuovo Ufficio per gli Affari
Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari approvato dal
Congresso statunitense. Gran parte di questo denaro fu dirottato verso il
lavoro della NED e di Freedom House, che già stavano finanziando alcuni
gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran, i quali operavano diffondendo
informazioni sugli abusi dei diritti umani in Iran, e la formazione di
giornalisti “indipendenti”. Organizzazioni come l’Associazione dei Maestri
dell’Iran (ITA) hanno ricevuto finanziamenti della NED fin dal 1991 per
promuovere la pubblicazione di una rivista politica che contribuiva alla
costruzione di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un Iran
Democratico (FDI), con base negli Stati Uniti, è stata uno dei principali
recettori dei fondi della NED. Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei
diritti umani, principalmente per presentare il governo iraniano come
violatore dei diritti dei suoi cittadini. Questa organizzazione è
strettamente legata agli istituti dell’ultradestra negli Stati Uniti, come
l’American Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo Americano,
che hanno fatto pressione per le guerre in Medio Oriente*.
La NED ha anche finanziato gruppi come la
Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), una ONG che presumibilmente promuove
diritti umani e democrazia in Iran. Questa organizzazione si è incaricata di
creare pagine web e biblioteche elettroniche sui diritti umani e la
democrazia. Nel 2003, ABF ricevette un fondo di 150.000 dollari per un
progetto dal titolo “La transizione alla democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF
ottenne 140.000 dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche
dall’inizio della rivoluzione iraniana nel 1979, promuovere la democrazia e
i diritti umani tra i cittadini e rafforzare la capacità organizzativa della
società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un consigliere per le
comunicazioni e a condurre campagne mediatiche”.
Quantità di denaro non rivelate
pubblicamente dalla NED sono state concesse a diverse ONG tra il 2007 e il
2009, per costruire un appoggio internazionale alle ONG e agli attivisti dei
diritti umani nazionali… favorire la società civile iraniana e i
rappresentanti dei mezzi di comunicazione a relazionarsi e a comunicare con
la comunità internazionale…”
Inoltre, i gruppi più importanti della NED,
come il Centro Americano di Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela
ha sostenuto il sindacato golpista dell’opposizione, la Confederazione dei
Lavoratori Venezuelani (CTV), ha finanziato e consigliato il “movimento
operaio indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto Repubblicano
Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi dalla NED per “legare attivisti
politici in Iran a riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro capacità
di comunicazione e organizzazione”. Si tratta delle stesse attività e delle
stesse agenzie di Washington che conducono le azioni di ingerenza in
Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui attualmente gli Stati
Uniti cercano di promuovere un cambiamento del governo con un altro più
favorevole ai loro interessi.
Anche la manipolazione mediatica su ciò che
avviene attualmente in Iran segue un proprio copione. In Venezuela, quando
il presidente Chavez vinse le elezioni presidenziali nel 2006 con il 64% dei
voti e più del 75% di partecipazione popolare, l’opposizione gridò alla
frode (come in generale è abituata a fare in tutti i processi elettorali che
perde) e ricevette copertura mediatica allo scopo di formulare e promuovere
le sue denunce, nonostante non presentasse nessuna prova che desse
fondamento alle accuse. Tale presenza mediatica viene attivata semplicemente
per continuare a promuovere correnti di opinione che pretendono di
demonizzare il presidente Chavez, definendolo un dittatore, e di gettare
discredito sul governo venezuelano, per poi giustificare qualsiasi
intervento straniero.
Nel caso dell’Iran, in questo momento
vediamo titoli come “Proteste in Europa contro il voto in Iran” (AP),
“Khamenei v. Musavi” (Atantic Online), “Grande manifestazione di lutto a
Teheran” (Reuters), “Una nuova inchiesta indica la frode” (Washington Post),
“Biden esprime “dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009), e
“Analisti rivedono i risultati “ambigui” in Iran” (CNN, 16/06/2009). I
titoli generano l’impressione di una possibile frode elettorale in Iran,
giustificando di conseguenza le proteste violente dell’opposizione, sebbene
Ahmadinejad abbia vinto con un risultato impressionante, il 63% dei voti,
dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama negli Stati Uniti lo
scorso mese di novembre. Per spiegare la reazione mediatica, secondo l’ex
ufficiale della CIA incaricato della regione del Medio Oriente, Robert Baer,
“la maggior parte delle manifestazioni e delle proteste che trovano spazio
nelle notizie sono ubicate nella zona nord di Teheran… Si tratta,
principalmente, di settori dove vive la classe media liberale iraniana. Sono
anche settori in cui, senza dubbio, si è votato per Mir Hossein Mussavi, il
rivale del presidente Mahmud Ahmadinejad, il quale ora denuncia la frode
elettorale. Ma non abbiamo ancora visto immagini del sud di Teheran, dove
vivono i poveri… Per molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran
attraverso lo specchio della classe media liberale iraniana – una comunità
che ha accesso a Internet e alla musica statunitense, che ha maggiori
possibilità di parlare con la stampa occidentale e che dispone di denaro per
comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma rappresenta davvero l’Iran?”
Baer, in un articolo pubblicato nella
rivista Time**, afferma che una dei pochi sondaggi affidabili, elaborati da
analisti occidentali negli ultimi giorni della campagna elettorale, dava la
vittoria ad Ahmadinejad – con percentuali ancora più alte del 63% che ha
ottenuto… Il sondaggio è stato effettuato in tutto l’Iran e non solo nelle
zone della classe media”.
su www.rebelion.org del 20/06/2009
Traduzione di Mauro Gemma per
http://www.lernesto.it
* http://www.zmag.org/znet/viewArticle/2501
** “Don’t Assume Ahmadinejad Really Lost”,
Time online, 16 giugno 2009
Pubblicato da rifondazionenichelino a 03.29
http://rifondazionenichelino.blogspot.com/2009/06/la-rivoluzione-verde-il-copione-e-stato.html
__________________________________
Su Repubblica
di 26-5-2010 pag.17
Mark Mazzetti
Iran, arabia, yemen e somalia sì di Obama alle operazioni segrete
L'Iran può essere bombardato, afferma il generale Petraeus
Il comandante
militare degli Stati Uniti per il Medio Oriente e la regione del Golfo ha
confermato che gli Stati Uniti ha messo a punto piani di emergenza per
affrontare gli impianti nucleari dell'Iran.
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/iran/6963311/Iran-can-be-bombed-says-General-Petraeus.html&ei=GRD-S7DyFZvcmgPfuN2VDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CBwQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dpetreus%2Biran%26hl%3Dit%26sa%3DG%26prmd%3Dv
Il Pentagono aumenta le
operazioni segrete nel mondo
Un premio Nobel
per la Pace (in teoria) non fa la guerra. O almeno, quando la fa, non lo
ostenta, preferendo, invece, parlare di dialogo, cambiamento e fine
dell’unilateralismo. Non è un caso, quindi, che sotto l’amministrazione
Obama il Pentagono abbia deciso di espandere le operazioni segrete in tutto
il mondo. Con una direttiva riservata del 30 settembre scorso, il generale
David Petraeus (foto), capo del Comando centrale Usa, ha ordinato di
espandere l’attività militare clandestina al di fuori dei teatri di guerra,
in Paesi alleati e nemici nel Vicino Oriente, nell’Asia Centrale e nel Corno
d’Africa.
Lo ha rivelato
ieri il New York Times, spiegando che l’obiettivo di queste attività,
affidate agli uomini delle Operazioni Speciali, è di raccogliere
informazioni, “infiltrare, distruggere e neutralizzare” eventuali formazioni
terroristiche, oppure allacciare rapporti con gruppi combattenti locali per
“preparare il terreno” a un futuro intervento militare.
Il documento
(Joint Unconventional Warfare Task Force Executive Order) non nomina
esplicitamente alcun Paese e non chiarisce esattamente quali operazioni
vengano autorizzate. Tuttavia, fa notare il Nyt, il testo “appare
autorizzare specifiche operazioni in Iran” come “la raccolta di notizie
d’intelligence sul programma nucleare” o “l’identificazione di gruppi
dissidenti che potrebbero essere utili per una futura offensiva militare”.
Inoltre si suppone che
l’approvazione della direttiva sia alla base dell’aumento dell’attività
militare statunitense in Yemen, dove nei mesi scorsi l’aviazione Usa è
intervenuta ripetutamente con raid e bombardamenti contro sospetti membri di
al Qaida.
Anche durante l’amministrazione
Bush, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld aveva autorizzato alcune
operazioni militari segrete in una dozzina di Paesi lontano dalle zone di
guerra, scatenando diverse polemiche al Dipartimento di Stato e alla Cia. E
non sempre con risultati soddisfacenti. Nel 2004 uno dei primi gruppi
inviati all’estero fu portato fuori dal Paraguay in fretta e furia dopo aver
ucciso un rapinatore armato di pistola che gli aveva attaccati appena scesi
da un taxi. Uomini delle Operazioni Speciali hanno condotto altre operazioni
in Siria, Pakistan e Somalia.
Tuttavia, sottolinea il New York
Times, il nuovo ordine di Petraeus “mira a rendere questi sforzi più
sistematici e di lungo periodo” e, soprattutto, consente al Pentagono di
aumentare la propria autonomia, riducendo la dipendenza dalla Cia e dalle
altre agenzie d’intelligence. Infatti, diversamente dalle azioni clandestine
della Cia, queste attività militari non hanno bisogno dell’approvazione del
presidente e non devono essere esposte in regolari rapporti al Congresso.
Anche se fonti del Pentagono assicurano che ogni attività significativa
passa prima attraverso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale.
Per il momento, comunque, al
Pentagono non mancano quelli che ritengono si tratti di una direttiva “a
doppio taglio”, in quanto potrebbe compromettere i rapporti con Paesi amici
come l’Arabia Saudita e lo Yemen, o alimentare l’ostilità di Stati come la
Siria e l’Iran.
PERCHE'
GLI EBREI IRANIANI STANNO MEGLIO DEI PALESTINESI DI GAZA
DI MIKE WHITNEY
counterpunch.org
Vivere nella dignità con i benefici della cittadinanza
25 000 Ebrei vivono in Iran. È la più grande popolazione ebraica nel Medio
Oriente fuori da Israele. Gli Ebrei iraniani non sono perseguitati, né
subiscono abusi da parte dello stato, anzi, sono protetti dalla Costituzione
iraniana. Sono liberi di praticare la loro religione e di votare alle
elezioni. Non vengono fermati e perquisiti ai posti di blocco, non vengono
brutalizzati da un esercito di occupazione, e non vengono ammassati in una
colonia penale densamente popolata (Gaza) dove vengono privati dei loro
mezzi di sussistenza di base. Gli Ebrei iraniani vivono nella dignità e
godono dei diritti della cittadinanza.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato demonizzato dai media
occidentali. Viene definito un antisemita e il “nuovo Hitler”. Ma se queste
teorie sono vere, perché la maggioranza degli Ebrei iraniani ha votato per
Ahmadinejad alle recenti elezioni presidenziali? Potrebbe essere che la gran
parte di quello che sappiamo su Ahmadinejad altro non sia che voci senza
fondamento e propaganda?
Questo estratto è stato pubblicato in un articolo della BBC:
“l’ufficio di (Ahmadinejad) ha fatto una recente donazione di denaro
all’ospedale ebraico di Tehran. È solo uno dei quattro ospedali di carità
ebraici in tutto il mondo ed è finanziato con le sovvenzioni della diaspora
ebraica – una cosa straordinaria in Iran, dove persino le organizzazioni di
aiuto locali hanno difficoltà a ricevere sovvenzioni dall’estero per timore
di essere accusati di essere agenti stranieri”.
Quando mai Hitler ha donato denaro agli ospedali ebraici? L’analogia con
Hitler è un tentativo disperato di fare il lavaggio del cervello agli
Americani. Non ci dice niente di come sia realmente Ahmadinejad.
Le menzogne su Ahmadinejad non sono diverse da quelle su Saddam Hussein o su
Hugo Chavez. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di creare la
giustificazione per un’altra guerra. È per questo che i media attribuiscono
ad Ahmadinejad di aver detto cose che non ha mai detto. Non ha mai detto di
“volere cancellare Israele dalla carta geografica”. Questa è un’altra
finzione. L’autore Jonathan Cook spiega quello che il presidente iraniano ha
realmente detto:
“Questo mito è stato riciclato a non finire dal momento in cui fu
commesso un errore di traduzione di un discorso di Ahmadinejad fatto quasi
due anni fa. Gli esperti della lingua persiana hanno verificato che il
presidente iraniano, lungi dal minacciare di distruggere Israele, stava
citando un discorso precedente del defunto Ayatollah Khomeini, in cui
rassicurava i sostenitori dei Palestinesi che “il regime Sionista a
Gerusalemme” sarebbe “svanito dalla pagina del tempo”.
Non minacciava di sterminare gli Ebrei e neppure Israele. Stava paragonando
l’occupazione da parte di Israele dei [territori] Palestinesi ad altri
sistemi illegittimi di governo il cui tempo è ormai finito, compresi gli
Shah che un tempo governavano l’Iran, l’apartheid in Sud Africa e l’impero
sovietico. Ciononostante, questa traduzione errata è persistita e ha
prosperato perché Israele e i suoi sostenitori l’hanno sfruttata per i
propri crudi scopi di propaganda”. (“Israel Jewish problem in Tehran,
Jonathan Cook, The Electronic Intifada)
Ahmadinejad non rappresenta una minaccia né per Israele né per gli Stati
Uniti. Come chiunque altro in Medio Oriente, vuole una tregua
dall’aggressione degli USA e di Israele.
Questo [estratto] proviene da Wikipedia:
“Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha mosso accuse di
discriminazione in Iran contro gli Ebrei. Secondo tale studio, gli Ebrei non
potrebbero occupare alte posizioni nel governo e non potrebbero prestare
servizio nei servizi giudiziari e di sicurezza, né diventare presidi di
scuole pubbliche. Lo studio dice che ai cittadini ebrei è consentito
ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese, ma che spesso gli
vengono loro negati i permessi di uscite multiple normalmente rilasciati
agli altri cittadini. Le accuse mosse dal Dipartimento di Stato americano
sono state condannate dagli Ebrei iraniani. La Association of Tehrani Jews
ha detto in una dichiarazione, “noi Ebrei iraniani condanniamo le accuse del
Dipartimento di Stato americano sulle minoranze religiose iraniane,
annunciato che siamo pienamente liberi di praticare i nostri doveri
religiosi e non sentiamo alcuna restrizione in merito alla pratica dei
nostri rituali religiosi”.
A chi dovremmo credere: agli Ebrei che a tutti gli effetti vivono in Iran, o
alle provocazioni del Dipartimento di Stato americano?
Ci sono 6 macellerie kosher, 11 sinagoghe e numerose scuole ebraiche a
Tehran. Né Ahmadinejad, né nessun altro funzionario del governo iraniano ha
mai fatto alcun tentativo di far chiudere queste strutture. Mai. Gli Ebrei
iraniani sono liberi di viaggiare (o di spostarsi) ad Israele a loro
piacimento. Non sono imprigionati da un esercito di occupazione. Non gli
vengono negati né cibo, né medicine. I loro figli non crescono con disturbi
mentali provocati dal trauma della violenza sporadica. Le loro famiglie non
vengono fatte saltare in aria dagli elicotteri d’assalto che girano intorno
alle spiagge. I loro sostenitori non vanno a finire sotto ai bulldozer, né
gli vengono sparati nel cranio delle pallottole di gomma. Quando fanno
manifestazioni pacifiche per le loro libertà civili non vengono picchiati né
vengono usati gas lacrimogeni. I loro leader non vengono perseguitati ed
uccisi con assassini premeditati.
Roger Cohen ha scritto un articolo molto attento sull’argomento per il New
York Times. Ha detto:
“Sarà che io prediligo i fatti alle parole, ma dico che la realtà della
civiltà iraniana nei confronti degli Ebrei ci dice più sull’Iran – sulla sua
sofisticazione e sulla sua cultura – di quanto lo faccia tutta la retorica
incendiaria. Potrà essere perché sono ebreo, e raramente sono stato trattato
con un tale e costante calore come in Iran. O forse mi ha colpito che l’ira
per Gaza, sbandierata sui poster e sulla TV iraniana, non si è mai riversata
sotto forma di insulti o di violenze contro gli Ebrei. O forse è perché sono
convinto che la caricatura di “Mullah Pazzo” dell’Iran e che l’assimilarne
qualunque compromesso al Monaco del 1938 – una posizione popolare in alcuni
circoli ebraici americani – sia fuorviante e pericoloso”. (“What Iran’s
Jews Say”, Roger Cohen, New York Times).
La situazione non è perfetta per gli Ebrei che vivono in Iran, ma è meglio
di quella dei Palestinesi che vivono a Gaza. Molto meglio.
Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato
all’indirizzo fergiewhitney@msn.com.
Fonte:
www.counterpunch.org
Link:
http://www.counterpunch.org/whitney08182010.html
18.08.2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI
da
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7364
..................................................
Ho seguito anch'io,
sull'onda emotiva venutasi a creare a seguito delle
troppe notizie contrastanti divulgate in rete, il caso
di Sakineh e mi sono messo "di buzzo buono" per saperne
di più. Ho scoperto,
senza sorprendermi troppo, che l'infelice donna non è
stata giudicata per un semplice adulterio ma, e
soprattutto, per concorso in omicidio del proprio
marito, consumato in maniera brutale assieme al proprio
amante.Malek Ejdar Sharifi, un giudice che si è
occupato del particolare caso giudiziario, ha
dichiarato: ''Non possiamo rendere noti i dettagli dei
crimini di Sakineh, per considerazioni di ordine morale
ed umano (a differenza della stampa Italiana, in Iran
non vengono pubblicati i particolari morbosi dei delitti
efferati - nota di nemo profeta).
Se il modo in cui suo
marito è stato assassinato fosse reso pubblico, la
brutalità e la follia di questa donna verrebbero messe a
nudo di fronte all’opinione pubblica. Il suo contributo
all’omicidio è stato così crudele e agghiacciante che
molti criminologi ritengono che sarebbe stato molto
meglio se lei si fosse limitata a decapitare il marito''.
Preclusa la possibilità di perseguire la donna per
omicidio, a causa del perdòno dei figli, i giudici hanno
deciso di giocare la discutibile carta dell’accusa di
adulterio. Scelta indubbiamente deprecabile sul piano
procedurale – e infatti il processo è in fase di
revisione - ma dal punto di vista culturale ed etico le
cose stanno molto diversamente da quello che centinaia
di siti internet, per non parlare della stampa, danno ad
intendere ai lettori. Da fonti Iraniane, poi, non pare
che l'eventuale condanna a morte venga eseguita per
lapidazione, pratica barbara questa (per inciso
deprecata dal Governo) che sopravvive soltanto in
pochissime zone rurali della Repubblica Islamica, ma che
è in via di sdradicamento. Per sgomberare il campo dalle
troppe critiche facilone contro l'Iran, chi ha giudicato
e condannato Sakineh non è stato il Governo Iraniano o
qualche fanatico Ajatollah (o, peggio, il "deprecato
regime"), ma un Tribunale locale nella regione di Tabriz
grazie all'autonomia di cui gode.Poi, sulla pena di
morte in generale si può essere d'accordo o meno
(personalmente la aborrisco) , ma nel mondo oltre
all'Iran tale pena viene eseguita in parecchi Paesi
cosiddetti "civili", a partire da USA e Israele.Tra le
fonti: Los Angeles Times | World |July 12, 2010 - 8:52
am
Fonte: http://www.valdelsa.net/det-cy61-it-EUR-40504-.htm
--------------
LA GRANDEZZA
UMANA E POLITICA DI AHAMDINEJAD
pubblicata da
Claudio Moffa
il giorno lunedì 20 settembre 2010 alle ore 11.05
L’Iran chiede scusa a Carla Bruni
LA GRANDEZZA UMANA E POLITICA DI AHAMDINEJAD
La smentita di Ahmadinejad di cui all'articolo
pubblicato qui di seguito e il cui link allego a questo intervento, è
emblematica delle “difficoltà” (per usare un eufemismo) dell’informazione
sull’Iran e nello stesso tempo, sia delle contraddizioni interne al processo
rivoluzionario iraniano guidato da Ahamdinejad e Khamenei, sia della statura
eccezionale del presidente iraniano, un leader la cui grandezza umana e politica
è ormai un fatto acquisito come dimostra anche quest’ultimo episodio, nel quale
egli mostra di saper contrastare e correggere anche una parte del larghissimo
movimento di di massa che lo sostiene.
In uno scambio di email il 16 settembre scorso
con un collega iraniano che mi aveva chiesto fra l’altro cosa pensassi della
lapidazione di Sakineh, dopo aver sottolineato che “chiedere a Obama di far
arrestare e condannare Jones … non tiene conto del fatto che Obama non
controlla direttamente la magistratura negli Usa, e chissà quanto magistrati la
pensano come Jones” e che dunque “chiedere a Obama di arrestare Jones diventa
qualcosa di simile alle accuse a Ahmedinejad e Khamenei in Occidente per la
lapidazione della Sakineh … la scelta della moschea al ground zero è alla fin
fine giusta, è come dire: l’Islam non c’entra niente con l’attentato. E’ un
inizio di svolta” così aggiungevo: “… Sarò forse ingenuo o magari offensivo, ma
non credo che Ahamdinejad controlli tutto e tutti: non a caso è andato una volta
in minoranza in parlamento … Un paese che vive una rivoluzione grandiosa come
l’Iran, non è interpretabile come un monolite assoluto: ci sono sacche di
arretratezza da eliminare, e una di questa sicuramente è la condanna per
lapidazione …”
Ieri dunque l’intervento di Ahamadinejad
risolutivo dell’aggressione mediatica subita dall’Iran in coincidenza con
l’avvio concreto nella centrale di Busheher dell’industria nucleare iraniana: il
presidente iraniano, che domani interverrà all’assemblea dell’ONU a New York,
non solo ha difeso Carla Bruni dalle offese da lei subite da un giornale
iraniano e con la motivazione che tale offesa (“prostituta”) non hanno nulla a
che vedere con l’Islam; non solo ha ribadito quello che i mass media occidentali
hanno cercato di occultare sempre – tranne rarissime eccezioni – e cioè che
Sakineh è stata condannata per omicidio e che attende ancora altri gradi di
giudizio, ma ha anche dichiarato che la donna non è stata condannata per
lapidazione.
Si può pensare che la tardiva smentita sia da
correlarsi all’intervento del presidente di oggi all’ONU, ma al di là di questo
altre tre considerazioni sono importanti: 1) l’attestarsi nella ricerca e
proposizione delle tante Sakineh vittime dell’Occidente per difendere l’Iran non
basta: la lapidazione è un metodo orribile di perpretare quello che comunque
resta una modalità sanzionatoria sempre più criticata e avversata nel mondo – la
pena di morte – e dunque un qualcosa da eliminare; 2) esiste una dialettica
dentro il processo rivoluzionario iraniano che sarebbe schematico e superficiale
negare: pensare a Ahmedinejad come a un “dittatore” che tutto controlla non solo
confligge con la natura profondamente democratica del sistema elettorale
iraniano (questo fa la differenza ad esempio con il sistema iracheno ai tempi di
Saddam) ma è comunque, come sempre (vedi mutatis mutandis, le polemiche su
Mussolini e persino su Berlusconi) sbagliato. La realtà è più complessa di
quanto la superficialità massmediatica spesso pretende; 3) In questa dialettica,
il presidente iraniano rappresenta la parte “laica” del regime o per meglio dire
– fuoriuscendo dal linguaggio nostrano – la parte religiosa del regime capace di
intervenire sugli aspetti più arretrati della tradizione islamica (fermo
restando che la lapidazione è una pratica ben più antica della fede propagata da
Maometo) fino a smussare e diminuire, come è fisiologicamente naturale, il
monopolio assoluto del vertice religioso del regime creato nel 1979 da Khomeiny.
Una dialettica che i mass media occidentali – abituati a fare non solo
dell’Islam, ma anche del “regime” iraniano un sol fascio, senza guardare alla
dialettica parlamentare e a quella fra ceto politico “laico” e imam – negano
sempre, a fini di demonizzazione del “nemico”.
Ecco dunque che il presidente iraniano “osa” dire
no alle espressioni più retrive del mondo che lo sostiene. La grande forza di
Ahamedinejad risiede non solo nella sua abilità tattico-politica, non solo
nell'essere un leader credente nella religione del suo paese, ma anche e
soprattutto nel fatto che sa correggere la rotta quando è necessario, forte di
tre aspetti fondanti il suo carisma popolare: una politica estera coraggiosa,
perseguita a orgogliosa difesa della sovranità e dell’indipendenza dell’Iran;
una filosofia modernizzatrice perché aperta allo sviluppo tecnologico del paese
fino ad accettare – in sfida anche a tanto oscurantismo ecologista occidentale –
l’opzione nucleare; e una politica sociale interna protesa alla difesa dei ceti
più disagiati e poveri dell’Iran. Questo spiega perché, al contrario del
reazionario Moussawi e dei suoi seguaci studenti figli di papà, il presidente
iraniano goda del sostegno della stragrande maggioranza del popolo iraniano,
quello che riempie a milioni i suoi comizi e le manifestazioni in suo sostegno.
14 settembre 2010
QUEGLI SPARI NEL GOLFO DELLA SIRTE:
LA PRIMA OPERAZIONE CONGIUNTA
ITALO-LIBICA CONTRO
L'IMMIGRAZIONE CLANDESTINA?
Claudio Moffa
“Forse pensavano ci fossero migranti
clandestini”: così più o meno l'on. Roberto Maroni sull'incidente nel Golfo
della Sirte di ieri. Una battuta escamotage? Un tentativo di giustificare quella
che appare a molti una aggressione ingiustificata? Una gaffe di chi non sa cosa
dire? Personalmente ritengo che la spiegazione ipotizzata dal ministro
dell'interno italiano sia quella più vicina alla realtà: ho seguito con discreta
attenzione negli ultimi anni i ripetuti incidenti nella striscia di mare che
separa l'Italia da Libia e Tunisia, e a partire da un'altra (più che) ipotesi –
e cioè che il traffico di clandestini sia non solo il prodotto di guerre e
carestie, ma anche l'effetto di una “impresa” politico e/o economica condotta o
da ingenui volontari dei “diritti umani” o più spesso da organizzazioni
criminali di trafficanti neo-schiavisti – non ho potuto non notare alcuni
episodi e personaggi curiosi di questo fenomeno che per nostra fortuna sta
scomparendo grazie alla svolta politica impressa dal governo di centrodestra e
all'accordo fra Italia e Libia.
Fra i personaggi strani due tedeschi apolidi che
diversi anni fa (2004), a bordo di una nave chiamata Cap Anamur, avevano
raccolto “profughi” del Darfur e li avevano fatti sbarcare in Italia[1]: alcuni
proposero uno scenario oscuro,
teso anche a demonizzare il governo di Karthum,
all'epoca assai più che oggi sottoposto ad una durissima e campagna
internazionale partita da oltre Mediterraneo e oltre Oceano, che lo accusava di
un inesistente “genocidio”. Ipotesi per nulla peregrina sia in senso generale –
persino Maurizio Molinari de La Stampa aveva offerto una visione “complottista”
delle ondate di migranti clandestini dal Curdistan, qualche anno prima,
ovviamente accusando della manovra … la Siria – sia in senso particolare:
appunto perché la partita sudanese era in pieno svolgimento all'epoca, e lo
stesso Elie Wiesel nell'intervento all'ONU nel gennaio 2005 aveva elencato fra i
“genocidi” della nostra epoca, in primis appunto, proprio il Darfur.
Quanto agli episodi strani, notai proprio poco
tempo prima l'accordo fra Italia e Libia del 2008 uno sconfinamento o accusa di
sconfinamento di un altro peschereccio italiano nel golfo della Sirte, con
conseguenze di fatto nulle anche allora non solo per l'equipaggio della nave, ma
anche per la storica firma di pace fra l'Italia e la sua ex colonia di qualche
settimana dopo. Il comandante, lo ricordo benissimo, si chiamava Asaro ed è
proprio questo nome che ricompare in queste ore, come armatore della nave
comandata da Gaspare Marrone, la vittima dell'attacco di ieri. Nessuno scenario
complottista ovviamente, simile a quello evocabile per lo yacht del tedesco
appena raccontata, e questo nonostante le congetture e le fantasie possano
galoppare ad altissima velocità in modo assurdo e sconsiderato [2]. Ma è un dato
di fatto che una banale immediata ricerchina internet su Marrone fa scoprire in
lui un “capitano coraggioso” [3], un comandante molto sensibile ai diritti umani
dei clandestini, secondo umori molto diffusi nel nostro paese per iniziativa sia
della Chiesa sia del 99 per cento della sinistra e del centrosinistra.
"Pietro Russo, Nicola Asaro, Salvatore Cancemi,
Antonio Cittadino e Gaspare Marrone sono cinque dei capitani che più si sono
esposti negli ultimi anni per i loro interventi di salvataggio. Ogni volta
perdono intere giornate di lavoro che nessuno gli rimborsa" (3)
Sentimento encomiabile quello di Marrone ma che
da una parte non è risolutivo della questione migratoria, e dall'altra si
scontra con la nuova politica di rigore del governo italiano contro
l'immigrazione clandestina. Non risolve la questione migratoria, questo tipo di
umanitarismo, perché il problema da affrontare è semmai – in una visione di
largo respiro – bloccare le guerre che insanguinano l'Africa e il Medio Oriente
e che destabilizzano e distruggono gli Stati sovrani e indipendenti delle due
regioni. Basta fare 2 più 2 per capire: le guerre dei Balcani, protagonista
anche l'Italia di D'Alema, hanno provocato ondate di profughi dall'ex Jugoslavia
e dall'Albania; l'assedio all'Iraq e la no-fly zone in Curdistan, già all'epoca
di Saddam, hanno scatenato a un certo punto l'arrivo di migliaia di clandestini
curdi sulle coste siciliane e calabresi. E così via.
D'altro canto la legge va rispettata e non c'è
“capitano coraggioso” che tenga. E dunque, viste le esternazioni giornalistiche
dello stesso comandante Mazzone sopra citate in nota, ecco il possibile abbaglio
della motovedetta che ha confuso una attività di pesca in acque sembra
internazionali, con un atto delittuoso. Ed ecco la spiegazione del perché, su
quella motovedetta, c'erano non solo militari libici ma anche finanzieri
italiani.
La prima “operazione congiunta” fra Roma e
Tripoli per un efficace, “finale” stop a ogni tentativo di infrangere il blocco
dell'immigrazione clandestina in Italia? E' possibile, l'accenno di Maroni lo
confermerebbe. Ed è comprensibile e a mio avviso, giustificabile. Nel 2001 o
2002, quando partecipai a un progetto di ricerca europeo per un “Osservatorio
sull'immigrazione” e poi a una ricerca interregionale finanziata dalla Regione
Abruzzo, finii per scontrarmi (in senso amicale, ovviamente) con molta
sociologia “progressista” che teorizzava una assurda e suicida politica del
laissez faire sull'immigrazione, senza rendersi conto che quella “politica” era
una non politica non solo antiitaliana (l'effetto era "minoranzizzare" il nostro
paese ricettivo e sensibile a tutte le tradizioni e indentità tranne quella di
italiani), ma anche antisindacale e contraria agli interessi dei lavoratori.
Ricordo un battibecco vivace in un convegno con un sociologo mazziniano (sic)
pro-libera immigrazione (sic), un intervento di un onorevole del PD da me
invitato che ripeteva il ritornello che gli italiani non vogliono più fare certi
lavori senza porsi il problema delle paghe salariali miserrime già all'epoca,
proprio a causa di un offerta di massa di manodopera immigrata a basso costo; e
un dialogo divertente e scherzoso con un mio interlocutore che riprendendo nei
fatti quel che avevo scritto persino su il Centro di De Benedetti, mi chiese :
“ma insomma, tu pensi che se si “spara” sugli immigrati si sbaglia, e se si fa
lo stesso sugli scafisti si fa una cosa giusta, e di sinistra”. Sì, fu la mia
risposta. Questo è il senso alto dell'accordo fra Italia e Libia, i finti
umanitarismi non passano più: l'abbaglio sul caso Marrone è assai probabile ma,
se vera la spiegazione del ministro Maroni, il segnale forte è stato dato. Anche
per questo la visita di Gheddafi a Roma è stato un successo.
[1]
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/immigrati-12/cap-anamur/cap-anamur.html
[2]
http://www.jewishroots.it/Zudei_siciliani.shtm
[3]
http://www.redattoresociale.it/FortezzaEuropa.aspx?id=140960
________________________
Tutti contro l'Iran di
Tommaso Di Francesco
Fonte:
Il Manifesto
Link:
[qui]
10
novembre 2011
Parlano di una nuova guerra. Non hanno ancora spento i motori dei jet
occidentali che hanno bombardato la Libia, dove sotto le macerie di Sirte e
delle altre città scheletrite prende corpo il nefasto presagio di un nuovo, più
violento conflitto intestino, né hanno smesso di far volare i bombardieri sui
cieli afghani, che già tornano a ripetere la parola guerra. Stavolta contro
l'Iran, accusato ora anche dall'Aiea di essere «quasi pronto» a detenere
l'atomica, e minacciato direttamente da Israele.
Dove da
settimane si dibatte se è giusto o no attaccare militarmente Tehran e dove
l'opzione militare viene addirittura annunciata e sponsorizzata dal Nobel "per
la pace", il presidente Peres. Una follia globale. Perché i rapporti di forza
dicono che se si aprirà anche questa porta dell'inferno, non solo non sarà una
passeggiata ma le ripercussioni di morte saranno subito evidenti in tutto il
Mediterraneo e il Medio Oriente, a cominciare da Israele. Né spaventa più di
tanto il fatto che siamo in presenza dell'arsenale atomico israeliano, per un
eventuale target iraniano anch'esso nucleare.
Certo, la
pubblicità con cui si annunciano le nuove minacce di guerra potrebbero far
pensare proprio all'impossibilità di un nuovo conflitto armato. Eppure appare
sempre più evidente il contrario, pensando anche alla tragedia che si consuma di
ora in ora in Siria, ai margini della questione iraniana. Anche perché,
c'insegna la storia degli ultimi quindici anni, la parola «guerra» è fatta di
materia, è action painting, pensarla e pronunciarla attiva l'iniziativa, cambia
la rotta delle portaerei e dei listini di borsa, trasforma mercati, banche,
consumi, governi e popoli. In una parola, distrugge il diritto internazionale.
Solo due anni fa Mahmud ElBaradei, presidente egiziano dell'Aiea certificava che
Tehran non aveva il nucleare militare; solo un anno e mezzo fa Barack Obama
riconosceva nel suo discorso del Cairo il diritto dell'Iran ad avere il nucleare
civile; solo due anni, fa nei mesi precedenti alle presidenziali Usa, la Cia
metteva le mani avanti contro i precedenti imbrogli iracheni sulle armi di
distruzione di massa di Bush, resocontando l'inesistenza dell'atomica iraniana e
dei preparativi per realizzarla. Non è chiaro che cosa sia cambiato in questi
due anni, tanto più che i preparativi atomici risalirebbero al 2003.
Quel che
davvero non esiste più è la funzione delle Nazioni unite per una eguale difesa
del diritto internazionale. Una funzione del resto bombardata dalle tante scelte
armate dell'amministrazione Usa, della leadership euro-atlantica e della stessa
Israele che hanno fatto strame di convenzioni e leggi. Basta vedere il fatto che
il «colpevole» Iran aderisce al Trattato di non proliferazione atomica e non ha
«ancora» la bomba, mentre Israele non aderisce al Trattato, ha centinaia di
testate nucleari - strategiche e tattiche - e le punta anche su Tehran. Ma l'Aiea
ora a guida giapponese non lo dice e preferisce tacere.
A questo punto non basta piangere sul pacifismo versato che non c'è più. La
questione vera è interrogarsi subito - ora, suggerisce il movimento americano di
Occupy Wall Street - sul nesso indissolubile tra crisi globale del capitalismo
finanziario e guerra.
Continuare a parlare di spread, bot, borsa, euro, banche da salvare, welfare da
cancellare, lavoro da distruggere, morte delle sovranità nazionali, crisi
dell'Europa, perdita della primazia Usa, separatamente dai venti di guerra che
tornano a spirare, è colpevole quanto se non più di chi prepara una nuova
avventura militare.