Sulla via di Teheran
Noreena Hertz
Se lo scenario non promette nulla di buono, le strategie per
guadagnare tempo sono le migliori
Internazionale 636, 6 aprile 2006
A Washington i falchi sfoderano di nuovo gli artigli, e questa volta nel
mirino c'è l'Iran. Condoleezza Rice ha detto di "tenere aperte tutte le
opzioni". Neocon di spicco come John Bolton e Dick Cheney hanno parlato
di conseguenze "dolorose" e "significative" se Teheran proseguirà con i
suoi piani nucleari. Donald Rumsfeld sta prendendo in considerazione
l'idea di compiere degli attacchi chirurgici. Si parla di nuovo di asse
del male.
La minaccia di un Iran dotato di capacità nucleari va presa molto sul
serio: Ahmadinejad è un pazzo e la sua retorica negazionista
sull'Olocausto spaventa. E nessuno può credere a Teheran quando dice di
voler arricchire l'uranio solo per produrre energia. Ma ancora non è
chiaro se il paese stia cercando di ottenere armi nucleari o se la sua
leadership fa la voce grossa solo per apparire forte di fronte ai
cittadini.
Ahmadinejad è un politico populista, eletto sulla base di un programma –
contro la corruzione e i privilegi, e a sostegno dei disoccupati – che
richiama quello del venezuelano Hugo Chávez. E visto che quando è stato
eletto pochi hanno visto un miglioramento nella loro vita quotidiana, è
possibile che il presidente faccia questi discorsi per conservare il
consenso interno.
Ma anche se avessimo la certezza che l'Iran sta cercando di
procurarsi la bomba nucleare, allora quale dovrebbe essere la reazione
del resto del mondo? La guerra in Iraq deve servirci da lezione. È un
conflitto che ha cancellato il rispetto per i negoziati tra stati, che
affonda le radici nella guerra fredda, senza capire la complessità del
dopo guerra fredda.
Un conflitto che non è riuscito a riconoscere l'importanza della
cultura, della storia e delle istituzioni, e nel quale non ci saremmo
dovuti imbarcare così in fretta. Ci sarebbe voluto più tempo per salvare
vite di tutte le parti, per rafforzare il consenso internazionale, per
accertare se le armi di distruzione di massa c'erano o no. Se non
vogliamo ripetere gli stessi errori in Iran, non dobbiamo agire in modo
così arrogante, superficiale e affrettato.
Questo significa che dobbiamo riflettere sulle conseguenze di ogni
nostra azione. Si prendano gli attacchi chirurgici proposti da Rumsfeld.
Se venissero effettuati, Teheran sicuramente risponderebbe.
Probabilmente assisteremmo a una mobilitazione dell'esercito, al
finanziamento di azioni terroristiche contro obiettivi civili nei nostri
paesi, all'uso del petrolio per destabilizzare l'economia globale.
Il tutto mentre la exit strategy dall'Iraq diventerebbe ancora
più difficile, vista la capacità dell'Iran di influenzare la situazione
irachena; e inoltre avendo scarse possibilità di identificare e di
distruggere davvero gli impianti nucleari.
Questo significa che occorre favorire negoziati reali tra gli stati. Non
bisogna scoraggiare la capacità di mediazione di Mosca, e nel frattempo
gli Stati Uniti devono fare un'offerta concreta all'Iran. Se continuano
a proporre solo bastoni e nessuna carota, il governo iraniano continuerà
giustamente a pensare che qualsiasi cosa faccia non sarà mai abbastanza.
Questo significa avere un approccio multilaterale e far
funzionare strategie di contenimento più morbide, come le sanzioni. Per
riuscirci bisogna avere il sostegno non solo degli alleati mediorientali
dell'Iran ma anche di Cina e India, paesi che dipendono fortemente dal
petrolio di Teheran. Ma si deve anche sostenere e finanziare la società
civile, i gruppi di opposizione e i mezzi d'informazione indipendenti in
Iran.
E, soprattutto, dobbiamo riconoscere che bisogna evitare che siano gli
estremisti di entrambe le parti a decidere il futuro, finendo così per
entrare in una spirale da escalation. Questo significa che Tony Blair e
gli altri alleati degli Stati Uniti non devono spalleggiare i falchi di
Washington, ma cercare attivamente di frenarli.
Anche se queste politiche non si conciliano bene con il machismo da
cowboy dei neocon, non possiamo rischiare di ripercorrere la strada
irachena. Inoltre questi negoziati ci faranno guadagnare tempo. E quando
si ha davanti una serie di scenari che non promettono nulla di buono, le
strategie capaci di far guadagnare tempo possono essere le migliori.
Specialmente perché gli esperti sono convinti che, anche se Teheran
fosse in grado di procedere indisturbata nel suo programma nucleare, gli
ci vorranno almeno due anni prima di raggiungere i suoi obiettivi.
E in ventiquattro mesi possono succedere molte cose. Da qui a due anni
forse gli statunitensi non saranno più in Iraq, è probabile che i gruppi
d'opposizione iraniani saranno molto più forti (visti i fondi che stanno
ricevendo), la stretta di Khamenei sul potere potrebbe essere più debole
e lo stesso Ahmadinejad potrebbe essere uscito di scena (dato che il
parlamento non ha ancora ratificato la nomina dei suoi ministri, è
possibile che abbia già i giorni contati).
Rifletti e prendi tempo anziché "colpisci e terrorizza", shock and
awe. Lo so, non fa lo stesso effetto; ma le conseguenze potrebbero
essere molto più accettabili.
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