| RASSEGNA STAMPA |
di: Alessia Lai
a.lai@rinascita.eu
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è arrivato domenica, fra i primi, a New York per prendere parte ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu. La televisione di Stato iraniana Press Tv ha diffuso ieri l’appello di Ahmadinejad perché tutti gli Stati abbiano pari dignità e importanza al tavolo delle Nazioni Unite. “L’Iran, come tutte le altre nazioni al mondo, deve ricoprire un ruolo attivo ed effettivo all’Onu, l’organismo centrale per la gestione dei problemi mondiali, che vengono risolti attraverso l’interazione e il dialogo” ha affermato Ahmadinejad, aggiungendo che “Al mondo, non c’è nulla di più importante delle Nazioni Unite; per questo, deve dare pari opportunità a tutti gli Stati, così che possano condividere le decisioni che influenzano la politica mondiale”.
Osservazione più che condivisibile ma che risulterà una bestemmia alle orecchie dei padroni del Consiglio di Sicurezza. Dopotutto l’anno scorso, in occasione del discorso di Ahmadinejad al Palazzo di Vetro, molti rappresentanti internazionali avevano lasciato l’aula: una dimostrazione di “democrazia e tolleranza” all’altezza di Paesi che promuovono e appoggiano “missioni di pace” internazionali e condanne senza appello per chi non si sottomette alle direttive nordamericane. Potrebbe accadere anche stavolta, visto il can-can mediatico messo in piedi per la vicenda Sakineh, nuovo caso ad orologeria saltato fuori giusto in tempo per dipingere Teheran come uno Stato canaglia pericoloso per la pace e l’armonia internazionali. A poco serviranno le precisazioni che da giorni girano per la rete e che lo stesso presidente iraniano ha fatto in occasione di una intervista alla Abc, e cioè che la signora iraniana in questione, accusata di aver ordito l’uccisione del marito, “non è mai stata condannata alla lapidazione”, e che quella di Sakineh Mohammadi Ashtiani è ancora “una vicenda all’esame di un tribunale”, peraltro non certo controllato dal presidente iraniano ma direttamente dipendente, come tutto il sistema giuridico della Repubblica Islamica, dalla Guida Suprema.
Ma tant’è, dalle nostre parti non se ne sono accorti, e da Frattini all’ultimo parlamentare, senza distinzioni di partito e schieramento, continuano a chiedere la liberazione della donna, rea confessa dell’omicidio del marito.
Da Teheran si pretendono solo aperture unilaterali, atti di buona volontà che puntualmente non vengono ripagati, come se la Repubblica Islamica portasse con sé un marchio d’infamia, un peccato originale da scontare assoggettandosi alle direttive occidentali. La recente liberazione dell’escursionista americana Sarah Shourd, arrestata con l’accusa di spionaggio in compagnia di altri due americani il 31 luglio del 2009, è stata accolta come un atto dovuto “Non abbiamo ancora ricevuto una nota da parte degli Stati Uniti'', ha commentato il presidente iraniano.
Anche la più volte manifestata disponibilità a incontrare “in un quadro legale, rispettando i principi della giustizia”, i membri del 5+1 (Usa, Gb, Francia, Russia e Cina più la Germania) nell’ambito dei negoziati sul nucleare non ottiene risposta. Come nessuna replica è seguita all’invito ad un incontro più volte rivolto a Barack Obama: “Sono stato il primo ad inviargli una lettera e ad avere proposto un dibattito pubblico, ma non ho mai ricevuto risposta”, ha affermato Ahmadinejad nell’intervista alla Abc.
In pratica il rapporto tra Washington e Teheran è unilaterale. Gli Usa accusano, non ascoltano le repliche iraniane e ribadiscono gli addebiti. Non è nemmeno un gioco delle parti, è un rapporto a senso unico. L’Occidente nella sua totalità accetta e condivide l’approccio statunitense senza vedere l’aberrazione che sta alla sua radice. Per questa ragione nessuno si stupisce quando Hillary Clinton inneggia al colpo di Stato contro l’attuale dirigenza iraniana. Il segretario di Stato Usa, in una intervista rilasciata sabato scorso e resa pubblica domenica dalla rete Abc ha infatti dichiarato: “Non posso che augurarmi che ci sia uno sforzo in Iran da parte di esponenti civili e religiosi responsabili per prendere il controllo dell’apparato dello Stato”. Una vera e propria “apologia di golpe” nella quale l’ex first lady Usa Clinton ha espresso le preoccupazioni, non solo di Washington, ma, a suo dire, della stessa popolazione iraniana. Potrebbe essere lo stesso genere di preoccupazione che attanaglia le frange più conservatrici della politica iraniana, quelle che hanno cercato di cavalcare la cosiddetta “onda verde”, e quelle da tempo fortemente critiche nei confronti del presidente Ahmadinejad per i pensieri “arditi” manifestati su diritti umani, velo, condizione della donna. Tutte vicende che a certa stampa non interessano, più impegnata a dipingere l’Iran come una dittatura, un monolite integralista guidato da un fanatico.
Ecco un commento su facebook di
Iran / Onu: versione integrale del discorso del Presidente Mahmoud Ahmadinejad all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite -Giovedì 23 Settembre 2010 08:23
Nel Nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso
La Lode appartiene al Signore dei due mondi ed elogi e pace sul nostro patrono e profeta Mohammad e sulla sua sacra famiglia e sui suoi discepoli vicini e su tutti i nunzi e i messaggeri(di Dio/ndr).
O nostro Allah affretta l’apparizione del Tuo prescelto(il Mahdi/ndr), garantisci a lui la salute e la vittoria e collocaci tra i suoi migliori seguaci e sostenitori, pronti a lottare per la sua nobile causa.
Signor Presidente,
Gentili colleghi, signore e signori;
Ringrazio il grande Dio per avermi donato la possibilità di presentarmi un’altra volta in questa importantissima Assemblea mondiale. Prima di ogni cosa voglio ricordare le vittime delle terrificanti inondazioni del Pakistan ed esprimermi partecipe nel dolore dei superstiti, del governo e del popolo di questo paese. Invito tutti a correre in aiuto dei propri simili come un dovere umano.
Negli anni passati vi ho parlato di alcune delle speranze e delle preoccupazioni, della crisi della famiglia, della sicurezza, della dignità umana, dell’economia e del clima, e della speranza nella giustizia e nella pace duratura.
Ora che dopo circa 100 anni di predominio, il sistema capitalistico e l’attuale ordine mondiale si sono dimostrati incapaci di offrire soluzioni valide ai problemi della società, questi sono giunti alla loro fine. Cercherò di esaminare i due principali motivi di questo fallimento e di descrivere alcuni aspetti di un futuro ordine adeguato.
A: l’elemento della fede e del modo di vedere
Sapete che i profeti divini avevano la missione di invitare tutti al monoteismo, all’amore ed alla giustizia, e di mostrare all’umanità la strada per raggiungere la felicità. Loro invitavano gli uomini alla contemplazione ed alla conoscenza per poter meglio comprendere la verità, e per evitare l’ateismo e l’egoismo. La natura essenziale dell’invito di tutti i profeti è unica. Ogni profeta ha confermato il messaggio di quello venuto prima di se ed ha dato la buona novella dell’arrivo del profeta successivo ed ha offerto una figura sempre più completa della regione proporzionalmente alla capacita’ di comprensione dell’uomo. Questo andamento è continuato fino all’ultimo messaggero di Dio, che ci ha portato la religione al completo.
In forma parallela a questo andamento, gli egoisti e gli adoratori della mondanità, hanno cercato di opporsi a questo chiaro invito e si sono ribellati per fermarlo.
- I sostenitori di Namrud contro il profeta Abramo, i sostenitori del Faraone contro il profeta Mosè, e gli adoratori della mondanità contro il profeta Gesù ed il profeta Mohammad (che la Pace di Dio sia con lui e la sua progenie). E nei secoli recenti, con la scusa di non far ripetere le ingiustizie commesse nel Medioevo dai presunti religioni in Occidente, l’etica ed i valori umani sono stati presentati come elemento retrogrado ed un qualcosa di opposto alla scienza ed alla ragione.
- L’interruzione del legame dell’uomo con il cielo in pratica è stato l’interruzione del legame dell’uomo con la vera identità di se stesso.
- L’uomo, con la sua capacità di comprendere i segreti dell’universo, il suo istinto di cercare la verità, le sue aspirazioni verso la giustizia e la perfezione, la sua ricerca della bellezza e della purezza, e la sua capacità di rappresentare Dio sulla terra, è stato ridotto ad una creatura limitata al mondo materiale il cui compito è divenuto quello di portare al massimo i piaceri individuali delle persone. Le voglie dell’istinto hanno preso il posto della natura umana.
- Gli esseri umani ed i popoli sono stati trasformati in rivali e la felicità di un individuo o di una nazione sono state presentate dipendenti dall’eliminazione degli altri. La cooperazione costruttiva ed evolutiva è stata sostituita da uno scontro distruttivo per la sopravvivenza.
- L’avidità di ricchezza e potere hanno sostituito il il monoteismo, che è la chiave dell’amore e dell’unità.
- Questa guerra degli egocentristi ai valori divini ha dato origine alla schiavitù e al colonialismo.
Una grande porzione di mondo fu sottomessa al dominio di pochi stati occidentali. Decine di milioni di persone furono fatte schiave, e decine di milioni di famiglie furono distrutte come conseguenza. Tutte le risorse, i diritti e la cultura delle nazioni colonizzate furono saccheggiati. Molte terre furono occupate, e gli autoctoni umiliati e decimati.
Ma con l’insurrezione dei popoli, il colonialismo venne respinto, e l’indipendenza delle nazioni venne riconosciuta. Fu allora che rinacque la speranza per il rispetto, per il benessere e per la sicurezza. All’inizio del secolo scorso belli slogan parole come libertà, diritti umani e democrazia crearono la speranza di poter guarire le profonde ferite del passato. Ma oggi purtroppo quei sogni non solo non sono stati realizzati, ma abbiamo anzi aggiunto ricordi a volte ancora più amari di quelli precedenti.
- Le due guerre mondiali, l’occupazione della Palestina, le guerre di Corea e del Vietnam, la guerra dell’Iraq contro l’Iran, l’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq e le tante guerre dell’Africa, in cui centinaia di milioni di persone sono state uccise, ferite o eradicate dal loro territorio.
- Il terrorismo, il narcotraffico, la povertà e l’abisso tra ricchi e poveri e i governi golpisti e dittatoriali che sostenuti dall’Occidente hanno afflitto il sudamerica.
- Invece del disarmo, la proliferazione e l’accumulo di armi atomiche, biologiche e chimiche si è diffuso, ponendo il mondo sotto una minaccia sempre maggiore.
E così gli stessi obbiettivi dei colonialisti e degli schiavisti sono stati perseguiti ma questa volta in una nuova forma e con nuovi slogan.
B: l’elemento dell’amministrazione globale e la strutture dominante
- La società delle Nazioni e poi le Nazioni Unite furono istituite con l’aspirazione di diffondere la pace, la sicurezza e l’affermazione dei diritti umani, e di fatto amministrare il mondo.
- Per analizzare l’attuale metodo di amministrazione del mondo, si possono esaminare questi tre eventi.
Primo: L’11 settembre 2001, che ha condizionato la storia del mondo da quasi un decennio.
- Con la trasmissione improvvisa delle immagini la notizia dell’attacco alle Torri Gemelle è stata diffusa nel mondo.
- Quasi tutti i governi ed i personaggi importanti hanno condannato fermamente questa azione.
- Poi però è stata messa in moto la macchina della propaganda che diceva che l’intero mondo fosse ora esposto ad un pericolo enorme, quello del terrorismo, e che l’unico modo per salvare il mondo sarebbe stato quello di mandare forze armate in Afghanistan.
- E così l’Afghanistan, e poco dopo l’Iraq, furono occupati.
Vi prego di fare attenzione;
- È stato detto che circa tremila persone furono uccise l’11 settembre, fatto per il quale siamo tutti molto rattristati. Fino ad oggi però in Afghanistan e Iraq centinaia di migliaia di persone sono state uccise, milioni sono stati feriti o eradicati dal loro territorio, e il conflitto è ancora in corso, ed in via di espansione.
Nel ricercare i responsabili dell’attacco terroristico, vi furono tre punti di vista:
- 1 - Che un gruppo terrorista molto potente e sofisticato, in grado di perforare tutte le barriere di intelligence e sicurezza americane, abbia portato a termine gli attacchi. Questa è la tesi sostenuta prevalentemente dagli uomini di governo americani.
- 2 - Che alcuni settori all’interno del governo americano, abbiano orchestrato l’attacco, per capovolgere il corso negativo dell’economia americana, permettere un nuovo dominio del Medio Oriente, salvando al contempo il regime sionista. La maggioranza degli americani, come la gente e i politici di altre nazioni, condividono questo punto di vista.
- 3 - Che gli attacchi siano stati portati a termine da un gruppo terrorista, ma che il governo americano li abbia supportati e abbia tratto vantaggio dalla situazione. Apparentemente questa versione non ha molti sostenitori.
- La prova più importante esibita, relativa a questi attacchi, furono alcuni passaporti trovati nella montagna di macerie, e il video di un certo individuo, il cui luogo di domicilio era sconosciuto, ma del quale si sapeva che avesse partecipato ad accordi petroliferi con alcuni importanti personaggi americani. C’è stato anche un insabbiamento, nel senso che è stato detto che a causa dell’esplosione e del fuoco non si è trovata altra traccia degli aggressori suicidi.
Ma alcune domande fondamentali sono rimaste senza risposta.
1) Non sarebbe stato più logico condurre prima una completa investigazione, da parte di gruppi indipendenti, per identificare con certezza i responsabili degli attacchi, e poi mettere a punto un piano razionale per prendere misure contro di loro?
2) Pur dando per buona la versione del governo americano, vi sembra logico scatenare una guerra classica, con ampio impiego di truppe - che hanno portato alla morte di centinaia di migliaia di persone - per combattere un gruppo terrorista?
3) Perché non si è agito nello stesso modo in cui ha fatto l’Iran contro il gruppo terrorista Rigi, che aveva ucciso o ferito 400 persone innocenti in Iran? In questa operazione condotta dall’Iran nessun innocente è stato toccato.
- Voglio proporre che le Nazioni Unite inaugurino una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sull’11 Settembre in modo che in un domani certe persone non proibiscano ogni sorta di considerazione su questo fatto.
Voglio annunciare che l’anno prossimo si terrà nella Repubblica Islamica dell’Iran una conferenza per studiare il terrorismo e i modi per combatterlo. Invito i responsabili governativi, gli studiosi, i pensatori, i ricercatori e gli istituti di ricerca di tutte le nazioni a partecipare.
Secondo: l’occupazione della Terra della Palestina.
- Il popolo oppresso della Palestina da sessant’anni si trova sotto il giogo di un regime di occupazione, ed è stato privato di libertà, sicurezza e diritto all’autodeterminazione, mentre gli occupanti vengono legittimati. Quotidianamente vengono distrutte le case che danno riparo a donne e bambini innocenti. La gente è privata di acqua, cibo e medicine in casa propria. I sionisti hanno scatenato cinque guerre devastanti contro i paesi confinanti e contro il popolo palestinese.
- I sionisti hanno commesso crimini orribili contro popoli indifesi, nelle guerre contro il Libano e a Gaza.
- Il regime sionista ha aggredito una flottiglia umanitaria, in palese disprezzo di tutte le norme internazionali, uccidendo dei civili.
- Questo regime gode del totale supporto di alcuni paesi occidentali, minaccia continuamente le nazioni vicine, e prosegue con assassini di personaggi palestinesi e di altri annunciati pubblicamente, mentre coloro che difendono i palestinesi vengono sottoposti a pressioni ed etichettati come terroristi ed antisemiti. Tutti i valori, compreso quello della libertà di espressione, in Europa e negli Stati Uniti vengono sacrificati sull’altare del sionismo.
- Tutte le soluzioni falliscono, poiché non prendono in considerazione i diritti del popolo palestinese.
- Avremmo davvero assistito a questi crimini orribili, se invece di legittimare l’occupazione fosse stato riconosciuto il diritto di sovranità del popolo della Palestina?
- Noi proponiamo senza ambiguità il ritorno degli esuli palestinesi alla loro terra madre, per poter esercitare il diritto di voto del popolo palestinese, con il quale riaffermare la propria sovranità e decidere il proprio tipo di governo.
Terzo: La questione dell’energia nucleare
- L’energia nucleare è pulita e poco costosa, ed è un dono divino e fra le energie alternative più accessibili per ridurre l’inquinamento prodotto dai combustibili fossili.
- Il trattato di non proliferazione nucleare permette agli stati membri di utilizzare l’energia atomica senza limiti, mentre l’agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ha il compito di assistere gli stati membri, con supporto tecnico e legale.
- La bomba atomica è la peggiore arma disumana mai inventata, e va completamente eliminata. Il trattato di non proliferazione nucleare proibisce lo sviluppo e l’accumulo di armi atomiche e invita al disarmo nucleare.
- Nonostante questo vorrei far notare quello che hanno fatto alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che sono anche possessori di armi atomiche:
- Hanno equiparato l’energia nucleare alla bomba atomica, allontanando molte nazioni dall’accesso a questo tipo di energia, grazie al monopolio ed alle pressioni esercitate sull’AIEA. Nel frattempo hanno continuato a mantenere, espandere e migliorare i propri arsenali nucleari.
Questo ha comportato ciò che segue:
- Non solo il disarmo nucleare non si è realizzato, ma le bombe atomiche sono proliferate in molte regioni, compreso il regime sionista, invasore e intimidatorio.
- Vorrei proporre qui che l’anno 2011 sia proclamato anno del disarmo nucleare, l’anno “dell’energia atomica per tutti, e delle armi atomiche per nessuno.”
Nelle diverse situazioni di cui vi ho parlato, le Nazioni Unite non sono state in grado di mettere in atto nulla di efficace. Sfortunatamente, nel decennio definito “Decennio internazionale della cultura e della pace” centinaia di migliaia di persone sono state uccise o ferite a causa di guerre,di aggressioni e di occupazioni, mentre le ostilità e gli antagonismi sono aumentati.
Signore e signori,
Recentemente abbiamo assistito all’azione brutta ed anti-umana del rogo del Corano.
- Il Corano è un testo divino e il miracolo eterno del profeta dell’Islam che invita al monoteismo, alla giustizia, all’amore per la gente, allo sviluppo, alla riflessione ed al ragionamento, alla difesa degli oppressi ed alla lotta contro gli oppressori e cita grandi profeti del Signore come Noè, Abramo, Isacco, Giuseppe, Mosè e Gesù(la pace sìa con loro). Hanno bruciato il Corano per bruciare tutte queste verità ma la verità non può essere bruciata. Il Corano è eterno perchè Dio e la verità sono eterni. Bisogna stare attenti a non cadere nella trappola di Satana. Questa azione ed ogni azione che aumenti la distanza e la divisione tra i popoli è satanica. Io a nome del popolo iraniano esprimo il mio profondo rispetto per tutte le sacre scritture ed i fedeli. Questo è il Corano e questa è la Bibbia ed entrambi sono rispettati da noi.
Stimati amici,
sono anni che l’inefficienza del pensiero capitalista e delle attuali strutture di governo del mondo si è resa palese, e la maggioranza degli stati e delle nazioni sono da tempo alla ricerca di cambiamenti radicali, affinché possa prevalere la giustizia nelle relazioni globali.
- La causa dell’incapacità delle Nazioni Unite sta nella sua ingiusta struttura. La maggioranza del potere viene monopolizzata dal Consiglio di Sicurezza, grazie al diritto di veto, mentre il pilastro fondamentale dell’organizzazione, e cioè l’Assemblea Generale, è stata marginalizzata.
- Nei decenni trascorsi, almeno uno dei membri del consiglio di sicurezza è stato anche parte in causa delle varie dispute.
- Il diritto di veto garantisce impunità all’aggressione e all’occupazione. Come ci si può attendere una gestione competente, quando il giudice e l’accusa sono parti in causa nella disputa?
- Se l’Iran avesse goduto del diritto di veto, secondo voi il consiglio di sicurezza e il direttore generale dell’AIEA avrebbero assunto le stesse posizioni sulla questione nucleare?
Cari amici,
- Le Nazioni Unite sono il centro focale per il coordinamento della gestione globale. La sua struttura va riformata, in modo che tutti gli stati e le nazioni indipendenti possano avere un ruolo attivo e costruttivo nella gestione globale.
- Il diritto di veto dovrebbe essere revocato, l’assemblea generale dovrebbe diventare il corpo più importante, il segretario [delle Nazioni Unite] dovrebbe essere in posizione di totale indipendenza, e tutte le sue decisioni dovrebbero essere prese con l’approvazione dell’assemblea generale, e debbono essere dirette alla promozione della giustizia e all’eliminazione delle discriminazioni.
- Il segretario generale delle Nazioni Unite non dovrebbe essere sottoposto a pressioni da parte dei poteri del paese che ospita l’Organizzazione, quando afferma la verità e amministra la giustizia.
- Suggerisco che entro un anno, nell’ambito di un programma di sessione straordinaria, l’assemblea generale completi la riforma strutturale di questa Organizzazione.
- La Repubblica islamica dell’Iran ha delle proposte precise in questo senso, ed è pronta a partecipare in modo attivo e costruttivo al processo di riforma.
Signore e signori,
- Io proclamo chiaramente che l’occupazione di altri paesi con il pretesto di portarvi libertà e democrazia è un crimine imperdonabile.
- Il mondo ha bisogno della logica della compassione e della giustizia, e della partecipazione inclusiva, e non della logica della forza, del predominio, dell’unilateralità, della guerra e dell’intimidazione.
- Il mondo deve essere governato da gente virtuosa come i Profeti divini.
- Due grandi zone geografiche, l’Africa e l’America latina, hanno avuto uno sviluppo radicale nel corso degli ultimi decenni. Il nuovo atteggiamento in questi due continenti, basato su un accresciuto livello di integrazione e di unità, come sulla nazionalizzazione dei modelli di crescita e sviluppo, ha portato frutti notevoli ai popoli di quelle regioni. La saggezza e la lungimiranza dei leader di questi due continenti hanno superato i problemi regionali, senza l’interferenza di poteri non-regionali.
La Repubblica islamica dell’Iran ha incrementato le proprie relazioni con l’America latina e con l’Africa, negli anni scorsi, in tutti i sensi.
Stimati amici e colleghi, ora vorrei attirare la vostra attenzione sul glorioso Iran, e sulla sua coraggiosa nazione.
- Una nazione che con la sua partecipazione senza precedenti ha aperto un nuovo capitolo nella volontà dei popoli per la conquista della libertà e della democrazia. Il popolo iraniano, in quanto una nazione che lungo la storia ha avuto l’onore e l’onere di costruire una parte significativa della cultura umana, da canto suo è una delle prime vittime del terrorismo più cieco. Il popolo iraniano nel corso di questi tre decenni successivi alla gloriosa Rivoluzione Islamica, ha dovuto sempre combattere coloro che vedevano nell’Iran islamico il nemico più grande dell’egemonia e della miscredenza.
- E tornando ai giorni attuali possiamo citare l’ostilità e l’inemicizia con cui le potenze egemoniche hanno preso di mira il nostro progresso sul campo dell’energia nucleare. La Dichiarazione di Teheran è stata un passo fortemente costruttivo verso la fiducia reciproca, che è stato reso possibile dalla ammirevole buona volontà dei governi del Brasile e della Turchia, insieme alla sincera collaborazione del governo iraniano. Per quanto la dichiarazione sia stata ricevuta in modo inappropriato da alcuni, e sia stata seguita da una risoluzione illegale, rimane del tutto valida.
- Noi abbiamo rispettato i regolamenti dell’AIEA ben oltre gli impegni previsti dalla legislazione internazionale, ma non ci siamo mai sottomessi a pressioni imposte in modo illegale, e mai lo faremo.
- È stato detto che qualcuno vuole obbligare l’Iran al dialogo. Bene, prima di tutto l’Iran è sempre stato pronto ad un dialogo che sia basato sul rispetto e sulla giustizia. In secondo luogo, i metodi basati sulla mancanza di rispetto alle nazioni sono diventati da tempo inefficaci. Coloro che hanno usato l’intimidazione e le sanzioni come risposta alla chiara logica della nazione iraniana, stanno di fatto distruggendo quel poco che rimane della credibilità del Consiglio di Sicurezza, e della fiducia delle nazioni in questa organizzazione, dimostrando ancora una volta quanto ingiusta sia la funzione del Consiglio.
- Quando costoro minacciano una grande nazione come l’Iran, che è conosciuta nella storia per i suoi scienziati, poeti, artisti e filosofi, la cui cultura e civiltà sono sinonimo di purezza, di rispetto di Dio e di ricerca della giustizia, come possono aspettarsi di veder crescere la fiducia delle altre nazioni verso di loro?
- È ben risaputo che i metodi aggressivi nel cercare di governare il mondo sono falliti. Non solo l’epoca della schiavitù, del colonialismo e del dominio del mondo è tramontata, ma perfino la strada per cercare di restaurare i vecchi imperi è ormai bloccata.
- Abbiamo annunciato che siamo pronti ad un serio ed aperto confronto con il governo americano, per poter esprimere in modo trasparente le nostre opinioni su argomenti di grande importanza per il mondo, in questa stessa sede.
- Proponiamo qui che per avere un dialogo costruttivo venga anche istituito annualmente un dibattito all’interno dell’assemblea generale.
Ma l’ultima parola:
Amici e colleghi;
- la nazione iraniana e la maggioranza delle nazioni e dei governi nel mondo sono contrari all’attuale tipo di controllo discriminatorio del mondo. E la natura disumana di questo tipo di controllo l’ha portato in un vicolo cieco, ed ora richiede di essere rivisto alla radice.
- Per ricostruire le relazioni globali e per riportare la tranquillità e la prosperità sono necessari la partecipazione di tutti, intenzioni oneste, e il contributo umano e divino.
- Condividiamo tutti questa idea: la giustizia è l’elemento fondamentale per la pace e per una sicurezza duratura, e per il diffondersi dell’amore fra i popoli e le nazioni. E’ nella giustizia che l’umanità cerca la realizzazione delle proprie aspirazioni, dei diritti e della dignità, mentre soffre nell’oppressione, nell’umiliazione e nel maltrattamento.
- La vera natura dell’umanità si manifesta nell’amore per gli altri esseri umani e nell’amore per tutto ciò che è bene nel mondo. L’amore è l’elemento fondamentale su cui costruire le relazioni fra i popoli e le nazioni.
- Come disse Vahshi Bafqi, un buon poeta iraniano, “Anche se avrai bevuto mille volte alla fontana della giovinezza, morirai comunque se non sarai nelle mani dell’amore”.
- Nel riempire il mondo di purezza, di sicurezza e di prosperità, gli uomini non sono più rivali, ma compagni.
- Coloro che vedono la propria felicità soltanto nelle sofferenze altrui, e il proprio benessere e la sicurezza soltanto nell’insicurezza altrui, coloro che si ritengono superiori agli altri non stanno sul cammino dell’umanità, ma su quello di Satana.
- L’economia e i mezzi materiali sono soltanto strumenti per raggiungere gli obbiettivi, per creare amicizia e per rafforzare i rapporti umani, al fine di raggiungere la perfezione spirituale, e non sono strumenti per vantarsi nè un mezzo per dominare gli altri.
- L’uomo e la donna si completano a vicenda, e l’unità famigliare, con una duratura ammirevole e pura relazione fra gli sposi, sta al centro ed è la garanzia per la continuità e la crescita delle nuove generazioni, per i veri piaceri, per difendere l’amore e per migliorare la società.
- La donna è riflesso della bellezza divina, è sorgente di amore e di attenzioni. Lei è la depositaria della purezza e della squisitezza della società.
- La libertà è un diritto divino che deve servire alla pace ed al perfezionamento dell’essere umano. I pensieri puri e la volontà dei giusti sono le chiavi per accedere ad una vita pura, piena di speranza, di vitalità e di bellezza.
- Questa è la promessa di Dio, che la terra resterà in mano ai puri ed ai giusti. La gente priva di egoismo prenderà in mano il controllo del mondo, ed allora non vi saranno più tracce di dolore, discriminazione, povertà, insicurezza ed aggressione. Sta per arrivare il momento della vera felicità e della realizzazione della vera natura dell’umanità, come Dio l’ha sempre intesa.
- Tutti coloro che cercano la giustizia e tutti gli spiriti liberi hanno atteso a lungo questo momento, con la promessa di un tempo glorioso.
- Il completo essere umano, il vero servo di Dio, il vero amico dell’umanità, il cui padre apparteneva alla generazione dell’amato Profeta dell’Islam, e la cui madre era della stirpe dei devoti di Gesù il Messia, attende insieme a Gesù figlio di Maria e agli altri uomini prescelti per tornare sulla terra nei tempi luminosi e aiutare l’umanità.
- Nel dare loro il benvenuto dovranno unirsi tutti e cercare la giustizia.
Onore all’amore e al rispetto della giustizia e della libertà, onore alla vera umanità, all’essere umano completo, al vero compagno dell’umanità, e che la pace sia su tutti voi, e su tutti i giusti e puri.
Che la pace di Dio e la Sua Clemenza sia con voi
Ahmadinejad: "L'era delle tirannie prevaricatrici è finita". lunedì 20 settembre 2010
In una intervista in esclusiva per il canale televisivo statunitense ABC, il presidente ha raccomandato al personale della Casa Bianca che nel confrontarsi con la civile, potente e culturalmente ricca nazione iraniana non si utilizzino minacce e metodi fuori dalle leggi, così come di cessare di far ricorso alle scorrettezze per gestire i rapporti internazionali.
Il dottor Ahmadinejad, giunto a New York sabato sera dopo un viaggio di ventun ore inframezzato da brevi soste in Siria ed in Algeria, ha sottolineato nel corso dell'intervista che "l'era delle tirannie prevaricatrici è finita e coloro che si rifanno ai loro metodi andranno incontro ad una sicura sconfitta". In merito alla recente risoluzione che introduce sanzioni economiche contro l'Iran, il Presidente ha affermato che "La nazione iraniana ha fatto da trent'anni l'abitudine ai comportamenti immorali del mondo occidentale ed ha imparato a trasformare le minacce americane che accompagnano ogni volta le sanzioni in altrettante nuove opportunità". Il dottor Ahmadinejad ha aggiunto: "ricorrere a simile misure illegali non porterà ad altro risultato che la marginalizzazione di quanti vorrebbero marginalizzare gli altri". Rispondendo ad una domanda inerente la preoccupazione espressa da alcune persone all'interno del suo paese, timorose della mancanza di seria considerazione nei confronti delle sanzioni, ha specificato: "In Iran tutti possono esprimere il proprio punto di vista e la propria opinione: non esistono limiti a questo genere di espressione. Il governo ha preso le sanzioni molto seriamente ma questo non significa che si debba dare per scontato che esse sanzioni avranno per forza un effetto negativo. Il governo è dell'opinione che a seguito delle sanzioni l'Iran compirà invece ulteriori progressi". Il Presidente ha affermato: "La nazione iraniana è civile, potente e culturalmente ricca e non ha bisogno di dipendere dalle altre nazioni. Avere relazioni con le altre nazioni è prezioso, ma questo non significa che gli atti di forza o le sanzioni possano avere effetti negativi sul percorso che la nazione iraniana segue per il proprio progresso". Ha detto che ogni più piccolo movimento di materiali nucleari viene svolto sotto la supervisione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), perché a questo riguardo non esista alcuna incertezza. Sottolineando il fatto che alcuni ispettori dell'agenzia hanno violato la legge distorcendo i fatti in merito alle attività nucleari iraniani, nel tentativo di utilizzare questa materia a fini politici, il dottor Ahmadinejad ha detto che la IAEA ha lasciato che simili rapporti pieni di storture e concepiti a scopo politico minassero la sua credibilità. Ha anche asserito che alcuni paesi, tra i quali gli Stati Uniti, sono impegnati in attività nucleari militari senza che esista alcun rapporto o alcuna supervisione su di essi. Il Presidente Ahmadinejad ha detto che le sanzioni non sono una questione che per l'Iran abbia una qualche importanza concreta, affermando che coloro che stanno lavorando per imporle stanno in realtà impegnandosi per sanzionare se stessi. Rispondendo ad una domanda sul caso di Sakineh Ashtiyani, su cui pende una sentenza di morte emessa da un tribunale iraniano per adulterio e per la complicità con i suoi amanti nell'assassinio del marito, ha risposto: "come mai il destino di un detenuto iraniano è diventato così importante per i funzionari americani?" Il dottor Ahmadinejad ha liquidato i servizi trasmessi dai media degli Stati Uniti su questo argomento come completamente manipolati ed ha detto che è davvero una sfortuna per i funzionari americani dover impiegare il proprio tempo dietro a dicerie antiiraniane e a notizie false. Il presidente iraniano si è anche detto sorpreso che gente le cui mani sono macchiate del sangue di oltre un milione di iracheni e di più di centomila afghani stia tentando di farsi passare per difensori di una donna colpevole e detenuta adducendo maldestramente il pretesto dei diritti umani. Mahmoud Ahmadinejad ha sottolineato il fatto che il governo dell'Iran è recisamente contrario alla politica statunitense in Iraq ed in Afghanistan, e che la considera un completo fallimento. Rispondendo ad una domanda in merito ad alcune notizie che riferirebbero della possibilità che Karroubi e Mussavi possano essere in qualche modo imputati in un processo in cui si tenterà di incastrarli, il dottor Ahmadinejad ha risposto che anche se gli avversari politici sconfitti, gli oppositori al governo ed i suoi avversari politici personali hanno commesso atti illegali di ampia portata durante lo scorso anno, tutti si trovano comunque a piee libero e possono diffondere le loro opinioni attraverso i media di cui hanno disponibilità senza che nessuno nel frattempo abbia pensato a disturbarli; un eventuale tentativo di incastrarli in qualche modo avrebbe potuto essere posto in atto nel corso di tutto l'ultimo anno.
La nazione iraniana non ha nulla contro gli ebrei, e gli ebrei vivono al sicuro in Iran.
Rispondendo ad una domanda che faceva riferimento all'esortazione di Fidl Castro di non arroccarsi su certe posizioni in merito all'olocausto ed agli ebrei, il Presidente ha affermato: "ognuno al mondo è libero di esprimere le proprie opinioni, ma devo dire che la nazione iraniana non è antisemita e che gli ebrei, così come gli altri popoli, in Iran vivono al sicuro ed in totale tranquillità. In merito all'olocausto abbiamo soltanto avanzato due domande, alle quali non abbiamo ricevuto risposta". Il dottor Ahmadinejad ha aggiunto che la nazione iraniana non ha mai adottato alcuna prospettiva razziale e che, al contrario, oggi una prospettiva che si rifà al peggior razzismo è in uso nella Palestina occupata e che i sionisti asseriscono ufficialmente di appartenere ad una razza superiore; "certamente noi siamo dell'opinione che i sionisti siano una cosa differente dagli ebrei, e che non abbiano comunque alcuna religione".
La nazione iraniana, con i suoi settantacinque milioni di persone, si erge unita e solidale contro il sistema egemonico.
Ad una domanda che faceva riferimento ad un'asserzione della Guida Suprema in cui si sottolineavano l'unità e la solidarietà nazionali, il presidente ha risposto che da trent'anni la nazione iraniana è unita e coesa, e che il mantenimento di questa unità è sempre stato fra le prime preoccupazioni dei leader della rivoluzione. La nazione iraniana comprende settantacinque milioni di persone unite, che si ergono contro il sistema delle egemonie. Rispondendo ad una domanda che faceva riferimento alle ragioni che hanno portato alla rimozione dell'ingegner Mashaei dalla carica di vicepresidente, il dottor Ahmadinejad ha spiegato che l'atto è stato raccomandato dalla Guida Suprema; a causa di alcune divergenze di opinione sarebb stato bene che Mashaei non occupasse la vicepresidenza. Questo non significa che Mashaei non potrà occupare altre cariche. "Il signor Mashaei è uno dei migliori membri della compagine di governo ed è una persona dotata di una mente brillante e profondamente pervasa da senso di umanità; Mashaei è un amico ed è mio assistente personale". Un'altra domanda chiedeva se Mashaei sarebbe stato candidato alle prossime elezioni presidenziali: il presidente ha asserito che il governo in carica non ha, tra i suoi compiti, quello di preoccuparsi delle elezioni future perché ciascun suo componente sta assolvendo compiti di servizio e tentando di rimuovere le barriere che ostacolano lo sviluppo della nazione iraniana; "la nazione iraniana è vigile ed intelligente, ed al momento giusto chiunque la nazione vorrà scegliere sarà eletto, senza che nessuno possa imporre alla nazione iraniana alcuna costrizione o alcun diktat". Ad una domanda riferentesi alle parole del segretario di stato americano che rimarcavano il processo di militarizzazione in atto nel paese, Ahmadinejad ha risposto che la signora Clinton avrebbe fatto meglio a pensare un po' a quello che voleva dire, prima di lasciarsi andare a certe affermazioni. "Tutti sanno che il budget destinato alle spese militari negli Stati Uniti ammonta a mille miliardi di dollari; la popolazione degli Stati Uniti supera di oltre quattro volte quella iraniana, ma le spese militari dell'Iran ammontano a soli dieci miliardi di dollari. A questo proposito l'asserzione del segretario di stato è piuttosto divertente: come può preoccuparsi del potenziale militare altrui uno stato che vi destina una cifra che è pari a quella che vi destina tutto il resto del mondo messo insieme?". Il Presidente ha affermato poi che per far uscire la politica estera statunitense dall'orrenda era di Bush il presidente Obama dovrebbe senz'altro fare a meno di fare ricorso ai metodi ed ai comportamenti che la caratterizzavano, pena ottenere i medesimi risultati, e che la signora Clinton farebbe meglio ad astenersi dall'esprimere preocupazioni e a concludere invece che l'intromissione statunitense in Iraq, in Afghanistan ed in altre parti del mondo ha comportato ripercussioni e costi estesi sia per gli altri paesi che per gli stessi Stati Uniti. "Se l'amministrazione statunitense intende presentare proprie raccomandazioni, cominci innanzitutto ad adoperarsi per affrontare i propri fallimenti ed i propri problemi".
L'Iran è stato sempre pronto a colloqui che si svolgano su un piano di parità e di rispetto reciproco.
Ad una domanda in merito alla possibilità che Iran e Stati Uniti intreccino un dialogo diretto, il dottor Ahmadinejad ha affermato che l'Iran ha già posto le basi perchè questo avvenga: "Ad esempio, c'è stato il caso di una lettera inviata a Bush in cui annunciavamo che alle Nazioni Unite eravamo pronti ad un colloquio a due alla presenza dei media; poi, abbiamo liberato per motivi umanitari la signora Sarah Shourd. Atti come questi mostrano che l'Iran è pronto al dialogo, ma questo dialogo deve tenersi in condizioni di parità e di rispetto reciproco".
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La grandezza umana e politica di Ahmadinejaddi Claudio Moffa 20 Settembre 2010
su RINASCITA quotidiano di sinistra nazionale
(condivido tutto tranne dove dice:<<:"una filosofia modernizzatrice perché aperta allo sviluppo tecnologico del paese fino ad accettare – in sfida anche a tanto oscurantismo ecologista occidentale – l’opzione nucleare".>> in quanto non sarò mai d'accordo sull'opzione nucleare Giuseppina Ficarra)
La smentita di Ahmadinejad di cui all’articolo pubblicato qui di seguito e il cui link allego a questo intervento, è emblematica delle “difficoltà” (per usare un eufemismo) dell’informazione sull’Iran e nello stesso tempo, sia delle contraddizioni interne al processo rivoluzionario iraniano guidato da Ahmadinejad e Khamenei, sia della statura eccezionale del presidente iraniano, un leader la cui grandezza umana e politica è ormai un fatto acquisito come dimostra anche quest’ultimo episodio, nel quale egli mostra di saper contrastare e correggere anche una parte del larghissimo movimento di massa che lo sostiene.
In uno scambio di e-mail il 16 settembre scorso con un collega iraniano che mi aveva chiesto fra l’altro cosa pensassi della lapidazione di Sakineh, dopo aver sottolineato che “chiedere a Obama di far arrestare e condannare Jones … non tiene conto del fatto che Obama non controlla direttamente la magistratura negli Usa, e chissà quanto magistrati la pensano come Jones” e che dunque “chiedere a Obama di arrestare Jones diventa qualcosa di simile alle accuse a Ahmadinejad e Khamenei in Occidente per la lapidazione della Sakineh … la scelta della moschea al ground zero è alla fin fine giusta, è come dire: “l’Islam non c’entra niente con l’attentato”. E’ un inizio di svolta” così aggiungevo: “… Sarò forse ingenuo o magari offensivo, ma non credo che Ahamdinejad controlli tutto e tutti: non a caso è andato una volta in minoranza in Parlamento … Un Paese che vive una rivoluzione grandiosa come l’Iran, non è interpretabile come un monolite assoluto: ci sono sacche di arretratezza da eliminare, e una di questa sicuramente è la condanna per lapidazione…”. E’ stato risolutivo Ahamadinejad nel denunciare l’aggressione mediatica subita dall’Iran in coincidenza con l’avvio concreto nella centrale di Busheher dell’industria nucleare iraniana. Come ha dimostrato senso critico e rispettabilità quando ha difeso Carla Bruni dalle offese da lei subite da un giornale iraniano e con la motivazione che tale offesa (“prostituta”) non ha nulla a che vedere con l’Islam; non solo ha ribadito quello che i mass media occidentali hanno cercato di occultare sempre – tranne rarissime eccezioni – e cioè che Sakineh è stata condannata per omicidio e che attende ancora altri gradi di giudizio, ma ha anche dichiarato che la donna non è stata condannata per lapidazione.
Si può pensare che la tardiva smentita sia da correlarsi all’intervento del presidente di oggi all’Onu, ma al di là di questo altre tre considerazioni sono importanti: 1) l’attestarsi nella ricerca e proposizione delle tante Sakineh vittime dell’Occidente per difendere l’Iran non basta: la lapidazione è un metodo orribile di perpetrare quello che comunque resta una modalità sanzionatoria sempre più criticata e avversata nel mondo – la pena di morte – e dunque un qualcosa da eliminare; 2) esiste una dialettica dentro il processo rivoluzionario iraniano che sarebbe schematico e superficiale negare: pensare a Ahmadinejad come a un “dittatore” che tutto controlla non solo confligge con la natura profondamente democratica del sistema elettorale iraniano (questo fa la differenza ad esempio con il sistema iracheno ai tempi di Saddam) ma è comunque, come sempre (vedi mutatis mutandis, le polemiche su Mussolini e persino su Berlusconi) sbagliato. La realtà è più complessa di quanto la superficialità massmediatica spesso pretende; 3) In questa dialettica, il presidente iraniano rappresenta la parte “laica” del regime o per meglio dire – fuoriuscendo dal linguaggio nostrano – la parte religiosa del regime capace di intervenire sugli aspetti più arretrati della tradizione islamica (fermo restando che la lapidazione è una pratica ben più antica della fede propagata da Maometo) fino a smussare e diminuire, come è fisiologicamente naturale, il monopolio assoluto del vertice religioso del regime creato nel 1979 da Khomeiny. Una dialettica che i mass media occidentali – abituati a fare non solo dell’Islam, ma anche del “regime” iraniano un sol fascio, senza guardare alla dialettica parlamentare e a quella fra ceto politico “laico” e imam – negano sempre, a fini di demonizzazione del “nemico”.
Ecco dunque che il presidente iraniano “osa” dire no alle espressioni più retrive del mondo che lo sostiene. La grande forza di Ahmadinejad risiede non solo nella sua abilità tattico-politica, non solo nell’essere un leader credente nella religione del suo Paese, ma anche e soprattutto nel fatto che sa correggere la rotta quando è necessario, forte di tre aspetti fondanti il suo carisma popolare: una politica estera coraggiosa, perseguita a orgogliosa difesa della sovranità e dell’indipendenza dell’Iran; una filosofia modernizzatrice perché aperta allo sviluppo tecnologico del Paese fino ad accettare – in sfida anche a tanto oscurantismo ecologista occidentale – l’opzione nucleare; e una politica sociale interna protesa alla difesa dei ceti più disagiati e poveri dell’Iran. Questo spiega perché, al contrario del reazionario Moussawi e dei suoi seguaci studenti figli di papà, il presidente iraniano goda del sostegno della stragrande maggioranza del popolo iraniano, quello che riempie a milioni i suoi comizi e le manifestazioni in suo sostegno.
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http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=3971
IRAN: UN'INTERPRETAZIONE DI QUANTO STA ACCADENDO Domenica, 14 febbraio 2010 DI DANIELE SCALEA eurasia-rivista.org
Dalle ultime elezioni presidenziali (12 giugno 2009) ad oggi l’Iràn è stato continuamente sconvolto da manifestazioni, più o meno pacifiche, degli oppositori al presidente riconfermato Mahmud Ahmadi Nejad e – talvolta – pure alla guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Il tutto inserito nel quadro della controversia internazionale sul programma nucleare iraniano, con relative sanzioni e minacce d’attacco militare al paese da parte degli USA o di Israele. Anche in occasione delle recentissime manifestazioni per celebrare il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, la stampa occidentale ha dato decisamente più risalto agli scontri tra forze dell’ordine e contestatori che non alle celebrazioni ufficiali, che pure hanno attirato centinaia di migliaia, milioni di persone nelle piazze iraniane.Ben presto in Occidente gli osservatori si sono polarizzati su due valutazioni opposte ma speculari.
La prima, che va decisamente per la maggiore essendo quella propagandata dai mainstream media e fatta propria anche da molti governi, è che in Iràn sia in corso la lotta tra un regime tirannico e la maggioranza della popolazione spontaneamente insorta per abbatterlo. La seconda, meno diffusa ma fortemente radicata in alcune “nicchie”, è che i disordini iraniani siano da ricondursi ad un tentativo di “rivoluzione colorata” ad opera della CIA.
Senza soffermarci troppo sul carattere democratico o meno, rappresentativo o meno, repressivo o meno della Repubblica Islamica, vorrei concentrare l’attenzione sulla genesi e la natura delle proteste. Le due interpretazioni – a) sono assolutamente spontanee e genuine, senza ingerenze esterne e b) sono assolutamente artificiose e manovrate dall’estero – sono, a mio modesto parere, entrambe fallaci in quanto intrinsecamente riduzioniste. Entrambe vedono la realtà in bianco e nero: semplicemente una dice “bianco” e l’altra dice “nero”, ma entrambe rifiutano di vedere tutte le tonalità intermedie, quella variegata scala cromatica che compone la realtà fattuale.
Partiamo da un fatto: l’ingerenza esterna c’è, è fin troppo palese. Chi s’ostina a negarla difetta d’informazioni e/o pecca d’ingenuità. È di dominio pubblico che l’amministrazione Bush puntasse ad un “cambio di regime” in Iràn: tant’è vero che all’epoca se ne sentiva parlare sulla stampa con la medesima frequenza con cui oggi si tratta di “rivoluzione verde” (una coincidenza significativa). Seymour Hersh, forse il più importante giornalista investigativo statunitense (vincitore del Premio Pulitzer per aver svelato al mondo il massacro di Mai Lai), ha rivelato sul “New Yorker” che la passata amministrazione statunitense destinò nel 2007 circa 400 milioni di dollari per finanziare gruppi ribelli in Iràn. Al di là della correttezza o meno delle cifre, la cosa non può sorprendere: ciò è semplicemente in linea col proposito, più volte manifestato, di favorire un “cambio di regime” a Tehran. E con le ripetute denunce da parte delle autorità iraniane d’ingerenze straniere. Si sa per certo che anche l’amministrazione Obama continua a finanziare l’opposizione iraniana: 20 milioni di dollari è la cifra destinata alla sola USAID per «promuovere la democrazia» nel paese mediorientale. E la segretaria di Stato Hillary Clinton, intervistata dalla CNN, ha ammesso che gli USA hanno discretamente appoggiato i dimostranti dell’opposizione in giugno. Thierry Meyssan (“La Cia e il laboratorio iraniano” e “Fallisce in Iran la rivoluzione colorata”) ha indagato sul coinvolgimento straniero nella contesa politica iraniana, senza essere mai confutato dai critici.
I sostenitori dell’assoluta “spontaneità” della cosiddetta “rivoluzione verde”, che fin nel nome ed in certi schemi d’azione richiama decisamente le “rivoluzioni colorate” orchestrate dagli USA in giro per il mondo, sono o male informati, o più semplicemente degl’inguaribili romantici che, identificandosi nell’opposizione iraniana, vogliono a tutti i costi crederla “senza macchia e senza paura”. Spesso essi rifiutano sic et simpliciter la cosiddetta “dietrologia”, convinti che la verità e tutta la verità sia quella vista in televisione. Ma la realtà è un po’ più complessa di così, e non si possono valutare le vicende umane senza prendere in considerazione tutti i fattori, compresi quelli che agiscono sullo sfondo o che sono volutamente celati al grande pubblico. Chiunque oggi scriva un libro sulla genesi della Prima Guerra Mondiale non potrà esimersi dal porre in primo piano alcune questioni geostrategiche ben distanti dai casus belli ufficialmente addotti all’epoca. Oggi è pacifico che la vera motivazione dell’ingresso in guerra dell’Inghilterra non fu difendere la neutralità del Belgio, bensì la sua supremazia marittima ed extra-europea dalla Weltpolitik del Reich germanico. Allo stesso modo, sottolineare che la scoperta dell’America non derivò da un “colpo di testa” di Colombo, bensì dall’ambizione spagnola di risalire la filiera del commercio delle spezie orientali, rientra nella normalissima analisi storica – cosa diversa dalla “cronaca” – e non è certo “dietrologia”. Ciò è pacifico; ma perché mai si dovrebbero adottare schemi interpretativi diversi quando s’indaga un fatto presente anziché uno passato? Chi rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi fattore che non sia evidente e palese già alla prima occhiata inevitabilmente si condanna ad osservare da una sola prospettiva, e dunque a non cogliere la profondità ed il reale significato dell’oggetto del suo sguardo. D’altro conto, a tale visione naif si contrappone quella troppo estrema spesso bollata come “complottista”, secondo cui alla base degli eventi iraniani ci sarebbe un’oscura manovra di Washington. Le politiche di destabilizzazione dell’Occidente sono certo un fattore importante, ma non si possono ignorare né minimizzare quelli endogeni – che sono presenti in ogni “rivoluzione colorata”, e tanto più in Iràn dove, propriamente, non siamo di fronte ad un evento di quel tipo (ossia un colpo di Stato promosso dalla CIA) bensì ad uno scontro interno, che gli USA hanno contribuito a fomentare ed in cui si sono inseriti, ma che non hanno plasmato essi stessi né che manovrano in toto. Cerchiamo d’essere più chiari e precisi.
Lo scontro in corso è tra il Presidente e la Guida Suprema da un lato, e l’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altro. Rafsanjani – una sorta di “eminenza grigia” della Repubblica Islamica – non può essere considerato un semplice burattino coscientemente o incoscientemente in mano alla CIA. Rafsanjani è un chierico di primo piano, per otto anni presidente della Repubblica, oggi alla testa dell’Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento, due organi non elettivi dotati d’ampi poteri (tra cui l’elezione e persino la destituzione della Guida Suprema). Nel corso degli anni ha accumulato enormi ricchezze e svariate accuse di corruzione da parte dei suoi avversari. Val la pena notare che Rafsanjani è catalogabile, per utilizzare le categorie trite e ritrite della stampa nostrana, come un “conservatore” e non certo come un “riformista”. Nel 2005 cercò il terzo mandato presidenziale (dopo otto anni di presidenza Khatamì), ma fu a sorpresa sconfitto dal sindaco di Tehran, il laico Mahmud Ahmadi Nejad. Da lì cominciò la rivalità, esplosa in tutta la sua violenza negli ultimi mesi. Rafsanjani, sconfitto alle urne, ha trovato appoggi presso altre importanti figure della politica iraniana, come gli ex presidenti Khatamì e Musavì. Nemmeno costoro sono sospettabili d’essere agenti della CIA. Stessa cosa dicasi per gran parte dell’opposizione, eccetto i gruppi terroristi – monarchici e comunisti dei Mugiahiddin i-Khalq, cui appartenevano i dissidenti recentemente giustiziati (condannati appunto per aver preso parte non a manifestazioni pacifiche, bensì ad attentati che sono costati la vita a decine di persone) – e probabilmente qualche gruppetto di giovani militanti, che agiscono in sintonia con le tipiche procedure delle “rivoluzioni colorate”.
Il clan Rafsanjani ha, invece, una propria base sociale. Una parte consistente del clero, ad esempio, non gradisce la popolarità acquisita dal Presidente – un laico – e la crescente influenza delle Forze Armate. Inoltre, Ahmadi Nejad ha impostato la propria politica sociale sull’attenzione per le classi basse: si può discutere quanto si vuole sull’effettiva efficacia e sincerità dei suoi provvedimenti, ma è certo che il “popolo minuto” rappresenta la sua base di consenso, mentre è nei ceti alti e soprattutto nella borghesia urbana che trova numerosi critici, se non altro perché la sua politica economica e l’isolamento commerciale hanno danneggiato i loro interessi materiali. Egualmente, molti studenti universitari – tradizionalmente inclini al “ribellismo” verso la società, e che hanno l’occasione di entrare facilmente in contatto con altre culture e punti di vista esterni – fanno parte dell’opposizione. Alcuni di questi saranno certamente mossi anche dal desiderio di una liberalizzazione politica e dei costumi. Quest’interpretazione “sociale” degli schieramenti politici in Iràn (che non va presa troppo rigidamente: Ahmadi Nejad ha sostenitori anche tra i ricchi e gli universitari, e oppositori tra la povera gente) non è certo una mia invenzione, ed è suffragata dall’approfondita indagine condotta da Terror Free Tomorrow e New America Foundation (vedi Ken Ballen e Patrick Doherty, “The Iranian people speak”).
Esiste dunque un’opposizione genuina dotata d’una propria base sociale, sicché la lotta dal livello istituzionale è potuta scendere fin nelle piazze, come sperimentato negli ultimi mesi. Precisiamo, a scanso d’equivoci, che il sostegno a Ahmadi Nejad è superiore all’opposizione, come hanno dimostrato le ultime elezioni (i cui risultati tengo per buoni, poiché le tesi dei sostenitori dei brogli massicci e decisivi che ne avrebbero sovvertito l’esito non hanno retto all’analisi critica che ho svolto in “ Elezioni iraniane: la tesi dei brogli al vaglio ”, al momento mai confutata e che perciò ritengo valida). Perché negli ultimi mesi questo scontro al vertice si è tramutato in una lotta così violenta e serrata? Ritengo che gli USA abbiano avuto in ciò un ruolo diretto, non decisivo, ed uno indiretto, decisivo. Il ruolo diretto è, ovviamente, il finanziamento e la manipolazione di elementi dell’opposizione.
È ipotizzabile senza suscitare scandalo la presenza di qualche agitatore statunitense in seno all’opposizione, soprattutto in quelle manifestazioni egemonizzate dall’ala più radicale, come i disordini provocati da comunisti e monarchici durante le celebrazioni dell’Ashura a Tehran – sconfessati anche da Musavì. Eppure, se non ci fosse una reale massa d’oppositori non sarebbe stata possibile una così lunga serie di manifestazioni e disordini, nemmeno per un’agenzia ricca e potente com’è la CIA. L’opposizione iraniana esiste indipendentemente dal ruolo diretto degli USA, che si può supporre preponderante solo nel caso delle fazioni più estremiste (e violente), come i terroristi dei Mugiahiddin i-Khalq le cui basi si trovano in Occidente. È assai plausibile che ci siano stati contatti informali tra l’opposizione iraniana e gli Statunitensi, vista la contingente parziale coincidenza d’interessi. Ma non è credibile che questa parte cospicua, anche se minoritaria, della società iraniana possa essersi improvvisamente venduta in massa alla Casa Bianca.
Maggiore rilievo ha avuto il ruolo indiretto degli USA, determinante per spingere Rafsanjani ed i suoi alleati a cercare lo scontro aperto con Ahmadi Nejad (e Khamenei). La posizione di George W. Bush verso l’Iràn si potrebbe riassumere grosso modo come segue: l’Iràn è uno “Stato canaglia”, un nemico che dev’essere sottomesso con la forza (invasione o colpo di Stato etero-diretto) e le cui istituzioni vanno “occidentalizzate”, quindi con l’abbattimento della Repubblica Islamica. Con un interlocutore del genere c’era ben poco spazio di manovra. Le cose sono cambiate con Barack Obama. Il Presidente democratico, in omaggio alle tesi geopolitiche del suo consulente Zbigniew Brzezinski (si veda il suo The Grand Chessboard), ritiene che l’Iràn debba costituire un tassello fondamentale nella strategia mondiale statunitense, fungendo da argine all’influenza russa e cinese nel “Grande Medio Oriente”. Dato che le disavventure in Afghanistan e Iràq rendono improponibile un’invasione anche dell’Iràn, e dal momento che un “cambio di regime” a Tehran è assai improbabile, l’unica scelta è trattare, mediare. Obama ha osato (e uso questo verbo perché negli USA è difficile contestare apertamente i programmi di Tel Aviv) persino costruire una parte della sua campagna elettorale su questo tema, sicché non si può ignorarlo. Il problema è che né Obama né Ahmadi Nejad sono disposti a fare grandi concessioni, e così è arduo per loro venirsi incontro. Anche se si risolvesse lo scoglio del programma nucleare, per Obama sarebbe solo un primo tassello: provocare il riallineamento geostrategico dell’Iràn sarebbe operazione ancora più difficile e laboriosa. La differenza tra USA e Iràn sta in questo: che essendo i primi più forti del secondo, negli USA l’opposizione alla “linea Obama” è la “linea dura”, quella della contrapposizione frontale all’Iràn, della promozione del “cambio di regime” o dell’attacco militare; in Iràn invece chi s’oppone alla “linea Ahmadi Nejad” è favorevole all’ appeasement con Washington.
Ecco dunque che, dopo l’ascesa alla presidenza di Obama, la fazione che fa capo a Rafsanjani – tradizionalmente favorevole all’inserimento nell’economia capitalista globalizzata ed a rapporti “distesi” con l’Occidente – ha intravisto l’opportunità ed ha scelto di agire per liberarsi di quella che considera come una zavorra per gl’interessi dell’Iràn (o per i propri personali), ossia l’oltranzismo e l’idealismo di Ahmadi Nejad. Il clan Rafsanjani vorrebbe spodestare Ahmadi Nejad per fare maggiori concessioni agli USA e così rendere possibile la distensione diplomatica con l’Occidente, cosa che favorirebbe in particolar modo gl’interessi economici dei ceti alti iraniani, gli stessi che forniscono la base di sostegno all’opposizione. Khamenei è un ostacolo infinitamente minore: egli ha scelto attualmente d’appoggiare Ahmadi Nejad, ma se questo dovesse cadere in disgrazia, non avrebbe grossi problemi a mostrarsi conciliante col clan Rafsanjani: Khamenei è la Guida Suprema dal 1989, il che significa che ha convissuto per 8 anni con Rafsanjani presidente e per altri otto con Khatamì. Siccome, però, la popolazione è in larga maggioranza a fianco di Ahmadi Nejad, Rafsanjani ed alleati hanno scelto d’optare per la via extra-istituzionale: lo scontro di piazza, il tentativo di rovesciare il Presidente con la forza, logorandolo costantemente ai fianchi finché non sarà possibile dargli lo scossone finale. Se il progetto dell’opposizione iraniana dovesse avere successo, cosa succederebbe all’Iràn? Come già si è detto, si troverebbe un accordo sul nucleare con l’Occidente; prevedibilmente, sarebbe Tehran a dover compiere numerosi passi indietro (o avanti, a seconda dei punti di vista), ossia a fare ripetute concessioni. La contropartita, quella tanto agognata, sarebbe la riapertura a pieno regime dei canali commerciali con l’Occidente. Sul piano interno, è assai probabile che la liberalizzazione dei costumi sarebbe scarsa se non nulla: infatti, l’ala più radicale e libertaria dell’opposizione sarebbe prevedibilmente tagliata fuori dai giochi subito dopo la presa del potere. Aumenterebbe anzi il potere del clero a dispetto di quello delle Forze Armate, e si andrebbe in direzione opposta alla “democratizzazione”, in quanto il demos ha già mostrato in maniera eclatante da quale parte stia. Sul piano internazionale, però, non ci sarebbe quel radicale ribaltamento d’alleanze auspicato da Obama e dai realisti statunitensi. I rapporti di forza nel mondo stanno cambiando, ed oggi anche Russia e soprattutto Cina offrono opportunità commerciali e politiche non inferiori a quelle dell’Occidente. Un Iràn “de-ahmadinejadizzato” si limiterebbe a condurre una politica più cauta, “multi-vettoriale”, cercando di mantenere buoni rapporti con tutte le grandi potenze.
Un quadro molto diverso da quello naif ed idealistico che oggi si figurano gli entusiasti sodali occidentali dei “verdi” iraniani.
Daniele Scalea (redattore della rivista “Eurasia”) Fonte: www.eurasia-rivista.org Link: http://www.eurasia-rivista.org/3037/iran-uninterpretazione-di-quanto-sta-accadendo 12.02.2010
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30597
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Le ragioni dell' Iran di Massimo Fini del 18/02/2010
Sulla questione del nucleare iraniano è Teheran ad avere ragione e la cosiddetta "comunità internazionale" (in realtà sono gli Stati Uniti e Israele a trascinare tutti gli altri) torto. L'Iran ha firmato, a differenza, per esempio, di Israele, che la Bomba ce l'ha (basta attraversare il deserto del Neghev per vedere la sua centrale atomica), ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare.
Cosa può e deve chiedergli la "comunità internazionale"? Di accettare le ispezioni dell'Aiea, l'agenzia Onu per il controllo del nucleare. Cosa che l'Iran ha sempre fatto. Quando, un paio di anni fa, riaprì i suoi siti nucleari fu alla presenza degli ispettori Onu. C'è un via vai continuo fra Vienna, dove ha sede l'Aiea, e Teheran di questi ispettori che c'erano anche tre giorni fa quando gli iraniani hanno inaugurato l'impianto di Natanz. L'arricchimento dell'uranio è il passaggio necessario per ottenere il nucleare civile ad usi energetici ma anche medici. Per questi usi è sufficiente un arricchimento al 20%, per l'atomica bisogna arrivare al 90%. Gli ispettori Aiea hanno accertato che, finora, gli iraniani non hanno superato il limite del 20%.
E allora? Gli americani sospettano, senza lo straccio di una prova, che vi siano dei siti segreti sfuggiti agli ispettori. Ma con questa storia del sospetto allora tutti possono essere messi sotto scacco, è una specie di prolungamento della teoria della "guerra preventiva" di George W. Bush. Noi italiani stiamo riaprendo i nostri siti nucleari (se sia giusto o sbagliato non è argomento da affrontare qui) ed è come se una potenza ostile ci intimasse di non farlo perché da lì, in teoria, potremmo arrivare all'atomica.
Gli americani obiettano anche che l'Iran ha il petrolio e quindi non ha bisogno del nucleare. A parte il fatto che uno Stato avrà ben il diritto di diversificare le sue fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani, la BP ha calcolato che entro il 2049 il petrolio sarà esaurito. Gli iraniani considerano quindi il nucleare civile un loro diritto indiscutibile e su questo non sono disposti a trattare. Sarebbe già una gran concessione, perché lede la loro sovranità, che accettassero di far arricchire il loro uranio in Russia o in Turchia (bei soggettini anche questi, rispettosi dei "diritti umani").
Dice: Ahmadinejad ha affermato che Israele deve «scomparire dalle mappe geografiche». Affermazioni gravi e inaccettabili, ma sono pur sempre parole. Non sono invece parole i missili atomici israeliani puntati su Teheran e i piani di attacco, anche nucleare, all'Iran di Stati Uniti e Israele svelati dalla stampa americana. E, devo dire, fa una certa impressione vedere Paesi seduti su enormi arsenali atomici (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna) far la voce grossa, e indignarsi, con uno che la Bomba non ce l'ha.
C'è molta prevenzione e "disinformatia" nei confronti dell'Iran. Qualche mese fa gli iraniani misero in orbita un satellite per le comunicazioni, un normalissimo satellite come abbiamo anche noi. Subito la "comunità internazionale" gridò all' "allarme" e alla "provocazione". Idem quando testarono dei missili, missili che abbiamo anche noi. Anche la repressione dell'opposizione, almeno quella dell'11 febbraio, dove, secondo i siti antiregime, la polizia ha sparato in aria, usato spray al peperoncino, catene, manganelli, proiettili di gomma e operato decine di arresti, non mi sembra poi tanto diversa da quanto fece il governo Berlusconi al G8 di Genova.
Infine l'Italia è il primo partner commerciale europeo dell'Iran (retrocesso al secondo posto dopo le imprudenti affermazioni di Berlusconi alla Knesset, perché a nessun premier fa piacere essere paragonato a Hitler, nemmeno a Berlusconi). Certo, non si possono barattare principi contro quattrini. Ma finché l'Iran resta dentro le regole internazionali, ha l'ambasciatore a Roma come noi a Teheran, non è il caso che ci appecoroniamo "in toto" agli interessi degli Stati Uniti. O nemmeno noi abbiamo il diritto di tutelare i nostri interessi nazionali? ( Fonte: www.massimofini.it)
Redazioneonline- Osservatorio Internazionale http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=7347
L'invasione americana dell'Iraq ha costretto l'Iran a dotarsi di un deterrente nucleare
In Medio Oriente solo due paesi non si sono piegati alle pretese di Washington: Iran e Siria. E quindi sono diventati due nemici. Fra i due, il più importante è l'Iran. E come accadeva durante la guerra fredda, gli Stati Uniti giustificano il ricorso alla forza come reazione all'influenza nefasta del nemico principale, spesso con pretesti inconsistenti. Non sorprende, dunque, che proprio quando Bush decide l'invio di altre truppe nel pantano iracheno, comincino a circolare notizie su presunte ingerenze iraniane in Iraq, come se a Baghdad non ci fosse nessun'altra interferenza straniera. Il presupposto implicito in questo modo di vedere le cose è che l'America domina il mondo. Nella mentalità da guerra fredda che oggi regna a Washington, Tehran viene dipinta come il vertice della cosiddetta mezzaluna sciita, che si estende dall'Iran fino al Libano degli Hizbollah, passando per il sud iracheno sciita e la Siria.
Per gli Stati Uniti il problema principale del Medio Oriente è il controllo delle enormi risorse energetiche della regione, che è considerato uno strumento di dominio globale. Il controllo statunitense è messo in discussione dall'influenza dell'Iran nella mezzaluna sciita. Per un caso della geografia, i giacimenti petroliferi più abbondanti del mondo si trovano nelle zone del Medio Oriente a maggioranza sciita: il sud dell'Iraq e alcune regioni adiacenti dell'Arabia Saudita e dell'Iran. Il peggior incubo di Washington sarebbe un'alleanza fra tutti gli sciiti, in grado di controllare la maggior parte del petrolio del mondo e indipendente dagli Stati Uniti. Una simile alleanza potrebbe perfino entrare nella "griglia di sicurezza energetica asiatica" guidata dalla Cina, e l'Iran potrebbe diventarne il fulcro. Quindi se Bush e i suoi provocassero una reazione di questo tipo, comprometterebbero il potere degli Stati Uniti nel mondo.
La colpa principale dell'Iran è stato il suo atteggiamento di sfida, che risale alla rivoluzione contro lo scià del 1979 e alla crisi degli ostaggi all'ambasciata americana di Tehran. Dalla storia viene invece cancellato il ruolo nefasto svolto dagli Stati Uniti in Iran, quando, per punire Tehran della sua ribellione, hanno sostenuto l'aggressione di Saddam Hussein, che ha causato centinaia di migliaia di morti e ridotto l'Iran in macerie. Poi ci sono state le criminali sanzioni economiche e, infine, con l'amministrazione di George W. Bush, il rifiuto di rispondere agli sforzi diplomatici fatti da Tehran. La Casa Bianca ha preferito le minacce.
Ma nonostante questo rumore di sciabole, è improbabile che Washington attacchi la Repubblica islamica. La stragrande maggioranza dell'opinione pubblica, sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, è contraria a un conflitto, e sembra che anche i vertici militari e dell'intelligence americani si oppongano alla guerra. L'Iran non sarebbe in grado di difendersi da un attacco militare, però potrebbe reagire in altri modi: per esempio alimentando la violenza in Iraq. Ma c'è chi lancia avvertimenti molto più gravi: per esempio Corelli Barnett, un noto storico militare britannico, ha scritto che "un attacco all'Iran scatenerebbe sicuramente la terza guerra mondiale".
L'amministrazione Bush - dopo aver provocato una catastrofe in Iraq, da cui non sa come uscire - potrebbe cercare allora di destabilizzare l'Iran dall'interno. Il paese ha una composizione etnica complessa: buona parte della sua popolazione non è persiana. Inoltre ci sono delle tendenze secessioniste che Washington, con ogni probabilità, sta cercando di alimentare. L'invasione americana dell'Iraq ha praticamente costretto l'Iran a procurarsi un deterrente nucleare. Per Tehran il messaggio era chiaro: gli Stati Uniti attaccano come vogliono gli stati che non possono difendersi. E l'Iran oggi è accerchiato da forze militari americane (in Afghanistan, in Iraq, in Turchia e nel Golfo persico), e per giunta è vicino al Pakistan, che ha la bomba atomica, e a Israele, che è diventato una superpotenza regionale grazie all'appoggio di Washington.
Nel 2003 l'Iran ha proposto di trattare su tutti i problemi aperti, comprese le armi nucleari e la questione palestinese, ma per tutta risposta Washington ha duramente criticato il diplomatico svizzero che era stato tramite dell'offerta. L'anno seguente l'Unione europea e l'Iran hanno raggiunto un accordo in base a cui Tehran avrebbe smesso di arricchire uranio, mentre l'Ue le avrebbe fornito "solide garanzie sulle questioni di sicurezza", una formula che si riferiva alle minacce americane e israeliane di bombardare l'Iran.
Tuttavia - a quanto pare a causa delle pressioni statunitensi - l'Unione Europea non ha mantenuto gli accordi, e l'Iran ha ricominciato ad arricchire uranio. Se Washington vuole davvero impedire che gli iraniani abbiano l'atomica ed evitare un'escalation nella regione, dovrebbe approvare gli accordi stipulati dall'Unione Europea, accettare di trattare davvero con Tehran e cercare, insieme ad altri Paesi, di integrare la repubblica islamica nell'economia internazionale.
* Noam Chomsky insegna linguistica all'Mit di Boston. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono: America: il nuovo tiranno (Rizzoli 2006) e Capire il potere (Net 2007)
Traduzione italiana pubblicata su Internazionale, 23 marzo 2007
fonte: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19608
Obama, Israele e Iran di Ángel Guerra Cabrera*
su www.jornada.unam.mx del 01/08/2010
*Ángel Guerra Cabrera, giornalista cubano, scrive sul giornale messicano La Jornada
Traduzione a cura de l'Ernesto Online
Dalle aggressioni dei due Bush contro l’Iraq (1991 e 2003) gli Stati Uniti non avevano attuato uno spiegamento militare nella zona del Golfo Persico come quello che è attualmente in corso contro l’Iran. Sebbene i grandi media parlino poco e diano scarso risalto ai preparativi statunitensi-israeliani contro il paese persiano, ogni giorno ne vengono rilevati segnali e indizi soprattutto nelle fonti specializzate, e il tema è trattato sempre più diffusamente da noti analisti di diverso orientamento ideologico. Shamus Cooke in una nota pubblicata in Rebelión definisce le sanzioni promulgate da Obama il 1 luglio contro l’Iran come un inconfondibile atto di guerra. “Tagliando la fornitura di petrolio raffinato gli Stati Uniti causeranno un danno massiccio, irreparabile, all’economia iraniana, il che equivale ad un atto di guerra”… “la strategia in questo caso è attaccare economicamente l’Iran fino a quando essa reagisca con mezzi militari, permettendo agli Stati Uniti di assumere un atteggiamento di falsa statura morale, che provi che “ci si sta difendendo”, poiché è stata l’altra parte ad attaccare per prima”.
Si distinguono per l’abbondante informazione (e disinformazione) sul tema i siti web israeliani. E’ il caso di Debka, portale che gli esperti associano all’agenzia israeliana di spionaggio Mossad, che già il 20 maggio aveva predetto un aumento considerevole della presenza militare yankee “davanti alle coste dell’Iran”, tra cui quattro o cinque portaerei con le loro potenti flottiglie – ne sono già arrivate tre -, da completare tra la fine di giugno e l’inizio di agosto. Con un mese di anticipo Debka ha annunciato l’arrivo in quelle acque della portaerei Harry S. Truman con il suo gruppo d’attacco accompagnata dalla fregata tedesca Hessen “che opera sotto comando statunitense”, proprio lo stesso giorni in cui partiva dalla sua base a Norfolk, Stati Uniti, ma ha mantenuto il silenzio sulla presenza tra queste imbarcazioni di una nave israeliana, come hanno riportato in seguito diverse fonti occidentali e arabe.
Noam Chomsky segnala in un recente articolo nel suo sito personale, citando fonti arabe, che l’obiettivo della flotta dislocata dagli Stati Uniti nel Golfo Persico è “applicare le sanzioni contro l’Iran e ispezionare le navi che entrano ed escono da questo paese”. Il linguista menziona quanto dichiarato – il che fa rizzare i capelli – da Dan Plesh, direttore del Centro di Studi Internazionali dell’Università di Londra: i bombardieri e i missili a lungo raggio degli Stati Uniti sono preparati per distruggere 10.000 obiettivi in Iran in poche ore. Nel febbraio di quest’anno Washington ha annunciato la modernizzazione di numerose rampe di missili Patriot, piazzate in quattro stati arabi del Golfo Persico e l’invio di varie imbarcazioni lanciamissili per “proteggere” le sue navi e i suoi aerei da eventuali attacchi aerei e missilistici dell’Iran.
David Moon, in Asia Times, fa un dettagliato esame del probabile attacco aereo della sola Israele alle installazioni nucleari dell’Iran, ma nello stesso media Victor Kotsev minimizza tale possibilità e afferma che in questo momento “sembra molto probabile che, se ci fosse un attacco, esso sarà scatenato dagli Stati Uniti e da Israele congiuntamente”. “Continui rapporti rivelano che le forze statunitensi si stanno concentrando nei paesi del Golfo Persico e nel Caucaso, in particolare nello Yemen e in Azerbaigian, e che la loro forza aerea e quella di Israele sono impegnate in esercitazioni congiunte di bombardamento… Può essere… che gli Stati Uniti, in collisione geostrategica con l’Iran, non si sentano sicuri del fatto che Israele possa compiere da sola il lavoro”. Kotsev ricorda che la Russia ha ribadito che non permetterà una guerra di tale rilevanza in vicinanza delle sue frontiere.
Tutto ciò è l’annuncio di un panorama apocalittico, senza precedenti nella storia delle guerre, per la potenza delle armi dell’aggressore e per la prevedibile risposta dell’Iran, che si sta preparando per una resistenza tenace con tutti i mezzi a sua disposizione.
L’Iran è il paese più ispezionato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e non esiste prova di componente militare nel suo programma nucleare. Israele, in cambio, possiede centinaia di armi nucleari, si rifiuta di sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e di essere sottoposta ad ispezioni. Obama, tra un salamelecco e l’altro verso il suo ospite, arriva ad affermare che: “non chiederemo certo ad Israele di fare passi che mettano in pericolo la sua sicurezza”… http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19608
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Iran: Mehmanparast, sospesa sentenza di morte per Sakineh Ashtiani, le 99 frustate una bugia, “considerate pure il dolore dei parenti del marito” Stampa E-mail Invia il primo commento! TEHERAN – Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehmanparast ha annunciato la sospensione della sentenza di morte di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata per omicidio ed adulterio. Secondo l’IRIB, Mehmanparast ha ricordato che non c’è dubbio sul fatto che la donna è colpevole di omicidio ed adulterio ed ha aggiunto: “Difendere una persona accusata di omicidio non deve essere trasformata in una questione di diritti umani”. Il portavoce iraniano ha ribadito che se “liberare gli assassini” viene considerarata una questione di difesa dei diritti umani i paesi europei possono liberare tutti i loro prigionieri accusati di omicidio in nome dei diritti umani. “La sentenza emessa per la signora Ashtiani per adulterio è stata sospesa ed il suo caso è in fase di riesame mentre la sentenza per la sua azione di complicita’ in omicidio non è ancora stata emessa”. Mehmanparast si è poi rivolto a coloro che hanno espresso preoccupazione per il processo alla signora Ashtiani ricordando il dolore dei famigliari del marito della donna che lo hanno visto sia tradito che ucciso. Mehmanparast ha aggiunto che persino nei paesi occidentali dove non c’è tanta sensibilita’ ai valori della famiglia, il peso del crimine commesso dalla donna è comprensibile. Il portavoce iraniano ha poi smentito che la donna sia stata punita con 99 frustate per via della foto pubblicata dal London Times il 28 Agosto o per qualsiasi altra ragione. Secondo Mehmanparast, alcuni paesi occidentali stanno usando il caso Ashtiani per accrescere le pressioni illegali sull’Iran per via del suo programma nucleare pacifico. “È un’altro teatrino dall’Occidente per fare pressione sull’Iran”, ha concluso.
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Cosa deve fare Ahmadinejad per ricevere il premio Nobel? di Michel Collon e Gregorie Lalieu
su www.michelcollon.info del 10/10/2009
Intervista a Mohamed Hassan
La minaccia iraniana incombe sull’Occidente? Le elezioni erano truccate? Quale era la vera posta in gioco? Perché gli Stati Uniti hanno sostenuto il movimento di opposizione? Per il nostro dossier “Comprendere il mondo mussulmano”, Mohamed Hassan risponde a queste domande. L’esperto chiarisce le diverse forze che si affrontano in Iran, perché Ahmadinejad si trova così spesso sulle prime pagine dei giornali e come la repubblica islamica graverà sull’avvenire dell’impero statunitense, indebolito.
I media ci dicono che l’Iran rappresenta una grande minaccia. Come prova le dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele e il suo programma nucleare. L’Iran è davvero un paese pericoloso? Prima di tutto, dovete sapere che questo famoso programma nucleare è stato avviato durante il regime precedente, quello dello Scià. Con l’appoggio degli Stati Uniti! Inoltre, gli oppositori di Ahmadinejad all’interno e all’esterno del paese hanno portato avanti una campagna, sostenendo la volontà dell’Iran di entrare in guerra con Israele. È falso. L’Iran non vuole entrare in conflitto con nessuno. Vuole soltanto affermare la sua sovranità nazionale. La questione del nucleare deve essere considerata da questo punto di vista. Per il popolo iraniano rappresenta un diritto all’autodeterminazione.
Ma Israele si dichiara minacciato. E vero che Ahmadinejad nega l’Olocausto? No. Ha riconosciuto che l’Olocausto è stato un avvenimento terribile, ma ha sottolineato il fatto che i responsabili di questo genocidio non ne hanno pagato il prezzo mentre i Palestinesi sì. Durante la Prima Guerra Mondiale, la Germania ha attaccato i suoi vicini e ne ha pagato le conseguenze. Per esempio, il Belgio è stato risarcito dalla Germania.
Qual è la vera posizione di Ahmadinejad ? Egli sostiene che per stabilire quali siano i responsabili dell’Olocausto e farli pagare, si deve studiare questo tragico avvenimento e farne dibattito pubblico. Questo elemento essenziale è tenuto nascosto dalla campagna anti-Ahmadinejad: alcune persone gli fanno delle domande e poi rendono note le sue risposte estraendole dal contesto in cui sono state dette. Inoltre, il problema della responsabilità nell’Olocausto è diventata un tabù. Tutta questa propaganda contro Ahmadinejad mira a destabilizzare l’Iran.
Perchè ? Noam Chomsky ha spiegato nel suo libro The Fateful Triangle che Israele, al tempo dello Scià, voleva costruire un’alleanza con l’Iran, la Turchia e l’Etiopia per stroncare il nazionalismo arabo nella regione. Oggi, Israele vorrebbe che in Iran ci fosse un governo condiscendente. L’obiettivo immediato della campagna contro Ahmadinejad è di interrompere le relazioni tra l’Iran da un lato e Hezbollah e Hamas dall’altro. Questo consoliderebbe la posizione di Israele su due fronti. Innanzitutto i paesi filo occidentali della regione in buoni rapporti con Israele (come l’Egitto e la Giordania) sarebbero rafforzati. Poi, in Palestina, la posizione di Abu Mazen uscirebbe rinforzata e le forze che vogliono resistere a Israele indebolite. Ecco le ragioni della campagna israeliana contro Ahmadinejad.
La questione palestinese e il programma nucleare non sono serviti ad Ahmadinejad come pretesti elettorali per riunire la popolazione intorno a sentimenti nazionalisti ? Questo è quello che hanno sostenuto alcuni oppositori di Ahmadinejad durante la campagna. Sicuramente il popolo iraniano, che ha conosciuto le privazioni con lo Scià, è solidale con i palestinesi. Ma questo non ha potuto rappresentare un elemento cruciale nel determinare i risultati delle elezioni: non è la Palestina che da lavoro e cibo agli iraniani. In realtà, la visione politica di Ahmadinejad si rivolge allo Stato che, per lui, deve controllare tutto. È per questo che è stato eletto dai lavoratori e dai contadini, dagli operai nelle città: queste persone beneficiano dell’intervento statale e della sua politica economica. Al contrario, riformisti come Moussavi (che era sostenuto dall’Occidente) non sono d’accordo con questa visione.
Qual è la loro posizione? Questi riformisti provengono dalla cosiddetta «borghesia del Bazar», una borghesia che esiste da molto tempo nei paesi islamici. È composta dai produttori artigiani associati ai contadini. Al tempo dello Scià, la borghesia del Bazar non era così importante, poiché il paese era dominato dalla borghesia compradora, che utilizzava l’apparato statale e le finanze del governo per commerciare con i paesi imperialisti attraverso l’import-export. I compradores non producevano nulla, non facevano altro che vendere dei prodotti. È per questo che l’economia irania è molto dipendente dall’estero.
A quell’epoca, la borghesia del Bazar non era sostenuta dai compradores, in modo che non disponesse di capitali e tecnologie. È per questo che essa ha sostenuto Khomeini durante la rivoluzione islamica del 1979. Il sistema economico iraniano è stato così trasformato e con lo sviluppo della borghesia del Bazar, a scapito di quella dei compradores, il paese è passato da uno statuto neocoloniale a un modello indipendente.
Le persone provenienti dalla borghesia del Bazar videro nella rivoluzione un’opportunità di utilizzare il capitale di Stato per fare un sacco di soldi. E oggi qualcuno di loro è miliardario! I riformisti come Moussavi, Rafsandjani o Khatami provengono da questo gruppo. Li si chiama «riformisti» non perché hanno idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico attuale, riducendo l'intervento dello stato e lasciando più spazio alle privatizzazioni. Questo permetterà a qualcuno di loro di diventare ancora più ricco poiché l’Iran rappresenta un enorme mercato. Questa era la posta in gioco principale delle ultime elezioni e come si è già detto la maggior parte degli iraniani che beneficiano dell’intervento dello stato hanno scelto Ahmadinejad invece del «riformista» Moussavi.
Secondo voi, queste elezioni non sono state manipolate? Certo che no. L’idea che sono state truccate arriva dalla propaganda gestita per isolare Ahmadinejad e stabilire in Iran un governo filo occidentale. È sufficiente analizzare qualche elemento per capire che quest’idea di frode non è seria. Innanzitutto, la Fondazione Rockefeller ha finanziato una ONG per realizzare un sondaggio d’opinione due settimane prima delle elezioni: Ahmadinejad era dato vincitore tre contro uno. In secondo luogo, i nostri media non hanno mai mostrato i dibattiti che sono stati organizzati durante la campagna elettorale in Iran: chiunque avrebbe potuto vedere che si trattava di dibattiti molto aperti e avrebbe potuto capire meglio perché Ahmadinejad è stato eletto dai lavoratori. In terzo luogo, ci si potrebbe domandare: chi sono coloro che sostengono che c’è stato un broglio elettorale in Iran? Perché gli Stati Uniti non si interessano alla democrazia negli Emirati? Perché non c’è una campagna contro l’Afghanistan dove le elezioni sono state chiaramente truccate? Etc…
Per rispondere a queste domande, si deve comprendere che a seconda degli interessi imperialisti, le elezioni sono definite buone o cattive. Infine, il popolo iraniano ha visto cosa le forze imperialiste hanno fatto in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan. È anche una delle ragioni per cui gli iraniani hanno scelto Ahmadinejad, che costruisce un’alleanza antimperialista con paesi come la Cina o la Russia. Al contrario, i riformisti, definiti più «pragmatici», sono in realtà pronti a stabilire buoni rapporti con i paesi imperialisti per commerciare con loro.
Hillary Clinton ha recentemente ammesso che gli Stati Uniti hanno incoraggiato il movimento di opposizione iraniano dopo le elezioni. Ma non era la prima volta che Washington interveniva nella politica dell’Iran, non è così? Nel 1953, in effetti, la CIA ha rovesciato il Primo Ministro Mossadegh. Lui era stato eletto per le sue idee nazionaliste e progressiste. Nel 1951, ha nazionalizzato l’industria petrolifera, provocando l’ira degli interessi anglosassoni nella regione. Un’operazione orchestrata dalla CIA ha sostituito Mossadegh con Mohammad Reza Pahlavi, lo Scià, che ha difeso gli interessi imperialisti nella regione per molto tempo.
Per gli Stati Uniti era molto importante avere un alleato in Iran, dal momento che il Golfo era stato a lungo dominato dall’impero britannico. Ma, quest’ultimo, dopo gli anni sessanta, si è indebolito e gli inglesi non avevano più i mezzi per finanziare le loro posizioni strategiche in questa regione. Quando hanno lasciato il Golfo, gli Stati Uniti temevano che l’influenza dei sovietici e il nazionalismo arabo avrebbero colto l’occasione per rinforzarsi. È per questo che Washington ha utilizzato lo Scià per interpretare il ruolo del gendarme nella regione e difendere i suoi interessi. Lo Scià ha beneficiato del denaro del petrolio per costruire un’enorme potenza militare e un servizio di informazione solido e spietato: il Savak. In quel momento, due forze si fronteggiavano nella regione: i rivoluzionari, che acquisivano sempre più legittimità tra le masse, come il governo di Nasser o la rivoluzione repubblicana in Yemen; dall’altro lato i filo imperialisti come il regime wahabita saudita, il governo del Kuwait o della Giordania. La dittatura militare creata dallo Scià con l’aiuto degli Stati Uniti ha contribuito fortemente alla vittoria delle forze filo imperialiste.
Quale era la situazione in Iran sotto la dittatura dello Scià? Il popolo iraniano ha sofferto molto sotto questo regime. Come ho già detto, il paese era comandato dalla borghesia compradora, gestita da monarchi feudali e da un regime militarista, in uno Stato semi-coloniale senza la minima volontà di costruire un’industria nazionale. La borghesia nazionale era molto debole e la maggioranza della popolazione era composta da contadini, piccola borghesia e piccolo proletariato. Le differenze sociali erano enormi. Alcuni erano più ricchi di tutto quello che si può vedere a Beverly Hills; al contrario, molti iraniani non avevano mai visto il colore di una scarpa. È per questo che la maggioranza del popolo iraniano ha sostenuto la rivoluzione islamica del 1979 che ha rovesciato lo Scià. La diversità tra le classi sociali, ecco in realtà l’unico modo di capire l’Iran prima e dopo la rivoluzione.
Come si è sviluppata la rivoluzione? Come l’Iran ne è stato trasformato ? Sicuramente, a causa delle enormi differenze tra le classi sociali, alcuni partiti e associazioni volevano cambiare il sistema. Il più importante di questi partiti è stato a lungo il partito comunista «Toudeh». Lo Scià li ha contrastati con forza, ma il suo più grande errore è stato probabilmente quello di lasciare sviluppare l’organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (OMPI). Questi, si ispiravano alla teologia della liberazione (America Latina), combinando un’analisi marxista delle classi con il pensiero islamico. Lo Scià riteneva che l’introduzione di una nuova teoria, che combinava Marx e Islam, avrebbe ridotto l’influenza del suo principale nemico, il comunismo. Ma l’OMPI era in realtà più di un partito, dal momento che i suoi aderenti avevano una visione realista, come i sandinisti in Nicaragua. Sono diventati popolari e molto influenti. Tuttavia, per rovesciare lo Scià, mancava loro un leader. È per questo motivo che vollero servirsi di Khomeini (che allora era esiliato in Francia), poiché era un leader carismatico e antimperialista. Ma Khomeini aveva un proprio progetto. Così quando fu rovesciato lo Scià, egli affermò subito la sua ideologia e prese il potere. Tale avvenimento ha creato delle tensioni con i Mojahedin del popolo. Le due parti si affrontarono e infine Khomeini s’impose, godendo anche dell’appoggio della borghesia del Bazar.
Qual era la visione di Khomeini? Per Khomeini il potere deve ritornare ai popoli del terzo mondo, oppressi dall’imperialismo. Voleva creare un fronte unito dei popoli e sostenne, ad esempio, i sandinisti in Nicaragua. In questo modo, l’Iran è passato da Stato neocoloniale a Stato indipendente. La prima misura del governo è stata di nazionalizzare il petrolio proprio come aveva fatto Mossadegh. Ha sostenuto la necessità di un parlamento e di un controllo su di esso in base alla religione e all’indipendenza nazionale: la Guida Suprema.
Dal momento che la candidatura alle elezioni deve essere approvata dalla Guida Suprema, il sistema politico iraniano è davvero democratico? La definizione di democrazia è essa stessa una grande domanda. In Iran c’è una democrazia di tipo occidentale, una democrazia di Stato borghese? Certo che no. La Guida Suprema controlla il sistema politico iraniano ma sarebbe ingenuo credere che le elezioni dei paesi occidentali sono esempio di una democrazia migliore. Le elezioni qui da noi si fanno in base a forze che si trovano dietro ai partiti e che non si vedono direttamente. L’Iran è una repubblica islamica e tutti i partiti devono quindi basarsi sulla religione. I partiti laici sono visti come un’invenzione occidentale che potrebbe dividere il popolo e minacciare la sovranità nazionale del paese.
È proprio questa indipendenza iraniana che infastidisce i paesi imperialisti. Essi non hanno in realtà alcun problema con il fatto che l’Iran sia uno Stato islamico. L’Arabia Saudita è uno Stato islamico dove non ci sono elezioni e i paesi imperialisti non se ne preoccupano affatto poiché l’Arabia Saudita è un paese amico. Il vero problema è che l’Iran ha una visione indipendente della sovranità nazionale. Immaginiamo che Ahmadinejad abbandoni la sua idea di indipendenza nazionale e adotti un sistema dove gli interessi imperialisti vengano difesi come in Arabia Saudita: riceverebbe sicuramente il Premio Nobel!
Pochi giorni fa, Zbigniew Brzezinski, il consigliere di Obama, ha dichiarato che se Israele attaccherà l’Iran, gli Stati Uniti dovrebbero intercettare i suoi bombardieri. Non è sorprendente? Brzezinski osserva che gli Stati Uniti sono stati gravemente indeboliti sul piano economico e militare per due motivi. Innanzitutto, i neoconservatori, quando sono saliti al potere, hanno utilizzato l’11 settembre come pretesto per fare la guerra e hanno trasformato in nemico l’intero mondo musulmano. È stato totalmente folle e contro-produttivo per gli Stati Uniti. Inoltre, l’invasione dell’Iraq è stato un grosso errore: non ha rinforzato gli Usa, ma ha procurato loro seri problemi. In questo contesto, Brzezinski tenta di trovare delle soluzioni pur tenendo presente che l’obiettivo più importante per gli Usa è contenere lo sviluppo del suo principale rivale: la Cina. Una parte della soluzione consiste nel rinforzare la Nato, poiché questa istituzione può rappresentare una risposta ai problemi dell’occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare. È per questo motivo che Brezinski ha avvallato la proposta della Gran Bretagna, della Germania e della Francia di tenere una nuova conferenza internazionale sull’Afghanistan: è essenziale che la Nato non esca sconfitta in Afghanistan come è successo ai sovietici perché essa è la sola che permetterà agli Usa di svolgere un nuovo importante ruolo nel mondo.
Un’altra parte della soluzione consiste in nuovi partenariati per costruire un’alleanza più forte contro la Cina. In quest’ottica, Brzezinski considera che la politica in particolare verso l’Iran, ma anche verso gli altri paesi islamici e la Russia, non dovrebbe essere aggressiva. Dovrebbe al contrario essere basata sul dialogo e non rimanere intrappolata dalla propaganda sionista di Israele.
Ecco spiegato il discorso di Obama a Il Cairo. Gli Stati Uniti devono convincere i musulmani, gli indù e la borghesia russa che è più interessante allearsi con le forze occidentali piuttosto che con la Cina. È per questo che Brzezinski ha detto che la collera dei paesi che sono stati considerati come nemici dall’amministrazione Bush deve essere presa in considerazione. Questi paesi dovrebbero ora avere il diritto di utilizzare le proprie risorse. Le ragioni di questo cambiamento politico sono chiare: gli Stati Uniti devono impedire a questi paesi di costruire un altro sistema mondiale per tenerli in un sistema dominato da Washington.
È segno che le relazioni tra Stati Uniti e Israele non sono più così buone? Innanzitutto, non è Israele che detta la politica agli Stati Uniti. È la borghesia americana che decide. Ma c’è un dato di fatto: esiste una profonda divisione in seno all’imperialismo statunitense. C’è una prima corrente, arretrata, che crede ancora che gli Usa possano continuare per la via militare. Ma non è realistico: il paese si trova davanti a un problema demografico e un confronto militare con la Cina è perso in partenza. L’altra corrente, di cui fanno parte Brzezinski e Obama, capisce che è necessario dare prova di tattica e mostrarsi realisti per mantenere l’egemonia USA. Essi sostengono: «Dobbiamo conoscere i nostri punti di forza e i nostri limiti e lavorare su questo. Al fine che la nostra forza non venga percepita in modo negativo ma positivo. La nostra forza deve essere una garanzia per i nostri partner».
Gli Usa hanno certamente dei legami forti con Israele, ma la questione euro-asiatica (il controllo dell’Eurasia) è la più importante: è là che si deciderà il futuro dell’umanità. Brzezinski vuole quindi controllare la pentola. Sa che la temperatura della pentola deve essere decisa da cuochi molto furbi, non da pazzi. In realtà, se la pentola straborda, brucerà tutto il mondo e gli americani saranno cacciati dalla regione. Ecco spiegata la dichiarazione di Brzezinski sui bombardieri israeliani e il fatto che per la prima volta gli Usa fanno delle concessioni e autorizzano altre forze occidentali a venire nel Golfo. È il caso ad esempio della Francia che ha una base militare negli Emirati Arabi Uniti. Questo testimonia anche la debolezza attuale degli Stati Uniti.
Note:
Testi sull’Iran consigliati da Mohamed Hassan : - The Persian Puzzle, di K. Pollack (ancien conseiller de Clinton et analyste de la CIA), Brookings Institution, 2004 - Ervand Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, Princeton Studies, 1982 - Ervand Abrahamian, The Iranian Mojahedin, Yale University Press, 1989 - Trita Parsi , Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States, Yale University Press, 2007 - Noam Chomsky, Fateful Triangle: The United States, Israel, and the Palestinians, South End Press, 1983. - Zbigniew Brzezinski, An agenda for Nato, Foreign Affairs, septembre –octobre 2009 - Michel Collon, Quelle sera, demain la politique internationale des USA ?
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura di C.T. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
da l'ernesto http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=18493